La complessa “ambiguità” nazionale

La complessa “ambiguità” nazionale

Sabetta Sergio

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La penisola italiana è sempre stata un ponte nel centro del Mediterraneo in cui dal II Millennio a.C. si riversarono popolazioni d’oltralpe,  dall’Egeo e dalla Dalmazia, si stanziarono tribù venete, celtiche, liguri, fiorirono le civiltà villanoviana, artesina, calcolitica, detta di Remedello, e delle terramare con apporti transalpini nella pianura padana, la civiltà appenninica dell’età del bronzo, con influenze fino alla civiltà sicula orientale, a cui si sovrapposero nel Centro-Sud le influenze trans marine dall’ Ellade e dall’Anatolia oltre che dalla già citata Dalmazia con la fondazione di colonie autonome che diedero vita alle città della Magna Grecia, da Cuma ad Ancona nell’arco costiero, né si possono scordare le civiltà del Centro Italia, quali le città etrusche e latine, sintesi di ulteriori sovrapposizioni.

            Solo l’espansione romana tra il IV e il I Secolo a.C., con la costruzione della rete viaria consolare, l’insediamento di colonie di diritto romano e latino, nonché la romanizzazione delle altre città mediante una fitta rete di scambi commerciali, di modelli culturali amministrativi e architettonici di pubblica utilità, portarono sotto una salda , coerente e continua gestione senatoria ad unificare amministrativamente e culturalmente la penisola italica, espandendo progressivamente verso Nord fino alle Alpi e verso Sud fino alla Sicilia l’ambito amministrativo, una politica che coerentemente durò più di tre secoli, ma che la crisi del mondo antico tra il V e il VII Secolo d.C. portò a frantumare, popolazioni germaniche e sarmatiche dal Nord, la reazione bizantina dall’Oriente e la pressione islamica dal Sud spezzarono l’unità culturale ed economica dell’area mediterranea e dell’Italia.

            Nei secoli successivi Goti, Eruli, Longobardi, Franchi, Bizantini, Arabi, Normanni, Aragonesi, Angioini, Imperiali, Francesi e Spagnoli, spezzarono definitivamente la penisola che, stretta tra feudi imperiali, popoli, città stato e successive signorie, con la rinascita della Roma imperiale in termini politico-religiosi, ma estesa ecumenicamente sui vari continenti, nel centro dell’Italia con un dominio diretto sui territori che furono già dell’Esarcato, non trovò più una sua unità politico-amministrativa, che rimase un ricordo sostenuto dai richiami culturali di grandi personaggi quali Dante e Petrarca, la situazione protrattasi fino all’ottocento si risolse alla metà del secolo con l’azione risolutiva di un Piemonte strutturato militarmente ma con una forte matrice culturale francese, tanto che Vittorio Emanuele II si esprimeva solo in francese e piemontese.

            L’unità della penisola si risolse in una forte tensione tra le varie capitali, dalla Torino sabauda centrata sull’idea della militarità con una tradizione che nel concetto di ordine sociale e trasmissione di una disciplina etica trovava ragione del proprio esistere, alla Milano attiva nei traffici commerciali ed orgogliosamente municipalistica nella sua buona amministrazione da ritenersi la “capitale morale”, dalla Roma papalina ecumenica e politicamente tesa alla trattativa ed accordi necessari all’esercizio della potestas, alla Palermo indipendentista e ribelle, chiusa orgogliosamente su se stessa, o alla Napoli in cui il popolo era costituito da una massa plebea a servizio e controllata da capi quartieri, su cui primeggiava un ceto nobiliare estremamente distaccato, per non parlare delle capitali minori e della vasta problematica del rapporto tra aree che per secoli si erano sviluppate secondo logiche differenti.

            L’arretratezza e il ritardo della penisola rispetto alle aree industriali europee già in fase avanzata di sviluppo, quali l’Inghilterra, la Francia, il Belgio, l’Austria, la Boemia e la Renania, si possono riflettere nel rapporto conflittuale tra l’area milanese definitasi “capitale morale”, e la capitale politica romana, nonché nell’ambiguo rapporto tra il nascente ceto industriale lombardo e la classe politica della capitale, l’area ambrosiana risulta orgogliosamente municipalistica vantando il proprio “separatismo civile”, appoggiandosi sul sapere specialistico empirico rifiuta la sintesi politica autocelebrandosi nei suoi successi imprenditoriali e creando il mito in contrapposizione a Roma della “capitale morale”, nell’affermarsi “capitale morale d’Italia” rifiuta al contempo il colloquio con il resto del Paese rinunciando pertanto all’effettività del ruolo auto-assegnatosi in una illusione autonomistica, si crea un abisso ideologico-morale tra la ricca e operosa Milano e il pigro e assistenzialistico Sud (Luzzatti).

            Si tratta di un separatismo civile da contrapporsi all’unità politica espressa da Roma e che riemerge nel corso del ‘900, espressione più ampia del municipalismo proprio della storia dell’Italia, una dimensione non unitaria che percorre la storia nazionale, questo non impedisce alla crescente classe industriale di appoggiarsi alle istituzioni dello Stato unitario per ottenere protezione sociale nel mantenere l’ordine, economica con le barriere doganali e l’utile attraverso le commesse pubbliche, viene tuttavia a mancare la capacità di un adeguato progetto politico rispetto alla crescente importanza della classe imprenditoriale, la quale concentrata sui propri affari delega l’agire politico alle vecchie élite, cercando di ottenerne in cambio dell’appoggio i benefici che ritiene indispensabili, si limita all’attività amministrativa dell’area ambrosiana prossima alla dimensione dell’efficienza economica, rifiutando la partecipazione diretta all’azione politica come qualcosa di pericoloso e logorante (Alessandro Rossi).

            L’incapacità di creare una propria riflessione politica che inquadrasse i problemi nazionali in più ampie riflessioni che non si riducessero alla creazione di “mitologie”, fa sì che nel momento in cui la classe imprenditoriale e in particolare l’area ambrosiana si decide di entrare in politica per l’estrema necessità di possibili sovvertimenti, la risposta non può che essere di repressione o di schemi di pura privatizzazione copiati di peso da altre esperienze e ravvivati dal rafforzamento dell’intreccio dei vari interessi, in sostanza antistatalista ma non liberista, privatista ma non anti interventista, la politica intesa come luogo di ristretti compromessi ma utile per l’ottenimento di consistenti vantaggi economici, strettamente strumentale anche se ricoperta di “miti”.

            Il mancato coinvolgimento della borghesia dell’ambito ambrosiano nell’amministrazione centrale del nuovo regno, fece sì che ad una classe burocratica piemontese che faceva riferimento alla Destra storica subentrasse progressivamente una nuova classe burocratica le cui fila provenivano principalmente dall’area romana e dal mezzogiorno (Cassese, Giannini), nel lamentarsi dell’ambiguità del “trasformismo” della nuova Sinistra storica, frutto anche del tentativo di raccordare i nuovi interessi con la precedente oligarchia agraria e finanziaria, il municipalismo ambrosiano trovava spazio per nuovi accordi, basta pensare alle nuove tariffe protezionistiche del 1878 e del 1887, anche la legislazione si trovò ristretta tra municipalismo e accentramento, come del resto la storia culturale, politica ed economica della Nazione fa sì che la stessa normativa ottiene effetti diversi nelle varie aree territoriali, talvolta in contrasto, altre volte puramente ignorata, d’altronde il ridurre a forme federali spinte sull’onda di un municipalismo proprio della storia accentua progressivamente i dislivelli economici, l’intervento pubblico richiesto a protezione dalla borghesia industriale fino dalla sua nascita a sua volta si risolve in altre aree, unito al welfare, in un ulteriore fattore dissipativo di consolidamento di strutture parassitarie, in questo vi è il peccato originale della nascita dell’industrializzazione nazionale, con una mancata elaborazione culturale adeguata alle nuove problematiche, se non puramente “mitologica”, da parte della nascente borghesia “ambrosiana” interessata ad impegnarsi in politica solo in termini puramente strumentali.

            Nel sostenere questo municipalismo esasperato, rifacendosi alla tradizione dell’Albertini propria del periodo a cavallo del secolo, il criterio basilare diventa una affermazione di ordine etico incentrata sulla dimensione dell’efficienza economico-sociale, dove il richiamo agli ideali superiori permette di evitare le connotazioni storiche e strutturali.

            L’etica deve soddisfare ai bisogni di sopravvivenza, integrazione interna ed equilibrio esterno, la sua visione viene ad influire non solo la lettura degli eventi sociali ma anche i dati economici che devono acquisire una coerenza con la nostra storia etica, tanto da fare evaporare e perdere nel corso della storia quello che non risulta coerente (Lloyd), una coerenza tanto maggiore quanto più è forte la pressione esterna (Etica descrittiva), d’altronde la dimensione etica può indurre ad una estrema semplificazione tanto dei fatti politici che sociali, permettendo di ridurre l’importanza degli interessi materiali a favore di comportamenti prevalentemente individuali e di costume, fino a manipolare in termini giustificazionisti i rapporti con lo Stato.

            Risolvere i problemi etici è anche individuare i modi di come organizzare le istituzioni sociali, la base motivazionale coinvolge il modo di vivere e come la società dovrebbe essere organizzata, ma le risposte “devono essere accettate e interiorizzate da numerosi individui perché abbiano effetto” (Nagel), il tentativo di superare lo stretto localismo fu effettuato solo dalla Lega di Torino (Gino Olivetti) accettando un confronto che presupponeva una discesa in campo con l’elaborazione di una propria ideologia complessiva nel rapporto con l’unità nazionale, una elaborazione limitata alla regolamentazione dei conflitti economici e sulla matrice del concetto sabaudo di ordine, che pur tuttavia confluiva nella nuova organizzazione scientifica del lavoro propria del nascente taylorismo, industrializzazione e tradizione sabauda venivano a sovrapporsi “nel richiamo ad una disciplina collettiva, dove la militarità dei pensieri e dei gesti non era diretta ad esiti propriamente guerreschi, quanto piuttosto alla severa uniformazione di una società che fosse consapevole ed orgogliosa della propria organizzazione gerarchica e al tempo stesso della sua autonomia” (302, W. Barberis, Le armi del Principe. La tradizione militare sabauda, Biblioteca di cultura storica, Giulio Einaudi ed., 1988).

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