Se il tradimento è frutto di depressione può scattare l’addebito?

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia
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Di recente è stato chiesto alla Suprema Corte di Cassazione che cosa rischia la moglie che tradisce perché depressa e infelice (Cass. sent. n. 11130/22).

La Suprema Corte si è trovata davanti a una richiesta di “addebito”, formulata dal marito a carico della propria moglie scoperta con l’amante.

Lei si era difesa sostenendo di essere vittima di una situazione di grave disagio mentale che l’avrebbe spinta, non per suo volere cosciente, nelle braccia di un altro uomo.

     Indice

  1. In che cosa consiste l’addebito della separazione?
  2. In quali casi è vietato il tradimento?
  3. Il tradimento della moglie depressa è causa di addebito?
  4. Quando il tradimento comporta addebito?

1. In che cosa consiste l’addebito della separazione?

L’addebito si applica in modo esclusivo nell’ipotesi di separazione giudiziale.

Se i coniugi dovessero decidere di procedere alla separazione in modo consensuale, arrivando a un accordo, non si potrà parlare di addebito.

In sede di separazione giudiziale uno dei coniugi può chiedere che la separazione venga addebitata all’altro.

L’addebito consiste nell’attribuire all’altro coniuge la responsabilità della fine del vincolo matrimoniale.

Secondo il codice civile, il giudice, quando pronuncia la separazione, dichiara, se ricorrono le circostanze e venga richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, considerando la sua condotta contraria ai doveri che derivano dal matrimonio (art. 151 c.c.).

Le conseguenze che seguono l’addebito della separazione sono due.

Con la prima, il coniuge al quale è stata addebitata la separazione perde il diritto al mantenimento, che l’altro non gli dovrà dare, mentre continuano a spettargli gli alimenti, che si differenziano dal mantenimento perché servono esclusivamente a garantire i mezzi minimi di sussistenza.

Il coniuge al quale viene attribuita la separazione per colpa perde anche i diritti successori nei confronti dell’altro.

Con la seconda, il partner al quale è stata addebitata la separazione non può succedere all’altro nel caso di morte.

Si tratta di una conseguenza negativa che, in assenza di addebito, si verifica esclusivamente dopo la sentenza di divorzio.

2. In quali casi è vietato il tradimento?

Ricordiamo subito quali sono i principi in relazione al tradimento.

Il tradimento è un illecito contro il matrimonio e chi lo commette non può chiedere il mantenimento.

Questo accade esclusivamente quando è l’unica e autentica causa della rottura del matrimonio.

Se risulta che la coppia era in crisi prima dell’adulterio, l’infedeltà è la conseguenza di una situazione irrecuperabile, determinata da diversi motivi e non ci può essere nessuna responsabilità.

Ad esempio, la moglie che tradisce il marito dopo avere scoperto il tradimento di quest’ultimo o per avere subito per molto tempo da lui subito angherie e vessazioni.

Un altro esempio è rappresentato dal caso nel quale l’uomo abbia l’amante dopo che la moglie è andata via di casa.

Il fatto di confessare al proprio coniuge di non amarlo più e magari aggiungendo di essersi invaghiti di un’altra persona non è tradimento se con la stessa non ci sia stato nessun contatto o rapporto, anche se di tipo virtuale.

Il tradimento deve essere un atto volontario e cosciente.

Non si attribuisce la fine del matrimonio al marito perché la moglie è gelosa dell’amica di lui, anche se tra i due non ci sia stato nessun rapporto né episodio che possa avere dato adito ad equivoci nell’opinione comune.

Non si può neanche imputare la responsabilità per la fine del matrimonio alla moglie corteggiata, che riceve le attenzioni da parte di un ammiratore se lei non ne ha rafforzato le speranze.

Sempre per completare il quadro si deve ricordare che il fatto di scoprirsi “non più innamorati” del proprio coniuge è normale e non porta all’addebito, vale a dire, alla perdita del mantenimento.


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3. Il tradimento della moglie depressa è causa di addebito?

Che cosa accade a chi tradisce perché infelice e depresso?

Nel caso che ha deciso la Suprema Corte, nella sentenza in commento, la moglie ha evitato l’addebito della separazione, anche se avesse tradito il marito, proprio perché infelice e, in tempi non sospetti, era ricorsa all’aiuto di uno psicologo per superare le situazioni di conflitto con il coniuge.

Non è stata l’infedeltà, vera o presunta, a rendere intollerabile la convivenza, ma quello che deve essere provato durante il giudizio.

Chi si difende dall’accusa di tradimento deve fornire la prova che la coppia era in crisi e che, al di là della relazione adulterina, il matrimonio forse avrebbe avuto fine lo stesso.

Se la condotta illecita, vale a dire, l’adulterio si ha quando è in atto una profonda crisi del matrimonio, non ci può essere addebito.

4. Quando il tradimento comporta addebito?

Come ha chiarito più volte la Cassazione, chi si lamenta per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà deve provare il tradimento e il fatto che proprio dallo stesso, e non da motivi precedenti, sia dipesa l’intollerabilità della convivenza.

L’altro coniuge, da parte sua, deve dimostrare che la crisi coniugale è anteriore all’infedeltà accertata, documentando i fatti sui quali è fondata l’eccezione.

L’addebito della separazione può scattare anche per la relazione che non si sostanzia nell’adulterio ma genera plausibili sospetti d’infedeltà per i modi nei quali è coltivata e in considerazione dell’ambiente nel quale vivono i coniugi.

Nel caso specifico, la moglie era preda di una profonda crisi quando aveva chiesto aiuto al servizio psicologico e al centro antiviolenza sulle donne.

Lo stesso marito aveva ammesso che, negli ultimi tre anni di matrimonio, la donna aveva cambiato abitudini, segnale che ne conosceva le condizioni psicologiche.

Una volta dimostrato che la crisi coniugale era preesistente  il tradimento non è causa di responsabilità coniugale.

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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