La sentenza della corte suprema americana sull’aborto: una riflessione

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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In questi giorni non si parla d’altro nel web, su social, blog e forum, se non della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha sovvertito il precedente Roe vs Wade del 1973 ed ha sostanzialmente reso illegale l’aborto nella Federazione Americana.

Ma che cosa è successo, veramente negli USA? Come è possibile che una sentenza, per quanto emanata dalla corte di maggiore istanza del Paese, abbia tutto questo potere? E adesso che cosa succederà nei vari Stati?

     Indice

  1. Il sistema giudiziario americano e il ruolo del precedente
  2. Il caso Roe vs Wade
  3. Il lato conservatore dell’America

1. Il sistema giudiziario americano e il ruolo del precedente

La Corte Suprema costituisce il massimo grado giudiziario degli Stati Uniti, ovvero di tutti i 50 Stati che costituiscono la Federazione degli Stati Uniti d’America.

È composta da nove giudici, che vengono nominati dal Presidente con il consenso del Senato.

Ad oggi, la Corte è composta per i due terzi da Giudici nominati da Presidenti Repubblicano (dunque il Partito più conservatore degli USA), in quanto sei dei nove giudici sono stati nominati dal Presidente Trump e dai due Bush, padre e figlio.

Il mandato di un Giudice nominato alla Corte Suprema è potenzialmente vitalizio, in quanto la Costituzione prevede che duri per tutta la durata della “buona condotta” del Giudice, ossia a meno di procedimento di impeachment.

Dinanzi alla Corte Suprema, proprio come dinnanzi alla nostrana Corte di Cassazione, arrivano le cause in terzo grado di giudizio da parte di tutti i 50 Stati, cioè le cause che dibattono su diritti federali, trasversali a tutti gli Stati, e la caratteristica delle sentenze emesse da questo organo è che esse costituiscono un precedente vincolante, diversamente da quanto accade nel nostro Paese: nel sistema giuridico della common law, che si basa essenzialmente su fonti non scritte, ma di formazione giurisprudenziale, le sentenze della Supreme Court dettano legge e le corti inferiori non possono decidere in difformità rispetto a quanto da essa statuito. Inoltre, stavolta come la nostra Corte Costituzionale, la Corte Suprema decide sulla costituzionalità di alcune leggi federali.

Solo la Corte stessa può, con sentenza successiva, mutare un precedente già adottato e di conseguenza mutare gli assetti legislativi dei singoli Stati americani.

2. Il caso Roe vs Wade

Il precedente Roe contro Wade fu un caso giudiziario molto importante che venne dibattuto dinanzi alla Corte nel 1972 ed andato a sentenza nel gennaio del 1973, con una pronuncia che fece storia: con il voto favorevole di sette giudici su nove, la Corte riconobbe la sussistenza di un diritto federale (dunque applicabile a tutti gli Stati) alle donne di interrompere volontariamente la gravidanza, anche in assenza di problemi di salute della donna, del feto e di ogni altra circostanza che non fosse la libera scelta della donna.

I Giudici fondarono la propria decisione sul quattordicesimo emendamento della Costituzione, secondo cui sussiste un diritto alla privacy inteso come diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima dell’individuo e stabilirono due principi cardine: la possibilità di abortire senza alcuna limitazione fino al momento in cui il feto non sia in grado di sopravvivere in maniera autonoma al di fuori dell’utero materno e la possibilità di abortire anche al di là di questi limiti qualora sussista un pericolo di vita per la donna.

Prima di questa storia sentenza l’aborto era illegale, negli Stati Uniti, in 30 Stati; in 13 era legale in caso di pericolo per la donna, stupro, incesto o malformazioni fetali; in 3 solo in caso di stupro e di pericolo per la donna, mentre in soli 4 Stati l’unico requisito richiesto era la libera volontà della donna.

Il caso Dobbs contro Organizzazione per la Salute delle Donne di Jackson.

Il 24 giugno scorso, con 5 volti favorevoli e quattro contrari, la Corte ha sovvertito il proprio stesso precedente, stabilendo che il diritto all’aborto non è protetto dalla Costituzione degli Stati Uniti, e di conseguenza non si tratta più di un diritto federale.

Pertanto, ogni Stato d’ora in poi è e sarò libero di legiferare in materia come ritiene opportuno e corretto.

Il caso discusso ha riguardato la costituzionalità di una legge dello Stato del Mississippi del 2018 che metteva al bando l’aborto dopo la 15ª settimana di gravidanza nella gran parte dei casi; le Corti federali di grado inferiore avevano sospeso l’entrata in vigore della legge, considerandola incostituzionale (proprio sulla base del precedente Roe vs Wade) e provocando il ricorso alla Corte Suprema.

Gli effetti di questa storica sentenza non hanno tardato a farsi sentire: in Utah, South Dakota, Kentucky, Louisiana, Oklahoma, Missouri, Arkansas e Texas l’aborto è già stato dichiarato illegale, ma l’elenco è destinato a crescere ed in altri Stati, ad esempio Alabama, West Virginia, Wisconsin e Arizona, sono state chiuse le cliniche per l’interruzione volontaria della gravidanza.

Di contro, molte grandi aziende americane si sono dette pronte a coprire le spese di viaggio necessarie alle loro dipendenti per andare ad abortire se il diritto è loro negato nello Stato di residenza: tra i nomi più in vista, Disney, Apple, Alphabet, JPMorgan Chase, Tesla, Meta e Bank of America, Yelp, Netflix, Levi Strauss e Microsoft.

C’è da chiedersi, tuttavia, quanto durerà questa rete di solidarietà, dal momento che alcuni governatori repubblicani hanno minacciato di annullare i contratti con le società che offrono sostegno all’aborto.

3. Il lato conservatore dell’America

La sentenza Dobbs vs Jackson Women’s Health Organization ha scatenato un’ondata di indignazione in tutto il mondo, con cortei, manifestazioni e proteste nelle maggiori città americane e dinnanzi alla sede della Supreme Court a Washington.

Si tratta indubbiamente di un clamoroso passo indietro nel garantire i diritti civili ed il principio di autodeterminazione del singolo ed oggi non possiamo fare altro che stupirci che questa retrocessione arrivi da uno Stato che nel nostro immaginario è sempre stato un baluardo di progresso, civiltà e democrazia.

Ma è veramente così? L’immagine che noi abbiamo degli Stati Uniti d’America è quella della cosmopolita New York, di Los Angeles e della California, dell’elegante Boston e di Washington con i suoi intrighi di palazzo: è, in pratica, l’immagine che vediamo nei film di Hollywood.

Ma che cosa sappiamo delle cittadine e dei paesini del Nebraska, del South Carolina, del North Dakota? Che cosa sappiamo della provincia americana remota, lontana da tutto, dove ancora la maggioranza delle persone vota, appunto repubblicano, dove Trump ha stravinto le elezioni, dove le leggi razziali sono state abolite da 60 anni scarsi (nel Mississippi le leggi Jim Crow che discriminavano i neri sono state abolite definitivamente solo nel 1964)? Che cosa conosciamo dei movimenti per la supremazia della razza bianca, e dell’America agli Americani?

Noi vediamo ancora gli Americani come i nostri salvatori a Omaha Beach, portatori sani di un’idea di democrazia e di uguaglianza, dello slogan “Yes, we can” e del sogno americano per cui chi lotta con tutte le sue forze e ci crede veramente può realizzare qualsiasi cosa, anche se partito da casa con una valigia di cartone e due penny nelle tasche bucate.

Eppure l’America, quella vera, è quello Stato federale in cui, su 50 Stati, 28 sono governati dai Repubblicani e i Repubblicani sono stati eletti dal popolo. Gli stessi Repubblicani che, all’indomani di una sentenza che ci fa ripiombare dritti nell’oscurantismo, si sono precipitati a cancellare il diritto sacrosanto di ogni donna a decidere in maniera autonoma del proprio corpo. E che, per quanto il pensiero ci disturbi, non sono altro che l’espressione del popolo che li ha regolarmente eletti al Governo del proprio Paese, che, forse, alla fine, non era poi così progressista come finora lo avevamo immaginato.


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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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