Analisi e riflessione sui principi fondamentali della costituzione

Stralci e tralci di Costituzione

Marzario Margherita

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La Costituzione italiana è “personalista”. Il Costituente parla espressamente della “persona” in quattro articoli sui 139 che compongono la Carta Costituzionale: art. 3 “persona umana” (uguaglianza), art. 32 “persona umana” (salute), art. 111 “persona accusata di un reato” (giustizia), art. 119 “effettivo esercizio dei diritti della persona” (enti locali territoriali). Uguaglianza, salute, giustizia, servizi locali fanno sì che ogni persona sia e si senta anche cittadino: occorre riflettere e far riflettere su questo.

La Costituzione è pure “lavorista”, perché il lavoro è uno dei principi costituzionali (artt. 1 e 4) cui, poi, è dedicata un’apposita disciplina negli artt. 35 e seguenti. Oltre al lavoro occorre un’autentica cultura del lavoro: quella cultura che mancava in passato quando il lavoro era massacrante e manca ancor di più oggi, anche da parte di alcuni lavoratori che non ritengono “sacro” il loro lavoro a dispetto di chi non ce l’ha.

“Adesso si scandalizzano se vedono volare pugni. Ma anche allora succedevano queste cose: però il pomeriggio, tutti insieme, facevamo la Costituzione” (Vittorio Foa, uno dei “padri costituenti”, 1910-2008). La Costituzione è nata dalla mediazione; anche la costituzione vivente dovrebbe rinascere ogni giorno dalla mediazione. Per questo è necessario rileggerla per conoscerla e riferirla ai problemi odierni.

Articolo 2 Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali”. La famiglia risponde in pieno al disegno costituzionale dell’art. 2, in particolare all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Infatti il sociologo Francesco Belletti afferma: “La famiglia costituisce un antidoto naturale all’individualismo e all’egoismo che minacciano di travolgere l’uomo contemporaneo e le sue strutture sociali, ad ogni livello, dal condominio fino agli Stati e agli organismi sovranazionali. Nella famiglia sana ed equilibrata le relazioni non si fondano sul diritto ma sul dono, sulla reciprocità e sulla solidarietà. È su questa famiglia che si costruisce una chiamata alla responsabilità pubblica, vale a dire ad una cittadinanza attiva, anche perché “è tempo di smettere di rivendicare una sterile «cultura dei soli diritti», che si limita a rivendicare, a pretendere, senza collegare ogni pur legittimo diritto ad altrettanto necessari «doveri»”.

Articolo 3 Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”. Claudio Imprudente, giornalista “diversabile”, commenta: “Dalla nostra storia impariamo che anche le pecore nere hanno molto da raccontare. Ognuno con la propria esperienza e specificità può recitare un ruolo attivo e può dare e ricevere qualcosa dagli altri per combattere la cultura dello scarto con la cultura dell’inclusione. «Inclusione» non significa che tutte le pecore debbano essere bianche, bensì riuscire a dare un ruolo a tutti i tipi di ovini, rispettando e valorizzando le diversità e le abilità”. La Costituzione, con una delle sue disposizioni programmatiche contenuta nell’art. 3 comma 2, in cui si parla di “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale”, è stata davvero lungimirante perché può riferirsi anche a tutte quelle barriere architettoniche, culturali e mentali che causano handicap alle persone cosiddette disabili (in inglese “handicap” si riferisce letteralmente a una gara con particolari condizioni).

Art. 9 Costituzione: “patrimonio storico e artistico della Nazione”. La cultura è la “scultura” della mente, di ogni persona, della comunità. Peccato che non lo si comprenda, basti vedere la mancanza di fondi per la scuola e la ricerca (invece di scolpire si taglia, perché è più semplice). E non si confonda la cultura con l’istruzione. “Da un punto di vista educativo – scrive Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo –, il compito degli adulti diventa particolarmente importante. Sono loro – e non intendo solo i genitori, ma anche la scuola e i responsabili istituzionali – che devono aiutare i bambini a salire agevolmente i gradini della piramide, favorendoli e incoraggiandoli verso l’ascesa, ma anche fornendo loro le risorse materiali e ambientali necessarie”. Può essere questa una lettura dell’art. 9 al servizio dei bambini e delle nuove generazioni tutte. I fratelli marionettisti Colla di Milano: “Nella cultura non mancano i mezzi, mancano gli interi”. Anche se nella cultura mancano gli investimenti, si può contribuire tutti con i propri intenti e interventi. Lo studioso gesuita Enrico Cattaneo sostiene: “In un tempo in cui la cultura scientifica sembra aver conquistato il posto più importante nell’offerta scolastica e formativa, con un obiettivo spesso meramente utilitaristico, appare ancora più urgente avvicinare o riavvicinare i giovani alla cultura umanistica. Un’attenzione indispensabile anche perché essi possano individuare quei criteri necessari per discernere ciò che è buono da ciò che è meno buono nella cultura in cui vivono; e per far emergere in loro quelle domande e quelle inquietudini fondamentali nel cammino di maturazione”. Trasmettere e appassionare alla cultura umanistica è tutelare il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10 Costituzione: “diritto d’asilo”. I politici dovrebbero riflettere sulle singole parole usate dai costituenti “effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite” – soffermandosi sull’effettività –, altrimenti i cittadini italiani rischieranno di diventare stranieri (anche nel senso di straniti) in cerca d’asilo.

Art. 11 Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra”(?). Bisognerebbe metterci un punto interrogativo, perché basta guardare alcune sedute parlamentari bellicose o altro ancora. È vero che alcune norme della nostra Costituzione sono programmatiche, ma questa forse è una delle “più programmatiche”, anche alla luce di talune interpretazioni dei politici per giustificare le cosiddette “missioni di pace”. Quest’articolo è di chiara ispirazione cristiana (“Beati gli operatori di pace”), una delle matrici della Carta Costituzionale: non è sufficiente il ripudio (etimologicamente “respingere, allontanare”) della guerra (la non guerra), ma anche l’impegno per la pace e la giustizia. “Pace e giustizia”, binomio tipico degli atti internazionali e unico in tutta la Costituzione, che è antecedente la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948. Nell’art. 103 comma 3 si parla di “tempo di pace” e nell’art. 116 di “giustizia di pace”, locuzioni che, comunque, hanno il loro significato di cui far tesoro. Pace significa “unire”, per cui non è sufficiente “non fare la guerra” ma occorre “fare la pace”. “L’Italia ripudia la guerra […]; consente […] che assicuri la pace e la giustizia […]; promuove e favorisce […]”. La pace non è solo assenza di guerra, ma soprattutto costruzione di qualcosa che unisce, come nel parallelo significato etimologico di “pace” e di “giustizia”. Questa è l’educazione alla pace, la cultura nella pace, la costruzione della pace, che è anche una delle forme di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, di cui all’art. 2, nel vivere quotidiano.

Art. 12 Costituzione: “il tricolore italiano”. Si deve essere orgogliosi della bandiera italiana non solo in occasione delle partite di calcio o quando il drappo tricolore avvolge la bara di chi è morto per una “giusta causa”, ma sempre per l’onorabile storia di cui essa è portatrice. I tre colori possono anche rappresentare le tre parti geografiche d’Italia, sud, centro, nord, e le tre fazioni politiche, sinistra, centro, destra (che hanno fatto la storia politica e hanno costruito l’Italia repubblicana). Simboleggiano, comunque, la diversità nell’unità. Il verde delle giovani vite spezzate, sulle strade, dalla droga o da altro, e di quelle giovani vite senza speranza. Il bianco di coloro che perdono la vita sul lavoro, definite ipocritamente morti bianche. Il rosso delle violenze perpetrate alle donne, ai bambini e ai deboli. Bisogna adoperarsi tutti affinché l’Italia non abbia questi tristi primati. Il giornalista Francesco Jori denuncia: “In Italia va di moda il monocolore. Non in senso politico, ma letterale, cioè cromatico. Uniti e compatti attorno all’azzurro della nazionale di calcio e al rosso della Ferrari; molto meno rispetto al tricolore della bandiera”. Nell’art. 12 si parla di Repubblica (= cosa di tutti) e non di Stato, come in altri articoli, e di “tricolore italiano” proprio per sottolineare che quest’ultimo fa parte dell’identità italiana e tale si dovrebbe sentirlo. Così ancora il giornalista Francesco Jori, nel marzo 2011: “L’occasione dei 150 anni dell’unità non andrebbe colta come una semplice celebrazione destinata a estinguersi il giorno dopo, ma come una presa di coscienza da parte di tutti dell’esigenza di realizzare quello che, all’epoca, segnalava Massimo D’Azeglio: l’Italia è fatta, adesso facciamo gli italiani. A cominciare dalla classe dirigente”. Il processo di italianizzazione è continuo e richiede la collaborazione di tutti. Il tricolore italiano nel periodo dell’eterna crisi: il verde può rappresentare il livore della rabbia, il bianco il pallore dello sgomento, il rosso il rossore del pudore di chi continua a credere in alcuni valori e, viceversa, della vergogna che dovrebbero mostrare i molti responsabili di tutto quello che si vive o si subisce. La bandiera italiana è descritta nell’art. 12 della Costituzione, a conclusione dei Principi Fondamentali, perché è il compendio dell’italianità, cui si rende onore il 7 gennaio (essendo stato usato la prima volta il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia) la giornata nazionale della bandiera italiana. Nonostante tutto, si deve continuare a credere nei tre colori e in una vita a colori. “Il filo rosso come il sangue, il filo rosso dell’amore e del desiderio, il filo rosso come il fuoco che brucia con la violenza dei sentimenti e che riscalda. […] Il filo verde della natura, della calma e della pace, il verde dello stare insieme, dell’amicizia e della simpatia, il verde della salute e dell’erba che copre le tombe, il verde della speranza. […] Il filo bianco della neve, dell’unione, di tutto il bene che c’è in noi, il bianco dell’armonia e della resurrezione” (da “Il tappeto” dello scrittore Bruno Ferrero). Il tricolore sia il vessillo della continua armonia e della quotidiana resurrezione dell’Italia e dell’italianità.

Art. 13 Costituzione: “La libertà personale è inviolabile”. Libertà fa rima con legalità e lealtà, qualità rare già nel posto di lavoro (dove, spesso, prendono il sopravvento la rivalità e quello che ne consegue). Esiste un’amara citazione: “L’Italia è un Paese libero, ma non di uomini liberi”. La forma di libertà personale più vilipesa è la libertà intellettuale, per i bombardamenti della televisione, il populismo dell’attuale politica, la scuola al ribasso, l’informazione distorta. Il sociologo Pierpaolo Donati puntualizza: “L’uomo realizza se stesso quando raggiunge il suo “telos”, che è insieme “fine” e “confine”. L’autoteleologia dell’uomo indica dunque che l’uomo è un fine e un confine per se stesso”. Fine e con-fine è la libertà personale e ogni relazione è ponte tra libertà.

Art. 14 Costituzione: “Il domicilio è inviolabile”. Etimologicamente domicilio deriva la prima parte da “domus”, casa, e la seconda parte da un verbo che secondo alcuni significa “nascondere”, secondo altri “coltivare”. Comunque sia, se si vuole il vero rispetto dell’inviolabilità del domicilio bisogna ridare questo carattere dall’interno della casa coltivando gli affetti e le abitudini familiari, ovvero con la ricostituzione e ricostruzione del vero senso di famiglia (etimologicamente “famiglia” deriverebbe dall’osco “faam”, casa), soprattutto per i bambini (come si ricava dal novellato art. 316 comma 1 cod. civ.).

Articolo 27 Costituzione: “rieducazione del condannato”. Incisive le parole di Salvatore Striano, attore ex-detenuto: “Non è vero che il carcere rieduca. Il carcere è una specie di master in criminalità: entri che sei un ladro di polli ed esci che sai uccidere, rapinare le banche, organizzare uno spaccio. I programmi di riabilitazione sociale a cui ho avuto io sono riservati a un numero piccolissimo di detenuti, non più di cinquemila. E gli altri? Come si salvano, come si riscattano?”. Nell’art. 27 si parla della rieducazione del condannato, ma negli articoli precedenti si parla di altri valori, dalla democrazia (art. 1) alla solidarietà (art. 2), dal lavoro per il progresso materiale o spirituale della società (art. 4) alla promozione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica (art. 9), che se fossero praticati e realizzati sarebbero forme concrete di prevenzione primaria e costerebbero meno della detenzione carceraria, in particolare di quella minorile.

Articolo 29 Costituzione: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Il sociologo Francesco Belletti difende strenuamente la famiglia dicendo: “La famiglia è pertanto sia un bene relazionale in sé, sia un luogo di generazione di beni relazionali socialmente rilevanti, costituendosi così come un luogo generatore di capitale sociale, di responsabilità pubblica, di creatività e fecondità; svolge quindi preziose funzioni di promozione della coesione sociale. Proprio per questa sua natura essenzialmente relazionale e gratuita, la famiglia è particolarmente sotto attacco e spesso vacilla sotto i colpi dell’edonismo individualista e del relativismo che sempre più dilagano nel sentire comune, anche del nostro Paese”. La famiglia è e rimane una “società naturale fondata sul matrimonio” o, in base ad un’interpretazione estensiva o analogica, su una convivenza stabile e duratura (“more uxorio”; come le si dà rilievo nell’art. 6 comma 4 L. 184/1983, legge sull’adozione novellata dalla L. 149/2001). La famiglia è società fondamentale, fondata e fondante.

Articolo 30 Costituzione: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. Lo scrittore Eraldo Affinati, occupandosi del mondo adolescenziale[1], ha appuntato: “Il peggiore dei giovani di oggi è migliore dei genitori che ha”. Si tende ad attribuire vari aggettivi ai genitori, da genitori competenti a genitori efficaci. I genitori devono fare semplicemente i genitori: dare la vita e dare alla vita, educare alla e nella vita. Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni spiega: “Ciascun genitore conosce le modalità di reazione dei propri figli, e in base a queste deve utilizzare sistemi di approccio differenti. L’importante è riuscire sempre a mantenere la relazione, senza incrinarla con posizioni troppo rigide e poco rispettose dell’altro. E avere chiaro che il bene dei figli sta nel favorire lo sviluppo delle loro potenzialità e delle loro capacità di adattamento”. Il primo diritto-dovere costituzionale dei genitori nei confronti dei figli è quello di mantenerli. Mantenere significa letteralmente “tenere in mano, per mano, con la mano”: i genitori devono, pertanto, saper aprire, allentare, porgere, afferrare, ritirare la mano nei confronti dei figli a seconda dell’età, delle situazioni e delle necessità.

Articolo 33 Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Don Antonio Mazzi, esperto di problematiche giovanili, auspica: “[…] la scuola dovrebbe divenire un luogo creatore di tensioni al mutamento. La vita è l’opposto della noia e la cultura è matrice di curiosità, di capacità di apprendimento e di rinnovamento. Ce lo dice Zagrebelsky [giurista]: «Il divenire è la generazione del nuovo, la continua rigenerazione, cioè il costante nuovo inizio a partire dallo stadio precedente al quale si mette fine, per iniziare l’esplorazione attraverso affiancamenti e distanze che prendiamo nei confronti di chi ci ha generato. Questa è la legge della vita e arriva prima della trigonometria, delle guerre puniche e di Leopardi»”. La storica Lucetta Scaraffia s’interroga: “[…] i ragazzi non capiscono perché devono andare in una scuola che – viene detto da tutte le parti – è antiquata e non serve a niente nella vita. Men che meno a inserirsi nel mondo del lavoro. A che cosa serve la scuola se gli studenti sono in media molto più abili dei docenti nell’usare Internet? A che cosa serve studiare storia o geografia se le informazioni di cui si ha eventualmente bisogno vengono fornite in qualche secondo dall’iPhone? A cosa serve studiare le tabelline se ogni telefonino è fornito di un calcolatore? I compiti in classe e, temo, anche gli esami, sono diventati una farsa a cui tutti fanno finta di credere, anche se è risaputo che i ragazzi copiano da Internet ogni soluzione: si può consegnare al professore un vecchio telefonino e tenere in tasca quello nuovo o, peggio ancora, avere un orologio da polso che in realtà è un piccolo computer”. La scuola deve riappropriarsi del senso dell’art. 33 comma 1. “Arte”, (da “andare, mettere in moto, muoversi verso qualcosa”), “scienza” (da “sapere”), “libertà” (da “far piacere, aggradare”), “insegnamento” (da “segnare dentro, imprimere, fissare”): tutto ciò può avvenire in una relazione che sia veramente relazione. Dalla scuola di Aristotele alla scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani. La scuola è questo e torni ad essere questo!

Articolo 54 Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Onore e disciplina: doveri dei cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. L’onore è onestà, la disciplina è insieme di regole: ma nella realtà è così? “Disciplina” ha la stessa origine di “discepolo”, quindi significa imparare. Chi svolge una funzione pubblica, dall’impiegato all’insegnante, dal medico al vigile urbano, dovrebbe avere l’umiltà di mettersi alla scuola degli altri, di coloro che si rivolgono a lui per necessità. Ciascuno di loro è portatore di un valore costituzionale (art. 32 salute, artt. 33 e 34 istruzione, art. 101 giustizia, e altri) e contribuisce all’applicazione della Costituzione, tanto che è l’unico articolo in cui è usato il verbo “affidare” (derivato del latino “fidus”, “fidato”), mentre negli altri si usa “esercitare” per riferirsi ad altri ruoli.

Quella disciplina e quell’onore che ha rivelato, nonostante discussioni e opposizioni, gran parte dei padri costituenti.

[1] E. Affinati in “L’elogio del ripetente”, Mondadori 2015

 

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