Alle origini dei domini collettivi

Alle origini dei domini collettivi

di Alfredo Incollingo

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Ipotesi di lavoro

L’origine delle molteplici forme di gestione collettiva della terra è tuttora un problema storiografico aperto, che ha ancora trovato una soluzione provata e comunemente accettata. È difficile infatti individuare un’epoca, cronologicamente definita, che abbia favorito lo sviluppo di un modo alternativo di sfruttare le risorse naturali. Ai fini del nostro articolo, si citeranno le due ipotesi maggioritarie sull’emersione delle proprietà collettive e degli usi civici: la prima vuole che essi discendano dall’antico ager publicus romano, mentre la seconda li fa risalire all’età medievale e al collettivismo agropastorale delle popolazioni germaniche giunte in Italia. Un fatto è certo. I domini collettivi non nascono da atti legislativi, ma da consuetudini sociali che successivamente sono state classificate dalla giurisprudenza.

Vedi anche:”Evoluzione della giurisprudenza della Corte Costituzionale sugli usi civici”

Per apprensione originaria

Gli usi civici e le altre forme di godimento promiscuo della terra traggono origine da un fatto storico in molti casi accertato: la presa di possesso di un territorio da parte di una collettività. Nell’Alto Medioevo, in particolare, nelle vaste estensioni feudali, laiche o ecclesiastiche, si insediarono piccole e grandi colonie di braccianti al servizio dell’aristocrazia. La colonizzazione di vallate e terre disabitate seguì, nella maggior parte dei casi, alla sottoscrizione di atti notarili, che fossero contratti di «livello» o meno, con le quali si concedevano alle famiglie dei coloni porzioni del territorio feudale da coltivare e abitare in cambio di canoni enfiteutici in natura. Veniva concessa inoltre la possibilità di sfruttare liberamente e collettivamente le risorse naturali locali per provvedere autonomamente alla propria sopravvivenza. Questo fatto, sancito solitamente da atti ufficiali, è all’origine degli usi civici. Si parla a riguardo di «apprensione originaria», ovvero «l’utilizzo della terra da parte degli abitanti di un determinato territorio al fine di soddisfare utilità economiche elementari»[1]. «Si tratta di forme di appartenenza fondiaria e di utilizzazione di beni, segnatamente agroforestali, da parte di comunità di abitanti (collettività stanziate su un determinato territorio) in virtù di fatti di apprensione originaria»[2]. I fatti originari possono essere consuetudini sociali, legate al godimento promiscuo della terra e tollerate dai feudatari, o atti giuridici, come i contratti di «livello», con i quali si donarono porzioni del dominio feudale alla popolazione. Le proprietà collettive (Università Agrarie, Vicinie…) traggono la loro origine dalla cessione alle comunità rurali di tenute boschive o pastorali, che, alle volte, si organizzavano in enti esponenziali ad hoc per la gestione dei beni collettivi[3].

Feudi e domini utili

La demanialistica napoletana, a cavalo tra il Settecento e l’Ottocento, aveva coniato l’espressione «ubi feuda ibi demania» per sottolineare l’origine feudale degli usi civici e degli altri assetti fondiari collettivi. È in questi contesti sociali, politici e economici che, secondo i demanialisti partenopei, si sarebbero sviluppati i domini collettivi[4]. Perché? Fabrizio Marinelli, con parole chiare e semplici, ci spiega la biforcazione concettuale del concetto di dominio in piena età medievale. «Mente nel diritto romano (ovviamente con molte semplificazioni) il possesso legittimo discendeva comunque dal titolo di proprietà, negli ordinamenti dell’alto Medioevo è il possesso a giustificare la proprietà, che sempre meno si fonda su di un titolo formale. Anzi la proprietà della terra dismetta la compatta unitarietà (giuridica e concettuale) romanistica, e tende a frantumarsi in dominio diretto e dominio utile». La terra appartiene agli imperatori ed è amministrata dai suoi feudatari, come «dominio diretto», ma è di proprietà del contadino, che la coltiva, come «dominio utile», poiché vi traevano beneficio dal lavoro agricolo. Ampie estensioni dei feudi, che erano rimaste incolte, venivano sfruttate collettivamente dai braccianti per la raccolta della legna o per il pascolo. «Questo fenomeno viene prima tollerato, poi accettato e quindi riconosciuto formalmente alle comunità locali, che se ne servono nella pacifica e duratura convinzione di esercitare un loro preciso e specifico diritto. […] Questo insistere sull’utilizzo del bene non è casuale, ma anzi costituisce la chiave di volta di tutto il discorso, perché nasce dalla mentalità proprietaria dell’uomo medievale, che identifica nel dominio utile la sostanza del profilo del godimento del bene […]»[5]. A ciò, secondo alcuni autori, si innesta un altro elemento importante, ovvero il collettivismo agrario tipico delle popolazioni germaniche, come i Longobardi, che giunsero in Italia dopo la caduta dell’impero romano, accentuando un fenomeno simile già esistente, emerso per soddisfare i primari bisogni alimentari[6].

Ager publicus

Una seconda scuola di pensiero sostiene che gli usi civici e le proprietà collettive siano il retaggio di antiche istituzioni romane, caratterizzate da un marcato collettivismo. In particolare, gli assetti fondiari collettivi discenderebbero dall’ager publicus, ovvero il demanio pubblico dal quale la popolazione traeva le risorse agrarie, pastorali (ager compascuus) e legnatiche (nemora) necessarie alla sopravvivenza. È il caso, ad esempio, delle colonie che i romani costituirono nei territori conquistati. Per consentire alle famiglie contadine di sopravvivere in ambiente fin troppo ostili, si consentiva di lavorare la terra di proprietà pubblica. Allo stesso modo, in età imperiale, i braccianti dei grandi latifondi sparsi in tutta Italia potevano provvedere al loro sostentamento sfruttando liberamente e comunemente le tenute padronali[7].

Complessità

La straordinaria complessità e varietà degli assetti fondiari collettivi si spiega con i differenti contesti sociali, economici e politici in cui emersero secoli addietro. Non è possibile, allo stato attuale degli studi, rintracciare un’unica origine, ma è molto probabile che ogni territorio abbia presentato elementi originari diversi che spiegano la molteplicità strutturale delle terre collettive. Le ipotesi descritte sono altresì spunti di riflessione per marcare l’esistenza di strutture primarie delle nostre comunità, che necessitano di una adeguata salvaguardia.

Volume consigliato

Note

[1] Fabrizio Marinelli, Un’altra proprietà. Usi civici, assetti fondiari collettivi, beni comuni, Pisa, Pacini Editore, 2016, p. 32

[2] Vincenzo Cerulli Irelli, Proprietà collettive, demani civici ed usi civici, in Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi (a cura di), “Un altro modo di possedere. Quarant’anni dopo”, Pisa, Pacini Editore, 2018, p. 66

[3] Ivi, p. 66 –-67

[4] Fiore Fontanarosa, Usi civici e proprietà collettive. Spunti per una comparazione diacronica e sincronica, Campobasso, AGR Editrice, 2012, p. 54

[5] Fabrizio Marinelli, Un’altra proprietà. Usi civici, assetti fondiari collettivi, beni comuni, Pisa, cit., p. 32 – 33

[6] Fiore Fontanarosa, Usi civici e proprietà collettive. Spunti per una comparazione diacronica e sincronica, cit., p. 26

[7] Giuseppe Tamburrino, Usi civici, in “Enciclopedia forense”, vol. II, 1962, p. 848

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