Un modo erroneo di intendere lo smart working: gli archivi degli uffici comunali edilizia

di Redazione
Da lungo tempo molti quotidiani alimentano la campagna anti lavoro agile nella Pubblica Amministrazione.
Da una parte, con generalizzazioni come “i dipendenti pubblici fanno ferie comodamente a casa”; dall’altro insistendo con l’affermare che i servizi si sono bloccati e congelati.
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In effetti, se si prova ad entrare nel dettaglio di queste critiche, si coglie la loro limitazione a pochi casi. Per quanto riguarda le “ferie” si fa riferimento ai dipendenti esentati dal lavoro (scelta normativa sicuramente molto criticabile), senza avere, però, la precisa idea di quanti siano stati. Per quanto concerne le disfunzioni, si citano i casi dei custodi, dei bidelli, degli uffici giudiziari, delle motorizzazioni e, soprattutto, degli uffici comunali competenti per l’edilizia.
Da ultimo, il Sole 24 Ore del 18 dicembre 2020, nell’articolo “Conformità edilizia, una trappola ai tempi dello smart working PA” di Paola Pierotti e Giorgio Santilli interviene sui problemi connessi al superbonus del 110% sui lavori, legati alla verifica della conformità edilizia degli immobili oggetto dei lavori.
Secondo gli autori uno dei grandi rischi incombenti sul superbonus consiste nei “tempi lunghi – anche 6-12 mesi – per avere dai comuni il titolo originario di costruzione (e le relative piante) che comprovi la conformità urbanistica ed edilizia dell’edificio su cui si interviene”. Il titolo di costruzione è necessario ai fini della pratica, perché evidentemente attesta la legittimità della costruzione. Per accedere al contributo pubblico è indispensabile. L’incaglio dei tempi per reperire il documento necessario a proprietari e professionisti deriva, spiegano ancora Pierotti e Santilli, “da archivi comunali cartacei cui si aggiunge l’effetto dello smart working dei dipendenti pubblici che non possono reperire i documenti se non in presenza”. Sempre l’articolo citato dà conto dell’iniziativa dell’ANCI; in una nota osserva che “la documentazione attualmente necessaria prevede ricerche che, soprattutto negli archivi delle grandi città, richiedono un lasso di tempo che va dai sei ai dodici mesi per essere reperite: così si mette a rischio l’effettivo accesso agli investimenti. Non solo, questa laboriosa ricerca concentra integralmente il lavoro degli archivi dell’edilizia delle città su queste pratiche, bloccando di fatto tutta l’attività ordinaria che è altrettanto decisiva per la ripresa economica del nostro Paese”.

Lo smart working

Evidenziato il problema in questi termini, si evince che la sua causa non è certamente lo smart working, bensì il ritardo, tanto noto e conosciuto quanto imperdonabile, degli enti locali (come di moltissime PA) nella transizione digitale. Se lo smart working ha costituito e sta continuando ancora per molti versi a costituire un problema, invece della straordinaria opportunità di modernizzazione del modo di lavorare, è perché colpevolmente le amministrazioni non hanno investito come era dovuto nella digitalizzazione, in primo luogo degli archivi e secondariamente degli applicativi per gestire le procedure. Il Cad, codice dell’amministrazione digitale, è ancora prevalentemente inattuato: sarebbe bastato attuarne le previsioni per non avere imbarazzi e disfunzioni nell’applicare lo smart working con efficienza. Ma non basta. Le amministrazioni si sono dimostrate inerti, incerte, incapaci di cogliere l’altra opportunità offerta dal superamento delle dotazioni organiche in favore del sistema di verifica dei fabbisogni più che di personale, di professionalità, derivante dal d.lgs 75/2017. Era l’occasione per superare la logica della mera sostituzione del personale che cessa dal servizio col altro personale dal medesimo profilo e mansioni, per provare ad utilizzare le risorse disponibili veicolandole verso nuove professionalità. Quelle, cioè, necessarie per le nuove fasi imposte dal progresso organizzativo e dai nuovi tempi da trattare: l’economia ecosostenibile, il rilancio dei lavori pubblici, il rilancio dell’edilizia, il nuovo assetto delle garanzie della protezione dei dati, il sistema dei big data, la transizione digitale. C’era da riscrivere la descrizione delle mansioni, per acquisire le professionalità necessarie. Non si è praticamente visto nulla di tutto ciò.
Dunque, nella gran parte degli enti gli archivi cartacei hanno continuato a restare cartacei, costretti in ambienti poco adeguati, in faldoni disordinati e polverosi, nella generalizzata assenza di un sistema di classificazione e conservazione tale da garantirne l’integrità e la reperibilità. Ecco, quindi, che nel 2020 risulta un problema la cosa che le aziende della gig economy hanno insegnato dover essere la strada: un archivio, un motore di ricerca, la ricerca semantica, la catalogazione coi “tag” (cioè un marcatore). Trovare, quindi, pochi fogli contenenti la documentazione di un edificio conduce al paradosso di una ricerca per la quale siano da impiegare mesi: quanto di più inaccettabile si possa pensare. Soprattutto ponendo attenzione alla circostanza che simile ritardo operativo, intollerabile in generale e non solo per lo specifico caso del superbonus, è generato dai Comuni, narrati come efficienti avanguardie della PA, grazie ai “sindaci eletti direttamente dal popolo” a garanzia di attenzione all’innovazione. Niente di tutto questo. Basta un problema che dovrebbe risultare semplicissimo, il reperimento di una carta, per inchiodare un’idea di sviluppo economico in un’intera Nazione. 
Perché i Comuni hanno trascurato totalmente la digitalizzazione, la modernizzazione e le nuove professionalità, presi da contributi alle sagre e dalle minute pulsioni del giorno per giorno, considerate utili per la rielezione, ma esiziali per una strategia e l’interesse generale. Tuttavia, se la situazione è drammaticamente quella sintetizzata sopra, è evidente che agli errori ed ai ritardi clamorosi, in molti Comuni se ne stanno aggiungendo ulteriori altri, nella gestione dello smart working. Passi che nella prima fase del lockdown di primavera, quando tutti gli uffici dovevano restare chiusi a meno di non dimostrare che l’attività in presenza fosse indispensabile alle attività di contrasto alla pandemia, dalla seconda fase, dall’estate in poi, lo smart working non può e non deve essere la causa di un rallentamento o dell’inefficienza nell’erogazione dei servizi. L’articolo 263 del d.l. 34/2020, convertito in legge 77/2020, è chiarissimo nell’evidenziare lo scopo dell’organizzazione del lavoro, comprendente anche lo smart working: “Al fine di assicurare la continuità dell’azione amministrativa e la celere conclusione dei procedimenti, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, adeguano l’operatività di tutti gli uffici pubblici alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali”.
La previsione normativa non pone alcun dubbio: le amministrazioni debbono, oggi più che mai, assicurare efficienza nello svolgimento delle proprie funzioni, in quanto si tratta di una necessità per il riavvio dell’economia. E’ per questo che il comma 263 prosegue sancendo che le PA “organizzano il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, rivedendone l’articolazione giornaliera e settimanale, introducendo modalità di interlocuzione programmata, anche attraverso soluzioni digitali e non in presenza con l’utenza, applicando il lavoro agile, con le misure semplificate di cui al comma 1, lettera b), del medesimo articolo 87, al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità e comunque a condizione che l’erogazione dei servizi rivolti a cittadini ed imprese avvenga con regolarità, continuità ed efficienza, nonché nel rigoroso rispetto dei tempi previsti dalla normativa vigente”. E’ del tutto evidente, allora, che le amministrazioni locali i cui uffici edilizia stanno dai 6 ai 12 mesi per reperire poche carte non possono e non debbono avere propri dipendenti addetti a quegli uffici in smart woking. Infatti, la disposizione in lavoro agile di questi dipendenti avviene in uffici privi materialmente di strumenti che possano consentire la continuità dell’azione amministrativa, pretesa dalla norma. Se l’archivio è cartaceo, esso non può che essere consultato nel luogo e negli orari di apertura previsti. La conciliabilità delle pratiche connesse al rilascio della conformità edilizia ai fini del superbonus con il lavoro agile appare da scartare e negare. Certo, il lavoratore agile dell’ufficio edilizia potrebbe anche recarsi in sede ed effettuare comunque le ricerche in archivio: ma, a seconda della frequenza e durata di questa necessità, se fosse molto costante non avrebbe alcun senso la sua disposizione in lavoro agile. La realtà è, allora, che i Comuni che stanno ancora consentendo al personale degli uffici edilizia di stare, anche solo in parte, in smart working stanno platealmente violando le regole alla base dell’organizzazione del lavoro in modalità agile. Ancora una volta, quindi, si evidenzia che l’assenza di controlli sull’operato di enti arretrati su tutto, dal digitale all’organizzazione, e disposti al lavoro in plateale contrasto con la logica, prima ancora che con le norme, costituisce l’irrisolto gravissimo problema di una Nazione.
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