Il manifesto di Pietrarsa 2022: minori tra privacy e tecnologia

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Da madre di un pre-adolescente e da avvocato che si occupa di diritto applicato alla tecnologia e di protezione dei dati, ho capito ormai da tempo che c’è una guerra che non sarò mai in grado di vincere: quella contro i social, la connessione, il web.

Il tema, è evidente, non riguarda solo me, ma svariati milioni di genitori che si trovano alle prese con figli minori i quali, a loro volta, si trovano alle prese con le lusinghe dell’altro mondo: quello magico, misterioso e affascinante che si cela dietro uno schermo connesso.

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    Indice

  1. Il manifesto
  2. La mancanza di consapevolezza
  3. Il problema della privacy
  4. Conclusioni

1. Il manifesto

Ed il tema, che sempre più centrale diventerà in futuro, è stato oggetto dell’iniziativa lanciata dal Garante della Privacy, State of Privacy ’22, che si è incentrato sull’incremento della trasparenza, comprensibilità e accessibilità delle informative sul trattamento dei dati personali, e sul rafforzamento della consapevolezza del valore personale e patrimoniale dei propri dati: il tutto attraverso iniziative e campagne rivolte soprattutto ai bambini.

Il risultato di questa attività è stato il Manifesto di Pietrarsa, un documento di indirizzo che attesta l’impegno volto in tre direzioni principali: trasparenza, consapevolezza, educazione.

Tra i primi aderenti al Manifesto, oltre al Garante stesso, la Polizia postale, la Guardia di Finanza, l’Università Roma Tre, Meta, Sky, Mediaset, Google e la Fondazione Telefono Azzurro.

In un sondaggio pubblicato da EU Kids nel 2020 e realizzato in 19 Paesi, è stato rilevato che in Italia il 23% dei bambini tra i 9 e gli 11 anni, e il 63% dei preadolescenti tra i 12 e i 14 anni visitano un social network su base quotidiana. La percentuale sale fino al 79% per i ragazzi tra i 15 e i 16 anni (fonte: Agenda Digitale).

Non serve specificare che la pandemia ha agito da acceleratore di questo processo: nell’impossibilità di vedersi di persona, di uscire, di conservare quel minimo di relazioni sociali necessarie per lo sviluppo sano e sereno di bambini e adolescenti, la connessione è stata una mano santa, che non solo ha permesso agli adulti di continuare a lavorare ed ai giovani di poter studiare, ma che ha anche accorciato le distanze, abbattuto le barriere. Favorito il mantenimento di relazioni.

Ma il troppo stroppia, come dicevano i nostri nonni, ed il fenomeno è decisamente sfuggito di mano: non più tardi di ieri sera ho assistito, sgomenta, a un video in cui una ragazzina che non poteva avere più di 10 anni, che in lungo video su YouTube presentava i suoi “trucchi” (Sic!) con relativo tutorial per il corretto utilizzo ed applicazione. Il fenomeno dei baby influencer ormai invade la rete ed i social come una piaga, ed altro che pandemia, e come se non bastasse, all’uso attivo e sempre più precoce dei social da parte di bambini che sono ben lungi dall’avere 14 anni (età minima per prestare legalmente il consenso digitale e dunque per “stare sui social” legalmente) ci sono le schiere di genitori che si sentono in dovere di condividere ogni istante della interessantissima vita dei propri pargoli, in una parodia di “tutto il calcio minuto per minuto”, che consegna a chicchessia particolari sulla vita dei propri figli utili per delineare un profilo di una accuratezza millimetrica.

2. La mancanza di consapevolezza

Il problema non è l’esibizionismo di genitori e figli, poiché da questo punto di vista ognuno è ben libero di agire come meglio ritiene: il problema è che manca totalmente la consapevolezza dei pericoli che si celano in rete. Un genitore responsabile non manda il proprio figlio da solo per strada, prende mille precauzioni per non perderlo nelle grandi città, controlla dalla finestra che attraversi la strada con cautela, ma non si rende conto, non per incuria, ma per mancanza di cultura, che la rete presenta uguali se non maggiori pericoli.

Partiamo dal pericolo più facilmente percepito, l’adescamento di minori in rete: adulti che si fingono coetanei della vittima, utilizzando account, nome e fotografie false per ottenerne la fiducia e l’amicizia, per poi sfruttarla per ricevere contenuti sessualmente espliciti che vengono successivamente condivisi su gruppi appositamente creati, nel dark web o per uso personale. O peggio ancora, per ottenere un incontro nella vita reale, che può finire in maniera davvero pericolosa.

Ma questo non è che un aspetto del problema. C’è poi l’universo dei contenuti inappropriati, che vengono veicolati senza filtri a bambini anche molto piccoli e che possono ingenerare pericolosi tentativi di emulazione: abbiamo già parlato in questo articolo dello scalpore che fece la vicenda di Squid Game, la serie di Netflix che proponeva i classici giochi senza frontiere dei bambini, ma in chiave violenta ed assassina, e conosciamo purtroppo i tristi episodi di cronaca che sono sfociati in morti assurde di ragazzini in età giovanissima a seguito di assurde “challenge” social. O ancora il fenomeno dei “selfie estremi” che tra il 2008 ed il 2021 ha causato oltre 400 vittime.

Ma non è solo un problema di sicurezza fisica.

Aumento nelle difficoltà di attenzione, tendenza alla depressione ed ai disturbi dell’alimentazione per raggiungere modelli di perfezione falsamente trasmessi dai social, isolamento e episodi di violenza sono altri effetti che sono stati collegati all’abuso dell’utilizzo della rete nell’età evolutiva.

Attenzione, si parla di abuso, non di uso. Internet e la tecnologia non hanno, di per sé una connotazione buona o cattiva: dipende da noi e da quanto siamo in grado di prevenirne gli effetti nocivi e contrastarli ed è chiaro che più gli utenti sono giovani e inesperti, più questo processo è difficile.

3. Il problema della privacy

La protezione dei dati personali deve diventare parte integrante e primaria della tutela dei minori, e siamo noi adulti, genitori, insegnanti, educatori, che dobbiamo occuparcene. Proteggere la riservatezza dei nostri figli vuol dire proteggerli dai rischi che abbiamo enumerato in precedenza e fornire loro strumenti per una educazione e consapevolezza digitali che non possono mancare nel bagaglio culturale di un qualsiasi giovane nel nuovo millennio.

In questa direzione vanno il Garante ed il Manifesto di Pietrarsa, che si pone nel lungo filone di interventi di sensibilizzazione sui temi del revenge porn, del cyberbullismo, della violenza in rete e in generale delle azioni a tutela dei minori volti a incentivare iniziative formative specifiche (utilizzo consapevole degli smart toys, campagna informativa con Telefono Azzurro in tema di accesso dei minori ai social network e, consigli per “grandi” e “piccoli” in tema di nuove tecnologie).

4. Conclusioni

Non mi stancherò mai di ripetere, e pare che il Garante sia d’accordo con me, a giudicare dal Manifesto di Pietrarsa, che diventano essenziali la formazione, l’educazione digitale, e la consapevolezza: nei bambini, perché sono piccoli e non possono averle, nei ragazzi, perché saranno anche nativi digitali, ma troppo spesso l’unica cosa digitale che sanno fare è spolliciare su un touch screen, e in noi adulti, che non siamo cresciuti a suon di social e connessione sempre e ovunque, ma di un, due, tre, stella! (altro che Squid Game) e spesso siamo i primi a non renderci conto di quello che c’è dietro uno schermo

La soluzione non è proibire ai giovani la rete: è la guerra che non potremo mai vincere di cui parlavo in apertura. Il mondo va in quella direzione e sarebbe inutile, anacronistico, quando non apertamente dannoso, volersi opporre.

Dunque non demonizzare la tecnologia, ma usarla e imparare insieme, adulti e ragazzi, senza parcheggiare gli studenti davanti ad uno schermo manco fosse un insegnante di sostegno, ma guardando quello stesso schermo con loro, spiegando, formando, educando.

In questo modo, forse toglieremo alla rete gran parte della sua magia, perché si sa che vale sempre la regola d’oro: non esiste niente di più affascinante di qualcosa che ci venga proibito e l’unico modo di liberarci di una tentazione rimane sempre abbandonarsi ad essa.

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