Caso Marzia Corini, appiattimento della cronaca giudiziaria sulle sole tesi dell’accusa

di Sondra Coggio
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«Se finisci nel tritacarne mediatico, da imputata la tua voce non conta niente». Marzia Corini, anestesista, aderente a Medici Senza Frontiere, fino a cinque anni fa aveva la sua vita all’estero, negli scenari di guerra. È stata travolta da uno tsunami, una complessa e interessante vicenda giudiziaria ancora aperta, che l’ha inchiodata in Italia. È stata condannata a 15 anni, in primo grado, dal tribunale della Spezia, per il presunto omicidio del fratello Marco, avvocato, malato terminale di cancro. Il pubblico ministero ne aveva chiesti 22. La riduzione è stata motivata per le violenze subite dalla donna da parte della famiglia. Il processo d’appello inizierà a Genova a fine marzo. Restando doverosamente al di fuori del terreno del diritto, la storia di Marzia pone interrogativi di interesse. Quanto pesa su un processo la costante sovrapposizione fra tesi investigative e media? Quanto influisce quel filo diretto, potenzialmente tossico, fra giornalisti e fonti giudiziarie, prodighe di indiscrezioni con i cronisti che preferiscono il porto sicuro delle veline di palazzo, piuttosto che le insidie del giornalismo di inchiesta? Chi ci rimette, alla fine, se non la giustizia stessa?

Show must go on

La vicenda dei due fratelli Marco e Marzia, protagonisti di un classico rapporto di amore e di odio, si è trasformata da subito, mediaticamente, in una narrazione spettacolarizzata. E questo pone con forza, ancora una volta, il problema dell’appiattimento della cronaca giudiziaria italiana sulle sole tesi dell’accusa. Su Marzia Corini si è letto di tutto. Le è stato cucito addosso, da subito, un ruolo da avida assassina. Un ritratto surreale, per un medico come lei, da sempre disinteressata al denaro, in fuga dalla famiglia bene che la voleva omologata. L’unica “verità” veicolata dai media, dall’inizio alla fine è stata quella ipotizzata in fase di indagine. Poco o nulla è uscito su quanto emerso il dibattimento. Marzia è rimasta pertanto intrappolata in un facile schema stereotipato, enfatizzato dal meccanismo spaventoso del copia & incolla.

Fin da subito si è letto “dell’omicidio Corini”, e non del “presunto omicidio”. Fin da subito è stata proposta come “la sorella killer”, “piombata come un avvoltoio al capezzale del ricco fratello morente”, accusata di “averlo ucciso per impedirne le nozze con la giovanissima fidanzatina”. Eppure in aula è emerso tutt’altro. Era una bugia, che Marzia volesse impedire le nozze del fratello. Fu Marco Corini a dire ripetutamente “no” alla convivente, anche poco prima della morte. Era una bugia, il fatto che fosse tornata di sua iniziativa. Fu Marco Corini a tormentarla perché tornasse. In quando alle cause della morte, è rimasta più che controversa, l’ipotesi che possa essere stata accelerata dalla sedazione palliativa.

Linguaggio sessista in aula

Marzia è un esempio di vittima perfetta. Donna, e per questo da subito spogliata della professionalità, dei titoli, e indicata costanemente solo come r“sorella”. Donna omosessuale, e per questo da subito proposta come “diversa”. Donna omosessuale che lascia il posto fisso in ospedale per fare volontariato negli scenari di guerra, e per questo ritratta come “perdente”. In aula è riecheggiato un linguaggio fortemente sessista. E questo pone ancora un altro problema, l’utilizzo di parole impregnate di pegiudizi, nei confronti delle imputate donne. Gli esempi sarebbero tantissimi. Le è stato contestato i non essersi immolata pienamente per il fratello, di non essersi annientata per lui. Secondo l’accusa, dedicandosi ad altri pazienti, all’estero, avrebbe «tradito il vincolo di sangue e il giuramento di Ippocrate». Eppure Marzia è stata una vittima di quel fratello. È stata cacciata dalla famiglia, fascistissima, a 19 anni, perché innamorata di un’altra donna. Quando il padre le ha puntato la pistola alla testa, dopo che Marco aveva fatto la spia sulla sua omosessualità, lei se n’è andata, a testa alta, e si è laureata da sola, grazie al sostegno degli amici. Dopo 18 anni in ospedale, stimatissima, ha scelto di fare il medico umanitario. Brutalmente discriminata per la sua rivendicazione di libertà sessuale e per il rifiuto di “fare carriera”, per 15 anni non ha più visto e sentito Marco. Era felice. Era realizzata. Purtroppo, la famiglia è ricomparsa nella sua vita. A 52 anni, il grande fratello avvocato, ricco, convivente con una ventenne e circondato da una corte di ammiratori, si è accorto di essere solo. E l’ha voluta accanto.

A Marzia è stato contestato di aver atteso, prima di tornare. Era spaventata, all’idea di ripiombare nell’incubo della famiglia. E quando Marco le aveva offerto soldi, aveva rifiutato, sdegnata. Marzia cede per altre agioni. Cede solo perché il fratello le dice di essere pentito. E lei vuole crederci. Fra strappi e riappacificazioni, perché lui non è mai cambiato, lei gli sta comunque accanto fino alla fine. Marco, malato terminale, muore durante la sedazione che Marzia gli pratica per lenire le sue sofferenze. In lutto, senza prendere nemmeno un euro dall’eredità, la dottoressa torna al suo lavoro all’estero e predispone la donazione dei soldi a Medici Senza Frontiere. È ignara dell’inchiesta, perché le notifiche non le vengono inoltrate dove tutti sanno che vive e lavora, ma a vecchissimi indirizzi. Per cui non le vede. La arrestano come torna in Italia. La accusano di omicidio volontario, inizialmente anche premeditato. Marzia è confusa. Non scappa. È incensurata, è certa che sia tutto un equivoco. E viene massacrata dalla stampa.

Pregiudicati, riconoscenza, convivenze e feste vip

Chi l’ha denunciata? Un non familiare. E per quale presunto reato? Per falso in testamento. L’ha saputo da lei, che solo la firma era di Marco, ma che lui le aveva chiesto di scrivere il testo in sua presenza, al suo posto, perché gli tremava la mano. Perché la denuncia, peraltro mesi dopo? Perché, secondo l’accusa, ha un animo nobile. Si dichiara «grande amico» dell’avvocato morto di cancro, che l’ha assistito penalmente in tante controversie. E contesta il fatto che la compagna ventenne di Corini (che non denuncia nulla e che non si costituisce nemmeno parte lesa) abbia ricevuto solo mezzo milione di euro. È un uomo con una vecchia condanna per appropriazione indebita, con una serie di pesanti pendenze fiscali aperte e con un processo penale che si trascina da anni, per presunta associazione a delinquere, di fronte allo stesso giudice che condannerà Marzia. Perché conta di più la parola di un pregiudicato, della sua? Perché lo Stato intercetta Marzia da subito, e per mesi, per una ipotesi d’accusa iniziale di falso in testamento? E quanto pesa il fatto che il grande accusatore, pur sotto processo per presunta associazione, sia il dj delle feste benefiche dei vip organizzate da una giudice che in aula si dichiara a lui «riconoscente»? E perché non si ritiene di fare chiarezza sull’entità e sui percorsi del flusso di quei contanti vip che le associazioni umanitarie citate in aula dal magistrato, contattate, dicono di non aver mai ricevuto?

Tutto avrà certo una spiegazione, ma nessuno si chiede nulla. Nulla.

Nemmeno sul fatto che il presidente della Corte conviva, a processo in atto, con una avvocata dello studio legale che difende sia l’uomo che accusa Marzia, sia nel processo per presunta associazione a delinquere, sia in un processo per presunta appropiazione indebita di beni dell’eredità Corini. È un filone originato proprio dal processo Corini. E lo studio della convivente del magistrato assiste anche la giovanissima convivente di Marco. Non viene detto niente. Solo a processo pressochè finito, si ha notizia non dal tribunale, ma da atti del Csm, del fatto che fosse in corso una verifica. Verifica che si chiude senza rilevare anomalie, sulla convivenza fra magistrato e avvocata dello stesso foro. Perché lei ha annunciato che smetterà di esercitare. Ma questo avverrà soltanto dopo il processo Corini. Per cui, quando Marzia viene giudicata, la convivenza c’è.

La giustizia, tenaglia o lumaca

Marzia si chiede se il contesto di una città “piccola”, intrisa di relazioni interpersonali, non abbia condizionato – anche inconsapevolmente – la tenaglia della giustizia nei suoi confronti. Il suo processo si consuma fra 2016 e 2021. In cinque anni.

Il processo lumaca che vede imputato il suo accusatore per fatti del 2013, documentati da un’inchiesta accuratissima della Finanza, risulta invece ancora aperto nel 2021. A distanza di otto anni dai fatti, appare avviato ad una probabile archiviazione per prescrizione. Ed è – dal 2018 – affidato allo stesso magistrato del processo Corini.

In questo contesto, Marzia – stranita, riservata, aliena alle dinamiche della provincia spezzina, particolarmente chiusa e massone – è per i media carne da macello, dal primo giorno. È la cattiva. E infatti, di lei escono solo fotografie in cui appare seria, o “addirittura” con la sigaretta in bocca. Mentre il fratello è proposto radioso, con la ventenne in bikini accanto. Ben diverso da come, purtroppo, lo aveva ridotto il cancro, incurabile e devastante. Metastasi al colon, ai polmoni, alle ossa. Dipendeva dall’ossigeno. Era, di fatto, un uomo morto. Ma quel che si scrive, è tutt’altro. Addirittura, si parla di viaggi imminenti, nonostante l’avvocato non riesca neanche ad andare in bagno da solo. Marzia si sente «di fronte ad un plotone di esecuzione».

Il Pm chiede 22 anni, gliene danno 15. «Senza un movente e senza una prova», ripete lei. Ed è ovviamente, la sua, una tesi di parte. Il contesto generale è invece oggettivo. Marco aveva forti legami territoriali. Lei no. E l’uomo che la denuncia, che fa una sola visita all’avvocato morente nelle lunghe settimane di agonia, si presenta a Marzia insieme alla giudice per la quale cura le feste vip. E a processo in corso, sia la giudice che il pubblico ministero del processo Corini sono nel parterre del grande evento estivo in cui il dj è co-protagonista. E il giorno dell’arresto di Marzia, Ansa scrive che quel giudice ha testimoniato che Marco «voleva sposare al più presto la compagna». E Rai News conferma: «Parla l’amica giudice. L’avvocato voleva sposare al più presto la compagna. Non fece in tempo perché due giorni dopo aver espresso questa volontà morì. A fare la rivelazione è una testimone autorevole, una giudice amica dell’avvocato». Eppure, come anticipato, la stessa storia delle nozze boicottate si rivelerà infondata, al dibattimento.

Marzia alla fine è condannata solo sulla base di una telefonata privata, che lei fa a quattro mesi dalla morte del fratello, in piena crisi psicologica, perché il lutto le ha rimescolato dentro i traumi di una vita.  È intercettata, ma non sa nulla dell’inchiesta. «È stata colpa mia – dice ad una amica – se non lo avessi sedato non sarebbe morto quel giorno. Soffriva troppo, non reggevo più a vederlo soffrire». Ma è la confessione di un omicidio volontario premeditato? E come avrebbe fatto ad uccidere, se il sedativo usato da Marzia non è letale? Se solo in quantità impressionanti, ed in condizioni estreme, avrebbe potuto provocare un infarto? Perché Marco non è morto di infarto. È morto dopo ore e ore di infusione del sedativo. Ma qui si entra sul terreno del diritto, ed è doveroso fermarsi. Sarà interessante seguire il nuovo processo, in appello, ove forse – rievocando i fatti in una città diversa – apparirà più netto il contesto di una provincia “piccola”, con le sue storie di sindacati e di lavoro nero, di blitz della Finanza in porto, di viaggi in Africa, di zainetti pieni di diamanti e di buste piene di contanti, feste di ricchi vip per i bambini poveri, di agenti segreti, cardinali, massoneria e discriminazioni di genere.

 

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