inserito in Diritto&Diritti nell' aprile 2001

Caso: La pena di morte,chi favorevole e chi contrario!

di

M. Viceconte

Il caso viene visto anche in un’ottica di politica del diritto

 

Un civilissimo paese come gli Stati Uniti d’America è restio ad eliminare dal suo ordinamento la pena di morte.

 

Le norme in discussione

Nel nostro ordinamento giuridico non esiste una norma che preveda la condanna alla pena di morte.

In altri ordinamenti è prevista la pena di morte. In alcuni Stati degli U.S.A , nella Cina…..

Occorre perciò fare riferimento alla legislazione di tali stati.

 

 

 

Da Il Sole 24 Ore

Abolizionisti e non- l’ONU e la pena di morte

Ecco come si schierano i paesi aderenti alle Nazioni Unite sulla pena capitale,

Rispetto al problema della pena di morte, i 188 paesi aderenti all'Onu si possono suddividere in quattro gruppi:

Paesi che hanno abolito
la pena di morte: 68

Paesi che hanno abolito
la pena di morte almeno
per i reati comuni: 14

Paesi che mantengono nel
loro ordinamento la pena
di morte ma non la applicano
da almeno dieci anni e si
possono definire "abolizionisti
di fatto": 23

Paesi che applicano
ancora la pena di morte: 83

(16 novembre 1999)

   

 

Esempio di reato di estrema gravità che ha scosso la società per l’efferatezza con cui è stato eseguito è quello contenuto nelle pagine de La Repubblica e che viene proposto con il solo intento di far meditare, e non altro.

Articolo da La Repubblica 19 agosto 2000: Hegere, 5 anni,massacrata dal pedofilo rumeno.

IMPERIA - Hegere Kilani, 5 anni, tunisina, scomparsa ieri pomeriggio davanti alla casa della sua famiglia a Imperia, è stata uccisa. Il corpicino, straziato da diverse coltellate è stato trovato in un appartamento di vico Parrasio nel centro storico della città ligure. Nella casa, ospite di un infermiere italiano, abitava Vasile Donciu, un immigrato clandestino rumeno di 20 anni che nell'imperiese aveva fatto il barista, ma anche dei furti. La polizia lo sta cercando. Quasi sicuramente è lui l'assassino. Il questore di Imperia, nella conferenza stampa di questa notte, ha detto sconsolato: "Questo giovane rumeno era già stato fermato e arrestato per furto aggravato e proposto per l'estradizione. Purtroppo, come tanti altri, era rimasto in Italia". Hegere, figlia di un muratore tunisino da dieci anni regolarmente in Italia con la sua famiglia (la piccola aveva tre fratellini e la madre è casalinga) è stata ammazzata durante un tentativo di violenza carnale. Oggi, la famigliola tunisina sarebbe dovuta partire per le vacanze, tornare per qualche settimana a Madir, il paese d'origine dei Kilani. Era una bambina vivacissima, molto curiosa e fiduciosa. In giro la conoscevano tutti. Il quartiere fa parte della città vecchia (Porto Maurizio), si trova in posizione sopraelevata: vicoli stretti, piazzette chiuse al traffico, case dai colori pastello una a fianco all'altra, molte affittate ai turisti per la stagione estiva. Uno scenario tipico di qualsiasi centro abitato della riviera ligure. Vico a piazza Parrasio erano così diventati una specie di cortile per i gochi di Hegere e di tanti altri bambini. Donciu aveva "puntato" la piccola per tutta la mattina, aveva chiesto addirittura informazioni su di lei e sulla sua famiglia ad alcune persone. "Tunisina? I tunisini sono gente ricca" aveva detto a Alessandra C., una giornalista di Milano, in vacanza a Imperia con il suo bambino: "Mi ha fatto un sacco di domande su quella piccina e sul mio Giacomo - racconta Alessandra C. disperata - pensava che i due fossero fratellini. Poi ha capito che la bambina era tunisina e ha detto quella frase. Io avevo fretta di dar da mangiare a Giacomo e sono andata via. Se avessi solo pensato, avrei portato con me anche la piccola". La madre di Hegere urla disperata il suo dolore. La bambina è stata letteralmente rapita, portata via dal romeno mentre giocava davanti a casa con la sua bicicletta poco prima di pranzo: "Ho sentito un grido, sono scesa in strada. Quel bastardo l'ha portata via con una scusa e le tappava la bocca per impedirle di gridare, perché io non la sentissi". L'uomo, in qualche modo aveva convinto Hegere a seguirlo in bici, poi l'ha afferrata e trascinata in casa. L'omicidio (7/8 coltellate) dovrebbe essere avvenuto nel primissimo pomeriggio, subito dopo la scomparsa. A trovare il corpo della bambina è stato Salvatore Greco, l'infermiere di 45 anni che, da qualche mese ospitava in casa sua Vasile Donciu. Il cadavere della piccola, completamente nudo, era per terra, nella stanza del rumeno. Nell'appartamento c'era la bicicletta. Pare che fra Greco e il rumeno ci fosse un rapporto gay. Qualche mese fa, l'infermiere aveva incontrato Donciu a Sanremo e aveva deciso di ospitarlo nell'appartamento di Imperia. Le ricerche di Donciu sono proseguite per tutta la notte. Senza risultati. Il giovane rumeno potrebe essere fuggito in Francia: il confine è a poche decine di chilometri e si raggiunge facilmente in treno. Polizia e carabinieri hanno interrogato i conoscenti dello straniero e gli abitanti della zona dove vivono, a poche decine di metri di distanza fra loro, la famiglia Kilani e il presunto assassino. Anche la gendarmeria francese si sta dando da fare, soprattutto nella zona di Nizza dove c'è una folta comunità di extracomunitari. Per ora, nessuna traccia. Intanto è stato deciso che i funerali della piccola Hagere si svolgeranno a Tunisi, probabilmente all'inizio della prossima settimana, quando saranno ultimate le formalità giuridiche di rito. (19 agosto 2000)

 

Articolo da: Il Venerdì” de  La repubblica 18 maggio 2001 Crimini e misfatti Lezioni americane di Tommy Lee

 

La dottrina

Poiché il Beccaria è spesso richiamato come colui che ha posto i fondamenti della teoria abolizionista della pena di morte abbiamo ritenuto utile andare a rileggerci le pagine in cui tratta l’argomento nel famoso testo "Dei delitti e delle pene".

Era Beccaria totalmente contrario alla pena di morte? Quali erano gli argomenti dall’Autore addotti in favore della sua tesi ?

Per comprendere le idee del Beccaria sarà opportuno ricordare che egli fu figlio dell’illuminismo e.nel suo libro più importante dominano le visioni roussoiane della Società, che si fonderebbe su un patto,"per mezzo del quale ciascuno rinuncia alle illimitate libertà della condizione naturale..per ricevere la stessa rinuncia da tutti gli altri membri della comunità" (v.L.Vincenzi "Illuminismo" Editrice Bibliografica 1994) anche se Roussau arrivò a conclusione diversa (v Il contratto sociale ed. Rizzoli,Superclassici, edizione febbraio 1993: pag.83: "La pena di morte inflitta ai criminali può essere vista all’incirca sotto lo stesso profilo,è appunto per non essere vittime di un assassino che noi consentiamo a morire se diventiamo tali.In questo accordo lungi dal disporre della proprie vita,non si pensa che a garantirla," Sarà bene anche tenere presente l’epoca in cui Beccaria scrisse (epoca del c.d. assolutismo illuminato),epoca in cui la condanna a morte veniva usata come strumento di lotta politica in difesa del sistema costituito, forse in misura superiore all’uso della stessa come strumento di punizione di atti criminali.

Infine per mettere correttamente a fuoco il problema è opportuno non confondere i due aspetti del problema : a) l’aspetto sostanziale ( del mantenimento o dell’abolizione nell’ordinamento dell’istituto) b)l’aspetto processuale ( della certezza della prova del crimine ,del corretto accertamento della colpevolezza – eventualità di errore giudiziario derivante da una valutazione non rigorosa della prova del fatto- ) Altrimenti si scaricherebbero sull’aspetto processuale le problematiche dell’aspetto sostanziale. Questa eventualità dell’errore giudiziario è una di quelle che maggiormente viene portata come argomento dai fautori della tesi avversa alla pena di morte.

 

Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene"

Cap.28 DELLA PENA DI MORTE

È possibile leggere l’intera opera collegandosi al sito http:///www.liberliber.it/biblioteca/b/beccaria/index.htm

 

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità. La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell'anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.

Quando la sperienza di tutt'i secoli, nei quali l'ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall'offendere la società, quando l'esempio dei cittadini romani, e vent'anni di regno dell'imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest'illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero glisangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell'autorità, basta consultare la natura dell'uomo per sentire la verità della mia assersione.

Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L'impero dell'abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l'uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l'idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell'efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l'idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.

La pena di morte fa un'impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all'uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.

La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l'animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l'ultimo perché è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell'animo degli spettatori d'un supplicio piú fatto per essi che per il reo.

Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l'intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l'uomo al di là dalla tombachi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L'animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all'incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l'impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall'infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s'ingrandiscono nell'immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all'animo incallito dell'infelice.

Ecco presso poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un'arte che s'apprende colla educazione; ma perché un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch'io debbo rispettare, che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l'ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d'indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l'orrore di quell'ultima tragedia.

Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d'anni, o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a' suoi concittadini, co' quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll'incertezza dell'esito de' suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L'esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú che non lo corregge.

Non è utile la pena di morte per l'esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell'interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d'indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l'origine di questa contradizione? E perché è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi, parte che piú d'ogn'altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l'universo.

Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors'anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all'idolo insaziabile del dispotismo. L'assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell'esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a' delitti, ne' quali, come abbiam veduto, l'abuso della religione può piú che la religione medesima.

Se mi si opponesse l'esempio di quasi tutt'i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l'idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l'epoca fortunata, in cui la verità, come finora l'errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.

La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell'intimo de' loro cuori; e se la verità potesse, fra gl'infiniti ostacoli che l'allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co' voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani.

Felice l'umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de' loro popoli, cittadini coronati, l'aumento dell'autorità de' quali forma la felicità de' sudditi perché toglie quell'intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.