La lettura etica della complessità sociale

La lettura etica della complessità sociale

Sabetta Sergio

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            Se noi consideriamo l’etica come la visione attraverso la quale si ottiene una delle modalità per comporre i conflitti di interesse, otteniamo una visione economica e quindi potenzialmente misurabile delle scelte da effettuare, dobbiamo rinunciare momentaneamente alla ricerca del movente della condotta, al perché biologico evoluzionistico del nostro agire, indirizzandosi alla scienza del fine e dei mezzi.
            In questo contesto, in una società democratica e coesa varrebbe il principio elementare del non danneggiare altri per ottenere un proprio vantaggio se non all’interno dei termini di legge, ossia di parametri socialmente determinati. La valutazione costi e benefici acquista pertanto una forte valenza etica, come può osservarsi se si pone in raffronto la diversa o meno valenza che noi diamo ad un beneficio goduto da una persona ricca oppure da una povera.
            Se consideriamo maggiormente importante il beneficio che riceve una persona meno abbiente e quindi fornito di una utilità maggiore per essa, avremo la teoria etica del prioritarismo, nel caso opposto in cui è l’incremento della totalità di ricchezza che prevale indipendentemente dall’acquisizione, si avrà la teoria etica   dell’utilitarismo.
            Altrettanto accade nel pensare al valore da assegnare alla distanza temporale, quando si dà maggiore valore ai danni causati in spazi e tempi ravvicinati (prioritarismo) con un decrescere progressivo a seguito dell’allontanarsi dell’evento nello spazio e nel tempo, con pesanti riflessi nella valutazione dei tassi di sconto di marcato (Broome).
            Può essere altrettanto vero che non vi sia perdita, in quanto noi parliamo di ciò che ancora non esiste, di perdita di potenzialità ma questa non è determinabile se non in via teorica e per quella determinata freccia consequenziale, ma l’impedimento potrebbe avere creato nuove tipologie di crescita, nuove modalità da noi non prevedibili, non paragonabili in termini qualitativi.
            L’etica collaborativa della correttezza viene ad avere un costo nel preciso momento in cui si applica operativamente, la sostenibilità da parte del vertice di determinati valori comporta un impegno economico di cui si dovrà avere un ritorno in un futuro che potrebbe non essere immediato, interviene il concetto economico di sostenibilità dell’etica (Antonucci).
            Perché vi sia una etica positiva proiettata nel tempo vi deve essere una forte fiducia, la necessità di risposte affidabili, in altre parole il contesto ambientale deve favorire il rapporto attraverso segnali che facilitino l’interagire sociale, in modo che l’esperienza rinforzi il nostro meccanismo mentale secondo differenti livelli per momenti vissuti diversi, creando delle soglie di fiducia (Zak).
            Vi è quindi un circolo catalitico dell’etica, che tuttavia per difendersi ha necessità di momenti di contatto/contrasto al fine di rimodularsi evitando l’auto-cataliticità, quello che conta è impedire che individui indifferenti o persino gratificati dalle altrui difficoltà possano imporre la loro visione modificando mediante stress organizzativi i rapporti collaborativi creati sulla fiducia.
            La fiducia è anche speranza, emozione, ossia avvertire l’importanza e il valore di una situazione per i propri bisogni e sogni, e quindi empatia.
            L’emozione quale indice di una situazione dà valore all’esistenza dell’uomo, la fiducia è parte di questa nervatura della specie umana e crea stati emotivi collaborativi.
            Il sentimento quale caratteristica essenziale per l’esistenza umana nel mondo, parte stessa dell’uomo (Heidegger).
            L’etica diventa una intelligenza collettiva (Mazzucchelli), un modo di delineare una comprensione comune dei fatti, una lente per fornire giudizi che diano senso agli eventi, un discrimine nella lettura della complessità sociale, ma l’etica come semplifica fornendo una via altrettanto rapidamente si trasmette nella rete sociale attraverso gli hub sociali, diventando un divenire costituito da elementi in continuo mutamento, una verità in prospettiva.
            L’operare per schemi è un dato ineliminabile del rapporto tra l’uomo e il mondo e gli schemi sono strutturati ne linguaggio (Ortu), nel modo di esprimersi, nelle costruzioni verbali con cui viene trasmessa l’informazione, noi destrutturiamo la realtà per ristrutturarla secondo l’etica del nostro linguaggio si che ogni gruppo sociale prima di esistere deve creare una propria forma di comunicazione con cui trasmettere i propri valori.
            L’etica come linguaggio nasce da codici brevi che al riprodursi aumentano la propria capacità di elaborazione, ripetendo ma semplificando la complessità caotica della realtà, tuttavia il messaggio penetra non solo se trasmesso dagli hub sociali ma anche se resta sufficientemente breve e pertanto plasticamente adattabile in contrapposizione alle esigenze rituali.
            L’etica collaborativa è anche parte della semplificazione del linguaggio e deve pertanto permettere di vedere l’evento oltre l’immediato, con una prismaticità negata dal pessimismo.
 
Sergio Sabetta
 
 
Bibliografia
 
  • A. Abbagnano, Dizionario di filosofia, “Etica”, UTET, 1974;
  • J. Broome, L’etica del cambiamento climatico, in “Le Scienze”, 82-87, 480, 8/2008;
  • N. Antonucci, La complessità della sostenibilità in una semplice Algebra dei Valori, in ComplexLab.com;
  • P. J. Zak, Neurobiologia della fiducia, in “Le Scienze”, 60-65, 480, 8/2008;
  • C. Mazzucchelli, Quando la strategia è un “problema maligno”. I dilemmi del manager della complessità, in ComplexLab.com;
  • G. Ortu, La complessità dentro e fuori della scienza, in ComplexLab.com.
(pubblicato su ComplexLab.com)

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