Suprema Corte di Cassazione: “la madre ha l’obbligo di comunicare la paternità”

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia

Prima di affrontare la questione specifica scriviamo qualcosa sul riconoscimento dei figli naturali.

Riconoscimento dei figli

Il riconoscimento dei figli nati fuori del matrimonio è una dichiarazione unilaterale di scienza con la quale una persona dichiara di essere padre o madre di un’altra persona.

Sulla base di questo atto irrevocabile si forma l’atto di nascita.

Nel caso nel quale sia presente un riconoscimento, occorrerà prima fare cadere la legittimità, con un’azione di contestazione della legittimità e poi fare il riconoscimento.

Il riconoscimento di figli incestuosi è ammesso previa autorizzazione del tribunale, considerato che per il riconoscimento dei figli incestuosi minorenni è competente il tribunale per i minorenni.

Il figlio incestuoso può agire per ottenere il mantenimento, l’istruzione o l’educazione e, se maggiorenne, e in stato di bisogno, gli alimenti.

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Per riconoscere un figlio nato fuori del matrimonio sono necessari 16 anni di età, salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio (art. 250, ultimo comma c.c.).

Prima di quel periodo il figlio verrà affidato ad altre persone.

Da quando la Corte Costituzionale con la sentenza n. 50/2006 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 274 del Codice Civile, il riconoscimento non è più un atto discrezionale del genitore naturale, ma è possibile costituire un rapporto giuridico di filiazione anche contro la volontà del genitore naturale che non riconosce il figlio.

Il figlio ha diritto di vedere costituito il proprio rapporto di filiazione portando la prova biologica sulla paternità o maternità in giudizio.

L’articolo 274 del codice civile prevedeva che fosse necessario valutare l’ammissibilità dell’azione in giudizio (fumus boni iuris) nonché valutare se il riconoscimento andasse a beneficio del figlio. Dopodiché la sentenza poteva essere impugnata fino all’ultimo grado di giudizio. Tutto ciò comportava una durata oltremodo lunga del caso, impedendo al figlio di vedere soddisfatto il suo diritto. Il genitore, che la dichiarazione giudiziale ha decretato come tale, sarà costretto a pagare ex tunc gli arretrati per mantenere il figlio.

Per la dichiarazione di paternità occorre la certezza della prova, restando l’onere della prova alla madre o figlio ricorrenti.

L’uomo può rifiutare, senza obbligo di motivazione o giusta causa, il test senza conseguenze legali (civili o penali) o nell’esito del procedimento di accertamento della paternità, anche nelle forme non invasive e prive di possibili effetti collaterali sulla salute.

Il giudice può tenere conto del rifiuto, valutandolo a carico dell’uomo.

Anche in presenza di un rifiuto del test che potrebbe essere valutata da alcuni come un’implicita ammissione della paternità, esistendo questo diritto al rifiuto, tecnicamente le dichiarazioni della donna sulla paternità del figlio hanno pari rilevanza processuale di quelle dell’uomo su possibili relazioni della donna con terzi, o che negano rapporti sessuali completi e quindi la possibilità del fatto contestato.

Con dichiarazioni contrastanti, senza testimoni o altri riscontri probatori maggiori (come il test del DNA), non è possibile l’accertamento della paternità per insufficienza di prove.

Tenuto conto della oggettiva difficoltà a reperire prove per l’accertamento di paternità, la giurisprudenza valuta ai fini probatori anche la condotta delle parti durante il procedimento, non esclusivamente quella relativa al periodo della relazione-concepimento.

La madre deve comunicare la paternità

In una coppia di fatto, il padre ha l’obbligo morale e giuridico di riconoscere il figlio, lo deve denunciare all’anagrafe del proprio Comune.

Un simile adempimento non è necessario per le coppie sposate perché la presunzione di paternità agisce in automatico.

Di solito è il padre che, il più delle volte, si defila da questo dovere per evitare le responsabilità, personali e patrimoniali, che derivano dalla filiazione.

Ci si chiede che cosa succede se è la madre che non comunica al padre la nascita del figlio, se commetterebbe reato tacendo la gravidanza, se potrebbe essere denunciata oppure citata per risarcimento del danno.

Per comprendere meglio, come riportato anche da altre fonti, si può ricorrere un esempio reale tratto da un caso giudiziario.

Una coppia di partner intrattiene una relazione che finisce dopo qualche mese di convivenza.

In quel momento la donna scopre di essere incinta.

Nonostante la scoperta, decide di non comunicarlo all’ex compagno, convinta che la relazione sia terminata e per questo desidera crescere il figlio senza le ingerenze del padre.

Lo potrebbe fare?

Andrebbe incontro a delle conseguenze se un giorno l’uomo dovesse venire a sapere di avere avuto un bambino ma di essere stato escluso dai momenti più importanti della sua crescita?

La questione è stata affrontata dalla Suprema Corte di Cassazione con una recente sentenza (Cass. sent. n. 8459/2020).

Secondo la Suprema Corte, la madre ha l’obbligo di comunicare al compagno la paternità e l’imminente nascita del figlio, ed è un obbligo al quale non si può sottrarre, neanche se dovesse avere accesi contrasti con il suo ex.

Un silenzio di questo genere, è ammissibile esclusivamente in presenza di un oggettivo e apprezzabile interesse del figlio.

Ad esempio, nel caso di un uomo pluriricercato, violento, pericoloso o che abbia stuprato la donna.

Senza che ci sia nessuna necessità di tutelare il futuro bambino dal padre, la madre è tenuta a comunicare all’ex partner la sua paternità non appena ne viene a conoscenza.

Non esiste alcuna norma di legge che imponga alla donna di informare il padre dell’imminente nascita del figlio, però un simile dovere, secondo la Cassazione, si può dedurre dall’ordinamento dello Stato e dalla Costituzione che riconosce a ogni bambino il cosiddetto diritto alla bigenitorialità, vale a dire, a mantenere dei legami solidi sia con il padre sia con la madre.

La conclusione è che secondo la Cassazione, l’omessa comunicazione al padre, da parte della madre, consapevole della paternità, dell’avvenuto concepimento, se non giustificata da un valido motivo nell’interesse del nascituro e nonostante la comunicazione non sia imposta da nessuna norma,  si traduce in un comportamento illegittimo, che se fatto con dolo o colpa, non costituisce reato ma può di sicuro integrare gli estremi di una responsabilità civile, perché suscettibile di arrecare un pregiudizio, che può essere qualificato come danno ingiusto, al diritto del padre naturale di affermare la sua identità di genitore, vale a dire, di ristabilire la verità sul rapporto di filiazione.

Il padre non potrà denunciare la madre, ma le potrà chiedere il risarcimento del danno per avergli negato il diritto alla paternità.

Se il padre avesse comunicato alla donna di non avere intenzione di riconoscere il figlio, non potrà pretendere di essere risarcito.

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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