Tribunale

Tribunale Civile Forlì 20/2/2008

Redazione

Il Giudice, a scioglimento della riserva che precede,
osserva
E’ bene precisare in via preliminare che la notifica dell’ atto introduttivo del giudizio, di cui era stata autorizzata l’ esecuzione a norma dell’ art. 151 c.p.c., deve considerarsi regolarmente perfezionata, atteso che la società ricorrente ha depositato in giudizio copia delle notifiche effettuate a XXX a Malta secondo le modalità autorizzate e tenuto conto che la particolare disciplina prevista dalla norma in questione, oltre ad essere largamente ammessa in materia cautelare, risulta utilizzabile anche in caso di notificazioni da eseguirsi all’ estero ("In tema di forme di notificazione autorizzate dal giudice, l’ art. 151 c.p.c., applicabile, data la sua formulazione, anche alla notificazione degli atti di parte, lascia al giudice un’ ampia libertà di apprezzamento in ordine alla individuazione dei presupposti per la sua applicazione e alla concreta determinazione delle modalità di notificazione, anche se tale libertà non è illimitata, dovendo le modalità prescelte essere pur sempre tali da non compromettere il diritto di difesa, tutelato dall’ art. 24 come "inviolabile" in ogni stato e grado del processo"; nella fattispecie la S.C. ha ritenuto legittima la notificazione del decreto di sequestro conservativo e della citazione per la convalida, eseguita all’ estero per sunto e in sola lingua italiana entro il termine di quindici giorni stabilito dall’ allora vigente art. 680 c.p.c. e seguita, poi, dalla notificazione secondo le forme ordinarie" Cass. 24.9.2002 n. 13868).
In ogni caso l’ avvenuta costituzione in giudizio di XXX dimostra come la notificazione abbia raggiunto il suo scopo, permettendo alla resistente di prendere parte al giudizio per sostenere compiutamente le proprie ragioni; di conseguenza l’ invalidità della notifica eccepita da XXX nel costituirsi in giudizio non potrebbe comunque essere pronunciata, ai sensi dell’ art. 156, 3° c., c.p.c..
E’ ugualmente infondata l’ eccezione di nullità della comparsa di costituzione di ZZZ per nullità della procura conferita in calce all’ atto da YYY, presidente e legale rappresentante pro tempore della compagine resistente.
Infatti nel caso in cui l’ autentica della sottoscrizione sia stata effettuata da un difensore esercente in Italia, il rilascio del mandato e l’ autentica della sottoscrizione del mandante devono presumersi avvenuti nel territorio dello Stato, anche qualora il mandante risieda all’ estero, in difetto di prova contraria da parte di chi ne contesti la validità (Cass. 1.8.2001 n. 10485, id. 17.9.1991 n. 9662).
Risulta parimenti irrilevante l’ asserita illeggibilità della sottoscrizione, in quanto nell’ intestazione dell’ atto era comunque indicato che il mandato veniva conferito dal legale rappresentante di XXX; peraltro l’ illeggibilità della firma del conferente la procura è irrilevante quando il nome del sottoscrivente risulti desumibile dal testo dell’ atto o dall’ indicazione di una specifica funzione o carica che ne renda identificabile il titolare (Cass., sez. un., 7.3.2005 n. 4810).
Così superate le eccezioni preliminari sollevate dalle parti, bisogna rilevare, quanto alla richiesta di sequestro liberatorio avanzata da AAA, che il contratto di trasporto in questione venne concluso fra *** e ***, come si può evincere dalla documentazione prodotta sub 2 da YYY..
Gli accordi contrattuali prevedevano (doc. 2/c) che il contratto sarebbe stato soggetto al formulario GENCOM logicamente emendato come da clausole principali (***).
La clausola 30 stabiliva poi che ogni disputa in merito all’ interpretazione o all’ esecuzione del contratto sarebbe stata rimessa ad un giudizio arbitrale da celebrarsi a Londra secondo gli usi marittimi e risolta secondo la legge inglese.
Le parti dunque, in applicazione del combinato disposto degli artt. 57 l. 31.5.1995 n. 218 e 3 l. 18.12.1984 n. 975, convennero che il contratto fosse regolato dalla legge inglese.
Non è in discussione fra le parti il fatto che il contratto di trasporto, secondo un uso consolidato nei traffici marittimi, sia stato concluso tramite mediatori senza un’ espressa menzione per iscritto dei rispettivi mandanti.
Ciò nonostante sono presenti in atti una serie di elementi da cui è possibile ritenere che *** agisse per conto di YYY e *** intervenisse per conto di AAA.
Innanzitutto la stessa ***, con dichiarazione del 22.10.2007, ha espressamente dichiarato di aver agito per conto di YYY., sottolineando anche che durante la trattative informò oralmente *** di rappresentare tale società, mentre quest’ ultima la mise al corrente del fatto di rappresentare AAA (doc. 3 prodotto da YYY).
Questa affermazione non trova alcuna smentita nella dichiarazione di *** secondo cui nel corso della negoziazione non vi fu alcuna trattativa con YYY Inc., in quanto pacificamente i contatti furono tenuti dai due broker ravennati per conto dei rispettivi clienti; *** peraltro non ha affatto smentito di aver appreso che il cliente della controparte era YYY.
Tanto basterebbe per individuare in YYY la controparte contrattuale di AAA legittimata a pretendere il pagamento, giacchè in base alla legge inglese il broker può rivelare l’ identità del proprio mandante anche successivamente alla conclusione del contratto ed il rappresentato non espressamente indicato in contratto può comunque pretendere l’ adempimento del contratto concluso dal suo mandatario a condizione che egli abbia dato esecuzione al negozio, di persona o per il tramite del mandatario stesso (come risulta dal parere prodotto quale doc. 8 di parte resistente).
Dunque l’ emissione del fissato documenta la conclusione del contratto di trasporto ma non costituisce la fonte per l’ individuazione delle parti contrattuali, poiché secondo la legge inglese l’ individuazione dell’ armatore può essere fatta a prescindere dalla spendita del suo nome; rimangono così irrilevanti il timbro e la firma apposti sulla polizza di carico.
D’ altra parte esistono una serie di elementi che corroborano tale conclusione.
Si noti infatti che l’ odierna ricorrente, dopo aver ricevuto le fatture per il pagamento del nolo e delle controstallie da parte di YYY nulla obiettò sulla legittimazione della controparte, limitandosi a rappresentare che non era sua intenzione pagare fino a quando non fosse stato chiarito il motivo del carico ridotto (doc. 7 di YYY).
Dal canto suo XXX non solo ha sempre negato di essere la controparte contrattuale di YYY, ma ha anche prodotto un contratto del 17.5.2007 con cui concesse a noleggio … (doc. 2, 3 e 4 prodotti da YYY).
Dunque, a prescindere dalle risultanze della polizza di carico ed in virtù del charter party, la controparte della società ricorrente rispetto al contratto di trasporto marittimo deve essere individuata in YYY piuttosto che in XXX.
La richiesta di disporre un sequestro liberatorio va di conseguenza respinta, sia perché non esistono profili di obiettiva e concreta incertezza sul destinatario dell’ obbligazione del debitore, sia perché le somme di cui la compagine ricorrente chiede il sequestro liberatorio non sono mai state offerte o messe a disposizione dell’ effettivo creditore.
Né varrebbe addurre l’ inadempimento del vettore per giustificare la richiesta di sequestro liberatorio della somma dovuta per il nolo e le controstallie, in quanto la legge inglese, a cui è soggetto il negozio secondo il charterparty, non consente la compensazione fra il nolo e le somme eventualmente dovute a titolo di ristoro dei danni procurati dal vettore marittimo.
Passando poi alla richiesta di sequestro conservativo, va detto in primo luogo che l’ eccezione di incompetenza territoriale sollevata da entrambi i resistenti è infondata.
Invero il disposto dell’ art. 669 quinquies c.p.c. è inteso come applicabile al solo arbitrato interno, mentre nel caso di arbitrato straniero la domanda deve essere proposta al giudice del luogo ove la misura deve essere eseguita, ex art. 669 ter, 3° c., c.p.c. (per tutti si veda *********, IV, 214).
Ora, dato che AAA chiede di porre sotto sequestro la somma che la stessa ricorrente deve corrispondere a YYY, tuttora nella sua disponibilità, la competenza a conoscere della domanda cautelare proposta appartiene a questa autorità giudiziaria, quale giudice del luogo ove AAA ha la propria sede e dove quindi la misura richiesta potrà essere eseguita.
La domanda di AAA. non pare tuttavia assistita da un adeguato fumus boni iuris.
Ciò non certo in virtù della clausola FIOS (free in and out stowed) a cui era soggetto il contratto.
Questa pattuizione infatti non impone in via generale al noleggiatore l’ obbligazione di eseguire e pagare lo stivaggio e, di conseguenza, la responsabilità ed i rischi per tali operazioni, in quanto la clausola de qua non assume sempre il medesimo contenuto e può addossare al noleggiatore i soli costi di tali operazioni oppure porre a suo carico il costo e l’ esecuzione delle operazioni di carico, stivaggio e scarico della merce (si veda in questo senso il parere prodotto in udienza dalla difesa della ricorrente).
La clausola FIOS va perciò intesa, in assenza di diverse e più specifiche indicazioni, come volta ad accollare al caricatore le spese di imbarco ed al ricevitore quelle di sbarco, senza incidere sul regime della responsabilità ("Nel contratto di trasporto, la clausola detta F.I.O. ("free in and out"), ovvero F.I.O.S. ("free in and out stowed"), in assenza di diverse e più specifiche indicazioni, ha l’ esclusivo fine di accollare le spese di carico al caricatore e quelle di sbarco al ricevitore, senza incidere in alcun modo sul regime di responsabilità del vettore, il quale, pertanto, non è esonerato dall’ ordinaria diligenza nella custodia e nello stivaggio del carico" Cass. 11.5.1995 n. 5158; nello stesso senso Tribunale di Livorno 20.9.1997).
Per di più l’ esclusione della clausola 5.a del formulario GENCON 1994, che prevede un’ espressa esonero di responsabilità per il vettore, e il contenuto della clausola 38, che pone i caricatori sotto la direzione del vettore e prevede che questi definisca con gli stessi ogni questione per eventuali danni procurati in sede di carico, lasciano pensare – come propone il parere prodotto dalla difesa di AAA – che il vettore rimanesse responsabile per i danni provocati da un negligente stivaggio.
Tralasciata la clausola FIOS, va invece rilevato che l’ accertamento tecnico preventivo svolto presso il Tribunale di Ravenna ha consentito di accertare che a causa di un inappropriato stivaggio eseguito dal comandante della nave il 60% del volume delle stive non fu utilizzato.
E’ risultato un ammanco di M/T 100,680 per un valore complessivo di € 50.139; il danno per danneggiamento delle testate dei tubi è stato calcolato in € 24.183, mentre non risultano sbarcati cinque tubi rispetto al numero citato in polizza, per un valore di € 2.535,32.
La relazione depositata all’ esito dell’ A.T.P. dimostra quindi che il destinatario della merce subì un danno complessivo di € 76.857.
La vicenda, tuttavia, ha una maggiore complessità.
Il carico da imbarcare, pur dovendo essere di 3300 M/T in fasci di tubi a 9 a 12 m. di lunghezza, si presentava composto di tubi singoli stivati alla rinfusa e con lunghezze diverse, come fu riportato nella distinta redatta nel porto di Annaba da SGS ed è stato sostanzialmente confermato nelle misure a campione effettate presso il porto di Ravenna dal capt. ***.
Il C.T.U. ha inoltre sottolineato che il comandante della nave, a fronte di tale anomalia del materiale da caricare, non si curò di effettuare uno stivaggio appropriato che avrebbe diminuito gli spazi vuoti ed aumentato il quantitativo di carico imbarcato.
Non è così possibile stabilire con la necessaria precisione in quale misura il danno stimato dal capt. *** sia attribuibile all’ inappropriato stivaggio e quale parte di responsabilità debba invece essere addossata a chi fornì il materiale in quelle condizioni presso il porto di Annaba; allo stesso modo non è dato sapere se i danni accertati siano dovuti solo ed esclusivamente all’ inappropriato stivaggio o anche alle modalità con cui tubi furono forniti (ovvero senza essere legati in fasci e con lunghezze varie e diverse da quelle pattuite; non sfugga come lo stesso parere prodotto dalla società ricorrente sottolinei come "in cases such as this, the issue of causation is always extremely important..").
I danni subiti da AAA. dunque non possono essere con certezza ricondotti, nella loro globalità o per un parte precisamente determinata, a YYY.
Neppure le motivazioni addotte dal ricorrente per sostenere la sussistenza di un periculum in mora convincono appieno.
E’ indiscutibile che YYY sia una società straniera con sede in Panama.
Essa però ha una propria sede in Malta ed un conto corrente bancario in Lugano su cui dovevano essere bonificati gli importi delle fatture.
Dunque, a prescindere dal fatto che AAA abbia avuto modo di rendersi conto delle circostanze che rappresenta fin dal sorgere del rapporto contrattuale, in quanto il principio della sopravvenienza del depauperamento non può trovare applicazione in tutti i casi in cui tale onere non è sin dall’ inizio concepibile, come nelle obbligazioni contrattuali o extracontrattuali per risarcimento del danno, a ben vedere le prospettazioni della compagine ricorrente alludono non tanto al timore di perdere la garanzia del proprio credito, ma ad una difficoltà nell’ andare ad escutere tale garanzia all’ estero e lasciano intendere come non paia opportuno effettuare un pagamento in favore di chi possa risultare a sua volta debitore.
Siffatti argomenti, tuttavia, esulano dalle finalità proprie dell’ istituto del sequestro conservativo e non consentono di ravvisare i presupposti necessari per l’ adozione della misura invocata.
Di certo non basta a ravvisare il periculum in mora il solo fatto che il debitore non sia cittadino italiano e non abbia beni in Italia.

In conclusione le domande proposte dalla compagine ricorrente non possono essere accolte, in mancanza dei presupposti necessari per disporre entrambi i sequestri richiesti.
La particolarità della vicenda, la complessità delle questioni esaminate e la mancata condivisione di buona parte delle argomentazioni addotte dai resistenti inducono a ravvisare giusti motivi per compensare integralmente le spese di lite fra le parti.
Per questi motivi
Il Giudice del Tribunale di Forlì, visti gli artt. 687, 671 e 669 septies c.p.c., rigetta il ricorso presentato da AAA in data 28 novembre 2007.
Compensa integralmente fra le parti le spese di lite.
Si comunichi.
Forlì, 20 febbraio 2008.

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Tribunale Civile Roma sez. XII 19/2/2008 n. 3868

Redazione

FATTO E DIRITTO
L’appello risulta fondato, poiché nel caso in esame è stato violato l’Art. 7, comma 8 del Codice della Strada, poiché il ricorrente contravvenzionato poiché sostava in area adibita a parcheggio a pagamento, contestava la legittimità della contravvenzione in quanto nelle vicinanze il Comune non ha provveduto ad istituire un parcheggio gratuito.
Tale circostanza nella città di Roma costituisce fatto notorio, il quale non ha bisogno di alcuna prova ex art. 115, comma 2, c.p.c.
In tal senso si è già pronunciata recentemente la Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 116 del 9/01/07.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e la contravvenzione impugnata n. XXXXXXXXXXX del 1/03/2005 rilevata dall’ausiliare del traffico del Comune di Roma.
Per l’effetto condanna il Comune di Roma a rimborsare le spese del doppio grado di giudizio, che liquida in euro 40,00 per esborsi, euro 300,00 per diritti ed euro 400,00 per onorari, oltre spese generali pari al 12,50%, iva e CNAP.
Roma 18/2/08

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Tribunale Cesena Forlì 18/2/2008

Redazione

SENTENZA

Nel procedimento penale contro:

TIZIO, nato il (omissis) a Cesena (FC), residente a Cesena – Via (omissis), ivi elettivamente domiciliato

ASSENTE PROCESSUALMENTE PRESENTE

IMPUTATO

Reato p. e p. dall’art. 171 bis L. 633/41 per aver detenuto, a scopo commerciale, contenendoli in n.4 CD ROM privi di marchio SIAE dei programmi per elaborare e segnatamente software per PC abusivamente duplicati,. In Cesena il 28.02.2002.
integrazione capo di imputazione del PM:
il pm contesta all’imputato, dopo la parola "duplicati", n. 190 videocassette vhs contenenti immagini dei concerti degli U2, ************, Depeche Mode, nonché n.508 musicassette contenenti brani musicali interpretati da U2 e ************, nonché 27 vhs 8 mm con incisi vari concerti di U2 e ************ e Depeche Mode, nonché n.283 cd musicali con riprodotti vari brani degli stessi autori, tutti privi del marchio SIAE.
In Cesena fino al 28.02.2002.

LE PARTI HANNO CONCLUSO COMESEGUE

Il PM – assoluzione perché il fatto non sussisto.
LA DIFESA – quando ai cd-vhs chiede l’assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato e quando al software perché il fatto non sussiste.

MOTIVAZIONE

In esito all’istruttoria dibattimentale, sentite le parti, che hanno concluso come da verbale, il Tribunale osserva quando segue.
Per quale che attiene ai fatti di detenzione di materiali audiovisivo sprovvisto del timbro della SIAE, dopo la sent. 8.11.2007della Corte di Giustizia europea (a cui si rinvia, per sintesi) essi sono divenute penalmente irrilevanti, essendo stata dichiarata illegittima la normativa nazionale sull’apposizione del relativo contrassegno.
Rispetto alla detenzione la normativa nazionale sull’apposizione del relativo contrassegno.
Rispetto alla detenzione di materiale informatico, non essendovi stata prova dell’abusiva di duplicazione, la condotta non è punibile per difetto del dolo specifico, ossia lo scopo commerciale (v. esame del Maresciallo Buda).
Relativamente a quando in sequestro, non più necessario a fine di prova, se ne ordina la restituzione all’imputato.

P.Q.M

Visto l’art. 530 c.p.p. assolve l’imputato dal reato relativo ai supporti audiovisivi perché non previsto dalla legge come reato e dal reato relativo ai programmi per elaboratore perché il fatto non costituisce reato.
Ordina la restituzione all’imputato di quanto in sequestro.

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Tribunale Rovereto 29/11/2007 n. 300

Redazione

Il ***************************** all’udienza di data 11 ottobre 2007 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

Sentenza

nei confronti di
F.M., difeso dall’Avv. ******************* di Rimini,
Libero – assente
Imputato
Del reato p. e p. dall’art. 82 D.P.R. 309/90, perché creava e gestiva in prima persona il dominio internet "semini.it" e il sito internet www.semini.it, con i quali, fingendo finalità di collezionismo, pubblicizzava, inrealtà e vendeva semi di cannabis indica di vari tipi e qualità, altresì creava e gestiva in prima persona il dominio "mariuana.it" e il sito www.mariuana.it con i quali diffondeva consigli su come utilizzare i semi di cannabis indica per la coltivazione di piante di mariuana e hashish peraltro inneggiando all’uso di tali sostanze stupefacenti; inoltre creava e gestiva in prima persona il sito http://shop.mariuana.it con il quale pubblicizzava e vendeva sofisticate attrezzature per la coltivazione di piante di cannabis indica, infine creava e gestiva in prima persona il forum di discussione attivo all’interno del sito www.mariuana.it attraverso il quale numerosi utenti collegati in rete da tutta Italia si scambiavano consigli, immagini ed esperienze relative alle loro coltivazioni di piante di cannabis indica; in tale modo ponendo in essere un’attività pubblica di istigazione all’uso illecito di sostanze stupefacenti, nonché di fornitura di semi, attrezzature utili alla loro coltivazione, in tal modo inducendo all’uso illecito di mariuana e hashish gli utenti dei menzionati siti internet e gli acquirenti dei prodotti da lui commercializzati.
Fatto commesso in riva del Garda sino all’agosto 2005.
Con l’intervento del Pubblico Ministero dott. F. Biasi e del difensore di fiducia avv.to ******************* del Foro di Rimini.
Il Pubblico Ministero chiede: condanna alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione, ed €.2.000 di multa, ridotta ad anni uno di reclusione ed €.1.500 di multa ridotta per le attenuanti generiche.
Il difensore chiede: l’assoluzione dell’imputato con la formula che il giudice riterrà di giustizia.


Fatto e diritto

Tratto a giudizio per rispondere del reato ascritto compariva innanzi a questo giudice F.M.; dato ingresso all’istruttoria dibattimentale venivano prodotti documenti ed escussi i testi Ag.ti Polstato Monscalco e **********, *********************** e ********. All’esito il P.M. e la difesa concludevano come da pv d’udienza.
A F.M. viene contestato:
di aver creato e gestito i domini internet Semini.it e *********** ed i relativi siti attraverso i quali vendeva semi di cannabis indica e diffondeva consigli su come utilizzarli per la coltivazione, inneggiando al relativo uso;
di aver creato il sito shop.mariuana.it attraverso cui pubblicizzava e vendeva attrezzature per la coltivazione di piante di cannabis;
di aver creato e gestito il forum di discussione all’interno del sito mariuana.it attraverso cui gli utenti si scambiavano consigli, immagini ed esperienze relative alla coltivazione.
Attraverso tali condotte, sempre secondo l’accusa, il F. avrebbe posto in essere un’attività di istigazione all’uso illecito di sostanze stupefacenti, inducendo all’uso di mariuana ed hashish gli utenti dei siti e gli acquirenti dei prodotti commercializzati. La fattispecie che si assume violata è quindi quella di cui all’art. 82 DPR 309/1990 che sanziona chi pubblicamente istiga all’uso illecito di sostanze stupefacenti ovvero svolge, anche in privato, attività di proselitismo o ancora induce altri all’uso medesimo.
La presente vicenda processuale ha avuto la sua origine da una più ampia indagine (avviata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria C.V.) generata da una segnalazione relativa ai siti Semini.it e Mariuana.it. In merito alle attività di indagine sono stati sentiti, nel corso del dibattimento, gli operanti ********************************* ed Isp. ********** (pp.vv. 25/5/2006 pgg. 23/68 e 28/6/2007 pg. 4/10) i quali hanno riferito che:
– nel sito Semini.it. riconducibile all’imputato, erano illustrati e posti in vendita vari tipi di semi di cannabis indica, senza indicazioni o consigli per la relativa coltivazione;
– nel sito Mariuana.it., parimenti riconducibile all’imputato, oltre all’illustrazione delle proprietà della cannabis ed alle indicazioni dei contributi scientifici e giuridici connessi erano posti in vendita numerosi oggetti, tra cui strumenti per la coltivazione, termometri, materiale per a realizzazione di serre e gadgets sempre riconducibili alla materia;
– nello stesso sito era attivo un forum nel cui ambito, previa registrazione, i vari interlocutori si cambiavano idee ed opinioni anche sull’uso di sostanze derivate dalla cannabis;
– l’attività del Forum era regolata da moderatori, tra i quali a volte lo stesso F.;
– attraverso appositi link era possibile passare dal sito Semini al sito Mariuana.
Sulla struttura del sito *********** ha riferito il teste Martinuz, il quale ha dichiarato che:
– mentre l’accesso al sito era libero, l’accesso al forum era possibile solo previa registrazione;
– l’home page del sito aveva un contenuto solo informativo e conteneva estratti di riviste ed articoli in materia di derivati della cannabis;
– il forum era diviso in sezioni in ciascuna delle quali era possibile, previa registrazione, intervenire e manifestare le proprie opinioni;
– l’intervento del moderatore sulla singola sezione non era di tipo preventivo ma solo successivo.
Si tratta, a questo punto, di verificare se attraverso le attività riconducibili ai siti internet sopa indicati venissero svolte attività illecite.
Partendo dall’analisi del sito Semini.it, risulta acclarato che in esso venivano posti in vendita semi di cannabis, oltre ad altri oggetti (termometri, prodotti generici ecc.); la vendita dei semi, come noto, non è in alcun modo sanzionata dalla legge che, viceversa, prevede come ipotesi di reato la coltivazione delle piante, sempre che (come affermato dalla più recente giurisprudenza) non si tratti di mera coltivazione domestica ad uso strettamente personale. L’attività di tal sito, come dichiarato dagli stessi operanti, era peraltro limitata alla semplice esposizione ed illustrazione dei semi e delle relative proprietà (con i relativi costi) e non venivano in quella sede forniti consigli o indicazioni per la successiva coltivazione.
Nel sito Mariuana.it, invece, venivano illustrati nella home page tematiche di carattere generale attinenti i derivati della cannabis; si trovavano pubblicati articoli, sia di carattere scientifico che sociologico, nei quali erano fornite informazioni sul tipo di sostanza, sulla riconosciuta o meno dannosità per la salute, sulla affermata differenza tra la stessa le droghe cd. "pesanti", sulle proprietà terapeutiche di tipo analgesico, ecc. Nello stesso sito si trovava un forum di discussione, aperto ad utenti registrati, nel quale ciascuno dei partecipanti esponeva le proprie opinioni in merito alla tematica dell’uso di mariuana o hashish; ciascuna delle sezioni era seguita da un moderatore che, di volta in volta, interveniva anche attraverso la rimozione di messaggi.
Ciò posto in fatto, la norma di cui all’art. 82 DPR 309/90 sanziona le condotte di istigazione all’uso, di proselitismo o di induzione all’uso medesimo. L’unica interpretazione costituzionalmente orientata di tali disposizioni (peraltro fatta propria dalla giurisprudenza di legittimità) è nel senso che assumono penale rilevanza tutte quelle manifestazioni (verbali, scritte, comportamentali) che appaiono oggettivamente dirette a fornire consigli o indicazioni sull’uso o a convincere altri o ancora a far si che il destinatario della comunicazione sia portato ad accettare come valore positivo ed a praticare l’utilizzo di stupefacenti; una lettura più ampia si risolverebbe nel ritenere illecita in radice qualsiasi manifestazione di pensiero circa la non dannosità (o la limitata dannosità) dell’uso, anche come mera affermazione di principio,e finirebbe con il confliggere irrimediabilmente con il canone dettato dall’art. 21 della Costituzione. In una società improntata a principi di laicità quale è quella in cui viviamo risulterebbe difatti impensabile considerare penalmente illecita la semplice manifestazione di un convincimento, ancorché discutibile o non condivisibile, che per l’appunto può assumere tale carattere solo allorché si traduca nel promuovere l’uso di stupefacenti nel senso sopra evidenziato. In altri termini, a giudizio di chi scrive, il carattere di offensività della fattispecie penale di cui si tratta va rinvenuto nel fatto che le condotte descritte siano oggettivamente connotate dalla promozione dell’uso di suggerimenti, consigli (sia per la coltivazione che per l’assunzione) indicazioni e quant’altro denoti che la condotta è posta in essere per determinare o convincere altre persone, ancorché tale finalità non venga in concreto a realizzarsi.
Se questa è l’unica lettura possibile della norma incriminatrice, non può che ritenersi che l’attività del sito Semini.it non sia stata connotata nel senso sopra indicato. E’ difatti accertato che nessun tipo di indicazione veniva in quella sede fornito per la coltivazione di piante né, tanto meno, per la successiva preparazione del prodotto stupefacente ricavabile, né veniva svolta attività di promozione della successiva coltivazione; la conclusione può apparire paradossale, essendo del tutto ragionevole ritenere che l’acquisto di semi di cannabis sia diretto alla successiva coltivazione di piante, ma l’ordinamento non attribuisce carattere di penale rilevanza alla vendita (e rispettivamente all’acquisto) di semi per cui, sino a che l’operatore si limiti meramente a porli in vendita, illustrandone le caratteristiche ma senza fornire indicazioni di dettaglio sulla coltivazione, si è in presenza di un’attività del tutto lecita.
La parte generale (home page) del sito Mariuana.it, come detto, era caratterizzata da un contenuto informativo in cui venivano, in sostanza, pubblicati interventi e contributi improntati alla cultura del c.d. antiproibizionismo; per quanto sopra rilevato è del tutto palese che tale tipo di attività, così caratterizzata, è del tutto estranea all’ambito di operatività della fattispecie penale ma resta contenuta nell’ambito della libera manifestazione del pensiero che a ciascuno va doverosamente riconosciuta. La scelta culturale ed ideologica dell’antiproibizionismo (che ciascuno è libero di condividere, contestare od avversare) resta un fatto del tutto estraneo all’ambito di operatività del diritto penale ma resta circoscritta al campo delle opzioni etiche, morali e politiche; di conseguenza il mero fatto di illustrare le ragioni poste a fondamento di tale scelta e di dibatterne non può essere considerato penalmente rilevante.
Nell’ambito del sito Mariuana.it, come detto, era altresì operante un forum di discussione articolato su sezioni nel quale chiunque, dopo essersi registrato, poteva intervenire, esprimere le proprie idee e talvolta anche condividere, con altri utenti, impressioni ed esperienze relative all’uso personale di derivati della cannabis. Si tratta, quindi, di uno spazio aperto al dibattito ed alle opinioni ed esperienze personali (come è nella generalità dei forum), in cui ciascuno poteva intervenire ed illustrare il proprio punto di vista, ma in nessun modo è emerso che attraverso tale spazio venissero forniti consigli, indicazioni, suggerimenti o svolta attività di promozione dell’uso di terzi da parte dell’imputato o di soggetti allo stesso riconducibili. Se così è (e le risultanze dibattimentali non consentono altre conclusioni) deve anche in questo caso ritenersi che si resta nell’ambito di attività di manifestazione del pensiero (condivisibili o meno) non sussumibili tra le condotte di istigazione, induzione o proselitismo caratterizzanti la fattispecie di cui all’art. 82 DPR 309/90.
L’accertamento dibattimentale, in conclusione, ha dimostrato che l’imputato era referente di un sito (*********) attraverso cui venivano commercializzati semi di cannabis senza indicazioni sulla successiva coltivazione, attività di per sé lecita; ha inoltre evidenziato che il sito Mariuana.it aveva un contenuto di carattere informativo in cui trovavano espressione scelte ed opzioni culturali proprie del movimento antiproibizionistico, attività che, non essendosi tradotta in promozione all’uso di derivati della cannabis, non può ritenersi illecita. Nel forum di discussione, infine, venivano ospitate le opinioni in materia da parte degli utenti, anch’esse limitate all’ambito dell’espressione del pensiero di per sé non riconducibile alle condotte sanzionate dall’art. 82 DPR 309/90. Esulando il carattere di illiceità penale, l’imputato va mandato assolto per insussistenza del fatto.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 c.p.p.
Assolve F.M. dall’imputazione ascrittagli perchè il fatto non sussiste.
Restituzione di quanto in sequestro.
Motivi in giorni 60.

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Tribunale Civile Reggio Emilia sez. I 7/3/2007 n. 311

Redazione

Svolgimento del processo

Con atto di citazione datato 9/10/1998, XX 1 conveniva in giudizio YY 1, YY 2, YY 3, YY 4, YY 5, YY 6, YY 7, YY 8, YY 9, YY 10, YY 11, YY 12 e YY 13 affermando che il convivente more uxorio L. Z. (deceduto il 19/3/1998 dopo anni di malattia) aveva disposto – con testamento dell’8/2/1985 – a suo favore lasciandole il suo patrimonio mobiliare (tale doveva intendersi la frase "lascio tutto il denaro che si troverà alla mia morte alla signora XX 1"); poco prima della morte (il 22/12/1997), a causa delle sue precarie condizioni di salute, L. Z. si era trasferito presso la casa della sorella (YY 1) e del cognato (YY 2), ai quali la XX 1 aveva versato delle somme (Lire 3.000.000 il 24/12/1997, Lire 2.000.000 nel gennaio 1998, Lire 3.624.000 il 2/2/1998 e Lire 2.500.000 il 9/3/1998) e trasferito titoli obbligazionari (obbligazioni Credem 96/99 del valore nominale di Lire 140.000.000) di proprietà dello Z. L. affinché i convenuti potessero disporre degli averi del parente in caso di bisogno.

Poiché i convenuti YY 1-YY 2 detenevano beni facenti parte dell’asse ereditario e destinati dal de cuius alla stessa XX 1, l’attrice avanzava domanda di petizione di eredità, chiedendo altresì il rendiconto della gestione. Quanto agli altri soggetti citati, la difesa della XX 1 asseriva di averli convenuti in quanto litisconsorti necessari senza però prendere, nei loro confronti, alcuna conclusione.

Con comparsa depositata il 23/12/1998 si costituivano nel giudizio YY 1 e YY 2 contestando in toto le domande attoree; i convenuti sostenevano che il trasferimento delle obbligazioni era avvenuto per spirito di liberalità dello Z. L. prima della sua morte e, perciò, con l’effetto di escludere i titoli dall’asse ereditario (perché non presenti al momento dell’apertura della successione e non indicati nella dichiarazione di successione); negavano pertanto di aver mai amministrato beni del de cuius e di essere tenuti al rendiconto; aggiungevano (quale "eccezione riconvenzionale") di aver sostenuto delle spese nell’interesse dello Z. L..

Con comparsa depositata il 30/12/1998 si costituiva nel giudizio YY 13 il quale sosteneva che la XX 1 era in possesso di beni appartenuti al de cuius (mobili, suppellettili, vettura), che la firma in calce alla scheda testamentaria appariva eterografa, che il termine "denaro" impiegato nel testamento per il "legato" all’attrice non poteva estendersi ai titoli obbligazionari. Concludeva chiedendo la declaratoria di nullità del testamento per eterografia (la domanda veniva successivamente rinunciata esplicitamente) e, in subordine, la ricostruzione dell’asse ereditario e il rendiconto della XX 1 per tutti gli anni in cui aveva gestito beni di L. Z.

Con comparsa depositata il 21/1/1999 si costituivano nel giudizio YY 3, YY 4, YY 5, YY 6, YY 7, YY 8, YY 9, YY 10, YY 11 e YY 12, i quali – rilevando di essere stati citati come litisconsorti necessari – osservavano che oggetto del contendere era l’attribuzione di denaro esistente alla morte del de cuius e che gli stessi non erano mai stati nel possesso di alcuna somma del defunto L. Z. (e, infatti, nessuna contestazione al riguardo aveva sollevato l’attrice).

Le parti costituite comparivano alle udienze del 21/1/1999 (ex art. 180 c.p.c.), del 3/6/1999 (ex art. 183 c.p.c.) e, dopo alcuni rinvii richiesti dalle parti, del 14/2/2002, quando – dopo la costituzione in prosecuzione delle eredi di XX 1 (deceduta nelle more) – venivano concessi i termini per le istanze istruttorie, sulle quali il Giudice provvedeva con ordinanza del 22/10/2002.

Le prove orali erano assunte alle udienze del 3/5/2004 e del 30/3/2005.

Con ordinanza del 4/4/2005, il Giudice ordinava ai convenuti YY 1 e YY 2 di rendere il conto dell’amministrazione dei valori mobiliari già appartenuti a L. Z. e agli stessi trasferiti dall’attrice, con dettagliata indicazione e documentazione della gestione delle spese asseritamente sostenute.

I convenuti depositavano memoria il 14/7/2005, ma all’udienza successiva (l’1/12/2005) la difesa attorea contestava il rendiconto.

All’udienza del 23/11/2006, le parti precisavano le proprie conclusioni (riportate come sopra); concessi i termini di rito per le difese finali, il Giudice tratteneva la causa in decisione.

Motivi della decisione

1. Preliminarmente, si osserva che le domande avanzate dal convenuto YY 13 devono intendersi esplicitamente (come da memoria 28/5/1999) e/o implicitamente rinunciate, in ragione della condotta mantenuta nel corso del processo: la rinuncia al mandato dei difensori, la mancata precisazione delle conclusioni, l’omesso deposito delle difese finali, fanno ritenere che il convenuto abbia abbandonato le proprie istanze ed eccezioni (Cass. 2142/2000).

Parimenti, deve ritenersi abbandonata l’eccezione riconvenzionale dei convenuti YY 1 e YY 2 relativa alle spese sostenute per L. Z. post mortem: non è stata riproposta al momento della precisazione delle conclusioni e non se ne fa cenno nemmeno nelle difese finali (incidentalmente, si osserva che le pretese di rimborso di spese funerarie nei confronti del coerede debbono tener conto della ripartizione per quote dell’eredità).

Sempre in via preliminare si osserva che la domanda iniziale dell’attrice riguardava la restituzione delle obbligazioni o il loro controvalore in Lire o, anche con riferimento alle premesse dell’atto (in cui si menzionavano pure i trasferimenti di denaro), la somma maggiore o minore risultante dall’istruttoria, oltre agli interessi legali. Non si ravvisa, perciò, alcuna domanda nuova nelle conclusioni prese dalla difesa dell’attrice.

2. "L’interpretazione del testamento è caratterizzata, rispetto a quella contrattuale, da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua delle regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 cod. civ. (applicabili, con gli opportuni adattamenti , anche in materia testamentaria), va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria, con riferimento, essenzialmente nei casi dubbi, anche ad elementi estrinseci alla scheda, come la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore. Ne deriva che il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante ed antitetico, e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius" (Cass. 12861/1993; conformi Cass. 5670/1999 e Cass. 12950/2000).

Nel caso de quo, il testamento di L. Z. recita testualmente: "… lascio tutto il denaro che si troverà alla mia morte alla signora XX 1 …".

Sotto il profilo strettamente tecnico, la parola "denaro" non vale ad identificare i titoli obbligazionari emessi da Credem (oggetto del trasferimento sul dossier titoli dei convenuti YY 1 e YY 2 per loro stessa ammissione nell’interrogatorio formale); tuttavia, nel comune sentire e nel gergo corrente (soprattutto per soggetti di non elevato livello culturale e, quindi, non consapevoli dei complessi meccanismi tecnico-giuridici che si celano dietro un investimento), i risparmi – specialmente se investiti in obbligazioni (che, in estrema sintesi, costituiscono un "prestito oneroso" ad un’impresa) o in fondi d’investimento (facilmente liquidabili e, di regola, non soggetti ai rischi del mercato azionario) – vengono annoverati nel patrimonio liquido, al pari del "denaro".

Le prove orali inducono a ritenere che anche per L. Z. la parola "denaro" identificasse – in generale – i risparmi "messi in banca", ivi comprese, quindi, le sue obbligazioni Credem 96-99 del valore nominale di Lire 140.000.000:

chiarissima è la testimonianza di R. F., la quale, raccontando degli investimenti effettuati e dell’assidua frequentazione degli sportelli bancari per controllare le operazioni e il loro andamento, ha dichiarato che il de cuius "ripeteva spesso che i soldi dovevano essere messi al sicuro e non andare persi", laddove la parola "soldi" accomuna i vari investimenti dello Z. L.;

inoltre – come narrato da M. F. – lo Z. L. e la XX 1 "gestivano con particolare cura le loro risorse che avevano messo in comune … almeno una volta alla settimana si recavano in banca per effettuare investimenti o per verificare gli stessi e lasciavano sul conto corrente solamente il minimo indispensabile". La circostanza è rilevante perché lascia presumere che il termine "denaro" nella scheda testamentaria non possa essere riferito ai soli "spiccioli" lasciati sul conto corrente, ma anche agli altri investimenti che costituivano le liquidità "messe al sicuro": ciò vale soprattutto se si considera che la provenienza del denaro era comune; inoltre, se si tiene conto del rapporto – convivenza more uxorio di 25 anni – che legava la XX 1 e lo Z. L. (elemento extratestuale ma rilevante per ricostruire la volontà del testatore), si deve escludere che lo Z. L. abbia voluto beneficiare la XX 1 solo del "minimo indispensabile" lasciato sul conto.

del resto, la stessa YY 1, nel corso dell’interrogatorio (sul capitolo 3, riguardante la gestione delle risorse con l’acquisto di valori mobiliari) ha risposto: "So che lo Z. L., mio fratello, aveva dei soldi perché me lo aveva detto ma non so come li investiva". Seppur implicitamente, la stessa convenuta – che, rispondendo a proposito degli investimenti del fratello, ha impiegato il termine atecnico "soldi" – ha confermato che nel linguaggio corrente il "denaro" identifica anche gli investimenti mobiliari (e, segnatamente, le obbligazioni de quibus).

Perciò, concludendo sul punto, la disposizione testamentaria a favore della XX 1 comprendeva, oltre al denaro "liquido", anche le predette obbligazioni Credem 96/99 del valore nominale di Lire 140.000.000.

Quanto alle difese dei convenuti, si osserva che la dichiarazione di successione ha finalità esclusivamente fiscali e non può essere considerata alla stregua di un confessione.

3. Pare opportuno, anche al fine della ripartizione delle spese di lite (sulle quali si tornerà nel prosieguo), chiarire se il lascito alla XX 1 è da reputare legato o istituzione di erede.

Seguendo il criterio interpretativo fornito dalla Suprema Corte (Cass. 9467/2001, Cass. 974/1999), si deve ritenere che L. Z. abbia inteso istituire la XX 1 propria erede, sia perché (sotto il profilo oggettivo) non sono state determinate, nell’atto di ultima volontà, cose determinate bensì l’intero patrimonio liquido (come quota dell’intero patrimonio del de cuius), sia perché (sotto il profilo soggettivo) è presumibile che la convivente more uxorio (da numerosi anni) sia stata immessa nell’universum ius (al pari di una moglie).

4. Sono incontroversi (perché ammessi dai convenuti YY 1 e YY 2) e comunque provati per tabulas (documenti nr. 4 e 5):

l’avvenuto trasferimento (in data 21/1/1998), da parte di XX 1, a YY 1 e YY 2 dei titoli obbligazionari Credem 96/99 del valore nominale di Lire 140.000.000

il versamento a YY 1 (in data 24/12/1997), da parte di XX 1, di Lire 3.000.000, somme appartenenti al de cuius

il versamento a YY 1 (in data 7/1/1998), da parte di XX 1, di Lire 2.000.000, somme appartenenti al de cuius

il versamento a YY 1 (in data 2/2/1998), da parte di XX 1, di Lire 3.624.000, somme appartenenti al de cuius

il versamento a YY 1 (in data 9/3/1998), da parte di XX 1, di Lire 2.500.000, somme appartenenti al de cuius.

Poiché si tratta di beni facenti parte dell’asse ereditario e attribuiti, per volontà del testatore, a XX 1, appare fondata l’azione (petizione di eredità ex art. 533 c.c.) intentata dall’attrice al fine ottenere il riconoscimento della sua qualità di erede contro i convenuti YY 1 e YY 2, che possiedono detti beni ereditari senza alcun titolo, e di ottenere la restituzione degli stessi.

I convenuti YY 1 e YY 2 hanno inizialmente sostenuto che il trasferimento delle obbligazioni era avvenuto per spirito di liberalità dello Z. L. prima della sua morte (con l’effetto di escludere i titoli dall’asse ereditario); essendo stato accertato che i trasferimenti sono stati compiuti dalla XX 1 e dato il cospicuo valore dei beni, deve escludersi la sussistenza di una donazione manuale di modico valore da parte del de cuius, sia perché difetta una condotta attiva del donante, sia perché manca anche solo la traccia di un animus donandi, sia perché – per una simile liberalità – sarebbe stato necessario un atto pubblico.

Difatti, nel corso della controversia, la difesa dei convenuti (che presumibilmente si è avveduta dell’insostenibilità della tesi) ha "ripiegato" sulla presunta pattuizione – nel gennaio 1998 – di un contratto vitalizio assistenziale, secondo il quale L. Z. avrebbe ceduto a YY 1 e YY 2 le obbligazioni de quibus in cambio dell’assistenza vita natural durante.

Le testimonianze addotte per dimostrare l’esistenza di un simile contratto sono inattendibili (proprio per le discordanze riscontrate gli atti sono già stati trasmessi al Procuratore della Repubblica per le indagini di competenza): infatti, i figli dei convenuti YY 1 e YY 2, oltre a essere legati da stretto rapporto di parentela con la parte, si sono tra loro contraddetti (Z. Simone ha affermato che il de cuius aveva dato le disposizioni sul vitalizio assistenziale alla presenza sua e di entrambi i suoi fratelli; ************, richiesto di precisazioni sul punto, ha invece asserito di non aver assistito alle dichiarazioni dello Z. L., riferitegli dalla madre); inoltre, le narrazioni dei testi sono in palese contrasto con quelle rese da M. e R. F., le quali hanno dichiarato che L. Z., già dal 1997, non era più in grado di parlare e di comprendere (queste ultime deposizioni trovano riscontro nelle certificazioni mediche che descrivono la situazione di ingravescente demenza dello Z. L. e nel fatto stesso che lo Z. L. sia stato preso "in carico" dai convenuti perché la sua situazione di salute lo aveva privato di autonomia).

Perciò, nessuna valida pretesa possono avanzare i convenuti sulle somme trasferite e sulle obbligazioni Credem 96/99 (melius, sul ricavato delle stesse, ormai scadute da tempo).

Si tratta ora di esaminare con quali modalità i convenuti hanno amministrato i beni facenti parte dell’asse ereditario, al fine di determinare l’importo esatto da rimettere nella disponibilità di XX 1 (anzi, delle sue eredi).

Il rendiconto dei convenuti è lacunoso (Cass. 24866/2006; Cass. 4203/1998) sia nelle entrate (le obbligazioni sono indicate al valore nominale anziché al valore di realizzo alla scadenza e senza alcun accenno alle eventuali cedole incassate medio tempore) sia nelle uscite: come giustamente osservato dalla difesa attorea, il rendiconto non serve a dimostrare le spese asseritamente sostenute, dato che gli scontrini non sono nominativi e non provano la riferibilità della spesa allo Z. L. e dato che l’ "autocertificazione" di YY 2 e YY 1 sul costo dell’assistenza prestata (peraltro, trattandosi di un familiare, si deve ritenere che le prestazioni siano state rese in adempimento di obbligazione naturale) è priva di qualsiasi valore probatorio.

Spettava ai convenuti fornire tutti gli elementi utili per la ricostruzione della gestione; la lacunosità del rendiconto rende necessario un approfondimento peritale (in proposito, Cass. 21090/2004) per determinare il controvalore delle obbligazioni e l’ammontare delle eventuali cedole acquisite da parte YY 1-YY 2. A ciò si provvede rimettendo in istruttoria la causa.

Quanto alle somme trasferite dalla XX 1 alla YY 1 (Lire 11.124.000, Euro 5.745,07), invece, può sin d’ora emettersi condanna di quest’ultima alla loro restituzione in favore degli eredi; spettano, come ovvio, gli interessi legali dalla data dell’apertura della successione (19/3/1998).

5. Riguardo alle spese di lite, si osserva che "nell’azione di petizione di eredità, legittimati attivamente e passivamente sono soltanto, rispettivamente, colui che adduce la sua qualità di erede e chi sia in possesso dei beni di cui il primo chiede la restituzione" (Cass. 3040/1987): non appare giustificata, perciò, la chiamata in causa di altri soggetti (non litisconsorti necessari) diversi da YY 1 e YY 2, per poi non prendere alcuna conclusione nei loro confronti.

Si giustifica la compensazione delle spese tra la parte attrice e YY 13 che, di fatto, ha da tempo abbandonato la lite.

Al contrario, devono riconoscersi le spese di lite agli altri convenuti, coinvolti nella lunga controversia senza alcuna valida ragione; i costi di assistenza, tenuto conto della minima attività svolta dalla difesa (proprio per la mancanza di domande nei confronti della parte) e delle tariffe forensi, sono liquidati in dispositivo.

I predetti convenuti possono essere estromessi dalla prosecuzione del giudizio (avente ad oggetto esclusivamente la determinazione del controvalore delle obbligazioni Credem 96/99 e delle relative cedole).

La soccombenza dei convenuti YY 1 e YY 2 implica la loro condanna alla rifusione delle spese di lite sino ad oggi sostenute (liquidate in dispositivo).

P.Q.M.

il Tribunale di Reggio Emilia – sezione prima civile

non definitivamente pronunciando sulla causa nr. 1948/1998 R.G. promossa da XX 1 e proseguita dai suoi eredi XX 2, XX 3 e XX 4 contro YY 1 e YY 2 e contro YY 3, YY 4, YY 5, YY 6, YY 7, YY 8, YY 9, YY 10, YY 11 e YY 12 e contro YY 13, ogni altra e diversa domanda, istanza, eccezione e difesa disattesa e respinta, così provvede:

dichiara che L. Z., con il testamento dell’8/2/1985, ha istituito XX 1 erede del suo denaro e dei suoi valori mobiliari (in particolare, dei titoli obbligazionari Credem 96/99 del valore nominale di Lire 140.000.000, già intestati a L. Z. e trasferiti a YY 1 e YY 2);

condanna YY 1 a restituire a XX 2, XX 3 e XX 4 (quali eredi di XX 1) la somma di Euro 5.745,07, oltre interessi legali dal 19/3/1998;

condanna YY 1 e YY 2 a rifondere a XX 2, XX 3 e XX 4 (quali eredi di XX 1) le spese di lite, determinate in complessivi Euro 12.724,18 (di cui Euro 7.570,16 per onorari, Euro 4.429,84 per diritti ed Euro 724,18 per spese), oltre I.V.A., C.P.A. e spese generali ex art. 14 T.P.;

condanna XX 2, XX 3 e XX 4 (quali eredi di XX 1) a rifondere a YY 3, YY 4, YY 5, YY 6, YY 7, YY 8, YY 9, YY 10, YY 11 e YY 12 le spese di lite, determinate in complessivi Euro 6.124,75 (di cui Euro 6.000,00 per onorari e diritti ed Euro 124,75 per spese), oltre I.V.A., C.P.A. e spese generali ex art. 14 T.P.

compensa interamente le spese di lite tra XX 2, XX 3 e XX 4 (quali eredi di XX 1) e YY 13

rimette la causa in istruttoria con separata ordinanza ex art. 279 c.p.c., limitatamente alle parti XX 2, XX 3, XX 4, YY 1 e YY 2, mentre estromette dalla prosecuzione del giudizio YY 3, YY 4, YY 5, YY 6, YY 7, YY 8, YY 9, YY 10, YY 11, YY 12 e YY 13.

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Tribunale Forlì 6/3/2007

Redazione

Svolgimento del processo
Con atto di citazione ritualmente notificato il 4.11.2004 la Cooperativa Edile di Predappio – premesso:
– che con contratto in data 8.9.1999 e successiva integrazione del 27.1.2000 le era stata affidata in appalto dalla società La Pace s.r.l. l’ esecuzione di lavori di ristrutturazione ed ampliamento dell’ hotel La Pace per un corrispettivo a forfait di £. 2.049.975.550 oltre I.V.A.;
– che nel corso dell’ esecuzione dell’ intervento la società committente aveva sollevato contestazioni in merito a ritardi nella consegna delle opere, mancato completamento dei lavori, pretesi vizi e difformità;
– di aver a propria volta lamentato l’ illegittima applicazione in corso d’ opera di penali, la mancata corresponsione di parte dei corrispettivi liquidati tramite S.A.L. e l’ omesso riconoscimento di maggiori corrispettivi per opere non previste in contratto;
– che in ragione di tale contrasto le parti avevano provveduto alla nomina di un collegio arbitrale, in applicazione della clausola compromissoria pattuita al punto n. 16 del contratto di appalto;
– che le parti, nel comparire avanti al collegio, avevano concordato sulla natura irrituale dell’ arbitrato;
– che il collegio arbitrale, con lodo del 20.7.2002, deliberando a maggioranza e prendendo atto del dissenso di singoli arbitri su specifici punti della controversia, aveva accolto parzialmente le domande proposte, condannando la società La Pace s.r.l. al pagamento in suo favore della somma di € 113.967,3;
– che in seguito la controparte aveva provveduto al pagamento di € 138.083,14 a saldo degli importi liquidati tramite il lodo arbitrale;
– che il lodo tuttavia doveva considerarsi nullo per mancanza di accordo fra gli arbitri mandatari, ex artt. 1425 e 1325 c.c., o invalido ed inefficace, ai sensi dell’ art. 1711 c.c., in quanto la causa petendi era stata evasa ricorrendo a diverse maggioranze negoziali, cioè tramite la pronuncia di distinti lodi parziali poi accorpati in un unico documento;
– che il lodo doveva ritenersi nullo o annullabile per omessa pronuncia o viziato da errore perché il collegio arbitrale aver evitato di pronunciarsi in merito alla remunerabilità dei maggiori oneri incontrati nella realizzazione delle opere contrattualmente previste a causa dell’ inadeguatezza della documentazione tecnica e di rilievo;
– che analoghi vizi affliggevano il lodo relativamente alla mancata liquidazione di un maggiore corrispettivo a compenso dei lavori di demolizione, risagomatura ed integrale ricostruzione di ventidue finestre;
– che inoltre il lodo doveva essere annullato per errore essenziale e riconoscibile laddove aveva assegnato corrispettivi all’ evidenza incongrui per i maggiori oneri sostenuti nella realizzazione degli scavi;
– che in più la pronunzia del collegio arbitrale era stata viziata dalla mancata audizione di testi già ammessi e poi non escussi dal collegio;
– che era sua intenzione riproporre in sede giudiziale tutte le domande già formulate in sede arbitrale; – tanto premesso, conveniva in giudizio avanti a questo Tribunale la società La Pace s.r.l., con sede in Bagno di Romagna, in persona del legale rappresentante pro tempore, onde sentirla condannare, previa declaratoria di nullità e/o annullabilità del lodo arbitrale irrituale pronunciato in Forlì in data 20.7.2002 ed una volta accertato il proprio diritto ad ottenere la proroga dei termini di consegna originariamente stabiliti, al pagamento della somma di € 696.860,9, oltre accessori, per le ragioni di credito sopra esposte.
Si costituiva tempestivamente in giudizio la compagine convenuta contestando la fondatezza delle avversarie asserzioni, di cui domandava l’ integrale reiezione.
In particolare la società La Pace s.r.l. contestava che l’ espressione del dissenso manifestata dagli arbitri su differenti punti della controversia rendesse nullo il lodo arbitrale, il quale doveva essere inteso come un’ unica globale decisione; inoltre la compagine convenuta, dopo aver spiegato che la statuizione arbitrale aveva esaminato nel merito e respinto le domande proposte dalla Cooperativa Edile di Predappio, rappresentava come fosse oramai preclusa alla controparte qualsiasi impugnativa per errori di diritto o errores in iudicando.
La causa, istruita documentalmente, è stata trattenuta in decisione all’ udienza del 18 ottobre 2006 sulle conclusioni rassegnate dalle parti come in epigrafe.

Motivi della decisione
L’ arbitrato libero può essere qualificato come un contratto per relationem, ove la decisione degli arbitri si caratterizza nel suo momento qualificante come una sequenza procedimentale orientata verso una soluzione negoziale della lite per modum mandati.
E’ bene rimarcare come la fattispecie negoziale in parola abbia carattere composito, trattandosi di un mandato congiuntamente conferito dalle parti ad uno o più terzi affinché costoro completino in loro vece un nuovo negozio.
L’ effetto di risoluzione stragiudiziale della controversia del lodo irrituale non si ricollega così ad una decisione eteronoma, come avviene nell’ arbitrato rituale, bensì si riconnette in via esclusiva alla volontà negoziale delle parti, risolvendosi in uno strumento di risoluzione delle controversie civili alternativo al processo che vive fuori dall’ ambito giurisdizionale, sviluppandosi ed esaurendosi in via esclusiva nel campo del diritto sostanziale e contenendo una rinuncia alla giurisdizione in favore di una soluzione della lite a cui giungere soltanto in via negoziale.
Se questa è la natura dell’ arbitrato irrituale e del lodo che da esso trae origine, la doglianza preliminare attorea non può che essere ritenuta priva di fondamento.
Parte attrice, traendo il destro dalla parte del dispositivo in cui si enuncia che il lodo venne assunto "deliberando a maggioranza e prendendo atto del dissenso dei singoli arbitri su specifici punti della controversia", censura in sostanza il procedimento deliberativo seguito dal collegio arbitrale, che, di pronunzia in pronunzia su singoli punti, adottando di volta in volta diverse maggioranze, sarebbe giunto ad elaborare una decisione composita, che altro non sarebbe che la riductio ad unum di singoli lodi parziali.
Una simile tesi, per quanto suggestiva, non è affatto condivisibile, per una serie di motivi.
In primo luogo essa si fonda sul presupposto che la pronunzia di lodi parziali sia di per sé illegittima, affermazione inesatta in termini generali in quanto l’ adozione di singole pronunzie parziali deve considerasi invalida nella misura in cui contrasti con il tenore del mandato conferito dalle parti agli arbitri e con l’ eventuale specifica disciplina del procedimento che sia stata stabilita all’ interno della clausola compromissoria, il che non è nel caso di specie.
In realtà, poi, le tesi dottrinali richiamate da parte attrice censurano non tanto l’ adozione di una soluzione negoziale conclusiva adottata tramite la decisione per singoli punti della lite, ma la pronunzia di un lodo parziale separato, ontologicamente e temporalmente, dalla successiva statuizione finale.
Nulla di tutto questo si è verificato nel caso in esame, in quanto la decisione venne adottata in un’ unica soluzione, mediante una coeva statuizione sull’ intero thema decidendi posto all’ esame del collegio arbitrale.
Ciò nonostante, a prescindere dagli ulteriori distinguo che si potrebbero fare fra l’ ipotesi prospettata ed il caso concreto, è bene rimarcare come l’ unico criterio discretivo in ordine alla validità del lodo irrituale sia costituito dalla verifica che l’ atto finale, di natura negoziale e non decisionale, sia stato adottato nel rispetto della volontà contrattuale delle parti.
Dunque l’ interpretazione del lodo come un affastellarsi di singole decisioni sconta un errore di prospettiva, sia perché valorizza il lodo per la natura decisionale che esso invece non assume, sia, soprattutto, perché omette di fare riferimento alla clausola arbitrale per stabilire la validità dell’ atto negoziale adottato.
La clausola arbitrale prevista al punto 16 del contratto di appalto nulla dice in merito alle modalità con cui il collegio arbitrale avrebbe dovuto arrivare, via via, alla soluzione negoziale demantagli, non prevedendo in particolare né una specifica disciplina procedimentale da adottare a pena di invalidità del lodo (ma anzi abilitando gli arbitri a decidere "anche senza formalità"), né che l’ atto finale avrebbe dovuto essere necessariamente il frutto della costante e concorde volontà di almeno due arbitri.
In definitiva non è possibile ritenere che il collegio arbitrale abbia in qualche modo violato il mandato conferitogli, derivandone così l’ infondatezza delle tesi attoree.
D’ altra parte è facile ricavare l’ infondatezza di simili assunti anche ragionando al contrario.
Se realmente fosse stato precluso agli arbitri di adottare decisioni su singoli punti con maggioranze diverse, costoro, stante il dissenso di più membri su una pluralità di argomenti, non avrebbero potuto adottare alcuna soluzione finale.
In questo modo il collegio non avrebbe adempiuto al mandato ricevuto sulla base di ragioni che non trovavano fondamento nell’ incarico espressamente conferito dalle parti, per quanto è dato leggere nella clausola contrattuale n. 16, ed avrebbe così ecceduto i limiti fissati nel mandato, in violazione, questa volta sì, dell’ art. 1711 c.c. e, più in generale, dei canoni di diligenza previsti dall’ art. 1176 c.c..

Analoga sorte va riservata alle ulteriori doglianze sollevate dalla compagine attrice laddove essa lamenta la nullità del lodo arbitrale per omessa pronuncia o per errore.
E’ sufficiente esaminare il lodo arbitrale per constatare come in realtà il collegio abbia disatteso la richiesta dell’ odierna attrice di remunerare i maggiori oneri incontrati nella realizzazione delle opere contrattualmente previste per inadeguatezza della documentazione tecnica e di rilievo ed abbia nel contempo respinto la richiesta di liquidazione di un maggiore corrispettivo per la demolizione, risagomatura ed integrale ricostruzione di ventidue finestre.
Il rigetto di queste pretese, argomentato sia pur per sommi capi in parte motiva, è stato ribadito senza tema di equivoci nel dispositivo del lodo, laddove si afferma espressamente che il collegio "rigetta ogni ulteriore domanda".
Simili statuizioni, stante la natura negoziale della decisione adottata dal collegio arbitrale, sono insuscettibili di gravame in questa sede.
Allo stesso modo la semplice lettura del lodo non consente di rilevare errori di rappresentazione della realtà che abbiano in qualche modo viziato il procedimento di adozione della volontà negoziale sia in merito ai profili sopra indicati, sia in ordine ai corrispettivi riconosciuti per i maggiori oneri sostenuti nella realizzazione degli scavi.
E’ noto a questo proposito che il lodo arbitrale irrituale è impugnabile, davanti al giudice ordinariamente competente, soltanto per i vizi che possono vulnerare in via generale ogni manifestazione di volontà negoziale – errore, violenza, dolo, incapacità delle parti o dell’ arbitro -, mentre è preclusa ogni impugnativa per errori di diritto ("Nell’ arbitrato irrituale, il lodo può essere impugnato per errore essenziale esclusivamente quando la formazione della volontà degli arbitri sia stata deviata da un’alterata percezione o da una falsa rappresentazione della realtà e degli elementi di fatto sottoposti al loro esame (c.d. errore di fatto), e non anche quando la deviazione attenga alla valutazione di una realtà i cui elementi siano stati esattamente percepiti (c.d. errore di giudizio); con la conseguenza che il lodo irrituale non è impugnabile per errores in iudicando (come è invece consentito, dall’ ultimo comma dell’ art. 829 c.p.c., quanto al lodo rituale), neppure ove questi consistano in una erronea interpretazione dello stesso contratto stipulato dalle parti, che ha dato origine al mandato agli arbitri; nè, più in generale, il lodo irrituale è annullabile per erronea applicazione delle norme di ermeneutica contrattuale o, a maggior ragione, per un apprezzamento delle risultanze negoziali diverso da quello ritenuto dagli arbitri e non conforme alle aspettative della parte impugnante" Cass. 16.5.2003 n. 7654).
In sostanza l’ errore rilevante è solo quello attinente alla formazione della volontà degli arbitri, che si configura quando costoro abbiano avuto una falsa rappresentazione della realtà per non aver preso visione degli elementi della controversia o per averne supposti altri inesistenti, ovvero per aver dato come contestati fatti pacifici o viceversa, mentre è preclusa ogni impugnativa per errori di diritto, sia in ordine alla valutazione delle prove che in riferimento alla idoneità della decisione adottata a comporre la controversia (cfr. Cass. 15.9.2004 n. 18577).
A ben guardare la stessa parte attrice non adduce una falsa rappresentazione della realtà da parte dell’ organo arbitrale, non allega specifiche circostanze su cui gli arbitri avrebbero travisato la realtà fattuale, ma censura le determinazioni adottate nella soluzione negoziale finale.
Siffatte doglianze, risolvendosi in definitiva in un’ impugnativa di errori di diritto, sono inammissibili e non possono che essere disattese.
Del pari la soluzione negoziale non può essere censurata in conseguenza della mancata audizione di testi dapprima ammessi e poi non escussi.
Questa risoluzione, in mancanza di una disciplina contrattuale che imponesse precise regole procedurali a cui il collegio arbitrale si sarebbe dovuto attenere, poteva rilevare unicamente nel caso in cui avesse determinato un errore in fatto dell’ organo chiamato a pronunciarsi sulla vicenda ("Nell’ arbitrato libero o irrituale, che si traduce in una regolamentazione contrattuale della contesa, la violazione del principio del contraddittorio non rileva come vizio del procedimento, ma come violazione del contratto di mandato, e può rilevare esclusivamente ai fini dell’ impugnazione ex art. 1429 cc.c., ossia come errore degli arbitri che abbia inficiato la volontà contrattuale dai medesimi espressa; ne consegue che la parte che impugna il lodo deve dimostrare in concreto l’ errore nell’ apprezzamento della realtà nel quale gli arbitri sarebbero incorsi, mentre il solo fatto di non essere stata ascoltata, di non aver ricevuto copia della memoria prodotta dalla controparte o di non aver potuto produrre a sua volta una replica non implica di per sè un vizio della volontà degli arbitri" Cass. 9.8.2004 n. 15353)
Un errore di tal fatta non risulta addotto e tanto meno provato, con la conseguente reiezione anche di quest’ ultima censura.

In conclusione, in forza delle motivazioni più sopra illustrate, la domanda attorea non può che essere disattesa in ogni suo profilo.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, in ragione della natura delle questioni trattate e dell’ attività svolta in ambito istruttorio.
P.Q.M.
Il Giudice del Tribunale di Forlì, definitivamente pronunciando nella causa introdotta dalla società Cooperativa Edile di Predappio, con sede in Predappio, in persona del legale rappresentante pro tempore, nei confronti della società La Pace s.r.l., con sede in Bagno di Romagna, in persona del legale rappresentante pro tempore, mediante atto di citazione notificato il 4.11.2004, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, così provvede:
– rigetta le domande proposte dalla Cooperativa Edile di Predappio nei confronti della società La Pace s.r.l.;
– condanna la Cooperativa Edile di Predappio, in persona del legale rappresentante pro tempore, all’ integrale refusione in favore della società La Pace s.r.l. delle spese di lite, che liquida in complessivi € 16.295,8, di cui € 40,8 per spese ed anticipazioni, € 4.255 per diritti e € 12.000 per onorari, oltre a spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge;
– dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva, ai sensi dell’ art. 282 c.p.c..
Così deciso in Forlì il giorno 6 marzo 2007.

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