La dissoluzione giuridica dell’esistere

La dissoluzione giuridica dell’esistere

Sabetta Sergio

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            Ogni nostra azione ha un senso in una catena di azioni, in queste prendiamo con più serietà alcune scelte costruendo intorno ad esse la nostra forma di vita, casualità e razionalità logica vengono a convergere sul nostro essere nel mondo, una rete che ci vincola ma che al contempo ci mantiene nell’esistere, nel nostro agire vi è tuttavia la coscienza dell’azione che ci induce a vederci talvolta dall’esterno con la creazione di “due inevitabili punti di vista” (Nagel), che vengono a confliggere in noi creando una doppia tensione e il senso di assurdità del nostro agire, nella ricerca di un senso ultimo al nostro agire che non può che essere o in una realtà superiore o nel divenire stesso della natura, in un fine che a noi sfugge.

            In questo dilemma viene a salvarci la consuetudine nata dalla necessità di soddisfare i bisogni primari immediati propri della vita, domande e risposte rientrano in una razionalità aderente alle richieste vitali dell’esistere, la rete di relazioni che ci avvolge funge al contempo da sostegno, ancora o peso nell’infinito, mezzo che egoisticamente ci sostiene ma anche strumento del nostro perderci, l’ambiguità dell’essere si riflette nel rischio delle relazioni, libertà e vincolo che l’esistere ha in sé si materializza nel tentativo dell’individuo di mantenere la propria libertà in presenza delle richieste altrui, adottando il criterio dell’affidamento nel consolidarsi della consuetudine il diritto ricrea il vincolo là dove vi era il tentativo di mantenere la libertà individuale.

            Nella “capacità di essere cosciente di sé e di trascendersi” si supera “la forza d’inerzia di dare il mondo e la vita per scontati” (Nagel), in un’alternarsi tra “inerzia” e “riflessione”, l’aderire pedissequamente al mondo quale sistema lo conduce all’inevitabile crisi estrema e all’emergere della capacità critica propria della riflessione, nella necessità della decisione insita nella biforcazione a cui ci pone di fronte la stessa crisi riemerge la “possibilità di senso” che la cooperazione volontaria possiede, nel superare lo scetticismo che ci prende nel momento in cui la crisi fa sì che noi stessi ci poniamo nel mondo che pretendiamo di conoscere (Nagel).

            Nel fluttuare ciclico tra libertà e regolamentazione, il ciclo storico si esaurisce nella crisi in cui vi è il frutto del dissolvimento caotico, ma contemporaneamente nuove forme di pensiero, nuovi giudizi e valori si consolidano e si allargano in una dinamica di alleanze e scissioni, fino al coagularsi in un nuovo centro, si ha un nuovo senso dell’azione, dell’esserci, l’orizzonte delle relazioni si consolida e passa dall’istinto della pura sopravvivenza alla logica istituzionale propria delle relazioni, l’individuo acquista un senso nei nuovi rapporti, nella sua orizzontalità uscendo dalla verticalità della ricerca logica propria del susseguirsi delle domande / risposte, in questo il diritto “non può fornire un senso ma può dissolvere il senso”, creare l’arbitrio della caoticità, dove la logica dell’esistere si dissolve in un peso dell’esistere.

            In questo rapportarsi tra l’individuo e il mondo, l’assolutizzazione dei rapporti umani secondo schemi fa sì che si perda il rischio della scelta, dei modi possibili del rapportarsi al mondo negando l’essenzialità delle possibilità, le relazioni umane vengono ad appiattirsi, i diritti strumentalizzati, l’efficienza fa perdere le capacità relazionali, il progresso perde il suo ottimismo indiscriminato, il superamento delle necessità materiali della quotidianità in schemi normativamente e rigidamente predefiniti svuota l’esistenzialità e le sue possibilità di essere, non vi è più la costruzione di un senso individuale nella pretesa della normatività, il conoscere come modo d’essere dell’io nel mondo (Heidegger), la finitudine dell’essere viene stritolata tra gli estremi della caoticità e della rigidità, di cui il diritto ne è uno specchio kafkiano (Processo, Il Castello, il Messaggio dell’imperatore).

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