Il reato di abbandono di animali

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia
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L’abbandono degli animali è l’intenzionale allontanamento di un animale domestico o d’affezione del quale si sia responsabili.

L’animale viene di solito liberato in luoghi dai quali si prevede non si possa riavvicinare all’abitazione nella quale era tenuto.

L’abbandono, quando non è fonte di incidenti stradali, può portare al randagismo e alla conversione dell’animale alla vita selvatica.

La pratica è ritenuta riprovevole e pericolosa da quote rilevanti di popolazione, in particolare da associazioni e movimenti animalisti, e negli ultimi anni si sono allestite strutture pubbliche (in genere locali) con compiti di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno, le proporzioni del quale sono stimate di stringente rilievo.

L’abbandono non è relativo esclusivamente ai cani e ai gatti, ma di recente ha colpito anche specie cosiddette esotiche (specie alloctone naturalizzate), la quale detenzione era stata sottoposta a regolamentazione severa che comprende il divieto di detenzione di alcune specie e l’obbligo di denuncia di altre consentite.

Anche al di là dei picchi di abbandono registrati subito dopo la regolamentazione, però, le specie esotiche sono anch’esse interessate dal fenomeno.

Molti rettili sono abbandonati in giardini e parchi pubblici, o nei corsi d’acqua, e questo può causare conseguenze negative alla fauna selvatica locale.

In Italia l’abbandono è vietato i sensi dell’articolo 727 del codice penale, che al comma 1 recita:

Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.

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La ratio legis per questa norma è stata rinvenuta da parte della dottrina nella tutela del sentimento umano, che è offeso dal maltrattamento o abbandono degli animali, e dal Consiglio di Stato nella diretta tutela, “adeguata all’evoluzione dei costumi e delle istanze sociali”, degli animali “da forme di maltrattamento, abbandono ed uccisioni gratuite in quanto esseri viventi capaci di reagire agli stimoli del dolore”.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’animale sancisce all’articolo 6 che “l’abbandono di un animale è un atto crudele e degradante”.

Secondo il Ministero della Salute italiano “chi abbandona un cane, non commette esclusivamente un illecito penale (Legge 20 luglio 2004, n. 189), masi  potrebbe rendere responsabile di omicidio colposo”, quando gli animali abbandonati provocassero incidenti stradali mortali.

Lo stesso dicastero, a proposito delle ragioni dell’abbandono, esorta a una più accorta gestione della fertilità dei propri animali d’affezione, vale a dire a «compiere un’attenta gestione della vita riproduttiva del proprio animale, per non incrementare il numero degli abbandoni determinati da cucciolate indesiderate e di difficile collocazione”.

Contro l’abbandono degli animali sono periodicamente realizzate campagne informative e di sensibilizzazione pubbliche o di associazioni e movimenti.

In quali situazioni scatta il reato

La Suprema Corte di Cassazione ha condannato la proprietaria di alcuni gatti perché, partendo per le ferie, li aveva lasciati a una persona incapace di accudirli (Cass., sent. n. 32157 del 16 novembre 2020).

Secondo i Supremi Giudici, la signora li avrebbe dovuti affidare a una struttura adeguata e non ai figli minorenni che, disinteressandosi completamente degli animali, avevano fatto in modo che gli stessi versassero in condizioni di scarsa nutrizione e igiene (lettiera satura di feci e urina, pavimento sporco, acqua stagnante nella ciotola).

Secondo la Suprema Corte, le gravi sofferenze che integrano il reato di abbandono di animali non devono essere intese come condizioni che possano determinare un processo patologico, ma anche semplici patimenti.

Rilevano non esclusivamente quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà nei confronti degli animali per la loro crudeltà, ma anche quei comportamenti che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale e gli procurano dolore e afflizione.

Il reato di abbandono di animali è stato ritenuto integrato anche in situazioni come la privazione di cibo, acqua e luce o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione.

La grave sofferenza dell’animale deve essere dedotta dai modi nei quali viene custodito, che non devono conciliare con la condizione dell’animale in situazione di benessere.

La detenzione in simili condizioni dei gatti domestici, costretti in un luogo piccolo e malsano per molto tempo e senza adeguate cure, si deve ritenere incompatibile con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze.

In passato, la Corte di Cassazione ha ritenuto colpevole il proprietario che, avendo smarrito in modo accidentale il suo cane, non si era preoccupato di denunciarne la scomparsa o di attivarsi in modo autonomo nella ricerca (Cass., sent. n. 18892 del 13 maggio 2011).

Un’altra sentenza ha stabilito che il mancato ritiro di un cane dal canile municipale nel quale era stato in precedenza affidato dal proprietario costituisce reato di abbandono di animali se sia prevedibile, a causa della notoria negligenza e inaffidabilità, che il canile proceda all’abbandono dello stesso nel caso di inadempimento del padrone (Cass., sent. n. 13338 del 10 aprile 2012).

La detenzione di animali in condizioni non adeguate

La detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze viene equiparato all’abbandono e punito con la stessa pena.

Chiunque tiene con sé un animale, costringendolo a vivere in modo on adatto alle sue esigenze, può incorrere nel reato di abbandono di animali.

Ad esempio, il cane costretto a vivere in uno spazio molto ristretto, come un piccolo balcone, oppure a un allevamento di bovini rinchiuso in un recinto molto piccolo.

Il reato di abbandono di animali si configura ogni volta che il proprietario o chi ne ha la custodia non rivolge loro le adeguate attenzioni, lasciandoli in balia di sé stessi, con grave rischio per la loro incolumità.

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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