Conflitto familiare e ctu

di Carlotta Abrardi, Avv.
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Negli ultimi anni in Italia, si è registrato un incremento significativo del tasso di separazioni (cfr. Istat 14 novembre 2016), di cui buona parte è caratterizzato da un livello tale di conflittualità tale da richiedere l’intervento del Tribunale con il rischio per i minori coinvolti di riportare traumi e difficoltà evolutive oltre alla sofferenza oggettiva.

Il conflitto rappresenta un elemento naturale e quasi fisiologico nell’esistenza di ciascun individuo, spesso funzionale e necessario a crescere, maturare ed evolvere.

Tuttavia, ciò che rileva è la modalità con la quale esso viene affrontato, specie in ambito famigliare.

Qualora le parti abbiano la capacità di gestirlo in modo adeguato, è infatti altamente probabile che la relazione non ne risenta ed anzi, talvolta si consolidi.

Una conflittualità mal gestita produce, al contrario, importanti effetti distruttivi sugli individui e sulle loro relazioni.

Quando ci si imbatta in un conflitto, occorre innanzi tutto capire quale ne sia l’entità osservando determinati indicatori: il suo grado di persistenza, la sua pervasività e la sua intensità.

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Le tipologie di conflitto

Si parla di conflitto persistente quando lo stesso si trascini in maniera esasperata nel tempo.

Un momento di crisi tra i genitori può capitare, ma se circoscritto e gestito con equilibrio, rispetto e modalità adeguate di interazione, può essere superato senza ripercussioni sui figli. Diversamente, la latenza può creare loro traumi, li può portare a sviluppare sintomi ansiosi, depressivi o aggressivi anche al di fuori del contesto famigliare.

Può succedere, poi, che la coppia non riesca a trovare un punto comune, sia in disaccordo su ogni aspetto che interessa la famiglia, o che trovato un punto di incontro, discuta nuovamente di aspetti che sembravano risolti, riproponendo sempre le stesse dinamiche.

È proprio in queste situazioni, che il conflitto si caratterizza come pervasivo: ogni comunicazione tra i genitori assume connotati conflittuali.

Per stabilire inoltre quale sia il grado di intensità del conflitto, è necessario osservare se i genitori abbiano la capacità di controllarsi e di evitare di far vivere ai figli situazioni provocatorie, manipolatorie o svalutanti: il conflitto è intenso quando è caratterizzato da aggressività.

Ciò che crea danno ai figli non è dunque il conflitto in senso stretto, ma piuttosto la modalità con cui esso viene gestito: la responsabilità del genitore nella crisi famigliare consta nella capacità dello stesso di superare la crisi nel più breve tempo possibile, avendo cura di proteggere i figli, di rassicurarli sulla permanenza degli affetti, di farsi carico di tutti i loro bisogni compresi quelli legati alla stima personale ed alla loro realizzazione, senza inglobarli nel conflitto.

In letteratura scientifica (Kleinsorge e Covitz 2012; Francescato 2006) sono infatti stati identificati otto fattori di rischio trauma per i minori i cui genitori stiano attraversando una crisi, che dovrebbero servire da campanello di allarme; essi sono:

1) Primo tra tutti, l’intensità e l’esposizione al conflitto. Si tratta di capire sino a che punto i genitori siano in grado di tenere distanti i figli dal conflitto

2)  l’esclusione o denigrazione di un genitore: l’atteggiamento denigratorio e di esclusione del coniuge mina il diritto del figlio a mantenere rapporti affettivi con entrambi i genitori e lo espone allo schieramento, procurandogli nella maggior parte dei casi, disagio emotivo.

3) i problemi dei figli: nel momento in cui la famiglia attraversa il periodo critico, possono svilupparsi o peggiorare eventuali problematiche emotive e relazionali; se il minore è fragile, il rischio che la crisi separativa lo investa e ne danneggi lo sviluppo psicologico e talvolta fisico è maggiore.

4) i problemi dei genitori: difficoltà personali, disturbi psicologici pregressi, abuso di sostanze da parte di un genitore, diminuiscono o talvolta annullano la sua capacità di riconoscere i bisogni del figlio.

5) la comunicazione e coerenza educativa familiare: quando le scelte educative sono incoerenti, quando si passa da uno stile educativo rigido, al lassismo o viceversa, perché si è assorti nel reinvestire su di sé o si teme di perdere il controllo sulla vita dei figli, questi ultimi perdono il riferimento educativo stabile e ne restano emotivamente scombussolati.

6) l’isolamento sociale: la mancanza di socialità, di fonti di supporto esterne alla famiglia in conflitto, favorisce l’isolamento aumentando la sofferenza ed il coinvolgimento nella crisi.

7) i problemi economici: la stabilità economica infonde una tranquillità concreta, che il conflitto potrebbe minare costringendo la famiglia ad un drastico cambiamento dello stile di vita, con l’insorgere di forti insicurezze nei figli

8) l’affidamento e collocamento: la mancanza di un punto d’incontro circa tempi e modalità di frequentazione del genitore non collocatario può ingenerare nel figlio la sensazione di essere trattato come un oggetto, di non sentirsi apprezzato.

La conflittualità può portare effettivamente i genitori ad occuparsi meno dei figli ed a concentrarsi di più sui propri bisogni ingenerando nei minori la paura di essere o sentirsi abbandonati o l’ansia di essere inglobati in questa crisi senza possibilità di uscita, con i danni evolutivi che spesso ne possono derivare.

È per questo, che dei genitori competenti dovrebbero gestire la crisi senza perdere di vista i bisogni dei figli, non ultimi quelli legati alla considerazione di sé ed alla realizzazione personale, evitando, che le loro ansie o malesseri prendano il sopravvento sul nucleo già in separazione; solo così, saranno in grado di fissare un equilibrio famigliare solido, dando nuovamente stabilità ai figli.

La ctu in ambito familiare

Nelle procedure giudiziali, nelle quali sia richiesto all’Autorità giudiziaria di decidere sulla miglior condizione di affidamento dei minori, sulla loro collocazione, sulla decadenza o responsabilità genitoriale e, non sia possibile desumere elementi sufficienti di valutazione dalle risultanze degli atti e dalle dichiarazioni delle parti, il Giudice valuta la necessità di farsi assistere da uno o più consulenti di specifica competenza tecnica[1].

Come condivisibile, tuttavia, molti psicologi sottolineano l’incongruità della ormai troppo frequente disposizione della CTU nella sfera del diritto di famiglia per la statuizione dei tempi di frequentazione, di collocamento, di affidamento, atteso che tale ambito non rientra tra le questioni di tipo psicologico e psichiatrico, bensì giuridico.

La disposizione di una consulenza tecnica d’ufficio in ambito separativo dovrebbe, infatti, essere disposta in presenza di specifiche gravi ed evidenti problematiche; per tutto il resto, conflittualità inclusa, il giurista dovrebbe essere del tutto autonomo.

Peraltro, le corpose relazioni peritali, dense di esami psicologici spesso inutili e fuorvianti, espongono i soggetti esaminati ad una privazione del diritto alla privacy poiché ogni dettaglio, ogni sfumatura della loro personalità viene resa nota al giudice, ai CTP, agli avvocati che spesso strumentalizzano queste informazioni per il buon esito della causa.

Ne deriva che tale strumento, se abusato, aumenta a dismisura la conflittualità nelle dinamiche interne alle coppie già di per sé conflittuali, instaurando un meccanismo di competizione su chi abbia ottenuto il miglior risultato ai test, e spostando così il focus dal primario interesse dei figli.

Sempre più spesso, infatti, nelle crisi separative vi è tra i coniugi eccessivo coinvolgimento nelle dinamiche relazionali negative ed oppositive; è perciò necessario, in questi casi, rivolgersi ad un professionista esterno ed imparziale, che analizzati tutti fattori suesposti, sia in grado di canalizzare l’energia sprigionata dal conflitto in qualcosa di costruttivo e positivo.

Tra le varie alternative a disposizione delle parti, figurano così le a.d.r., strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, sulle quali molto si discute in questo ultimi anni, in termini di efficacia e validità.

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Note

[1] (L.54/2006; Cass.Civ.Sez I n.11687;Cass. Civ.Sez.I, N.5097)

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Carlotta Abrardi

L’Avvocato Carlotta Abrardi è iscritta all’Albo dell’Ordine degli Avvocati di Torino. Grazie ad una pluriennale collaborazione professionale presso due ottimi studi Legali di Torino e di Roma, ha maturato una buona esperienza in ambito civilistico, nella gestione della clientela e delle situazioni più delicate. Dal gennaio 2020 è titolare fondatrice dell’omonimo Studio Legale in Torino. Sempre attenta all’evolversi della giurisprudenza, l’Avvocato Abrardi segue con impegno e costanza numerosi corsi di aggiornamento e dal Gennaio 2020 è impegnata nel master biennale in Diritto di Famiglia e Tutela del Minore organizzato dal Centro studi Famiglia, al termine del quale conseguirà il titolo di specialista di diritto di famiglia (L.247/2012) e coordinatore genitoriale. ( www.studiolegaleabrardi.it ; info@studiolegaleabrardi.it ; Tel: 011. 6604696 Fax. 011. 6604752 )


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