Le prove elettroniche: uno strumento efficace contro la criminalità transnazionale in attesa di applicazione

di Elisa Malangone

La Convenzione di Palermo: venti anni di lotta alla criminalità transnazionale

Il fenomeno della criminalità transnazionale rappresenta una delle minacce più gravi alla sicurezza mondiale, in grado di provocare ingenti danni economici e sociali non solo per l’emergenza di nuovi gruppi criminali, ma anche per la capacità di riprodurre con maggiore celerità nuovi illeciti e reati.

Con l’affermarsi in rapida sequenza di nuovi mezzi tecnologici e nuove skills utilizzate per commettere e occultare le attività criminali, risulta essenziale la capacità istituzionale di opporre una risposta globale e coordinata tra i vari soggetti, specificamente attraverso un rafforzamento della cooperazione tra l’Unione Europea e gli Stati membri, volta ad adottare strategie di prevenzione e contrasto all’espansione del fenomeno.

In tale contesto è stato chiesto alla Commissione Europea di intervenire [1] e di individuare modalità per ottenere più efficacemente e più rapidamente prove digitali nell’ambito dei procedimenti penali, attraverso le varie forme di cooperazione tra le forze di polizia, le autorità giudiziarie ed entità private al fine di adottare misure omogenee e uniformi per contrastare la criminalità organizzata transnazionale.

In occasione dei venti anni della Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale, cui hanno aderito 190 Stati dell’Onu, si è evidenziato come sia fondamentale una cooperazione giudiziaria internazionale per prevenire e combattere il crimine transnazionale organizzato che oggi ha il controllo di un mercato che vale oltre cinquecento miliardi di euro a livello globale. Lo scopo della Convenzione dunque, è quello di promuovere la cooperazione, sollecitando gli Stati ad adottare una efficace disciplina per agevolare il contrasto patrimoniale con gli strumenti del sequestro o congelamento, la costituzione di squadre investigative comuni, le consegne controllate, l’infiltrazione di agenti sotto copertura, tutti strumenti che consentono di contrastare il crimine abbattendo le frontiere ed eliminando le distanze. È necessario quindi adottare una strategia di prevenzione e repressione adeguata ed inseguire il fiume di denaro “sporco” come insegnarono Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, pioniere della cooperazione giudiziaria nel contrasto ai clan, nella lotta alle mafie del mondo.

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Criticità delle prove elettroniche

Le mafie e in generale il crimine transnazionale utilizzano sistemi sempre più raffinati per infiltrarsi nell’economia. Una cooperazione giudiziaria rafforzata consente di contrastare più efficacemente il crimine transnazionale e affrontare le nuove tecnologie. La globalizzazione, le transazioni finanziarie il cui anonimato ne consente l’uso improprio per scopi criminali e ancora i Bitcoin e la valuta virtuale, rappresentano canali sui quali occorre intervenire con adeguate misure volte ad assicurare maggiore trasparenza nazionale e globale.

Le prove elettroniche o di accesso ai dati digitali (definite come “un qualsiasi dato risultante dall’output di un dispositivo analogico e/o digitale che abbia valore probatorio e che sia stato generato, elaborato da, memorizzato su o trasmesso da, qualsivoglia dispositivo elettronico” – evidenceprojecft.eu) hanno assunto una importanza cruciale nelle indagini penali.

Le prove digitali (mail, social network, documenti condivisi) da diversi anni sono sempre più fondamentali anche per l’azione di contrasto all’attività criminale connessa al terrorismo internazionale. Si pensi ai trafficanti specializzati nelle armi da fuoco nei diversi continenti, dal Medo-Oriente all’America del Sud (si veda ad es. il caso di traffico transnazionale di armi organizzato dal gruppo guerrigliero colombiano delle FARC per esportare cinquantamila fucili dall’Europa alla Colombia [2]).

In tale contesto la cooperazione internazionale dovrebbe essere sviluppata nella più ampia misura possibile, sia al fine di acquisire prove e informazioni utili a perseguire penalmente il reato originario, sia nell’intento di identificare i possibili collegamenti tra i soggetti indagati e la rete di altri gruppi criminali.

Nella pratica, tuttavia, l’acquisizione delle prove elettroniche transnazionali presenta non poche criticità. Coinvolgendo diverse giurisdizioni, risulta più difficile la raccolta, la conservazione e l’utilizzo di informazioni utilizzabili come prove; inoltre per lo scambio della prova è necessario affidarsi ad accordi preesistenti fra gli Stati coinvolti non sempre aggiornati e adeguati. La cooperazione tra le autorità di contrasto rappresenta un compito particolarmente arduo e l’attuale quadro giuridico ancora non è adatto all’era digitale.

Nonostante le tante iniziative (si pensi alla Direttiva 2014/41/Ue del 3 aprile 2014 che permette agli Stati membri della Ue di acquisire prove in altri Stati membri, nel caso di reati  che coinvolgono più Stati) , numerose sono le problematiche legate ai ritardi nella comunicazione transnazionale, che di conseguenza non permette e non garantisce un accesso rapido necessario per accelerare le indagini; ai rallentamenti nella comunicazione, al punto da rendere inutili le informazioni quando sono finalmente trasmesse; all’assenza di strumenti di comunicazioni efficaci; alle diverse procedure giuridiche tra Paesi e infine alla mancanza di conoscenza adeguata della lingua.

Sono solo alcuni dei problemi che possono ostacolare la lotta alla criminalità e al terrorismo.

Se un trafficante di droga o di esseri umani gestisce i propri affari inviando un semplice messaggio al proprio interlocutore in altra parte del mondo, la capacità di intervenire dei singoli paesi con le proprie magistrature e polizie deve essere altrettanto veloce.

Un altro aspetto significativo riguardante l’acquisizione della prova elettronica è quello relative al concetto di ammissibilità della stessa. L’acquisizione legale della prova è soggetta ad una valutazione differente a seconda del diverso Paese cui si fa riferimento e questo potrebbe rappresentare un problema per l’utilizzo di prove elettroniche ottenute in un’altra giurisdizione.

Inoltre è la natura stessa della prova elettronica a renderla facilmente manipolabile. Sono quindi necessari degli standard comuni per garantirne l’integrità e l’ammissibilità di fronte ad una giurisdizione di uno Stato membro, pur allorquando ottenuta in un altro Stato.

Per quanto detto, occorre far fronte alle sfide poste dalla natura transnazionale della prova elettronica in quanto l’assenza di chiare normative sulla cooperazione di un’ampia varietà di soggetti, compresi i digital forensics [3], rendono tali misure inattuabili o difficili da realizzare.

 

Le iniziative legislative al vaglio del Consiglio dell’ Unione

 

Nel quadro fin qui delineato e sulla base dei risultati ottenuti nell’ambito del progetto “Evidence” [4] appare chiara l’individuazione delle aree in cui il Consiglio d’Europa potrebbe e dovrebbe intervenire nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale per la creazione di un’unità operativa più stabile, con l’integrazione di tutti gli strumenti tecnologici necessari a un trasferimento e a uno scambio rapido delle informazioni, assicurando al contempo la tutela dei diritti fondamentali.

Il Consiglio d’Europa dovrebbe assumere un ruolo chiave in questo contesto, adottando protocolli internazionali condivisi. E numerose sono state le iniziative in questa direzione, da ultimo è importante menzionare l’incontro del 30 ottobre 2020 del Gruppo Vendome tenutosi in videoconferenza, che ha visto coinvolti i ministri della Giustizia di Italia, Germania, Belgio, Spagna, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi in questa occasione, ha ribadito come sia fondamentale “ l’ approvazione del Regolamento da noi proposto sugli ordini di conservazione e produzione delle prove elettroniche che obbliga i prestatori di servizi operativi all’interno dell’Unione Europea, alla collaborazione con le autorità inquirenti, indipendentemente dal luogo in cui è stabilita la loro sede”. [5]

In conclusione, nonostante le criticità evidenziate, ad oggi si può contare su alcuni aspetti consolidati quali, l’importanza di un’adozione di regole comuni, il costante aggiornamento della black list di siti utilizzati ai fini di terrorismo e il ricorso a misure più stringenti nei confronti dei service-providers per il contrasto alla criminalità transnazionale.

È importante infine sottolineare come i reati connessi alle nuove tecnologie, subdoli e pervasivi, possano determinare per tale loro natura, anche una condizione di incertezza nell’opinione pubblica. Pertanto un contrasto agli stessi, può avere anche lo scopo di proteggere la popolazione generale riguardo questo ultimo aspetto, con strumenti sì, di prevenzione e repressione, ma accompagnati da una forte presa di coscienza dalla società civile. E allora la scuola, le Università, l’istruzione in generale in questo senso devono costituire la piattaforma granitica su cui deve essere costruito un mondo privo di disuguaglianze e rispettoso dei diritti della dignità umana e sociale.

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Note

[1] EUROPEA, COMMISSIONE. “Proposta di Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo al Fondo di coesione e che abroga il regolamento (CE) n. 1084/2006, SEC (2011) 1138, SEC (2011) 1139, COM (2011) 612 def., in http://ec. europa. eu.” (2011).

[2] Digesto di casi di criminalità organizzata, raccolta commentata di casi e lezioni apprese, Realizzato in collaborazione con il Governo colombiano, il Governo italiano, INTERPOL, UNODC, United Nations Office on Drugs and Crime, pag. 109

[3[ https://ec.europa.eu/anti-fraud/investigations/digital-forensics_en

[4] http://www.evidenceproject.eu/

[5]https://www.gnewsonline.it/presto-regole-comuni-su-crimini-dodio-e-prove-elettroniche-transfrontaliere/

 

 

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