Il lavoro sommerso

Il lavoro sommerso

Cannizzo Carlotta

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Sommario: 1.Il lavoro sommerso dal 1992 al 2003 – 2. . I motivi del lavoro sommerso – 3. –Lavoro “nero” e lavoro “grigio” nei lavori tipici e atipici – 4. Lavoro irregolare e immigrazione
 
 
1.      Il lavoro sommerso dal 1992 al 2003
 
Il dibattito sul lavoro sommerso ha origini negli anni ’70, quando il nostro Paese viene coinvolto in processi di ristrutturazione industriale che, accanto alla profonda riorganizzazione del tessuto produttivo e della struttura del mercato del lavoro, producono la crescita delle dimensioni della cosiddetta economia informale.
Le cause dello sviluppo del sommerso vengono individuate nella fase di recessione dell’economia italiana che, comportando la fuoriuscita dal mercato ufficiale delle forze di lavoro, ha favorito l’insorgere di occupazioni “alternative”, nonché nell’esigenza delle imprese di rendere meno rigida la struttura occupazionale attraverso soluzioni più flessibili sottratte alla rilevazione statistica.
Ed ancora, nel maggiore potere contrattuale del sindacato che, grazie all’affermarsi di regole più garantiste per i lavoratori, ha richiesto, con forza, la riduzione degli orari, l’abolizione del cottimo e il ridimensionamento dei ritmi di lavoro.
Negli anni ’80 – con l’alta inflazione, l’aumento del debito pubblico e la crescita occupazionale prodotta dall’espansione del settore terziario – il fenomeno dell’economia sommersa rimane in ombra, svolgendo il ruolo di ammortizzatore di costo e di produttore di flessibilità.
Agli inizi degli anni ’90, contestualmente al processo di convergenza con i parametri di Maastricht, il sommerso acquista vitalità nel dibattito politico ed economico.
L’Istat ha cercato di effettuare una ricostruzione delle unità di lavoro regolari e non regolari dal 1992 al 2003, con riferimento al lavoro dipendente e indipendente, facendo riferimento a trenta settori di attività economica.
Il concetto di lavoro regolare e non regolare è strettamente connesso a quello di attività produttive osservabili e non osservabili comprese nei confini della produzione del sistema di contabilità nazionale.
Sono definite regolarile prestazioni lavorative registrate e osservabili sia dalle istituzioni fiscali-contributive, che da quelle statistiche e amministrative. Di contro, sono considerati non regolarile prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale-contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative.
Rientrano in tale categoria le prestazioni lavorative: 1) continuative, svolte non rispettando la normativa vigente; 2) occasionali, svolte da persone che si dichiarano non attive in quanto studenti, casalinghe o pensionati; 3) svolte dagli stranieri non residenti e non regolari; 4) plurime, cioè le attività aggiuntive rispetto alla principale, non dichiarate alle istituzioni fiscali.
Nel 2003 è stato rilevato che sono occupate nel complesso dell’economia italiana circa 24 milioni e 239 mila unità di lavoro, di cui 3 milioni e 238 mila risultano non regolari (Tabella 1.1). Si evidenzia che le unità di lavoro(ULA), calcolate attraverso la trasformazione ad unità a tempo pieno delle posizioni lavorative ricoperte da ciascuna persona occupata nel periodo di riferimento, rappresentano una misura di quanto il fattore lavoro, in un determinato periodo, contribuisce alla produzione del paese.
 
Tabella 1.1: Unità di lavoro regolari e non regolari. Anni 1992-2003
 
                                                                     DIPENDENTI
 
Anni
 
 
Regolari
 
Non
regolari
 
Totale
 
Tasso di
regolarità
 
Tasso di
irregolarità
 
1992
13.584,8
2.577,2
16.162,0
84,1
15,9
1993
13.226,6
2.576,1
15.802,7
83,8
16,2
1994
13.059,1
2.602,8
15.661,9
83,4
16,6
1995
12.927,0
2.694,0
15.621,0
82,8
17,2
1996
12.936,8
2.717,7
15.654,5
82,6
17,4
1997
12.994,1
2.782,1
15.776,2
82,4
17,6
1998
13.054,7
2.884,2
15.938,9
81,9
18,1
1999
13.221,8
2.883,4
16.105,2
82,1
17,9
2000
13.462,8
2.949,4
16.412,2
82,0
18,0
2001
13.741,4
3.018,4
16.759,8
82,0
18,0
2002
14.204,4
2.851,7
17.056,1
83,3
16,7
2003
14.478,8
2.664,5
17.143,3
84,5
15,5
 
 
                                                       INDIPENDENTI
Anni
Regolari
Non regolari
Totale
Tasso di regolarità
Tasso di irregolarità
1992
6.734,6
560,6
7.295,2
92,3
7,7
1993
6.380,4
566,7
6.947,1
91,8
8,2
1994
6.304,9
562,4
6.867,3
91,8
8,2
1995
6.338,6
568,7
6.907,3
91,8
8,2
1996
6.375,6
570,1
6.945,7
91,8
8,2
1997
6.338,6
576,7
6.915,3
91,7
8,3
1998
6.396,0
581,0
6.977,0
91,7
8,3
1999
6.380,5
563,2
6.943,7
91,9
8,1
2000
6.459,8
579,6
7.039,4
91,8
8,2
2001
6.493,5
583,4
7.076,9
91,8
8,2
2002
6.493,7
585,6
7.079,3
91,7
8,3
2003
6.521,9
573,3
7.095,2
91,9
8,1
                                                              TOTALE
 
Anni
 
 
Regolari
 
Non
regolari
 
Totale
 
Tasso di
regolarità
 
Tasso di
irregolarità
1992
20.319,4
3.137,8
23.457,2
86,6
13,4
1993
19.607,0
3.142,8
22.749,8
86,2
13,8
1994
19.364,0
3.165,2
22.529,2
86,0
14,0
1995
19.265,6
3.262,7
22.528,3
85,5
14,5
1996
19.312,4
3.287,8
22.600,2
85,5
14,5
1997
19.332,7
3.358,8
22.691,5
85,2
14,8
1998
19.450,7
3.465,2
22.915,9
84,9
15,1
1999
19.602,3
3.446,6
23.048,9
85,0
15,0
2000
19.922,6
3.529,0
23.451,6
85,0
15,0
2001
20.234,9
3.601,8
23.836,7
84,9
15,1
2002
20.698,0
3.437,3
24.135,3
85,8
14,2
2003
21.000,7
3.237,8
24.238,5
86,6
13,4
 
Fonte: Istat, La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali -Anno 2003-, Statistiche in breve, 22 settembre 2005
 
I dati evidenziano che nel 2003 lo sviluppo occupazionale, in termini di ULA, è intenso per effetto della crescita del lavoro regolare, che da circa 20 milioni e 698 mila unità di lavoro nel 2002 passa a 21 milioni di unità nel 2003 (circa 303 mila unità in più).
Tale crescita ha interessato prevalentemente l’occupazione dipendente regolare che raggiunge, nel 2003, circa 14 milioni e 479 mila unità (14 milioni e 204 mila unità nel 2002).
La tendenza alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro – in termini di orario, durata e attivazione di nuove forme di contratti – ha contribuito sensibilmente ad accrescere, nel periodo considerato, il livello dell’occupazione regolare.
Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza delle unità di lavoro non regolari sul totale delle unità di lavoro, si attesta nel 2003 intorno al 13,4% ritornando, quindi, sugli stessi livelli del 1992. In realtà, il tasso di irregolarità mostra contrazioni a partire dal 2002, per effetto della regolarizzazione dei lavoratori stranieri. Tale tasso di irregolarità delle unità di lavoro risulta in diminuzione tra i dipendenti e stabile tra gli indipendenti: tra il 1992 e il 2003 l’incidenza delle unità di lavoro non regolari dipendenti passa dal 15,9% al 15,5%, quella delle unità di lavoro non regolari indipendenti dal 7,7% all’8,1%.
È particolarmente interessante osservare come la quantità di lavoratori irregolari diminuisca sia in dipendenza delle diverse sanatorie attuate nel corso degli anni novanta e nel 2002, che, in minor misura, a seguito delle diverse iniziative svolte al fine di far emergere il lavoro irregolare (contratti di riallineamento, programmi di emersione, ecc…).
A livello settoriale(Tabella 1.2), gli ambiti coinvolti, in misura maggiore, dall’irregolarità del lavoro risultano essere quelli dell’agricoltura e delle costruzioni, dove il carattere frammentario e stagionale dell’attività produttiva ha consentito l’impiego di lavoratori stranieri non residenti e non regolarizzati che, ormai da lustri, sostituiscono la manodopera locale che tende a fuoriuscire dai suddetti settori.
Nel 2003, il tasso di irregolarità nel settore agricoloè pari al 32,9% contro il 25,5% del 1992.
L’industria in senso strettoè meno interessata dal lavoro irregolare: nel 2003 il tasso di irregolarità in tale settore è pari al 5,4%, valore assai prossimo a quello del 1992 (5,7%).
Nel settore delle costruzioni, di contro, l’incidenza percentuale delle unità di lavoro non regolari sul totale delle unità di lavoro risulta essere maggiore (12,5%), seppure in tendenziale riduzione rispetto sia al 1992 (14,2%), che al 1997 (16,2%).
Nel settore dei serviziil fenomeno è, invece, particolarmente diffuso: nel 2003 il 14,5% delle unità del settore risultano non regolari.
In particolare, nel comparto del commercio, degli alberghi, dei pubblici esercizi e dei trasporti, dove il 15,2% delle unità di lavoro risulta non registrato (15,6% nel 1992).
Con riferimento agli altri servizi, c’è da dire che il fenomeno dell’irregolarità sembra essere interessato da una crescita esponenziale: nel 2003 le unità di lavoro non regolari nel settore degli altri servizi rappresentano il 14% delle unità di lavoro complessive (13,7% nel 1992).
 
Tabella 1.2: Tasso di irregolarità delle unità di lavoro per settore di attività economica. Anni 1992-2003
                                                                                                  
TASSO DI IRREGOLARITA’
SETTORE DI ATTIVITA’
1992
1997
2003
Agricoltura
25,5
28,7
32,9
Industria:
7,7
7,9
7,1
industria in senso stretto
5,7
5,4
5,4
Costruzioni
14,2
16,2
12,5
Servizi:
14,5
16,6
14,5
commercio e riparazioni; trasporti
15,6
18,3
15,2
intermediazione monetaria e finanziaria, attività
imprenditoriali e immobiliari
13,9
14,4
14,1
altri servizi
13,7
15,8
14,0
Totale
13,4
14,8
13,4
Fonte: Istat, La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali -Anno 2003-,                   Statistiche in breve, 22 settembre 2005
 
A livello territorialeil lavoro non regolare si presenta notevolmente differenziato (Tabella 1.3): nel 2003 sono circa 594 mila le unità di lavoro non regolari nel Nord-Ovest, 492 mila nel Nord-Est, circa 618 mila al Centro e 1 milione e 535 mila nel Mezzogiorno.
La diversa intensità del fenomeno a livello territoriale emerge con maggiore chiarezza dall’analisi dei dati regionali sui tassi di irregolarità, calcolati come rapporto percentuale tra le unità di lavoro irregolari di una regione e il complesso delle unità di lavoro occupate nella stessa area territoriale.
Ed ancora, in tutto il territorio si registra una tendenza alla riduzione dell’irregolarità lavorativa dovuta, principalmente, all’emersione del lavoro, con la sanatoria del 2002, degli stranieri illegalmente presenti nel paese.
Nel 2003 il tasso di irregolarità è pari al 22,8% nel Mezzogiorno; in tutte le altre circoscrizioni, invece, raggiunge livelli inferiori alla media nazionale (13,4%): il tasso di irregolarità è pari a 12,3% nel Centro, al 9,3% nel Nord-Est e all’8.3% nel Nord-Ovest. La Calabria è la regione che presenta il tasso di irregolarità più elevato (31%), la Lombardia quella con il tasso più basso (7,3%).
A livello territoriale, i differenziali tra i tassi di irregolarità dipendono sia dalla diversa specializzazione produttiva di ciascuna area geografica, che da un maggiore o minore propensione delle singole regioni ad impiegare lavoratori non regolari.
Il Mezzogiorno, ad esempio, si caratterizza per tassi di irregolarità elevati nel settore agricolo, che ha il maggior peso in quest’area: nel 2003 circa il 41,1% delle unità di lavoro sono irregolari; inoltre, si registrano livelli di irregolarità superiori alla media nazionale (32,9%) in Calabria (50,8%), Sicilia (42,4%), Campania (42,6%) e Puglia (41,7%). Rispetto alle altre aree territoriali, il Mezzogiorno registra tassi di irregolarità relativamente elevati anche nel settore dell’industria in senso stretto (17,1% rispetto al 5,3% del Centro, al 2,2% del Nord-est e al 2% del Nord-ovest) e nell’attività edilizia (27% rispetto al 12,3% del Centro, al 3,9% del Nord-ovest e al 3,7% del Nordest); il settore delle costruzioni, in particolare, registra tassi di irregolarità superiori al 20% in tutte le regioni del Mezzogiorno con l’eccezione della Sardegna (15%). L’Emilia Romagna, invece, è la regione con il tasso di irregolarità più modesto nel settore (1,4%). Nell’ambito dei servizi i differenziali tra le ripartizioni si riducono, rivelando una debolezza del settore basata su una carente organizzazione del lavoro. Il fenomeno dell’irregolarità risulta, quindi, mediamente diffuso su tutto il territorio nazionale (in particolare nei comparti degli alberghi e dei pubblici esercizi, del trasporto in conto terzi e dei servizi domestici). Il Mezzogiorno si attesta su un tasso di irregolarità pari al 20,9% contro il 10,9% del Nord-ovest, l’11,6% del Nord-est e il 13,3% del Centro. La regione con il tasso di irregolarità più elevato è la Calabria (24,3%), quella con il tasso più basso la Lombardia (10,2%).
 
 
 
Tabella 1.3: Tasso d’irregolarità delle unità di lavoro per regione e settore di attività
economica. Anno 2003 (valori percentuali)
 
 
Agricoltura
 
Industria
 
Servizi
Totale
 
 
In senso stretto
costruzioni
Totale
 
 
Piemonte
20,4
3,3
2,6
3,1
11,7
9,2
Valle d’Aosta
26,9
1,4
5,9
3,5
17,5
14,7
Lombardia
19,9
1,2
3,7
1,6
10,2
7,3
Trentino-Alto Adige
22,2
8,1
4,9
6,9
11,3
10,9
Veneto
27,6
1,1
4,5
1,8
11,6
8,7
Friuli-Venezia Giulia
33,0
2,4
7,0
3,3
15,7
12,8
Liguria
26,1
6,1
8,7
7,0
12,2
11,5
Emilia-Romagna
24,2
2,8
1,4
2,5
10,5
8,6
Toscana
20,1
3,9
5,2
4,2
11,8
9,8
Umbria
25,9
5,8
7,0
6,1
15,2
12,8
Marche
28,4
2,7
2,6
2,6
14,3
10,7
Lazio
35,6
9,5
20,1
13,8
13,8
14,4
Abruzzo
27,4
4,7
19,4
8,6
13,0
12,6
Molise
28,7
16,5
15,9
16,3
19,4
19,2
Campania
42,6
16,6
24,3
19,0
22,6
23,2
Puglia
41,7
14,2
26,1
18,1
18,3
20,9
Basilicata
34,9
27,1
22,4
25,4
16,4
20,8
Calabria
50,8
34,3
41,8
38,2
24,3
31,0
Sicilia
42,4
24,7
33,1
28,0
23,4
26,0
Sardegna
25,6
11,8
15,0
13,1
18,9
18,3
ITALIA
32,9
5,4
12,5
7,1
14,5
13,4
Nord-Ovest
20,8
2,0
3,9
2,4
10,9
8,3
Nord-Est
25,9
2,2
3,7
2,5
11,6
9,3
Centro
28,4
5,3
12,3
7,2
13,3
12,3
Mezzogiorno
41,1
17,1
27,0
20,6
20,9
22,8
 
Fonte: Istat, La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali -Anno 2003-, Statistiche in breve, 22 settembre 2005
 
Peraltro, il sommerso coinvolge categorie di soggettiche l’economia del lavoro definisce “deboli” e, segnatamente, gli extracomunitari (91,9%) e i giovani (87,3%) che trovano lavoro soprattutto nei servizi alla persona, dove i controlli risultano alquanto difficili per la natura stessa dello scambio che sfugge a regolazioni rigide (Tabella 1.4).
 
Tabella 1.4: Soggetti maggiormente coinvolti nel sommerso per area geografica.
Anno 2002 (valori percentuali)
 
Soggetti interessati
 
Area geografica
 
 
Italia
 
Nord-Ovest
Nord-Est
Centro
Sud e isole
 
Giovani
87,2
80,2
85,7
92,7
87,3
Casalinghe
40,2
47,4
45,3
34,8
41,0
Disoccupati
83,2
68,7
76,9
97,5
84,0
Lavoratori in mobilità e cassa integrazione
66,1
65,7
67,1
86,0
73,0
Pensionati
86,7
88,8
74,4
45,3
72,0
Immigrati extra comunitari
95,9
91,7
95,1
87,2
91,9
Occupati “regolari” del settore privato
32,7
21,5
21,4
34,4
28,6
Occupati “regolari” del settore pubblico
39,4
43,9
41,1
37,6
40,1
Fonte: Censis, Promuovere regolarità e trasparenze nel mercato del lavoro, Roma 2 dic. 2003
* Il totale non è uguale a 100 perché erano possibili più risposte
 
Alle citate categorie sono da aggiungere i disoccupati, i lavoratori in mobilità, in cassa integrazione e i pensionati.
Trattasi, ciò è evidente, di persone con minore capacità contrattuale per le quali, spesso, il lavoro irregolare è l’unico disponibile.
I soggetti coinvolti non sono cambiati negli ultimi anni, ciò che muta nel tempo sono praticamente le proporzioni della loro presenza tra gli attori della produzione al nero[1].
 
 
 
 
2. I motivi del lavoro sommerso
 
Le differenze rilevate a livello settoriale e regionale, in merito all’entità dell’economia sommersa, suggeriscono di verificare se l’incidenza del sommerso debba essere ricondotta ad alcuni fattori specifici che caratterizzano il tessuto produttivo di un’area a causa del contesto ambientale in cui operano le imprese e i lavoratori.
Ebbene, analizzando la struttura produttivaemergono diversi elementi che hanno un’incidenza diversa sulla presenza del sommerso.
Dalla lettura dell’indice di dotazione delle infrastrutture economiche, è facile rilevare una correlazione con la percentuale di lavoro irregolare; ciò porta a ritenere fondata l’ipotesi che il sommerso sia meno diffuso in contesti economicamente più moderni e avanzati.
Ed invero, si osservano province con un livello basso di sommerso e di infrastrutture economiche elevato; di contro, province con una quota di sommerso elevata hanno un indice basso di infrastrutture economiche.
Ed ancora, un ulteriore indice significativo è rappresentato dal rapporto esistente tra la quota di imprese operanti nel settore del credito e delle assicurazioni (quale indicatore della possibilità di accesso ai mercati finanziari) e la percentuale di lavoratori irregolari, tenendo conto del fatto che il settore del credito, essendo sottoposto alla vigilanza della Banca d’Italia, rende alquanto difficile le attività economiche irregolari.
In detta ottica, ad un’elevata presenza di imprese che operano nel settore del credito e delle assicurazioni corrisponde una minore incidenza del sommerso.
Nell’ambito della struttura produttiva è rilevante, altresì, la correlazione tra la diffusione delle ditte individuali, sul totale delle ditte presenti, e il peso del sommerso.
In questo caso, a differenza dei primi due, la relazione è positiva; le ditte individuali, a causa di una struttura produttiva contenuta e con contorni meno definiti, essendo meno visibili e meno controllabili, propendono più facilmente per il sommerso.
Se consideriamo, infine, il rapporto esistente tra il livello di concorrenza e l’entità di lavoro irregolare, si può agevolmente dedurre l’esistenza di una relazione positiva, atteso che lì dove il sistema economico è più chiuso e protetto da pressioni concorrenziali, maggiore è il ricorso al lavoro nero, che consente di ridurre i costi di produzione, di effettuare prezzi più competitivi, accaparrandosi, in tal modo, la clientela.
Un altro fattore particolarmente importante del sommerso è rappresentato dal mercato del lavoro.
La letteratura economica sul sommerso ha avanzato l’ipotesi che un elevato tasso di disoccupazione (Tabella 1.5) possa fungere da bacino di utenza per il sommerso.
È comprensibile, infatti, che i lavoratori, disoccupati e alla ricerca di un posto di lavoro, possano essere disponibili ad un’occupazione irregolare; peraltro, quando la durata media della disoccupazione è particolarmente alta le posizioni irregolari tendono a diventare stabili, disincentivando la ricerca di un lavoro regolare.
 
Tabella 1.5: Tasso di disoccupazione in Italia. III trimestre 2005 e 2004
 
 
Tasso di disoccupazione
 III trimestre 2005
Tasso di disoccupazione
III trimestre 2005
Maschi e femmine
 
Nord
3,9
4,1
Nord-ovest
4,0
4,5
Nord-est
3,7
3,5
Centro
5,8
6,0
Mezzogiorno
13,2
13,6
Italia
7,1
7,4
Maschi
 
 
Nord
2,9
 
Nord-ovest
3,0
 
Nord-est
2,8
 
Centro
4,3
 
Mezzogiorno
10,0
 
Italia
5,5
 
Femmine
 
 
Nord
5,3
 
Nord-ovest
5,5
 
Nord-est
5,1
 
Centro
7,8
 
Mezzogiorno
19,2
 
Italia
9,5
 
 
Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro -III trimestre 2005-, 20 dicembre 2005
Ed ancora, una correlazione negativa emerge tra tasso di attività e incidenza del sommerso.
Il lavoro sommerso, infatti, coinvolge spesso anche una quota rilevante di soggetti inattivi; conseguentemente, a bassi tassi di attività dovrebbe corrispondere un elevato peso del sommerso.
 In questa prospettiva si evidenzia, peraltro, una relazione positiva tra incidenza del sommerso e quota di occupati indipendenti sul totale degli occupati; la diffusione del lavoro indipendente, quindi, può essere associata ad una composizione settoriale che favorisce produzioni a tecnologie relativamente semplici, nonché ad una spiccata intensità di lavoro in cui la concorrenza è soprattutto di prezzo, con forti pressioni sui costi.
Infine, una relazione negativa può cogliersi tra livello di benessere e incidenza del sommerso; ciò stante, una buona quota di sommerso è senz’altro legata a fenomeni di arretratezza, povertà e carente legalità.
In concreto, maggiore è il livello di benessere individuale (PIL pro capite, livello di consumi non alimentari pro capite e risparmio pro capite), minore è l’incidenza percentuale del lavoro irregolare.
Inoltre, se si considera il tasso di criminalità, si rileva una relazione positiva con il peso percentuale del lavoro sommerso: laddove sono particolarmente diffuse attività criminali il sommerso trova larghi spazi per potersi sviluppare[2].
 
3. Lavoro “nero” e lavoro “grigio” nei lavori tipici e atipici
 
Il lavoro è il principale fattore produttivo su cui si basa il funzionamento dell’economia sommersa.
Il lavoro sommerso in senso stretto, comunemente chiamato “nero”, si caratterizza per essere svolto in condizione di totale violazione delle norme fiscali e contributive, sfuggendo alle rilevazioni statistiche.
Si fa, invece, riferimento al lavoro sommerso “grigio” per indicare la coesistenza di attività lavorative totalmente regolari con quelle totalmente irregolari, che risultano, conseguentemente, visibili statisticamente.
Trattasi, però, di visibilità solo apparentemente “regolare”.
Per meglio dire, esistendo un forte contrasto fra le norme contrattuali e la loro effettiva applicazione, la limitata irregolarità del lavoro “grigio” nasce per il fatto di essere svolto in parziale osservanza delle norme contrattuali e fiscali, sia utilizzando impropriamente gli strumenti contrattuali, che limitandone il loro rispetto.
In particolare, il lavoro grigio viene svolto utilizzando una congerie di modalità: straordinari pagati in nero a lavoratori regolarmente registrati; pagamento di una somma di denaro inferiore rispetto a quanto indicato in busta paga; iscrizione di un lavoratore dipendente con una qualifica inferiore rispetto a quella realmente ricoperta; uso improprio di contratti flessibili (le partecipazioni in associazione, le collaborazioni occasionali o coordinate e continuative), presenza diffusa di lavoratori autonomi che celano rapporti di lavoro subordinato, ecc.).
Il lavoro “grigio” è ravvisabile sia nei contratti di lavoro tipici, che in quelli atipici[3].
Nei contratti di lavoro tipici, lavoro subordinato standard, lavoro a tempo indeterminato e full-time, il lavoro “grigio” fa riferimento, solitamente,al “fuori busta” per lavoro straordinario svolto con un contratto a tempo indeterminato – in questo caso, il maggior costo viene evitato attraverso un accordo che ha come fine, in primo luogo, il risparmio fiscale e contributivo sia del datore di lavoro, che del lavoratore – nonché del “fuori busta” corrispondente o allo straordinario prefissato o all’integrazione a nero della paga oraria.
In merito, poi, ai contratti di lavoro atipici va evidenziato che – nonostante la convinzione, da più parti, che le forme di lavoro flessibile abbiano determinato la crescita occupazionale degli ultimi anni – gli stessi abbiano di per sé una particolare predisposizione ad essere utilizzati in forma sommersa.
Infatti, se è vero che il lavoro atipico può non essere sommerso, è vero, altresì, che il sommerso contiene quelle caratteristiche di flessibilità proprie del lavoro atipico.
Con l’espressione “contratti atipici” si indicano tutte quelle tipologie di rapporto di lavoro che si discostano dal lavoro standard: part-time; lavoro interinale, ora somministrato; lavoro a tempo determinato; formazione lavoro; apprendistato; stage o tirocinio; parasubordinato;l’associazione in partecipazione; le collaborazioni occasionali, nonché coordinate e continuative.
Ogni tipologia di contratto presenta specifiche infrazioni, che si passano in rassegna.
Part time. È sempre stato considerato, fra tutti, quello più vicino al lavoro tipico; le uniche differenze riguardano la riduzione del tempo di lavoro e la retribuzione, che viene commisurata all’orario effettuato.
L’utilizzo del part-time presenta delle anomalie che possono ricondursi, principalmente, alle imprese. In particolare, sono riscontrabili le seguenti tipologie di violazioni del contratto di lavoro: sfondamento del tetto ore, consistente nel superamento del tetto previsto per l’orario supplementare, con pagamento del corrispettivo fuori busta, (detta prassi trova motivazione nel bisogno delle imprese di garantirsi una maggiore flessibilità rispetto a quella che l’istituto normalmente può assicurare, disponendo di un lavoratore a tempo pieno); mancata dichiarazione di ore di lavoro ordinario, in questo caso si utilizza il contratto a tempo parziale per occultare un rapporto full time, corrispondendo con una retribuzione fuori busta la differenza di orario svolto, al fine di evadere gli oneri contributivi.
 In quest’ultima ipotesi il sommerso non risponde, come nel caso precedente, ad esigenze di flessibilità, piuttosto l’irregolarità persegue l’obiettivo di omettere il versamento di oneri contributivi e fiscali da parte dell’impresa.
Lavoro a tempo determinato. Due modi, in particolare, consentono di utilizzare il contratto a tempo determinato, eludendo le norme: si procede allaproroga del contratto, per più di una volta o per un periodo superiore a quello stabilito dalla legge, instaurando rapporti che, in realtà, sono a tempo indeterminato; si utilizza detto contratto per consentirel ingresso nel mercato del lavoro, in alternativa al contratto di formazione e lavoro che prevede un periodo talvolta considerato troppo lungo.
Formazione lavoro e apprendistato. Questi contratti vengono utilizzati, nella prassi, come modalità di ingresso nel mercato, al fine di godere degli incentivi fiscali e retributivi previsti dalla normativa di riferimento.
Stage e tirocinio. Le irregolarità riguardano solitamente unadurata superiore al periodo previsto e la carenza di un reale valore formativo.
Parasubordinato. Rappresenta una forma di lavoro autonomo-professionale svolto entro forme organizzative fortemente integrate nelle strutture dell’impresa committente.
Le forme di irregolarità rilevate evidenziano l’utilizzo dell’istituto per celare un rapporto che, nella sostanza, riveste i caratteri del lavoro subordinato.
Associazione in partecipazione. Rappresenta un modo per far figurare il lavoratore come socio, che riceve una partecipazione mensile agli utili, senza copertura previdenziale, al fine di corrispondere una retribuzione inferiore rispetto ai minimi di categoria, a fronte di un orario di lavoro prolungato.
Collaborazioni (occasionali e coordinate e continuative). In questo caso, le irregolarità riguardano normalmente: l’impiego di collaboratori con un orario di lavoro rigidamente prefissato e con rapporti che si protraggono nel tempo; laretribuzione non vincolata ai minimi di categoria, affidata alla contrattazione individuale.
Ciò comporta notevoli risparmi per le imprese sia con riferimento al salario percepito dal lavoratore, che in merito al mancato, o parziale, versamento degli oneri contributivi.
 
4. Lavoro irregolare e immigrazione
 
Da molti anni l’Italia non è più un paese di emigranti, ma di immigrati: nel 1971, per la prima volta nel dopoguerra, il numero degli immigrati supera quello degli emigranti.
Le motivazioni dell’immigrazione italiana negli anni settanta e ottanta sono riconducibili, da un lato, alle politiche di ingresso, sempre più restrittive negli altri paesi europei, dall’altro, all’opera di ristrutturazione industriale che incentiva l’economia sommersa.
Con riferimento alla relazione tra incidenza del sommerso e immigrazione, particolare attenzione va rivolta al rapporto causale tra i due fenomeni.
L’esperienza evidenzia un rapporto diretto tra immigrazione, specialmente irregolare, e sviluppo dell’economia sommersa nei paesi sviluppati; ciò deriva, soprattutto, dalla minore capacità contrattuale degli immigrati che li costringe ad accettare lavori precari.
Volendoanalizzare le motivazioni sottese allo sviluppo del lavoro immigrato irregolare, si può, in primo luogo, affermare che la domanda e l’offerta di lavoro irregolare immigrato sono determinate, oltreché dai fattori validi anche per i lavoratori nazionali (elevata tassazione, costo del lavoro, complessità della burocrazia, rigidità dell’occupazione regolare, ecc.), sopratutto da ragioni legate allo status etnico e residenziale dell’immigrato.
Dal lato della domanda, le imprese ricorrono all’impiego irregolare di lavoratori extracomunitari per coprire mansioni che i lavoratori locali considerano poco qualificanti, nonché per sopperire alla carenza di lavoratori immigrati in possesso di regolare permesso di soggiorno.
C’è da dire, però, che la carenza di potere contrattuale dei lavoratori immigrati e la possibilità di eludere le norme giuslavoristiche rappresentano un forte incentivo per ricorrere al lavoro immigrato irregolare, anche in presenza di lavoratori stranieri regolarmente residenti.
L’irregolarità residenziale implica, quindi, anche quella occupazionale. Va, altresì, sottolineato che per gli immigrati il periodo di lavoro clandestino all’estero rappresenta una specie di periodo di “accumulazione originaria”[4] nel corso del quale risparmiano parte del reddito per avviare, poi, un’attività nel loro paese.
Le attività nelle quali vi è un’elevata concentrazione di lavoratori immigrati irregolari riguardano:
 il lavoro domestico. Seppure oltre 50.000 immigrati hanno fatto ingresso in Italia con un permesso per svolgere lavoro domestico e più di 90.000, dal 1996 in poi, hanno provveduto a regolarizzare la loro posizione come collaboratori domestici, la percentuale di irregolari rimane, comunque, particolarmente elevata.
Del resto, l’ambiente familiare rappresenta il luogo meno esposto a controlli, che ben si presta alla sommersione;
la vendita ambulante. Negli anni ottanta molti immigrati, arrivati da poco in Italia, hanno trovato occupazione nel commercio ambulante.
Tuttavia, la situazione è profondamente cambiata dopo la regolarizzazione del 1990, consentendo loro di migrare verso le regioni centro-settentrionali alla ricerca di lavori dipendenti regolari.
La maggior parte dei grossisti che riforniscono di merci gli ambulanti sono immigrati, con esperienza commerciale, specializzati nella produzione e vendita clandestine. 
l’agricoltura. L’utilizzo di lavoratori immigrati nelle attività stagionali, data l’enorme diffusione nelle regioni meridionali, rappresenta una componente fondamentale dell’agricoltura mediterranea. La maggior parte svolge lavoro giornaliero remunerato a cottimo, ricevendo salari falcidiati della metà rispetto a quelli percepiti dagli italiani irregolari utilizzati, peraltro, per compiti più leggeri.
Nel nord d’Italia la maggior parte degli immigrati impiegati nel settore agricolo sono regolari anche se retribuiti secondo i minimi contrattuali;alcuni seguono le diverse stagioni di raccolto, spostandosi da una regione all’altra; altri alternano il lavoro agricolo con la vendita ambulante, il lavoro nell’edilizia o in servizi di basso livello;
 l’edilizia. Molti immigrati, in tutte le regioni, lavorano nel settore edile dove, così come nell’agricoltura stagionale, è molto diffuso il “mercato delle braccia”, sostenuto, anche, dall’apporto di mediatori immigrati.
Nella maggior parte dei casi, gli immigrati disposti a lavorare nel settore edile irregolare si presentano in posti prestabiliti per essere scelti, secondo la prestanza fisica, dai responsabili dei cantieri;
 il lavoro operaio nelle piccole fabbriche. Gli immigrati impiegati nell’industria manifatturiera, soprattutto del Centro e del Nord-Est, sono aumentati in modo significativo dopo la regolarizzazione del 1990; le aziende che impiegano lavoratori immigrati sono soprattutto di dimensioni piccole o medie;
 i servizi urbani di basso livello. Nelle aree metropolitane gli immigrati svolgono una serie di attività nei servizi meno qualificati: lavapiatti, camerieri, cuochi, benzinai, guardiani, imbianchini, portinai, facchini, fattorini, e così via.
È evidente che questi lavori si connotano per un basso livello di qualificazione, per la richiesta di forza e resistenza fisica, per orari lunghi e scomodi e per improbabili opportunità di carriera.
Detti lavori, rappresentano circa il 13-18% dell’occupazione degli immigrati regolarmente assunti; la maggior parte dei posti di lavoro in questi settori sono irregolari, e non solo al Sud[5].
 
 
 
 
     
Carlotta Cannizzo
Laureata in giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza,
   specializzanda in professioni legali
 


[1] G. De Rita e M.P. Camusi, La dinamica dell’economia sommersa: i nodi da sciogliere, Rivista di Economia Italiana, gennaio-aprile 2003, n°1
 
[2] C. Lucifora, Economia sommersa e lavoro nero, Il Mulino -Studi e Ricerche-, 2003
[3] IAL Toscana -Ente per la formazione professionale- Progetto PRO S.I.T. (Pro servizi d’integrazione territoriale), Il lavoro sommerso nel terzo settore, 2002
[4] IAL Toscana -Ente per la formazione professionale- Progetto PRO S.I.T. (Pro servizi d’integrazione territoriale), Il lavoro sommerso nel terzo settore, 2002
[5] E. Reyneri, Immigrazione ed economia sommersa, Rivista Stato e Mercato, agosto 1998
 
 

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