inserito in Diritto&Diritti nel gennaio 2002

PROCESSO PIAZZA FONTANA: -Sentenza della Corte d'Assise di Milano n. 15/2001, del 30 giugno 2001 e depositata il 19 gennaio 2002.

Capitolo 6

***

pag.11/13

<--indietro                       avanti-->

La deposizione di Giovanni Bandoli è meno smaccatamente reticente e falsa rispetto a quella di Minetto, sia perché il contenuto delle sue dichiarazioni non è altrettanto significativo, sia perché egli ha manifestato meno ambiguità di comportamento, negando categoricamente e senza apparenti contraddizioni qualsiasi coinvolgimento nella struttura di intelligence statunitense. Ciò non significa che le sue affermazioni siano più credibili di quelle di Minetto, perché dalla descrizione della sua personalità emerge un quadro di elementi di riscontro univocamente indizianti rispetto alle accuse formulate nei suoi confronti da Digilio di essere stato un informatore dei servizi di sicurezza statunitensi.

Bandoli è stato per molti decenni un dipendente delle strutture militari statunitensi in Italia, prima a Verona presso la caserma Passalacqua e poi alla caserma Ederle di Vicenza. All’inizio del suo esame il teste ha descritto le proprie attività lavorative, riferendo che  nel periodo compreso tra il 1955 e il 1991 lavorò all’interno delle basi militari NATO, dapprima e  per sette anni con mansioni di autista presso il comando SETAF della caserma Passalacqua di Verona, quindi presso la caserma Ederle di Vicenza con mansioni di istruttore audiovisivo per i militari statunitensi in servizio in Italia. Una parte del suo esame ha riguardato la struttura ed il ruolo delle caserme SETAF e FTASE in Italia, la dipendenza delle stesse dalle forze militari NATO e la presenza di militari statunitensi e italiani[1]. Bandoli ha poi descritto i suoi rapporti con Marcello Soffiati, la cui conoscenza dipese essenzialmente dalla frequentazione della trattoria da quest’ultimo gestita a Colognola ai colli, presso la quale conobbe anche Minetto, Persic e Maggi[2]. Il teste ha sostenuto di frequentare quelle persone solo perché talvolta si recava a mangiare presso la trattoria, locale frequentato anche da molti militari americani delle basi di Verona e Vicenza. Ancora ha ricostruito i suoi rapporti di amicizia con Charly Smith e con Charly Hovy, due militari statunitensi che egli frequentava all’interno della base militari e con cui si recava a mangiare a Colognola ai colli[3]. Bandoli ha fornito ulteriori precisazioni sulle attività svolte da Smith ed Hovy presso le caserme ove erano di stanza, il primo quale gestore del circolo ricreativo interno alla caserma Ederle, il secondo quale esperto in ricetrasmissioni[4]

Il teste ha riferito di aver conosciuto Minetto a casa di Bruno e Marcello Soffiati, i quali lo indicarono come un riparatore di frigoriferi che operava a Verona e che anch’egli utilizzò per le sue prestazioni professionali, ma ha negato di averlo mai visto all’interno della caserma Passalacqua di Verona, escludendo che avesse svolto attività lavorativa nella base[5].

Bandoli ha fornito alcune indicazioni su Marcello Soffiati, confermando che in un’occasione gli fece visita a Camp Derby per trascorrere alcuni giorni di vacanza, mentre teneva un corso all’interno della base militare[6] e che la trattoria di Colognola ai colli era frequentata da numerosi militari statunitensi[7]. Ha, per contro, escluso che Soffiati avesse rapporti con i servizi di sicurezza italiani o statunitensi, definendolo  come una persona che parlava molto e si vantava delle sue conoscenze, ma che non gli risulta avesse contatti con la CIA o i servizi di intelligence militari[8].

Tra le sue conoscenze statunitensi, Bandoli ha indicato, pur a seguito di contestazione, anche Bobby Johns, che lavorò con lui a Trieste e poi alla caserma Ederle[9], mentre ha negato di ricordare John Lewis Hall[10]. Tra le conoscenze di militari italiani ha indicato Amos Spiazzi, anche se sul rapporto con quest’ultimo ha subìto dal P.M. alcune contestazioni[11].

Nel corso del controesame della difesa Zorzi, Bandoli ha riconosciuto Charly Smith nelle fotografie prodotte da Persic, argomento trattato nel capitolo 4. Sul suo rapporto con Charly Smith, il teste è stato alquanto preciso, atteso che ha riferito di aver fornito agli investigatori l’indicazione dell’indirizzo ove era reperibile negli Stati Uniti in quanto aveva avuto con lui rapporti epistolari, ha ricordato il nome di battesimo della moglie, il numero dei figli, ribadendo che all’interno delle basi militari aveva la funzione di gestire i circoli ricreativi[12]. Su questa parte di dichiarazioni la difesa Zorzi ha sostanzialmente strutturato l’indagine difensiva di cui si è dato conto nel capitolo 4 e che in questa sede non è necessario ripercorrere.

Una valutazione complessiva delle dichiarazioni di Bandoli consente di individuare alcuni aspetti critici della sua deposizione, evidenziando i profili di coerenza con le indicazioni fornite da Digilio e da altri testimoni, ma rilevando anche la diversità di approccio del testimone sui rapporti intrattenuti con Soffiati e gli altri militanti della destra veronese. Bandoli non ha, come Minetto, negato qualsiasi conoscenza o rapporto con Marcello Soffiati, ma ha ammesso molti episodi riferiti da altri dichiaranti, attribuendo però un’interpretazione diversa rispetto alla prospettazione accusatoria descritta da Digilio. Invero, Bandoli lavorò per oltre 30 anni alle dipendenze delle basi militari USA o NATO[13] in Italia con funzioni di addestramento all’uso di videoproiettori, intrattenne rapporti di amicizia con Marcello Soffiati, grazie al quale conobbe Minetto, Persic e Maggi, conobbe molti militari statunitensi di stanza nelle caserme Passalacqua e Ederle, frequentò Amos Spiazzi, giudicandolo una persona stimatissima. Tutte queste circostanze, ammesse dal teste, sono pienamente coerenti con l’indicazione fornita da Digilio sul ruolo assunto da Bandoli nella struttura di intelligence statunitense di cui il collaboratore ha dichiarato di far parte. Ma alle domande sui rapporti che egli stesso, oltre a Soffiati e Minetto, avrebbero intrattenuto con i servizi di sicurezza statunitensi, Bandoli ha negato categoricamente quelle accuse. Questa affermazione è l’unica di cui è necessario valutare l’attendibilità, perché ammettere quel ruolo avrebbe significato per il teste dover fornire all’autorità giudiziaria spiegazioni e chiarimenti sull’esistenza di una tale struttura e della sua composizione. Il punto critico della deposizione di Bandoli è proprio questo, verificare se sia vero che egli fu un informatore dei servizi di sicurezza statunitensi.

Nel capitolo 4 si è affrontato l’argomento attraverso la valutazione comparata delle dichiarazioni rese al dibattimento da Digilio e dagli altri testimoni che ebbero conoscenza di quel rapporto, per cui è qui sufficiente rilevare come l’atteggiamento di Bandoli è stato meno contraddittorio di quello di Minetto, ma altrettanto inverosimile. Il teste ha tentato di ridimensionare proprio quelle dichiarazioni rese in indagini preliminari che avrebbero potuto inficiare l’attendibilità di quell’unica affermazione controversa della sua deposizione, cioè l’appartenenza ai servizi di sicurezza. Così ha ridimensionato il suo rapporto con Amos Spiazzi, definito in indagini preliminari periodico e limitato in dibattimento a sole due occasioni; ha riferito di non ricordare John Lewis Hall, cioè l’ufficiale statunitense che gli aveva rilasciato un attestato della società TES durante la permanenza a Trieste e che risultava dagli archivi del SISMI un agente dei servizi di sicurezza statunitensi; ha negato che Soffiati avesse mai affermato il proprio rapporto con la CIA, circostanza riferita da numerosi testimoni.

Certo è che sulla persona di Bandoli gli accertamenti compiuti dalla polizia giudiziaria hanno consentito di acquisire alcuni elementi di riscontro logico del tutto coerenti con la ricostruzione di Digilio. Si è già citato nel capitolo 4 le dichiarazioni rese da Giraudo[14], che rappresentano riscontri significativi rispetto alle indicazioni di Digilio sull’appartenenza di Bandoli alla struttura statunitense di intelligence, e nel contempo attribuiscono scarsa attendibilità alla deposizione di quest’ultimo. Se l’unico elemento controverso della testimonianza di Bandoli riguarda la sua attività di informatore, l’accertato riscontro sul punto alle indicazioni di Digilio comporta la falsità della negazione del teste.

Per riassumere gli elementi di attendibilità di Digilio e di inattendibilità di Bandoli, si osserva che quest’ultimo:

- ebbe continuativi rapporti con le basi militari statunitensi in Italia per oltre trent’anni, quindi operò in un contesto ambientale pienamente compatibile con l’esercizio dell’attività di informatore dei servizi di sicurezza di quel Paese.

- il suo inserimento in quelle strutture non risulta essere derivato da specifiche competenze pregresse all’inizio dell’attività lavorativa per conto degli apparati militari statunitensi, atteso che fu assunto con mansioni di autista e acquisì una professionalità specifica all’interno della base militare.

- le competenze di tecnico audiovisivo sono del tutto peculiari, perché riguardano un settore di intervento propagandistico normalmente attribuito ad apparati “affidabili” all’interno delle basi militari, per cui è singolare che un cittadino italiano assuma tale incarico senza essere coinvolto nelle strutture militari statunitensi. Si badi, non si vuole certo affermare che tutti gli addetti alla struttura di propaganda all’interno delle basi militari siano agenti o informatori dei servizi di sicurezza, ma il tipo di attività svolta da Bandoli per alcuni decenni è del tutto coerente con un’indicazione di collegamento con la rete di intelligence[15].

- certamente Bandoli intrattenne rapporti con alcuni esponenti della destra veronese gravitanti intorno a Marcello Soffiati. Anche il rapporto con quest’ultimo è significativo dell’attendibilità delle dichiarazioni di Digilio, perché rientra in un quadro coerente con la ricostruzione della rete di intelligence descritta, tale per cui i riscontri intervenuti sull’effettivo ruolo assunto da tutti i componenti della stessa (Soffiati, Minetto, lo stesso Digilio) non sono indifferenti rispetto a Bandoli. Si vuole dire che se sono stati acquisiti riscontri su alcuni componenti di quella struttura, l’esistenza di rapporti tra costoro e Bandoli configura un elemento confermativo dell’appartenenza di quest’ultimo alla medesima rete di intelligence.

- dalle indicazioni del maggiore Giraudo sono emersi elementi confermativi di un rapporto di Bandoli con alcuni cittadini statunitensi indicati dagli apparati di intelligence italiani come agenti o informatori dei servizi statunitensi. Così  a Bandoli è stato sequestrato un tesserino di un'associazione militare americana a lui intestato (secondo il teste, quel tesserino poteva essere acquistato da chiunque per 5 $ USA[16]);  sempre nella stessa perquisizione fu rinvenuto un attestato rilasciato dalla società TES (cioè il Trust Exchange Service che aveva sede nel territorio libero di Trieste) a Bandoli, da parte di un certo John  Hall, il quale, in base alle indicazioni del SISMI, era stato un agente dei servizi di informazione statunitensi. Ancora, la società TES era collegata ad altra società, la AVIPA, che aveva sempre sede a Trieste, e dagli atti del SISMI, era emerso che quella società era stata oggetto di interesse perché indicata per attività di coperture informative statunitensi. Alla società AVIPA era interessato Leo Pagnotta, un italo-americano di origine ebraica che Digilio ha indicato come uno degli agenti del servizio di intelligence statunitense, circostanza confermata dal fascicolo del SISMI acquisito agli atti del dibattimento. Infine durante la perquisizione nei confronti di Bandoli fu rinvenuto un biglietto di visita di un'agenzia di viaggi, intestato  a "The professional travel agency service for the professional persons", con l’indicazione di tale Bob Johns, identificato tramite l'apporto del SISMI, in Robert Edward Johns, cittadino statunitense nato a Massachussets e tutt'ora vivente; tramite il numero di telefono indicato nel biglietto da visita  e grazie al SISMI gli investigatori accertarono che nel territorio libero di Trieste esisteva un’analoga agenzia che il SISMI ha indicato come coinvolta in queste attività informative nel territorio libero di Trieste, attraverso Robert Edward Johns.

- ma anche alcuni testimoni hanno riscontrato Digilio, fornendo indicazioni importanti sui rapporti di Bandoli con i militari statunitensi. In particolare deve richiamarsi la deposizione di Benito Rossi, un teste che in indagini preliminari aveva reso dichiarazioni importanti sull’appartenenza di alcuni italiani alla rete informativa statunitense e in dibattimento, pur dimostrando una tenace resistenza ad ammettere quanto in passato dichiarato, non ha potuto non confermare quelle indicazioni. Su Bandoli, Rossi è stato molto esplicito, non solo indicandolo come uno degli italiani di cui Marcello Soffiati affermava l’appartenenza ai servizi segreti, ma anche dichiarando di averlo incontrato al Piccolo hotel di Verona, ove, insieme a Minetto, probabilmente si riuniva con militari americani[17].

In definitiva, sull’unica circostanza di rilievo, Bandoli ha reso una dichiarazione assolutamente inverosimile, contrastante con molteplici acquisizioni processuali e inadeguata a giustificare la sua collocazione all’interno delle basi militari, i suoi rapporti con i militari statunitensi, con Soffiati e con gli altri esponenti della destra veronese, l’intensità di frequentazione con Minetto. Come già affermato nel capitolo 4, le dichiarazioni di Digilio in merito alla rete di intelligence statunitense hanno trovato, anche con riferimento al ruolo di Bandoli, riscontri talmente inequivoci e diffusi da fare ritenere che quest’ultimo abbia mentito quando ha affermato la sua estraneità a tale struttura informativa.

 

6 p – Barbaro, Molin, Gradari e Parisi.

I quattro testimoni esaminati nel paragrafo sono accomunati dalla militanza nella estrema destra veneziana-mestrina contigua ad ON tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Molin e Barbaro militarono in quel gruppo fino al rientro nel partito della fine del 1969, Parisi e Gradari appartennero sempre all’MSI, ma in quella fase politica intrattennero significativi rapporti con gli ordinovisti veneziani. Le indicazioni fornite da costoro non sono di particolare rilievo nel quadro probatorio delineato a carico degli imputati, ma è egualmente interessante evidenziare l’atteggiamento processuale da costoro assunto in dibattimento, significativo della tendenza, comune a molti altri testimoni, ad allontanare da sé i sospetti di coinvolgimento nelle attività politiche violente di quegli anni.

Ciascuno dei quattro dichiaranti è stato esaminato su circostanze specifiche e tra loro distinte, ma tutti si sono rifiutati di rivalutare criticamente il loro impegno politico di quegli anni, rivendicando con orgoglio la militanza in ON ovvero affermando decisamente la propria estraneità a quel sodalizio e alle pratiche violente che lo caratterizzavano.

Tale atteggiamento ha sicuramente inciso sull’attendibilità delle loro risposte, perché negare la propria estraneità rispetto a pratiche illegali, violente ed eversive (di cui  il gruppo ordinovista veneziano-mestrino fu certamente responsabile), ha imposto loro di fornire indicazioni reticenti e false sull’area politica di cui furono militanti o a cui furono contigui.

 

L’inattendibilità della deposizione di Giorgio Barbaro si coglie nelle affermazioni rese sulla sua consapevolezza delle attività illegali di ON:

P.M. - Signor Barbaro, Lei ha mai avuto conoscenza in qualunque modo di attività illecite di qualunque tipo compiute da persone aderenti, o simpatizzanti, a Ordine Nuovo?

T. - No.

P.M. - Mai neanche sentito dire?

T. - Nella maniera più assoluta e più categorica, tant'è che, questo proprio ci tengo ad affermarlo, io tante volte quando ho letto i giornali, ho letto tutto quello che è avvenuto mi sono chiesto: ma se è vero io dove ero? Perché a me non è mai venuto all'orecchio una minima cosa, e questa era la domanda che mi facevo "ma io dove ero, se è vero", perché di tutto quello che è avvenuto di nomi, tutto quello che avveniva a Mestre, di nomi di Mestre, e robe del genere, io non sapevo nulla. E dirò di più, anche se è morto Romani Gastone, neanche Romani Gastone presumo che sapesse qualche cosa, perché se avesse saputo qualche cosa a me lo avrebbe detto, perché eravamo molto, molto amici.

P.M. - Questa è una sua presunzione che Romani le avrebbe detto tutto?

T. - No, non è una mia presunzione, ci sono nella vita dei rapporti umani che..., insomma, ci si legge negli occhi se qualche cosa non va, e siccome Romani era davanti al sottoscritto, se ci fosse stato qualche cosa me l'avrebbe senz'altro detto, ma lui era...

P.M. - Se Romani l'avesse saputo, ovviamente?

T. - Ovviamente, se l'avesse saputo.[18].

Orbene, la riconducibilità al gruppo di ON di Venezia-Mestre di un’attività politica violenta ed eversiva è un dato processuale acquisito non solo in questo dibattimento, ma prima ancora nei processi celebrati a carico di Maggi, Digilio, Zorzi, le cui sentenze definitive rappresentano accertamenti insuperabili perché qui specificamente riscontrati[19]. A fronte di ciò, Barbaro, non è chiaro se per ingenuità politica o malafede, ha negato categoricamente che quel sodalizio si fosse reso responsabile di azioni non solo violente ed eversive, ma persino genericamente illecite. La risposta del teste è il segnale che probabilmente questi non si capacita ancora oggi delle azioni commesse dai militanti con i quali condivise un lungo percorso politico e induce la Corte a concedergli l’attenuante della buona fede quando egli ha affermato l’estraneità di ON a qualsiasi attività politica violenta, ma ciò non significa che le sue dichiarazioni, peraltro di scarsissimo significato probatorio, possano essere ritenute attendibili.

[1] Bandoli, p. 2-6.

[2] Bandoli, p. 6.

[3] Bandoli, p. 12-16.

[4] Bandoli, p. 12 e ss.

[5] Bandoli, p. 8, ha più volte ribadito che all’interno della base c’era personale addetto alla riparazione dei frigoriferi così come di tutte le attrezzature, per cui ha escluso che Minetto avesse potuto essere stato impegnato in tale attività, confermando di non averlo mai visto all’interno della base:

P.M. - Lei sa se Minetto ha lavorato anche per la caserma Passalacqua?

T. - No, escludo completamente.

P.M. - Cioè Lei lo esclude che abbia lavorato per la caserma Passalacqua?

T. - Senz'altro.

P.M. - Perché?

T. - Perché lo avrei visto qualche volta. Non ho mai saputo che il Minetto avesse lavorato alla caserma Passalacqua.

P.M. - Cioè Lei non l'ha mai visto e Minetto non gliel'ha mai detto?

T. - Esatto.

P.M. - Però potrebbe?

T. - Mi pare impossibile perché la caserma non era un gran che, si conosce la gente che va avanti e indietro. Avrebbe detto qualche volta io ho fatto riparazioni, ho aggiustato, ho fatto. Anche perché glielo dico subito: nell'ambito della caserma c'era già la gente che faceva questi lavori. Elettricisti, idraulici, tecnici.

P.M. - Dipendenti fissi della caserma, è questo che voleva dire?

T. - Sì, sì.

P.M. - Che si occupavano della manutenzione?

T. - Esatto, manutenzione della caserma.

P.M. - Non veniva data a persone esterne?

T. - Non veniva da esterni assolutamente, per mia conoscenza no.

P.M. - Cioè, secondo quello che le risulta l'organizzazione della caserma era strutturata per cui la manutenzione la facevano le persone già dipendenti della caserma?

T. - Senz'altro, sono sicuro, perché nella mia sessione veniva gente da fuori a fare riparazioni normali insomma, sia come luci, questo e quell'altro, l'idraulica e via di conseguenza insomma. Non ho mai visto gente esterna venire dentro alla caserma a fare altri lavori.

P.M. - Quindi è per questa ragione che esclude che Minetto abbia lavorato anche svolgendo il suo lavoro nella caserma Passalacqua?

T. - Per me sì, sicuramente.

[6] Bandoli, p. 16.

[7] Bandoli, p. 17.

[8] Bandoli, p. 10.11:

P.M. - Senta, Lei ha mai saputo che i Soffiati, padre o figlio, svolgevano attività informativa per conto di strutture americane?

T. - No, no, secondo me era un po' un montato il ragazzo ma che facesse queste cose non mi risulta.

P.M. - Cosa vuol dire era un po' montato?

T. - Sì, era un po' caricato. Non so, si vantava...

P.M. - CIE?

T. - Si vantava di sapere qualcosa, di vedere, di conoscere gente, ma non era... escludo insomma che negli ambienti...

P.M. - E che facesse invece l'informatore per Polizia o Carabinieri italiani, ovviamente?

T. - Può darsi. Può darsi. Io che lo so non di sicuro.

P.M. - Voglio dire: Lei non sa nulla da guardo?

T. - Prego?

P.M. - Voglio dire, non sa se facesse o no attività di informatore per Polizia italiana?

T. - No, ma su qualche discorso mi pare di avere inteso che lui aveva conoscenza con la Questura insomma, o con...

P.M. - Cioè discorsi che Lei ha sentito da Soffiati Marcello?

T. - Sì, sì, una volta o due. Esatto, ho sentito, sì.

P.M. - Però dai discorsi di Soffiati Marcello, se non ho capito male, risultava anche che aveva contatti con gli americani dai suoi discorsi?

T. - Mah, a me...

P.M. - Se non ho capito male quello che Lei ha detto, ovviamente?

T. - No, no, a me non mi riguarda. Io stavo dicendo che si vantava di conoscere della gente nella Questura, nell'ambito della Polizia. A me non mi interessa.

P.M. - Mentre non si è mai vantato di conoscere o di avere rapporti con americani?

T. - No, forse avrà detto che il suo locale era frequentato anche da americani. Infatti io ci andavo con due o tre colleghi anche, due o tre amici. E anche, tra l'altro, con un paio di americani. Io li ho visti più volte frequentare quell'ambiente.

P.M. - Cioè la trattoria di Soffiati Marcello?

T. - Sì, mangiavano. Era una trattoria molto caratteristica.

P.M. - Ma venivano con Lei questi americani o anche da soli?

T. - No, li ho trovati anche lì.

P.M. - Cioè anche per conto loro?

T. - Un paio di persone sì.

[9] Bandoli, p. 20.

[10] Bandoli, p. 22

[11] Bandoli, p. 24-26:

P.M. - Lei non conosce nessuno con questo nome in sostanza. Il Colonnello Spiazzi lo ha conosciuto?

T. - Il Colonnello Spiazzi l'ho conosciuto sì.

P.M. - Ricorda come mai lo ha conosciuto?

T. - Ma mi sembra durante una parata, perché facevo anche dei filmati sulle parate delle volte.

P.M. - Una parata militare suppongo?

T. - Sì, non so se è stato a Montorio o se è stato alla caserma Ederle di Vicenza.

P.M. - Sì, però capisce che non mi dice nulla, nel senso che Lei riprende come operatore la parata in cui c'è anche Spiazzi, ma ci sarà anche altra gente suppongo? Cioè com'è che questa cosa diventa occasione di conoscenza?

T. - Calma, stia tranquillo che adesso le spiego tutto. Nella mia sessione era la audio-visual session. Io con la telecamera quando c'era qualche parata che interessava al Generale la prendevo. Ho conosciuto anche questo Colonnello Spiazzi. Non mi ricordo se è stato a Montorio o se è stato alla caserma Ederle.

P.M. - Continuo a non capire, cioè Spiazzi le ha chiesto di riprendere la parata?

T. - Spiazzi non mi ha chiesto niente. Io ho ripreso la parata e ho saputo che era il Colonnello Spiazzi. Tra l'altro il Colonnello Spiazzi a Verona è famosissimo, lo sanno anche i bambini e lo conoscono anche i ragazzetti perché ne ha parlato tutta Verona. Perciò non è una novità del Colonnello Spiazzi.

P.M. - Be', ma sa, un conto è sentirne parlare come di un personaggio pubblico, cioè come se io le dicessi...

T. - Se Lei intende che io l'ho frequentato, non l'ho mai frequentato.

P.M. - Quindi Lei ricorda di averlo ripreso solamente in occasione di questa parata?

T. - Io non ho ripreso lui, ho ripreso la parata.

P.M. - Sì, sì. Certo, ho capito benissimo ma continuo a non capire: averlo ripreso per la... siccome la domanda era: Lei ha conosciuto il Colonnello Spiazzi? Ha detto "sì perché l'ho ripreso in occasione di una parata"?

T. - Sì, dopo sono venuto a sapere che era il Colonnello Spiazzi.

P.M. - Sì, ma voglio dire, ci ha parlato o non ci ha parlato, non lo so?

T. - Ci ho parlato in due occasioni.

P.M. - Come mai?

T. - L'ho trovato in città a Verona una volta e l'ho trovato al cimitero quando è deceduta sua moglie, perché io sono andato a trovare mia madre e allora in occasione ci ho parlato assieme.

P.M. - E questo quando sarà accaduto?

T. - Eh sì, chi si ricorda!

P.M. - No, pressappoco, voglio dire pochi anni fa?

T. - No, no, parecchi anni fa. Le direi una bugia la data.

P.M. - Va be', comunque parecchi anni fa secondo Lei?

T. - Sì, sì.

P.M. - Lei in questo interrogatorio del 29 maggio '95 disse: "Poiché l'ufficio me lo chiede, dichiaro di avere conosciuto in epoca remota, 1980, il Colonnello Amos Spiazzi. Per me è una bravissima persona, molto intelligente, rispettosa. Il nostro rapporto non si può definire di confidenza ma di conoscenza. L'ho incontrato nel corso degli anni periodicamente a Verona, l'ultima occasione circa tre mesi fa - quindi nel '95 -, l'ho semplicemente salutato e gli ho presentato la mia seconda moglie".

T. - Esatto, l'ho trovato in città. Sì.

P.M. - Quindi ha avuto occasione di frequentarlo in quel periodo?

T. - Non l'ho frequentato. L'ho trovato e l'ho salutato.

P.M. - No, no, però Lei ha detto "l'ho incontrato nel corso degli anni periodicamente a Verona"?

T. - Periodicamente vuol dire anche due volte. L'ho trovato un paio di volte, insomma. Infatti l'ho trovato in città e l'ho trovato anche al cimitero. Per quello che posso dire io è una persona... mi è sembrata una persona molto a posto, insomma, malgrado tutti i fatti che ho sentito. Mi stupisce insomma. Per quello che può riguardare me, per l'amor del cielo, dopo non posso mica sapere quello che la gente...

P.M. - Nessuno glielo ha chiesto Signor Bandoli.

T. - No, glielo dico per precisare.

P.M. - Io non ho altre domande, grazie.

[12] Bandoli, pp. 30-38.

[13] La difesa Zorzi ha ritenuto decisivo, per smentire le dichiarazioni di Digilio, accertare che Bandoli fu dipendente della NATO e non dell’apparato militare USA, ma la circostanza formale del rapporto di lavoro che, nella prospettazione accusatoria, sarebbe servito da copertura dell’attività di intelligence, è di scarsissima rilevanza.

[14] Giraudo, p. 112.

[15] Orbene, o Digilio è stato così arguto da individuare le persone di quella rete in base al tipo di attività svolta, oppure la coerenza dell’indicazione compiuta dal collaboratore è un indizio significativo di affidabilità.

[16] Bandoli, p. 48.

[17] Le dichiarazioni rese da Rossi sul punto sono assolutamente inequivoche, avendo egli descritto il Piccolo hotel di Verona come un luogo di incontro di militari statunitensi con alcuni cittadini italiani, tra cui Minetto e Bandoli e avendo indicato quegli incontri come legati alle attività dei servizi di sicurezza statunitensi, a cui Minetto e Bandoli appartenevano (Rossi, pp. 26 e 29, testualmente citati nel capitolo 4).

[18] Barbaro, p. 21.

[19] Per non parlare delle indicazioni acquisite in questo dibattimento.