La mediazione familiare in Italia. Il delicato ruolo del mediatore familiare

La mediazione familiare in Italia. Il delicato ruolo del mediatore familiare

di Lucia Di Palermo

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Per Mediazione Familiare si intende un processo collaborativo di risoluzione del conflitto, in cui le coppie il cui rapporto sta finendo o è finito, sono assistite da un soggetto terzo imparziale (Mediatore) per comunicare l’una con l’altra e trovare una risoluzione accettabile per entrambi, relativa ai problemi di riorganizzazione dopo la separazione; il mediatore agendo da facilitatore della comunicazione tra le parti le aiuta a raggiungere un obbiettivo concreto che è la riorganizzazione delle relazioni a seguito della separazione o del divorzio.   

 Da questo punto di vista (che è l’unico possibile) nella relazione di mediazione è la coppia la protagonista assoluta, poiché ha e deve avere come unico obbiettivo la riorganizzazione della propria famiglia.

La differenza principale è tra l’obbiettivo della negoziazione e l’obbiettivo della mediazione, come bene fa notare la Dottoressa Isabella Buzzi  (nel suo testo Introduzione alla mediazione familiare Pag 394), al momento della negoziazione “per la maggior parte delle coppie, trattare con l’ex coniuge/partner, significa concludere l’accordo migliore per se stessi e per ottenerlo bisogna partire chiedendo di più di quanto si ha intenzione di ottenere, oppure offrendo meno di quanto si è intenzionati a dare e sperare che l’altro si adegui”.

Nella mediazione invece “ una delle responsabilità prioritarie è quella di assicurare che le parti in lite raggiungano un accordo in modo tale da proteggere il loro rapporto futuro. Questo è particolarmente importante nella separazione coniugale, situazione in cui la coppia ha un rapporto in continua evoluzione come genitori.” (pag 395).

Si passa quindi da una relazione in cui ci sarà chi vince e chi perde ad una situazione di trasformazione della relazione in virtù di un risultato non solo presente ma anche futuro.

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Chi è il Mediatore ?

Quando si pensa al mediatore non si capisce bene se sia un professionista e se lo è come classificarlo.

Non è un avvocato, non è uno psicologo, non è un giudice, ma definirlo spesso diventa difficile.

Se si valuta un mediatore dal punto di vista solo del risultato e per chi non conosce la mediazione, questo sarà più bravo o meno bravo a seconda se saprà o meno chiudere un accordo.

Se visto in maniera asettica e scientifica come dice Lisa Parkinson il mediatore deve avere le seguenti caratteristiche:

1)            Padronanza intellettuale della mediazione, intesa come processo razionale costituito da una serie di livelli, in cui si raccolgono i fatti, si chiariscono le differenze, si identificano le opzioni disponibili e si elaborano proposte per la composizione

2)            Competenza in campo legale e finanziario su tasse, pensioni, ed assistenza previdenziale, conoscenza sull’esperienza del divorzio del suo impatto su adulti e bambini e dello sviluppo nell’età adulta e nell’infanzia, nonché delle dinamiche familiari e dei servizi sociali d’appoggio disponibili

3)            Abilità di calcolo e capacità di analizzare i dati finanziari

4)            Conoscenza ed esperienza di accordi relativi al divorzio raggiunti tramite negoziato

5)            Tecniche di negoziato e contrattazione che comportano logica e razionalità

Quindi  in questo caso si osserva il processo che da luogo alla mediazione , e questo processo andrebbe bene se il mediatore familiare fosse solo ed esclusivamente un negoziatore il cui risultato è rappresentato solo dal raggiungimento dell’accordo.

Ma così non è!

Poichè quando un mediatore osserva un altro mediatore ciò che valuterà sarà:

1)            Il grado di empatia e la capacità di ascolto attivo che immette all’interno del processo di mediazione

2)            Quanto è in grado di amalgamare la propria emotività con gli studi che ha fatto

3)            Quanto è in grado di accogliere i bisogni dell’altro, soprattutto in situazioni di crisi dove la confusione regna sovrana

4)            Quanto è in grado di adattare il proprio stile a quello richiesto da ogni singola coppia che si presenta in mediazione

5)            Quanto riesce ad accogliere gli interessi della coppia nel suo insieme, e soprattutto quelli dei figli

6)            Quanto riesce a rimanere equiprossimo con entrambi i componenti della coppia

7)            Quanto riesce a rimanere fuori dal giudizio e ad accompagnare i genitori non più coppia verso un futuro sicuramente diverso dal passato , ma analizzando il presente sicuramente più sereno.

Da quanto sopra noterà inoltre la differenza tra ciò che un mediatore fa o è rispetto alle altre professioni (psicologo, avvocato,  ecc).

E’ vero che quando si è all’interno del conflitto spesso si sa bene cosa non si vuole,  accade che in mediazione si arrivi cercando di tutelare un interesse che spesso si sente leso e si abbandoni la percezione di capire cosa in effetti sia il proprio bisogno. Ogni mediatore conosce benissimo la differenza tra pretesa, interesse, bisogno e aiuta tutte le parti in causa a riconoscerli e ad affermarli all’interno del conflitto. Ogni mediatore sa che un conflitto se vissuto bene può essere un’opportunità di crescita all’interno della relazione per tutte le parti in causa.  Difficile tutto questo? Certo che si , se non si è dei professionisti. Come lo si diventa? Attraverso corsi ben fatti, attraverso lunghissime e numerosissime ore di tirocinio e supervisione, attraverso percorsi di consapevolezza ( perché come diceva qualcuno che si è occupato di psicoanalisi: “non puoi portare nessuno in un mondo dove non sei mai stato”), attraverso la congruenza che impari mettendoti in gioco. Non è un percorso semplice ma soprattutto non è un percorso assimilabile ad altre professioni.

Che cosa non fa il Mediatore Familiare?

Il mediatore familiare: – non parteggia per nessuno perchè è un soggetto terzo che ha una posizione imparziale rispetto agli interessi in gioco; – non rivela a nessuno ciò che viene a sapere nel corso della mediazione perchè è tenuto al segreto professionale (quindi non può nemmeno rendere testimonianza su tali circostanze); – non giudica l’operato delle parti perché il suo compito è accogliere e consigliare, non esprimere valutazioni; – non si occupa del passato (che non può essere più modificato) ma lavora sul presente e sul futuro (che sono ancora da costruire); – non impone soluzioni pre-confezionate perché il suo obiettivo è ascoltare le parti ed aiutarle a trovare una soluzione personalizzata, giusta per le loro specifiche esigenze; – non tenta di riconciliare né di separare i coniugi ma li stimola a capire ciò che realmente vogliono per se stessi e per la loro famiglia ; – non fa’ terapia di coppia ma aiuta le parti a riorganizzare le loro relazioni.

Definire il mediatore per chi non conosce la mediazione diventa quindi difficile, il ricambio culturale è in atto e spetta a noi mediatori permettere a chi non ci conosce mostrare la nuova professione, la nostra professione.

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