Il valore del tempo

Il valore del tempo

Sabetta Sergio

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Colpa, illiceità, reato

Noi siamo simultaneamente spettatori e partecipanti, che cambiano in modi sottili e lavorano costantemente su un paesaggio ereditato”

( Barbour, La fine del tempo, 340)

 

Se noi configuriamo la freccia del tempo come un succedersi di atti registrati nella storia, quale scorrere delle possibili configurazioni iniziali, assegniamo ad ognuno una serie di probabilità si ché i diversi Adesso sommati fra loro vadano a configurare certe situazioni (Barbour).

Il tempo è pertanto un succedersi di Adesso (momenti) il cui valore aumenta al ridursi delle possibilità, la disponibilità dello stesso in termini di infiniti atti ne riduce il valore e solo nella coscienza della perdita delle probabilità riacquista valore al Sé.

In questo flusso informe in cui avvengono gli accadimenti vi è una freccia bidirezionale della memoria del tempo, nella quale avviene l’accavallarsi dei vari Io nella spazialità della coscienza (Proust ), il mondo circostante acquista valenze diverse secondo unità intenzionali che lo strutturano in un rapporto coscienza/”cosa” la quale diventa “merce” e quindi “oggetto utile” in vista della soddisfazione dei suoi bisogni (Husserl).

D’altronde le “cose” hanno per sé stesse una pluralità di sensi che incorporano relazioni sociali e naturali, per tale via acquistano a loro volta un valore simbolico non riducibile al semplice valore d’uso ( Heidegger), si da estendere il senso del bisogno umano.

Il tempo in questo flusso e riflesso sembra non avere valore fino alla coscienza del suo mancare, in quel preciso momento nella presa d’atto della scarsità diventa un “bene utile”, necessario e fondamentale per soddisfare un bisogno. Anche ad esso deve, pertanto, applicarsi, come a qualsiasi bene, la teoria dell’utilità quale riduzione delle possibilità a venire, secondo la scuola marginalista vi è una legge del decrescere dell’utilità marginale del bene all’aumentare della sua disponibilità e questo vale anche nella freccia del succedersi dei possibili accadimenti nel tempo, utilità ordinali non misurabili in termini cardinali.

Il valore assoluto del tempo creato dalla coscienza umana è massimo al venir meno delle possibilità ad esso collegate, ma in questa forcella tra il tutto e il niente l’uomo ha posto limiti o scadenze artificiali che ne hanno dato valore; ha frazionato l’accadimento delle possibilità con il frantumare specializzando il lavoro nella produzione e per tale via ha creato la premessa della moneta.

Questo processo è avvenuto in qualsiasi ambito dell’agire, nei vari mondi di appartenenza in cui entra ed esce l’uomo (Berger) permettendo di mantenere le zone grigie di transizione.

Quale funzione propria può avere il tempo nel mondo giuridico?

Esso è una delle due coordinate che determinano il “senso” dell’azione, ciò che dà valore alla disposizione giuridica contestualizzata nello spazio; in questo assume la funzione di momento del collassamento della possibilità giuridica stessa.

Diverso è quindi il rapporto tra il tempo e colpa, illiceità e reato, considerando la colpa non quale violazione involontaria in alternativa al dolo bensì metafisicamente in rapporto alla coscienza del Sé.

Jaspers considera la colpa una situazione alla quale l’uomo non può sfuggire, situazione-limite che riduce la valenza del tempo in quanto nell’animo e, pertanto, insita con l’esistere, quindi il tempo in essa non può acquisire valore economico, tanto che Heidegger la definisce come una determinazione essenziale dell’essere uomo in quanto tale, qualcosa che si rifà, ma va anche oltre, alla semplice necessità evoluzionista.

Se la colpa è nell’uomo, non altrettanto può dirsi per la liceità che avendo una proiezione sociale della morale, acquista, come nell’ipotesi di reato, una valenza economica nel tempo e quindi il tempo ne diventa una delle coordinate sul variare delle possibilità stesse.

Vi è tuttavia, una zona grigia tra colpa e liceità, nella quale l’eventuale lento variare della colpa nella coscienza in un tempo indefinito subisce la pressione dell’evolversi nel tempo definito del concetto di liceità, forgiata dalle necessità sociali e dagli interessi talvolta confliggenti delle leadership; in questo riplasmarsi continuo del confine tra lecito e illecito vi sono perdite ed utili individuali e di gruppo, ma anche rigenerazioni organizzative nate dalla conflittualità in cui l’effetto è di ridefinire gli aspetti negoziali del gruppo prendendo nuove posizioni, tuttavia la stessa conflittualità estrema può portare all’accettazione di leadership autocratiche (Pilati-Tosi).

Per questa via massimo è il valore del tempo nel reato, una delle variabili nella sua valutazione, nell’equazione dei costi e degli utili, nella partita doppia che il reato comporta e i riflessi indiretti quale ritorno per assuefazione che esso possiede sui contorni del lecito.

Bibliografia

  • J. Barbour, La fine del tempo, Einaudi 2005;

  • N. Acocella, Elementi di politica economica, Carocci ed. 2001;

  • L. Compiglio, Mercato, prezzi e politica economica, Il Mulino 1999;

  • M. Heidegger, saggi e discorsi, Mursia 1976;

  • E. Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Einaudi 1965;

  • P. Berger, Le piramidi del sacrificio. Etica,politica e trasformazione sociale, Einaudi 1981;

  • M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori 1991;

  • H. L. Tosi- M. Pilati, Comportamento organizzativo- Conflitti, Egea 2008.

 

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