Protocollo addizionale alla convenzione di Budapest sulla criminalità informatica: l’Italia che guarda al futuro

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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Forse non tutti sanno che nell’ormai lontano 2001 a Budapest è stata sottoscritta ed approvata la Convenzione contro la criminalità informatica, o Convenzione contro il cybercrime, che rappresenta una guida per i Paesi dell’Unione per l’elaborazione di una strategia comune contro la criminalità del web. 

Tra gli obiettivi della Convenzione c’è quello di punire le infrazioni contro la riservatezza, l’integrità e la disponibilità di dati e sistemi informatici, i crimini associati all’informatica o commessi con mezzi informatici, i reati associati ai contenuti (pedopornografia, razzismo e xenofobia) e le infrazioni legate alla violazione del copyright e dei diritti correlati.

Oltre vent’anni dopo, la ministra della giustizia Marta Cartabia ha appena siglato a Strasburgo, alla riunione del Consiglio d’Europa, un protocollo addizionale alla Convenzione di Budapest, volto a “rafforzare la cooperazione nel campo della lotta alla criminalità informatica e consolidare la raccolta di prove di reati in forma elettronica ai fini di specifiche indagini o procedimenti penali”.

Il Protocollo fornisce un insieme di strumenti giuridici a tutela dei diritti umani fondamentali, quali la cooperazione diretta con i fornitori di servizi e gli uffici di registrazione dei nomi di dominio, strumenti rapidi e veloci per ottenere informazioni sugli abbonati e dati relativi al traffico dati, una cooperazione immediata in caso di emergenza o un’assistenza reciproca per indagini congiunte, comprese garanzie in materia di protezione dei dati.

Tra le principali novità si annovera una rafforzata cooperazione tra gli Stati aderenti. 


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Che il cybercrime sia sempre più all’avanguardia e pervasivo è ormai cosa nota, complici anche i nuovi scenari di guerra, che hanno portato il fronte informatico alla ribalta esattamente come il fronte fisico. Ormai si combatte in rete una vera e propria guerra, così come avviene nel mondo reale. Il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Budapest parte da questo assunto per incrementare la cooperazione tra gli Stati, sia in termini quantitativi sia qualitativi, e tra gli Stati ed i privati, stabilendo in quali casi e sulla base di quali presupposti i fornitori di servizi di un determinato Paese potranno fornire i dati in loro possesso direttamente alle autorità competenti di altri Paesi.

Il web, soprattutto il dark web, è utilizzato come marketplace per attività illegali di ogni genere e la risposta dei governi deve stare al passo con l’evoluzione tecnologica, cosa che non può avvenire senza che le aziende private che gestiscono le piattaforme non prestino la loro collaborazione. 

In base al nuovo protocollo, tutti i Paesi aderenti saranno obbligati a creare canali specifici per cooperare tra loro rapidamente in casi di segnalazione di reati con procedure di emergenza specifiche, che faciliteranno la prevenzione e la repressione dei crimini più gravi contro la persona. 

Importante è sottolineare che oltre all’Italia ed a diversi Stati dell’Unione Europea, il protocollo è stato sottoscritto anche da Cile, Colombia, Giappone, Marocco e Stati Uniti.

L’adesione di Paesi extra UE al trattato è fondamentale, non solo perché il rischio informatico è un rischio globale, che non si arresta ai confini europei e che quindi deve essere combattuto in maniera altrettanto comune, ma soprattutto perché la condivisione di esperienze comuni a Paesi diversi, come sottolineato dalla stessa Ministra della Giustizia, accresce l’esperienza di tutti e pertanto rende più efficaci gli strumenti di prevenzione e punizione. 

Infine, non possiamo non considerare come la firma del protocollo, avvenuta nell’ambito di una Conferenza internazionale in cui l’Italia presiede il Comitato dei Ministri, sia un’occasione ghiotta per il nostro Paese. 

Con i fondi del PNRR in arrivo, con la strategia tutta rivolta al digitale impostata dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero della Pubblica Istruzione e dal Ministero per l’Innovazione Tecnologica, l’Italia ha la possibilità di rimanere al passo in uno dei temi più cruciali di questi ultimi anni, ovvero la tecnologia e la cybersecurity. 

Sia dal punto di vista delle infrastrutture, della tecnologia, della formazione e dei servizi offerti a livello di PA, sia a livello legislativo, il nostro Paese sta dimostrando di aver capito quale sia l’andamento economico e sociale del momento e di volerlo cavalcare a buon diritto tra i “big”. 

Perché questo è un treno che non possiamo permetterci di perdere. 

 

 

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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