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Brindisi

Rapporti fra illecito edilizio e violazione delle distanze legali (Trib. Brindisi, 15/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Rapporti fra illecito edilizio e violazione delle distanze legali, evidenza la tendenziale irrilevanza, ai fini civilistici, delle violazioni della normativa pubblicistica, fatta eccezione per le norme c.d. integrative della disciplina della proprietà privata. Si sofferma, altresì, violazione delle norme paesistiche e sulla tutelabilità, alla stregua delle prime, del “panorama”

 

FATTO E DIRITTO
Nel caso di specie, l’attore ha chiesto la rimessione in pristino e il risarcimento del danno, perché i lavori eseguiti dalla convenuta sui suoi immobili ubicati in Ostuni alla VIA………. avrebbero, a suo dire, comportato la privazione “della veduta panoramica che ne costituiva l’elemento di maggior pregio”.
Infatti, i lavori, benché autorizzati dal Comune, sarebbero stati in violazione delle norme di legge e, in particolare, del vincolo paesaggistico.
La domanda deve essere rigettata.

L’irrilevanza delle violazioni della normativa pubblicistica fatta eccezione per le norme c.d. integrative della disciplina della proprietà privata

Ai sensi dell’art. 869 c.c., “i proprietari d’immobili nei comuni dove sono formati piani regolatori devono osservare le prescrizioni dei piani stessi nelle costruzioni e nelle riedificazioni o modificazioni delle costruzioni esistenti”.
Stabilisce, poi, l’art. 871 c.c. che “le regole da osservarsi nelle costruzioni sono stabilite dalla legge speciale e dai regolamenti edilizi comunali. La legge speciale stabilisce altresì le regole da osservarsi per le costruzioni nelle località sismiche”.
Inoltre, il legislatore ha previsto al successivo art. 872 c.c. che “le conseguenze di carattere amministrativo della violazione delle norme indicate dall’articolo precedente sono stabilite da leggi speciali. Colui che per effetto della violazione ha subito danno deve esserne risarcito, salva la facoltà di chiedere la riduzione in pristino quando si tratta della violazione delle norme contenute nella sezione seguente o da queste richiamate”.
Alla stregua delle disposizioni de quibus, quindi, la violazione delle norme in materia edilizia assume rilevanza su due piani distinti: l’uno di carattere meramente amministrativo, concernente la lesione dell’interesse pubblico acchè le costruzioni siano realizzate in ossequio alle regole imposte dalla P.A.; l’altro, di carattere privatistico, riguardante le posizioni giuridiche soggettive di coloro che dall’opera illegittimamente realizzata possono patire un qualche pregiudizio; ciò, ogniqualvolta le disposizioni legislative abbiano valenza integrativa della normativa in materia di tutela della proprietà individuale.
Come noto, per contro, la rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia si esaurisce nell’ambito del rapporto pubblicistico tra p.a. e privato richiedente o costruttore, senza estendersi ai rapporti tra privati, regolati dalle disposizioni dettate dal codice civile e dalle leggi speciali in materia edilizia, nonché dalle norme dei regolamenti edilizi e dai piani regolatori generali locali.
Ne consegue che, ai fini della decisione delle controversie tra privati derivanti dalla esecuzione di opere edilizie, sono irrilevanti tanto la esistenza della concessione (salva la ipotesi della c.d. licenza in deroga), ovvero il fatto di avere costruito in conformità alla concessione, non escludendo tali circostanze, in sé, la violazione del codice civile e degli strumenti urbanistici locali; quanto la mancanza della licenza o della concessione, quando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le disposizioni normative sopra indicate (cfr. Cass. Civ. n. 6038 dell’ 11.5.2000).
In caso di opere realizzate in violazione di una o più norme in materia urbanistica, tuttavia, nell’inerzia della P.A. che non interviene per conseguire l’eliminazione dell’opera in tal modo edificata, il privato che per effetto della stessa abbia visto una indebita ed illegittima lesione del suo diritto dominicale, con la compromissione di una delle diverse facoltà ad esso connesse, può agire in giudizio per ottenere il ripristino della situazione di legalità violata ed il risarcimento del danno subito.
E ciò in quanto in tema di proprietà edilizia, la disposizione di cui all’art. 869 cod. civ. – secondo la quale i proprietari d’immobili nei comuni dove sono formati piani regolatori devono osservare le prescrizioni dei piani stessi nelle costruzioni e nelle riedificazioni o modificazioni delle costruzioni esistenti – va coordinata con quella di cui al successivo art. 872, che attribuisce al privato la tutela risarcitoria del proprio diritto soggettivo a seguito della violazione delle norme urbanistiche integrative del codice civile, senza subordinarla all’annullamento di provvedimenti amministrativi (Cass. Civ. n. 742 del 20.1.2003).
È indubbio, poi, che tra le norme dirette a tutelare l’interesse pubblico ad un armonico assetto urbanistico, ma che assumono rilevanza anche nei rapporti tra privati, rientrano quelle a tutela del paesaggio, ogni qualvolta impongono limiti all’attività edilizia la cui inosservanza può risolversi in un nocumento per il proprietario di un immobile inserito nel territorio oggetto di tutela.
Costituisce, infatti, ius receptum, perciò, in giurisprudenza il principio secondo cui i vincoli imposti a tutela del paesaggio dai piani regolatori o dai regolamenti edilizi comunali (ovvero anche dai piani territoriali paesistici in quanto recepiti da detti strumenti urbanistici con natura normativa), nella parte in cui contengano anche prescrizioni di edilizia rilevanti sul piano dei rapporti di vicinato, come quando fissino distacchi minimi fra costruzioni, ingenerano diritti soggettivi in favore del proprietario da essi avvantaggiato il quale, pertanto, può denunciarne la violazione davanti al giudice ordinario, con le azioni contemplate dall’art. 872″ (Cass. Sez. Unite n. 3659 del 18.6.1985).

La violazione delle norme paesistiche e la tutela del panorama

Nell’ambito dei rapporti privatistici, poi, è innegabile che, alle predette integrazioni – ovvero quando siano violate norme poste a tutela anche del vicino – oggetto di tutela possa essere anche il panorama goduto dal proprietario di un immobile limitrofo a quello interessato da un illecito intervento edilizio, quale elemento di pregio che costituisce estrinsecazione del diritto di proprietà.
Infatti, il pregiudizio consistente nella diminuzione o esclusione del panorama goduto da un appartamento e tutelato dalle norme urbanistiche, secondo determinati “standard” edilizi a norma dell’art. 872 cod. civ., costituisce un danno ingiusto, come tale risarcibile e la cui prova va offerta in base al rapporto tra il pregio che al panorama goduto riconosce il mercato ed il deprezzamento commerciale dell’immobile susseguente al venir meno o al ridursi di tale requisito.
Infatti, il panorama costituisce un vantaggio, una qualità positiva per un appartamento, di cui accresce il pregio.
Allo stesso modo della posizione (per esempio, sulla facciata principale, ovvero su quelle laterali o sul retro dell’edificio); della esposizione, idonea a garantire migliore illuminazione, soleggiamento e salubrità (a mezzogiorno o a nord); dell’altezza del piano rispetto al suolo, il panorama raffigura una qualità, specifica ed individuale, la cui esistenza accresce, in misura più o meno considerevole, il valore dell’unità abitativa anche rispetto alle altre unità immobiliari site nello stesso edificio.
Il panorama non è un elemento necessario e connaturale alle unità abitative; è un elemento accidentale (una qualità positiva), derivante dalla natura delle cose e, precisamente, dalla posizione, dall’esposizione e dall’altezza del piano o della porzione di piano e dalla amenità dei luoghi, nei cui pressi l’edificio è costruito. Non tutti gli appartamenti sono panoramici, come possono non esserlo tutte le unità abitative site nello stesso fabbricato. Certamente gli appartamenti, i quali godono del panorama, beneficiano di utilità, di profitti, di forme di godimento, che li rendono più richiesti ed apprezzati.
Peraltro, il panorama, che accresce il valore dell’immobile, può essere diminuito od escluso del tutto da una nuova costruzione, legittimamente edificata in conformità con le norme civili ed amministrative vigenti.
In questo caso, il pregiudizio subito dal proprietario non si qualifica come danno ingiusto e risarcibile ex art. 2043 c.c., in quanto l’opera lesiva fa seguito all’esercizio di un diritto.
Colui che edifica nei modi consentiti è immune da responsabilità nei confronti dei vicini, ancorchè abbia recato danno privando gli immobili del panorama (qui iure suo utitur neminem laedit).
Le conseguenze sono diverse, invece, se la edificazione sia avvenuta in contrasto con la disciplina concernente l’assetto del territorio. Se, cioè, le norme relative all’edilizia, in funzione della tutela degli interessi generali ad un ordinato regime urbanistico e territoriale, quali le limitazioni del volume, dell’altezza, della densità degli edifici; le esigenze dell’igiene e della viabilità; la conservazione dell’ambiente o la tutela delle bellezze naturali agli edifici esistenti garantiscono (sia pure indirettamente) il vantaggio del panorama e, implicitamente, vietano che il panorama sia diminuito od escluso dalle nuove costruzioni, la loro violazione da luogo ad una danno risarcibile.
Infatti, di siffatte norme dettate nell’interesse pubblico, anche gli interessi privati vengono a beneficiare.
Per la verità, la stessa doppia tutela (amministrativa e civile) non avrebbe senso se non si riconoscesse la doppia valenza della disciplina urbanistica, la quale, nel perseguire gli scopi di carattere pubblicistico, ad un tempo svolge la funzione di conformare la proprietà privata a tutela dei singoli. In altre parole, lo scopo pubblicistico perseguito dalle norme urbanistiche non esclude la loro diretta rilevanza nei rapporti di diritto civile; non esclude, pertanto, che dette norme possano essere fonte di diritti soggettivi perfetti.
Dunque, nel caso di diminuzione o di esclusione del panorama, goduto da un appartamento e tutelato dalle norme urbanistiche, le quali prescrivono determinati “standard” edilizi, a norma dell’art. 872 comma 2 c.c. il pregiudizio arrecato costituisce danno ingiusto e, come tale, risarcibile.
Tale giudizio, siccome si risolve nell’accertamento di fatti rilevabili o valutabili con l’ausilio di specifiche cognizioni tecniche, esige l’indagine essenzialmente critica e valutativa tipica della consulenza tecnica” (Cass. Civ. n. 3679 del 18.4.1996).

Il caso concreto

Quanto alla fattispecie concreta, risulta provato che gli immobili rispettivamente di proprietà dell’attore e della convenuta ricadono nella zona A di interesse storico-ambientale, in relazione alla quale il piano regolatore generale del Comune di Ostuni, al titolo II, art. 1, stabilisce che “sono vietate demolizioni e ricostruzioni singole. Qualsiasi operazione edilizia sarà attuabile solo in osservanza di un piano particolareggiato che interessi l’intero centro storico e ne proietti nel futuro la sua sistemazione ed utilizzazione. Per le sole operazioni di restauro e di risanamento conservativo, sempre nel rispetto dei valori ambientali e senza alterazione dei volumi, le concessioni edilizie saranno rilasciate previo parere favorevole dell’Ufficio urbanistico regionale e/o della Sovrintendenza ai beni culturali per le opere ad eseguirsi su immobili sottoposti alle norme di tutela di cui alla legge n. 1089/39 e successive integrazioni e modificazioni”.

Al di là delle norme contenute nello strumento urbanistico locale, poi, la disciplina dei beni culturali e del paesaggio è dettata dal D.Lgs. 22.1.2004 n. 42, laddove, all’art. 21, è stabilito che “sono subordinati ad autorizzazione del Ministero: a) la demolizione delle cose costituenti beni culturali, anche con successiva ricostituzione; b) lo spostamento, anche temporaneo, dei beni culturali, salvo quanto previsto ai commi 2 e 3; c) lo smembramento di collezioni, serie e raccolte; d) lo scarto dei documenti degli archivi pubblici e degli archivi privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13; e) il trasferimento ad altre persone giuridiche di complessi organici di documentazione di archivi pubblici, nonché di archivi di soggetti giuridici privati. Lo spostamento di beni culturali, dipendente dal mutamento di dimora o di sede del detentore, è preventivamente denunciato al soprintendente, che, entro trenta giorni dal ricevimento della denuncia, può prescrivere le misure necessarie perché i beni non subiscano danno dal trasporto. Lo spostamento degli archivi correnti dello Stato e degli enti ed istituti pubblici non è soggetto ad autorizzazione. Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente. L’autorizzazione è resa su progetto o, qualora sufficiente, su descrizione tecnica dell’intervento, presentati dal richiedente, e può contenere prescrizioni”.
Ed al successivo articolo 23 è previsto che “qualora gli interventi autorizzati ai sensi dell’articolo 21 necessitino anche di titolo abilitativo in materia edilizia, è possibile il ricorso alla denuncia di inizio attività, nei casi previsti dalla legge. A tal fine l’interessato, all’atto della denuncia, trasmette al comune l’autorizzazione conseguita, corredata dal relativo progetto”.
Delineato in tal modo il quadro normativo destinato a disciplinare ogni intervento edificatorio nella zona del Comune di Ostuni in cui sono ubicati gli immobili di proprietà delle parti, l’espletata CTU nonchè le dichiarazioni testimoniali acquisite nel corso del giudizio hanno consentito di accertare natura e l’entità delle opere di ristrutturazione realizzate sul lastrico solare dell’immobile di proprietà della Buneker, consistite, tra l’altro, nell’erezione di un nuovo parapetto e di una ringhiera in ferro.
Tali circostanze, invero, sono state verificate dal C.T.U., il quale ha rilevato che il terrazzo oggetto del contenzioso è stato interessato nel 2004 da lavori di manutenzione straordinaria consistenti nel rifacimento della pavimentazione solare in basole di pietra calcarea tipo ***** e nell’apposizione di parapetto in ferro con altezza di circa cm 40 nella porzione posta in corrispondenza dell’affaccio dell’abitazione dell’attore, e di circa cm 80 sul lato opposto”.
Ha, poi, soggiunto che “in seguito agli interventi sopra descritti anche i prospetti risultano aver subito delle lievi modifiche, sia per l’aggiunta di nuovi elementi sia per modifiche della forma del tetto civico n. 50”. Ha, quindi, accertato che “il terrazzo del civico n. 50 è stato munito di muretto d’attico ad andamento rettilineo orizzontale modificando così il profilo precedente che risultava essere del tipo a due falde poco inclinate”. Il CTU ha chiarito che dette opere “necessitavano di acquisire la preventiva autorizzazione paesaggistica della Sopraintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Puglia, da allegare alla DIA”: ha accertato, in altri termini, l’illegittimità degli interventi realizzati dalla convenuta, in violazione delle disposizioni che disciplinano l’attività edilizia nel centro storico di Ostuni.
Nondimeno, non ha trovato idoneo riscontro probatorio l’assunto attoreo secondo cui, per effetto dell’innalzamento del muro perimetrale del fabbricato e dell’istallazione della recinzione metallica, l’immobile attoreo sarebbe stato privato della veduta panoramica che ne costituiva l’elemento di maggior pregio.
Dunque, la domanda deve essere rigettata.
Devono essere poste, in via definitiva, a carico dell’attore, le spese della disposta CTU.
In considerazione della peculiarità della fattispecie ed, in particolare, dell’accertata illegittimità delle opere de quibus, nonché del comportamento processuale delle parti, si ritiene equo compensare nei limiti della metà le spese del presente giudizio, ponendo la residua metà a carico dell’attore.

PQM

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da **** nei confronti di B.E., così provvede:
1) rigetta la domanda dell’attore;
2) compensa tra le parti, nei limiti della metà, le spese di giudizio che liquida in complessivi €. 2.400,00, di cui euro 1400,00 per diritti ed € 1.000,00, per onorario, oltre iva, cap ed esborsi forfettizzati come per legge, e che pone solo per metà, a carico dell’attore;
3) pone,definitivamente, a carico dell’attore le spese della disposta CTU.

 

IL GIUDICE
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Danno patrimoniale da maltrattamenti in famiglia (Trib. Brindisi, 14/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Danno patrimoniale da maltrattamenti in famiglia e che fa applicazione, in via alternativa, del c.d. principio dell’equità calibrata che presuppone, ai fini liquidatori, la comparazione di ipotesi di lesione di pregiudizi esistenziali di varia natura e intensità

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione del 16/6/2010 notificato il 29 successivo ai sensi dell’art. 140 c.p.c., le sig.re P. M. C., M. A. e ***** esponevano: 1) con sentenza penale n. 201/06 del 6/10/2006 il Tribuna le di Brindisi -Sezione distaccata di Ostuni-, pronunciando nei confronti di M. A. F., imputato dei reati di cui agli artt. 81 cpv., 572 e 582 c.p., dichiarava questi colpevole dei reati ascrittigli e, concesse le attenuanti generiche ed applicato l’art. 81 C.P., lo condannava alla pena di anni due di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali -pena sospesa-; lo condannava altresì al risarcimento dei danni subiti dalle costituite parti civili (cioè le attrici di questo procedimento), da liquidarsi in sede civile, nonché al pagamento delle spese dalle stesse sostenute in giudizio, che venivano liquidate in € 1.800,00= per diritti ed onorari, oltre IVA e CAP per rimborso forfetario come per legge: 2) avverso detta sentenza il M. proponeva appello alla Corte di Appello di Lecce -Sez. penale- che, con sentenza n. 112/08 del 24/01/2008 (R.G. n. 781/07), confermava integralmente la precedente indicata sentenza del Tribunale di Brindisi -Sez. distaccata di Ostuni- e lo condannava al pagamento anche delle spese del secondo grado verso lo Stato e verso le costituite parti civili, liquidandole in complessivi € 1.000,00 oltre accessori di legge. Detta sentenza è definitivamente passata in giudicato. Le attrici chiedono, pertanto, la liquidazione del danno non patrimoniale subito.

La domanda è fondata.
Invero, la sentenza della Corte di Appello di Lecce -Sez. Penale-, con ampia motivazione, confermando la pronuncia del giudice di prime cure, ha ribadito la responsabilità del convenuto in ordine ai reati contestatigli. Ciò, peraltro, a seguito della ricostruzione di una dinamica familiare di particolare gravità.
Sono, infatti, stati accertati episodi di sopraffazione e di maltrattamenti nei confronti della moglie e delle due figlie, gravi e ripetuti tanto da acquistare carattere sistematico; nonché la gelosia ossessiva del convenuto stesso, che impediva l’accesso in casa di qualsiasi uomo, anche se parente.
Risultano, altresì, provate le vessazioni continue nei confronti della moglie e delle figlie, fonte di costante disagio per le stesse, nonché, in genere, il suo comportamento violento.
D’altronde, risulta che la figlia E. ha beneficiato, in costanza della permanenza presso la residenza familiare, dell’assistenza psicologica del consultorio familiare di Ostuni.
Per quanto concerne specificatamente la posizione della moglie, è stato accertato che sin dall’inizio della vita coniugale (nel 1975) il convenuto non le aveva consentito di uscire di casa, neppure per la spesa.
Risultano, altresì, provati l’uso abituale di epiteti poco edificanti (e, senza dubbio, inconciliabili con la natura stessa della relazione parentale) nei confronti della moglie e delle figlie; così come anche le minacce loro rivolte di provocarne la morte, aggravate dall’esibizione di un coltello, dal quale il convenuto non si separava mai, neppure di notte.
Ulteriore conferma di questo scenario di violenze e sopraffazioni, il giudice penale ha tratto dai diversi certificati medici del P.S. di Ostuni (lesioni personali subite dalla P. e dalle figlie), dalle dichiarazioni di S. A. e S. O. (entrambi in servizio presso il Commissariato di P.S. di Ostuni), dalle testimonianze dei vicini di casa (N. P., *****, M. V., OMISSIS), ecc..
Accertata, perciò, la colpevolezza del M. per i delitti continuati di maltrattamenti in famiglia e di lesioni volontarie, la sentenza del Tribunale di Brindisi -Sez. distaccata di Ostuni- del 24/1/2008 è divenuta definitiva, anche nella parte in cui condannava il convenuto al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, da liquidarsi in separata sede, cioè in questa sede.

Sul danno biologico, quale mera voce descrittiva del danno non patrimoniale

E’ noto come le Sezioni Unite dell’11.11.2008 abbiano degradato il danno biologico a mera componente descrittiva della più ampia categoria del danno non patrimoniale.
Esso, va inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua concreta dimensione.
Tale voce di danno, come precisato dalla Corte Costituzionale, n. 184/’86, non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza del danneggiato, con il conseguente paradosso, al contempo, dell’irrisarcibilità del danno biologico, subito da chi sia sprovvisto di un’attività lavorativa e della commisurazione del danno all’occupazione del soggetto o, persino – secondo un’inammissibile visione della società, rigidamente ripartita per classi – dei genitori.
Come espressamente affermato anche dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, per danno biologico deve, invece intendersi “la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.
Ciò premesso, il danno biologico – consistente nella violazione dell’integrità psico-fisica della persona – va considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute e, a tal riguardo, è evidente la rilevanza del c.d. pregiudizio estetico).

Sulla componente descrittiva del danno morale

Le Sezioni Unite definiscono tale voce descrittiva del danno non patrimoniale quale sofferenza morale, senza ulteriori connotazioni in termini di durata.
Inoltre, deve venire in rilievo la sofferenza soggettiva in sé considerata, non come componente di più complesso pregiudizio non patrimoniale.
Ricorre il primo caso ove sia allegato il turbamento dell’animo, il dolore intimo sofferti, ad esempio, dalla persona diffamata o lesa nella identità personale, senza lamentare degenerazioni patologiche della sofferenza.
Ove siano dedotte siffatte conseguenze, si rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente.
Dunque, determinerebbe, duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale nei suindicati termini inteso, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo.
Esclusa la praticabilità di tale operazione, l’interprete qualora si avvalga delle note tabelle, deve procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.
Deve precisarsi che il principio della non cumulabilità delle due voci di danno, enucleato dalle Sezioni Unite del 2008, non è assoluto, ma inerisce le ipotesi in cui la sofferenza psicologica degeneri in patologia medica.
Secondo la giurisprudenza successiva alle Sezioni Unite (Cass., Sez. III, 5770/10 e 11701/09; Corte Appello Torino, sez. terza, 10.10.2009, est. ******; Tribunale Piacenza, 04.06.2009, est. Morlini) sarebbe, invece, sempre ammissibile la liquidazione della voce del danno morale, contestualmente alla voce del danno biologico. E ciò indipendentemente, dalle condizioni poste dalle Sezioni Unite che, in ogni caso, diversamente da come da altri opinato, non hanno inteso affatto negare la risarcibilità della voce- danno morale.
Invero, tal ultima è dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona, ovvero all’integrità morale, quale massima espressione della dignità umana desumibile dall’art. 2 Cost., in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con L. 02.08.2008 n. 190.
Inoltre, secondo le Sezioni Unite, superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile.
Ciò in virtù della scelta del legislatore di consacrare il risarcimento del danno morale derivante da reato, al di là di qualunque condizione ulteriore e diversa dall’accertamento, in concreto, del fatto di reato.
La tutela risarcitoria deve essere riconosciuta – precisano le Sezioni Unite – per il solo fatto che sia stato leso un interesse giuridicamente protetto, e meritevole di tutela, sulla base dell’ordinamento positivo, in base al modello dell’art. 2043 c.c.
Ciò, anche in assenza dell’accertamento dell’avvenuta lesione di un diritto costituzionalmente garantito, posto dalla stessa pronuncia delle Sezioni Unite, quale condizione imprescindibile per il risarcimento del danno non patrimoniale, seppur, in via alternativa, all’ipotesi dell’esistenza di un’espressa previsione legale di risarcibilità della suddetta tipologia di danno.
D’altronde, il danno morale da reato, trovando fondamento nel combinato disposto degli artt. 2059 cc e 185 c.p..costituisce proprio un’ipotesi di espressa risarcibilità del danno non patrimoniale.

Il caso di specie

Ciò premesso, e ricostruiti gli esatti confini del danno non patrimoniale, nel caso di specie, risultano accertate lesioni di carattere fisico, documentate, come risulta dalle sentenze penali, dai referti medici rilasciati dal pronto soccorso; così come sofferenze morali di peculiare gravità, tanto più se si consideri che esse si inseriscono in una relazione qualificata e di particolare intensità, qual è quella che dovrebbe legare, da una parte, padre e figlia, dall’altra, marito e moglie.
Si tratta di due profili relazionali che se sono fonte di crescita e benessere psichico, nel loro funzionamento fisiologico, possono divenire – quando, come nel caso di specie, subiscano un’alterazione patologica -, fonte di grave disagio morale.
Peraltro, in considerazione dell’atteggiamento segregante del convenuto, può dirsi accertata quell’ulteriore forma di estrinsecazione del danno non patrimoniale di tipo biologico che è il danno alla vita di relazione, quale capacità e possibilità di intrattenere le normali e abituali relazioni umane con il contesto sociale di appartenenza.
Orbene, alla luce della gravità e durata degli episodi di violenza fisica e morale, nonché del carattere sistematico del significativo condizionamento psichico cui il padre ha sottoposto figlie e madre, si ritiene di dover liquidare euro 28.000 per la figlia E., euro 20.000 per l’altra figlia, nonché euro 15,000 in favore della madre.
Ciò, differenziando, in primis, la posizione della coniuge rispetto a quelle delle figlie che, in quanto minori all’epoca dei fatti, deve ritenersi, sulla base di una regola di esperienza di difficile smentita, abbiano avvertito, in maniera più pregnante gli effetti di una condotta relazionale, quella del padre, il cui elemento qualificante è risultato essere la violenza, anche morale.
Si ritiene, altresì, equo differenziare, altresì, la posizione della figlia E. dall’altra, in conseguenza della sottoposizione della stessa al summenzionato percorso di sostegno psicologico, circostanza che denota una peculiare incisività degli effetti lesivi della condotta attrice.

L’equità calibrata

A tale esito liquidatorio si perviene anche facendo applicazione del criterio dell’equità calibrata in luogo del c.d. criterio equitativo “puro”, che rinviene la propria legittimazione nell’art. 1226 c.c.; norma applicabile anche in materia di illecito aquiliano per effetto dell’espresso richiamo operato al suddetto dall’art. 2056 c.c. al fine delinea lo statuto della responsabilità da illecito extracontrattuale.
Infatti, il criterio equitativo puro, in assenza di criteri uniformi che concorrano alla determinazione della base risarcitoria, si presta, tendenzialmente, a soluzioni risarcitorie che sono condizionate essenzialmente dalla sensibilità del Magistrato.
Da ciò, la necessità di indispensabili correttivi.
In particolare, una dottrina autorevole propone lo strumento dell’equità calibrata. Poiché il criterio equitativo si offre a soluzioni risarcitorie così disparate, il Giudice, a fronte della singola fattispecie concreta, deve avere contezza dei precedenti giurisprudenziali, riferiti alle singole patologie di danno non patrimoniale portate all’esame dei magistrati; e, sulla base di questi precedenti giurisprudenziali, secondo una sorta di ideale scala di valori, dovrebbe “procedere a una modulazione proporzionale, ma sempre in senso equitativo del danno”.
Per cui, se, a fronte della lesione del diritto a intrattenere relazioni sessuali, si risarciscono X mila euro, a fronte della lesione del diritto a intrattenere il rapporto parentale col congiunto defunto – quale ipotesi significativamente più grave di lesione di diritti della personalità – si dovrebbe liquidare un’entità economica apprezzabilmente superiore.
Quindi, l’interprete, in sostanza, secondo la tesi dell’equità calibrata, deve avere presenti quelli che sono i precedenti giurisprudenziali relative alla singole ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile, e poi, in considerazione di questi precedenti, modulare concretamente il risarcimento in relazione alla fattispecie portata alla sua attenzione.
Orbene, proprio avuto riguardo alle misure risarcitorie riconosciute a fronte di pregiudizi non patrimoniali di rango inferiore (si pensi al danno morale derivante da lesioni di lieve entità o a quello riconducibile ad un’ipotesi di diffamazione, a mezzo stampa), nonché a fronte di eventi lesivi del tipo di quello dedotto in giudizio, si ritiene equa la riparazione economica accordata nel caso di specie.
Le spese – liquidate come da dispositivo – seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da P. M. C., M. A. e ***** nei confronti di M. A. F., disattesa ogni contraria istanza, eccezione e difesa, così provvede:
1) condanna il convenuto al pagamento di euro 28.000, in favore di *****, di euro 20.000 in favore di M. A., nonché di euro 15.000 in favore della madre;
2) condanna il convenuto al pagamento, in favore delle attrici, delle spese di giudizio che liquida in complessivi € 3900,00 di cui euro 510 per spese, euro 1390,00 per diritti ed € 2000,00 per onorario, oltre iva e cap ed esborsi forfettizzati come per legge.

IL GIUDICE
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Beni immobili: forma che deve rivestire il mandato a vendere (Trib. Brindisi, 30/6/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Dopo una breve disamina della differenza fra forma scritta richiesta per la validità del contratto e forma scritta richiesta a soli fini probatori, si affrontano le varie tesi sulla forma del mandato ad vendendum.

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione, il sig. P. U. conveniva innanzi a codesto Tribunale il sig. P. R. per ivi veder accertare e riconoscere l’inadempimento all’obbligo, rinveniente dal compromesso di vendita, stipulato in data 31.5.2004, e, per effetto del disposto dell’art. 2932 cc, emettere sentenza con la quale disporre il trasferimento in capo all’attore della quota di comproprietà degli immobili siti in Ostuni alla C.da La Chiusa, per il prezzo di stima valutato ed accettato nella misura di complessivi £ 25.000.000 pari ad € 12.911,42 e, quindi, per un corrispettivo di € 537,97 pari ad 1/24 equivalente alla quota di comproprietà ricevuta dal convenuto in eredità.
Chiedeva, inoltre, condannarsi il convenuto al pagamento delle spese del giudizio.
Assumeva l’istante che, in data 18.3.2000, era deceduto in Ostuni il sig. A. A., senza lasciare testamento. A questi succedevano, per successione legittima, la sorella ************* e n° 10 nipoti figli dei tre fratelli premorti.
Per le difficoltà di gestire tale comunione pro indiviso e per facilitare le operazioni necessarie alla dichiarazione di successione, gli eredi P. U. e M. conferivano mandato all’Agenzia P. di procedere alla presentazione della denuncia di successione, alla stima e, quindi, alla vendita dei beni caduti in successione costituiti da un appartamento sito in Ostuni alla via Fabbri 17, un fondo con fabbricato rurale sito in agro di Ostuni alla C.da La Chiusa e da un fondo sito sempre alla C.da La Chiusa di mq 5000.
Il sig. P. provvedeva alle formalità necessarie alla dichiarazione di successione e stimava l’appartamento in £ 150.000.000, il fondo con fabbricato rurale in £ 20.000.000 mentre il valore del fondo rustico in £ 5.000.000.
A questo punto, l’Agenzia P. raccoglieva il mandato da tutti gli altri eredi per trattare e definire la vendita. Tutti i coeredi, quindi, sottoscrivevano atto con il quale espressamente accettavano i valori di stima indicati. Anche il sig. P. R. conferiva detto mandato con atto del 6.4.2001, accettando espressamente i valori di stima.
Per i due fondi in C.da La Chiusa il sig. P. U. manifestava al P. la sua volontà di acquistarli al prezzo stimato.
Il P., quindi, con formale lettera del 19.4.01 comunicava a tutti i coeredi l’offerta ricevuta invitandoli ad esprimersi .
A tale missiva rispondeva solo il coerede P. R. il quale, con lettera del 25.4.01, si dichiarava disposto all’acquisto di uno solo dei due fondi, quello con fabbricato rurale. Non provvedeva, però, a versare alcun acconto a titolo di caparra e, in piena contraddizione con quanto in precedenza assunto, invitava il P. ad astenersi da qualunque atto in sua vece e per suo conto ritenendo sconveniente vendere il bene ad un coerede e assumendo che fosse preferibile vendere detti terreni a terzi.
In data 2.5.2001, il sig. P. U., facendo seguito alla sua offerta di acquisto, inviava al P. copia della promessa di acquisto con assegno bancario di £ 5.000.000, a titolo di caparra.
Con successiva lettera del 8.5.2001 il sig. U. faceva rilevare che, se il germano non condivideva la stima dei beni, poteva nominare un suo perito di fiducia per procedere ad altra stima.
Il sig. R. si sarebbe disinteressato della vicenda, non facendo sapere più nulla.
Successivamente, in data 13.8.2003, decedeva una delle coeredi lasciando a sua volta altri tre eredi.
A questo punto, i beni caduti in successione, ad eccezione della casa di via Fabbri già venduta, nel Luglio del 2001, appartenevano a ben 13 coeredi.
Nelle more, il sig. ***** faceva sapere al sig. P. di non essere interessato ad alcun acquisto e, se non vi erano altre offerte, stante lo stato di abbandono dei fondi e le sollecitazioni degli altri coeredi, di procedere alla sottoscrizione del compromesso rimasto in sospeso .
In data 31.5.2004, quindi, il sig. P., in forza del mandato ricevuto da tutti i coeredi, stipulava regolarmente preliminare di vendita con il sig. P. U..
Nella stessa data del 31.5.2004 il sig. P. inviava regolare racc.r.r. al sig. P. R. ricostruendo le varie fasi dei rapporti intercorsi e comunicava di aver sottoscritto l’atto di compromesso, stanti le pressioni dei coeredi che intendevano concludere la divisione ereditaria,.
Aggiungeva, inoltre, che laddove avesse voluto procedere all’acquisto del fondo con fabbricato rurale, come a suo tempo dichiarato, il fratello U. era disponibile a consentire il suo subentro. In tal caso si richiedeva l’assenso scritto per l’acquisto, unitamente all’importo di € 1.549,37 per la restituzione della quota proporzionale di caparra, tanto per consentire al notaio di procedere alle dovute correzioni.
Anche a questa missiva il sig. R. non faceva seguire alcuna comunicazione, disinteressandosi completamente.
A tal punto il sig. P. con lett.r.r. del 8.7.2004 comunicava a tutti i coeredi che, seguendo la medesima procedura già seguita per la vendita della casa aveva proceduto alla sottoscrizione della promessa di vendita con il sig. P. U., rimasta sospesa dal lontano 2001, a causa del coerede R..
Anche per questa missiva, il sig. R. non si sarebbe preoccupato di procedere al ritiro presso l’ufficio postale e, quindi, la stessa ritornava al mittente per compiuta giacenza.
Il completo disinteresse manifestato dal sig. R. avrebbe fatto sì che il sig. U. si preoccupasse di avviare il lavoro per la stipula dell’atto notarile che veniva fissata prima per la data del 8.4.2005 e poi per la data del 29.4.2005.
Per entrambe le date, il sig. P. si preoccupava di notificare al fratello R. formale atto di diffida a comparire per procedere alla stipula ma, in entrambe le occasioni, questi non sarebbe comparso né si sarebbe preoccupato di comunicare la sua volontà.
Con atto notarile del 29.4.2005, quindi, il P. acquistava da tutti gli altri coeredi le rispettive quote di comproprietà così come da compromesso di vendita del 31.5.2004.
All’udienza di comparizione fissata per il 13.6.06, stante la mancata costituzione del convenuto il Giudice ne dichiarava la contumacia.
All’udienza del 29.9.06, si costituiva in giudizio il sig. P. R., il quale chiedeva, in via preliminare, di essere riammesso in termini con conseguente revoca della dichiarazione di contumacia.
In particolare, assumeva che, pur non avendo mai cambiato la propria residenza anagrafica, di fatto, viveva in altra via perché separato dalla moglie e per questi motivi non aveva avuto notizia della citazione.
Nel merito, assumeva che, in virtù della lettera del 25.4.2001, il sig. P. non poteva agire in nome e per conto del sig. *****, non essendone il rappresentante.
Deduceva, quindi, la qualità di falsus procurator del sig. P., ritenendolo unico responsabile per eventuali danni patiti; chiedeva, quindi, di chiamare in causa quest’ultimo quale unico responsabile della mancata stipula dell’atto definitivo.
Con ordinanza del 29.9.2006, questo G.U. rigettava la richiesta di rimessione in termini avanzata dal convenuto, fissando per il prosieguo l’udienza del 11.1.2007.
La causa, pertanto veniva istruita a mezzo di interrogatorio formale del convenuto e prova per testi.
A conclusione dell’istruttoria, le parti precisavano le rispettive conclusioni e la causa veniva rinviata per l’udienza per la discussione.

La domanda proposta è infondata per le ragioni che si vanno ad esplicitare.
La vicenda de qua prende le mosse dall’apertura di una successione legittima, con conseguente necessità di addivenire alla divisione dei beni in comunione ereditaria.
Assume valore dirimente, ai fini della decisione, la ricostruzione della valenza giuridica da riconoscersi all’atto di conferimento, da parte di tutti gli eredi, del mandato all’Agenzia P..
Con tale mandato, i coeredi dichiaravano di accettare la stima dei beni ereditari e, quindi, conferivano il potere al mandatario di trattare e definire la vendita ai valori stimati. Peraltro, ciascuno dei coeredi avrebbe potuto procedere all’acquisto dei singoli cespiti o di tutti i beni ai medesimi prezzi.
Il mandatario, quindi, in esecuzione del mandato ricevuto poneva in essere gli atti necessari alle vendite, per, poi, ripartire il ricavato, tra i quali il compromesso relativo al bene per cui é causa.

Forma del mandato a vendere beni immobili, cenni generali sulla forma scritta ad probationem e ad substantiam

La legge non prescrive la forma del mero mandato ad vendendum (dunque, senza contestuale conferimento di poteri rappresentativi).
D’altronde, la produzione di effetti meramente obbligatori, e la conseguente preclusione di effetti diretti nel patrimonio del titolare della res, costituiscono indici sintomatici della sufficienza, ai fini della validità della fattispecie, della c.d. forma libera.
Piu’,in generale, è noto come le due funzioni più significative, che la forma può assumere in ambito negoziale, sono quella ad substantiam e quella ad probationem.
I contratti che devono essere stipulati, a pena di nullità, in forma scritta, c.d. contratti “formali”, sono elencati nell’art. 1350 c.c. e possono essere redatti sia nella forma della scrittura privata sia in quella dell’atto pubblico.
Peraltro, vi sono determinati contratti, che devono necessariamente essere stipulati per atto pubblico (donazione, contratto costitutivo di società di capitali, convenzioni matrimoniali), nel qual caso, si preferisce parlare di contratti solenni.
Si deve ritenere che il requisito della forma scritta, in quanto limite all’autonomia negoziale delle parti, quale valore dotato di indiretta copertura costituzionale, possa essere richiesto solo ove ricorra una delle ipotesi tassativamente previste dalla legge.
D’altronde, successivamente all’entrata in vigore del codice del 1942, si è accreditata la tesi secondo cui il nostro ordinamento avrebbe recepito il principio della libertà di forma – quale corollario della suddetta autonomia negoziale e rispondente all’esigenza di celerità del traffico giuridico – in virtù del quale le parti potrebbero manifestare, nel modo che preferiscono il loro intento negoziale, ad eccezione di alcuni casi eccezionalmente previsti dalla legge.
Dunque, il rapporto tra libertà delle forme e contratti solenni si atteggerebbe in termini di rapporto tra regola ed eccezione, con conseguente non applicabilità, in via analogica, delle norme che sanciscono oneri formali.
Inoltre, assumerebbero rilevanza i cc.dd. equipollenti della sottoscrizione, ossia i comportamenti che “tengono luogo” della sottoscrizione eventualmente mancante.
La terza conseguenza, riconducibile al suddetto principio, consisterebbe, invece, nella limitazione della forma rispetto al contenuto, nel senso che, operando la regola della libertà della forma, quest’ultima dovrebbe ricoprire il solo c.d. contenuto minimo del contratto, consistente – secondo la tesi prevalente – nei soli elementi essenziali.
Come noto, l’altra applicazione funzionale della forma scritta, ovvero quella ad probationem, implica che un determinato fatto o atto giuridico (ad esempio, un contratto) debba essere necessariamente provato per iscritto.
Orbene, la prova per iscritto non deve consistere, necessariamente, nella produzione del documento che traspone, per iscritto, la manifestazione di volontà contrattuale. Infatti, integra il requisito della forma scritta anche una lettera, un’intimazione, una quietanza, un qualunque documento o supporto scritto, da cui possa evincersi che il contratto è stato stipulato.
Non necessariamente, dunque, il documento deve contenere una volontà negoziale, ma anche una dichiarazione di scienza.
Anche in relazione a tale seconda variante funzionale della forma, si deve ritenere che le ipotesi tipiche, anch’esse derogatorie rispetto al principio della libertà della forma, siano di stretta interpretazione.
Peraltro, solo nell’ambito della legislazione “consumieristica” degli anni ’90, la forma del contratto è divenuto requisito generale di validità. Essa, quale strumento di protezione del c.d. contraente debole (consumatore, risparmiatore, acquirente), assolve alla funzione innovativa di requisito procedimentale per assicurare un consenso pieno e informato alla stipulazione del contratto.
Ed, infatti, la forma è richiesta fin dalla fase precontrattuale. Si pensi all’art. 4, comma 1, del DL 22 maggio 1999 n. 185 (protezione dei consumatori nei contratti a distanza) così come all’art. 116 TU n. 385 del 1993, che si preoccupa di specificare che le informazioni pubblicizzate non costituiscono offerta al pubblico a norma dell’art. 1336 c.c.).
La mancata osservanza del dovere di informazione per iscritto comporta la nullità del contratto e, nello stesso tempo, la responsabilità precontrattuale della parte cui incombeva l’obbligo informativo.
Orbene, è evidente che la generalizzazione della forma con riguardo ad uno specifico ambito materiale e di interessi, peraltro dettato dall’esigenza di approntare idonea tutela del contraente debole, non può essere addotto in favore di un più generale formalismo negoziale, specie quando fra le parti non ricorra quella asimmetria di poteri e di forza contrattuale che ha ispirato la scelta del legislatore speciale.
Inoltre, quando una determinata forma – quella scritta – sia richiesta dalla legge non ai fini della prova, bensì ad validitatem, si ritiene che, in tal caso, anche la prova della nascita del vincolo contrattuale deve essere scritta.
La differenza tra le due ipotesi si rinviene, sul piano probatorio, allorché la prova scritta manchi.
Infatti, mentre nel caso di forma scritta ad probationem, la parte, in mancanza del documento – non nel senso che il documento è stato redatto ma è andato smarrito, ma proprio nel senso che il contratto non è stato perfezionato in forma scritta – può deferire all’altra parte il giuramento decisorio o può ottenere una confessione; quando la forma è richiesta a pena di nullità, neppure la confessione o il giuramento possono essere sufficienti a supplire alla mancanza del documento, perché se l’atto non è stato perfezionato per iscritto e, dunque, è nullo, si deve considerare improduttivo di effetti giuridici ed una dichiarazione confessoria sul fatto che l’accordo è stato concluso sarebbe priva di rilievo giuridico.
Essa non rileva nè quale elemento integrante il contratto e ciò anche quando contenga il preciso riferimento ad un contratto concluso per iscritto.
Peraltro, in tale ipotesi, la prova può ritenersi integrata solo se il documento costituisca l’estrinsecazione formale diretta della volontà negoziale delle parti e non anche quando esso si limiti a richiamare un accordo altrimenti concluso, essendo in tal caso necessario che anche tale accordo rivesta la forma scritta e contenga tutti gli elementi essenziali del contratto non risultanti dall’altro documento, senza alcuna possibilità di integrazione attraverso il ricorso a prove storiche, non consentite dall’art. 2725 c.c.
Tornando al caso di specie, ovvero al mandato a vendere senza rappresentanza, si deve ritenere che non ricorrano quelle esigenze di tutela, poste a fondamento della forma scritta ad substantiam, di cui alle ipotesi di cui agli artt. 1350 e 1392 cod.civ, rispettivamente, in materia di forma dei contratti “formali” e di forma della procura, avente ad oggetto la stipula di contratti, richiedenti la forma scritta.
Invero, da parte della giurisprudenza di legittimità, si è affermato il principio opposto, ovvero quello della necessità della forma scritta, in materia di mandato senza rappresentanza ad acquistare beni immobili (cfr. per tutte Cass. Civ. Sez. III, 6063/1998 ).
Dopo tale pronuncia, è stata immediata la tentazione di estendere la regola della forma scritta anche alla diversa ipotesi del mandato ad alienare.
Si è notato come non vi siano ragioni giuridicamente apprezzabili per differenziare il regime formale delle due fattispecie.
D’altronde, le due fattispecie presenterebbero una stretta identità sotto il profilo effettuale, consistendo nell’attribuzione del potere di compiere atti giuridici nell’interesse del mandante (così Cass. Civ. Sez. II, 1137/03, secondo cui “il mandato, con o senza rappresentanza, così ad acquistare come a vendere beni immobili richiede, ad substantiam, la forma scritta. Al riguardo è privo di qualsiasi fondamento l’assunto secondo cui la forma scritta sarebbe necessaria solo per il mandato ad acquistare e non per quello a vendere, attesa la perfetta identità di effetti, giammai traslativi ma semplicemente attributivi del potere di compiere atti giuridici nell’interesse (nel senso di mandato senza rappresentanza) o in nome e per conto (nel caso di mandato con rappresentanza) del mandante, derivante dal conferimento del mandato a vendere o a acquistare beni”).
Nondimeno, la suddetta posizione esegetica è stata radicalmente contraddetta, essendo stato, per contro, enucleato il principio della inammissibilità del mandato a vendere quando esso abbia ad oggetto beni immobili o mobili registrati (Cass. Civ., Sez. III, 8393/03, secondo cui “il mandato ad alienare senza rappresentanza non è ammissibile, in modo particolare per i beni immobili e mobili registrati”).
In particolare, si evidenzia l’assenza di un qualunque fondamento normativo o logico, in favore della tesi che sostiene la necessità della forma scritta.
Né, invero, pare dirimente il riferimento all’investitura, in favore del mandatario, dei poteri di compiere atti giuridici per conto del mandante e vincolanti per tal ultimo.
Infatti, tali poteri non sono dotati di rilevanza “esterna”, non essendo il mandatario facultato alla spendita del nomen del mandante (effetto che è, invece, tipico della rappresentanza diretta).
Invero, anche la tesi giurisprudenziale dell’inammissibilità del mandato a vendere immobili sembra inidonea a cogliere la sostanza del fenomeno de quo.
Infatti, a rilevare non è la praticabilità di un mandato avente ad oggetto la vendita di diritti reali immobiliari, quanto l’efficacia dello stesso.
Esso produce effetti interni, obbligatori per le parti; diversamente, deve concludersi per quanto concerne i terzi, per i quali il mandato si sostanzia in una res inter alios acta, mero fatto giuridico, come tale inidoneo alla produzione di effetti giuridici.
Ciò premesso, nel caso di specie, il sig. P. non poteva agire in nome e per conto del sig. *****, non essendone il rappresentante, ma mero mandatario.
Ne consegue che il preliminare concluso dal P., in virtù della mancata spendita del nome del mandante, non comporta altro effetto che quello di obbligare il mandatario a procurare all’ acquirente l’intestazione del bene
Opera, nel caso di specie, il generale principio in virtù del quale non è consentito porre in essere atti vincolanti e, quindi, idonei alla produzione di obblighi nella sfera giuridica di soggetti terzi.
D’altronde, anche quando, come nell’ipotesi del contratto a favore di terzo, l’effetto sia favorevole per la sfera giuridica del terzo estraneo alla convenzione contrattuale, dando luogo ad un accrescimento della sua sfera giuridica, l’ordinamento sostanziale prevede meccanismi idonei a neutralizzare il suddetto effetto.
Infatti, il terzo ha, infatti, la facoltà di rifiutare l’effetto, determinandone il consolidamento, in capo al soggetto stipulante.
Ne consegue che la domanda attorea deve essere rigettata.
In considerazione della peculiarità della fattispecie e del complessivo comportamento delle parti, si ritiene equo compensare le spese del presente giudizio, nella misura della metà.

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da P. U., nei confronti di P. R., così provvede:
1) rigetta la domanda;
2) compensa tra le parti, nei limiti della metà le spese di giudizio che liquida in complessivi €. 3.000,00, di cui euro 80,00 per spese, euro 1.720,00 per diritti ed € 1.200,00 per onorario, oltre iva, cap ed esborsi forfettizzati come per legge, e che pone solo per la metà, a carico del convenuto.

IL GIUDICE
(*************************)

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Danno non patrimoniale da vacanza rovinata ricostruito come danno da inadempimento del contratto di “vacanza” (Trib. Brindisi, 30/6/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Danno non patrimoniale da vacanza rovinata ricostruito come danno da inadempimento del contratto di “vacanza” e, dunque, riconosciuto risarcibile al di là dei limiti ristretti delineati dalle note Sezioni Unite di *********** dell’11.11. 2008 che hanno sancito la necessità che il pregiudizio esistenziale si ricolleghi alla violazione di un diritto costituzionalmente sancito

 

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione dell’11/11/2004, notificato il 22/11/2004, i signori P.M. e C. V. convenivano in giudizio J.T. & *********, di fronte a questo Tribunale assumendo: di aver acquistato, presso l’agenzia Z. di Ostuni, un pacchetto viaggio più soggiorno “I V.” che, dal 9/8/04 al 23/8/04, prevedeva il soggiorno, per cinque giorni alle Seychelles, e, per una settimana, alle Mauritius.
Gli attori davano atto di aver trascorso bene il soggiorno alle Seychelles, ma lamentavano che, al C. B., C. R., ***** aux Piments, delle Mauritius, sarebbero stati collocati in una piccolissima stanza con servizi igienici rotti; e che, dopo il primo pasto consumato, nella struttura avrebbero incominciato ad accusare forti dolori addominali e che avrebbero ottenuto di rientrare il 18/8/2004.
Al termine dell’esposizione in fatto e diritto, concludevano gli attori chiedendo l’accoglimento delle seguenti conclusioni: “a) dichiarare e riconoscere che i coniugi C. V. e P.M. non hanno potuto godere a pieno dell’irripetibile viaggio di nozze, rovinato dai “fatiscenti” servizi lamentati di cui sopra ascrivibili alla pessima individuazione della struttura che li doveva e li ha ospitati alle Mauritius; b) per l’effetto, condanni i convenuti, in solido tra loro o chi di ragione, al pagamento in loro favore della complessiva somma di € 12.000,00 per le causali in narrativa, o a quella maggiore o minore somma meglio vista, ove occorra anche in via equitativa, oltre ai maggiori danni da svalutazione monetaria e gli interessi legali dal dì dell’evento all’effettivo soddisfo; c) condannare i convenuti, sempre in solido tra loro o chi di ragione, al pagamento delle spese e competenze legali da distrarsi in favore del sottoscritto procuratore anticipatario”.
Si costituiva, ritualmente, in cancelleria J.T. & *********, con comparsa di costituzione e risposta del 31 gennaio 2005, contestando integralmente e recisamente la ricostruzione in fatto e in diritto degli attori, deducendo ed eccependo che: gli attori acquistavano – per il tramite della agenzia di viaggi Z. s.a.s. corrente in Ostuni – un pacchetto turistico organizzato da J.T. & ********* (I V.) come da catalogo (cfr. doc. n. 1) e avente ad oggetto le seguenti prestazioni: viaggio aereo di andata e ritorno con le seguenti tratte Brindisi/Roma-Roma/Mahe-Mahe/Mauritius-Mauritius/Roma Roma/Brindisi alloggiamento presso “The P. Club” in V.-M., con sistemazione in camera doppia superior e il trattamento della mezza pensione (colazione e cena) per il periodo dal 9/8/2004 al 14/8/2004; alloggiamento presso “The C.B.” in Point aux Piments – Mauritius, con sistemazione in camera doppia standard e il trattamento della mezza pensione (colazione e cena) per il periodo dal 14/8/2004 al 23/8/2004, alle condizioni generali indicate nel catalogo.
Gli attori giungevano regolarmente alla data prevista a Mahe e venivano alloggiati presso la struttura alberghiera prescelta “The P.C.”, ove rimanevano per tutto il periodo stabilito. Successivamente, nella tarda mattinata del 14/8/2004, come previsto dal pacchetto turistico de quo, giungevano regolarmente alle Mauritius e venivano alloggiati presso la camera standard n. 115 de “The C.B.”, struttura prescelta dagli attori all’atto dell’acquisto del pacchetto turistico. Appena giunti alle Mauritius, gli attori chiedevano di tornare in Italia, motivando tale richiesta con il fatto che la madre della signora *********** non stava bene; in quel momento, per l’impossibilità di trovare un viaggio aereo di ritorno, non era possibile accontentare la richiesta. Preso possesso della stanza prenotata, il tour operator apprendeva che gli attori, appena saputo che non era stato possibile trovare il volo di rientro, si lamentavano della stanza loro assegnata, rivolgendo tali lamentele non alla Direzione della struttura alberghiera, come sarebbe stato normale e ovvio considerato oltretutto che essa era stata indicata dal tour operator nelle specifiche del pacchetto turistico come corrispondente locale cui rivolgersi per tutte le necessità del caso (doc. n. 2), bensì, all’agenzia di viaggio di Ostuni. Poiché ciò avveniva alla sera del sabato sera del 14/8/2004 e considerato che il giorno successivo era domenica di ferragosto e tutti gli uffici in Italia erano chiusi, il tour operator veniva a sapere di tale lamentela solo il lunedì mattina 16/8/2004.
Immediatamente il tour operator prendeva contatto con i responsabili de “The C.B.”, e poteva appurare che in realtà la lamentela sulla stanza riguardava il lavandino del bagno rottosi accidentalmente. Nonostante la possibilità di riparare tale guasto, il tour operator faceva spostare immediatamente i signori *********** e ******* nella stanza n. 201, categoria Superior e quindi di categoria superiore a quella prevista nel pacchetto turistico che prevedeva – lo ricordiamo – la sistemazione in una camera standard, senza applicare alcun sovrapprezzo, stanza peraltro che gli attori dichiaravano di loro gradimento. Per quanto riguarda l’alimentazione, sia per la cena del 14/8, sia per quella del 15/8, gli attori chiedevano variazioni rispetto il prefissato servizio “set-menu” (buffet); particolarmente, la prima sera essi chiedevano ed ottenevano, in deroga a quanto previsto, di consumare hamburger di manzo e patatine fritte, mentre la sera successiva bistecca e patatine fritte. Alla richiesta degli attori di poter effettuare una visita da un medico per un problema di salute, il responsabile della struttura alberghiera si prodigava immediatamente mettendo a loro disposizione un taxi che li trasportava in una struttura sanitaria. Di più. Gli attori venivano puntualmente informati della possibilità di rivolgersi a Mondial Assistance Italia S.p.A. per l’attivazione dell’assicurazione sull’assistenza medica, ma essi mai si rivolgevano e chiedevano a Mondial Assistance Italia alcun intervento, secondo le condizioni di assicurazione pubblicate sul catalogo del tour operator.
Gli attori, successivamente, manifestavano al tour operator l’intenzione di rientrare anticipatamente in Italia, il tour operator si prodigava ancora e questa volta, oltre a trovare posti liberi sul vettore aereo otteneva anche di abilitare la biglietteria aerea precedentemente emessa senza alcun costo aggiuntivo per gli attori, permettendo così agli ad essi di rientrare in Italia come da loro richiesto senza sborsare somma alcuna. J.T. & ********* formulava dunque le seguenti conclusioni: “nel merito, – rigettare le domande tutte degli attori perché infondate in fatto e diritto per quanto sopra dedotto con la presente comparsa di costituzione e risposta, nonché per ogni altra ragione di giustizia; in ogni caso, condannare gli attori alla rifusione a favore della convenuta di tutte le spese, diritti ed onorari del presente giudizio”

Orbene, dalle risultanze istruttorie e dai documenti versati in atti, emerge la mancata prova in parte qua della pretesa risarcitoria, formulata dagli attori.
In primis, consta che la problematica circa la dedotta inidoneità della camera del “The C.B.”, ab origine, assegnata agli attori alle Mauritius al momento del loro arrivo – sia essa dipendente dalla rottura accidentale di un lavandino, oppure dalla fuoriuscita di acqua sporca – è stata risolta, dopo due giorni, mediante il cambio della stanza in cui erano alloggiati gli attori e la loro sistemazione in una stanza di categoria superiore, senza alcun costo aggiuntivo.
Al riguardo, le testi F. M. e B. C., dipendenti di J.T. & *********, escusse rispettivamente all’udienza del 3/7/2008 e del 7/11/2008, hanno confermato che, in data 16/8/2006, J.T. & ********* fece spostare i signori P.M. e C. V. nella stanza n. 201, categoria Superior, senza l’applicazione di sovrapprezzo.
Del resto, la stessa attrice P.M. ha dichiarato, con pieno valore confessorio: “(si) provvedeva a sostituirci la camera senza alcuna spesa aggiuntiva. Preciso che la camera era più grande e pulita”. A conferma di ciò, la signora ************* ha dichiarato che “tale camera fu trovata di gradimento dai clienti così come ci fu comunicato per posta elettronica dal corrispondente in loco”.
Al riguardo, anche la teste **************** ha confermato, seppur de relatu, che i signori P.M. e C. V., dopo aver preso visione della stanza n. 201, categoria Superior, avrebbero trovato la medesima di loro gradimento.
Dunque, risulta provato che le lamentele dei clienti, furono, dopo un breve lasso di tempo, prese in considerazione da J.T. & *********, che, appunto, provvide a far alloggiare i clienti in una stanza di categoria superiore.
Quanto alle doglianze relative alla qualità del cibo somministrato agli attori, le medesime sono rimaste sfornite di prova.
Per quanto riguarda i dolori addominali che gli attori ascrivono al cibo consumato presso il “The C.B.”, la circostanza de qua non è supportata da idoneo supporto probatorio, specie, sotto il profilo della sua riconducibilità causale alla tipologia di cibo somministrato.
Peraltro, consta ex actis, che il pacchetto turistico de quo non prevedeva il trattamento cosiddetto “all inclusive” (cioè pensione completa, bevande ai pasti, nonché bevande e snack durante il giorno), bensì il trattamento della mezza pensione (cioè colazione e cena), con la conseguenza che gli altri pasti e le altre consumazioni non erano incluse nel pacchetto turistico. Ed è verosimile che proprio una prestazione alimentare, consumata al di fuori di quelle oggetto del pacchetto turistico, sia all’origine dei problemi riscontrati dagli attori.
Ed, infatti, l’attrice signora P.M. all’udienza dell’1/2/2008, ha dichiarato, con pieno valore confessorio, che: “soprattutto dopo il primo pranzo, che ci causò forti dolori addominali la signora ***** ci consigliava di farci visitare da un presidio sanitario”.
Ciò ha trovato riscontro anche nelle dichiarazioni dell’attore C. V.: “confermo integralmente tutto quanto già dichiarato da mia moglie” .
Né si può escludere, in virtù di una regola di esperienza di difficile smentita, che i dedotti dolori siano stati originati da altre cause, diverse da un’inidonea alimentazione, comunque, non ascrivibili alla sfera di controllo e responsabilità di J.T. & **********
La patologia lamentata dagli attori molto spesso è, infatti, compatibile anche con fattori causali quali un eventuale cambiamento climatico oppure la mancata adozione di cautele (non bere acqua dal rubinetto, non lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto, tenere la bocca chiusa quando ci si fa la doccia), imposte dal cambiamento del modus vivendi e dalle peculiari condizioni del contesto spaziale in cui ci si trovi, specialmente, in luoghi quali le isole Seychelles o Mauritius, e altre similari destinazioni.
Per quanto concerne le dedotte cistite e vulvaginite che sarebbero state contratte dalla signora P.M., non vi è alcuna prova del nesso causale tra tale patologia e le prestazioni e i servizi offerti da J.T. & ********* e/o dai suoi incaricati.
D’altronde, anche in tal caso, plurime possono essere le cause delle suddette patologie.
Né, in favore dell’assunto attoreo, sono richiamabili le dichiarazioni delle testi di Z. s.a.s. di V.A. e C.F. & C. che si sono, invero, limitati a riportare le lamentele attoree e la cui testimonianza è, comunque, de relatu.
Per contro, l’espletata istruttoria offre elementi di giudizio che fanno ritenere che gli attori sono stati, a fronte delle loro lamentele, assistiti in maniera idonea.
Ed, infatti, come confermato dalle testi F. M. e B. C. – quali testi de relatu – alla richiesta degli attori – signori P.M. e C. V. – di poter effettuare una visita medica, la Direzione dell’hotel “The C.B.” mise a loro disposizione un taxi per il trasporto presso la struttura sanitaria del luogo.
Inoltre, per quanto riguarda il rientro anticipato in Italia, nessun rimborso può essere riconosciuto in favore degli attori, essendo tal ultimo, in assenza della prova dell’inadempimento di parte convenuta, riconducibile ad una loro libera scelta. Peraltro, secondo le testi F. M. e B. C., in data 14/8/2004, gli attori – signori P.M. e C. V. – giunti all’hotel “The C.B.”, avrebbero chiesto di tornare in Italia quello stesso giorno, motivando tale richiesta con il fatto che avevano ricevuto la notizia che la madre della signora P.M. stava male.
La suddetta circostanza, come confermato dalla teste *************, fu comunicata a J.T. & ********* dal suo corrispondente in loco: “W. S. T.”.
Quest’ultimo precisamente riferiva che “il giorno 14 agosto i clienti, appena sbarcati a Mauritius, volevano rientrare in Italia”.
Dunque, fatta eccezione per quel che si va a precisare, alcuna particolare responsabilità può essere ascritta al tour operator che ha con diligenza fornito le prestazioni oggetto di contratto (viaggi aerei di andata e ritorno nonché di trasferimento da una località all’altra, alloggiamento nelle strutture alberghiere prescelte dagli attori con le connesse pattuite prestazioni di vitto – con la modalità della mezza pensione – e alloggio).
Per contro, l’unico disagio ascrivibile ai convenuti è quello consistito nell’iniziale e breve permanenza in una camera inidonea a soddisfare gli standard qualitativi convenuti e, comunque, esigibili alla luce dell’ordinaria diligenza nell’esecuzione del contratto.

Un primo possibile approccio interpretativo

Secondo un primo approccio interpretativo, si potrebbe sostenere che tal ultimo pregiudizio di natura non patrimoniale, cui comunque, la direzione della struttura ha provveduto, poi, a porre rimedio, consentendo il cambio di camera dopo un breve lasso di tempo, rientri in quei danni bagatellari non risarcibili perché “imposti” dal dovere di solidarietà e tolleranza che, dotato di rilievo costituzionale, deve conformare tutte le relazioni giuridicamente rilevanti.
Come noto, il risarcimento di pretesi danni esistenziali è stato, in passato, frequentemente richiesto, specie, alla c.d. giustizia di prossimità, dando luogo alla proliferazione delle cd. liti bagatellari; tali dovendosi intendere, in virtù della definizione offertane dalle Sezioni Unite, le cause risarcitorie in cui il danno consequenziale/pregiudizio è futile o irrisorio, ovvero, pur essendo oggettivamente serio, è tuttavia, secondo la coscienza sociale, insignificante o irrilevante per il livello raggiunto.
Come precisato dalla Sentenza dell’11.11. 2008, la differenza tra i due casi è data dal fatto che nel primo, quale danno-conseguenza del quale è richiesto il ristoro, è allegato un pregiudizio esistenziale futile, non serio (non poter più urlare allo stadio, fumare o bere alcolici).
Per contro, nel secondo, è l’offesa arrecata ad essere priva di gravità, per non essere stato inciso il diritto oltre una soglia minima. Ciò è quanto avviene nel caso del graffio superficiale dell’epidermide, del mal di testa per una sola mattinata conseguente ai fumi emessi da una fabbrica, dal disagio di poche ore cagionato dall’impossibilità di uscire di casa per l’esecuzione di lavori stradali di pari durata (in quest’ultimo caso non è leso un diritto inviolabile, non spettando tale rango al diritto alla libera circolazione di cui all’art. 16 Cost., che può essere limitato per varie ragioni).
Ovviamente, in entrambi i casi, come ribadito dalle Sezioni Unite del 2008, deve, comunque, ricorrere la lesione dell’interesse in termini di ingiustizia costituzionalmente qualificata, dovendosi, altrimenti, escludere ab origine (al di fuori dei casi previsti dalla legge) l’invocabilità dell’art. 2059 c.c.

Dunque, il pregiudizio/danno conseguenza deve essere apprezzabile. La lesione deve, cioè, eccedere una certa soglia di offensività, rendendo il pregiudizio tanto serio da essere meritevole di tutela in un sistema di relazioni sociali che impone un grado minimo di tolleranza.
Infatti, ogni persona inserita nel complesso contesto sociale deve accettare pregiudizi connotati da futilità in virtù del dovere della tolleranza che la convivenza sociale, con una logica di reciprocità, impone (art. 2 Cost.).
Peraltro, solo teorizzando e esigendo il requisito della gravità della lesione e della serietà del danno, è possibile attuare il bilanciamento tra il principio di solidarietà verso la vittima che impone al riparazione della sua sfera giuridica, e quello di tolleranza.
Orbene, si potrebbe sostenere che, nel caso di specie, non sia stata dedotta la lesione di alcun diritto costituzionalmente garantito, né i termini in cui lo stesso sarebbe stato inciso, e che, quand’anche si volesse individuare il medesimo, nel diritto alla personalità di cui all’art. 2 Cost. – quale clausola generale, idonea a consentire la riparazione di pregiudizi esistenziali idonei ad incidere sulla personalità del danneggiato – il disagio, subito dagli attori, non sarebbe idoneo a superare la suddetta soglia di rilevanza (cfr. pronuncia, IV sez. della Corte d’Appello di Milano, n. 553/09 pronunciata il 18/11/2008 e depositata il 24/2/2009 che ha respinto la domanda di risarcimento del danno da vacanza rovinata, poiché il danno esistenziale è ravvisabile soltanto nei casi previsti da disposizioni di legge o in caso di diritti inviolabili dell’uomo, garantiti dall’art. 2 della Costituzione. La Corte milanese prosegue statuendo che il diritto di fruire di una vacanza (da non confondersi con il diritto alle ferie) non costituisce un diritto costituzionalmente garantito).

Una ricostruzione alternativa e maggiormente coerente coi principi della pronuncia di ***********

Nondimeno, come noto, le Sezioni Unite richiedono la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito e dell’apprezzabilità giuridica di tale lesione, solo in assenza di un’espressa previsione di risarcimento del danno non patrimoniale. Ciò in quanto fanno, comunque, salva la previsione “eccettuativa” di cui all’art. 2059 c.c., secondo cui “il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”.
Ove, per contro, ricorra un’espressa previsione di legge, la suddetta tipologia di danno è risarcibile al di là dei limiti tracciati dalla Suprema Corte.
Orbene, nel caso di specie, esiste una previsione ad hoc che è quella del d.lgs. n. 111/1995 emanato in attuazione della Direttiva 90/313/CEE, e confluito nel Codice del Consumo con qualche lieve modifica.
Tale normativa sembra richiamare tale tipologia di danno, in virtù del ricorso all’espressione “ogni ulteriore danno dipendente dalla mancata esecuzione del contratto”, contenuta nell’art. 92, comma 2.
D’altronde, sotto il profilo degli obblighi pattizi di natura internazionale, gli artt. 13 e 15 della Convenzione internazionale sul contratto di viaggio (CCV) introdotta in Italia con Legge 27 dicembre 1977, n. 1084 prevedono che al viaggiatore per il caso di inadempimento dell’organizzatore del viaggio abbia diritto al risarcimento di “tout préjudice” (nella versione francese) e di “any loss and damage” (in quella inglese) e, dunque, di “qualunque pregiudizio” .
D’altronde, l’espressa previsione della risarcibilità di “qualunque pregiudizio” (così come quella equivalente: qualsiasi pregiudizio) consente di soddisfare la suddetta condizione posta dall’art. 2059 C.C. ai fini del risarcimento del pregiudizio non patrimoniale.

Qualche cenno sulla Convezione internazionale sul contratto di viaggio (CCV) introdotta in Italia con Legge 27 dicembre 1977, n. 1084

Peraltro, proprio a tal ultima disciplina di fonte internazionale, si deve l’introduzione, nel nostro sistema, del contratto di viaggio che, quindi, non era un contratto tipico, per quanto ci si esprimesse in termini di “contratto turistico”, “contratto di assistenza turistica”, “contratti di crociera turistica”. Figure ricostruttive, individuate in via interpretativa, che, comunque, molto assomigliavano all’attuale “contratto di viaggio” e che si riteneva avessero, ad oggetto, una prestazione di risultato.
Per la prima volta, l’art. 1, n. 3 della suddetta Convenzione ha definito il contratto di viaggio come quel contratto con il quale “une persone s’engage, en son nom, a procurar à une autre, moyennant un prix global, un ensemble de prestations combinees de trasport, de sejour distinctes du trasporto u d’autres services qui s’y rapportent (testo originale)”.
Sotto il profilo del regime normativo del suddetto contratto, essa ha introdotto un diritto “minimale”, la cui osservanza si impone, indipendentemente da ogni altra normativa, se il viaggiatore abbia ricevuto pregiudizio nell’esecuzione delle prestazioni contemplate nel contratto.
Infatti, a) la stessa nozione descrittiva e contenutistica del contratto; b) la individuazione dei contraenti; c) i connotati della responsabilità dell’organizzatore; d) l’obbligo di chiare informazioni sia da parte del viaggiatore che dell’organizzatore; e) il riconoscimento dell’indennità senza pregiudizio per la parte di esprimere la volontà di tutelare con strumenti previsti dall’ordinamento i suoi interessi e, quindi, la facoltà, convenzionalmente riconosciuta, di poter agire, da parte del danneggiato, nelle sedi opportune, così come previsto dalla normativa di diritto comune; f) la nullità di clausole eventualmente contenute nel contratto se contrarie ai principi della Convenzione, rappresentano una tutela inderogabile, quasi come uno “zoccolo duro” da cui non si può prescindere in sede risarcitoria e che non è, comunque, incompatibile con la disciplina di diritto comune, in tema di risoluzione del contratto per inadempimento nella esecuzione delle obbligazioni in esso contenute.
Peraltro, le suddette norme convenzionali si ispirano a criteri, ormai consolidati nel nostro ordinamento, e, spesso, di valenza costituzionale, quali la trasparenza, la correttezza, la diligenza, la tutela del contraente più debole, qual è il consumatore viaggiatore.
Ciò premesso, sotto il profilo del quantum, s’impone una valutazione di natura equitativa, alla luce di quel principio di equità calibrata, proposto da autorevole dottrina e che consente di valorizzare, in primis, i valori liquidati in precedenti specifici in materia di contratto di viaggio e, in secondo luogo, quelli relativi ad ipotesi di maggiore o minore rilevanza in termini di pregiudizio esistenziale.
Orbene, considerati il corrispettivo pagato dagli attori, il tempo per cui si è protratto il suddetto disagio che, di per sé trascurabile, acquista rilievo massimo in considerazione dell’eccezionalità del viaggio di nozze, evento tendenzialmente unico nella vita di ogni individuo che contragga il vincolo matrimoniale, nonché il comportamento riparatorio posto in essere tra le parti, si ritiene equo liquidare agli attori euro 1500,00. Sulla predetta somma, trattandosi di risarcimento del danno derivante da fatto illecito e quindi di debito di valore, vanno riconosciuti rivalutazione e interessi sulle somme rivalutate annualmente dal 14.8.2004.
Per quanto concerne la posizione dei convenuti si ritiene che il suddetto pregiudizio sia ascrivibile alla sola condotta dell’organizzatore e non anche dell’intermediario, avendo tal ultimo provveduto all’immediata segnalazione al tour operator delle problematiche segnalate dai clienti.
Né la circostanza che il giorno successivo a quello della segnalazione cadesse di Ferragosto é circostanza idonea ad esonerare da responsabilità, essendo conforme, prima che al dovere di buona fede, all’obbligo di diligenza professionale di cui all’art. 1176 c.c., il costante monitoraggio del “benessere” dell’acquirente del pacchetto turistico, così come la predisposizione di tutti gli strumenti organizzatori idonei a fronteggiare situazioni di emergenza.
In considerazione della peculiarità della fattispecie, del complessivo comportamento delle parti, si ritiene equo compensare le spese del presente giudizio, nella misura della metà nei rapporti fra gli attori e la J.T. & *********,ponendo la residua parte a carico della convenuta.
Spese compensate fra gli attori e la Z..

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da P.M. e C. V., nei confronti di J.T. & ********* (I V.), nonché di ********* di V.A. e C.F. & C, così provvede:
1) condanna la J.T. & ********* (I V.) al risarcimento del danno non patrimoniale, subito dagli attori, che si quantifica equitativamente nella misura di euro 1500,00, oltre rivalutazione e interessi sulle somme rivalutate annualmente dal 14.8.2004;
2) compensa tra gli attori e la J.T. & T. S.R.L, nei limiti della metà, le spese di giudizio che liquida in complessivi €. 3.000,00, di cui euro 2000,00 per diritti ed € 1.000,00 per onorario, oltre iva, cap ed esborsi forfettizzati come per legge, e che pone solo per la metà, a carico della convenuta;
3) spese compensate fra gli attori e la Z..

IL GIUDICE
(*******************)

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Responsabilità della struttura sanitaria e di consequenziale danno non patrimoniale c.d. da contratto (Trib. Brindisi, 14/6/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Ipotesi d’applicazione delle note Sezioni Unite di *********** dell’11.11. 2008 che hanno sancito la necessità che il pregiudizio esistenziale si ricolleghi alla violazione di un diritto costituzionalmente sancito e che hanno affermato ex novo il principio della risarcibilità del danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale.

 

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione notificato in data 11 ottobre 2004, l’attore ha convenuto in giudizio dinanzi a questo Tribunale l’Azienda Unità Sanitaria Locale BR. n. 1 e l’Azienda Unità Sanitaria Locale BR n.1 – Presidio Ospedaliero di Ostuni, per ivi sentire accogliere nei loro confronti le seguenti conclusioni: “Voglia il Giudice adito a) accertato che i fatti così come prospettati dall’attore comportano la responsabilità della convenuta, condannare l’A.U.S.L. BR/1 – B. e l’A.U.S.L. BR/1 – Presidio Ospedaliero di Ostuni, al pagamento della somma di euro 23.844,26, oltre interessi e svalutazioni dal giorno della costituzione in mora; b) condannare i convenuti, in solido fra loro, al pagamento delle spese e competenze di causa.”
A sostegno della propria domanda l’attore ha esposto:
– che in data 1 marzo 2004 sarebbe stato ricoverato presso il reparto di ortopedia di Ostuni per una frattura al polso destro;
– che durante l’intervento per la collocazione dei mezzi di sintesi sarebbe stato reciso il tendine del quarto dito della mano destra;
– che, in data 18 maggio 2004, sarebbe stato sottoposto ad altro intervento chirurgico per tentare di riannodare il tendine, senza risultati;
– che all’istante sarebbero residuati postumi invalidanti in misura pari al 14%;
– che l’ASL convenuta sarebbe, a detta di parte attrice, responsabile del sinistro asseritamente subito;
– che il S. avrebbe diritto, pertanto, al risarcimento dei danni in misura pari alla somma di Euro 23.844,26;
– che il S. avrebbe provveduto a richiedere il risarcimento dei danni lamentati al nosocomio di B. senza ottenere alcun esito.
Si è ritualmente costituita in giudizio l’Azienda Unità Sanitaria Locale di B. impugnando e contestando quanto ex adverso eccepito e dedotto perché infondato in fatto ed in diritto e chiedendo l’accoglimento delle seguenti conclusioni “Piaccia all’Ill.mo Tribunale adito, “contrariis reiectis”, 1 in via pregiudiziale: accertare e dichiarare l’incompetenza territoriale del Tribunale di B., Sezione distaccata di Ostuni, stante la competenza del foro di B. a conoscere della presente controversia ai sensi degli art. 19 e 20 c.p.c..; 2 nel merito: rigettare la domanda attrice perché infondata in fatto ed in diritto; 3 in via subordinata: nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda attorea: a accertare con rigore i danni eventualmente subiti dal S., liquidando eventualmente le sole somme corrispondenti all’asserito aggravamento della patologia sofferta; b negare il riconoscimento del danno morale per le ragioni esposte in narrativa; c negare, sulla somma eventualmente liquidata a titolo di risarcimento del danno, il cumulo di interessi e rivalutazione, stante il divieto sancito dalla Suprema Corte sul punto. 4 in via istruttoria: si chiede l’ammissione dei mezzi istruttori formulati al paragrafo 2.8 della presente comparsa di costituzione e risposta, con riserva di articolare ulteriori mezzi di prova. Con vittoria di spese, competenze ed onorari del presente giudizio”.

La pretesa attorea è fondata in parte qua.
Sotto il profilo dell’eziologia del danno, il Ctu, con ragionamento logico-deduttivo esente da vizi di sorta, ha evidenziato come “il ritardo con cui venne diagnosticata e successivamente trattata la lesione tendinea a distanza di circa due mesi e mezzo dalla frattura abbia compromesso irrimediabilmente la riuscita della tenografia”.

L’inadempimento della struttura e la natura contrattuale della responsabilità.

Quanto alla natura giuridica della responsabilità de qua, quella dell’ente convenuto è da ascriversi al paradigma contrattuale, in quanto “l’accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria-ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) già prescritte dalla L. n. 132 del 1968, art. 2, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle lato sensu alberghiere” (cfr. Cass., civ., 19 ottobre 2006, n. 22390; Cass., civ., 24 maggio 2006, n. 12362).
Ciò premesso, la responsabilità dell’ente ospedaliero ricorre 1) sia, ex art. 1218 c.c., in relazione a propri fatti d’inadempimento (ad es., in ragione della carente o inefficiente organizzazione relativa alle attrezzature o alla messa a disposizione di medicinali o del personale medico ausiliario e paramedico, o alle prestazioni di carattere alberghiero), 2) sia, ex art. 1228 c.c., per quanto concerne il comportamento specifico dei medici dipendenti, dal momento che il debitore che, nell’adempimento dell’obbligazione si avvale dell’opera di terzi, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro, per quanto non siano alle proprie dipendenze.
Ovviamente, si tratta di una responsabilità per fatto dell’ausiliario o preposto dalle caratteristiche peculiari in quanto “prescinde dalla sussistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato del medico con la struttura (pubblica o privata) sanitaria, essendo irrilevante la natura del rapporto tra i medesimi sussistente ai fini considerati, laddove fondamentale rilevanza assume viceversa la circostanza che dell’opera del terzo il debitore originario comunque si avvalga nell’attuazione del rapporto obbligatorio” (Cass., civ., sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826, cit.).
Da ciò la configurabilità di una responsabilità contrattuale della struttura per il fatto non solo del personale medico, dipendente, ma anche di quello meramente ausiliario.
Ciò spiega l’abituale richiamo del principio generale – tipico della responsabilità delle strutture organizzative – cuius commoda eius etiam incommoda; la responsabilità dell’ente traendo origine non già da un profilo di colpa nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza, bensì dal rischio insito nell’utilizzazione di terzi, nell’adempimento delle obbligazione, gravanti sulla propria sfera giuridica (Cass., civ., 17 maggio 2001, n. 6756; Cass., civ., 30 dicembre 1971, n. 3776. Si veda anche Cass., civ., 4 aprile 2003, n. 5329).
Né la responsabilità dell’ente incontra il limite del fatto doloso del soggetto agente, quale fatto idoneo a interrompere il rapporto in base al quale l’ente è chiamato a rispondere, dal momento che, ai fini della responsabilità dell’ente, non si richiede un nesso di causalità in senso stretto, ma é sufficiente una mera occasionalità necessaria (Cass., civ., 17 maggio 2001, n. 6756; Cass., civ., 15 febbraio 2000, n. 1682).
In origine, la responsabilità della struttura ospedaliera era modulata su quella del medico-paziente, ragione per cui si considerava indefettibile presupposto della stessa l’accertamento di un comportamento, imputabile (colposo o doloso), del medico operante presso la stessa.
Più recentemente, invece, il rapporto intercorrente fra il paziente e la struttura ospedaliera è stato ricostruito, in via autonoma, da quello paziente-medico, individuandosi il fondamento giustificativo dello stesso, in un autonomo ed atipico contratto a prestazioni corrispettive (il già menzionato contratto di spedalità, in virtù del quale, la struttura deve fornire al paziente una prestazione “articolata”, definita genericamente di “assistenza sanitaria”, ricomprensiva, oltre che della prestazione principale medica, anche di una serie di obblighi di protezione ed accessori che rinvengono, nella buona fede oggettiva, ex artt.1375-1175 c.c., la propria ragion di essere).
Da ciò l’affermarsi di un modello di responsabilità che prescinde dall’accertamento di un condotta negligente dei singoli operatori e che trova, invece, la propria fonte, nell’inadempimento delle obbligazioni direttamente riferibili all’ente.
Questo revirement interpretativo ha trovato un autorevole avallo nella citata sentenza delle Sezioni Unite (1.7.2002
n. 9556, seguita poi da altre delle sezioni semplici: Cass. 571 del 2005; Cass. n. 1698 del 2006).
Ricostruita in termini contrattuali la responsabilità della struttura sanitaria, nel rapporto con il paziente, il riparto dell’onere probatorio risponde ai criteri, enucleati al riguardo dalle Sezioni Unite, con la sentenza 30 ottobre 2001, n. 13533, in tema di onere della prova dell’inadempimento e dell’inesatto adempimento (vedasi anche SS.UU. 28.07.2005, n. 15781), secondo cui, il creditore che agisce per la risoluzione contrattuale e per il risarcimento del danno, deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo, costituito dall’avvenuto adempimento.
Analogo principio è stato enunciato con riguardo all’inesatto adempimento, rilevando che al creditore istante è sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento.
Ciò premesso, l’inadempimento rilevante ai fini dell’azione risarcitoria, almeno in relazione alle obbligazioni c.d. di mezzo, non è qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno; competerà poi al debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie causa del danno.
Nel caso che ci occupa, l’attore ha provato l’esistenza di un contratto di assistenza sanitaria (o di spedalità) e l’inadempimento, sub specie del ritardo “con cui venne diagnosticata e successivamente trattata la lesione tendinea a distanza di circa due mesi e mezzo dalla frattura”, nonchè l’efficienza causale di tal ultima condotta rispetto al buon esito della tenografia.
Il danno non patrimoniale da contratto
La risarcibilità del danno non patrimoniale, correlato all’inadempimento di un’obbligazione, ha costituito profilo controverso fino alle Sezioni Unite dell’11 novembre 2008, per quanto talune pronunce, ad esse anteriori, avessero lasciato un margine di apertura all’ammissibilità del suddetto danno.
In particolare, Cass., civ., 9 novembre 2006, n. 23918, aveva tendenzialmente escluso il risarcimento del danno non patrimoniale, con riferimento all’ambito della responsabilità contrattuale, indicando l’art. 2087 c.c., in materia di lavoro subordinato, quale eccezione alla suddetta regola.
Ciò anche in considerazione della mancanza, nella disciplina della responsabilità contrattuale, di una norma analoga all’art. 2059 c.c. dettato in materia di fatti illeciti.
Peraltro, venendo in rilievo la lesione di beni di dignità costituzionale, quali quelli di cui agli artt. 2, 32, 13 Cost., si prefigurava l’applicazione, in aggiunta al regime dell’inadempimento contrattuale, della disciplina in materia di illecito aquiliano, secondo il principio del cumulo dei titoli di responsabilità.

Orbene, le Sezioni Unite dell’11 novembre 2008, in armonia con le conclusioni in materia di danno non patrimoniale – ricostruito quale un’unica grande categoria di cui il danno esistenziale rappresenterebbe una mera variante descrittiva – pervengono alla soluzione diametralmente opposta.
La Suprema Corte, ripercorrendo l’iter evolutivo in materia, ricorda come, al fine di superare l’ostacolo dato dall’assenza, nell’ambito della materia contrattuale di una norma di contenuto analogo all’art. 2059 c.c., la giurisprudenza (avesse) elaborato la teoria del cumulo delle azioni, contrattuale ed extracontrattuale (sent. n. 2975/1968, seguita dalla n. 8656/1996, nel caso del trasportato che abbia subito lesioni nell’esecuzione del contratto di trasporto; sent. n. 8331/2001, in materia di tutela del lavoratore).
Nondimeno, il cumulo non era idoneo a giustificare il risarcimento del danno non patrimoniale, al di fuori delle ipotesi di espressa tipizzazione dello stesso in virtù dei ristretti limiti desumibili dal combinato disposto degli artt. 2059 e 185 c.p., per cui il risarcimento era condizionato alla qualificazione del fatto illecito come reato ed era comunque ristretto al solo danno morale soggettivo.
Ciò premesso, secondo le Sezioni Unite, l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. consentirebbe di sostenere che “anche nella materia della responsabilità contrattuale è dato il risarcimento dei danni non patrimoniali”. A tal riguardo, la pronuncia richiama il principio dell’indefettibilità del riconoscimento, per i diritti inviolabili della persona, di quella tutela, minima, costituita dal risarcimento; tutela che, quando questi siano stati lesi, dovrebbe essere assicurata, quale che sia la fonte della responsabilità, contrattuale o extracontrattuale”. Ne consegue che é ammissibile far rifluire il danno non patrimoniale “nell’azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all’espediente del cumulo di azioni.
D’altronde, nonostante la mancanza di un’espressa previsione di risarcibilità del danno non patrimoniale in materia contrattuale, è richiamabile, pur sempre, la previsione dell’art. 1174 c.c., secondo cui la prestazione che forma oggetto dell’obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere ad un interesse, anche non patrimoniale, del creditore.
Dalla suddetta norma, è deducibile “la libera deducibilità nell’ambito di un regolamento contrattuale di valori non strettamente patrimoniali, ma afferenti la persona”.
Inoltre, l’inerenza al programma contrattuale, per quanto non espressamente dedotti, di interessi a contenuto non patrimoniale discenderebbe anche dall’applicazione della c.d. causa concreta del negozio “da intendersi come sintesi degli interessi reali che il contratto stesso è diretto a realizzare, al di là del modello, anche tipico, adoperato; sintesi, e dunque ragione concreta, della dinamica contrattuale (come condivisibilmente affermato dalla sentenza n. 10490/2006)”.
Dunque, le Sezioni Unite aderiscono alla più recente ricostruzione dogmatica della causa del contratto (intesa quale finalità pratica in concreto perseguita) ed “elaborata al fine di riconoscere tutela agli interessi effettivamente perseguiti dalle parti con l’adozione di un certo modello contrattuale, il cui schema normativo, dunque, non è più idoneo a delimitare, in via esclusiva, l’ambito degli interessi suscettibili di tutela per il tramite dello strumento contrattuale”.
Inoltre, esiste un legame inscindibile fra la c.d. causa in concreto e la fattispecie dei “c.d. contratti di protezione, quali sono quelli che si concludono nel settore sanitario”.
Poichè la causa concretamente perseguita attraverso i contratti “sanitari” consiste “nell’attuazione della tutela della sfera della salute in senso ampio”, l’inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del medico é idoneo a ledere “diritti inviolabili della persona cagionando pregiudizi non patrimoniali” .

I danni risarcibili

E’ noto come le Sezioni Unite dell’11.11.2008 abbiano degradato il danno biologico a mera componente descrittiva della più ampia categoria del danno non patrimoniale.
Esso va inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua concreta dimensione.
Tale voce di danno, come precisato dalla Corte Costituzionale, n. 184/’86, non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza del danneggiato, con il conseguente paradosso, al contempo, dell’irrisarcibilità del danno biologico, subito da chi sia sprovvisto di un’attività lavorativa e della commisurazione del danno all’occupazione del soggetto o, persino – secondo un’inammissibile visione della società, rigidamente ripartita per classi – dei genitori.
Come espressamente affermato anche dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, per danno biologico deve, invece intendersi “la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.
Ciò premesso, il danno biologico consistente nella violazione dell’integrità psico-fisica della persona va considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute).
Orbene, l’espletata consulenza medico-legale, ha consentito di acclarare la entità delle lesioni riportate dalla istante sotto il profilo sia dell’inabilità temporanea sia del danno permanente
Il Ctu ha accertato che, in conseguenza del sinistro de quo, l’attore ha subito lesioni permanenti nella misura del 2%, nonché una invalidità temporanea totale di giorni 100 ed una invalidità temporanea parziale al 50% di giorni 30.
Le conclusioni del medico legale sul danno biologico, sono condivise dal Tribunale, in quanto basate su un completo esame anamnestico e su un obiettivo, approfondito e coerente studio della documentazione medica prodotta, valutata con criteri medico-legali immuni da errori e vizi logici.
Risulta, inoltre, provata, nel caso di specie, anche l’ulteriore figura descrittiva del danno non patrimoniale, individuata dalle Sezioni Unite del 2008, nel danno morale e, dalla stessa pronuncia, disancorato dal dato temporale, con conseguente abbandono dello schematismo concettuale per cui il danno morale deve essere necessariamente transeunte.
Né può accedersi alla tesi, frutto di un’interpretazione riduttiva delle Sezioni Unite, secondo cui il danno morale, nell’ipotesi di una sua derivazione “biologica” non sarebbe voce autonomamente risarcibile, rispondendo le due figure descrittive alla tutela di beni giuridici distinti, come, peraltro, evincibile anche dalle scelte della legislazione speciale. Tal ultima, spesso, (si pensi, ad esempio, al Decreto del Presidente della Repubblica 30 ottobre 2009, n. 181 che introduce un Regolamento recante i criteri medico-legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualità e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma dell’articolo 6 della legge 3 agosto 2004, n. 206) non solo continua a distinguere le due categorie di danno ma contiene una nozione legale di danno morale.
Si ritiene opportuno applicare, al caso di specie, ai fini della valutazione del danno individuato dal CTU, le tabelle di Milano, in quanto strutturate e concepite – diversamente dalle attuali Tabelle di Lecce – in funzione del nuovo inquadramento concettuale del danno non patrimoniale, quale categoria unitaria, cui sono approdate le Sezioni Unite dell’11.11. 2008. Né la maggiore o minore diffusione delle stesse presso i tribunali locali – a fronte della prevalenza statistica delle tabelle milanesi sul territorio nazionale – può costituire ragione sufficiente ad impedirne l’applicaz
ione nel caso di specie.
Le nuove Tabelle – approvate il 28 aprile 2009 e aggiornate nel 2011 – presentano profili di innovatività rispetto alle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica. Infatti, esse individuano il nuovo valore del c.d. “punto” muovendo dal valore del “punto” delle Tabelle precedenti (connesso alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente), aumentato in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione “medio” anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla “sofferenza soggettiva”di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34 % di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), e prevedendo inoltre percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.
Applicando le predette tabelle, il danno da invalidità permanente subito dall’attore deve essere quantificato in euro:
– € 2118,00 (che discendono dal valore del “punto”, relativo al danno non patrimoniale ovvero € 1460,48, moltiplicato per il numero dei punti di invalidità, applicato il demoltiplicatore correlato all’età, al momento del sinistro, pari a 56 anni).
Quanto, invece, al calcolo del danno da inabilità temporanea, in applicazione dei suddetti valori tabellari e considerato che il risarcimento per ogni giorno di invalidità assoluta è pari ad euro 91,00, si quantifica in:
a) € 9100,00, l’ITT, giorni 100;
b) € 1365,00, l’I.T.P. al 50% giorni 30.
In totale, per i danni su indicati vanno liquidati all’attore complessivi € 12583,00 che derivano dalla liquidazione complessiva del pregiudizio.
Essendo stato il danno liquidato alla stregua di criteri e valori aggiornati al 2011, non va accordata la rivalutazione, altrimenti, avendosi un’indebita duplicazione del risarcimento.
Devono, invece, computarsi gli interessi legali con decorrenza dal giorno dell’evento lesivo, ovvero dal 1.03.2004.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano nell’importo in dispositivo fissato.
Le spese della disposta CTU devono essere poste a carico dell’ente convenuto.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da S.G., nei confronti di Azienda Unità Sanitaria Locale B. N. 1, in persona del legale rappresentante p.t., così provvede:
1) accoglie la domanda dell’attore, e, per l’effetto, condanna l’ente convenuto al risarcimento dei danni, in favore dell’attore, quantificati in Euro € 12583,00, oltre interessi legali dall’1.3.04 sino all’effettivo soddisfo;
2) condanna il convenuto al pagamento, in favore dell’attore, delle spese di giudizio che liquida in complessivi € 3.300,00 di cui euro 165,00 per spese, euro 1835,00 per diritti ed € 1300,00 per onorario, oltre iva e cap ed esborsi forfetizzati come per legge;
3) pone le spese della disposta CTU a carico del convenuto.

Il Giudice
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Danno non patrimoniale da infiltrazioni dovute alle condizioni dell’immobile vicino a quello danneggiato (Trib. Brindisi, 19/4/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Ipotesi d’applicazione delle note Sezioni Unite di *********** dell’11.11. 2008 che hanno sancito la necessità che il pregiudizio esistenziale si ricolleghi alla violazione di un diritto costituzionalmente sancito; in tal caso, coincidente con il bene-salute di cui all’art. 32 Cost.

 

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione del 16.11.2004, regolarmente notificato nei termini di legge, i sigg.ri S. A. e M.V. convenivano innanzi a questo Tribunale, M.A., nella sua qualità di costruttore e venditore dell’immobile sito in Carovigno, alla via Martiri di via Fani, acquistato dagli attori per ivi sentirlo condannare, in loro favore, all’eliminazione dei difetti accertati sul predetto immobile ovvero, in alternativa, al pagamento nei confronti degli stessi della somma corrispondente al costo delle opere necessarie per l’eliminazione dei difetti, nella misura da accertare in corso di causa anche a seguito di espletanda CTU; nonché condannare il predetto sig. *********** al risarcimento nei confronti degli attori di ogni ulteriore danno, anche di natura esistenziale, che i fatti di causa avevano arrecato agli attori, con vittorie di spese, onorari e competenze, da distrarsi in favore del procuratore che si dichiarava anticipatario.
Alla prima udienza di comparizione del 27.01.2005, si costituiva in giudizio il ******** con comparsa di risposta con la quale contestava la domanda attoreA.
Istruita la causa, tal ultima veniva rinviata per la discussione orale, ex art. 281 sexies cpc, con termine fino a 10 giorni prima per note conclusive.

 

La domanda degli attori deve essere accolta in parte quA.
Deve premettersi che il convenuto non ha fornito alcun positivo riscontro alle eccezioni contenute nella propria comparsa di costituzione e rispostA.
Per contro, egli, dopo il deposito della comparsa di costituzione e risposta e delle note istruttorie ex art. 184 c.p.c., non ha coltivato più il giudizio; nè peraltro, si è sottoposto all’ammesso interrogatorio formale. Conseguentemente, stante il disposto normativo di cui all’art. 232, comma 1, c.p.c., è possibile considerare come ammesse le circostanze in ordine alle quali la parte convenuta era chiamata a rispondere.
Ciò premesso, in ossequio ai principi regolativi dell’onus probandi, gli attori hanno fornito idonea prova delle proprio pretese.
In primis, possono richiamarsi le dichiarazioni rese in udienza dai testi escussi, sigg.ri U. G. e L. M., i quali hanno confermato i fatti così come prospettati dagli attori nell’atto introduttivo del presente giudizio.
In particolare, devono richiamarsi le dichiarazioni del teste, U., a conoscenza diretta dei fatti di causa, in quanto come dallo stesso dichiarato: “ebb(e) occasione di visionare l’abitazione per cui è giudizio pochi mesi dopo l’acquisto, sicuramente meno di un anno dall’acquisto”.
Tal ultimo ha riferito che: “in tale occasione constat(ò), su indicazione del S. A., (l’esistenza), all’ingresso dell’abitazione, (di) un angolo posto sulla sinistra per chi entra, pieno di umidità. ******(va)si in particolare dell’ingresso al piano terra di accesso del piano superiore del medesimo appartamento degli attori; altresì, arrivato al primo paino constat(ò) che in quel periodo, particolarmente piovoso, vi erano infiltrazioni di acqua dal tetto nonostante casa fosse stata ultimatA. Tali infiltrazioni riguardavano sia il solario sia il salone, sia la camera da letto dei ragazzi, sia il bagno” (cfr. verbale di udienza del 7.03.2008).
Anche la teste Lotti *************, ha riferito di aver “personalmente constatato, pochi mesi dopo che gli attori (erano) entrati in possesso dell’appartamento, la presenza di “tracce di umidità”, “nell’entrata e sui solai di alcune stanze”.
Ha, altresì, constatato che “l’intonaco si stava screpolando. Tale fenomeno si presentava anche nella parte bassa delle pareti in prossimità del pavimento.” (cfr. verbale di udienza del 21.03.2008).
Risulta, dunque, provato che, nel caso di specie, i sigg.ri S. e M., proprietari dell’immobile sito in Carovigno alla via Mariri di via Fani costruito e venduto dal sig. ***********, già a pochi mesi dalla consegna dello stesso, notavano tracce di umidità, disgregazione e sgretolamento dello stato finale degli intonaci, in alcuni degli ambienti del proprio immobile.
Il Ctu ha, infatti, verificato: “macchie di umidità a piano terra, nel corpo scala, in una porzione di muratura adiacente al portone d’ingresso che confina con la strada”.
Si legge nella predetta relazione che: “trattasi essenzialmente di fenomeni di umidità per risalita capillare che hanno dato, come effetto, distacco della tinteggiatura, sfarinamento e disgregamento dell’intonaco sottostante, macchie di colore grigio o bianco- sporco”.
Inoltre, la predetta C.T.U. ha accertato che “altre macchie di umidità di tipo muffe (del tipo puntinature di colore grigio) di consistenza poco rilevante (erano) presenti nella camera da letto matrimoniale in alto in un angolo a ridosso del soffitto. Infine, macchie di umidità (erano) presenti nel vano lavanderia in una porzione limitata della murata in comune con il bagno adiacente la lavanderia stessA. In questo caso gli effetti rilevanti (sono stati individuati nel) distacco di tinteggiatura, parziale sfarinamento dell’intonaco, percezione al tatto di umidità nella muratura” (cfr. pag. 4, relazione tecnica d’ufficio depositata in data 7.10.2008).
Ciò è quanto emerso in sede di primo sopralluogo effettuato presso l’abitazione degli attori da parte del nominato C.T.U..
Infatti, successivamente, il CTU chiamato a rendere i dovuti chiarimenti, si recava nuovamente sull’immobile ed accertava, nel vano lavanderia, oltre ai su menzionati vizi, anche i seguenti fenomeni di umidità: “aloni in tre punti diversi sul soffitto, uno vicino la porta che immette sul balcone della lavanderia stessa, un altro al centro del vano, vicino al punto luce a sospensione ed un altro vicino la porta di ingresso del vano lavanderia stesso” (cfr. chiarimenti alla consulenza tecnica d’ufficio depositata in data 27.03.2009).
Il C.T.U. riferisce che, in relazione a quest’ultimi vizi, gli stessi: “pur presenti all’epoca del primo sopralluogo” non erano stati rilevati, “dal momento che i luoghi erano stati accuratamente bonificati” in quanto l’attrice, sig.ra M.V.: “aveva accuratamente rimosso con prodotti sbiancanti alcune macchie di umidità effettuando continui ritocchi alla murature del vano lavanderia per evitarne il degrado” (cfr. relazione di chiarimenti alla consulenza tecnica depositata in data 27.03.2009).
Alla luce dell’espletata CTU, deve affermarsi l’attribuibilità della responsabilità per i su descritti gravi vizi e difetti al costruttore-venditore dell’immobile.
D’altronde, costituisce principio consolidato che Il venditore di unità immobiliari che ne curi direttamente la costruzione, risponde dei gravi difetti (art. 1669 c.c.) nei confronti degli acquirenti, non in virtù del contratto con essi intercorso, qualificabile in termini di compravendita immobiliare, ma a titolo di responsabilità extracontrattuale.
Infatti, la responsabilità prevista dall’art. 1669 c.c., secondo un principio ormai consolidato, nonostante sia collocata nell’ambito del contratto di appalto, configura un’ipotesi di responsabilità extracontrattuale la quale, pur presupponendo un rapporto contrattuale, ne supera i confini, essendo riconducibile ad una violazione di regole primarie (di ordine pubblico), stabilite per garantire l’interesse, di carattere generale, alla sicurezza dell’attività edificatoria, quindi la conservazione e la funzionalità degli edifici, allo scopo di preservare la sicurezza e l’incolumità delle persone (ex plurimis, tra le più recenti, Cass., n. 1748 del 2005; n. 1748 del 2000; n. 81 del 2000; n. 338 del 1999; n. 12106 del 1998).
Da questa configurazione consegue l’ulteriore questione del rapporto tra le due disposizioni, risolto dalla Suprema Corte, nel senso che l’art. 1669 c.c. reca una norma speciale rispetto a quella contenuta nell’art. 2043 c.c., risultando la seconda applicabile quante volte la prima non lo sia in concreto (Cass., n. 3338 del 1999; n. 1748 del 2005).
Al riguardo è sufficiente ricordare che “la natura di norma speciale dell’ art. 1669 c.c. rispetto all’art. 2043 c.c. (…) presuppone l’astratta applicabilità delle due norme, onde, una volta che la norma speciale non possa essere in concreto applicata, permane l’applicabilità della norma generale, in virtù di una tesi coerente con le ragioni della qualificazione della responsabilità ex art. 1669 c.c. come extracontrattuale, consistenti nell’esigenza di “offrire ai danneggiati dalla rovina o dai gravi difetti di un edificio una più ampia tutela” (Cass., n. 3338 del 1999).
Infatti, come è stato bene osservato in dottrina, da detta configurazione, si desume che l’art. 1669 c.c. non è norma di favore diretta a limitare la responsabilità del costruttore, ma mira a garantire una più efficace tutela del committente, dei suoi aventi causa e dei terzi in generale.
Il legislatore ha con essa stabilito un più rigoroso regime di responsabilità rispetto a quello previsto dall’art. 2043 c.c., caratterizzato dalla presunzione juris tantum di responsabilità dell’appaltatore, che è stata tuttavia limitata nel tempo, in virtù di un bilanciamento tra le contrapposte esigenze di rafforzare la tutela di un interesse generale e di evitare che detta presunzione si protragga per un tempo irragionevolmente lungo.
Pertanto, se la ratio dell’art. 1669 c.c. è quella di introdurre una più incisiva tutela, deve concludersi per l’applicabilità dell’art. 2043 c.c., nell’ipotesi in cui non sussistano le condizioni previste dalla prima normA.
D’altronde, ben può ammettersi la coesistenza di due azioni diversificate quanto al regime probatorio, con facoltà della parte di agire non avvalendosi delle facilitazioni probatorie stabilite per una di esse.
Una diversa soluzione deve essere respinta, in quanto comporta una indebita restrizione dell’ambito operativo della norma fondamentale in materia di responsabilità extracontrattuale.
Ciò, in palese contrasto con le finalità di tutela alla base della previsione della disciplina speciale.
Infatti, quale esito ultimo si avrebbe la creazione di “un regime di responsabilità più favorevole per i costruttori di edifici, in quanto tale da escludere ogni forma di responsabilità in situazioni che potrebbero ricadere nell’ambito – in linea di principio illimitato – dell’art. 2043 c.c., come nel caso di danno prodottosi oltre il decennio dal “compimento” dell’opera” (così, espressamente, Cass., n. 338 del 1999; analogamente, di recente, Cass., n. 1748 del 2005).
Ciò premesso, devono ritenersi gravi difetti, quelli, ravvisabili anche nel caso di specie, da cui derivi una ridotta utilizzazione dell’immobile, come nel caso di umidità, dipendente da difetto di adeguata coibentazione termica (cfr. Trib. Padova Sez. II, 15-07-2010, in Massima redazionale, 2010, secondo cui “in tema di appalto, i gravi difetti di costruzione in forza dei quali opera la garanzia prevista dall’art. 1669 c.c. non si identificano con i fenomeni che influiscono sulla staticità, durata e conservazione dell’edificio quanto, piuttosto, in qualsiasi alterazione che pur concernente direttamente una parte dell’opera, incida sulla struttura e sulla funzionalità globale, menomando in modo apprezzabile il godimento dell’opera medesima, come ad esempio può verificarsi nel caso di infiltrazioni di acqua e di umidità per difetto di copertura dell’edificio”).
In merito all’entità del danno, lo stesso C.T.U., ha quantificato i danni in complessivi Euro 5.300,00, quale somma necessaria ai fini dell’esecuzione delle opere necessarie per l’eliminazione dei difetti dell’immobile di proprietà degli attori.
Sulla suddetta somma vanno riconosciuti rivalutazione e interessi sul capitale via via rivalutato. Infatti, gli interessi che vengono a maturare sulla somma soggetta a rivalutazione devono essere calcolati tenendo conto che la rivalutazione ha natura progressiva, pertanto, “vanno calcolati non… sull’importo rivalutato della stessa, corrispondente al valore finale, bensì rapportandoli inizialmente al valore del bene al momento della fattispecie acquisitiva e quindi ai successivi mutamenti del valore di acquisto della moneta, in quanto l’utilità perduta dal creditore per effetto del ritardo nell’adempimento e compensata dagli interessi non è pari né a tale valore né a quello iniziale, ma subisce un incremento via via crescente per effetto dell’inflazione, sicché il punto di riferimento per il calcolo degli interessi non può essere costante” Cass. sezioni Unite 1995). Deve essere, altresì, risarcito il danno derivante dalla lesione del diritto a vivere in un ambiente salubre che deve essere inteso come esteso al focolare domestico e che trova indiretta copertura costituzionale all’art. 32 Cost.
D’altronde, costituisce fatto notorio (e che pertanto non necessita di particolari riscontri probatori) che muffe ed infiltrazioni di acqua costituiscano un apprezzabile pericolo per la salute di coloro che siano costretti ad abitare in ambienti di tal fatta.
Tuttavia, se, da un lato, nel caso di specie, non può parlarsi di danno biologico inteso nella comune accezione di lesione della integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale; dall’altro, appare innegabile il riconoscimento in capo agli attori di un danno da mancato e pieno godimento dell’abitazione, le infiltrazioni de quibus essendo destinate, in applicazione di una massima di esperienza di difficile smentita, ad incidere negativamente sulle condizioni di esistenza e di abitazione degli attori e quindi su valori costituzionalmente garantiti e protetti.
Nel caso de quo, gli attori sono stati costretti a “convivere” con la summenzionata problematica per molti anni, con fenomeni di muffe ed umidità in vari ambienti della casa, inclusa la camera da letto, preordinata al riposo notturno (cfr. Tribunale di Venezia, Sent. n. 502 del 15 dicembre 2009 che ha riconosciuto il pregiudizio de quo da infiltrazioni di acqua meritevole di tutela risarcitoria, anche in mancanza di un vero e proprio danno biologico alla persona).
Ne consegue che la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale dell’attrice deve essere accolta e, per l’effetto, il convenuto va condannato al risarcimento del danno non patrimoniale, subito dagli attori, che si quantifica equitativamente nella misura di euro 3000,00.
Le spese – liquidate come da dispositivo – seguono la soccombenzA.
Devono essere poste, in via definitiva, a carico del convenuto le spese della disposta CTU.

 

P.Q.M.

 

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da S. A. e M.V., nei confronti di M.A., così provvede:
1) accoglie la domanda e, per l’effetto, condanna il convenuto al risarcimento dei danni patrimoniali subiti dall’attore, per quel che attiene ai lavori da eseguirsi nella proprietà degli attori che si quantificano nella misura di euro 5300,00 oltre rivalutazione e interessi sulle somme via via rivalutate;
2) condanna il convenuto al risarcimento del danno non patrimoniale, subito dagli attori, che si quantifica equitativamente nella misura di euro 3000,00;
3) condanna il convenuto al pagamento di spese e competenze di lite in favore del convenuto, liquidate in complessivi euro 3500,00 di cui euro per spese, euro 1300,00 per diritti ed euro 1200,00 per onorario, oltre *** e Cap e spese generali come per legge, da distrarsi in favore del procuratore che si dichiara anticipatario;
4) pone, definitivamente, a carico del convenuto le spese della disposta CTU.

 

Il Giudice
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Eccessiva esposizione all’amianto e limiti alla rivalutazione contributiva ex L. 257/92: le ultime novità giurisprudenziali (Trib. Brindisi, n. 0050/2011)

Redazione

Tribunale di Brindisi – Sezione Lavoro
Sentenza n. 0050 del 17 Gennaio 2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BRINDISI

SEZIONE LAVORO

Il Tribunale di Brindisi, in composizione monocratica, in persona della dott.ssa *********************, in funzione di giudice del lavoro, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa discussa all’udienza dell’…. promossa da:

F.S., rappresentato e difeso, con mandato a margine del ricorso, dall’…..

Ricorrente

CONTRO

INPS, in persona del Presidente pro-tempore, rappresentato e difeso giusta procura del Notar…

Resistente

Oggetto: Rivalutazione del periodo contributivo ex lege n. 257/92 P.Q.M.

definitivamente pronunciando sul ricorso proposto con atto depositato il 12.10.2005, così provvede:

Dichiara il diritto del ricorrente alla maggiorazione contributiva per esposizione ad amianto per il periodo lavorativo compreso tra il 29.9.1975 ed il 31.12.1992, ai sensi della legge n. 257/92, art. 13, comma 8 e, per l’effetto, condanna l’ Inps ad adottare i provvedimenti conseguenti aggiornando la posizione contributiva del ricorrente ai sensi di legge.

Condanna l’ Inps al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in € 1.200,00, di cui € 650,00 per onorario, con distrazione, oltre IVA, CAP, e rimborso forfettario come per legge.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 12.10.2005, il ricorrente di cui in epigrafe – premesso di aver lavorato, per oltre dieci anni, presso la Centrale Termoelettrica X, con sede in Brindisi ….. – allegava di avere svolto le mansioni riportate nel curriculum lavorativo allegato in atti, all’interno dei reparti nello stesso indicati.

Sosteneva che l’attività lavorativa svolta presso la centrale termoelettrica aveva comportato l’esposizione qualificata ad amianto in misura superiore ai limiti previsti dalla legge, precisando che, con provvedimento del 19.9.2001, l’Inail aveva rilasciato attestato di esposizione ad amianto per il periodo compreso tra il 2.1.1976 ed il 31.12.1981, durante il quale aveva svolto mansioni di meccanico – tubista all’interno del reparto di manutenzione meccanica.

Concludeva chiedendo il riconoscimento dei benefici di cui all’art. 13 comma 8 della legge n. 257/1992 e la conseguente condanna dell’Inps a compiere l’aggiornamento della propria posizione contributiva, con vittoria di spese e competenze di giudizio, con distrazione.

Con memoria, si costituiva in giudizio l’Inps che, in via preliminare, eccepiva il difetto di legittimazione passiva e la decadenza dall’azione giudiziaria per mancato rispetto, da parte del ricorrente, del termine (15 giugno 2005) di cui agli artt. 1 e 3 del Decreto Ministeriale 27.10.2004 (di attuazione dell’art. 47 del D.l. n. 269/03, convertito con modifiche dalla legge 24.11.2003 n. 326). Nel merito, contestava gli assunti del ricorrente e concludeva chiedendo il rigetto del ricorso, con vittoria di spese e competenze di lite.

La causa veniva istruita in via documentale ed orale e, all’ odierna udienza, previa discussione orale, veniva decisa sulle conclusioni delle parti in atti come da sentenza contestuale.

MOTIVI DELLA DECISIONE

In via preliminare, in ordine alla legittimazione passiva nel presente giudizio, avendo riguardo alle conclusioni rassegnate in ricorso, con il quale parte ricorrente ha chiesto non il rilascio di attestazione della esposizione qualificata ad amianto per un periodo ultradecennale (nel qual caso, secondo orientamento pacifico e costante della Cassazione, il soggetto legittimato passivo sarebbe stato l’Inail), bensì il riconoscimento dei benefici previdenziali di cui alla legge n. 257/1992 e la conseguente condanna dell’Inps al ricalcolo del trattamento pensionistico previsto in favore dei lavoratori che abbiano subito una esposizione ultradecennale ad amianto nell’arco della attività lavorativa (in tal senso si vedano, ex multis, Cassazione civile, sezione lavoro, n. 8859 del 28.6.2001, Cassazione civile, sezione lavoro, n. 8937 del 19.6.2002, Cassazione civile, sezione lavoro, n. 893712002 e Cassazione civile, sezione lavoro, n. 1225612003), deve ritenersi che la legittimazione passiva spetti esclusivamente all’Inps.

Da tanto consegue il rigetto dell’eccezione sollevata dall’Inps.

Quanto poi all’eccezione di decadenza sollevata dall’Inps, la stessa risulta infondata.

Ed invero, in via preliminare, giova precisare che un mese dopo la conversione in legge del D.L. 30.9.2003 n. 269 (L. 24.11.2003 n. 326) è intervenuto l’art. 3, comma 132, L. 24.12.2003 n. 350, che ha ristabilito per i lavoratori che avevano già maturato – alla data del 2.10.2003 – il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali relativi all’amianto, le disposizioni previgenti alla medesima data del 2.10.2003.

Analoga disciplina si applica anche a coloro “che hanno avanzato domanda di riconoscimento all’ INAIL o che ottengono sentenze favorevoli per cause avviate entro la stessa data”.

Ciò posto, deve darsi atto che il ricorrente – alla data del 2.10.2003 – aveva già maturato il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali relativi all’amianto, avendo presentato domanda all’ Inail per il rilascio di attestazione della esposizione qualificata ad amianto in data certamente anteriore al 19.9.2001, e cioè all’epoca cui risale il provvedimento di accoglimento dell’ istanza da parte dell’ ente previdenziale, limitatamente al periodo compreso tra il 2.1.1976 ed il 31.12.1981, durante il quale il ricorrente aveva svolto mansioni di meccanico – tubista all’interno del reparto di manutenzione meccanica (si veda documento allegato sub 3 del fascicolo del ricorrente).

Venendo al merito, il ricorso è fondato e va accolto.

Preliminarmente deve precisarsi che la presente fattispecie trova la sua disciplina nell’ art. 13 comma 8 della legge n. 257/92, senza che possano trovare applicazione gli sviluppi della successiva legislazione di settore.

E’ utile in tal senso precisare che l’art. 47 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 (convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326), ha introdotto una disciplina fortemente innovativa del beneficio di cui all’art. 13, comma 8, del d.lgs. 257/1992, quanto all’oggetto della prestazione previdenziale (il coefficiente di rivalutazione dei contributi diminuisce da 1,5 a 1,25; la rivalutazione incide sulla misura della pensione, ma non più sui requisiti per conseguirla); quanto al regime di incompatibilità con altre provvidenze analoghe; quanto ai requisiti per ottenere il beneficio (periodo non inferiore a 10 anni -non più ultradecennale- di esposizione all’amianto in concentrazione media annuale non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno); quanto al procedimento amministrativo (si contempla una domanda da presentare entro un termine di decadenza all’Inail, Istituto al quale è conferita la funzione di accertare e certificare la sussistenza e la durata dell’esposizione, come già era stato disposto dall’art. 18, comma 8, della legge 31 luglio 2002, n. 179).

Il legislatore è nuovamente intervenuto poco tempo dopo, disponendo, con l’art. 3, comma 132, legge 24 dicembre 2003, n. 350, che in favore dei lavoratori che abbiano già maturato, alla data del 2 ottobre 2003, il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali di cui all’art. 13, comma 8, legge 257/92 e successive modificazioni, sono fatte salve le disposizioni previgenti alla medesima data del 2 ottobre 2003. La disposizione di cui al primo periodo si applica anche a coloro che hanno avanzato domanda di riconoscimento all’Inail o che ottengano sentenze favorevoli per cause avviate entro la stessa data.

La Suprema Corte (cfr. in tal senso ex plurimis ***** n. 21862/04) ha interpretato il dato normativo risultante dalle disposizioni suddette ritenendo che per “maturazione” del diritto al beneficio deve intendersi la maturazione del diritto a pensione alla data del 2 ottobre 2003 e che, tra coloro che non hanno ancora maturato il diritto a pensione, la salvezza concerne esclusivamente gli assicurati che, alla data indicata, abbiano avviato un procedimento amministrativo o giudiziario per l’accertamento del diritto alla rivalutazione contributiva, purchè, per questi ultimi, il giudizio non sia stato definito con sentenza di rigetto.

Le ragioni dell’opzione interpretativa della Suprema Corte poggiano fondamentalmente sulle seguenti considerazioni: per un verso, la rivalutazione contributiva non rappresenta una prestazione previdenziale autonoma, ma determina i contenuti del diritto alla pensione, cosicchè, per “maturazione del diritto” non può che intendersi il perfezionamento del diritto al trattamento pensionistico anche sulla base del beneficio di cui all’art. 13, comma 8, d.lgs. 257/1992 (per questa parte, perciò, la disposizione si limita a confermare quanto già disposto dall’art. 47, comma 6-bis d.lgs. 26912003, lasciando peraltro immutate le altre ipotesi di salvezza ivi contemplate); per altro verso, nel regime precedente, non era prevista una domanda amministrativa per far accertare il diritto alla rivalutazione dei contributi previdenziali per effetto di esposizione all’amianto e deve perciò ritenersi che il legislatore abbia espresso l’intento, ricostruito secondo un’interpretazione orientata dal principio costituzionale di ragionevolezza, di escludere l’applicazione della nuova disciplina “anche” per coloro che comunque avessero già avviato una procedura amministrativa per l’accertamento dell’esposizione all’amianto (non solo mediante domande rivolte all’lnail, ma anche, e soprattutto, all’Inps quale parte del rapporto previdenziale).

Alla stregua dello stesso criterio interpretativo, deve ritenersi che all’apertura di un procedimento amministrativo -proprio perchè non previsto come obbligatorio nel regime previgente- sia stata equiparata l’apertura di un procedimento giudiziale, con l’avvertenza che l’esito sfavorevole del giudizio avrebbe consentito soltanto di giovarsi della nuova disciplina nella parte in cui “estende” il beneficio (vedi comma 6-ter dell’art. 47 e tenuto conto altresì che la salvezza della precedente normativa è stata disposta esclusivamente in “favore” dei lavoratori), considerata l’impossibilità di attribuire rilevanza conservativa all’accidente di una sentenza favorevole, poi travolta nei gradi successivi del giudizio e l’opportunità di applicare la normativa precedente ai procedimenti di accertamento dei requisiti già terminati o ancora in corso, non soltanto al fine di rispettare le situazioni soggettive di aspettativa, ma anche di conservare la validità degli accertamenti -spesso lunghi e complessi- già espletati sulla base delle norme precedentemente in vigore.

Ciò posto, alla luce delle disposizioni normative illustrate e dei principi sanciti dalla Cassazione, deve ritenersi che la nuova disciplina non risulti applicabile alla presente fattispecie, in quanto il ricorrente ha provato di avere presentato istanza amministrativa all’ Inail per ottenere il rilascio di attestazione della esposizione ultradecennale ad amianto in data anteriore al 19.9.2001.

Procedendo a valutare la fondatezza nel merito del ricorso, in via preliminare ed in diritto, giova evidenziare che, in adesione ai principi di diritto ripetutamente enunciati dalla Suprema Corte fin dalla sentenza 3 aprile 2001, n. 4913 (e, successivamente, tra tante, 27 febbraio 2002, n. 2926,15 maggio 2002, n. 7084, Il luglio 2002, n. 10114, 12 luglio 2002, n. 10185, 23 gennaio 2003, n. 997; 29 ottobre 2003, n. 16256; 13 febbraio 2004, n. 2849), chi scrive ritiene che l’ attribuibilità della maggiorazione contributiva (sia prima che dopo le innovazioni normative di cui si è detto) presuppone che l’ interessato abbia subito, nel corso dell’attività lavorativa, un’ esposizione all’amianto superiore in intensità ai valori limite indicati nella legislazione prevenzionale di cui al d.lgs. n. 277/91 e successive modifiche.

In particolare, l’attribuzione dell’ eccezionale beneficio della rivalutazione contributiva di cui all’art. 13, comma 8, della legge 27 marzo 1992, n. 257, nel testo risultante dalle modifiche apportate dall’art. 1, comma 1, decreto legge 5 giugno 1993, n. 169, e dalla successiva legge di conversione 4 agosto 1993. n. 271, presuppone l’ adibizione ultradecennale del lavoratore a mansioni comportanti, per il lavoratore medesimo, un effettivo e personale rischio morbigeno, tale da costituire un pericolo concreto per la salute a causa della presenza, nei luoghi di lavoro, di una concentrazione di fibre di amianto superiore ai valori limite indicati nella legislazione di prevenzione di cui al decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277, e successive modifiche.

L’accertamento della esistenza di una esposizione significativa nei sensi sopra precisati deve essere compiuto dal giudice avendo riguardo alla singola collocazione lavorativa, verificando cioè -nel rispetto del criterio di ripartizione dell’onere probatorio ex art. 2697 c.c. (o, se del caso, avvalendosi dei poteri di ufficio ad esso riconosciuti nel rito del lavoro) – se colui che ha fatto richiesta del beneficio di cui all’art. 13, comma 8, dopo aver indicato e provato la specifica lavorazione praticata, abbia anche dimostrato che l’ambiente nella quale la stessa si svolgeva presentava una concentrazione di polveri di amianto superiore ai valori limite indicati (attraverso il rinvio al D. Lgs. n. 277 del 1991) nell’art. 3 della legge n. 257 del 1992. Il lavoratore, inoltre, sempre nell’ottica della necessaria personalizzazione del rischio, dovrà dimostrare la sussistenza dell’ulteriore requisito prescritto dalla legge, vale a dire di essere stato esposto a quel rischio “qualificato” per un periodo non inferiore a dieci anni; con l’avvertenza che, nel periodo in questione, dovranno essere computate le pause “fisiologiche” di attività (riposi, ferie, festività) che rientrano nella normale evoluzione del rapporto di lavoro (cfr. ex plurimis Cassazione Civile Sent. n. 997 del 23-01-2003).

Tale orientamento è stato recentemente ribadito dalla Suprema Corte, la quale (si veda Cassazione Civile, Sez. Lav., 26 febbraio 2009, n. 4650), ha affermato che “il disposto della L. n. 257 del 1992 art 13, comma 8, deve essere interpretato nel senso che il beneficio pensionistico ivi previsto spetta unicamente ai lavoratori che, in relazione alle lavorazioni cui sono stati addetti e alle condizioni dei relativi ambienti di lavoro, abbiano subito per più di dieci anni (periodo in cui vanno valutate anche le pause fisiologiche, quali riposi, ferie e festività) un’esposizione a polveri d’amianto superiore ai limiti previsti dal D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, artt. 24 e 31.”, aggiungendo che “in tema di benefici previdenziali in favore dei lavoratori esposti all’amianto, ai fini del riconoscimento della maggiorazione del periodo contributivo ai sensi dell’art. 13, comma 8, l. 27 marzo 1992 n. 257, applicabile “ratione temporis”, occorre verificare se vi sia stato il superamento della concentrazione media della soglia di esposizione all’amianto di 0,1 fibre per centimetro cubo, quale valore medio giornaliero su otto ore al giorno, avuto riguardo ad ogni anno utile compreso nel periodo contributivo ultradecennale in accertamento e non, invece, in relazione a tutto il periodo globale di rivalutazione, dovendosi ritenere il parametro annuale (esplicitamente considerato dalle disposizioni successive che hanno ridisciplinato la materia) quale ragionevole riferimento tecnico per determinare il valore medio e tenuto conto, in ogni caso, che il beneficio è riconosciuto per periodi di lavoro correlati all’anno.”

Tale linea interpretativa si collega all’esigenza di individuare una soglia di esposizione a rischio che valga a dare concretezza alla nozione di esposizione all’amianto presa in considerazione dalla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, (nel testo di cui al D.L. n. 169 del 1993, art. 1, convertito nella L. n. 271 del 1993), nozione che non contiene, nella mera formulazione letterale della norma, quegli elementi di delimitazione del rischio quali invece sono rappresentati, nella previsione del comma 6, dal particolare tipo di lavorazione (svolgimento del lavoro nelle cave o nelle miniere di amianto) e, in quella del comma 7, dalla verificazione di una malattia professionale correlata all’esposizione stessa. L’opzione ermeneutica della Corte si correla con l’orientamento della Corte costituzionale, la quale con le sentenze n. 5/2000 (avente specificamente ad oggetto la questione della sufficiente determinazione della norma) e n. 434 del 2002, valutabili congiuntamente, ha rilevato che la norma in questione ha una portata delimitata dalla previsione del periodo temporale minimo di esposizione a rischio e c:o-“:::::””:::'{ dalla riferibilità a limiti quantitativi inerenti alle potenzialità morbigene dell’amianto contenuti nel D.Lgs. n. 277 del 1991 e successive modifiche.

E’ stato anche precisato che, del riferimento complessivo al D. Lgs. n. 277 del 1991, artt. 24 e 31 è rilevante in concreto il dato emergente dall’art. 24, il quale indica al comma 3, o meglio indicava (visto che tutto il capo 31 del D.Lgs. n. 277 del 1991, comprendente sia l’art. 24 che l’art. 31, è stato abrogato dal D.Lgs. 25 luglio 2006, n. 257, art. 5, che ha dato attuazione alla direttiva comunitaria 2003/18/CE del 27 marzo 2003, inserendo la novellata disciplina della protezione dei lavoratori contro i rischi connessi all’esposizione all’amianto nel D.Lgs. n. 626 del 1994 )- il valore di 0,1 fibre di amianto per centimetro cubo, in rapporto ad un periodo di riferimento di otto ore, quale soglia il cui superamento implica, in sostanza, la valutazione della relativa posizione di lavoro come esposta ad un rischio qualificato, richiedente l’adozione di apposite misure di prevenzione e monitoraggio. L’art. 31 indicava invece – nel testo comprensivo delle modifiche L. n. 257 del 1992, ex art 3 – i valori medi limite di esposizione all’amianto nella misura di 0,2 fibre per centimetro cubo, salvo il superiore limite di 0,6 fibre per centimetro cubo in caso di esposizione a sole fibre di crisolito (Cass. n. 1625612003 e 1611912005,40012007 e numerose altre sentenze successive). Peraltro, il D. Lgs. n. 626 del 1994, art. 59 decies introdotto dal D. Lgs. n. 257 del 2006, art. 2 (in attuazione, come si è già ricordato, della direttiva comunitaria 2003/18/CE), ha ormai fissato nel valore di 0,1 fibre per centimetro cubo il limite massimo di esposizione all’amianto.

La stessa soglia è stata recepita, con utilizzazione di una diversa unità di misura, dal D.L. n. 269 del 2003, art. 47 (il cui testo è stato ampiamente modificato e integrato dalla Legge di Conversione n. 326 del 2003 e la cui portata è stata ulteriormente precisata dalla L. n. 350 del 2003, art. 3, comma 132) che, oltre a modificare la misura e la portata del beneficio contributivo accordato (è stato ridotto il coefficiente di maggiorazione da 1,5 a 1,25 e limitata la sua incidenza alla determinazione della misura delle prestazioni pensionistiche, con esclusione della sua rilevanza ai fini del diritto all’accesso alle prestazioni stesse), ha precisato la fattispecie costitutiva nel senso che è richiesta, per l’acquisizione del detto beneficio previdenziale, l’esposizione all’amianto in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro, come valore medio su otto ore al giorno, concentrazione che corrisponde a quella di 0,1 fibre per centimetro cubo espressa, con diversa unità di misura, dalla L. n. 277 del 1991, artt. 24.

Venendo alla presente controversia, deve in primis rilevarsi che consta in atti curriculum lavorativo del ricorrente da cui risulta che il F., a partire dal 29.9.1975, ha lavorato presso la Centrale X – prima Y svolgendo:

– dal 29.9.1975 al 1.1.1976, mansioni di operaio;

– dal 2.1.1976 al 1.1.1982, mansioni di meccanico qualificato di squadra e di saldatore

tubista, nel reparto di Manutenzione meccanica;

– dal 2.2.1982 al 2.5.1991, mansioni di addetto alla demineralizzazione e al trattamento di acque, all’interno del reparto Esercizio.

È poi provato che il ricorrente ha ottenuto il rilascio di attestazione della esposizione qualificata ad amianto da parte dell’Inail in data 19.9.2001, limitatamente al periodo compreso tra il 2.1.1976 ed il 31.12.1981 (si veda documento allegato sub 3 del fascicolo del ricorrente).

Quanto alla prova della esposizione qualificata ad amianto per il restante periodo di attività lavorativa nello stabilimento Y di Brindisi, essa deve ritenersi dato acquisito alla luce delle dichiarazioni rese dal teste escusso in giudizio, del C.d. Protocollo ******** e della relazione peritale prodotta in atti dalla parte ricorrente.

In ordine alle risultanze della prova testimoniale va evidenziato che il teste escusso, sig. F.L. – che ha lavorato nella centrale Y fino al 31.3.2004, con mansioni di assistente tecnico esperto della manutenzione – ha confermato che il F. ha svolto, presso la Centrale Y di Brindisi, mansioni di saldatore carpentiere dal 1975 al 1982 e di addetto al trattamento delle acque – reparto esercizio fino al giorno di cessazione di attività lavorativa da parte del Fuso e cioè il 31.3.2004.

Il teste ha inoltre dichiarato che il ricorrente ha svolto, sempre presso la Centrale Termoelettrica Y le stesse mansioni svolte da altri lavoratori (quali P., R. S. A., S., D.G., M., C. e M.), che hanno già ottenuto il riconoscimento del diritto ai benefici di cui alla legge n. 257/1992 con sentenze pronunciate in altri giudizi instaurati presso il Tribunale di Bari, il Tribunale di Brindisi ed il Tribunale di Lecce (si vedano sentenze in atti).

Ha confermato le circostanze dedotte in ricorso in ordine alla suddivisione della centrale in reparti non separati gli uni dagli altri e quindi costituenti unico ambiente lavorativo, nel quale si verificava una notevole dispersione di polveri di amianto, che venivano inalate da tutti i dipendenti stante la assenza di mezzi di protezione individuali e collettivi.

Ha confermato che il F., dal 1975 e fino al 2004 (anno fino al quale il F. ha lavorato), ha svolto le mansioni indicate nel Curriculum esibito ed in atti.

Le dichiarazioni del teste trovano conferma ed integrazione nel curriculum lavorativo rilasciato dalla Y, nel quale si dà atto che il F., dal 29.9.1975 al 2.5.1991, ha svolto mansioni di operaio, manutentore meccanico e saldatore tubista, addetto al reparto Esercizio.

Ulteriore conferma della esposizione qualificata del ricorrente ad amianto è poi fornita dalla lettura della consulenza tecnica d’ufficio depositata nella Cancelleria del Tribunale di Brindisi il 15.12.09, a firma dell’ing. **** (allegato 5 del fascicolo del ricorrente), elaborata in relazione al giudizio incardinato presso la Sezione Lavoro del Tribunale di Brindisi, da dipendenti (… omissis….) che hanno lavorato presso la Centrale Y svolgendo mansioni analoghe a quelle svolte dal … nei reparti e nel periodo indicati in ricorso (tanto risulta dalle dichiarazioni del teste … e dalla lettura della relazione peritale in atti).

Sul punto, giova rilevare che la giurisprudenza, con pacifico orientamento, ha affermato che, al fine dell’ accertamento di una esposizione qualificata ad amianto, “è indispensabile il ricorso da parte del giudice alla consulenza tecnica, pur senza escludersi la possibilità di trarre elementi di valutazione da quella già espletata in altra causa promossa da lavoratori della medesima azienda, nel qual caso peraltro e, ove non emerga la necessità di una consulenza ad hoc non è sufficiente ai fini dell’ osservanza dell’obbligo di motivazione il mero richiamo alle conclusioni del ctu, imponendosi invece lo specifico esame delle contrarie deduzioni delle parti” (ex multis, si veda Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza n. 2970 del 20.8.1991).

Orbene, va dato atto che la consulenza depositata dal ricorrente risulta fondata su una attenta analisi dei fatti e delle circostanze, essendo immune da vizi logici e giuridici, conseguentemente meritando di essere pienamente condivisa.

Né l’Inps, d’altra parte, ne ha contestato le risultanze o il deposito in giudizio.

Trattasi quindi di elaborato peritale che involge l’indagine sulla sussistenza del rischio amianto nella medesima azienda ed esamina, in particolare, il medesimo ambiente di lavoro del ricorrente e mansioni analoghe a quelle da quest’ultimo svolte, con una totale coincidenza quindi dei fatti posti a fondamento della domanda.

Va detto che il consulente ha preso in considerazione mansioni analoghe a quelle svolte dal ricorrente ed il medesimo ambiente lavorativo, effettuando un complesso lavoro di verifica ambientale sia sulle tecniche sia sui sistemi di produzione in uso nella centrale, evidenziando, in primis, la sussistenza di un generico rischio amianto atteso che è stato accertato che, per anni, tale materiale è stato impiegato nel ciclo di produzione della centrale. Il consulente ha poi individuato le macchine e le attrezzature contenenti amianto, verificando la qualità dei mezzi di protezione utilizzati. Ha concluso ritenendo che nell’ambiente lavorativo nel quale ha prestato la propria attività il ricorrente vi era una elevata dispersione di fibre di amianto. Compiuta tale ricostruzione di carattere generale il consulente ha poi esaminato lo specifico tipo di lavorazione cui è stato addetto anche l’odierno ricorrente e ha accertato che essa, considerata l’ubicazione nonché le caratteristiche dell’ambiente lavorativo, comportava una esposizione qualificata ad amianto in misura superiore ai limiti prevenzionali fissati dalla legge n. 277/1991. In particolare il consulente ha concluso che i sig. T., G.,P., S., R. e M. sono stati esposti all’ amianto presente nell’ ambiente di lavoro in concentrazione media giornaliera superiore al limite fissato dal d. 19s. 277/1991, come valore medio calcolato su otto ore al giorno.

Orbene, le conclusioni cui è giunto il ctu devono ritenersi automaticamente applicabili alla presente fattispecie, atteso che da un attento esame dell’ elaborato risulta che il consulente ha preso in considerazione mansioni identiche a quelle svolte dal ricorrente.

Da ultimo, la prova della sussistenza del requisito della esposizione qualificata deve trarsi nella specie dalla lettura dell’atto di indirizzo del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale (c.d. Atto di indirizzo ********, allegato al fascicolo del ricorrente al momento di presentazione del ricorso) che contiene le linee di indirizzo per il riconoscimento dei benefici previdenziali dovuti all’esposizione all’amianto, e riconosce espressamente che vi è stata esposizione qualificata all’amianto per quanti abbiano svolto l’attività di operatori addetti alla manutenzione di strutture, impianti e macchine, di operatore sala macchine, oltre al carico, scarico, movimentazione e taglio dei manufatti contenenti amianto e quindi, in ultima analisi, di attività analoghe a quelle svolte dal ricorrente presso la Centrale Termoelettrica (per come emerse dalla lettura del CV, della relazione peritale in atti e delle dichiarazioni rese dal teste F.).

Alla luce di tutte le suesposte considerazioni non può revocarsi in dubbio che il ricorrente, dalla data di assunzione e cioè dal 29.9.1975, sia stato esposto al rischio amianto in misura superiore ai limiti di legge.

Quanto invece al periodo in relazione al quale può ritenersi sussistere prova ragionevolmente certa della esposizione qualificata, ai sensi e per gli effetti di cui all’ art. 13 della legge n. 257/92, fermo restando che il teste F. ha confermato lo svolgimento delle mansioni indicate in ricorso, da parte del ricorrente, anche oltre il 1991 (data ultima indicata nel CV in atti) e almeno fino al 2004, esso va limitato al 31.12.1992.

Sul punto deve precisarsi che, stante la carenza di indicazioni in tal senso nell’elaborato peritale depositato in atti, fonte del convincimento si trae dalla lettura di diverse sentenze depositate dal ricorrente e relative a giudizi instaurati da suoi colleghi di lavoro nei confronti dell’ Inps al fine di ottenere il riconoscimento dei benefici di cui alla legge n. 257/1992.

In particolare, la sentenza emessa dal Tribunale di Brindisi, n. 68712010, evidenzia che, nella consulenza tecnica redatta dal Dr…. (non depositata dell’odierno giudizio) nel procedimento n. 399912006, incardinato presso il Tribunale di Lecce da un collega di lavoro del ricorrente, il ctu ha evidenziato che non si può escludere una esposizione pari a 1000 fibre per litro di aria in considerazione della struttura dell’ ambiente di lavoro, caratterizzato, fino al 1992, da un elevato utilizzo nelle strutture e negli impianti di materiali in amianto in matrice friabile e non, tutti sottoposti ad una intensa e rapida usura. Ha poi evidenziato che, successivamente al 1992, è iniziata la dismissione dell’ amianto dai materiali e dal ciclo di produzione.

Pertanto, va riconosciuto il diritto del ricorrente all’ applicazione dei benefici di cui alla legge n. 257/92 stante l’esposizione a rischio qualificato per un periodo superiore a dieci anni nell’ arco temporale compreso tra il 29.9.1975 ed il 31.12.1992.

Il ricorso va dunque accolto con conseguente condanna dell’ Inps ad adottare i provvedimenti necessari alla rivalutazione del periodo contributivo in relazione al periodo innanzi detto.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo.

Brindisi, li 11.1.2011

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Tribunale di Brindisi – Sezione Lavoro – Sentenza n. 724 del 17 Febbraio 2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice Unico del Tribunale di Brindisi, dott. ****************, quale Giudice del Lavoro, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella controversia in primo grado iscritta al n.14402007 ************

TRA

R. G. rappresentato e difeso dagli avv. ….

RICORRENTE

E

INPS in persona del legale rappresentante, rappresentato e difeso dall’avv …..

RESISTENTE

avente ad oggetto: riconoscimento beneficio legge 25792 (AMIANTO)

PQM

Il Giudice di Brindisi in funzione di Giudice del Lavoro, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta nei confronti di INPS con ricorso depositato il 15.05.2007 così provvede:

1) Rigetta il ricorso

2) Spese compensate

MOTIVI DELLA DECISIONE IN FATTO E IN DIRITTO

Con ricorso depositato il 15.05.2007 il ricorrente ha adito il Tribunale di Brindisi, sezione lavoro, premettendo di essere stato dipendente presso M. (Petrolchimico di Brindisi) dal 8.07.1963 al 30.12.1988, con mansione di addetto alla colorazione e alle cd celle, rimanendo esposto all’amianto.

Aggiungeva che in data 18.05.2005 aveva richiesto all’ INAIL il certificato esposizione amianto e che INPS aveva rigettato la richiesta di ricostituzione del trattamento pensionistico per la rivalutazione contributiva.

Si costituiva l’INPS ed eccepiva il difetto dei requisiti per fruire dei benefici richiesti.

Non vi sono elementi che possano consentire di riconoscere i benefici di cui alla legge 27.3.1992 n. 57 art 13 e successive modificazioni, alla luce della giurisprudenza più recente.
“Il beneficio previdenziale per i lavoratori del settore amianto, di cui all’art. 13, comma 8. 1. 27 marzo 1992 n. 257 e successive modificazioni, compete esclusivamente ai soggetti qualificabili come “lavoratori” alla data di entrata in vigore della stessa legge (28 aprile 1992), ovvero ai prestatori di lavoro subordinato in attualità di servizio, a quelli in stato di temporanea disoccupazione, ed anche ai titolari fornitori di pensione o assegno di invalidità, in quanto beneficiari di prestazioni non preclusive dello svolgimento di attività lavorativa, nonché, infine, ai superstiti di tali soggetti, purché il decesso si sia verificato dopo il 28 aprile 1992. (In applicazione di tale principio, la s.e. ha confermato la sentenza di merito che aveva negato il diritto alla maggiorazione del trattamento previdenziale in favore del titolare di una pensione ai superstiti liquidata prima del 28 aprile 1992, in quanto il dante causa del richiedente non poteva essere considerato “lavoratore” al momento della entrata in vigore della legge citata, essendo già da tempo deceduto)”. Cassazione civile, sez. lav., 28 aprile 2004, n. 8182 I pensionati, che possono vantare il beneficio, sono esclusivamente quelli che lavoravano nell’aprile 1992 e cioè dopo l’entrata in vigore della legge.

Emerge chiara dalla parola della legge (art. 13) la volontà del legislatore di escludere dalla rivalutazione contributiva pari a 1,5 i soggetti meramente titolari di prestazioni pensionistiche.

Ed invero, l’anzidetta disposizione riconosce espressamente il beneficio in favore soltanto: dei lavoratori delle miniere o delle cave di amianto, per il solo fatto di avere lavorato in tali luoghi (sub 6); di quelli che abbiano già contratto malattie professionali a causa dell’esposizione all’amianto (sub 7); dei lavoratori che siano stati esposti all’amianto per più di dieci anni e non ancora affetti da malattie professionali (sub 8).
Ora contro un’ interpretazione estensiva, che ricomprenda nella categoria dei destinatari della rivalutazione anche i soggetti non più occupati, militano una serie di inequivoci dati sul piano letterale, oltre che logico e sistematico, quali: l’esplicita sua riserva in favore dei soli “lavoratori” per il conseguimento di prestazioni pensionistiche, nel titolo del capo IV e nello stesso art. 13 della legge n. 257 del 1992, e cioè di soggetti ancora attivi nel campo del lavoro ed ai fini di prestazioni ancora non usufruite; lo stretto collegamento con le finalità dichiaratamente perseguite, all’art. 1 della stessa legge, come la dismissione della produzione dell’amianto, di per sè incompatibili con un danno non effettivo o con una malattia non sicura; l’uguale tecnica normativa adoperata sub art. 13 n. 3, consistita nella previsione del numero massimo dei pensionamenti anticipati, quindi incompatibile con l’estensione della misura a tutti i titolari di prestazioni pensionistiche per la sola ragione della loro passata esposizione all’amianto; la stessa portata della legge n. 271 del 1993, che sempre nell’ambito delle disposizioni urgenti per i lavoratori del settore amianto, consente all’interprete, alla stregua della sua formulazione letterale, la ricomprensione nell’area dei soggetti titolari del beneficio dei soli lavoratori costretti a cambiare azienda per licenziamento o cessazione dell’impresa e, quindi, non più occupati nel settore dell’amianto al momento della entrata in vigore della legge, con esclusione quindi dei semplici pensionati; la individuazione di determinati stanziamenti di spesa per l’attuazione degli oneri relativi che ne vieta qualsiasi incontrollata dilatazione sul piano applicativo, oltretutto in contrasto col principio, anche di rango costituzionale, della preventiva copertura finanziaria; la natura eccezionale delle disposizioni all’esame, sia perché per il conseguimento del beneficio non è richiesta la domanda dell’interessato nè sono previsti termini, sia perché la loro ratio è chiaramente individuabile nella finalità perseguita dell’allontanamento dei lavoratori da situazioni tipicizzate di pericolo in relazione ad occupazioni in atto o a fatti di esposizione già avvenuti per il passato in settori altamente morbigeni.

Nè rileva, alla stregua delle finalità sopra descritte, la circostanza che il testo della legge n. 271 del 1993, al comma 8, abbia fatto riferimento “ai fini delle prestazioni pensionistiche” mentre nei commi precedenti è rimasta invariata l’espressione “conseguimento delle prestazioni pensionistiche” .

Sul punto si è espressa anche la Corte Costituzionale con sentenza 31.10.2002 n. 434.” Non è fondata, in riferimento agli art. 3 comma l e 38 cost., la q.l.c. dell’art. 13 comma 81. 27 marzo 1992 n. 257, come modificato dall’art. 1 d.I. 5 giugno 1993 n. 169, conv., con modificazioni, in 4 agosto 1993 n. 271, nella parte in cui, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, non stabilisce che l’erogazione del beneficio della rivalutazione contributiva ivi prevista spetti ai lavoratori esposti all’amianto per oltre un decennio che fossero già pensionati al momento dell’entrata in vigore della 1. n. 257 del 1992, in quanto tale beneficio non ha carattere risarcitorio o indennitario – come erroneamente ritenuto dal rimettente – ma ha invece la principale funzione di permettere ai lavoratori coinvolti nel processo di dismissione delle lavorazioni comportanti l’uso dell’amianto di ottenere il diritto alla pensione, sicché non può essere considerata discriminatoria o irragionevole l’esclusione dal beneficio in questione di quei lavoratori che al momento della entrata in vigore erano già pensionati o avevano maturato il diritto”.

L’orientamento difforme espresso dal Tribunale di Ravenna ( per tutte la sentenza n. 1391999) e richiamato dalla parte ricorrente è rimasto isolato ed appare superato alla luce della giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale sopra riportata.

Nel caso in esame il ricorrente stesso dichiara di aver lavorato sino al 3012.1988 e non specifica nulla per il periodo successivo. Anche dalla copia del libretto di alveo allegato risulta solo il periodo lavorativo sino al 1988 alle dipendenze di M.

Si osserva che alla data del 1988 il ricorrente non aveva raggiunto l’età pensionabile essendo nato nel 1933 e tuttavia non risulta che alla data della entrata in vigore della legge del 1992, egli fosse al lavoro ( o in stato di temporanea disoccupazione ).

Era sicuramente onere del ricorrente fornire la prova relativa tantopiù che dallo stesso fascicolo di parte risulta che l’INPS aveva rigettato la domanda del 18.5.2005 proprio perché il lavoratore non era in servizio alla data di entrata in vigore della legge 2571992.

Alla luce di quanto sopra non vi sono elementi che consentano di accogliere il ricorso ma motivi di equità collegati proprio alla complessità della materia giustificano la integrale compensazione delle spese.

Brindisi 17/02/2011

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Tribunale Brindisi Fasano 7/4/2010

Redazione

FATTO E DIRITTO
La domanda di parte attrice deve essere accolta per le ragioni che seguono.
Va in primo luogo dichiarata la proponibilità dell’azione, avendo parte attrice ritualmente ottemperato al disposto di cui all’art. 22 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, con lettera raccomandata del 23.3.04.
La causa è stata iniziata decorsi i 60 giorni previsti da tale norma.
Ciò chiarito, consta ex actis, che in data 23 giugno 2003, intorno alle ore 15.55 il convenuto Sempronio, alla guida dell’autovettura Lancia Dedra su descritta, con a bordo sul sedile anteriore destro la sig.na *******, percorreva la S.S. 379, con direzione Bari/Brindisi, quando giunto in prossimità della progressiva chilometrica 6.400, in agro del comune di Fasano (BR), effettuava sorpasso di altro veicolo. Al termine di tale manovra, il convenuto iniziava manovra di rientro sulla corsia normale ma perdeva il controllo del proprio autoveicolo e deviava la propria corsa verso sinistra, andando ad urtare contro il new-jersey centrale.
Dopo tale collisione, l’autovettura percorreva la carreggiata e, dopo aver abbattuto due paletti di sostegno della segnaletica stradale verticale, e percorso anche la corsia di accelerazione del raccordo che dalla S.P. 7 si innesta con la S.S. 379, andava a collidere contro il guard-rail posto sulla destra a protezione di tale corsia. Successivamente alla collisione, il veicolo sormontava la barriera metallica, finendo nella scarpata discendente adiacente la carreggiata e, dopo aver abbattuto un albero, si arrestava.
A seguito dell’incidente,******* veniva trasportata, a mezzo di ambulanza intervenuta sul posto, presso l’Ospedale Civile di Ostuni ove, giudicata in prognosi riservata, veniva trasferita presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale ********** di Lecce, ove decedeva alle ore 20.00, a causa delle gravissime lesioni riportate nell’incidente.
Sul luogo intervenivano per i dovuti accertamenti gli agenti della Polizia Stradale "Puglia", che effettuavano i rilievi e le misurazioni del caso.
Orbene, il sinistro di che trattasi è da ascrivere a colpa esclusiva di Sempronio.
Infatti, ex actis, non può considerarsi acquisita la prova di una concorrente responsabilità di un soggetto terzo, non identificato, nella causazione del sinistro. Ciò per quanto la perizia disposta, in sede di indagini penali, abbia evidenziato che il movimento dell’auto del convenuto contumace, quale descritto dal teste ***************, sia compatibile con la presenza di un ostacolo, sul percorso di quest’ultimo; ostacolo che lo avrebbe indotto a cambiare la propria traiettoria, deviando sulla sinistra e collidendo con il garde rail.
Tal ultima rimane, allo stato degli atti, un’ipotesi ricostruttiva della dinamica del sinistro che – per quanto, in astratto, plausibile – risulta, però, sfornita di idonei riscontri probatori.
Il complesso delle suddette circostanze unitamente alla contumacia del convenuto, regolarmente citato, nonché alla sua mancata comparizione a rendere l’interrogatorio formale ad essa deferito, è, a giudizio del Tribunale, sufficiente a far ritenere con ragionevole probabilità che la dinamica del sinistro sia effettivamente quella descritta da parte attrice, il che comporta, nella valutazione complessiva degli elementi di rilievo presenti nella fattispecie, la fondatezza della domanda sotto il profilo dell’accertamento della dinamica del sinistro de quo .
L’affermazione della responsabilità del conducente del veicolo in questione determina la condanna, in solido, della società convenuta – non avendo,peraltro, tal ultima fornito prova dell’esistenza di un massimale alla copertura assicurativa del danneggiante – al risarcimento dei seguenti danni subiti e richiesti dagli attori in conseguenza dell’evento:

a) Danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico iure proprio
E’ noto come le Sezioni Unite dell’11.11.2008 abbiano degradato il danno biologico a mera componente descrittiva della più ampia categoria del danno non patrimoniale.
Esso, va inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica in sè considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua concreta dimensione.
Tale voce di danno, come precisato dalla Corte Costituzionale, n. 184/’86, non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza del danneggiato, con il conseguente paradosso, al contempo, dell’irrisarcibilità del danno biologico, subito da chi sia sprovvisto di un’attività lavorativa e della commisurazione del danno all’occupazione del soggetto o, persino – secondo un’inammissibile visione della società, rigidamente ripartita per classi – del padre.
Come espressamente affermato anche dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, per danno biologico deve, invece intendersi "la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito".
Ciò premesso, il danno biologico consistente nella violazione dell’integrità psico-fisica della persona va considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute e, a tal riguardo, è evidente la rilevanza del c.d. pregiudizio estetico).
Giova precisare che, anche con riguardo alla collocazione sistematica, relativa al danno estetico, la pronuncia dell’11 novembre 2008 si pone nel solco della tradizione.
Essa, infatti, in piena armonia con la logica di tipizzazione e delimitazione del danno non patrimoniale che la caratterizza, opta per la tesi tradizionale per cui tale voce di danno non configura quale entità autonomamente risarcibile, semmai sotto l’etichetta del danno esistenziale, ma costituisce una mera componente del danno biologico.

Ciò premesso, dalla espletata consulenza medico-legale, è risultato che
le lesioni causalmente collegate al sinistro sono le seguenti:
1) per *********** e f. "disturbo dello spettro ansioso depressivo reattivo" con un danno biologico, sub specie di postumi permanenti, dell’8-10 per cento, una ITT di giorni 30 e una ITP, al 50 per cento, anch’essa di giorni 30;
2) per quanto concerne, invece, **** , "disturbo postraumatico da stress con note di ansia" con un danno biologico, sub specie di postumi permanenti, del 13 per cento e una ITT di giorni 30 e una ITP al 50 per cento anch’essa di giorni 30;
3) in ultimo, quanto a tizia *****, "disturbo endoreattivo" di grado marcato un danno biologico del 18 per cento e una ITT di giorni 30 e una ITP al 50 per cento anch’essa di giorni 30.

In sede di relazione peritale, é’ stato precisato come il suddetto danno biologico, per tutti i soggetti periziati, sia inidoneo ad incidere sulla capacità lavorativa specifica dei soggetti interessati.
Le conclusioni del medico legale sul danni biologico, sono condivise dal Tribunale, in quanto basate su un completo esame anamnestico e su un obiettivo, approfondito e coerente studio della documentazione medica prodotta, valutata con criteri medico-legali immuni da errori e vizi logici.
Per quanto concerne il quantum di tali danni, si ritiene opportuno applicare, al caso di specie, le tabelle di Milano, in quanto aggiornate rispetto al nuovo inquadramento del danno non patrimoniale cui sono approdate le Sezioni Unite dell’11.11. 2008.
Le nuove Tabelle – approvate il 28 aprile 2009 – presentano profili di innovatività rispetto alle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica. Infatti, esse individuano il nuovo valore del c.d. "punto" muovendo dal valore del "punto" delle Tabelle precedenti (connesso alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente), aumentato, in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione "medio" anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla "sofferenza soggettiva", di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34 % di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), e prevedendo inoltre percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.
Applicando le predette tabelle – che hanno fissato in un valore da € 88 a € 132 l’importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta – al caso si specie e assumendo quale momento temporale rilevante il 23.6.03, ovvero la data del sinistro, il danno biologico subito da:
a) **** , deve essere quantificato in euro 38.000 cui si perviene, movendo dal valore del "punto", relativo al danno non patrimoniale (biologico + morale) € 2940.69, moltiplicandolo per il numero dei punti di invalidità (13), applicando, al contempo, il relativo demoltiplicatore, e aumentando il suddetto prodotto pari a euro 29.436 fino a euro 38.000, per esigenze di personalizzazione del danno. Esigenze che rinvengono la propria ragion d’essere nella peculiarità del caso di specie, idoneo a determinare, secondo l’id quod plerunque accidit, un apprezzabile pretium doloris, oltre che nella particolarità della lesione psichica subita. A tale somma vanno aggiunti € 2640,00 per ITT, giorni 30; nonché € 1320,00 per ITP al 50 %, giorni 30, per complessivi euro 3960,00;
b) tizia , deve essere quantificato in euro 65.000 cui si perviene, movendo dal valore del "punto", relativo al danno non patrimoniale (biologico + morale) € 3669.54, moltiplicandolo per il numero dei punti di invalidità (18), applicando, al contempo, il relativo demoltiplicatore, e aumentando il suddetto prodotto pari ad euro 50860.00 fino a euro 60.000, per esigenze di personalizzazione del danno. Esigenze che rinvengono la propria ragion d’essere nella peculiarità del caso di specie, idoneo a determinare, secondo l’id quod plerunque accidit, un apprezzabile pretium doloris oltre che nella particolarità della lesione psichica subita. A tale somma vanno aggiunti € 2640,00 per ITT, giorni 30; nonché € 1320,00 per ITP al 50 %, giorni 30, per complessivi euro 3960,00;
c) **** junior, deve essere quantificato in euro 35.000,00 cui si perviene, movendo dal valore del "punto", relativo al danno non patrimoniale (biologico + morale), pari,rispettivamente, ad € 2524,73, moltiplicandolo per il numero dei punti di invalidità (10), applicando, al contempo, il relativo demoltiplicatore, e aumentando il suddetto prodotto pari ad euro 23859,00 fino a euro 25.000,00 per esigenze di personalizzazione del danno. Esigenze che rinvengono la propria ragion d’essere nella peculiarità del caso di specie, idoneo a determinare, secondo l’id quod plerunque accidit, un apprezzabile pretium doloris, oltre che nella particolarità della lesione psichica subita. A tale somma vanno aggiunti € 2640,00 per ITT, giorni 30; nonché € 1320,00 per ITP al 50 %, giorni 30, per complessivi euro 3960,00;
d) **** f., deve essere quantificato in euro 30.000 cui si perviene, movendo dal valore del "punto", relativo al danno non patrimoniale (biologico + morale), pari,rispettivamente, ad € 2524,73, moltiplicandolo per il numero dei punti di invalidità), applicando, al contempo, il relativo demoltiplicatore (10), e aumentando il suddetto prodotto pari ad euro 23228,00 fino a euro 30.000, per esigenze di personalizzazione del danno. Esigenze che rinvengono la propria ragion d’essere nella peculiarità del caso di specie, idoneo a determinare, secondo l’id quod plerunque accidit, un apprezzabile pretium doloris, oltre che nella particolarità della lesione psichica subita. A tale somma vanno aggiunti € 2640,00 per ITT, giorni 30; nonché € 2640,00 per ITP al 50 %, giorni 30, per complessivi euro 3960,00.

b) Danno non patrimoniale, sub specie di danno morale iure proprio e di c.d. danno da perdita del rapporto parentale.
Il danno morale consiste, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale (sent. 14 luglio 1986 n. 184), nelle ingiuste perturbazioni dell’animo, o nelle sensazioni dolorose, che derivano al danneggiato a cagione di un illecito.
Tradizionalmente, con l’espressione "danno morale" si indicano le sofferenze, il dolore (fisico o psichico) che può provarsi per una ferita, per una malattia, per la perdita di una persona cara, per un’ingiuria, ecc..
Peraltro, le Sezioni Unite del 2008, hanno disancorato tale voce di danno dal dato temporale, con conseguente abbandono dello schematismo concettuale per cui il danno morale deve essere necessariamente transeunte. D’altra parte, la suddetta figura descrittiva, invero non priva di solidi riscontri nella prassi giurisprudenziale, aveva fondamento normativo assai dubbio, dal momento che, né l’art. 2059 c.c. né l’art. 185 c.p. si esprimono, genericamente, in termini di danno morale, né ne circoscrivono la rilevanza alle ipotesi di transitorietà.
Inoltre, tale ricostruzione del danno morale era inidonea anche ad assicurare adeguati margini di tutela. Infatti, la sofferenza morale cagionata dal reato – lungi dall’essere necessariamente transeunte – ben può protrarsi anche per lungo tempo.
Si tratta, comunque, di un danno che non consente alcuna misurazione precisa e, pertanto, l’entità del risarcimento non può che essere determinata equitativamente dal giudice, tenendo conto della gravità del fatto e della rilevanza delle conseguenza che ne sono derivate.
Ad evitare tentativi di speculazione, il legislatore esclude che il danno non patrimoniale sia, di regola, risarcibile, e ne ammette la risarcibilità, in via eccezionale, nei soli casi previsti dalla legge (art. 2059).Tra questi, il più importante è quello prevista dall’art. 185.2 c.p., che stabilisce la risarcibilità del danno non patrimoniale derivante da reato.
Al riguardo, le Sezioni Unite del 2008, hanno avuto modo di precisare come, in virtù dell’ampia accezione del danno non patrimoniale -ricorrendo una fattispecie di reato – é risarcibile non soltanto il danno non patrimoniale eziologicamente riconducibile alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili (come accade, nel caso, appunto, , di uccisione o lesione grave di congiunto, determinante la perdita o la compromissione del rapporto parentale), ma anche quello conseguente alla lesione di interessi della Persona "non presidiati da siffatti diritti", ma meritevoli di tutela in base all’ordinamento (secondo il criterio dell’ingiustizia ex art. 2043 c.c.). Ciò in quanto la tipicità, in questo caso, non dipende soltanto dal rango dell’interesse protetto e dall’esistenza di una disposizione costituzionale posta a suo difesa, ma dalla stessa previsione legislativa de qua, idonea a fondare la risarcibilità di tutti i danni non patrimoniali cagionati da reato.
Peraltro, sotto altro profilo, le Sezioni dell’11-11.08, nell’ancorare la risarcibilità del danno non patrimoniale all’indefettibile presupposto del rilievo costituzionale del bene leso, hanno ammesso la risarcibilità di tale voce di danno nel caso di uccisione di un congiunto.
Il suddetto fondamento viene rinvenuto negli artt. 2-29-30 Cost. Secondo le Sezioni Unite, "la perdita di un congiunto provoca uno sconvolgimento della vita familiare (c.d. danno da perdita del rapporto parentale)" e "tale pregiudizio di tipo esistenziale, poiché conseguente alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia, è risarcibile".
Quanto al rapporto con la diversa figura descrittiva del danno biologico, nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato, la sofferenza morale, ad esso conseguente, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, sarebbe idonea ad integrare un pregiudizio di carattere non patrimoniale.
Le Sezioni Unite precisano che – per conservare la suddetta configurazione – deve, tuttavia, trattarsi di sofferenza soggettiva in sé considerata, e non quale componente di più complesso pregiudizio non patrimoniale. Ricorrerebbe la prima fattispecie laddove sia allegato il turbamento dell’animo, il dolore intimo patiti ad esempio, dalla persona diffamata o lesa nella identità personale, senza lamentare degenerazioni patologiche della sofferenza.
Qualora, invece, siano dedotte siffatte conseguenze, si rientrerebbe nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente. Dunque, darebbe luogo ad un’ingiustificata duplicazione del risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale – appunto, ricondotto nel danno biologico di matrice psichica di cui costituirebbe mera componente costitutiva. Sotto il profilo della liquidazione, il giudice dovrà, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, provvedendo a valutare, nella loro effettiva consistenza, le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.
Parimenti darebbe luogo a una duplicazione del risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ed unitariamente ristorato.
Ne discende una forte compressione dell’ambito operativo del danno morale soggettivo in favore del danno biologico e del danno da perdita del rapporto parentale, a loro volta, mere figure descrittive dell’unica categoria concettuale del danno non patrimoniale.
Nondimeno, il danno morale, "confluito" nel pregiudizio alla sfera psichica, non può considerarsi un "mero doppione" del danno da "danno da perdita del rapporto parentale", essendo evidente come le suddette categorie descrittive di danno, sottendano interessi costituzionalmente garantiti, autonomi e distinti.
Nel caso di specie, è evidente il diritto dei prossimi congiunti a conseguire il risarcimento del cd. "danno da perdita del rapporto parentale" che deve considerarsi "assorbente" rispetto al c.d pretium doloris (invero già considerato in sede di personalizzazione del danno biologico).
Ciò, avuto riguardo al profondo sconvolgimento della vita familiare degli attori e delle loro abitudini di vita, sconvolgimento che, sulla base dell’id quod plerunque accidit e in assenza di prova contraria, deve ritenersi eziologicamente riconducibile alla scomparsa della congiunta.
D’altra parte, è evidente che, che "la morte di un figlio a seguito di sinistro stradale determinando un’infinita serie di pregiudizi che si riflettono negativamente sull’esistenza dei prossimi congiunti successivamente alla morte del parente e che fanno si che la loro vita di relazione non sia più la stessa, è risarcibile a titolo di danno esistenziale" (Trib. Napoli, 12 febbraio 2002).
Dunque, a titolo di perdita del rapporto parentale, considerati i valori indicati dalle suddette tabelle di Milano, agli attori devono essere riconosciuti rispettivamente euro:
a) 290.000 per quanto concerne sia **** sia tizia ;
b) 120.000 per quanto concerne sia **** junior sia **** f..
Ciò in considerazione di tutte le circostanze del caso di specie, ed, in particolare, del fatto che la vittima principale – peraltro, di giovanissima età – al momento del verificarsi dell’illecito, non era ancora uscita dal nucleo familiare e che quest’ultimo, prima della sua morte, doveva presumersi essere, secondo l’id quod plerunque accidit, coeso e generatore di relazioni affettive intense e appaganti per tutti i suoi componenti.

c) Danno biologico e morale iure hereditatis
Una prima problematica concerne la risarcibilità dei danni subiti nell’ipotesi di morte immediata della vittima. In origine, da una parte, stante l’impossibilità di far valere un proprio diritto al risarcimento del danno (in virtù del principio della irrisarcibilità dei danni riflessi), si è sostenuto che i familiari potessero agire soltanto per far valere iure hereditatis il diritto al risarcimento del danno biologico subito dal familiare. Successivamente, si è compreso, come il danno dei familiare doveva essere qualificato anch’esso, come danno diretto derivante dal fatto lesivo e, pertanto, autonomamente risarcibile ex art. 2043 c.c.
Ciò premesso, in sede interpretativa, si è consolidato il principio della non risarcibilità del danno tanatologico da morte immediata o da lesione mortale seguita da morte immediata, non potendo il defunto trasmettere, per la perdita della propria capacità giuridica, il diritto di credito consequenziale alla perdita della vita (cfr. da ultimo: Cass., sez. III, 25 gennaio 2002 n. 887; Cass. 1704/97; Cass. 13336/99; Cass. 2134/00). La morte del soggetto leso, infatti, comporterebbe il venir meno della soggettività giuridica e, pertanto, non consente il sorgere del diritto alla salute e ciò proprio in virtù della impossibilità giuridica di attribuire la titolarità di diritti in capo a chi non è più in vita.
D’altra parte, non potrebbe attribuirsi valore patrimoniale al bene vita, in favore del titolare, nel momento in cui la perde, in considerazione del carattere personalissimo del diritto relativo, che non è fungibile con un diverso bene e quindi non può essere trasmesso ad altro soggetto per successione (cfr. Trib. Milano 15 aprile 1993 n. 4031).
Invero, esistono anche elementi di carattere sistematico che inducono a concludere per l’insussistenza di un danno biologico da morte iure hereditario, e, in particolare, il criterio di liquidazione del danno biologico – legato all’età del soggetto al momento del sinistro, e quindi alla durata del pregiudizio subìto – oppure il metodo della rendita vitalizia, quale forma di risarcimento del danno da invalidità permanente prevista dall’art. 2057 c.c.: criteri, i quali presuppongono tutti la permanenza in vita della persona lesa (cfr. Trib. Monza 4 aprile 1991).
Inoltre, l’ordinamento tipizza – espressamente e specificatamente – le ipotesi in cui gli eredi sono legittimati ad esercitare, dopo la morte del de cuius, diritti personalissimi appartenenti per loro natura alla sfera di esclusiva pertinenza del titolare (si pensi, ad esempio, all’azione per il riconoscimento della filiazione legittima, ovvero alla presentazione della querela per diffamazione o all’art. 7, comma 2, del R.D. 29.9.1939 n. 1127 in ordine ai diritti dell’inventore).
In ultimo, nel caso in cui la persona muoia, il bene sacrificato non è la salute, bensì la vita. Dunque, gli eredi della vittima, in tal caso, non avrebbero alcun diritto, ad esser risarciti per il danno biologico patito dalla vittima, essendo, eventualmente, legittimati ad esser risarciti, "iure proprio", per i danni biologici (e morali) ad essi direttamente derivati (Cass., sez. III, 24 aprile 1997, n. 3592).
D’altra parte, tale esito interpretativo è stato confermato dal Giudice delle Leggi, il quale ha dichiarato doversi ritenere infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2043 c.c., e, in subordine, dell’art. 2059 c.c., nella parte in cui non consentirebbero, secondo l’ordinanza di remissione (Trib. Firenze 10 novembre 1993), il risarcimento del danno per violazione del diritto alla vita, al contempo, specificando che la lesione dell’integrità fisica con esito letale non può considerarsi un danno in re ipsa, ma "è sempre necessaria la prova ulteriore dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quella indicata dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale), alla quale il risarcimento deve essere (equitativamente) commisurato" (Corte cost. 27 ottobre 1994, n. 372). Soggetta ad un distinto regime giuridico è l’ipotesi della morte sopraggiunta in seguito a lesioni personali dopo un apprezzabile lasso di tempo.
Al riguardo, può ritenersi acquisito al diritto vivente, il principio secondo cui, nel caso in cui tra le lesioni e la morte sia intercorso un congruo lasso di tempo, il diritto al risarcimento del danno biologico della vittima spetta agli eredi iure hereditatis.
Orbene, l’intervallo di tempo deve ritenersi congruo allorché, nel periodo fra l’evento lesivo e la morte, il danneggiato abbia subito un pregiudizio direttamente apprezzabile sull’utilità dell’esistenza. Quando, cioè, si possa ritenere che il bene giuridico violato sia stata la salute e non la vita, allora può ritenersi maturato il credito al risarcimento del danno biologico (Cass. 28 novembre 1998 n. 12083). Invero, nonostante la chiarezza dell’affermazione giurisprudenziale, esistono orientamenti difformi circa le condizioni alle quali poter considerare congruo il suddetto intervallo temporale.
Quanto ai criteri di liquidazione del suddetto danno, il giudice dovrebbe coerentemente giungere a liquidare il danno, secondo gli ordinari criteri tabellari di liquidazione dello stesso, e, quindi, considerando, in via esclusiva, l’intervallo di tempo in cui la vittima sopravviva alle lesioni mortali, con il conseguente rischio di liquidazioni irrisorie rispetto all’enormità dell’evento morte (cfr. Tribunale Trani, 04 aprile 2008 , n. 100 secondo cui "Nel caso di decesso di un conducente di un veicolo, nel corso di un sinistro stradale, il danno morale ed il danno biologico "iure hereditario" va riconosciuto in favore degli eredi del menzionato soggetto deceduto, però è necessario che tra la data del fatto e quella del decesso, sia decorso un lasso di tempo apprezzabile. Ne consegue che se tale danno è ravvisato sussistente, il danneggiato acquisisce (e quindi trasferisce agli eredi) il diritto al risarcimento del danno biologico da inabilità temporanea – per quanto assoluta – per il solo tempo di permanenza in vita e non già in relazione ad un periodo di tempo pari alle sue speranze di vita per il caso di mancata morte a causa delle lesioni).
Di qui, la conclusione, dettata da esigenze di giustizia sostanziale, secondo cui nell’ipotesi del danno biologico e morale, cosiddetto terminale, "che è quello che la vittima di un sinistro subisce nell’apprezzabile lasso di tempo tra la lesione e la conseguente morte", "i fattori della personalizzazione debbono valere in un grado assai elevato"(Cassaz. Sezione III civile, Sentenza 14 luglio 2003, n. 11003), con conseguente necessità di soppesare adeguatamente elementi quali la "gravità delle lesioni" e l’"intensità del dolore della vittima".
D’altra parte, è innegabile la differenza che intercorre tra la suddetta voce di danno e il danno biologico in senso stretto, in quanto se in tal ultimo caso, "fatta eccezione delle invalidità permanenti assai gravi, infatti, la salute del danneggiato tende a regredire o, almeno, a stabilizzarsi; in quello terminale, invece, si assiste ad un danno che tende ad aggravarsi progressivamente". Da ciò la conseguente relativazzazione dei "criteri contenuti in tabelle, che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi, sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità temporanee o permanenti di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso".
Nel medesimo senso appaiono Cass. 16 maggio 2003, n. 7632)., secondo cui "In caso di morte causata da lesioni dopo un apprezzabile lasso di tempo, la quantificazione del danno biologico terminale (quale danno alla salute che, se pur temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità) va effettuato in considerazione delle peculiari caratteristiche del pregiudizio"; così Cass. 23 febbraio 2005, n. 3766 secondo cui "qualora alle lesioni consegua dopo un apprezzabile lasso di tempo la morte del soggetto ferito, la quantificazione del danno biologico terminale risarcibile iure hereditario va operata tenendo conto delle peculiari caratteristiche del pregiudizio che, se pur temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità".
Quanto al danno morale, iure hereditatis, trasmissibile ai congiunti della vittima occorre registrare quanto, recentemente, affermato dalla citata pronuncia delle Sezioni Unite dell’11 novembre 2008, secondo cui il giudice può correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo poco tempo la morte, che sia rimasta lucida dopo l’agonia in consapevole attesa della fine. In tal modo, viene evitato il vuoto di tutela indotto dalla giurisprudenza di legittimità – che si è avuto modo di evocare – la quale nega, appunto, nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita, e lo ammette per la perdita della salute solo se il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile, al quale lo commisura. Una sofferenza psichica siffatta, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesione e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (Cass., SS.UU., 11 novembre 2008)
Orbene, nel caso di specie, il lasso di tempo trascorso tra il sinistro e il decesso (quasi quattro ore) non può considerarsi apprezzabile, per cui non può riconoscersi in capo alla vittima un danno biologico, suscettibile di trasmissione agli eredi.
Parimenti, non avendo la vittima principale ripreso conoscenza, non le può essere riconosciuto alcun danno morale.

d) Danno patrimoniale
Quanto al danno patrimoniale, esiste un divario fra la giurisprudenza di merito e quella di legittimità.
La prima – adottando un approccio probatorio più rigoroso – pretende, ai fini del riconoscimento del danno patrimoniale da lucro cessante, la rigorosa prova che la defunta partecipasse al mantenimento dei propri familiari, ivi compresi i fratelli" (Tribunale Milano, 23 settembre 2005), non potendosi presumere che il defunto/defunta che in futuro ove questi fosse rimasto in vita, avrebbe corrisposto una somma superiore a quella occorrente al proprio mantenimento; nè tale presunzione poteva fondarsi sul mero dato della convivenza (cfr. Cass. 23 febbraio 2004 n. 3549)".
La seconda, pare maggiormente incline a ricorrere alla regola esperenziale dell’id quod plerunque accidit, affermandosi come la prova del danno possa essere essenzialmente "presuntiva" ed utilizzare "i dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, adeguandoli alle peculiarità della fattispecie".
Dunque, il suddetto danno dovrebbe essere liquidato quando "in base ad un criterio di normalità fondato su tutte le circostanze del caso concreto risulti che la vittima avrebbe destinato una parte del proprio reddito futuro alle necessità dei genitori o avrebbe, comunque, apportato ai medesimi utilità economiche pur senza che ne avessero bisogno (Cass.
14.2.2000 n. 1637; Cass. 12.10.1998 n. 10085)".
Orbene, il fatto che, come nel caso di specie, "i genitori in atto godano di fonti di reddito tali da rendere inutile qualsiasi contributo della vittima non rileva, Ai fini risarcitori è irrilevante che i genitori abbiano adeguate fonti di reddito ; essendo, infatti sufficiente che la valutazione delle circostanze del caso concreto complessivamente considerate, con ricorso anche ai dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, evidenzi il suddetto pregiudizio in termini di verosimiglianza e possibilità, secondo i criteri di normalità, in relazione a presumibili bisogni futuri"; ciò salvo che la valutazione complessiva non consenta di presumere che mancheranno mutamenti nel corso degli anni (Cass. 13.11.1997 n11236)":"
Si precisa come "alla tutela aquiliana in questo caso si perviene, riconducendo all’ambito del danno ingiunto la lesione delle aspettative legittime, da non confondere con le aspettative semplici, la cui lesione non dà diritto a risarcimento".
D’altra parte, proprio "nel segno di una maggiore sensibilità alle esigenze di riparazione dei pregiudizi sofferti dai congiunti della persona deceduta a causa di illecito l’area delle aspettative legittime è stata progressivamente allargata dall’ambito strettamente alimentare (Cass. 15.12.1981 n. 6630; Cass. 11.1.1979 n. 224) ai contributi patrimoniali ed alle utilità economiche determinabili sulla base, oltre che di precise disposizioni normative, di regole etico-sociali di solidarietà familiare e di costume (Cass. 26.2.1996 n. 1474; Cass. 22.2.1995 n. 1959)".
Ciò anche in virtù del "collegamento tra clausola generale di tutela (art. 2043 c.c.) e principi costituzionali", in verità, rimasto "criptico… fino alla sentenza 13.11.1997 n. 11236, che lo ha disvelato nella sua ampiezza, affermando che il danno subito dai genitori per l’uccisione del figlio deriva dalla lesione di un diritto soggettivo personale che trova precisi riferimenti nelle norme costituzionali che tutelano l’unità e l’integrità del nucleo familiare (artt. 29 e 30 cost.)".
Orbene, venendo alla concreta liquidazione, a tal fine bisogna fare riferimento alla quota di reddito che la vittima avrebbe destinato al menage familiare ed è evidente come la suddetta operazione di quantificazione risulta complessa qualora il figlio, come nel caso di specie, sia minore e in tenera età, potendosi riferire ai risultati scolastici e all’attitudine dimostrata laddove lo stesso abbia già completato la sua formazione e istruzione per stimare il reddito potenziale. Altri elementi valuativi possono essere rinvenuti nell’età dei genitori e nelle loro condizioni di salute.
Orbene, secondo l’id quod plerunque accidit, si deve ritenere che la vittima – già a buon punto del proprio corso di studi (essendo in possesso di Diploma di Maturità scientifica rilasciato dal Liceo Scientifico Statale "*******" di Ostuni (Br) in data 11 luglio 2002 ed essendo in procinto di iniziare il percorso universitario – al termine dell’Università avrebbe contribuito economicamente ai fabbisogni della propria famiglia, ciò almeno per i primi anni della sua attività lavorativa. Si condivide l’osservazione di parte attrice per cui al riguardo non può non considerarsi "il sensibile aumento, a livello nazionale, dell’età in cui i figli si "staccano" dalla propria famiglia".
Orbene, considerata l’età della vittima principale, deve ritenersi – secondo una regola di esperienza che trae fondamento dall’abituale atteggiarsi delle relazioni familiari – che la stessa avrebbe contribuito alle esigenze della famiglia, per lo meno, nella misura di un quarto del proprio stipendio e per almeno 5 anni.
Il contributo mensile può essere,equitativamente calcolato in euro 400,00 al mese.
Nondimeno, deve ritenersi che, almeno, in pari misura, avrebbe gravato sul menage familiare, né agli atti può dirsi acquisita una prova diversa.
Non risultano documentate le spese funerarie che si liquidano in via equitativa in euro 2000,00 da liquidarsi in favore dei soli genitori.
Dunque, i danni, per ciascuno dei danneggiati, possono essere così analiticamente determinati nella seguente misura:
A) per **** , in euro 331.960,00, così specificati:
-danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico iure proprio pari ad euro 41.960,00;
– danno non patrimoniale, sub specie del c.d. danno da perdita del rapporto parentale pari ad euro 290.000;
B) per tizia , in un importo di euro 358.960,00, così specificato:
-danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico iure proprio pari ad euro 68.960,00;
– danno non patrimoniale, sub specie del c.d. danno da perdita del rapporto parentale pari ad euro 290.000;
C) per **** junior, divenuto medio tempore maggiorenne, in un importo di euro 158.960, che discendono dalla suddetta sommatoria:
-danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico iure proprio pari ad euro 38.960
– danno non patrimoniale, sub specie del c.d. danno da perdita del rapporto parentale pari ad euro 120.000;
– D) per **** f., divenuta medio tempore maggiorenne, in un importo di euro 153.960,00, così specificato:
-danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico iure proprio pari ad euro 33960,00;
– danno non patrimoniale, sub specie del c.d. danno da perdita del rapporto parentale pari ad euro 120.000.
Essendo stato il danno liquidato alla stregua di criteri e valori aggiornati al 2009 ed essendo le somme in precedenza indicate già espresse in moneta al valore attuale, non va accordata la rivalutazione alla data attuale, che darebbe luogo ad un’indebita duplicazione del risarcimento.
Nondimeno, vanno applicati sulla medesima somma vanno computati gli interessi, che hanno natura compensativa e decorrono dal giorno in cui si è verificato l’evento, ovvero dal 23.6.03 (Cass. 23 febbraio 2005, n. 3747; Cass. 26 febbraio 2004, n. 3871; Cass. 17 settembre 2003, n. 13666).
L’accoglimento della domanda determina la regolamentazione delle spese di giudizio che seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da ****, *****, in proprio e nelle loro qualità di genitori esercenti la potestà sul figlio minore *********** e *******, nei confronti di Gamma Assicurazione Spa, in persona del suo legale rapp.te pro tempore e Sempronio, accoglie la domanda di parte attrice, e, per l’effetto:
1) condanna i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni, in favore di **** , quantificati in Euro € 331.960,00, oltre interessi legali dal 23.6.03 sino all’effettivo soddisfo;
2) condanna i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni, in favore di Tizia , quantificati in euro € 358.960,00, oltre interessi legali dal 23.6.03 sino all’effettivo soddisfo;
3) condanna i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni, in favore di **** junior,quantificati in Euro € 158.960,00, oltre interessi legali dal 23.6.03 sino all’effettivo soddisfo;
4) condanna i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni, in favore di caio f., quantificati in Euro € 153.960,00, oltre interessi legali dal 23.6.03 sino all’effettivo soddisfo;
5) condanna, altresì, i convenuti al pagamento, in solido, in favore di tizia e **** di euro 2000,00;
6) condanna, in ultimo, i convenuti al pagamento, in solido, in favore degli attori delle spese e competenze del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 15000,00, di cui Euro 900,00 per spese, Euro 9100,00 per diritti, ed Euro 5000,00 per onorario, oltre *** e Cap come per legge, con distrazione a favore del procuratore dell’attrice, da distrarsi in favore del procuratore che si dichiara anticipatario.

Ostuni, 7.4.10
Il Giudice
(*************************)

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Tribunale Brindisi Fasano 10/2/2010

Redazione

FATTO E DIRITTO
La domanda proposta dall’attrice deve essere accolta in parte qua per le ragioni che seguono.
Si rende necessario premettere che, con sentenza del 4.5.1981 il Tribunale di Brindisi dichiarava il fallimento della signora *****, titolare di un maglificio denominato "Sole" in Fasano.
Avverso la detta sentenza proponeva opposizione l’odierna attrice deducendo che il fallimento era stato dichiarato allorché era trascorso più di un anno dalla cessazione dell’attività e che non sussisteva lo stato di insolvenza stante il rilevante patrimonio immobiliare della fallita.
Nella pendenza della detta procedura fallimentare, e segnatamente nell’anno 1989, il signor **** concordava con la signora ***** di provvedere egli stesso alla tacitazione dei creditori insinuati al passivo fallimentare, per un importo stimato in lire 250 milioni circa (secondo le intese transattive raggiunte dallo stesso **** con la maggior parte dei creditori insinuati), onde consentire il ritorno in bonis della Tizia medesima.
Le parti prevedevano che, ove la Tizia fosse rientrata in bonis, ella gli avrebbe corrisposto l’importo versato maggiorato degli interessi maturati e maturandi al tasso del 29% annuo; mentre, ove ella non fosse ritornata in bonis, il **** avrebbe avuto diritto a soddisfarsi (per il maggiore importo dei crediti acquistati, rispetto a quanto da egli effettivamente erogato) sulle somme che sarebbero state ricavate dalla vendita del rilevante patrimonio immobiliare della Tizia.
Con scrittura del 7.1.89 (doc.1) il **** e l’attrice trasponevano per iscritto le dette intese, e, il primo al fine di garantirsi la restituzione delle somme da egli anticipate per estinguere il credito, chiedeva ed otteneva l’accensione di ipoteca su tutto il patrimonio della Tizia, sito in Fasano alla Via Mignozzi angolo Via Venafra, costituito da un complesso immobiliare formato da due palazzine contigue, composte da tre piani ed attico la prima, e da un piano terra ed un primo piano la seconda, poste in comunicazione tra di loro da vano di collegamento, e dotate di un ampio seminterrato (esteso mq.700 circa) sottostante ad entrambe le palazzine.
Ed in effetti la Tizia, con atto di ricognizione di debito e di concessione di ipoteca del 4.3.1989, redatto dal notaio *******, repertorio n.2151 (doc.2), si riconosceva debitrice dell’importo di £.250 milioni (pari all’importo necessario per la definizione dei crediti ammessi al passivo fallimentare) e rilasciava in favore di **** garanzia ipotecaria sul detto patrimonio immobiliare.
Effettuato il pagamento dei creditori da parte del Caio nel mese di maggio 1989, sopravveniva nel frattempo (in data 28.6.1989) la sentenza di revoca della dichiarazione di fallimento della Tizia (v. sentenza C.Appello di Lecce n.335/1989 del 28.6.1989: v. doc.3, allegato al fascicolo dell’attrice).
Per effetto di tale sentenza, quindi, la Tizia ritornava in bonis; nondimeno l’intero proprio patrimonio era ancora gravato dalla ipoteca iscritta a favore del convenuto.
A titolo di parziale restituzione delle somme anticipate dal ****, per l’estinzione dei crediti ammessi al passivo, la Tizia provvedeva a versare l’importo di lire 85.000.000 in favore del signor ****; ciò a mezzo di assegno circolare della Citibank di Fasano del 3.10.1989 (v. doc.4 allegato al fascicolo dell’attrice).
Quindi, al fine di estinguere il proprio debito nei riguardi del ****, la Tizia, – con atto di "Datio in solutum" stipulato in data 6.4.1991 per notar ******* di Brindisi, repertorio n.6601 (cfr. doc.5 di parte attrice) – cedeva al **** il piano interrato (di mq.700) del detto fabbricato, oltre al piano primo (di mq.700), e a parte (300 metri circa) del piano terreno.
Invero, la vicenda all’attenzione dell’odierno giudicante è stata oggetto, seppur ad altri fini, anche di accertamento penale definitivo.
In primis, viene in rilevo la sentenza di primo grado del 15.6.1996, depositata il 25.7.1996 (doc.10), che ha dichiarato il **** colpevole del reato di usura; condannandolo, altresì, al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile Tizia – danno da liquidarsi in separata sede civile – , al contempo, assegnando in favore della parte civile, a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva, la somma di £.20 milioni.

In tale sede, il giudice penale arrivava alle seguenti conclusioni:
1) a fronte di un accertato valore della porzione immobiliare oggetto della predetta datio in solutum, con riferimento all’epoca della relativa stipulazione, pari a £.672.500.000 e a fronte, altresì, di un credito – così come risultante dalle ricevute acquisite agli atti – pari a £.300.625.209, "il tasso di interesse annuo conseguito dal ****" sarebbe stato del 90,70%. e, quindi, "indiscutibilmente usurario" (cfr. sentenza del pretore di Fasano).
2) sarebbero stati integrati anche gli ulteriori elementi della fattispecie incriminatrice contestata:
a) lo stato di bisogno:"non vi è dubbio circa la sussistenza di un vero e proprio stato di bisogno in capo alla debitrice, già dichiarata fallita ed impegnata in ogni possibile iniziativa nel disperato tentativo di sanare la propria rilevante esposizione debitoria" (cfr. sentenza cit.).
c) la conoscenza dello stato di bisogno: "Né può revocarsi in dubbio che il **** avesse piena conoscenza di tale stato di dissesto finanziario, tenuto conto della ampia risonanza di una simile vicenda nell’ambito alquanto limitato della collettività fasanese"(cfr. sentenza cit.).
Dunque, secondo il giudice penale di primo grado "la condotta del ****……… assumeva i contorni di una clamorosa fattispecie di usura, spingendosi sino alla tipica acquisizione del patrimonio immobiliare della vittima".
Con sentenza del 14.10.1998 (cfr. all.11 del fascicolo di parte attrice), la Corte di Appello di Lecce, in parziale riforma della sentenza del Pretore di Brindisi – sezione di Fasano, del 15.6.1996, appellata dal ****, dichiarava "non doversi procedere contro lo stesso in riferimento al reato ascrittogli perché estinto per prescrizione", confermando, al contempo, le statuizioni civili della impugnata sentenza.
Il Giudice d’Appello, infatti, applicava al caso di specie l’articolo 578 c.p., affermando che il reato ascritto al **** doveva essere "dichiarato estinto per intervenuta prescrizione, stante il decorso del termine massimo di sette anni e mezzo dal tempus commissi delicti, avuto riguardo all’apparato sanzionatorio proprio della norma incriminatrice nel (più favorevole) testo vigente all’epoca dei fatti" (cfr. sentenza della Corte d’Appello).
Nondimeno, la Corte pronunciando sulla proposta impugnazione, "ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili", affermava quanto segue:
1)"il valore dell’immobile, una volta depurato dal conguaglio in contanti corrisposto dal **** per complessive lire 64.400.000=, è risultato di lire 608.100.000";
2) "la differenza fra tale ultimo importo e quello precedentemente indicato consente di fissare in lire 376.580.791 la cifra totale pagata dalla Tizia a titolo di interessi, sulla base di un tasso annuo che, secondo la consueta formula stabilita dalla tecnica commercialistica, è stato pari al 70,46%, dunque indubbiamente di natura usuraria".
Pertanto, la Corte di Appello, con la detta sentenza, riteneva di tenere ferme le statuizioni civili della impugnata sentenza.
Il ricorso per Cassazione, proposto avverso la suddetta pronuncia dal convenuto, veniva respinto dalla Suprema Corte, che, con sentenza depositata in data 8.2.2000 (v. all.12 del fasc. di parte attrice), lo riteneva infondato.
Infatti, il Supremo Consesso non riteneva meritevole di censura la pronuncia adottata dal Giudice di Appello che aveva aderito alle conclusioni del perito d’ufficio, "dando di tale convincimento adeguata e logica motivazione, del tutto aderente alle risultanze acquisite".
D’altra parte, il giudice di secondo grado aveva provveduto ad evidenziare, "con valutazione in punto di fatto, che il tasso praticato permane usurario pur tenendo conto di somme di denaro mutuate al di fuori della scrittura del 7.1.1989.".
Parimenti immune da vizi logici ed aderente alle risultanze processuali,veniva ritenuta "la valutazione del valore del cespite oggetto della datio in solutum, fatta con riferimento ai prezzi correnti all’epoca del contratto rispetto al valore indicato dall’appellante con riferimento all’epoca della procedura fallimentare".
Quanto, poi, alla ricorrenza dello stato di bisogno della parte lesa e dell’approfittamento di tale stato da parte del ****, requisiti entrambi ritenuti ricorrenti da parte dei Giudici di merito, la Corte osservava che "adeguatamente motivate ed immuni da vizi logici" erano da ritenersi "le argomentazioni portate a sostegno del convincimento di colpevolezza, non mancando i Giudici di merito di sottolineare da un lato che lo stato di bisogno della Tizia era coincidente con la necessità di evitare gli effetti pregiudizievoli del fallimento, e dall’altro che al **** era ben noto l’esistenza del detto stato, sia per il fatto stesso che la parte lesa si trovava nella impossibilità di ricorrere a normali forme di credito bancario, tanto che si rivolse all’imputato per ottenere il finanziamento, sia per la risonanza che la procedura fallimentare ebbe nel piccolo centro ove la parte lesa operava, come bene ha evidenziato il primo giudice".
Orbene, al fine di chiarire i rapporti esistenti fra il definito giudizio penale e l’odierno giudizio civile, si rende necessario precisare quanto segue.
Costituisce principio consolidato quello per cui la sentenza del giudice penale che, nel dichiarare estinto per prescrizione il reato, abbia altresì pronunciato condanna definitiva dell’imputato al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, demandandone la liquidazione ad un successivo e separato giudizio, spiega, in sede civile, effetto vincolante in ordine all’affermata responsabilità dell’imputato che, pur prosciolto dal reato, non può più contestare la declaratoria iuris di generica condanna al risarcimento ed alle restituzioni, ma soltanto l’esistenza e l’entità in concreto di un pregiudizio risarcibile (cfr. Cass. 21. 12. 1998, n. 12767).

Nel caso di specie, i danni di cui può dirsi raggiunta la prova sono:

A) danno non patrimoniale, sub specie di danno biologico
La disposta Ctu è pervenuta alle seguenti conclusioni medico-legali:
1) la Tizia è attualmente affetta da sindrome neuro-psichiatrica consistente in un "Disturbo post- traumatico", riconducibile eziologicamente alla circostanza di essere stata vittima del reato di usura (cfr. consulenza secondo cui "In primo luogo vi è da evidenziare che la vicenda usuraria di cui trattasi ha causato alla signora ***** un danno biologico ed un danno esistenziale di notevole entità")
Il suddetto danno biologico consiste in "turbe del sonno, irritabilità e risentimento grave nei confronti del prossimo, turbe della concentrazione, ipervigilanza e continuo stato di allarme". Infatti, "la stessa rivive, costantemente e ripetutamente, eventi e circostanze affrontati in passato che l’hanno turbata ed hanno alterato il suo stile di vita. Ovviamente, il fatto di rivivere suo malgrado tali eventi, la porta ad un continuo ed insostenibile stato di allarme psicologico che altera il suo normale comportamento, le sue abitudini, la sua fisiologia, la sua affettività, ed annulla le speranze e le prospettive per il futuro".
Secondo il Ctu, il danno biologico totale, complessivamente considerato, sarebbe da quantificarsi nella misura del 20% (venti%).
Invero, il Ctu non esclude l’esistenza di cause concorrenti alla produzione del danno, rinvenibili nei suoi peculiari trascorsi (cfr. relazione secondo cui" circa le cause di un simile degrado, è possibile affermare che tutte le vicende pregresse ne possano essere all’origine", (ovvero le) traversie economiche, (il) lungo ed estenuante iter giudiziario cui è stata sottoposta, (le) molteplici patologie contratte che hanno comportato, anch’esse, trattamenti chirurgici e sofferenze").
Nondimeno – come desumibile dal complesso della relazione peritale – deve escludersene un’efficienza causale, in relazione all’evento dannoso, esclusiva o, anche solo, prevalente rispetto all’essere stata la Tizia, vittima di una fattispecie di usura.
E’ noto come, ai fini dell’accertamento del rapporto di causalità giuridica, è sufficiente che la condotta del danneggiante si ponga quale causa dell’evento dannoso secondo l’id quod plerunque accidit (c.d. teoria della causalità adeguata o regolarità causale), a tal fine, rilevando che tal ultimo possa essere ascritto nel novero delle conseguenze normali ed ordinarie della prima.
Ciò diversamente da quanto richiesto ai fini della responsabilità penale idonea ad incidere, se accertata, sul valore – essenziale e costituzionalmente fondato – della libertà umana.
Né il rapporto causale può, di per sé, considerarsi interrotto dall’esistenza di eventuali cause concorrenti, anteriori o sopravvenute, purchè non abbiano efficienza causale assorbente rispetto alla condotta criminosa.
Si può, dunque, affermare che, qualora la Tizia non fosse stata vittima della usura, l’evento lesivo della sua integrità psichica non si sarebbe realizzato o, comunque, non sarebbe stato connotato dalla stessa gravità.
Seppur inidonee ad interrompere il nesso causale, alle suddette concause non può disconoscersi qualunque rilievo, potendosi, comunque, considerare influenti ai fini dell’esatta determinazione della percentuale d’invalidità effettivamente riconducibile alla vicenda usuraia.
Data la loro (apprezzabilmente) minore incidenza sulla portata del danno, ad esse può ricondursi il 5 per cento della suddetta invalidità, che, per la sua componente residua, e’, invece, riconducibile eziologicamente alla datio in solutum
D’altra parte, risponde ad una regola d’esperienza di difficile smentita che il suddetto reato – per la sua idoneità a privare la vittima della sua abituale capacità di decidere e di organizzare la propria esistenza, relativamente non solo alle scelte della quotidianità; ma anche, come nel caso di specie, all’esercizio della propria attività d’impresa – abbia un’efficacia devastante della psiche della vittima.
La circostanza dell’avvenuta alterazione dell’integrità psichica dell’attrice ha trovato riscontro nelle risultanze della prova testimoniale per mezzo dei testi ******************, ************, *******************, ************** e **************, i quali hanno confermato le circostanze, poste dall’attrice, a fondamento dell’atto introduttivo del giudizio; testi della cui attendibilità e genuinità, sulla base delle altre risultanze istruttorie, non si ha motivo di dubitare (v. deposizioni rese all’udienze del 1.10.2007, del 28.2.2008 e del 29.5.2008).
In particolare, il nipote ha precisato che lo sconvolgimento della vita dell’attrice, descritta come persona naturalmente votata alla relazione umane e imprenditoriali, ha avuto inizio dal giorno in cui la ********** "si recò presso la casa del **** per portargli un assegno circolare di £. 85.000.000. In quella circostanza il **** disse a mia zia che quella somma di £.85.000.000 non avrebbe coperto nemmeno parte degli interessi. Il teste ha affermato di essere presente personalmente al fatto e che, "da quel momento in poi (la) zia si chiuse in se stessa, piangeva e non parlava più con nessuno."
Quanto alla eccezione per cui la patologia psichica di cui è affetta Tizia – secondo il criterio della continuità fenomenica – non potrebbe farsi risalire ai fatti per cui è causa, essendo la prima documentazione medica risalente solo al 2000, sono da condividersi le considerazioni espresse, al riguardo, dall’attrice per cui "l’effetto di rilevanza psicopatologica può emergere clinicamente in tempi differiti rispetto allo stressor, tanto che lo stesso DSM contempla le affezioni ad esordio tardivo".
Di qui l’irrilevanza, ai fini dell’accertamento del nesso causale, dell’esistenza di una siffatta documentazione anteriormente all’anno 2000 (ad esempio, in concomitanza coi ricoveri cui l’attrice si è sottoposta).
D’altra parte, ai fini della comprensione dell’effettivo rapporto di causa ed effetto, nel caso di specie, è utile ricordare come la depressione e la malattia neuro-psichiatrica, come accertato dagli studi medici più recenti, siano spesso esse stesse idonee a determinare l’insorgenza successiva di malattie fisiche del corpo.

B) danno non patrimoniale descrivibile, come danno di tipo esistenziale per lesione dei principi costituzionali della libertà di autodeterminazione e della libertà d’impresa.
Accanto al danno biologico, può dirsi raggiunta la prova anche di un danno di natura non patrimoniale distinto dal danno biologico. Se prima dell’avvento delle Sezioni Unite dell’11 Novembre 2008, era pacifica l’affermazione giurisprudenziale secondo cui:"il soggetto passivo dei reati di usura e di estorsione subisce un’alterazione del modo di essere, che configura una alterazione peggiorativa della qualità della vita, obiettivamente apprezzabile, e deve essere definito in termini di danno esistenziale, distinto sia dal c.d. pretium doloris, sia dal c.d. danno biologico". (Tribunale Milano, del 18.3.02), la permanente validità di tali conclusioni va, attualmente, vagliata attraverso il "filtro" imposto dalla suddetta pronuncia.
A tal riguardo, sovviene proprio l’applicazione dei principi enucleati dalle Sezioni Unite, attente nell’ancorare la risarcibilità del danno non patrimoniale alla configurazione della lesione di un interesse costituzionalmente rilevante.
Orbene, è indubbio che il coinvolgimento in una vicenda di usura sia idoneo a pregiudicare, da una parte, la capacità di autodeterminazione dell’individuo con riguardo alla propria sfera patrimoniale, dall’altra, la libertà d’impresa, ponendo l’imprenditore nell’incapacità di programmare liberamente le proprie scelte d’investimento.
Ciò premesso, le libertà de quibus costituiscono valori costituzionalmente garantiti come dimostra l’univoco dato testuale sia dell’art. 13 Cost, sia dell’art. 41 Cost. secondo cui "L’iniziativa economica privata è libera".
Né é idonea a infirmare la validità del predetto assunto, così come l’assolutezza dei suddetti valori, la circostanza che tali libertà incontrino dei limiti al loro esercizio; non potendosi, ad esempio, la libertà d’impresa svolgere "in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Quanto alla natura del danno risarcibile, i beni de quibus – inerendo la sfera personale e organizzatoria dell’imprenditore e del semplice individuo – non hanno una valenza, almeno, direttamente, patrimoniale, non costituiscono un cespite integrativo del patrimonio dell’impresa.
Dunque, il danno, conseguente alla compressione della libertà d’impresa o libertà di autodeterminazione dell’individuo con riguardo alla propria sfera patrimoniale, avrà natura necessariamente non patrimoniale.
E’ ovvio che l’accoglimento della pretesa risarcitoria presuppone un adeguato assolvimento dell’onere probatorio da parte del danneggiato che potrà dedurre e provare, se imprenditore, l’impossibilità di ampliare il proprio capitale fisso o di dilatare le dimensioni organizzative dell’impresa; se individuo, privo del suddetto status, l’impossibilità di assicurare una diversa destinazione al proprio capitale.
Poichè a rilevare è la compromissione di tali valori in sé, al di la di eventuali ricadute economiche di agevole accertamento, sarà sufficiente dedurre fatti (e atti) idonei a dimostrare la suddetta compromissione, allegando, ad esempio, un progetto di ampliamento della propria impresa, rimasto inattuato.
Orbene, nel caso di specie, in conseguenza dell’indisponibilità del proprio patrimonio immobiliare ed in quanto coinvolta nei giudizi scaturenti dalla stessa vicenda usuraria, l’attrice ha subito un’apprezzabile compromissione della propria libertà d’impresa, pervenendo, in ultimo, alla chiusura della propria attività d’impresa nel 1994.

C) danno non patrimoniale, come danno morale.
Quale ulteriore voce del danno non patrimoniale, nel caso di specie,anche in conseguenza della natura criminosa dell’usura, deve riconoscersi in capo all’attrice anche il danno morale (o pretium doloris), consistente nei patemi d’animo, nelle sofferenze e nei turbamenti patiti dall’attrice, eziologicamente riconducibili alla vicenda usuraia.
Per quanto concerne il quantum di tali danni, si ritiene opportuno applicare, al caso di specie, le tabelle di Milano, in quanto aggiornate rispetto al nuovo inquadramento del danno non patrimoniale cui sono approdate le Sezioni Unite dell’11.11. 2008.
Le nuove Tabelle – approvate il 28 aprile 2009 – presentano profili di innovatività rispetto alle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica. Infatti, esse individuano il nuovo valore del c.d. "punto" muovendo dal valore del "punto" delle Tabelle precedenti (connesso alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente), aumentato in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione "medio" anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla "sofferenza soggettiva"di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34 % di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), e prevedendo inoltre percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.
Applicando le predette tabelle al caso si specie e assumendo quale momento temporale rilevante l’anno 2000, cui risalgono le prime certificazioni mediche, il danno subito dall’attrice che, fino al dicembre del 2000 aveva 63 anni, deve essere quantificato in euro 48.000 cui si perviene, movendo dal valore del "punto", relativo al danno non patrimoniale (biologico + morale) € 3226.90, moltiplicandolo per il numero dei punti di invalidità (15) e aumentando il suddetto prodotto (ovvero euro € 33 398,41 fino al suddetto importo, per esigenze di personalizzazione del danno.
Esigenze che rinvengono la propria ragion d’essere nella peculiarità del caso di specie, e, in particolare, nell’accertata violazione dei suddetti valori costituzionali.
Essendo stato il danno non patrimoniale liquidato alla stregua di criteri e valori aggiornati al 2009 ed essendo le somme in precedenza indicate già espresse in moneta al valore attuale, non va accordata la rivalutazione alla data attuale, che darebbe luogo ad un’indebita duplicazione del risarcimento.
Nondimeno, sulla medesima somma vanno computati gli interessi, che hanno natura compensativa e decorrono dal giorno in cui si è manifestato, in modo certo, l’evento – dannoso (cfr. Cass. 23 febbraio 2005, n. 3747; Cass. 26 febbraio 2004, n. 3871; Cass. 17 settembre 2003, n. 13666), ovvero dall’anno 2000, cui risale, appunto, la prima documentazione medica della patologia de qua; ciò per quanto la cessazione dell’attività nell’anno 1994 consenta di affermare che l’invalidità psichica, probabilmente in una misura minore, esisteva fin da tale data. D’altra parte, la patologie psichiche, pur potendo rinvenire la loro causa in eventi remoti, in quanto processi morbosi, sono connotate da un periodo di evoluzione in senso progressivamente peggiorativo fino a costituire una menomazione permanente della persona, come nel caso di specie, oppure in melius, fino alla guarigione.
D) danno patrimoniale.
Al danno non patrimoniale, deve essere aggiunto il danno di natura patrimoniale.
L’attrice, infatti, a seguito dei comportamenti illeciti del **** e della vicenda usuraria di cui trattasi (siccome accertata dalle richiamate sentenze penali definitive), risulta aver perso – dal punto di vista economico e patrimoniale – la propria capacità lavorativa specifica (in particolare, di impresa).
Essa, anche perché privata della titolarità del proprio patrimonio immobiliare, (che avrebbe potuto convertire in liquidità o destinare direttamente all’esercizio della propria attività economiche), è stata posta, secondo una massima di comune esperienza di ardua smentita, nelle condizioni di non poter più "alimentare" la propria attività lavorativa ed economica.
D’altra parte, così come, nel caso di danno alla salute di modesta entità, può fondatamente presumersi ex art. 2727 c.c. che i postumi (…) non avranno alcuna conseguenza sull’attività di lavoro e sulla conseguente capacità di produrre reddito, al contrario, nel caso di postumi permanenti i quali superino la soglia delle cosiddette micropermanenti (convenzionalmente stabilita nella misura del 10 % della complessiva validità dell’individuo), sussiste una presunzione opposta: e cioè che l’ invalidità ( …. ) inciderà in modo apprezzabile sulla capacità di guadagno del danneggiato (cfr. Cassazione civile , sez. III, 03 settembre 1998 , n. 8769).
Presunzione, ovviamente, iuris tantum, soggetta ad una prova contraria tanto più ardua, quanto maggiore è l’entità dell’invalidità.
Orbene, tale presunzione, nel caso di specie, non risulta superata dagli esiti dell’attività istruttoria, ma apprezzabilmente rafforzata.
Il suddetto danno patrimoniale, da liquidarsi in via equitativa, può essere quantificato in euro 200.000,00.
Ciò in considerazione, in primis:
1) dell’età della **********, al momento della chiusura della propria attività. Ex actis consta che la Tizia ha lavorato fino al 31.1.1994; mentre, non hanno trovato riscontro nelle altre risultanze istruttorie le dichiarazioni del teste ************, figlio del convenuto, ascoltato all’udienza del 28.2.2008 che rinunziando alla facoltà di astenersi, ha affermato che la Tizia avrebbe continuato a lavorare fino all’anno 2000)
2) della reddività media di attività del tipo di quella da lei esercitata, avuto riguardo alle caratteristiche del tessuto economico-sociale del fasanese.
Peraltro, quali indizi della capacità reddituale dell’attrice, possono invocarsi non solo le dimensioni della sua impresa al momento della dichiarazione di fallimento (cfr. verbale di sommarie informazioni del 2.2. 1994, in atti, da cui emerge che le dipendenti della Tizia erano otto), ma anche il reddito dichiarato dall’attrice in relazione al solo mese del gennaio del 1994, ammontante a lire 2.450.000 (cfr. certificazione dei redditi rilasciata dal competente ufficio), peraltro, in un momento storico in cui l’attrice risultava sprovvista dell’utilità economica che avrebbe potuto trarre dalla disponibilità giuridica del patrimonio immobiliare, già trasferito in sede di datio in solutum,
In ultimo,ai fini di una valutazione equitativa del suddetto danno, è possibile richiamare il rimborso Iva 1994, liquidato alla Tizia, a seguito della cessazione della propria attività d’impresa (cfr. certificazione in atti) pari a lire 40.339.000.
Quanto al danno che sarebbe derivato all’attrice dall’aver concluso, la datio in solutum di cui al summenzionato atto per notar ******* di Brindisi del 6.4.1991 rep. n. 6601 (cfr. doc.5 del fasc. di parte attrice), danno quantificato nell’importo di lire 376.580.791 (ovvero euro 194.487,75) – corrispondente al vantaggio usurario accertato dalla sentenza penale della Corte di Appello di Lecce n.1395 del 14.10.1998 (doc.11 del fasc. di parte attrice), divenuta definitiva – si rende necessario precisare quanto segue.
Ogni questione relativa all’an e al quantum del risarcimento di tale voce di danno, appare condizionata dalla decisione relativa all’eventuale nullità o rescissione della suddetta datio in solutum, decisione oggetto di altro giudizio, peraltro, ancora pendente.
Ciò anche in conseguenza della preminenza che, in presenza di fenomeni di usura, il sistema rimediale accorda alla tutela di tipo reale, ove ammissibile, rispetto alla meno incisiva tutela risarcitoria.
Di qui la necessità di disporre, con separata ordinanza, la sospensione di questo giudizio, relativamente all’accertamento di tale voce di danno, in attesa della definizione del suddetto distinto processo.
Dunque, il convenuto deve essere condannato, complessivamente, al pagamento di euro 200.000,00, a titolo di danno patrimoniale,oltre rivalutazione ed interessi dal 31.1.1994 ed euro 48.000, a titolo di danno non patrimoniale, con interessi dall’1.1.2000.
Infatti, quanto alla prima voce di danno (patrimoniale), trattandosi di debito di valore, vanno riconosciuti non solo la rivalutazione alla data attuale, che ha la funzione di ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato quale era prima del fatto illecito generatore del danno e porlo nelle condizioni in cui si sarebbe trovato se l’evento dannoso non si fosse verificato, ma anche gli interessi sulla somma rivalutata, che hanno natura compensativa e decorrono dal giorno in cui si è consumata la perdita della capacità lavorativa specifica (ovvero almeno dal 31.1.1994) (Cass. 23 febbraio 2005, n. 3747; Cass. 26 febbraio 2004, n. 3871; Cass. 17 settembre 2003, n. 13666).
Spese al definitivo

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da Tizia, nei confronti di ****, così provvede:
1) accoglie la domanda di parte attrice, e, per l’effetto, condanna il convenuto al risarcimento dei danni, in favore della Tizia, quantificati in euro € 200.000,00, a titolo di danno patrimoniale, oltre rivalutazione ed interessi dal 31.1.1994; ed euro 48.000,00 a titolo di danno non patrimoniale, con interessi dall’1.1.2000;
2) provvede come da separata ordinanza ai fini della suddetta sospensione;
3) Spese al definitivo

Fasano, 10.2.2010
IL GIUDICE
(*******************)

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