Il riconoscimento della cittadinanza italiana da parte dei migranti
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Migranti di origini italiane: il riconoscimento del possesso ininterrotto della cittadinanza

Redazione

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a cura di Renzo Calvigioni

Se dovessimo individuare un elemento caratterizzante l’operato degli uffici demografici per l’anno 2018, verrebbe spontaneo menzionare le richieste di riconoscimento del possesso ininterrotto della cittadinanza italiana. Un fenomeno in costante crescita, ma che presenta molte problematiche e difficoltà operative.

Ius sanguinis

Ricordiamo che si tratta di cittadini stranieri di origine italiana, il cui avo era nato in Italia ed emigrato all’estero, nello Stato nel quale poi aveva stabilito la propria dimora e formato famiglia e discendenza. La prole nata sul territorio dello Stato d’emigrazione, nel rispetto di determinate condizioni, poteva conservare la cittadinanza italiana per ius sanguinis e trasmetterla a sua volta ai propri discendenti ed alle generazioni successive che, in tal modo, possono risultare in possesso ininterrotto della cittadinanza italiana.

Coloro che fossero interessati a vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, devono presentare istanza al Consolato italiano competente all’estero dove però, a causa del gran numero di richieste, vi sono tempi di attesa particolarmente lunghi, addirittura si parla di una decina di anni.

In tale situazione, è normale cercare delle alternative, rappresentate dalla possibilità per l’interessato di trasferirsi in Italia, stabilire la propria residenza in un comune e chiedere l’iscrizione anagrafica come cittadino straniero di origini italiane, approfittando anche di circolari che consentono procedure agevolate: in tal modo, si trasferisce la competenza ad esaminare la richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana dalla nostra autorità consolare all’estero all’ufficiale di stato civile del comune di residenza.

La situazione economica particolarmente difficile di alcuni Stati dell’America Latina ed il desiderio di riuscire ad ottenere il passaporto italiano, da utilizzare in caso di necessità, è la vera motivazione che spinge i richiedenti ad affrontare il viaggio e la permanenza in Italia per il tempo necessario, e le relative spese: nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno avuto un avo nato in Italia 120/150 anni fa, senza nessuna altro collegamento con il nostro Paese, e che solamente ora, per necessità, cercano di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, ricostruendo tutta la discendenza e cercando di presentare la documentazione a sostegno della loro richiesta.

La documentazione necessaria

Tale particolarissima situazione ha alimentato un giro di affari rilevante: sono così sorte agenzie che si preoccupano di reperire la documentazione necessaria, di trovare la sistemazione abitativa in Italia mettendo a disposizione degli appartamenti reperiti proprio a tale scopo, di assistere i loro clienti nelle procedure con il comune di iscrizione anagrafica ed al quale viene presentata richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana, di rendere disponibile un avvocato per l’eventuale contenzioso con il comune, di sollecitare continuamente il comune allo svolgimento degli adempimenti.

I compiti che deve svolgere il comune sono particolarmente gravosi: l’ufficiale di anagrafe deve verificare la richiesta di iscrizione anagrafica sapendo già in anticipo che, decorso il periodo per la definizione della pratica, l’interessato ritornerà subito all’estero (avviene nella quasi totalità dei casi), mentre l’ufficiale di stato civile dovrà ricevere istanza e documentazione, acquisire altra documentazione, verificare la sussistenza delle condizioni necessarie per la trasmissione della cittadinanza italiana, emettere i provvedimenti necessari e, in caso di esito positivo, trascrivere gli atti di stato civile; a tutto ciò, successivamente, si dovrà aggiungere l’iscrizione nelle liste elettorali e il trasferimento in Aire quando l’interessato avrà ottenuto la certificazione di essere stato riconosciuto cittadino italiano.

Questa breve descrizione degli adempimenti che debbono essere svolti dal comune non rende giustizia a tutto il lavoro che realmente viene affrontato dagli operatori dei servizi demografici per ogni richiesta che viene presentata: considerando che, da tempo immemorabile, il personale di tali uffici è largamente insufficiente per svolgere gli adempimenti ordinari, questa situazione, in molti casi, rischia di portare al collasso gli uffici stessi o, comunque, ritardare tutti gli altri adempimenti ordinariamente svolti, con conseguenze negative anche per gli stessi cittadini richiedenti che potrebbero non riuscire ad avere risposta in tempi ragionevoli.

Il recente decreto immigrazione, nella prima stesura aveva previsto che la cittadinanza italiana non si trasmetteva oltre le due ultime generazioni (proposta sensata e ragionevole, considerando che gli Stati che riconoscono la cittadinanza per discendenza pongono un limite generazionale, oltre il quale non si può risalire), ma tale disposizione era subito stata eliminata, sostituita da un termine per lo svolgimento delle pratiche che poteva arrivare fino a 48 mesi, infine anche tale termine è stato sostituito da altro termine, nella legge di conversione del decreto, che prevede che la procedura debba essere completata entro sei mesi.

Pur riconoscendo che è già un passo avanti rispetto ad un’indicazione che non esisteva, tuttavia se consideriamo il numero di pratiche continuamente in crescita, il tempo previsto potrebbe non essere sufficiente per completare correttamente la procedura. Inoltre, l’intera procedura è basata su un’anomalia evidente: la residenza in Italia è fittizia, in quanto solitamente limitata al periodo necessario per completare la procedura di iscrizione anagrafica (massimo 3 mesi, e l’interessato è già ripartito, ma l’ufficiale di anagrafe non potrà più cancellarlo se non per irreperibilità, dopo un anno), con un contrasto evidente proprio con il requisito dell’abitualità della dimora che è necessario per qualsiasi iscrizione anagrafica.

In sostanza, pure in presenza di un evidente contrasto con le disposizione del nostro ordinamento, gli uffici demografici non hanno a disposizione adeguati strumenti giuridici per affrontare una problematica sempre più preoccupante, non solo per il numero di pratiche che debbono essere gestite, quanto soprattutto perché basate su situazioni contrastanti con alcuni principi fondamentali in materia demografica.
Su questa Rivista ne abbiamo parlato più volte con articoli e quesiti, Anusca ha organizzato numerose iniziative di formazione con grande partecipazione, ma crediamo che il tema resterà attualissimo anche per il prossimo anno.
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