Green pass, smart working e casi particolari: tra certezza e dubbi

di Luisa Di Giacomo, Avv.

Chi è in smart working può non avere il green pass, ma non è vero il contrario, cioè chi non ha il green pass non è detto che possa avere lo smartworking.

Sembra uno scioglilingua o un cavillo per legulei, ma è proprio ciò che prevede la disposizione di legge: se è vero che il green pass è obbligatorio per accedere ai luoghi di lavoro, intendendo in maniera restrittiva il luogo di lavoro “fisico”, e se è vero altresì che la misura è stata concepita per controllare e prevenire l’infezione SARS-CoV-2, allora dovrebbe essere altresì vero che non sussistendo i presupposti per l’applicazione della legge (cioè non essendo, il lavoratore in lavoro agile fisicamente presente nel luogo di lavoro, e quindi non potendo contribuire in alcun modo a diffondere il virus) non dovrebbe trovare applicazione l’obbligo di certificato verde. Del resto, in taluni casi, è previsto il ricorso allo smartworking per i dipendenti positivi al Covid e posti in quarantena domiciliare (ai sensi del combinato disposto dell’art. 26 del d.l. 18/2020 e della circolare INPS n. 3653 del 9.10.2020), dunque è chiaro che le finalità della legge di prevenire il contagio possono considerarsi rispettate anche ricorrendo al lavoro da casa.

Giusto? Sbagliato.

Lo smart working per le aziende private

Per le aziende private, sarà a totale discrezione del datore di lavoro concedere o meno lo smartworking ai lavoratori privi di green pass, fermo restando l’obbligo di esibirlo ad ogni accesso fisico in azienda. Dunque, se l’azienda fosse d’accordo, il lavoratore potrebbe stare a casa senza green pass, dal momento che non sarebbe possibile per il datore verificare a distanza il possesso del certificato. Ricordiamo infatti che l’unico modo al momento legittimo per lo scan del QR Code è l’app Verifica C19 (la piattaforma che incrocia i dati sanitari con quelli anagrafici è attiva solo per il personale scolastico) e che non è legittimo conservare in alcun modo i dati oggetto di verifica (quindi no a email con il green pass in allegato o l’esibizione in video conferenza).

Naturalmente il vero tema rimane per i lavoratori che non possono, per la natura della propria prestazione, lavorare da remoto e che siano sprovvisti di green pass. In questo caso le soluzioni dipenderanno, caso per caso, dal singolo rapporto di lavoro, e dal datore stesso, che potrebbe decidere di rischiare la sanzione, piuttosto che rinunciare ad un lavoratore insostituibile, oppure farsi carico del costo dei tamponi per i dipendenti considerati strategici, ma che non vogliono sottoporsi al vaccino.

Diverso è il discorso per i dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Lo smart working nelle pa

Per costoro le linee guida, al momento ancora in bozza, per l’applicazione del decreto green pass, parlano chiaro: non è consentito permanere nella struttura, anche per fini diversi dal lavoro, senza green pass e non è permesso che il lavoratore sia adibito al lavoro agile in sostituzione della prestazione non eseguibile in presenza, poiché sarebbe considerato elusivo della norma scegliere i lavoratori da tenere a casa sul base del mancato possesso del green pass.

Se questo punto pare chiaro al di là di ogni possibile diversa interpretazione, rimangono ancora dubbi circa figure “ibride”, che svolgono il proprio lavoro al di fuori di luoghi di lavoro fisici tradizionalmente intesi, ma che comunque rientrano nella grande categoria di “lavoratori privati” che devono pertanto rispettare l’obbligo di green pass.

Per maggiori approfondimenti, leggi l’articolo “Green pass obbligatorio per tutti i lavoratori: chi controlla e quali sono le sanzioni”

Ad esempio, come ci si comporta in presenza di lavoratori domestici, colf e badanti? E un artigiano che viene ad effettuare una riparazione in casa nostra, dovrà essere controllato dal cliente (privato cittadino), o si dovrà auto controllare, poiché di fatto si tratta di un lavoratore privato che si sta recando sul luogo di lavoro, cioè la casa del cliente dove deve effettuare la riparazione?

O ancora, un lavoratore che svolge la propria prestazione in maniera autonoma, senza dipendenti o collaboratori, deve possedere il certificato, e se sì, chi lo dovrebbe controllare?

E gli uffici che svolgono la propria modalità in cosiddetto co-working? Stando alle finalità di prevenzione del contagio, ovviamente la risposta dovrebbe essere sì, anche i co-workers devono avere il green pass, ma in questo caso, non essendoci un vero datore di lavoro, chi deve procedere ai controlli?

Manca ancora una settimana al 15 ottobre, e siamo tutti in speranzosa attesa di chiarimenti univoci per la gestione di questo difficile adempimento del green pass, che si sta rivelando più insidioso di quanto a prima vista potesse sembrare.

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Guarda il VIDEO su Green pass e tutto quello che c’è da sapere

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Luisa Di Giacomo

Si è laureata a pieni voti all’Università di Torino, ha studiato in Francia e negli Stati Uniti e da quindici anni svolge la professione di avvocato. Mediatore professionista e docente presso Master e corsi specialistici in materia di mediazione, dal 2012 si occupa esclusivamente di privacy e protezione di dati personali. Ha conseguito il Master Federprivacy nel 2016, è DPO in una ventina di Comuni ed Enti Pubblici in Piemonte e consulente privacy per aziende in ambito sanitario e tecnologico.


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