Aprire al mercato anche le professioni legali

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Quasi tutti i miei colleghi avvocati utilizzano frequentemente il taxi e – giustamente – si lamentano della qualità del servizio, soprattutto per l’insufficiente numero di auto disponibili nei periodi di punta. Sono perciò certo che la maggior parte dei legali sia favorevole ad una graduale “liberalizzazione” di questo settore, come di molti altri (ad esempio banche, assicurazioni, certi aspetti della disciplina delle cooperative e dei servizi pubblici locali: settori purtroppo non tutti interessati dal provvedimento del Governo).
Vedo invece che il Consiglio nazionale forense contesta fortemente – addirittura con un comunicato pubblicato a pagamento sui principali giornali – le misure finalizzate ad aprire al mercato i servizi professionali. La categoria ha proclamato (peraltro senza rispettare il necessario periodo di preavviso) oltre dieci giorni di sciopero: una protesta che ha ben pochi precedenti, e che non venne adottata, in termini così gravi, nemmeno quando furono approvate alcune leggi veramente pericolose nei confronti dei principi democratici e delle garanzie difensive.
Tutto è opinabile, e anche le “liberalizzazioni” dovrebbero essere discusse con le categorie, e non possono costituire un mito.
Ma l’affermazione del Consiglio nazionale forense, secondo la quale l’abolizione delle tariffe minime “avrà l’effetto di aumentare i costi di accesso ai Tribunali” non mi pare possa costituire una base seria per la discussione, che invece sarebbe certamente opportuna quanto alle modalità ed ai limiti della necessaria “apertura al mercato”.
E’ poi vero che l’obiettivo fondamentale, nell’interesse dei cittadini, è quello di garantire la qualità della prestazione: per perseguirlo, occorrerebbero iniziative assai impegnative, anche da parte della categoria interessata; ma il provvedimento del Governo non peggiora certamente la situazione.
Infine, la maggiore possibilità di pubblicizzare informazioni relative agli studi legali si configura (oltre che come un naturale adeguamento agli standard europei) come un servizio utile ai cittadini: i quali hanno un evidente interesse a conoscere le caratteristiche e le specializzazioni dei vari studi, i prezzi praticati e (con il loro consenso) i nominativi dei principali clienti. Spetta agli Ordini professionali vigilare affinché tutto ciò avvenga in forme sobrie e decorose. Ma opporsi a questi cambiamenti è una posizione fuori dal tempo.
Una precisazione: avrei pensato e scritto le stesse cose se la riforma fosse stata proposta dal precedente Governo.
 
Luciano Butti
Avvocato e professore a contratto di diritto internazionale dell’ambiente presso l’Università di Padova
 

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