CONTRATTO D’AGENZIA: RECEPITA LA PARTE FINALE DELLA DIRETTIVA DEL 1986

Dott. Michele Troìa

m.troia@stmargherita.com

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E’ finalmente legge dello stato la parte ancora mancante della Direttiva CEE del 1986 nr.653, una parte che il nostro legislatore nazionale ha recepito con il D.L.vo nr.65 del 15.02.1999 (pubblicato in G.U.19 marzo 1999 nr.65)

Il cammino è stato assai lungo e tutto sommato neppure troppo agevole e spontaneo, considerando che la trasposizione delle disposizioni europee nel nostro corpus normativo arriva dopo l’apertura nei nostri confronti dell’ennesima procedura d’infrazione da parte della Corte di Giustizia comunitaria.

La stampa di settore ha immediatamente commentato positivamente la riforma degli articoli del codice civile che sono stati modificati o addirittura interamente sostituiti dal decreto 65/99 (artt.1742, 1746, 1748, 1749, 1751). Sotto questo profilo, non fosse altro per la raggiunta armonizzazione con le disposizioni comunitarie, sono a mia volta d’accordo. Ciò che mi trova in palese disaccordo è invece l’avere dato delle conclusioni e/o delle interpretazioni senza il pur minimo elemento dubitativo. Il che mi lascia non poco perplesso.

Rapidamente le principali novità: il nuovo testo dell’art. 1742 rafforza la funzione della forma scritta, arricchita da un carattere probatorio che in precedenza formalmente non aveva. In effetti, regolare le pattuizioni con la forza vendita non semplicemente in forma verbale, ma scritta, un tempo perfino con l’obbligo di registrazione del contratto, credo di poter affermare sia sempre stata buona regola di tutte le case mandanti di rango. Di nuovo, troviamo rispetto al vecchio testo che "il contratto deve essere provato per iscritto" e che "ogni parte ha diritto di ottenere dall’altra un documento… che riproduca il contenuto del contratto…"

Negli artt. 1746 e 1749 invece vengono riscritti e meglio coordinati, in forma speculare, gli obblighi dell’agente e del preponente: entrambi tenuti ad una condotta reciprocamente leale ed improntata ad una condotta di buona fede in ogni momento dello svolgimento della relazione commerciale e di collaborazione: nel dare esecuzione all’incarico, nella raccolta e comunicazione delle informazioni sul mercato e sulla clientela; nel fornire tutte le informazioni sui prodotti, sui concorrenti, sui prodotti, sulle provvigioni e sui relativi criteri di calcolo.

Ma le due vere novità e maggiori punti di discussione sono contenute nell’articolo 1748, che viene a regolare in modo totalmente nuovo il diritto dell’agente alla provvigione, con particolare attenzione alla esatta identificazione del momento in cui sorge il diritto a percepirla e di quello oltre il quale non si può andare per liquidarla; e nell’articolo 1751 che introduce una importantissima innovazione nel modo di procedere al calcolo dell’indennità di clientela o di fine rapporto.

 

- Il diritto alla provvigione -

Il vecchio testo dell’art. 1748 regolava, nella sua parte conclusiva, obblighi a carico del preponente che ora sono stati accorpati (correttamente) nella disposizione che si è più sopra commentata. E stabiliva che le spese occasionate dal rapporto di agenzia non sono rimborsabili (salvo accordo diverso, aggiungo). In generale nulla di nuovo nella riscrittura della norma.

La vera rivoluzione è rappresentata dalla scomparsa del primo capoverso. Il vecchio articolo 1748 così recitava: "L’agente ha diritto alla provvigione solo per gli affari che hanno avuto regolare esecuzione". Era questo, diciamolo a chiare lettere, lo strumento che permetteva, in linea generale, di differire il momento della liquidazione della provvigione alla acquisita certezza che l’affare si era definitivamente concluso con reciproca soddisfazione (soprattutto, per la casa mandante, con la certezza del pagamento). E va anche sottolineato che lo stesso "diritto" in senso astratto, ossia come possibilità di esercitare una pretesa nei confronti della casa mandante era collegato, nel suo sorgere, alla piena e positiva definizione dell’affare. Gli stessi Accordi Economici Collettivi parlavano di "buon fine dell’affare". "Buon fine" normalmente inteso come certezza di avere saldamente in mano l’importo dell’assegno o della ricevuta bancaria, senza più timore di insoluto o protesto.

Oggi, il testo novellato dell’art. 1748 recita "per tutti gli affari conclusi durante il contratto l’agente ha diritto alla provvigione quando l’operazione è stata conclusa per effetto del suo intervento". Questo primo comma è già a mio parere significativo: rispetto al passato, infatti, evidenzia che il ruolo dell’agente deve essere consacrato come l’elemento essenziale e discriminante, nella realizzazione dell’affare, dell’insorgere o meno del diritto alla provvigione; nel senso di non potersi parlare di diritto alla provvigione laddove la conclusione dell’affare sia avvenuta "non per effetto del suo intervento".

Ma per meglio intenderne la portata, correliamo quel comma con il successivo 4°, il quale recita "… la provvigione spetta all’agente dal momento e nella misura in cui il preponente ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione in base al contratto concluso col terzo".

La combinazione delle due disposizioni permette di dire, in modo innovativo rispetto al passato, che se l’intervento dell’agente, come in genere accade, è risultato determinante per consentire alla casa mandante di chiudere l’affare, questa, accettando l’ordine ed eseguendolo (attraverso la consegna della merce e relativa fatturazione, che nel decreto trova corrispondenza nella definizione "il preponente ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione" ), da quel momento e non più tardi è obbligata a riconoscere al collaboratore il diritto a percepire la provvigione. Il diritto cioè è maturato esattamente in quell’istante.

Ma il diritto deve poi essere traghettato vero il momento della liquidazione: che matura solo quando anche il terzo esegue la sua prestazione, ovvero effettua il pagamento entro la scadenza dei termini stabiliti nella fattura. In tal modo il legislatore ha determinato il termine finale ed invalicabile oltre il quale la provvigione non può essere liquidata. E’ vero che si tratta di un termine "al più tardi entro il quale…" il dovuto va liquidato: ma certamente le case mandanti subiscono una riduzione sensibile nei tempi che avevano per pagare l’agente, non potendo più, a mio avviso, assolutamente invocare il "buon fine" come facevano e nella accezione che gli davano in passato.

E se poi il pagamento, per qualunque motivo, non fosse positivo (l’assegno torna impagato o protestato)? Il decreto l.vo nr.65/99 stabilisce che l’agente provveda alla restituzione della provvigione. Compito dal suo punto di vista sgradevole; certo improbo da parte della casa mandante soprattutto se quell’agente, frattanto, non fa più parte della rete vendita, si è trasferito o ha cambiato mestiere.

 

- L’indennità di clientela -

L’ultimo cambiamento importante riguarda la cosiddetta indennità di clientela, regolata dal nuovo art. 1751 c.c. La nuova formulazione dell’art.1751 ha introdotto in chiave correlata un criterio di valutazione della debenza dell’indennità che, nella formulazione precedente, era proposto in chiave alternativa.

Si legge oggi che l’indennità è dovuta "se ricorrono le seguenti due condizioni (vecchio testo: se ricorra almeno una delle seguenti condizioni):

    1. l’agente abbia procurato nuovi clienti o sensibilmente sviluppato gli affari…(omissis) e il preponente tragga ancora sostanziali vantaggi…
    2. il pagamento di tale indennità sia equo".

Appare con tutta evidenza il fatto che la condizione in cui viene a trovarsi l’agente è peggiorata rispetto al passato. Ove prima si poteva riconoscere l’indennità solo se presente almeno una delle due condizioni (in genere se ritenuta equa), ora è indispensabile il loro concorso.

Ciò che non è privo di gravi implicazioni. Mi limito, in questa sede, a suggerire una serie di spunti di riflessione, in assenza, come siamo ancora, di qualunque pronuncia giurisprudenziale in materia:

    1. se le due condizioni non concorrono alla fine del mandato, può la casa mandante, per logica e coerente decisione, rifiutare all’agente questa indennità?
    2. ove dovuta per concorde convinzione, al di sotto di quale limite la casa mandante non può andare perché il criterio dell’equità sia salvaguardato?
    3. e ancora: su quali parametri pratici ci si potrà basare per valutare il "plus" che l’agente ha procurato all’azienda e di cui l’azienda continua a lucrare i benefici?
    4. e laddove l’agente riconsegnasse all’azienda la zona allo stesso livello di quando la ricevette, ma in un generale contesto commerciale di crisi ed aziendale di perdita di mercato, come potrebbe costruirsi una indennità?
    5. possiamo ritenere contrastante questa normativa col generale "favor" dovuto all’agente e, per tale ragione, continuare ad applicare la normativa pattizia contenuta negli Accordi Economici Collettivi?
    6. o l’articolo corrispondente, venuto meno il vecchio art.1751 c.c. cui si ispirava, deve ritenersi implicitamente abrogato?

Penso di poter dire soltanto che, se è vero che la ratio che guida la scelta di condotta nei confronti della forza vendita, è quella di improntare le scelte ad un generale "favor" nei confronti del collaboratore, allora è possibile in questo momento accogliere la tesi delle case mandati secondo la quale la disposizione degli A.E.C., rispetto alla nuova formulazione, è più favorevole e dunque è quella che deve ritenersi applicabile.

Di certo c’è solo una cosa: che il palese vuoto interpretativo rischia di esser riempito da un crescente numero di contenziosi tra le parti. Che auspichiamo ampiamente evitati da una (non facile e non probabile) ridefinizione degli A.E.C. da parte delle componenti sindacali di categoria.

(maggio 1999)

Dott. Michele Troìa

m.troia@stmargherita.com