Le mansioni superiori del lavoratore

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È opportuno anticipare che il datore di lavoro al momento dell’assunzione ha l’obbligo di adibire lo stesso alle mansioni per le quali è stato assunto, portandolo a conoscenza del suo inquadramento ossia del livello e della qualifica.

Modifica delle mansioni assegnate al dipendente

Nel momento in cui il lavoratore, a seguito di assunzione vengono assegnate delle mansioni superiore, ossia quelle che “mutano” verso l’alto, assegnandogli una qualifica superiore rispetto a quella pattuita al momento della stipula del contratto di assunzione, e le stesse divengono definitive, il lavoratore ha diritto a una promozione che lo porti ad appartenere a un diverso quadro di riferimento con conseguente aumento salariale.

Qualora ciò non avvenga, il dipendente può adire le vie legali per ottenere il riconoscimento delle qualifiche superiori.

 

Le mansioni superiori nel pubblico e privato impiego

È opportuno specificare però che le conseguenze inerenti alle mansioni superiori muta se si tratta di pubblico o privato impiego.

Nel primo caso infatti, quello di pubblico impiego, come stabilisce l’articolo 97, IV comma, le mansioni superiori non fanno sorgere in capo al dipendente il diritto alla definitiva acquisizione della diversa qualifica. Ciò vuol dire che l’esercizio di mansioni superiore del pubblico impiegato non ha come naturale conseguenza il diritto alla promozione automatica.

Nel settore privato, invece, l’assegnazione di mansioni superiori avviene quando vi è necessità di sostituire un lavoratore assente oppure in caso di particolari necessità organizzative che ricoprono un periodo di tempo limitato: in entrambi i casi, il dipendente riceverà il trattamento economico corrispondente al livello delle mansioni da lui svolte. Qualora però questo continui a svolgere le mansioni superiori, potrà richiedere di ottenere la promozione, cioè il definitivo riconoscimento della qualifica superiore.

Il caso: sentenza n. 25673 dell’11 ottobre 2019 della Suprema Corte

Nel caso di specie, i giudici della Suprema Corte si sono espressi in merito a un risarcimento del danno subito per mancato riconoscimento di inquadramento superiore. In particolare, i giudici della Corte d’Appello di Brescia, confermando la decisione di primo grado, avevano condannato il datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive conseguenti al riconoscimento di superiore inquadramento.

Sul punto, i giudici di merito avevano evidenziato che, seppur la lavoratrice non si era occupata del “coordinamento degli operatori”, e cioè della predisposizione dei turni di lavoro degli autisti, aveva comunque svolto plurime attività di controllo. Attività, queste, che non si limitavano alla verifica dei titoli di viaggio, ma si allargavano anche al “controllo sulla regolarità dell’esercizio”: requisito essenziale per il riconoscimento del superiore parametro rivendicato.

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