Deliberazione CIPE n. 93/2001
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Le tariffe idriche: articolazione tariffaria e fasce di consumo

Redazione

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Gerardino Castaldi
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La recente pubblicazione della Deliberazione CIPE n. 93/2001 che ha apportato importanti novità alle delibere Cipe n. 23/2001 e n. 52/2001 rappresenta un’ottima occasione per schematizzare brevemente alcuni concetti e definizioni determinanti per poter maggiormente comprendere l’articolazione tariffaria e le fasce di consumo del servizio acquedottistico.
Il metodo di determinazione delle attuali tariffe dell’acqua – per uso domestico e non – trae origine dai provvedimenti C.I.P. (Comitato Interministeriale Prezzi) n. 45-46 del 1974, le cui modalità di esecuzione sono state esplicate da un ulteriore provvedimento, il n. 26 del 1975. Successivamente, la legge n. 36/1994 (legge Galli) ha rivoluzionato – questo era l’intento – il sistema tariffario esistente e in attesa della sua piena applicazione ha dato vita ad un regime transitorio che prevede una Deliberazione del C.I.PE. annuale per la determinazione degli incrementi percentuali massimi ammissibili ed il controllo delle tariffe dell’acquedotto da parte degli ex UU.PP.I.C.A. A partire dal 2000, tale attività di verifica è di competenza delle Camere di Commercio.

Da questa normativa di base è utile estrarre i seguenti concetti:

Tipologie di utenze:
Diverse tipologie di utenze possono essere individuate in relazione al criterio utilizzato.
Ad esempio, se il criterio scelto è l’oggetto della fornitura possiamo distinguere tra forniture d’acqua potabile e forniture di acqua non potabile.
Oppure, un altro esempio consiste nel diverso sistema di contabilizzazione. Quindi, possono esserci sia “utenze a contatore” per le quali il corrispettivo è misurato in proporzione al volume d’acqua effettivamente erogato, sia “utenze a bocca tarata” (o “a luce tassata”) per le quali è invece previsto un ammontare periodico forfettizzato, legato non al consumo ma alla portata della tubatura misurata dal diametro della stessa.
Ma il criterio più utilizzato è quello della “natura dell’utenza”. Con questo approccio, come si vedrà nel dettaglio nelle righe successive, al fine di qualificare la natura di un’utenza non viene presa in considerazione la tipologia del soggetto intestatario del contratto ma piuttosto l’utilizzo effettivo dell’acqua. Quindi possono esserci:
a – utenze civili;
b – utenze produttive;
c – utenze particolari.

UTENZE CIVILI:
Rientrano in questa categoria:
Utenze domestiche e di comunità, le quali utilizzano l’acqua per la soddisfazione dei bisogni tipici dell’abitazione familiare e delle relative pertinenze;
Usi civili non domestici, che comprendono i consumi relativi ad edifici adibiti ad un uso pubblico come scuole, ospedali, caserme, stazioni, negozi, uffici, alberghi, ristoranti e supermercati;
Usi condominiali, dove bisogna distinguere tra forniture dirette dove per ogni unità abitativa esiste un contatore contrattuale e forniture effettuate con un solo contatore a livello condominiale (in questo caso la ripartizione può avvenire con i millesimi ma anche con contatori divisionali).

UTENZE PRODUTTIVE:
Usi industriali: tra i quali troviamo gli utilizzi collegati allo svolgimento di attività produttive industriali, artigianali, estrattive e edilizie;
Usi agricoli: sono tali gli impieghi di acqua relativi allo svolgimento di attività agricole.
UTENZE PARTICOLARI: Tra le quali troviamo gli idranti antincendio, utenze comuni (es. fontane) e le utenze perpetue.

La struttura tariffaria:
Anche l’attuale struttura tariffaria trae origine dai Provvedimenti CIP n. 45 e n. 46 del 1974 e n. 26 del 1975.
– Gli scaglioni di consumo:
Per le utenze domestiche le fasce di consumo possono essere così sintetizzata:
Un quantitativo contrattualmente impegnato (c.d. “minimo impegnato”), che l’utente deve comunque pagare al gestore anche per consumi reali inferiori. All’interno di questo primo livello deve essere individuato un minimo garantito per le necessità domestiche essenziali (CDE) da computare in base ad una tariffa definita “agevolata”. Mentre i consumi superiori al CDE compresi nel minimo impegnato devono essere fatturati a “tariffa base”. Nel caso in cui però il gestore non abbia individuato un minimo impegnato, il consumo da fatturare a tariffa base è pari ad una volta e mezzo quello previsto per l’agevolata. Tale relazione non è però obbligatoria e possono essere adottati anche valori differenti nel caso di minimo impegnato.
I consumi che eccedono il minimo impegnato (o la fascia della tariffa base) sono fatturati, al fine di contenere gli sprechi, a tariffe superiori a quella di base. Possono essere previsti da 1 a 3 scaglioni così strutturati, dove MI sta per minimo impegnato:
tp1 da 1 MI a 1,5 MI
tp2 da 1,5 MI a 2,0 MI
tp3 oltre 2 MI
– Le tariffe:
Perno del sistema era la “tariffa base unificata” determinata in base al rapporto tra ricavi totali (scorporati degli allacciamenti, degli interessi attivi, del nolo contatore) ed il volume di acqua venduto. L’entità della tariffa agevolata è determinata in modo che gli introiti corrispondenti a tale tariffa siano compensati dai maggiori introiti relativi ai consumi in eccedenza. Dal 1995 ad oggi, il Cipe ha determinato annualmente gli incrementi tariffari massimi ammissibili, individuando un percorso di calcolo differenziato di anno in anno ma caratterizzato dall’intenzione di “traghettare” l’attuale sistema tariffario dalla c.d fase transitoria alla determinazione della tariffa con il c.d. metodo normalizzato che dovrà prevedere una tariffa in grado di coprire non solo i costi di gestione ma anche gli investimenti adeguati al fine di fornire un servizio di qualità rispettando criteri di efficacia ed efficienza.

Le maggiori novità introdotte dalle delibere CIPE per l’anno tariffario 2001/2002:
estensione della quota fissa a tutte le utenze finali a prescindere dalla presenza di un contatore contrattuale;
eventuale abbattimento del minimo impegnato (quantitativo fatturato ma non consumato): ciò può comportare – per rispettare il principio dell’isoricavo – un aumento delle quote fisse (fino a tre volte) e un eventuale e successivo aumento della tariffe;
possibilità di recuperare da parte del gestore che acquista acqua all’ingrosso eventuali incrementi di tariffa subiti dal proprio grossista.

Gerardino Castaldi
Socio Co.Valori

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