Concorso esterno nei reati associativi

Concorso esterno nei reati associativi

Redazione

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Il concorso esterno nei reati associativi è una figura di creazione giurisprudenziale che non trova riscontro esplicito nel codice penale. A lungo dottrina e giurisprudenza hanno discusso in merito alla configurabilità del concorso esterno nel reato associativo, ritenendo che il soggetto estraneo al vincolo associativo potesse rispondere ex art.110 c.p. esclusivamente per i singoli reati fine, o, al più, a titolo di concorso morale nel reato associativo (secondo il noto caso di scuola del padre che istiga il figlio ad aderire ad un’associazione criminale).

Una tesi risalente, ma ancora seguita in dottrina, affermava infatti che non è possibile tenere condotte che materialmente e concretamente agevolino la vita e il funzionamento dell’associazione senza per ciò stesso rivestire la qualifica di “partecipe” all’associazione.

Sentenza Demitry e la nascita del concorso esterno

L’elaborazione giurisprudenziale relativa al concorso esterno nel reato di associazione a delinquere di stampo mafioso fungeva da paradigma anche in relazione alle ipotesi associative rilevanti nel caso in esame. La prima sentenza ad ammettere la configurabilità del concorso esterno in associazione mafiosa è stata la nota sentenza Demitry (Cass. Pen., Sez. Un., 05 ottobre 1994, n. 16). Tale pronuncia, per la prima volta, distingueva nettamente l’associato dal concorrente esterno, in quanto il primo era stabilmente incardinato nell’associazione, intendeva farne parte ed era accettato come tale dagli affiliati, mentre il concorrente non intendeva far parte dell’associazione e non era riconosciuto come tale dagli affiliati, ma forniva un contributo atipico e occasionale all’esistenza e al rafforzamento dell’associazione criminale. Il contributo del concorrente esterno, sottolineava la sentenza Demitry, interveniva in un momento di crisi, Di “fibrillazione” dell’associazione e cessava nel momento in cui la vita dell’associazione tornava alla normalità.

Il dolo era ritenuto generico, e veniva ricondotto alla consapevolezza e volontà dell’efficienza causale del contributo apportato rispetto al conseguimento degli scopi dell’organizzazione. L’indirizzo esposto veniva tuttavia successivamente contrastato dalla pronuncia Villecco (Cass. pen., sez VI, 23 gennaio 2001, n. 3299), riproponendo un contrasto giurisprudenziale in merito. In particolare, tale pronunciamento escludeva la configurabilità dell’istituto in esame affermando che il combinato disposto dell’art. 110 e 115 c.p. precludeva la configurabilità di un concorso esterno o eventuale, poiché la condotta dell’aiuto all’organizzazione
in momenti di crisi o fibrillazione, integrava di per sé, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello 4 soggettivo, l’appartenenza al sodalizio criminoso (la condotta del “far parte”). Tale contrasto veniva allora superato grazie ad un nuovo intervento della Cassazione a Sezioni Unite (Cass. pen., SS.UU. n. 22327 del 2003, Carnevale) che ammetteva la configurabilità del concorso esterno in associazione mafiosa qualificando il concorrente esterno come colui che, privo dell’affectio societatis sceleris, non essendo inserito nella struttura del sodalizio, forniva un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere occasionale o continuativo, dotato di effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione.

Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, si richiedeva al concorrente eventuale una rappresentazione nella forma del dolo diretto: in particolare l’agente, sosteneva la Corte, doveva agire per la realizzazione, anche parziale, del programma criminoso. L’indirizzo ermeneutico da ultimo richiamato trovava conferma nella successiva pronuncia Mannino (SS.UU. 12 luglio 2005, n.33748, Mannino), secondo la quale il concorrente esterno era colui che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell’associazione mafiosa e dunque privo dell’affectio societatis, forniva tuttavia un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, dotato di effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell’associazione (o di un suo particolare settore o attività o articolazione territoriale, per quelle operanti su larga scala come “Cosa nostra”) diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso dell’organizzazione stessa. La condotta doveva fornire un contributo causale effettivo sul piano materiale, essendo insufficiente una causalità psichica c.d. “da rafforzamento” dell’organizzazione criminale.

Dal punto di vista del dolo, si rilevava come questo dovesse ricomprendere la consapevolezza delle modalità ed i fini dell’associazione, così come la portata del contributo causale della propria attività svolta in favore dell’organizzazione stessa. I principi elaborati dalle Sezioni Unite nel 2005 venivano ribaditi dalla giurisprudenza successiva, la quale chiariva che, sotto il profilo dell’elemento soggettivo, il concorrente esterno è colui che, pur privo dell’affectio societatis, è tuttavia consapevole dei metodi e dei fini dell’associazione – a prescindere dalla condivisione, avversione, disinteresse o indifferenza per siffatti metodi e fini, che lo muovono nel foro interno – e si rende compiutamente conto dell’efficienza causale della sua attività di sostegno, vantaggiosa per la conservazione o il rafforzamento della associazione. Tale apporto doveva rispondere ad un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell’associazione e doveva essere diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima.

La sentenza dell’Utri

Infine,va dato conto di due significative pronunce di legittimità in merito alla fattispecie oggetto dei presenti brevi cenni (Cass. Pen., Sez. V, n. 15727/2012, Dell’Utri; Cass. pen. sez. I, 1 luglio 2014, n. 28225, Dell’Utri bis), che hanno avuto il merito di porre l’accento su di un’ulteriore connotazione del concorso esterno in associazione mafiosa: il suo carattere permanente. Secondo l’indirizzo citato, confermato dalla giurisprudenza successiva, il concorso esterno in 416bis c.p. deve essere ricondotto alla categoria dei reati di durata. In particolare, l’extraneus all’organismo mafioso deve offrire una disponibilità protratta nel tempo (Cass. pen., sez. V, 14 giugno 2018, n. 45840). Ferma l’inesigibilità di un dolo specifico in capo al concorrente esterno, il combinato disposto degli artt. 110 e 416 bis c.p. richiederebbe il dolo diretto, da intendersi congiunto alla volontà che il proprio apporto sia rivolto alla realizzazione anche parziale del programma criminoso del sodalizio. La lettura così fornita porta ad escludere la sufficienza del dolo eventuale ai fini della configurabilità del concorso esterno, da intendersi quale mera accettazione da parte del presunto concorrente esterno del rischio di verificazione dell’evento rappresentato, appunto, dal rafforzamento del sodalizio tramite la realizzazione anche solo parziale del programma criminale (Cass. pen., sez. V, 11 giugno 2018, n. 35845).

Parimenti, la Suprema Corte di Cassazione esclude che l’elemento soggettivo del concorso esterno sia integrato dal dolo intenzionale, forma di dolo per cui l’evento del reato risulta conseguenza diretta e immediata della rappresentazione e volizione che spinge l’agente a porre in essere la condotta tipica. Tale grado di intensità dolosa risulterebbe, per vero, incompatibile con quel “doppio coefficiente psicologico” individuato dalla giurisprudenza come cardine del concorso esterno e rappresentato da un moto egoistico del soggetto agente, spinto ad agire per fini personali con la consapevolezza, tuttavia, di 5 fornire, tramite il proprio attivarsi, un contributo duraturo al sodalizio mafioso; inteso quest’ultimo quale mezzo necessario al soddisfacimento di quel fine personale. Ecco, appunto, il dolo diretto.

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