I tempi dell’intervento pubblico nell’iniziativa privata

I tempi dell’intervento pubblico nell’iniziativa privata

Sabetta Sergio

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Se l’abolizione di restrizioni “irragionevoli” all’iniziativa privata favorisce la concorrenza economica, come già sostenuto da Adam Smith nella sua “Ricchezza delle nazioni”, altrettanto graffiante è la condanna all’inclinazione insita nei mercati per la costituzione di monopoli, trust o più semplicemente per l’inventiva all’aumento dei prezzi.
         Il mito del “lassez faire” nato in Inghilterra nel 1825 è fondato sulla dichiarazione di indipendenza economica del singolo e si basa sulla riserva al governo di sole tre funzioni ( Smith):
 
– proteggere la società dalla violenza e dall’invasione di altre società indipendenti;
– proteggere l’individuo dall’aggressione di un altro individuo;
– creare e mantenere opere pubbliche e istituzioni che i singoli o piccoli gruppi non possono o non hanno interesse a costituire e mantenere.
 
 L’attacco era al vecchio apparato giuridico che nel nome dell’interesse nazionale creava una regolamentazione dell’economia che, interferendo con l’iniziativa imprenditoriale privata, proteggeva privilegi e rendite.
Il ruolo che il pubblico assume nel governo dell’economia può quindi variare dalla semplice determinazione del contesto legale dell’iniziativa economica, ad attività di promozione non immediatamente produttive, fino alla diretta responsabilità di attività produttive in monopolio o competizione con il privato, anche a fini innovativi e non solo di mantenimento.
La riduzione dell’intervento pubblico alle leggi penali e alla costituzione e mantenimento di forze atte alla difesa interna ed esterna è una utopia a cui ci si è avvicinati solo in particolari periodi della storia, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti in alcuni decenni del XIX secolo.
La mano pubblica in molte occasioni ha assunto funzione di stimolo e innovazione, basti pensare al coinvolgimento dei governi nella costruzione delle ferrovie durante tutto il XIX secolo e alla crescita dei trasporti e comunicazioni in generale o al salvataggio di aziende in difficoltà sia in ambito ferroviario che in altri settori, l’esempio tipico italiano è l’IRI negli anni ’30.
Il pubblico quindi può assumere la doppia valenza a seconda delle circostanze di stimolo innovativo o conservazione dell’esistente, la sua totale assenza sia in termini regolamentativi che di partecipazione attiva nella produzione si risolve nel tempo in una crisi economica.
Il successo economico porta ad una aggressività comportamentale premiante si che l’esempio che ne deriva conduce ad un ciclo auto-catalitico, in cui il combustibile è la ricchezza proveniente dal successo economico ed il senso di onnipotenza che ne nasce. Si origina una gioia derivante dal fatto che l’uomo sente di sé più del giusto (Spinoza).
La crisi che ne consegue riequilibra i rapporti di valore tra le risorse impiegate, facendo riacquisire la prudenza che era venuta a mancare nell’epoca dell’euforia.
Dobbiamo considerare che, come osserva Galbraith, coloro che sono associati strettamente con il denaro adottano comportamenti di auto-approvazione che li espone all’errore, la loro stessa vicinanza ai centri del potere politico l’incoraggia rendendoli certi dell’immunità in grado di pilotare coscienze e regole. D’altronde il successo economico crea stima ed esaltazione del proprio io, dimostrazione di una intelligenza superiore ammirata e invidiata dal pubblico che, nel creare credito e desidero di imitazione, forma un’onda collettiva verso l’alto sempre più irrazionale, né vi può essere un intervento normativo totalizzante tale da frenare tale onda, se poi non è strumentale al disegno politico del momento, a pena di bloccare il sistema.
Le crisi pertanto sono insite nel sistema, eventi di equilibrio dello stesso, in cui l’intervento pubblico assume la funzione di elemento inibitore degli stati di euforia ed elemento rafforzativo in caso di depressione, ossia stabilizzatore ed anticiclico, creando crescita in equilibrio sostenibile nel tempo, massima ne sarà l’efficienza se non avverrà in tempi troppo ristretti, finendo per nascondere le tracce e i risultati dell’intemperanza non depurando il mercato, o troppo tardi per impedire l’effetto devastante della crisi nel tempo.
Una crescita economica che assume anche la funzione di una crescita culturale, ossia del progresso, deve essere una crescita più lenta ma sostenibile nel tempo che permetta anche una parallela maturazione culturale umanistico- scientifica dell’uomo, le regole comportamentali non saranno solo imposte esternamente ma soprattutto interiorizzate.
La cultura umanistico- scientifica risulta essere pertanto uno dei migliori antidoti agli eccessi e rafforzativa di un corretto intervento pubblico, in cui le norme regolamentative non sono più un ostacolo da aggirare ma qualcosa di comportamentale da rispettare in quanto poste alla sostenibilità della ricchezza nel tempo.
Occorre pertanto rivalutare il prestigio della cultura quale argine interiore al senso di onnipotenza dell’accumulo di ricchezza, premessa e causa per comportamenti estremi e quindi devianti.
Il termine giuridico regolamentativo, sentito come ostacolo ad una iniziativa arbitraria e quindi sempre sottoposto a tensione per un suo superamento anche mediante corruzione, deve quindi possedere una interiorizzazione culturale al fine di acquisire una efficacia nel tempo.
 
 
 
Bibliografia
 
– J. K. Galbraith, Breve storia dell’euforia finanziaria. I rischi economici delle grandi speculazioni, Rizzoli 1991.
 

– J. K. Galbraith, Storia dell’economia. Il passato come presente, Rizzoli, 1988.

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