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Brindisi

Telefonia fissa – Tutela diritti costituzionalmente garantiti (Trib. Brindisi, 8/8/2012) (inviata dal dott. A. I. Natali)

Redazione
Massima

1) Tutela cautelare – telefonia fissa – servizio “universale”- rilievo comunitario 

  

Il servizio di telefonia – stante l’attuale assetto normativo, eterointegrato dall’ordinamento comunitario – rientra nella categoria dei c.d. servizi universali che il livello sovranazionale di tutela – cui è estranea la distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi – riconosce quale oggetto di un diritto fondamentale del cittadino;  ciò, essendo desumibile dallo stesso processo di liberalizzazione del mercato della telefonia, imposto dalle direttive comunitarie e che la normativa interna ha provveduto ad attuare (cfr. direttiva  n.2002/22/CE  del  Parlamento  Europeo  e del Consiglio,  del  7 marzo  2002 (relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica).

  

2) Telefonia fissa – tutela diritti costituzionalmente garantiti – servizio    strumentale

  

Anche a disattendere tale valutazione in termini di “generale essenzialità” – ed è chiaro il rischio di contrasto che un’operazione concettuale di tale natura può innescare rispetto agli obblighi che derivano dal diritto comunitario, assistito dal principio di primauteè – il servizio di telefonia fissa, nell’ipotesi che il ricorrente svolga attività d’impresa, acquista, prima facie, un ruolo essenziale nella tutela di beni primari quali quello dell’iniziativa economica.

 

 

sciogliendo la riserva formulata all’ultima udienza;

rilevato che, secondo parte resistente, sotto il profilo del fumus, non sarebbe provato che sussista il lamentato malfunzionamento del servizio di telefonia fissa e che non si tratti, per contro, di un errato utilizzo dell’apparecchio telefonico ovvero dell’impianto privato interno da parte delle ricorrenti, le quali, si afferma, avrebbero potuto produrre una pur succinta C.T.P;

rilevato che, invero – sulla base delle sommarie informazioni assunte – parrebbe trattarsi, prima facie, di un problema tecnico nell’assicurazione della linea fissa, come tale ascrivibile alla sfera organizzativa della resistente. Peraltro, in tal senso depone anche il verosimile apprezzabile protrarsi nel tempo del disagio sofferto da parte ricorrente. Dunque, a meno che non postulare una peculiare incapacità di parte ricorrente nell’utilizzo di apparecchi oramai costituenti, dotazione necessaria di ogni abitazione o ufficio – assunto che, invero, contraddirrebbe il buon senso comune – deve ritenersi la fondatezza, prima facie, della lamentele dei ricorrenti;   

rilevato, sotto il profilo del fumus, che in punto di “tutela del bene – vita”, parte resistente afferma che il servizio di “telefonia commerciale” non sarebbe uno strumento “salva vita”;

rilevata la non condivisibilità di tale assunto.  Infatti, è innegabile che il servizio di telefonia – stante l’attuale assetto normativo, eterointegrato dall’ordinamento comunitario – rientri nella categoria dei c.d. servizi universali che il livello sovranazionale di tutela – cui è estranea la distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi – riconosce quale oggetto di un diritto fondamentale del cittadino. Ciò, si desume, peraltro, dallo stesso processo di liberalizzazione del mercato della telefonia, imposto dalle direttive comunitarie e che la normativa interna ha provveduto ad attuare. In particolare, merita menzione la  direttiva  n.2002/22/CE  del  Parlamento  Europeo  e del Consiglio,  del  7 marzo  2002 (relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica). In attuazione della stessa, il legislatore italiano ha approvato il Codice delle comunicazioni elettroniche (decreto legislativo 1° agosto 2003, n.259) da cui è evincibile la volontà normativa di garantire la fruizione di tale bene primario. Sotto il profilo dell’ordinamento interno, la stessa Suprema Corte (sentenza 17041 del 2 dicembre 2002), così come anche il Giudice delle Leggi (sentenze 546/1994 e 1104/1998), sembrano condividere siffatto giudizio di essenzialità del servizio de quo. In particolare, la summenzionata sentenza della Cassazione – pur ribadendo  la permanente soggezione  del rapporto di utenza telefonica al regime contrattuale di diritto comune e alle relative regole di adempimento e di prestazione secondo buona fede oggettiva – lo eleva al rango di servizio pubblico essenziale;

rilevato che, anche a disattendere tale valutazione in termini di “generale essenzialità” – ed è chiaro il rischio di contrasto che un’operazione concettuale di tale natura può innescare rispetto agli obblighi che derivano dal diritto comunitario, assistito dal principio di primauteè – il servizio di telefonia fissa, in condizioni fattuali del tipo di quelle accertate nel caso di specie, acquista, prima facie, un ruolo essenziale nella tutela di beni primari quali quello dell’iniziativa economica di uno dei ricorrenti (************************* di ******** e **************** & Co), che costituisce, come noto, valore di rango costituzionale ex art. 41 Cost.; nonchè   dell’incolumità fisica degli ospiti del Santuario. Nel caso di specie, infatti, il servizio di telefonia fissa consente, in primis, di soddisfare le esigenze di assistenza medico-sanitaria, così come anche di reperimento di quanto necessario per la propria materiale esistenza di tali ultimi. Ciò soprattutto in presenza di soggetti (quelli dimoranti presso il Santuario ricorrente) che, come nel caso di specie – per la loro peculiare condizione esistenziale o fisica o per la collocazione della propria abitazione – hanno frequente necessità di rapportarsi con il mondo esterno avvalendosi dello strumento del telefono. Infatti, risulta in atti che alcuni dei componenti della comunità  che vivono presso la struttura ricorrente siano anziani e bisognevoli di cure medico –  sanitarie, così come è emersa la presenza di suore che vivono lontano dal pese di origine e che necessitano di comunicare con le proprie famiglie di origine (cfr. Tribunale Larino, 23 giugno 2008 secondo il quale “attesa l’importanza nevralgica del settore della telefonia per lo svolgimento delle ordinarie attività, anche di tipo professionale e lavorativo, non si può revocare in dubbio che l’illegittima sospensione del servizio comporti la privazione, in favore dell’utente, della possibilità di usufruire di un servizio pubblico essenziale, con indebite ripercussioni, non solo di tipo economico, ma anche di tipo relazionale, sulla esplicazione delle normali attività dell’utente medesimo, in danno del quale viene sospeso il servizio”). In secondo luogo,  è indubbio che l’attività della società ricorrente (**************) – per la sua stessa essenza commerciale e, quindi, per la sua intrinseca  e naturale vocazione alle relazioni con altri operatori economici – sia soggetta al pericolo di un pregiudizio grave e irreparabile. Peraltro, sotto altro profilo, essendo i luoghi dove è sito il Santuario meta di pellegrinaggio religioso, è evidente l’impossibilità per gli addetti allo stesso di poter accettare e soddisfare richieste di prenotazione per messe, visite guidate, al fine di ottemperare alla propria funzione pastorale;     

 

rilevato che la resistente avrebbe potuto attivarsi secondo le modalità ritenute tecnicamente più idonee a consentire il ripristino della regolarità del servizio di telefonia in favore del ricorrente. Ciò, facendo uso degli ampie prerogative riconosciute ad essa dal predetto Codice delle comunicazioni tra le quali è ricompreso anche il potere di attivare le procedure di costituzione di servitù a carico delle aree interessate o anche di esproprio delle stesse, se necessarie alla realizzazione degli impianti;

rilevato che, dunque, nel caso di specie, non ricorre alcuna situazione di materiale impossibilità – invero, neppure prospettata dalla resistente – che possa escludere l’obbligo d’intervento della soc. Telecom;

rilevato che analoghe censure la resistente svolge con riguardo al periculum, poichè non sarebbe stato provato (per esempio con una CTP) che, nei luoghi di causa, non vi sia copertura di rete per la telefonia mobile;

rilevato che anche sotto tale profilo dalle acquisite dichiarazioni dell’informatore sembra doversi desumere un’inidonea copertura della zona de qua da parte degli operatori della telefonia mobile;

rilevato che, d’altra parte, il requisito del periculum in mora non potrebbe, in ogni caso, essere escluso dalla possibilità – prospettata dalla soc. Telecom – di ricorrere ad un telefonino cellulare non soltanto perché quest’ultimo implicherebbe spese di gestione senz’altro più consistenti della telefonia fissa e un oggettivo pericolo per la stessa integrità fisica dell’utente (specie per l’apparato uditivo così come per quello cerebrale, essendo sempre più vivo e accreditato, nella comunità scientifica, il sospetto di un’incidenza nell’insorgenza della patologia tumorale), ma soprattutto perché non garantirebbe la medesima efficienza, essendo note le difficoltà contingenti dei cellulari di assenza di campo ovvero il pericolo che gli stessi siano inattivi ove non sistematicamente “ricaricati”;

                                                             P.Q.M.

accoglie il ricorso e per l’effetto:

1)     ordina alla T. di provvedere entro 20 giorni alla necessaria attività di “palificazione” sul terreno in questione o su altro terreno ad esso contiguo o, comunque, di provvedere secondo le modalità che essa valuterà come  tecnicamente più idonee a consentire il raggiungimento della finalità, di ripristinare la regolarità del servizio di telefonia in favore del ricorrente;

2)     condanna la T. S.P.A. rimborsare, in favore dei ricorrenti, le spese della procedura che si liquidano in complessivi €. 1500,00 di cui €. 150,00 per spese ed €. 850,00 per diritti ed euro 500 per onorari, oltre iva, cap e rimborso forfettizzato come per legge.

  

 Si comunichi    

                                      

Brindisi, 8 agosto 2012                                                      

 

IL GIUDICE  

(*******************)

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D.lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (Codice Assicurazioni) – Art. 139, comma 1, 3, 6 – Questione di legittimità costituzionale – Violazione degli artt. 2, 3, 24, 32, 76, 117 della Costituzione – Non manifestamente infondata (Trib. Brindisi, sez. distacc. Ostuni, 3/4/2012)

Redazione
Massima

1) Il sistema risarcitorio delineato dall’art. 139 con il duplice limite dei valori tabellari, da applicarsi in relazione alle diverse ipotesi di lesione dell’integrità psico-fisica, nonché dell’aumento nei limiti del quinto, appare non solo in contrasto con  le disposizioni costituzionali in tema di “giustiziabilità” delle posizioni giuridiche e di uguaglianza, ma anche incompatibile con la tutela effettiva delle nuove posizioni giuridiche di diritto comunitario ed,  in particolare, del “Diritto all’integrità della persona”, di cui all’articolo 3 della Carta di Nizza, così della “Dignità umana” di cui all’articolo 1.

 

2) Il suddetto microsistema risarcitorio, nel porre valori risarcitori (quelli relativi al singolo giorno di inabilità temporanea totale o parziale), così come  limiti quantitativi non equi (e considerati tali dalla stessa Corte di Cassazione) si pone  in contrasto “mediato” con l’art. 6 Cedu che riconosce il “Diritto ad un processo equo” e “diretto” con l’art. 117 Cost., primo comma.

 

3) La qualificazione in termini di equità deve essere riferita non soltanto alle regole processuali, ma anche al risultato dell’esito del giudizio e, quindi, alle regole di diritto sostanziale, sottese alla valutazione giudiziale e coincidenti, nel caso di specie, con le regole che presiedono al risarcimento del danno da micropermanenti da circolazione stradale.  D’altronde, predicare l’equità delle sole regole processuali avrebbe l’effetto di consentire, in astratto, un esito (in termini di tutela accordata), processualmente equo, ma quantitativamente o qualitativamente non equo perché conseguente all’applicazione di regole di diritto sostanziale, non “eque”, come quelle in materia di prescrizione dell’azione, di decadenza o, come nel caso di specie, relative alla concreta commisurazione del danno risarcibile. 

 

4) L’articolo 139 del Cod. Ass., introducendo un regime risarcitorio differenziato rispetto a quello individuato come equo e, quindi, doverosamente applicabile, in relazione non solo a tutte le micropermanenti che rinvengano la propria genesi in un ambito differente dalla circolazione stradale, ma anche alle c.d. macropermanenti,  non è  compatibile con l’art. 3 Cost.. perché inidoneo, a differenza delle Tabelle di Milano, ad assicurare un’uniformità pecuniaria di base, quale presupposto per l’attuazione del principio equitativo.

 

5) Le sperimentate letture costituzionalmente conformi ineriscono al solo profilo del risarcimento del danno non patrimoniale di tipo morale, per cui rimangono irrisolti gli evidenziati profili di compatibilità costituzionale con riguardo alla risarcibilità del pregiudizio di tipo biologico.

 

                                                         

 

                                            REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Brindisi, Sezione distaccata di Ostuni, in persona del giudice *****  *******************, ha emesso la seguente                                                                                                                                   

ORDINANZA

nella causa civile iscritta al n. 170/2008 del Ruolo Generale promossa

                                                              DA

S.  A., rappresentata e difesa dall’avv. ……,            

                                                                                                                APPELLANTE

CONTRO

S. U. O. A. S.p.A., in persona del suo legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti………,                                                                                                     

APPELLATA                                                                                                                    

E

A.     D.,                                                                                                           

                                                                      

                                                                                  APPELLATO   CONTUMACE        

                                                                                                           

       

MOTIVAZIONE

Questo Giudice ritiene sussistenti i presupposti per sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 139, comma 1, del decreto legislativo 7 settembre 2005 n. 209, nella parte in cui stabilisce che:

<<Il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, è effettuato secondo i criteri e le misure seguenti:

a) a titolo di danno biologico permanente, è liquidato per i postumi da lesioni pari o inferiori al nove per cento un importo crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità; tale importo è calcolato in base all’applicazione a ciascun punto percentuale di invalidità del relativo coefficiente secondo la correlazione esposta nel comma 6. L’importo così determinato si riduce con il crescere dell’età del soggetto in ragione dello zero virgola cinque per cento per ogni anno di età a partire dall’undicesimo anno di età. Il valore del primo punto è pari ad euro seicentosettantaquattro virgola settantotto;

b) a titolo di danno biologico temporaneo, è liquidato un importo di euro trentanove virgola trentasette (attualmente, elevato a euro 44,28) per ogni giorno di inabilità assoluta; in caso di inabilità temporanea inferiore al cento per cento, la liquidazione avviene in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno.>>;

nonché del comma 3 dello stesso articolo, nella parte in cui prevede che:

<<l’ammontare del danno biologico liquidato […] può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.>>;

nonché, in ultimo, del comma 6, secondo cui “Ai fini del calcolo dell’importo di cui al comma 1, lettera a), per un punto percentuale di invalidità pari a 1 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,0, per un punto percentuale di invalidità pari a 2 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 3 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,2, per un punto percentuale di invalidità pari a 4 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,3, per un punto percentuale di invalidità pari a 5 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 6 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,7, per un punto percentuale di invalidità pari a 7 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,9, per un punto percentuale di invalidità pari a 8 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 9 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,3”.

 

In applicazione dell’art. 139 è stata adottata la tabella del danno biologico di lieve entità (sotto i 9 punti di invalidità permanente) i cui valori sono stati aggiornati periodicamente, da ultimo, dal decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 27 giugno 2011, che ha stabilito in:

Euro 759,04 l’importo relativo al valore del primo punto di invalidità;

Euro 44,28 l’importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta

 

1.      Premesse di carattere concettuale e sistematico.

 

1.1.   Il quadro interpretativo previgente alle Sezioni Unite del 2008.

 

Le Sezioni Unite dell’11.11.2008, fornendo una sistemazione del danno non patrimoniale coerente con le sentenze gemelle n. 8828 e 8829 del 2003 (che ha trovato l’autorevole avallo della Consulta, nella sentenza n. 233 del 2003) hanno precisato come non esista un danno esistenziale quale categoria concettuale specifica a sé stante.

Infatti, prima della suddetta pronuncia, molteplici erano stati gli approdi giurisprudenziali che avevano richiamato la dubbia categoria del danno c.d. esistenziale, <<inteso come pregiudizio non patrimoniale, distinto dal danno biologico … in assenza di lesione dell’integrità psicofisica, e dal cd. danno morale soggettivo (unico danno non patrimoniale risarcibile, in presenza di reato, secondo la tradizionale lettura restrittiva dell’art. 2059 c.c. in collegamento all’art. 185 c.p.), in quanto non attinente alla sfera interiore del sentire, ma alla sfera del fare non reddituale del soggetto.>>.

Tale figura <<nasceva dal dichiarato intento di ampliare la tutela risarcitoria per i pregiudizi di natura non patrimoniale incidenti sulla persona, svincolandola dai limiti dell’art. 2059 c.c., e seguendo la via, già percorsa per il danno biologico, di operare nell’ambito dell’art. 2043 c.c. inteso come norma regolatrice del risarcimento non solo del danno patrimoniale, ma anche di quello non patrimoniale concernente la persona.>>.

Si affermava che, <<nel caso in cui il fatto illecito limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli passati, si realizza un nuovo tipo di danno (rispetto al danno morale soggettivo ed al danno biologico)>>, definito esistenziale.

Questo il quadro interpretativo prima delle Sezioni Unite.

 

1.2.  La reductio ad unum del danno non patrimoniale: le Sezioni Unite  dell’11.11.2008.

 

1.2.1. La negazione dell’autonomia concettuale e risarcitoria del danno c.d. esistenziale.

        

La pronuncia del 2008 nega l’autonoma dignità risarcitoria del danno c.d. esistenziale e ritiene, per contro, che esista un danno non patrimoniale, come categoria unitaria omnicomprensiva, rispetto al quale quelle che si è soliti considerare come singole e autonome poste risarcitorie (danno estetico, danno alla vita di relazione, danno biologico, danno alla propria sfera sessuale, danno c.d. esistenziale) assumono, invece, la valenza di mere esemplificazioni descrittive.

Ed, in particolare, nell’ambito di tale classificazione concettuale unitaria, il danno estetico, il danno alla vita di relazione, il danno alla propria sfera sessuale costituirebbero tutte sottovoci della più generale figura descrittiva del danno non patrimoniale di tipo biologico.

Quest’ultimo, in coerenza con la lata accezione fatta propria dall’art. 139 Codice delle Assicurazioni, assume, quindi, una portata onnicomprensiva, ponendosi quale macro-voce del danno non patrimoniale accanto al danno morale e al danno derivante dalla lesione di un diritto della persona costituzionalmente rilevante. 

Tale danno (c.d. non patrimoniale), che si contrappone a quello c.d. patrimoniale – per essere quest’ultimo connotato da una diretta incidenza sulla sfera patrimoniale economica del danneggiato –, è stato ricondotto dalle Sezioni Unite del 2008, e prima ancora dalle sentenze gemelle del 2003, non più all’art. 2043 c.c. (nel cui alveo aveva trovato, ab origine, collocazione lo stesso pregiudizio biologico), ma, in virtù di un’interpretazione costituzionalmente orientata di questa disposizione, all’art. 2059 c.c..

La norma codicistica, però, diversamente da come abitualmente interpretata dalla giurisprudenza prima del 2003, è letta in maniera difforme; cioè come idonea a ricomprendere non solo il danno morale ma anche la lesione di qualunque diritto della Persona costituzionalmente garantito.

Già nel 2003 si affermava che l’art. 2059 c.c., nella parte in cui stabilisce che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi previsti dalla Legge, doveva essere interpretato anche alla luce della Costituzione, pervenendosi ad un’interpretazione compatibile coi dettami costituzionali.

Poiché la Costituzione è norma sovraordinata, idonea, come tale, a porsi al massimo livello nella gerarchia delle fonti, ben può imporre all’interprete l’obbligo di tutelare un determinato diritto di rilevanza costituzionale mediante il riconoscimento, nell’ipotesi di sua lesione, del risarcimento del danno non patrimoniale. E ciò anche se la condotta illecita e dotata di efficienza lesiva non configuri reato, alla cui necessaria ricorrenza nella fattispecie concreta veniva condizionata la risarcibilità del danno non patrimoniale.

D’altro canto, seguendo un distinto approccio ricostruttivo, la Costituzione è essa stessa una legge e, come tale, è idonea ad integrare la previsione legislativa di cui all’art. 2059 c.c. che enuncia il principio per cui il risarcimento del danno non patrimoniale è ammesso nei soli casi previsti dalle legge.

 

 

1.2.2. Il principio della tipicità del danno non patrimoniale: la necessità di un’ingiustizia costituzionalmente qualificata o, in alternativa, di una previsione di risarcibilità ex lege.    

    

Le Sezioni Unite del 2008 affermano, inoltre, il principio della tipicità del danno non patrimoniale. Ne costituisce logica conseguenza che il risarcimento si avrebbe solo in presenza della lesione di un diritto costituzionalmente garantito (e, cioè, di una ingiustizia costituzionalmente qualificata) oppure (a prescindere dalla suddetta condizione) quando ricorra un’espressa previsione di legge.

Inoltre, le SS.UU. precisano che la tutela dei diritti di rilevanza costituzionale non sarebbe, comunque, ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico.

In virtù dell’apertura dell’art. 2 Cost. ad un processo evolutivo, si riconosce all’interprete il potere di rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale in quanto attinenti a posizioni inviolabili della persona umana.

Secondo le Sezioni Unite del 2008, una delle ipotesi in cui il danno non patrimoniale è considerato risarcibile, al di là della lesione di un diritto costituzionalmente garantito, è proprio quella del danno morale da reato (quali sono le lesioni colpose, derivanti da un sinistro stradale). In tale circostanza è  risarcibile qualunque pregiudizio areddituale (e, quindi, anche la sofferenza derivante eziologicamente dal non poter più fare), anche se derivante dalla lesione di un interesse privo di rilievo costituzionale, purché suscettibile di superare il generale vaglio di meritevolezza ex art. 2043 c.c..

Infatti, la tipicità, in questo caso – come affermano le Sezioni Unite – non è determinata soltanto dal rango dell’interesse protetto, ma dalla stessa scelta del legislatore di considerare risarcibili i danni non patrimoniali cagionati da reato. Scelta che, comunque, implica la considerazione della rilevanza dell’interesse leso, desumibile dalla predisposizione della tutela penale. Nell’ipotesi di reato assume dignità risarcitoria l’impossibilità (totale o parziale) di svolgere una qualunque delle attività realizzatrici della persona, quand’anche non ne sia possibile un ancoramento costituzionale (attività ludiche, sportive, ricreative, …).

 

 

1.2.3.  La ricostruzione del danno non patrimoniale quale danno-conseguenza e la contestuale valorizzazione della prova presuntiva.

 

Le Sezioni Unite catalogano concettualmente  il danno non patrimoniale quale danno-conseguenza, inteso come danno in concreto riconducibile eziologicamente alla lesione di un diritto costituzionalmente garantito.

Al contempo, esse censurano sia la tesi del danno-evento, secondo cui in presenza della lesione di un diritto costituzionalmente garantito si potrebbe dire esistente un danno non patrimoniale, sia la tesi del danno in re ipsa che porta a conseguenze applicative omogenee. Pertanto, poiché vi è stata la lesione di un diritto costituzionalmente garantito, deve ritenersi insita nel fatto illecito l’esistenza di un danno da risarcire.

Se, da una parte, la pronuncia dell’11.11.2008 afferma il principio per cui il danno deve essere necessariamente conseguenza della violazione di un diritto costituzionalmente garantito, dall’altra, sotto il profilo degli strumenti processuali volti alla prova del danno non patrimoniale, svilisce la consulenza medica, affermando che, anche in materia di danno biologico – sottocategoria del danno non patrimoniale  – si potrebbe prescindere da essa. Ciò, in quanto, se il Giudice come peritus peritorum può disattendere la consulenza, così, allo stesso modo, può anche decidere di non espletare la consulenza, quando ritiene che, sulla base del quadro probatorio, è stata raggiunta la prova del danno non patrimoniale.

Secondo la Suprema Corte, le suddette considerazioni non sarebbero estendibili al danno morale, in quanto quest’ultimo, sulla base della specificità del caso concreto e in applicazione di quelle regole di comune esperienza che il Giudice può porre a fondamento del suo convincimento,  potrebbe essere anche presunto.

Proprio a questo proposito, le Sezioni Unite ricordano come, in materia di danno non patrimoniale, si possa ricorrere, oltre che alla prova documentale, come prova diretta, anche alla prova presuntiva o a quella testimoniale.

In particolare, si afferma che il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002).

Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

       

  

1.3.  Le tabelle di Milano e la loro elevazione a parametro paralegislativo nonché ad “uso normativo”.

 

Poco dopo la pronuncia del 2008 vengono approvate le tabelle di Milano, strutturate e concepite in funzione del nuovo inquadramento concettuale del danno non patrimoniale (quale categoria unitaria) cui sono approdate le stesse Sezioni Unite.

Orbene, le nuove Tabelle – approvate il 28 aprile 2009 e aggiornate nel 2011 –  presentano profili di innovatività rispetto alle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica.

Infatti, esse individuano il nuovo valore del c.d. “punto” muovendo dal valore del “punto” delle Tabelle precedenti (connesso alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente), aumentato in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione “medio” anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla “sofferenza soggettiva”di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34% di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), e prevedendo, inoltre, percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.

Come affermato dalla Suprema Corte, con la sentenza del 2011, n. 12408, alle Tabelle milanesi deve riconoscersi <<una sorta di vocazione nazionale>>, anche perché, coi valori da esse tabellati, esprimono <<il valore da ritenersi “equo”, e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l’entità.>>. Ciò, al punto che la loro applicazione sarebbe oggetto di un vero e proprio uso normativo che s’impone in ogni ipotesi in cui non ricorra una diversa tabella prescritta ex lege (cfr. Cassazione citata).

Dunque, le stesse troverebbero applicazione sia alle “macropermanenti” (ovvero ai postumi permanenti superiori al 9 per cento) sia alle c.d. micropermanenti che non derivino eziologicamente dalla circolazione stradale, perché in tale ultima ipotesi troverebbero i criteri di cui all’art. 139 Cod. Assicurazioni.

 

In particolare, le tabelle milanesi costituiscono, stando all’attuale quadro rimediale, l’unico strumento operativo idoneo ad assicurare – mediante l’applicazione del punto del “danno non patrimoniale” – il valore dell’uniformità pecuniaria di base, quale presupposto per ogni specifico procedimento liquidatorio di personalizzazione.  

Peraltro, la Suprema Corte, nella stessa pronuncia (n. 12408 del 2011), nell’ambito del percorso argomentativo che l’ha indotta a optare per le Tabelle di Milano, quale strumento risarcitorio elettivo, fa espressamente <<salva la valutazione di conformità della disposizione citata (ovvero l’art. 138 Cod. Ass.) alla Costituzione, nella parte in cui pone un tetto alla personalizzazione del danno e rende potenzialmente inadeguata la somma complessivamente riconoscibile a titolo di risarcimento.>>.

Così facendo,  seppur implicitamente, avalla la valutazione d’incostituzionalità della norma de qua.

 

 

2.    La rilevanza della questione nel caso di specie.

 

In primis, sotto il profilo della rilevanza della norma, ai fini del thema decidendum, non vi è dubbio che l’art. 139, volto a disciplinare – così come espressamente previsto dal comma 1 dello stesso – le micropermanenti (rinvenienti la propria genesi nella circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), trovi applicazione nel caso di specie.

Così, ovviamente, anche la tabella delle micro-permanenti adottata in attuazione dello stesso.

Infatti, a fronte di un sinistro stradale, l’odierna appellante riportava lesioni agli arti inferiori.

Orbene, la CTU, espletata nel giudizio di primo grado, ha accertato che le lesioni subite dalla sig.ra S. risultano oramai stabilizzate e hanno comportato una menomazione funzionale in 30 giorni di inabilità temporanea totale, 30 giorni di inabilità temporanea parziale al 50% ed un danno biologico permanente pari al 2%, ovvero nei limiti previsti per l’applicazione dell’art. 139.

Le conclusioni del medico legale sul danno biologico sono condivise da questo Giudice, in quanto basate su un completo esame anamnestico e su un obiettivo e coerente studio della documentazione medica prodotta, valutata con criteri medico-legali immuni da errori e vizi logici.

Risulta, inoltre, provata, nel caso di specie, anche l’ulteriore figura descrittiva del danno non patrimoniale, individuata dalle Sezioni Unite del 2008 nel danno morale e, dalla stessa pronuncia, disancorato dal dato temporale, con conseguente abbandono dello schematismo concettuale per cui il danno morale deve essere necessariamente transeunte.

Del resto, risponde ad una regola di esperienza di difficile smentita e, quindi, all’id quod plerunque accidit, che un fatto del tipo di quello accertato, nella fattispecie concreta sia idoneo a determinare una sofferenza di carattere morale. Ciò, sia per la capacità inabilitante e parzialmente compromissoria della  funzionalità degli arti delle lesioni subite dall’attrice, sia in considerazione della sua giovane età (18 anni) che deve fare presumere che la S., al momento del sinistro, da poco conseguita la maggiore età, si trovasse in una fase contraddistinta da una particolare intensità relazionale.

Le indicazioni, fornite dal CTU, ed, in particolare, la quantificazione dei postumi permanenti (2%) dovrebbero portare alla determinazione del complessivo danno non patrimoniale, patito dalla , in virtù della Tabella del danno biologico di lieve entità, ex art. 139 del Codice delle Assicurazioni, aggiornata al D.M. Sviluppo Economico del 17.06.2011.

Dunque, a titolo di danno non patrimoniale, di tipo biologico, all’appellata dovrebbero essere liquidati euro 1.603,09, a titolo di danno non patrimoniale di tipo biologico e  permanente. 

Quanto, invece, al danno da inabilità temporanea, esso,, in applicazione dei suddetti valori tabellari e considerato che il risarcimento per ogni giorno di invalidità assoluta è stato quantificato in euro 44,28, dovrebbe essere liquidato in euro 1.328,40 l’ITT, giorni 30; euro 664,20, l’ITP al 50% giorni 30, per complessivi euro 1.992,60. Dunque, a titolo di danno non patrimoniale di tipo biologico, all’attrice dovrebbero accordarsi euro 3.595,69.

Quanto al danno non patrimoniale di tipo morale – pure accertato nel caso di specie –, aderendo alla tesi, “c.d. costituzionalmente orientata”, dell’inapplicabilità dell’art. 139 a quest’ultimo pregiudizio (cfr. Tribunale di Varese , sez. I, sentenza 8 aprile, sulla quale ci si soffermerà nel prosequio), ne discenderebbe la non operatività del meccanismo dell’aumento, della suddetta misura risarcitoria, nei limiti di un quinto e il potere, per questo Giudicante, di applicare un’ulteriore entità monetaria,  a titolo risarcitorio, che, in considerazione delle predette circostanze, potrebbe essere equo liquidata in euro 1.400,00, per complessivi euro 4.995,69.

Se, invece, si ritiene non praticabile la suddetta interpretazione restrittiva della norma (da considerarsi, cioè, inapplicabile al pregiudizio morale), dovrebbe concludersi che, per il risarcimento del danno morale, sarebbe al più possibile una maggiorazione di un quinto di quanto liquidato a titolo di danno non patrimoniale, di tipo biologico (ovvero euro 3.595,69), per complessivi euro 719,38.

A voler applicare le tabelle di Milano approvate nel 2009, poco dopo la sentenza dell’11 novembre 2008, e aggiornate nel 2011 – la cui operatività, stando all’attuale quadro legislativo,  dovrebbe essere esclusa in virtù della speciale previsione di cui all’art. 139 – per la medesima situazione avremmo un esito liquidatorio, complessivo, apprezzabilmente diverso.

In primo luogo, l’applicazione del punto del danno non patrimoniale consentirebbe di riconoscere l’automatico risarcimento ai pregiudizi morali che, secondo l’id quod plerunque accidit, si accompagnano alla lesione dell’integrità fisica medicalmente accertata, ovvero pari al 2%.

Ciò, anche perché, nel caso di specie, non  constano circostanze di fatto che debbano portare ad escludere, in capo all’attrice, tale “dose presunta” di sofferenza morale.

Come noto, il punto su cui è incentrato il danno non patrimoniale, previsto dalle Tabelle milanesi, è un punto di per sé ricomprensivo sia del pregiudizio all’integrità fisica, sia del pregiudizio morale, quali voci descrittive dell’unitaria categoria del danno morale.

 

Dunque, mutuando i concetti espressi dalle Sezioni Unite del 2008, secondo cui non esiste un danno esistenziale quale categoria concettuale a sé stante, per contro, costituendo il danno non patrimoniale, una categoria unitaria omnicomprensiva  ( rispetto al quale quelle che si è soliti considerare come singole e autonome poste risarcitorie – danno estetico, danno alla vita di relazione, danno biologico …–, assumono, invece, la valenza di mere esemplificazioni descrittive) le tabelle Milanesi propongono un concetto di punto accorpato, omnicomprensivo.

Poi, le stesse tabelle prevedono la possibilità di una personalizzazione del danno, ma ciò non tanto al fine di consentire all’interprete di riconoscere rilievo, in sede di liquidazione, al danno morale abitualmente riconnesso ad ogni tipo di lesione fisica permanente tabellata, in quanto già incorporato nel punto del danno non patrimoniale (comprensivo del pregiudizio all’integrità fisica e del pregiudizio alla sfera morale), quanto in considerazione di altri e ulteriori pregiudizi di carattere non patrimoniale che siano ravvisabili nel caso di specie.

Quindi, la personalizzazione interviene per dare rilievo non tanto al pregiudizio morale, che già di per sé è incorporato nel punto del danno non patrimoniale, ma ad altri profili risarcitori, in considerazione della lesione di altri diritti costituzionalmente garantiti, oppure, in alternativa, ai fini di assicurare il ristoro di una sofferenza morale maggiore a quella presuntivamente liquidata con il punto di danno non patrimoniale (a sua volta, correlata ad età ed entità dei postumi permanenti).  

Ciò premesso, in applicazione delle suddette tabelle, <<oggi applicabil(i), in guisa di uso normativo, alla stregua della citata sentenza 12408/2011, che ne ha consapevolmente e motivatamente espunto un criterio paralegislativo di valutazione cui il giudice di merito dovrà attenersi nella liquidazione del danno non patrimoniale alla persona>>  (Cassazione civile, sez. VI, 02.11.2011, n. 22709, nonché Cass., Sez. III, 12 Settembre 2011 N. 18641), il danno non patrimoniale, di tipo biologico, da invalidità permanente subito dall’attrice dovrebbe essere quantificato in euro 2.673,00,

per postumi permanenti nella misura del 2% (anni 18 al momento del sinistro).

Quanto, invece, al calcolo del danno da inabilità temporanea, in applicazione dei suddetti valori tabellari e considerato che il risarcimento per ogni giorno di invalidità assoluta è pari ad euro 91,00, si dovrebbe liquidare in euro 2.730,00, l’ITT (giorni 30) e in euro 1.365,00, l’ITP al 50% (giorni 30), per complessivi euro 4.095,00.

In totale, per i danni su indicati, alla attrice, andrebbero liquidati complessivi euro 6.768,00.

Orbene, questo Giudice ritiene che solo tal ultima opzione risarcitoria sia idonea ad assicurare un risarcimento equo, ovvero idoneo – come si avrà modo di esplicitare – a garantire la duplice esigenza di una uniformità pecuniaria di base e di una idonea personalizzazione del danno.

 

Pertanto, questo Giudice, dovendo, per contro, applicare l’art. 139 Cod. Ass., non può prescindere dal soffermarsi sulla costituzionalità della norma stessa.

 

 

3.     Non manifesta infondatezza della questione.

 

L’art. 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005 n. 209, secondo questo giudice, è affetto da molteplici profili di incostituzionalità. Incostituzionalità che, come si avrà modo di spiegare – almeno per quanto concerne la compatibilità con le norme sovranazionali e coi correlati dettami costituzionali – può dirsi sopravvenuta, perché conseguente all’evoluzione dell’ordinamento interno ed, in particolare, del c.d. livello sovranazionale di tutela.  

 

 

3.1.   Violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’art. 6  T.U.E.   quale   modificato  dal  Trattato di Lisbona  nonché agli artt. 1 e 3 della Carta di Nizza.   

 

Come noto, al Trattato di Lisbona deve riconoscersi un apprezzabile impatto ordinamentale, avendo avuto l’effetto di porre i diritti inalienabili della persona a fondamento dell’Unione, con ovvie implicazioni anche per l’ordinamento interno etero-integrato da quello comunitario.

La nuova formulazione dell’art. 6 TUE, proprio ad opera del suddetto trattato, secondo cui <<L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati>>, consente di riconoscere alla Carta di Nizza dei diritti lo stesso valore cogente dei Trattati fondamentali dell’Unione Europea (adottata il 7 dicembre 2000) e, quindi, la portata di diritto primario, destinato a prevalere su qualunque norma con esso confliggente, determinandone l’inapplicabilità.

Peraltro, quale norma di chiusura del sistema – preordinata ad evitare che la prassi applicativa dei vari stati membri possa svuotare la tutela dei beni di rango comunitario – si prevede, al comma 2, che <<I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione  e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni.>>.

 

Orbene, il preambolo della Carta di Nizza, nel definire la fonte genetica dei diritti cui vuole offrire tutela, contiene un espresso riferimento <<(a)lle tradizioni costituzionali e (a)gli obblighi internazionali comuni agli stati membri, al Trattato sull’Unione europea e (a)i Trattati Comunitari, (a)lla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, (a)lle Carte sociali adottate dalla comunità e dal consiglio d’europa, nonché (a)i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità Europee e da quella della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.>>.

Può, dunque, dirsi perfezionata la “comunitarizzazione” della Carta di Nizza, o meglio dei diritti in essa sanciti [1], con la conseguenza che la loro violazione può considerarsi presidiata dalla più incisiva tutela apprestata dal diritto comunitario alle posizioni giuridiche soggettive di rilevanza sovranazionale ed, in particolare, dalla c.d. primazia della norme comunitarie.

Inoltre, come agevolmente desumibile dal preambolo della Carta di Nizza, la comunitarizzazione dei suddetti diritti può dirsi avvenuta nella portata e nell’ampiezza che agli stessi deve riconoscersi alla luce, peraltro, delle pronunce delle Corti sovranazionali nonché  della stessa Cedu che ne costituiscono, in un certo qual modo, il parametro di “concreta commisurazione”.

Tornando agli effetti di tale scelta, è noto come il problematico rapporto fra ordinamento comunitario e ordinamento interno, dopo un tortuoso percorso interpretativo, è stato risolto con l’elaborazione del principio del primato (c.d. primauté) delle norme comunitarie sul diritto interno, con il solo limite dei principi supremi del nostro ordinamento. Principio, il cui fondamento costituzionale è stato individuato nell’art. 11 Cost..

 

In virtù di tale articolo, l’ordinamento italiano, ricorrendo le condizioni individuate dalla stessa Assemblea Costituente, può limitare la propria sovranità. Quindi l’art. 11 Cost., è stato letto come fonte idonea ad  attribuire determinate competenze normative all’Unione; competenze che possono esplicarsi con norme direttamente operative nel nostro ordinamento, siano esse quelle dei trattati, siano esse quelle dei regolamenti e delle direttive self-executing

Peraltro, a tal ultima norma, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione di cui alla Legge Costituzionale 18.10.2011, n. 3, si è aggiunta l’introduzione espressa, di cui all’art. 117, primo comma, Cost., dell’obbligo di rispettare i vincoli posti dall’ordinamento comunitario.

Orbene, deve ritenersi che il sistema risarcitorio delineato dall’art. 139 con il duplice limite dei valori tabellari, da applicarsi in relazione alle diverse ipotesi di lesione dell’integrità psico-fisica, nonché dell’aumento nei limiti del quinto, sia incompatibile con la tutela effettiva delle nuove posizioni giuridiche di diritto comunitario ed,  in particolare, del “Diritto all’integrità della persona”, di cui all’articolo 3 della Carta di Nizza, intesa – come desumibile dal primo comma, secondo cui <<Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica>> – nella duplice valenza di salute fisica e psichica, così della “Dignità umana” di cui all’articolo 1, definita, peraltro, quale bene-valore inviolabile.

Ciò tanto più che la stessa Suprema Corte (cfr. sentenza n.12408 del 2011) ne ha, ad altri fini, evidenziato la non equità perché inidonee, diversamente dalle Tabelle milanesi,  a garantire la duplice esigenza di una uniformità pecuniaria di base e di una idonea personalizzazione del danno.

 

 

3.2.   Violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’art. 6  T.U.E.,  quale   modificato  dal  Trattato di Lisbona,  nonché in relazione all’art. 2 Cedu. 

 

3.2.1.  Il controverso ruolo nel nostro ordinamento della Cedu. 

 

Controverso è, invece, se a seguito della modifica dell’art. 6 Tue, per effetto del Trattato di Lisbona, le norme Cedu abbiano acquisito diretta rilevanza in ambito comunitario e, per l’effetto, anche nel nostro ordinamento.

Infatti, ai successivi paragrafi 2 e 3, lo stesso art. 6 prevede che <<l’Unione europea aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali>>; e che <<i diritti fondamentali>>, garantiti da detta Convenzione <<e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali.>>.

Alla luce di tali previsioni, indipendentemente dalla formale adesione alla Cedu da parte dell’Unione europea – non ancora avvenuta, ma comunque preannunciata – i diritti elencati dalla Convenzione sarebbero stati ricondotti all’interno delle fonti dell’Unione sotto un duplice profilo. Da un lato, cioè, in via mediata, tramite la loro elevazione a <<principi generali del diritto dell’Unione>>; dall’altro lato, in via immediata, come conseguenza della <<trattatizzazione>> della Carta di Nizza.

L’art. 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – contenuto nel titolo VII, cui lo stesso art. 6 del Trattato fa espresso rinvio – prevede, infatti, che, ove la Carta <<contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta Convenzione>>; fermo restando che tale disposizione <<non preclude che il diritto dell’Unione conceda una protezione più estesa.>>.

Di conseguenza, tutti i diritti previsti dalla Cedu che trovino un “corrispondente” all’interno della Carta di Nizza dovrebbero ritenersi <<tutelati (anche) a livello comunitario (rectius, europeo, stante l’abolizione della divisione in “pilastri”), quali diritti sanciti […] dal Trattato dell’Unione.>>.

Coerentemente con tali premesse concettuali, un cospicuo orientamento di pensiero – in ciò avallato dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. Consiglio di Stato, sezione IV, 2 marzo 2010, n. 1220 e TAR Lazio, sezione II bis, 18 maggio 2010 n. 11984) – ritiene che le norme Cedu beneficerebbero del medesimo statuto di garanzia delle norme comunitarie. Esse, pertanto, non sarebbero più considerate quali norme internazionali e parametro “interposto” di legittimità costituzionale di norme domestiche ex art. 117 Cost., bensì quali  norme comunitarie (in quanto “comunitarizzate” con il Trattato di Lisbona). Quindi, in virtù della “primautè” del diritto comunitario, sarebbe  doverosa la non applicazione di norme interne con esse contrastanti.

 

Da ciò, la legittimità del ricorso, per l’interprete, non più al solo strumento della rimessione alla Corte Costituzionale, per violazione dell’art. 117 Cost., primo comma, della norma interna che non consenta una tutela (idonea) – e compatibile coi dettami comunitari – di un diritto fondamentale di rilevanza comunitaria, ma al più incisivo meccanismo della disapplicazione, quale mezzo idoneo a consentire un controllo diffuso di compatibilità comunitaria.

Invero, la ricostruzione de qua è stata oggetto di critica da parte di un’autorevole dottrina per cui se è vero che <<il Trattato Unione Europea, per come modificato dal Trattato di Lisbona, consente l’adesione dell’Unione alla Cedu>>, è vero anche che <<non solo tale adesione deve ancora avvenire, secondo le procedure del protocollo n. 8 annesso al Trattato, ma soprattutto non comporterà l’equiparazione della Cedu al diritto comunitario, bensì – semplicemente – una loro utilizzabilità quali principi generali del diritto dell’Unione al pari delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.>>.

Quindi, <<il Trattato di Lisbona nulla avrebbe modificato circa la (non) diretta applicabilità nell’ordinamento italiano della Cedu che resta, per l’Italia, solamente un obbligo internazionale, con tutte le conseguenze in termini di interpretazione conforme e di prevalenza mediante questione di legittimità costituzionale, secondo quanto già riconosciuto dalla Corte costituzionale.>>.

Né il suddetto art. 6 potrebbe avere, di per sé, la valenza di un “assenso” dell’Italia (o di un altro stato membro) a quella limitazione di sovranità che, in conformità all’art. 11 Cost., avrebbe consentito (come già verificatosi in occasione dell’adesione dell’Italia al Trattato istitutivo della CE) la diretta operatività della norma internazionale sul piano interno, della regolamentazione dei rapporti giuridici fra i singoli consociati. Infatti, gli stati membri non avrebbero espresso alcuna volontà di autolimitazione e di rinuncia al proprio potere di normazione dei rapporti giuridici creati all’interno di ciascuno di  essi.

Né l’assenso alle limitazioni di sovranità ex art. 11 Cost. sarebbe da considerarsi definitivamente “delegato” al legislatore comunitario per effetto dell’iniziale sottoscrizione del Trattato Istitutivo della CEE, ora Unione Europea.

Dunque, quest’ultima, se può aderire alla Cedu quale soggetto internazionale e, in virtù della personalità giuridica di diritto internazionale che gli viene riconosciuta dall’art. 47, non può, però, “disporre”, quale soggetto internazionale, della sovranità dei rispettivi stati membri.

Accedendo a tale seconda ricostruzione, per effetto dell’art. 6 la sola UE si sarebbe autovincolata ad aderire alla Cedu in rappresentanza di se stessa e quale soggetto internazionale distinto dagli stati membri.

Ne discende che le norme Cedu sarebbero idonee a dare luogo a vincoli internazionali nei confronti della UE, così come degli Stati membri, ma non sarebbero “garantite” dallo statuto tipico del diritto comunitario e, quindi, dal meccanismo della loro diretta applicabilità.

A diverse conclusioni, si sarebbe potuto pervenire, in sede interpretativa, se  fosse stata prevista espressamente, nel Trattato di Lisbona, l’equiparazione del valore giuridico tra le norme comunitarie e quelle della Cedu, così come, appunto, previsto per le disposizioni della Carta di Nizza.

Invero, la Consulta con la sentenza n. 80 del 2011 sembra accedere a tale seconda opzione ricostruttiva dei rapporti fra norme Cedu e ordinamento interno. Infatti, ricostruendo la portata delle sue stesse decisioni, evidenzia <<come, a partire dalle sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, la giurisprudenza costituzionale sia costante nel ritenere che le norme della Cedu – nel significato loro attribuito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, specificamente istituita per dare a esse interpretazione e applicazione (art. 32, paragrafo 1, della Convenzione) – integrino, quali «norme interposte», il parametro costituzionale espresso dall’art. 117, primo comma, Cost., nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli «obblighi internazionali» (sentenze n. 317 e n. 311 del 2009, n. 39 del 2008).>>.

Ne consegue che  <<ove si profili un eventuale contrasto fra una norma interna e una norma della Cedu, il giudice comune deve verificare anzitutto la praticabilità di una interpretazione della prima in senso conforme alla Convenzione, avvalendosi di ogni strumento ermeneutico a sua disposizione; e, ove tale verifica dia esito negativo – non potendo a ciò rimediare tramite la semplice non applicazione della norma interna contrastante – egli deve denunciare la rilevata incompatibilità, proponendo questione di legittimità costituzionale in riferimento all’indicato parametro. A sua volta, la Corte Costituzionale, investita dello scrutinio, pur non potendo sindacare l’interpretazione della Cedu data dalla Corte europea, resta legittimata a verificare se, così interpretata, la norma della Convenzione – la quale si colloca pur sempre a un livello sub-costituzionale – si ponga eventualmente in conflitto con altre norme della Costituzione: <<ipotesi eccezionale nella quale dovrà essere esclusa la idoneità della norma convenzionale a integrare il parametro considerato.>>.

 

Al di là della questione relativa alla rilevanza della Convenzione Europea nell’ordinamento comunitario, e cioè, se la stessa sia “diretta” (perché da considerarsi quale parte integrante dello stesso), o mediata (perché rilevante quale fonte di principi generali, al più alto livello delle fonti -il Trattato sull’Unione Europea-), deve considerarsi consacrato il principio per cui i diritti sanciti dalla C.e.d.u. sono tutelabili, quali principi generali del diritto comunitario, di fronte agli organi comunitari e a quelli degli stati membri.

In tal senso depone l’univoco dato testuale dell’art. 6 che, come già affermato, prevede che <<i diritti fondamentali>>, garantiti dalla Cedu <<e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali.>>.

E, ovviamente – come precisato dal preambolo della Carta di Nizza – lo sono nei limiti individuati dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia e della Corte Europea cui compete il ruolo istituzionale di “delineare” le fattispecie di diritti della persona suscettibili di tutela, nonché di modularne i limiti operativi.

Ciò, in virtù della portata etero-integratrice dei diritti fondamentali – e, in generale, dei Trattati e della normativa comunitaria suscettibile di diretta applicazione – che deve riconoscersi alle pronunce dei suddetti organi giurisdizionali cui è riconosciuto il potere di variamente modulare e graduare gli strumenti di tutela.

 

3.2.2.  Il caso di specie.

 

Non è revocabile in dubbio che il bene dell’integrità psico-fisica, così come la sfera morale dell’individuo, siano tutelati dalla Cedu ed, in particolare, dall’art. 2 Cedu, in materia di “diritto alla vita”, secondo cui (comma 1), <<Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge>>. Norma, dalla portata volutamente generica e ricomprensiva, pertanto, di ogni possibile declinazione del bene-vita, incluse le condizioni materiali e giuridiche perché la stessa possa svolgersi in modo dignitoso, così come gli strumenti processuali per ottenere la riparazione del danno.

D’altronde, le potenzialità applicative della norma de qua sono agevolmente evincibili dall’ampiezza delle decisioni della Corte che, in relazione alla responsabilità dello Stato da emotrasfusioni, richiamando l’art. 2, ha affermato il principio secondo cui quando il pregiudizio alla vita o all’integrità fisica non sia volontario, è sufficiente che il sistema giudiziario offra agli interessati degli strumenti di tutela giurisdizionale, da azionare anche davanti alla giurisdizione civile, per accertare l’eventuale responsabilità dei medici ed ottenere ristoro per i danni subiti.

 

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che sebbene il sistema giudiziario italiano abbia offerto ai ricorrenti strumenti di tutela giurisdizionale che, sul piano teorico, rispondevano ai requisiti prescritti dall’art. 2, sul piano pratico essi si sono rivelati del tutto inidonei ed inefficaci, in quanto i giudizi volti all’accertamento delle responsabilità non avevano dato esiti tempestivi e soddisfacenti, avendo il processo maturato enormi ritardi tali da superare i termini della ragionevole durata (Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 1°dicembre 2009 – Ricorso n.43134/95 – G.N. c. Italia).

Orbene, in relazione alla tutela della proprietà privata, da parte della Corte europea deve ritenersi oramai acquisito il principio per cui il risarcimento del danno, in applicazione dell’art. 41 Cedu,  deve essere, se non integrale [2], almeno equo.

Dunque, deve ritenersi che sia coerente con lo spirito della Convenzione europea e, quindi, della stessa Carta di Nizza (che alla prima rinvia, elevandone il contenuto a parte integrante dei principi generali del diritto comunitario) l’affermazione per cui l’equità del risarcimento è indefettibile anche per quanto concerne ogni altro diritto fondamentale.

E tale deve ritenersi il diritto  all’integrità psico-fisica di cui all’art. 2 Cedu.

Giovino, inoltre, le seguenti considerazioni.

Come già evidenziato, nella controversia ********* e ******* contro Italia, la Corte dei diritti dell’uomo, per l’ipotesi di occupazione acquisitiva concretante (come in quella usurpativa) una violazione dei diritti dell’uomo, ha individuato la tutela da concedere, in via principale, nella integrale restitutio in integrum, in quanto misura idonea ad elidere gli effetti della perpetrata violazione del diritto umano di proprietà.

Ciò, salvo la possibilità degli Stati contraenti di scegliere di sostituirla con un risarcimento equivalente al valore attuale del bene trattenuto.

Orbene, se, in materia espropriativa o di occupazione illegittima, laddove esiste un interesse pubblico da soddisfare, come, nell’ipotesi di <<obiettivi legittimi di utilità pubblica, come quelli perseguiti da misure di riforma economica o di giustizia sociale>> sarebbe, comunque, giustificabile un indennizzo inferiore al valore di mercato effettivo (ma, comunque, equo); per contro, in materia di risarcimento del danno da circolazione dei veicoli – ambito nel quale, gli interessi da soddisfare sono di natura privata (quello al contenimento degli esborsi per il danneggiante e quello, di rilevanza costituzionale, del danneggiato alla riparazione della sua sfera giuridica) – il risarcimento dovrebbe essere integrale.

 

Ciò, se si vuole evitare di postulare un’irrazionalità intrinseca del sistema di tutela garantito dalla Cedu, specie se si considera la preminenza valoriale dell’integrità psico-fisica rispetto al mero dominium. 

Per contro, è agevolmente intuibile che la previsione di una soglia invalicabile al risarcimento del danno, per di più, “livellata” verso il basso (ovvero nei limiti di 1/5), unitamente alla previsioni di valori tabellari non “equi”, perché difformi da quelli previsti dalle tabelle Milanesi (assunte dalla stessa giurisprudenza di legittimità a parametro equitativo), si ponga in contrasto con il principio, non solo di integrale ma anche di equa riparazione del danno, quale principio immanente al sistema di tutela così delineato.

Da ciò, a parere del giudice remittente,  la violazione dell’art. 2 Cedu e, dunque, dell’art. 6 TUE e, mediatamente, dell’art. 117, comma 1.

Ciò, tanto più che, come spesso precisato dalla stessa Suprema Corte, il risarcimento del danno costituisce, di per sé, la tutela minima concedibile a fronte della lesione di diritti costituzionalmente garantiti e qualunque restrizione quantitativa o qualitativa (non ragionevole e giustificata dal contemperamento di interessi preminenti) si traduce nella negazione della tutela stessa.

 

 

3.3.  Violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’art. 6   Cedu  che  riconosce  il  “Diritto ad un processo equo”.

 

Sotto altro profilo, l’art. 6 Cedu, nel riconoscere il “Diritto ad un processo equo”, specifica che <<1. Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale deciderà sia delle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che le venga rivolta.>>.

È ovvio che l’avverbio “equamente”, quale parametro conformativo dell’agire del c.d. “giudice comune”, chiamato a dare applicazione alla convenzione, non allude alla mera indipendenza dell’organo giudiziario, ma, in quanto valore testualmente preso in considerazione dalla stessa norma, e riferito dalla stessa al tribunale davanti al quale sia radicato il giudizio.

Di contro, presupporre questa coincidenza concettuale vorrebbe dire ammettere una superfetazione normativa che è in contrasto con la stessa effettività del diritto sovranazionale.

Ciò premesso, la qualificazione in termini di equità deve essere riferita non soltanto alle regole processuali, ma anche al risultato dell’esito del giudizio e, quindi, alle regole di diritto sostanziale, sottese alla valutazione giudiziale e coincidenti, nel caso di specie, con le regole che presiedono al risarcimento del danno da micropermanenti da circolazione stradale.  

D’altronde, predicare l’equità delle sole regole processuali avrebbe l’effetto di consentire, in astratto, un esito (in termini di tutela accordata), processualmente equo, ma quantitativamente o qualitativamente non equo perché conseguente all’applicazione di regole di diritto sostanziale, non “eque”, come quelle in materia di prescrizione dell’azione, di decadenza o, come nel caso di specie, relative alla concreta commisurazione del danno risarcibile. 

Dunque, è innegabile che un microsistema risarcitorio, qual è quello delineato dall’art. 139 Cod. Ass., nel porre valori risarcitori (quelli relativi al singolo giorno di inabilità temporanea totale o parziale), così come  limiti quantitativi alla personalizzazione non equi (e considerati tali dalla stessa Corte di Cassazione) si pone  in contrasto “mediato” con l’art. 6 Cedu che riconosce il “Diritto ad un processo equo” e “diretto” con l’art. 117 Cost., primo comma.

 

 

3.4.  Violazione dell’art. 117,  primo comma, della Costituzione  in relazione  al principio comunitario dell’effettività della tutela (sub specie di tutela risarcitoria), riconosciuta  a livello nazionale.

 

Sotto altro profilo, e proprio in considerazione della comunitarizzazione dei diritti sanciti dalla Carta di Nizza (e, cioè, “dignità morale” e “integrità  psico-fisica”), deve ritenersi che operino, anche con riguardo alla tutela dei suddetti beni, i principi generali dell’ordinamento comunitario, peraltro, espressamente indicati, nel preambolo della Carta di Nizza, quali criteri di “commisurazione” della tutela comunitaria dei diritti fondamentali, sanciti dalla stessa Carta di Nizza.

In primis, viene in rilievo il principio di “leale cooperazione” solitamente declinato nel senso che gli organi nazionali devono <<facilitare le istituzioni comunitarie nell’assolvimento dei loro compiti>> (ad esempio dando tempestiva e puntuale attuazione alle direttive, così come agevolando l’attività di controllo della Commissione tenendo un comportamento “collaborativo”). 

Più in generale, però, gli Stati membri, nei loro rapporti con la Comunità, devono avere comportamenti atti a garantire l’effettività dell’ordinamento giuridico comunitario, nel quale si iscrivono, appunto, i diritti della Carta di Nizza.

Invero, il principio di effettività può considerarsi l’esito di un graduale percorso interpretativo, non essendo espressamente codificato da alcuna norma del trattato.

Una delle norme che ha funto da fondamento normativo è, però, individuabile nell’art 10 del T.C.E..  Detto articolo, sancisce l’obbligo per gli stati membri di adottare tutti i provvedimenti idonei al fine di rendere effettiva l’applicazione del diritto comunitario, al contempo, dovendosi astenere da condotte che possano esserne di ostacolo. L’art 2 T.U.E., ad esempio, dopo aver elencato gli obiettivi dell’U.E., afferma che la stessa si impegna a raggiungere tali obiettivi nel rispetto del principio di sussidiarietà, vale a dire quel principio secondo cui l’intervento dell’U.E. è subordinato all’impossibilità degli stati membri di intervenire, per mezzo dei loro strumenti nazionali.

Il principio de quo – abitualmente inteso come divieto per gli stati membri di rendere, attraverso le scelte dei propri organi, impossibile o difficoltoso l’esercizio dei  diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività) –, in una necessaria proiezione sotto il profilo del diritto sostanziale, deve considerarsi in grado di imporre il più generale principio dell’integralità del risarcimento della posizione giuridica di rilevanza comunitaria lesa o, comunque, della sua commisurazione secondo criteri equitativi.

 

Orbene, la Cassazione con sentenza n. 12408 del 2011 ha ricordato la duplice valenza dell’equità cui sarebbe consustanziale non solo l’idea di adeguatezza, ma anche quella di proporzione, divenendo in tale seconda accezione, strumento attuativo del precetto di eguaglianza  di cui all’art. 3 Cost..

Infatti, la stessa consentirebbe di trattare i casi dissimili in modo dissimile, ed i casi analoghi in modo analogo, in quanto tutti ricadenti sotto la disciplina della medesima norma o dello stesso principio.

Perciò, se equo, come affermato dalla suddetta pronuncia, è il solo trattamento previsto dalle tabelle Milanesi (perché idonee ad assicurare una misura risarcitoria adeguata rispetto alle esigenze di tutela), il principio di effettività, sub specie di una determinazione equa della misura risarcitoria, risulta violato da tale microsistema normativo (art. 139 Cod. Ass). L’art. 139, infatti, prevede valori tabellari riconosciuti non “equi” dalla stessa giurisprudenza di legittimità che, al contempo, pone alla concreta personalizzazione del danno, un limite che non si concilia con il principio di una modulazione caso per caso della misura risarcitoria.

Per mera completezza espositiva si ritiene di dover fare propri anche i profili di illegittimità evidenziati dal Giudice di pace di Torino, sez. V civile, con l’ordinanza 21.10.2011, perché pienamente condivisi da questo Giudice.

 

 

3.5. Violazione dell’articolo 3, comma 1, della Costituzione sotto il duplice profilo della differenza di trattamento accordato alle micropermanenti a secondo della loro genesi e della diversità di regime fra micropermanti e macropermanenti.

 

L’articolo 139 del Cod.Ass., introducendo un microsistema risarcitorio differenziato rispetto a quello individuato come equo e, quindi, doverosamente applicabile, in relazione non solo a tutte le micropermanenti che rinvengano la propria genesi in un ambito differente dalla circolazione stradale, ma anche alle c.d. macropermanenti,  non è  compatibile con l’art. 3 Cost..

Poiché la salute, così come la dignità morale, sono beni “neutri” dell’individuo che devono essere tutelati, in egual misura, in relazione a tutti gli individui, appare irragionevole che una stessa lesione debba essere risarcita in modo diverso a seconda che, come nel caso de quo, derivi da un sinistro stradale con conseguente applicazione dell’art. 139) o abbia altra genesi.

Parimenti, irragionevole è che la lesione al medesimo bene debba essere risarcita sulla base di  parametri apprezzabilmente diversi, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, a secondo che venga in rilievo una lesione permanente inferiore o superiore al 9 per cento.

 

E il vulnus con la norma costituzionale è tanto più evidente ove si consideri che, come ribadito dalla Suprema Corte (con la pronuncia n. 12408 del 2011), le Tabelle milanesi, stante l’attuale quadro interpretativo, costituiscono, per come concepite, l’unico strumento di attuazione del principio equitativo.

Tali non possono considerarsi i valori tabellari attualmente applicabili alle micropermanenti da circolazione stradale.

A tal riguardo, occorre premettere talune considerazioni di carattere concettuale.  

Come noto, l’equità, a sua volta, ha la  funzione di <<regola del caso concreto>>, e di assicurare, mediante la garanzia dell’uniformità pecuniaria di base (conseguente all’applicazione del punto del danno non patrimoniale), la <<parità di trattamento>>.

Come evidenzia la Suprema Corte, <<se in casi uguali>> come le micropermanenti <<non è realizzata la parità di trattamento, neppure può dirsi correttamente attuata l’equità, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata.>>.

Tale affermazione si coglie in tutta la sua pregnanza nell’ipotesi, qual è quella del danno non patrimoniale, in cui ontologicamente difetti, per la diversità tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrità morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilità di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato.

Tuttavia, i diritti lesi (ovvero dignità morale  e integrità psico-fisica) si presentano uguali per tutti, <<sicché solo un’uniformità pecuniaria di base può valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilità imposta dalla considerazione del particulare.>>.

D’altra parte, la regola della parità di trattamento, quale declinazione del principio equitativo, è già stata affermata in numerose occasioni sia dalla Corte Costituzionale che dalla Corte di Cassazione, con riferimento alla liquidazione del danno non patrimoniale di tipo biologico.

In particolare, con la sentenza 14 luglio 1986, n. 184, la Consulta ha chiarito che, nella liquidazione del danno alla salute, il giudice deve combinare due elementi: da un lato una <<uniformità pecuniaria di base>>, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto; dall’altro <<elasticità e flessibilità>>, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione sulle attività della vita quotidiana.

Il criterio della contestuale garanzia dei valori di uniformità e flessibilità del trattamento risarcitorio è stato condiviso dalla Suprema Corte, la quale ha ripetutamente affermato che <<nella liquidazione del danno biologico il giudice del merito deve innanzitutto individuare un 1) parametro uniforme per tutti, e 2) poi adattare quantitativamente o qualitativamente tale parametro alle circostanze del caso concreto.>>.

 

In definitiva, la liquidazione equitativa dei danni alla persona deve evitare due estremi:

– da un lato, che i criteri di liquidazione siano rigidamente fissati in astratto e sia sottratta al giudice qualsiasi seria possibilità di adattare i criteri legali alle circostanze del caso concreto (in questo modo l’ordinamento garantirebbe sì la massima uguaglianza, oltre che la prevedibilità delle decisioni, ma impedirebbe nello stesso tempo un’adeguata personalizzazione del risarcimento);

– dall’altro, che il giudizio di equità sia completamente affidato alla intuizione soggettiva del giudice, al di fuori di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni (sarebbe, infatti, bensì teoricamente assicurata un’adeguata personalizzazione del risarcimento, ma verrebbe meno la parità di trattamento e, con essa, la prevedibilità dell’esito del giudizio, costituente uno dei più efficaci disincentivi alle liti giudiziarie).

Quindi, condivisibilmente, la sentenza n. 12408 del 2011 afferma che <<Il conseguimento di una ragionevole equità nella liquidazione del danno deve perciò ubbidire a due principi>> tendenzialmente contrapposti: <<la fissazione di criteri generali e la loro adattabilità al caso concreto.>>.

Dunque, l’equità richiede sistemi di liquidazione che associno all’1) uniformità pecuniaria di base del risarcimento, 2) ampi poteri equitativi del giudice, 3) eventualmente entro limiti minimi e massimi, necessari al fine di adattare la misura del risarcimento alle circostanze del caso concreto.

Le tabelle di Milano consentono, accanto alla liquidazione di una misura risarcitoria equa, un’idonea personalizzazione del danno, laddove il microsistema di cui all’art. 139 conduce all’applicazione di valori risarcitori, di per sé, non equi, nella duplice accezione già illustrata, per di più prevedendo una personalizzazione incongrua perché ammissibile, al più, nei limiti di un quinto.

 

Come evidenziato dal Giudice di Pace di Torino, con l’ordinanza 21.10.2011, <<le differenze (tra valori di cui alle Tabelle di Milano e Tabella delle micropermanenti) in termini monetari risultano notevoli se si pensa che nel primo caso in forza del punto base del decreto ministeriale ad un soggetto di dieci anni che abbia riportato un 1% di invalidità da circolazione, viene corrisposto euro 759,04 (con i valori di cui al D.M. 17/6/2011) mentre allo stesso soggetto che abbia riportato sempre un’invalidità dell’1% cadendo in una buca può venir corrisposto (con le attuali tabelle del Tribunale di Milano) l’importo di euro 1.313,00 e con l’aumentare dell’invalidità le differenze risultano ancora maggiori se si pensa che un 9% in un soggetto di 24 anni con la tabella ministeriale viene risarcito con euro 14.612,28 e con euro 19.160,00 con la tabella di Milano, salvo l’incremento equitativo in relazione alle condizioni soggettive dell’infortunato.>>. Pertanto, <<La differenza di trattamento in presenza di identiche situazioni, che consegue a quanto appena rilevato, risulta allora evidente con conseguente violazione dell’articolo 3 comma 1 della Costituzione.>>.

Invero, non consta che questa differenziazione del trattamento risarcitorio, in materia di circolazione stradale, possa rinvenire la propria ragion di essere nel contemperamento del principio di eguaglianza con altri e prevalenti interessi di rango costituzionale.

Spesso si invoca l’impatto che, a livello macroeconomico, riveste il risarcimento delle micropermanenti da circolazione stradale. Elevatissimi, si evidenzia, sono i costi complessivi sopportati dal sistema assicurativo, anche in conseguenza di atteggiamenti fraudolenti dei danneggiati, volti a mistificare l’origine “casalinga” dei postumi di cui si chiede il risarcimento, così come di prassi giudiziarie “generose”, nella valutazione della ricorrenza di menomazioni permanenti di non lieve entità.

Orbene, se anche si volesse riconoscere la veridicità delle suddette affermazioni, rimarrebbe il ragionevole dubbio – di cui é evidente la valenza ideologica – relativo alla possibilità che un fenomeno di malcostume sociale e culturale possa giustificare scelte legislative, consistenti in compressioni qualitative e quantitative alla tutela risarcitoria di diritti fondamentali dell’individuo,  quali sono la salute, così come la stessa dignità morale della persona.  

Questo Giudice ritiene che, in un sistema ordinamentale, conformato dal principio personalistico, la “ragione assicurativa” non possa considerarsi prevalente rispetto al principio dell’effettiva ed equa riparazione del danno. Ciò, tanto più che a tale scelta, sottesa all’art.139 de quo, osta la necessità di preservare la coerenza del sistema ordinamentale, quale interpretato dalla stessa Suprema Corte, in ciò avallata dal Giudice delle Leggi.

 

Costituisce, infatti, principio immanente e coessenziale al sistema di tutela quello per cui <<il risarcimento del danno non patrimoniale … nel caso di lesione di interessi di rango costituzionale, … costituisce la forma minima di tutela, ed una tutela minima non è assoggettabile a limiti specifici, poiché ciò si risolve in rifiuto di tutela nei casi esclusi.>>.

 

 

3.6.  Violazione dell’articolo 32, 2, 24 della Costituzione sotto il profilo della necessità di assicurare (accanto ad un’uniformità pecuniaria di base) un’adeguata personalizzazione della misura risarcitoria.

 

Si è già detto come costituisca principio consolidato della giurisprudenza della Corte Costituzionale quello per cui,  nella liquidazione del danno non patrimoniale, deve essere assicurata – accanto ad una <<uniformità pecuniaria di base>>, strumentale all’attuazione del principio di eguaglianza – un’adeguata personalizzazione della misura risarcitoria, così da assicurarne la conformità all’effettiva incidenza del pregiudizio sul bene leso.

Dunque, così può stato conformato dal Giudice delle leggi, in tale ambito materiale, il diritto sostanziale del danneggiato e il correlato ius di agire in giudizio di cui all’art. 24 Cost..

Il principio, enucleato espressamente con riguardo al pregiudizio di tipo biologico ex art. 32 Cost., può dirsi valevole – a pena di un’irrazionalità intrinseca al sistema costituzionale di tutela – per ogni diritto costituzionalmente garantito, e, quindi, per quella personalità morale dell’individuo di cui, al di là delle summenzionate norme sovranazionali (art. 1 della Carta di Nizza), è possibile rinvenire un fondamento nella clausola generale dell’art. 2 Cost.. 

Non v’è dubbio che l’art. 139, così come congeniato, prevedendo un contenuto margine di aumento della misura risarcitoria (1/5), non sia idoneo ad assicurare non solo la parità di trattamento di fattispecie di offesa omogenee, ma anche un’adeguata personalizzazione del danno, con conseguente violazione delle disposizioni costituzionali soprammenzionate.

 

 

3.7.  Violazione dell’articolo 76 della Costituzione per la previsione di un limite non previsto dalla legge delega 23/7/2003 n. 229.

 

La l. n. 229/2003 all’art. 4 disponeva testualmente: <<Il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di assicurazioni, ai sensi e secondo i principi e criteri direttivi di cui all’articolo 20 della legge 15/3/1997 n. 59, come sostituito dall’articolo 1 della presente legge, e nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi: a) adeguamento della normativa alle disposizioni comunitarie e agli accordi internazionali; b) tutela dei consumatori e, in generale, dei contraenti più deboli, sotto il profilo della trasparenza delle condizioni contrattuali, nonché dell’informativa preliminare, contestuale e successiva alla conclusione del contratto, avendo riguardo anche alla correttezza dei messaggi pubblicitari e del processo di liquidazione dei sinistri, compresi gli aspetti strutturali di tale servizio …>>.

Secondo questa disposizione, il legislatore delegato – chiamato, per contro, ad attuare scelte normative, idonee a riequilibrare l’intrinseca disparità di forza contrattuale ed economica fra l’esercente l’attività assicurativa, da un lato, e il cliente, dall’altra –  non poteva porre alcun limite.

Il fine era quello di assicurare una maggiore armonia e coerenza dell’ordinamento italiano con quello comunitario. A quest’ultimo, infatti,  deve riconoscersi il merito di un generale innalzamento del livello di tutela [3], apportato in materia consumieristica, così giustificando l’affermazione per cui il favor per il consumatore (in un sistema ordinamentale integrato dalla disciplina comunitaria e in cui il giudice nazionale è, al contempo, giudice investito di una funzione di garanzia della tenuta complessiva del sistema) deve intendersi, al contempo, ratio ispirativa delle singole norme, così come parametro idoneo a conformarne l’interpretazione.

Orbene, è innegabile che la previsione di valori tabellari apprezzabilmente  inferiori a quelli ritenuti equi dallo stesso giudice di legittimità, depositario della funzione di nomofilachia, così come di un potere-dovere di una contenuta e limitata personalizzazione, sia in contrasto con la ratio ed i principi della legge delega.

Ne consegue non solo l’“esorbitanza” della norma delegata rispetto alla legge delega, ma anche il contrasto con la ratio della stessa.

 

 

4.    Possibilità di un’interpretazione costituzionalmente conforme almeno per quanto concerne la liquidazione del danno non patrimoniale di tipo morale:  le possibili letture alternative dell’art. 139 Codice delle Assicurazioni.

 

4.1. La tesi dell’inapplicabilità dell’aumento del quinto di cui all’art. 139 al   danno morale e, quindi, dell’irrisarcibilità dello stesso in caso di   micropermanenti da circolazione dei veicoli.

 

Il contrasto con la normativa comunitaria e sovranazionale, nonchè coi suddetti parametri costituzionali, è evidente ove si acceda alla tesi secondo cui  il danno non patrimoniale, sub specie del pregiudizio morale, in tale specifica sede materiale (ovvero quella delle micropermanenti da circolazione dei veicoli) non sarebbe risarcibile.

Infatti, profittando di una non corretta interpretazione della pronuncia delle Sezioni Unite dell’11.11.2008 – intesa come “abolitiva” del danno non patrimoniale di tipo morale – si è affermato che il legislatore speciale, con una scelta tranchant, e per ragioni di contenimento degli oneri risarcitori, gravanti sulle compagnie assicurative, avrebbe deciso di escludere qualunque rilievo risarcitorio alla sofferenza morale.

Secondo questa tesi ricostruttiva, il previsto aumento nei limiti del quinto di quanto liquidato a titolo di danno biologico assolverebbe alla più limitata funzione di assicurare una – seppur marginale – personalizzazione dello stesso pregiudizio all’integrità psico-fisica e quindi del solo danno (non patrimoniale di tipo) biologico nell’accezione lata accolta dallo stesso Cod. Ass., come ricomprensivo sia del pregiudizio all’integrità psico-fisica, sia dell’impossibilità di svolgere attività realizzatrici della persona. 

Dunque, nel caso di specie, all’attrice non dovrebbe essere liquidato alcunché a titolo di danno morale.

Orbene, deve ritenersi in contrasto coi richiamati parametri costituzionali l’esclusione ope  legis di una voce risarcitoria (il danno non patrimoniale di tipo morale) che, peraltro, in relazione alla singola vicenda di tutela, può anche assurgere ad una componente essenziale e prevalente del complessivo pregiudizio areddituale.

 

Si pensi ad una limitazione fisica contenuta percentualmente (es. parziale perdita della funzionalità di una delle dita della mano) che sia idonea a frustrare le aspirazioni di un laureando in medicina che voglia dedicarsi alla chirurgia, oppure al pregiudizio morale inferto dalla stessa menomazione a chi abbia conseguito nel medesimo campo un elevato grado di affermazione professionale e non possa più svolgere la propria attività professionale con la stessa abilità manuale.

Nella comparazione complessiva delle componenti del danno, la sofferenza morale può, cioè, in particolari circostanze, acquistare un peso decisivo.

Peraltro, anche il verosimile supporto ideologico di tale approccio interpretativo – e, quindi, l’espunzione dall’ordinamento della figura della voce del danno morale, ad opera delle Sezioni Unite dell’11.11. 2008 – è del tutto destituito di fondamento.

Infatti, le Sezioni Unite non solo non hanno escluso la risarcibilità di tale voce di danno, ma lo descrivono specificatamente, sancendone le condizioni di risarcibilità. 

Volendo ricostruire esattamente il pensiero della suddetta pronuncia, in primis, essa ha cura di disancorare tale figura di danno dal dato temporale, ovvero dall’entità del suo protrarsi nel tempo, con conseguente abbandono dello schematismo concettuale per cui il danno morale deve necessariamente essere transeunte.

D’altronde, si evidenzia come la suddetta ricostruzione non solo non trovi un fondamento normativo nell’art. 2059 né nell’art. 186 del codice di procedura penale, che si esprime in termini di danno non patrimoniale conseguente a reato, ma non risponde neanche ad esigenze obiettive di tutela. Infatti, il pregiudizio – che, non limitato ad un ristretto lasso temporale, si protragga nel tempo – continua ad essere tale, conservando la sua natura e genesi.

Se, da un lato, dunque, viene allargata la categoria del danno morale, dall’altro, invece, questa categoria viene ristretta.

 

Infatti, le Sezioni Unite arrivano ad affermare che quando il disagio morale, cioè quando il pati non si limiti ad una sofferenza temporanea, ma si traduca in una degenerazione patologica, assumendo la valenza di una patologia medica, allora, in quel caso, sarebbe risarcibile soltanto il danno biologico.

Condivisibilmente, la giurisprudenza della Cassazione, successivamente alle Sezioni Unite del 2008, ha avuto modo di pronunciarsi, unitamente alla Giurisprudenza di merito, sottolineando come, in effetti, non si possa negare che il danno morale debba essere risarcito anche quando ci siano delle conseguenze patologiche per il soggetto

Infatti, danno morale e danno biologico tutelano beni giuridici autonomi  e conservano tale autonomia anche quando all’evento traumatico – e, di per sé fonte di sofferenza morale – consegua, per il danneggiato, una patologia invalidante (cfr, Cassazione civile, sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191 secondo cui il danno morale è dotato di propria autonomia rispetto alla lesione del diritto alla salute; Cassazione civile, sez. III, 13 gennaio 2009, n. 479 per cui “merita accoglimento il motivo di ricorso, in cui si deduce la violazione di legge (art. 2059) per la mancata liquidazione del danno morale contestuale alle lesioni gravi”, ancora Cass. civ., sez. III, sentenza 20 maggio 2009 n. 11701).

Anche sotto il profilo empirico è di agevole intuizione che  una cosa è la sofferenza morale, altra è la patologia medica cui dia luogo la medesima sofferenza. Né il degenerare, dopo un certo lasso di tempo, della prima nella seconda, è idonea a far venire meno, anche sotto il profilo storico-fattuale, l’autonoma esistenza della seconda.

E l’autonomia delle due categorie si deduce non soltanto dal nostro sistema di diritto positivo, ovvero dall’ordinamento interno, in particolare dagli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni (che riconoscono autonoma dignità concettuale alla categoria del danno morale), ma anche dalla summenzionata Carta di Nizza, incorporata nel trattato di Lisbona, quindi, da parte, di norme, come già detto, sovraordinate rispetto alla normativa interna. 

D’altra parte, a livello di diritto positivo, anche la legislazione più recente, quella in materia di tutela delle vittime del terrorismo e delle stragi terroristiche, così come anche la disciplina volta a assicurare l’indennità ai militari che abbiano riportato patologie mediche, perché in servizio in territori esteri, quindi impegnati in conflitti militari, dimostra come il danno morale, per il legislatore, abbia un’autonoma valenza concettuale.

 

Infatti, questa categoria di danno non soltanto è descritta dalla legislazione speciale, ma, ai fini dell’applicazione di quest’ultima, ne sono disciplinati i criteri di liquidazione (cfr. d.P.R. 3 marzo 2009, n. 37 recante il regolamento per la disciplina dei termini e delle modalità di riconoscimento di particolari infermità da cause di servizio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma dell’articolo 2, commi 78 e 79, della legge 24 dicembre 2007, n. 244”, il cui art. 5, introduce criteri legali per la determinazione dell’invalidità permanente, prevedendo, espressamente, che debbano essere risarciti, in via cumulativa danno biologico e danno morale).

 

 

4.2.  La tesi per cui l’aumento del quinto di cui all’art. 139  ricomprenderebbe  qualunque pregiudizio areddituale, anche se morale.

 

Afferma espressamente la Corte, nella summenzionata sentenza n. 12408 del 2011, che <<quante volte, … la lesione derivi dalla circolazione di veicoli a motore e di natanti, il danno non patrimoniale da micro permanente non potrà che essere liquidato, per tutti i pregiudizi areddittuali che derivino dalla lesione del diritto alla salute entro i limiti stabiliti dalla legge mediante il rinvio al decreto annualmente emanato dal Ministro delle Attività Produttive (ex art. 139, comma 5), salvo l’aumento da parte del giudice, «in misura non superiore ad un quinto con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato» (art. 139, comma 3).>>.

In primis, la stessa previsione di un incremento percentualistico è in contrasto con l’autonomia concettuale che – alla luce del quadro interpretativo delineatosi successivamente alla sentenza “manifesto” dell’11.11.2008 – deve riconoscersi al danno morale (cfr. Cassazione civile  sez. III, 01 giugno 2010, n. 13431 che esclude che “il turbamento dell’animo o dolore intimo sofferti senza lamentare degenerazioni patologiche (tradizionalmente identificato come danno morale soggettivo) possa essere liquidato in una percentuale del danno biologico”).

Con la sentenza a Sezioni Unite (n. 26972/2008), la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.

Secondo il Supremo Consesso, è, dunque, compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, e provvedere alla riparazione integrale di tutte le ripercussioni negative subite dalla persona complessivamente identificata.

 

Per questo, il giudice, anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione delle voci di danno da risarcire in favore della vittima), dovrebbe provvedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, così da pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Per contro, un meccanismo, come quello di specie, che preveda la liquidazione del danno morale su basi percentualistiche presuppone concettualmente che lo stesso debba considerarsi un quid minus rispetto al danno non patrimoniale di tipo biologico, meritevole, pertanto, della liquidazione di un’entità economica, necessariamente inferiore rispetto a quella riconosciuta a fronte del pregiudizio non patrimoniale di tipo biologico.

In secondo luogo, il previsto incremento percentualistico del 20% – da applicarsi, secondo tale opzione esegetica, a tutte le voci areddituali – appare inidoneo a consentire idonea copertura risarcitoria ai molteplici profili in cui si può articolare il pregiudizio non patrimoniale, con chiaro vulnus delle disposizioni summenzionate ed, in particolare, del principio comunitario di effettività della tutela, nonché dello stesso art. 1 della Carta di Nizza posto a presidio della “Dignità umana” che viene definita quale bene-valore inviolabile e alla quale è riconducibile l’”integrità morale” di ciascun individuo.

Peraltro, si rende opportuno ricordare come le stesse Sezioni Unite di *********** abbiano precisato che una delle ipotesi in cui il danno non patrimoniale è considerato risarcibile, al di là della lesione di un diritto costituzionalmente garantito, e, quindi, con maggiore latitudine operativa, è proprio quella del danno morale da reato.

 

Nella suddetta fattispecie – assimilabile a quella giuslavoristica di cui all’art. 2087 c.c. – non sono risarcibili solamente le lesioni di diritti costituzionalmente garantiti che trovino nel fatto di reato la loro causa, ma tutte le lesioni di diritti della persona anche non presidiati costituzionalmente.

La tutela risarcitoria è, cioè, riconosciuta a qualunque pregiudizio areddituale che sia conseguenza della lesione di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo. Ciò, secondo lo schema di tutela che è a fondamento del danno ingiusto di cui all’art. 2043 c.c..

Con particolare riguardo all’impossibilità di svolgere una o più attività realizzatrici delle persona in conseguenza delle lesioni riportate per effetto del reato, le Sezioni Unite hanno affermato testualmente che, <<In presenza di reato>>, qual è senza dubbio  quello di lesioni colpose ex art. 590 c.p.p., <<superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la  risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile.>>.

Ovviamente, sia la tesi sub 4.1) sia quella sub 4.2) ineriscono al solo danno non patrimoniale di tipo morale, per cui rimarrebbero irrisolti gli evidenziati profili di compatibilità costituzionale con riguardo alla risarcibilità del pregiudizio di tipo biologico.

 

4.3.  La tesi, c.d. costituzionalmente orientata, dell’autonoma risarcibilità del danno non patrimoniale di tipo morale.

 

Il contrasto con le disposizioni summenzionate ed, in particolare, con il principio dell’effettività della tutela risarcitoria del danno (inteso come tutela se non integrale, comunque, equa), conseguente ad una violazione di una posizione giuridica soggettiva di rilievo anche sovranazionale (come l’integrità psico-fisica  o la dignità morale), permane anche quando  si aderisca alla tesi, c.d. costituzionalmente orientata, secondo cui tale microsistema normativo non sarebbe applicabile al danno non patrimoniale di tipo morale.

Condivisibilmente, si evidenzia come il secondo comma dell’art. 139 del Codice delle Assicurazioni descrive e menziona la sola categoria descrittiva del “danno biologico” da intendersi come <<la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.>>.

 

Precisa, poi, il successivo terzo comma che <<l’ammontare del danno biologico liquidato […] può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.>>.

Per contro, nessun riferimento è compiuto dal combinato disposto delle suddette norme al danno morale quale sofferenza morale non necessariamente transeunte, al turbamento dello stato d’animo del danneggiato che pure deve presumersi, secondo l’id quid plerunque accidit,  in relazione ad un evento “traumatico” che abbia compromesso l’integrità fisica, seppur con varie graduazioni a secondo dell’intensità di quest’ultimo.

Il legislatore speciale si sarebbe limitato a valutare i soli aspetti relazionali e anatomo-funzionali della lesione sofferta, omettendo ogni stima in relazione ai residui profili riconosciuti giurisprudenzialmente quali componenti dell’omnicomprensivo danno non patrimoniale.

a tale limite strutturale della norma potrebbe ovviarsi ricorrendo alla limitata personalizzazione prevista dal terzo comma dell’art. 139 del Codice delle Assicurazioni. L’aumento (massimo) del quinto, infatti,  sarebbe inidoneo a consentire un’adeguata monetizzazione non solo delle componenti specifiche (relazionali e d estetiche) del danno biologico, in relazione al caso concreto, ma anche di eventuali pregiudizi apatrimoniali diversi e ulteriori dalla voce, pur latamente, intesa del danno biologico.

Poiché, però, il danno non patrimoniale di tipo morale identifica una componente indefettibile del procedimento risarcitorio indicato dalle Sezioni Unite, il Giudice cui compete di interpretare la norma di legge in conformità ai principi espressi dalle Sezioni Unite, dovrebbe procedere ad una un’adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale; personalizzazione diversa e ulteriore rispetto a quella prevista dalla disciplina speciale e consistente nel riconoscimento di una misura risarcitoria, idonea ad incrementare l’importo complessivamente liquidato, a titolo di danno non patrimoniale.

 

Anche a propendere per tal ultima tesi, sottraendo il pregiudizio morale alla “mannaia” dell’art. 139 permane l’incostituzionalità della norma – sotto i plurimi profili evidenziati  – perché inidonea ad assicurare un adeguato ristoro del danno non patrimoniale di tipo biologico.

Infatti, se è vero che, in virtù della ricostruzione unitaria del danno non patrimoniale, operata dalle Sezioni Unite del 2008, la voce del danno biologico deve considerarsi comprensiva anche del pregiudizio estetico [4], così come dei profili relazionali, integranti il c.d. danno alla vita di relazione [5], ne discende che – proprio in virtù dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2058 c.c., nonché del quadro interpretativo delineato dalle Sezioni Unite del 2008 – lo strumento del contenuto aumento percentuale dovrebbe ovviare alla risarcibilità di tali e molteplici profili di danno biologico così da risultare ex se insufficiente a consentire la liquidazione di un’effettiva ed equa misura risarcitoria.

Non solo, ma i valori tabellati, per il danno biologico permanente, così come per l’inabilità temporanea totale, appaiono inidonei ad assicurare, anche con riguardo, al caso di specie, la garanzia del suddetto principio di effettività inteso come liquidazione sufficientemente congrua e, quindi, equa quale sarebbe quella assicurata dall’applicazione delle Tabelle di Milano.

A tale ordine di considerazioni si potrebbe obiettare che rientra nella discrezionalità legislativa la fissazione di limiti risarcitori, anche mediante la predeterminazione dell’incremento percentuale massimo accordabile.

Orbene, la Corte costituzionale ha già avuto l’occasione di precisare che l’individuazione legislativa di un limite alla responsabilità, non basta ad integrare l’illegittimità costituzionale della norma, sebbene importi una deroga al principio del risarcimento integrale del danno (cfr. sentenza, Corte costituzionale n. 132, 1985, in materia di responsabilità da trasporto aereo).

Si renderebbe, per contro, necessario verificare se la limitazione de qua sia controbilanciata nel sistema di tutela dalla previsione di meccanismi idonei a compensare, nella logica di un astratta comparazione dei valori in gioco, la riduzione del quantum risarcibile.

Nel caso di specie, deve ritenersi che non ricorrano i suddetti “meccanismi di compensazione”, quale, ad esempio, l’opzione per una configurazione in termini oggettivi dell’obbligo indennitario delle compagnie assicurative, con conseguente esonero del danneggiato dalla prova della violazione di una regola di condotta specifica (cfr. ordinanza di rimessione a codesta Corte del giudice di Pace di Torino dell’ottobre 2011) .

 

Ciò premesso, è fuor di dubbio che tale limitazione deve essere, comunque, vagliata alla stregua, non solo delle norme costituzionali, ma anche dei parametri comunitari che impongono l’effettività della tutela come diritto ad una tutela sia sostanziale che processuale che porti ad un risultato equo per il soggetto danneggiato.

Per quanto la disapplicazione della norma de qua, per la sua anticomunitarietà, sia sempre possibile, si ritiene che questo Giudice non possa esimersi, comunque, dal sollevare la questione di costituzionalità nei termini su espressi.

Infatti, se la disapplicazione consente un controllo diffuso, idoneo a soddisfare l’aspettativa di tutela del singolo danneggiato, è pur vero che solo un’eventuale pronuncia d’incostituzionalità di codesta Corte sarebbe idonea ad espungere, in via definitiva, la norma de qua dall’ordinamento con conseguente ripristino della legalità costituzionale e comunitaria.

 

Tanto precisato la questione di legittimità costituzionale come sopra enunciata appare a questo Giudice seria e non manifestamente infondata e rilevante nel processo de quo

 

                                                    P.Q.M.


Il Tribunale di Brindisi, sezione distaccata di Ostuni, in persona del giudice *******************,

visti gli artt. 134 Cost. e 23 l. 11.3.53 n. 87;

ritenuta non manifestamente infondata e rilevante, per la decisione del presente giudizio, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 139, comma 1, 3, 6 per violazione degli artt. 2, 3, 24, 32, 76, 117  della Costituzione nei termini e per le ragioni di cui in motivazione;

dispone la sospensione del procedimento in corso;

ordina la notificazione della presente ordinanza ai procuratori delle parti e al Presidente del Consiglio dei Ministri e la comunicazione della stessa ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato;

ordina la trasmissione dell’ordinanza alla Corte Costituzionale insieme con gli atti del giudizio e con la prova delle notificazioni e delle comunicazioni prescritte.

                                                                                                                    

                                                                                         IL GIUDICE  UNICO

                                                                                         (*******************)   

 

                                                                                                                                               

 


[1] Infatti, si è affermato che <<Il riconoscimento dei diritti fondamentali sanciti dalla Cedu come principi interni al diritto dell’Unione ha immediate conseguenze di assoluto rilievo, in quanto le norme della Convenzione divengono immediatamente operanti negli ordinamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione, e quindi nel nostro ordinamento nazionale, in forza del diritto comunitario, e quindi in Italia ai sensi dell’art. 11 della Costituzione, venendo in tal modo in rilevo l’ampia e decennale evoluzione giurisprudenziale che ha, infine, portato all’obbligo, per il giudice nazionale, di interpretare le norme nazionali in conformità al diritto comunitario, ovvero di procedere in via immediata e diretta alla loro disapplicazione in favore del diritto comunitario, previa eventuale pronuncia del giudice comunitario ma senza dover transitare per il filtro dell’accertamento della loro incostituzionalità sul piano interno.>>.

 

[2] Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Strasburgo, n. 24638/94, 11 dicembre  2003, caso  ********* e ******* c. Italia, in materia di articolo 41 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (equa soddisfazione), e di articolo 1 del Protocollo n°1, sul diritto di proprietà, in ipotesi di  accessione invertita = espropriazione indiretta). Si afferma il principio che: <<Stante la mancata restituzione dell’area acquisita illegalmente e proprio a motivo dell’illiceità dell’acquisizione,  l’indennizzo a carico dello Stato italiano deve necessariamente riflettere il valore pieno ed  integrale del bene.>>.

[3] Cfr. Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (in G.U. 23.1.2008, n. 223), articolo 38, secondo cui: <<Nella politica dell’Unione è garantito un elevato livello di protezione dei consumatori.>>.

[4] Afferma testualmente la Suprema Corte che si avrebbe duplicazione nel caso in cui <<il pregiudizio consistente nella alterazione fisica di tipo estetico fosse liquidato separatamente e non come “voce” del danno biologico, che il cd. danno estetico pacificamente incorpora.>>.

[5] <<Possono costituire solo “voci” del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il cd. danno alla vita di relazione,  gli stessi pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione.>>. 

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Abusiva trasformazione delle res condominiali e responsabilità extracontrattuale del costruttore che dopo aver trasformato un lastrico in appartamento proceda alla sua vendita (Trib. Brindisi, sez. distacc. di Ostuni, 1/3/2012) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

1. Nel caso di abusiva trasformazione delle res condominiali non è richiamabile la disciplina in materia di sopraelevazioni di cui all’art. 1227 c.c.. che opera, invero, con riguardo esclusivo alle costruzioni realizzate dal proprietario esclusivo dell’ultimo piano dell’edificio o da chi è proprietario esclusivo del lastrico solare.

 

2. Nel caso di abusiva trasformazione delle res condominiali non è applicabile la disciplina dei vizi nel contratto di compravendita, in quanto la preclusione ai condomini della facoltà di “accesso e utilizzo del lastrico solare” non costituisce un vizio della res, da far valere nei termini di decadenza e prescrizione, previsti dalla disciplina codicistica, ai fini delle azioni che discendono da una compravendita immobiliare, ma la lesione di una delle facoltà in cui si concreta il diritto dominicale.

 

FATTO E DIRITTO

Nel proprio atto di citazione gli attori lamentavano che – dopo l’acquisto dell’appartamento sito in C. alla via G. C., 10, facente parte di un condominio composto da quattro appartamenti, due al piano rialzato con ingresso singolo e due a primo piano, di cui uno di proprietà degli attori, con ingresso da scala condominiale da cui si accedeva alle lavanderie ed al lastrico solare siti al secondo piano, la società venditrice, L.C. s.r.l., chiudeva illegittimamente l’accesso al lastrico solare ed alle lavanderie trasformando queste ultime in un appartamento realizzato in parte sul lastrico solare condominiale.

 

La legittimazione passiva della L.C. srl

In primis, deve essere rigettata in parte qua l’eccezione relativa al dedotto difetto di legittimazione passiva della convenuta.
Difetto che la tal ultima deduce dall’essere le azioni intraprese nei confronti della L.C. srl, inerenti ad un “immobile di proprietà di terzi rispetto al quale la società convenuta ancor prima dell’inizio del procedimento non era titolare di alcun diritto, né dominicale né possessorio.
Infatti, l’attore ha dedotto un illecito in capo alla convenuta e sia la richiesta di accertamento del diritto degli attori, quali condomini, sulle res condominiali, sia quella di ripristino dello stato dei luoghi, al pari della domanda risarcitoria per equivalente, sono legittimamente esperibili nei confronti della società convenuta che, se riconosciuta reale autrice dell’illecito dedotto sarebbe obbligata alla conseguenze risarcitorie, anche in forma specifica, ricollegate dall’ordinamento ad ogni fatto illecito.
Orbene, (cfr. risposta del CTU al quesito n. 3), dagli elaborati grafici allegati alla concessione edilizia n. 304 dell’11.08.1995, in base alla quale è stato realizzato il condominio, si rileva che i vani siti al secondo piano, illo tempore, erano qualificati “come vani tecnici (ed, in particolare) lavanderie”.
Inoltre, dall’elaborato progettuale, “si evince che dal vano scala condominiale, attraverso le ciascun locale lavanderia”, era prevista la possibilità di accesso “al lastrico solare a livello, anch’esso condominiale”.
Ciò premesso, le risultanze della prova testimoniale risultano idonee a corroborare l’assunto secondo cui, quando gli attori hanno acquistato l’abitazione, dalle scale condominiali si accedeva liberamente alle lavanderie e, per il tramite di queste, al lastrico solare condominiale.
Per contro, devono ritenersi inattendibili le dichiarazioni rese dai testi di parte convenuta, anche perché parzialmente smentite dalle risultanze documentali (cfr. copie progetti depositati al Comune di Carovigno).
Orbene, consta ex actis che gli attori hanno acquistato il loro appartamento – unitamente alla contitolarità delle res condominiali – con atto pubblico del 16.09.1998, registrato in Ostuni il 05.10.1998, dal quale, non emerge alcuna riserva di proprietà, dei vani tecnici denominati lavanderie e dei lastrici solari condominiali, in favore della società venditrice. Riserva che rappresenta l’unico strumento attraverso il quale la società venditrice avrebbe potuto conservare la proprietà delle lavanderie e dei lastrici solari. (Cass. Civ., sez. III, 07.08.2002, n. 11877).
Pertanto, deve ritenersi che, in applicazione dell’art. 1117 c.c., al momento dell’acquisto, gli attori siano divenuti proprietari, quali parti comuni dell’edificio condominiale, anche delle lavanderie e degli spazi ai quali le prime consentivano l’accesso, salvo la necessità di provvedere ad una corretta qualificazione degli stessi.
Infatti, l’art. 1117 recita: “Sono oggetto di proprietà comune dei proprietari dei diversi piani o porzioni di piani di un edificio, se il contrario non risulta dal titolo:
1) il suolo su cui sorge l’edificio, le fondazioni, i muri maestri, i tetti e i lastrici solari, le scale, i portoni d’ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili e in genere tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune;
2) i locali per la portineria e l’alloggio del portiere, per la lavanderia, per il riscaldamento centrale, per gli stenditoi e per altri simili servizi in comune;
3) le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere che servono all’uso e al godimento comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne, gli acquedotti e inoltre le fognature e i canali di scarico, gli impianti per l’acqua, per il gas, per l’energia elettrica, per il riscaldamento e simili, fino al punto di diramazione degli impianti ai locali di proprietà esclusiva dei singoli condomini”.
Orbene, se per i locali, originariamente adibiti a lavanderia, la condominialità deve ritenersi in re ipsa nella loro accedibilità da parte dei singoli condomini, oltre che nella loro strumentalità e funzionalità alle singole proprietà esclusive – per quanto concerne quella che – dopo l’illecita trasformazione – può definirsi una “terrazza a livello”, giovino le seguenti considerazioni.

 

La terrazza a livello e il lastrico solare: criteri distintivi

Come noto, in tema di edifici in condominio, almeno secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, per terrazza a livello deve intendersi, in un edificio condominiale, una superficie scoperta posta al sommo di alcuni vani e, nel contempo, sullo stesso piano di altri, dei quali costituisce parte integrante strutturalmente e funzionalmente, talché deve ritenersi per il modo in cui è stata realizzata, che è destinata non solo e non tanto a coprire una parte del fabbricato, ma soprattutto a dare possibilità di espansione e di ulteriore comodità all’appartamento del quale è contigua, costituendo di esso una proiezione all’aperto. Per contro, il lastrico solare, al pari del tetto, assolve essenzialmente la funzione di copertura dell’edificio, di cui forma parte integrante sia sotto il profilo meramente materiale, sia sotto il profilo giudiziale (sent. 21 maggio 1974 n. 1501; 28 aprile 1986 n. 2924).
Orbene, affinché una terrazza a livello che esplichi anche funzioni di copertura dei piani sottostanti, possa ritenersi di proprietà esclusiva del proprietario dell’appartamento da cui si accede alla terrazza stessa, ove tale appartenenza non risulti dal titolo, è necessario che essa faccia parte integrante da un punto di vista strutturale e funzionale del piano cui è annessa, di guisa che la funzione di copertura dei piani sottostanti si profili come meramente sussidiaria (cfr. Cassazione civile sez. II. 22 aprile 1994, n. 3832).

Orbene, nel caso de quo, anche a negare la natura di lastrico solare di quella che è attualmente una terrazza a livello – e, quindi, che la stessa svolgesse la funzione di copertura dei piani sottostanti (o questa ne costituisse solo una funzione residuale) – deve ritenersi che essa – anche in conseguenza delle sue modalità di accesso da parte dei condomini – fosse strettamente connessa ai locali lavanderia e in una relazione di accessorietà rispetto a questi.
Dunque, al più se ne dovrebbe predicare l’accessorietà rispetto ai locali lavanderia che, però, per le ragioni summenzionate, erano condominiali e tale, dunque, doveva considerarsi anche la terrazza a livello.

 

Irrilevanza del rilascio del permesso di costruire in sanatoria

Né, dovendosi procedere alla qualificazione delle res de quibus, con esclusivo riguardo al momento dell’acquisto, del proprio immobile, da parte degli attori, può riconoscersi rilievo alla circostanza – temporalmente successiva al suddetto acquisto – che la società venditrice abbia dapprima modificato i locali de quibus, per, poi, ottenere, in data 07.04.2000, in virtù della concessione n. 72, il cambio di destinazione d’uso dei vani tecnici-lavanderie in civile abitazione.
Con riguardo a tal ultimo aspetto, come noto, la rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia (ora permesso di costruire) si esaurisce nell’ambito del rapporto pubblicistico tra p.a. e privato richiedente o costruttore, senza estendersi ai rapporti tra privati, regolati dalle disposizioni dettate dal codice civile e dalle leggi speciali in materia edilizia, nonché dalle norme dei regolamenti edilizi e dai piani regolatori generali locali.
Ne consegue che, ai fini della decisione delle controversie tra privati derivanti dalla esecuzione di opere edilizie, sono irrilevanti tanto la esistenza originaria del titolo abilitativo, ovvero il fatto di avere costruito in conformità alla concessione (ipotesi cui deve equipararsi quella del successivo rilascio del permesso in sanatoria), non escludendo tali circostanze, in sé, la violazione del codice civile e degli strumenti urbanistici locali; quanto la mancanza della licenza o della concessione, quando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le disposizioni normative sopra indicate (cfr. Cass. Civ. n. 6038 dell’ 11.5.2000).
Parimenti irrilevante deve ritenersi la circostanza che la società costruttrice-venditrice abbia potuto frazionare ed accatastare le lavanderie e/o l’appartamento in quanto atto unilaterale non idoneo, per la sua natura, a consentire il superamento della presunzione di proprietà ex art. 1117 c.c., specie, per l’assenza della formulazione di una riserva di proprietà a proprio nome (Cass. Civ., sez. II, 16.01.2008 n. 730; Cass. Civ., sez. III, 07.08.2002, n. 11877).
Peraltro, tale trasformazione è illegittima in quanto fatta su proprietà condominiale da un soggetto terzo rispetto a tale proprietà.
Se anche al momento dell’illecita trasformazione l’impresa era proprietaria esclusiva di qualche bene facente parte del Condominio, se ne dovrebbe dedurre che la stessa ha illecitamente ecceduto i poteri del comproprietario- condominio, alterando la destinazione della res comune e appropriandosene.

 

Non richiamabilità della disciplina di cui all’art. 1227 c.c.

Né, nel caso di specie, sarebbe possibile richiamare la disciplina della sopraelevazione di cui all’art. 1127 c.c. – operante, invero, con riguardo alle costruzioni realizzate dal proprietario esclusivo dell’ultimo piano dell’edificio o da chi è proprietario esclusivo del lastrico solare – in quanto quest’ultima presuppone la ricostruzione dell’intero tetto o del lastrico solare al livello superiore, senza pregiudizio per la proprietà condominiale (cfr. Cassazione civile sez. II,
07 gennaio 1984 n. 101, secondo cui un condomino non può trasformare un manufatto condominiale avente la sola funzione di copertura (nella specie un tetto) in una terrazza a livello per il proprio uso esclusivo, atteso che in siffatto modo viene alterata la destinazione della cosa comune e si attrae, in contrasto con l’art. 1102 c.c., nella proprietà esclusiva un bene di uso condominiale).
Ne consegue che i condomini attori hanno, pertanto, il diritto di chiedere il ripristino dello stato dei luoghi, secondo i tempi e le forme tipiche della tutela dominicale.
Con riguardo alla posizione dei convenuti, giovino le seguenti considerazioni.
La condanna deve essere pronunciata nei confronti della sola ditta costruttrice in quanto esclusiva autrice dell’illecito, consistente nell’illecita modificazione della res condominiale in immobile da destinare ad abitazione.
Né l’aver acquistato il bene, frutto dell’illecita trasformazione, è circostanza idonea a rendere corresponsabile dell’illecito della convenuta lo I., in relazione al quale appare più consona la veste di vittima dell’abuso de quo.
D’altronde, l’acquirente del bene de quo -in virtù della generale presunzione di buona fede soggettiva ex art. 1147 c.c. – deve considerarsi assistito da tale peculiare status soggettivo, per lo meno, al momento dell’acquisto.

 

Il danno da impossibilità di godimento del bene comune come danno in re ipsa

Peraltro, poichè, con la detta sopraelevazione, i condomini sono stati privati della possibilità di accedere liberamente al lastrico solare per esercitare i diritti che si riconnettono alla suddetta qualità (installazione di antenne televisive, installazione di vasche di recupero acqua, utilizzo del lastrico per sciolinare i panni ecc.), essi hanno diritto al riconoscimento di un risarcimento del danno che deve essere quantificato, in via equitativa, nella misura di euro 4000,00.
Questo Giudice ritiene, infatti, che, nel caso di specie, venga in rilievo un danno in re ipsa, individuabile, di per sé, nella perdita della disponibilità del bene da parte del dominus.
Tale ordine di considerazioni è avvalorato dall’apprezzabile protrarsi nel tempo della inutilizzabilità del bene, da parte degli attori.
Alla durata della situazione di illiceità, ancora permanente, deve essere commisurata l’entità del suddetto pregiudizio in quanto – in base ad una massima di comune di esperienza di difficile smentita – deve ritenersi che l’immobile sarebbe stato oggetto di un’utilizzazione effettiva, nell’esercizio dei poteri che si riconnettono alla qualità di condomino.
D’altronde, la configurazione del danno quale danno-conseguenza è stata consacrata, dalla Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la pronuncia dell’11.11.2008 in relazione al solo danno non patrimoniale, in ragione sia della peculiare natura dello stesso, in quanto idoneo ad attingere beni personali di rilevanza costituzionale, sia della tendenza, affermatisi nell’ambito della giurisprudenza di prossimità, a moltiplicare le ipotesi di danno risarcibile.
Orbene, in considerazione delle predette riflessioni, la determinazione del risarcimento del danno ben può essere operata in tali ipotesi, sulla base di elementi presuntivi semplici, anche facendo riferimento al cosiddetto “danno figurativo” (Cass. 21/1/2000 n. 649; 18/2/1999 n. 1373; 4/2/1998 n. 1123).
Il suddetto perso risarcitorio, per le ragioni su espresse, deve essere posto a carico della sola L.C. ******
Per contro, non può trovare accoglimento perché irrilevante, ai fini del thema decidendum, la domanda, proposta dall’attrice e volta ad accertare che la costruzione dell’appartamento de quo sarebbe avvenuta in violazione delle norme urbanistiche del comune di C.
Così deve essere rigettata, perché non provata, la domanda di accertamento dell’idoneità della costruzione dell’appartamento ad arrecare pregiudizio alla stabilità ed alla sicurezza del palazzo otre che al decoro architettonico.

 

L’inapplicabilità della disciplina dei vizi nelle ipotesi di illegittima trasformazione delle res condominiali

Parimenti, non può accogliersi la eccezione, sollevata dalla L.C., di decadenza dal diritto alla garanzia, per non aver gli attori denunziato i presunti vizi “entro 8 giorni dalla scoperta e per avere lasciato trascorrere il termine prescrizionale di un anno”.
Infatti, la preclusione ai condomini della facoltà di “accesso e utilizzo del lastrico solare” non costituisce un vizio della res, da far valere nei termini di decadenza e prescrizione, previsti dalla disciplina codicistica, ai fini delle azioni che discendono da una compravendita immobiliare, ma la lesione di una delle facoltà in cui si concreta il diritto dominicale. Tale è, appunto, la relazione che lega il singolo condomino alle res condominiali.
Le spese – comprese quelle di ctu – liquidate come da dispositivo – seguono la soccombenza della L.C. S.R.L..
Per contro, si ritiene equo compensare le spese fra gli attori e I.G..

 

P.Q.M.

 

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da S.G. e M.C., nei confronti di L.C. ******, n o n c h è nei confronti di OMISSIS, così provvede:
1) accerta e dichiara che gli attori erano proprietari di tutte le parti comuni del condominio ed, in particolare, delle lavanderie e della terrazza a livello ad esse contigua, fin dal momento in cui hanno acquistato l’appartamento sito in C. alla via G. C. censito al N.C.E.U. alla partita 7382, fg. 40, mappale 2321 sub. 45, categoria A/3, classe 4^, vani 7 RCL. 945.000 e fg. 40, mappale 2321 sub. 18, categoria c/6, classe 3^, mq.27, RCL. 81000;
2) conseguentemente, dichiara illegittima ed abusiva la costruzione dell’appartamento sul lastrico solare realizzata dalla L.C. s.r.l.;
3) condanna la sola L.C. ******, al ripristino dello stato dei luoghi ripristinando la situazione quo ante all’illecita trasformazione;
4) condanna la L.C. ******, al risarcimento dei danni che si quantificano, in via equitativa, in euro 4000,00;
7) condanna la L.C. ******, al pagamento di spese e competenze di lite in favore degli attori, liquidate in complessivi euro 3500,00 di cui euro 190,00 per spese, euro 2100,00 per diritti ed euro 1300,00 per onorario, oltre *** e Cap e spese generali come per legge;
8) pone, definitivamente, a carico della L.C. S.R.L, le spese della disposta CTU;
9) spese compensate fra gli attori e I.G..

 

IL GIUDICE
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Doppia vendita immobiliare e acquisto dal falsus procurator dell’acquirente che abbia trascritto per primo (Trib. Brindisi, sez. distacc. di Ostuni, 28/2/2012) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

1. Non osta all’ammissibilità dell’azione volta alla dichiarazione dell’inefficacia della trascrizione dell’acquisto dal falsus procurator la circostanza che l’eccezione di inefficacia del contratto concluso dal falsus procurator sia spendibile solo dal falso rappresentato.

 

2. L’acquirente di bene immobile che trascriva per secondo ha interesse ad agire per la dichiarazione di inopponibilità dell’acquisto di altro soggetto che abbia trascritto per primo, comprando, però, dal falsus procurator e, quindi, in astratto, idoneo a prevalere in applicazione dei principi in materia di trascrizione e, quindi, di risoluzione dei conflitti fra più aventi causa dallo stesso autore del dominium del medesimo bene immobile o, comunque, di diritti incompatibili fra loro.

 

 

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione notificato in data 07.03.2007, i sigg.ri U.R. P. e ***** convenivano dinanzi a codesto Giudice, gli odierni convenuti per sentir ivi dichiarare, in via principale la giuridica inesistenza e la nullità e/o in alternativa la nullità e/o l’inefficacia degli atti pubblici, entrambi a ministero del Notaio F.F., rispettivamente stipulati in data 02.08.2006 (rep. n.ro 30880, racc. 5736, trascritto alla Conservatoria dei RR.II. di Brindisi in data 09.08.2006 ai n.ri 17370/12156) ed in data 03.08.2006 (rep. n.ro 30892, racc. 5746, trascritto presso la Conservatoria dei RR.II di Brindisi in data 11.08.2006 ai n.ri 17596/12277) ed, in subordine, per ivi sentir pronunciare l’annullamento per dolo dei medesimi atti.

Gli attori formulavano altresì, nel medesimo libello introduttivo, richiesta di condanna in solido dei convenuti al pagamento del risarcimento dei danni subiti nella misura da accertarsi in corso di causa, ovvero in via generica ai sensi dell’art. 278 c.p.c. il tutto con vittoria di spese di giudizio.

Asserivano gli attori di aver acquistato in data 20.12.2006, con atto a rogito del Notaio R. P. (rep. n.ro 467 racc. 385, trascritto alla Conservatoria dei RR.II. di Brindisi in data 09.01.2007 al n.ro R.G. 475 reg. Part.) due appezzamenti di terreno siti in Ostuni, località di ***********, rispettivamente contraddistinti dalle particelle 1023 e 1024 (nel piano di frazionamento generale relativo all’originaria lottizzazione del villaggio *********** siglati G/3 e G/2) del foglio di mappa 4, entrambi seminativi di classe quarta, dai sigg.ri O. W. ed ********* figli ed eredi testamentari dell’originario proprietario *********** Precisavano che il prezzo della vendita veniva pattuito e corrisposto in complessivi euro 74.460,00= e che detto atto veniva trascritto presso la conservatoria dei RR.II. di Brindisi in data 09.01.2007.

Continuavano gli attori deducendo che in data 23.01.2007 venivano edotti, dal suddetto notaio, che i terreni in questione erano già stati oggetto di precedenti vendite, rispettivamente in data 2.8.2006 in favore del sig. B. G. per il tramite del sig. D.L., in qualità di procuratore speciale del sig. **********, ed in data 3.8.2006 in favore delle sigg.re G. A. e M. G. per il tramite del sig. C. A. anch’egli in qualità di procuratore speciale del sig. ***********

Entrambi gli atti citati risultavano rogati dal Notaio Avv. F.F. di Ostuni.

Precisavano, altresì, che le procure speciali allegate ai contratti di compravendita summenzionati, in virtù delle quali i sigg.ri **************, agendo nella qualità di procuratori speciali, avevano venduto le unità immobiliari de quibus, recavano entrambe data successiva a quella del decesso del sig. ********** avvenuta in Nairobi in data 17.4.2005.

Appresa tale circostanza, gli attori assumevano tutte le informazioni del caso e recatisi presso il Consolato Generale d’Italia in Nottingham accertavano l’inesistenza delle procure in oggetto, mai redatte ed autenticate dalla predetta autorità consolare.

Alla luce di tanto, gli attori deducevano l’inesistenza e/o la nullità delle procure richiamate per non essere le stesse mai state rilasciate dall’effettivo titolare del diritto di proprietà e, comunque, perché i poteri ivi conferiti erano, in ogni caso, cessati alla data del decesso del presunto mandante e rappresentato V.V. da ciò derivandone la nullità, ex art. 1418 c.c., degli atti di trasferimento rogati nell’agosto del 2006 a ministero del notaio F.F..

Instavano infine per il risarcimento dei danni avuti ed a patire da comprovarsi in corso di causa.

Con comparsa di costituzione e risposta ed istanza ex art. 269 cpc, depositata in cancelleria in data 02.11.2007 si costituiva in giudizio, il sig. B. G. il quale, nell’impugnativa di ogni avverso dedotto, eccepito, prodotto e concluso, operava una sua ricostruzione della vicenda al fine di una corretta comprensione dei fatti di causa con particolare riferimento alle contestazioni formulate nei suoi confronti ed alle censure mosse all’atto pubblico con il quale egli era divenuto proprietario del lotto “G3” (comprensorio *********** di Ostuni).

Assumeva il B. di aver, nell’estate del 2006, incontrato il sig. ************ di Fasano (che già in passato gli aveva consentito di concludere acquisti di varia natura), il quale lo informava della possibilità di un acquisto del terreno di cui sopra, al prezzo di euro 40.000,00= dal sig. L. D., soggetto conosciuto di vista dal sig. B., titolare di procura a vendere rilasciata da persona residente all’estero.

Dopo aver visionato il terreno de quo e trovato il medesimo di suo gradimento, di lì a qualche giorno il B. incontrava i sigg.ri D. C. e L. D. e quest’ultimo lo informava di essere proprietario del ridetto terreno per averlo acquistato da persona residente all’estero ma di non aver formalizzato il trasferimento in suo favore al fine di risparmiare le spese notarili.

Pattuite le modalità di pagamento, il sig. L. D. indicava quale notaio per la stipula del rogito notarile Del ************ di Ostuni, da lui ben conosciuto precisando che per il suo tramite sarebbe gli stato praticato uno sconto sulle spese del rogito notarile.

Assumeva il B. di essersi recato il giorno 28.07.2006, unitamente ai sigg.ri L. D. e ************ presso lo studio del Notaio Del Genio ove rinveniva il sig. A. C., collaboratore del suddetto studio notarile, conosciuto dal L., il quale redigeva il preliminare d’acquisto.

Successivamente, in data 02.08.2006, dinanzi al notaio F.F., alla presenza del sig. D. C. e del sig. A., il deducente acquistava dal sig. L. D. la porzione del terreno di cui innanzi, con atto pubblico rep. n.ro 30880 raccolta n.ro 5736, regolarmente trascritto presso la Conservatoria di Brindisi in data 09.08.2006 con nr. Reg. Gen. 17370 e Reg. part. 12156.

Successivamente all’acquisto, il convenuto si interessava per la realizzazione sul terreno de quo di una villa bifamiliare conferendo incarico al geom. T. V. per la progettazione e l’esperimento della pratica amministrativa sopportandone il relativo costo.

Proseguiva il convenuto deducendo che in data 07.03.2007, imprevedibilmente ed inaspettatamente, si vedeva notificare l’atto di citazione introduttivo della odierna lite, dal cui contenuto apprendeva circostanze a lui assolutamente ignote sino a tale momento.

In particolare, veniva reso edotto del decesso del sig. ********** conferente la procura speciale al ************, avvenuto – a dire degli attori – ben cinque mesi prima del rilascio della stessa.

Apprendeva, inoltre, l’avvenuta stipula all’indomani del proprio rogito, di altro atto pubblico in favore delle sigg.re M. e G. avente ad oggetto la compravendita del lotto di terreno confinante contraddistinto dalla sigla “G2” sempre di proprietà del sig. ********** e sempre a mezzo rappresentanza speciale del venditore questa volta conferita, a distanza di una sola settimana dall’altra procura, al sig. C. A., coniuge di una delle due acquirenti.

Pertanto, alla luce del contenuto dell’atto di citazione ricevuto, il sig. B. ex art. 269 c.p.c. instava per un rinvio della prima udienza di comparizione delle parti al fine di poter esperire legittimamente azione di manleva e chiamata in causa di terzo nei confronti del sig. L. D. e del Notaio F.F..

Con provvedimento del 17.11.2007, questo Giudice, vista l’istanza ex art. 269 cpc formulata dal sig. B. G., autorizzava lo stesso a chiamare in causa il sig. L. D. ed il Notaio F.F., spostando la prima udienza di comparizione al giorno 06.06.2008.

Veniva ritualmente notificato atto di citazione per chiamata in causa di terzo ai sigg.ri L. D. (residente all’estero) e al Notaio F.F..

Nelle more si costituivano, altresì, in giudizio il sig. A. C., la sig.ra G. A., la sig.ra M. G. ed il Notaio sig. F.F..

Restava contumace il sig. L. D..

Rilevata l’opportunità di definire in via pregiudiziale l’eccezione di difetto di legittimazione attiva degli attori sollevata dal B., si rinviava la causa all’udienza del 07.07.2011 per la precisazione delle conclusioni sulla ridetta eccezione.

All’udienza del 07.07.2011 le parti tutte precisavano le proprie conclusioni ed si rinviava la causa all’udienza del 06.10.2011 per discussione orale su tutte le eccezioni preliminari formulate dalle parti, autorizzando le stesse al deposito di note fino dieci giorni prima della predetta udienza.

 

E’ evidente come gli attori abbiano, nell’articolazione del proprio atto introduttivo, esplicitato una pluralità di richieste di tutela, deducendo, in via principale, la giuridica inesistenza e la nullità e/o in alternativa la nullità e/o l’inefficacia degli atti pubblici, entrambi a ministero del Notaio F.F., rispettivamente stipulati in data 02.08.2006 (rep. n.ro 30880, racc. 5736, trascritto alla Conservatoria dei RR.II. di Brindisi in data 09.08.2006 ai n.ri 17370/12156) ed in data 03.08.2006 (rep. n.ro 30892, racc. 5746, trascritto presso la Conservatoria dei RR.II di Brindisi in data 11.08.2006 ai n.ri 17596/12277).

In subordine, hanno chiesto pronunciarsi l’annullamento per dolo dei medesimi atti.

 

Orbene, il B. – al contempo, contestando l’operare degli ulteriori rimedi prospettati ed azionati dai P. – riconduce la dedotta inefficacia degli atti de quibus, alla previsione codicistica del negozio stipulato dal falsus procurator ossia da chi si pone nei confronti del terzo quale procuratore del rappresentato, senza averne i poteri.

Da ciò, fa discendere difetto di legittimazione attiva degli attori.

 

Il negozio stipulato dal falsus procurator: profili strutturali e funzionali

 

Invero, appare condivisibile la qualificazione compiuta dal B., in relazione alla fattispecie concreta, ed in particolare, agli atti di acquisto dei convenuti, sub specie di contratti conclusi dal falso procuratore.

A tal fine è richiamabile il costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui si deve invocare la fattispecie del falsus procurator non solo 1) quando, come nel caso di specie, il rappresentante agisce senza che gli sia stato conferito alcun potere di rappresentanza, ma anche 2) quando il vero rappresentante eccede dai limiti della procura.

In entrambi i casi, il contratto stipulato tra il falsus procurator ed il terzo non vincola, di norma, il falsamente rappresentato, non avendo egli conferito alcun potere di rappresentanza; così come, tendenzialmente, non produce effetti in capo al falso rappresentante, avendo l’altro contraente contrattato sul presupposto che l’effettivo titolare dei diritti e degli obblighi nascenti dal contratto fosse il rappresentato.

Si tratta di una soluzione, quella del Codice del ‘42, senza dubbio, condivisibile, in quanto non sarebbe risultato conforme all’interesse del terzo contraente sancire la conversione automatica del vincolo in capo al falso rappresentante. Ciò, anche in considerazione della circostanza che tal ultimo non sarebbe sempre in grado di garantire le medesime qualità o condizioni del falsamente rappresentato, ossia di colui con il quale il terzo supponeva di contrattare.

Il contratto stipulato dal falsus procurator è, pertanto, inefficace. Ma si tratta di un’inefficacia relativa, posto che:

1) può essere fatta valere soltanto dal falsamente rappresentato (o sai suoi eredi): Cass., sez. III, 26 febbraio 2004 n. 3872; Cass., sez. III, 8 luglio 1993 n. 7501);

2) non può essere fatta valere dal terzo contraente (che non può neppure recedere dal contratto, potendosi il contratto stesso sciogliere solo per mutuo dissenso tra falsus procurator e terzo: Cass. 23 gennaio 1980 n. 570);

3) non può essere rilevata d’ufficio dal giudice (Cass., sez. III, 26 febbraio 2004 n. 3872; Cass. 8 gennaio 1980 n. 123);

4) può essere sanata dalla ratifica del dominus.

Proprio in relazione a tal ultimo aspetto, è opportuno evidenziare come la giurisprudenza definisca, pertanto, il contratto concluso dal falsus procurator come un contratto in itinere o a formazione successiva il quale si perfeziona per effetto della ratifica del dominus. (Cass., sez. II, 16 febbraio 1993 n. 1929). Per le ragioni sueposte, esso non è, invece, qualificabile come nullo e neppure come annullabile dal momento che ciò che è nullo è privo di ogni potenzialità di perfezionamento, e ciò che è annullabile spiega i suoi effetti sin dall’inizio e li mantiene finchè non intervenga la eventuale pronuncia di annullamento che valga a rimuovere quegli effetti.” (Cass. Civ. sez. III 26/02/2004 n. 3872).

 

La deroga al principio dell’inefficacia per il falso rappresentato

 

La regola secondo cui il contratto non produce effetti in capo al falsamente rappresentato conosce una deroga – oltre che nel caso di rappresentanza apparente – anche nell’ipotesi in cui i poteri di rappresentanza, precedentemente, siano esistiti effettivamente e la modifica o la revoca o la sopravvenienza di una diversa causa di estinzione della procura non siano state portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei e non erano da questi comunque conosciute (art. 1396 c.c.).

Il rappresentato può sottrarsi, in tal caso, agli effetti del contratto concluso dal falsus procurator soltanto dimostrando che il terzo era a conoscenza della revoca o della modifica della procura, oppure che questi, usando l’ordinaria diligenza, avrebbe potuto saperlo (Cass., sez. II, 2 aprile 1993 n. 3974).

I terzi, nei cui confronti sussiste l’onere di pubblicità della estinzione o della modifica della procura, sono coloro che istituiscono col rappresentante i rapporti contrattuali contemplati nella procura, e non certo qualunque soggetto della collettività. Possono considerarsi mezzi idonei di pubblicità, ad esempio, la pubblicazione nei bollettini o nelle riviste specializzate del settore di affari a cui il terzo appartiene, o negli annunci commerciali di quotidiani).

Il rappresentato, che non abbia assolto all’onere di provare che il terzo avrebbe potuto conoscere la revoca o la modifica della procura, non può difendersi, per sottrarsi agli effetti del contratto stipulato, sostenendo che il terzo avrebbe dovuto richiedere al rappresentante giustificazione dei suoi poteri (come previsto dall’art. 1393 c.c.). La giurisprudenza ha chiarito il rapporto tra le diverse norme, affermando che la richiesta della giustificazione dei poteri del rappresentante costituisce per il terzo contraente una facoltà e non un onere (o un obbligo), sicché il non aver fatto uso di tale facoltà non è di per sé sufficiente a costituire in colpa il terzo (Cass., sez. II, 29 marzo 1995 n. 3691; Cass., sez. II, 2 aprile 1993 n. 3974, GI 1995, I, 1, 128).

Si ritiene che l’art. 1396 sia applicabile alla rappresentanza organica, ma non a quella legale.

Il caso di specie

In virtù dei principi de quibus, essendo legittimato a sollevare la suddetta eccezione di inefficacia del negozio stipulato dal “falsus procurator” solo il rappresentato, nel caso de quo tale veste deve riconoscersi in capo al sig. V.V. B. G..

L’ipotesi poi del suo decesso legittimerebbe, a tale tipo di eccezione ed azione, i suoi eredi in quanto continuatori della sua personalità giuridica e subentrati nell’universum ius del defunto.

Ciò premesso, e ribadita la legittimazione all’eccezione di inefficacia in capo al falso rappresentato, nondimeno, non può pronunciarsi il difetto di legittimazione attiva degli attori in relazione a profili diversi e ulteriori rispetto a quello descritto.

Infatti, parte attrice compie un espresso riferimento anche all’avvenuta trascrizione degli atti di acquisto dei convenuti e, dunque, la domanda di declaratoria dell’inefficacia degli atti de quibus, deve essere intesa come riferita, non al piano dell’efficacia del contratto tout court – vicenda contraddistinta dall’operare della sola legittimazione del falso rappresentato, ma alla diversa fattispecie costituita dalla trascrizione degli atti de quibus.

In tal senso, deve indurre a concludere l’espresso riferimento all’avvenuta trascrizione contenuto, non solo in sede di esplicitazione della causa petendi, ma anche al momento dell’enucleazione del petitum.

Al riguardo, giovino le seguenti considerazioni.

 

Efficacia dichiarativa della trascrizione immobiliare

 

Funzione tipica della trascrizione degli atti aventi per oggetto diritti reali immobiliari è quella di dirimere i conflitti tra più aventi causa dallo stesso autore. Tale funzione, relativa agli atti di cui all’art. 2643 c.c., è descritta nell’art. 2644 c.c., secondo cui “Gli atti enunciati nell’articolo precedente non hanno effetto riguardo ai terzi che a qualunque titolo hanno acquistato diritti sugli immobili in base ad un atto trascritto o iscritto anteriormente alla trascrizione degli atti medesimi”.

Seguita la trascrizione, non può avere effetto contro colui che ha trascritto alcuna trascrizione o iscrizione di diritti acquistati verso il suo autore, quantunque l’acquisto risalga a data anteriore.”

Con tale norma, il legislatore codicistico ha introdotto nell’ordinamento la trascrizione con efficacia c.d. dichiarativa, quale strumento a tutela dell’affidamento dei terzi e, quindi, del valore della agevole circolazione della ricchezza.

Essa, infatti, si fonda su una duplice presunzione assoluta, ovvero senza possibilità di prova contraria e operante in via alternativa; presunzione che inerisce alla conoscenza dell’atto, se trascritto, e all’ignoranza dell’atto, se non trascritto.

 

La continuità delle trascrizioni

 

Come noto, i Registri Immobiliari non hanno un’impostazione di carattere “reale”, sono, cioè, ordinati e organizzati non in funzione dei bene negoziati, bensì del titolare del diritto oggetto del trasferimento.

Ciò, consente di comprendere l’assoluta necessità che ogni trasferimento venga trascritto.

Il difetto di trascrizione di un atto, infatti, se, da un lato, ne determina l’inefficacia nei confronti dei terzi, rende impossibile la ricostruzione della successione giuridica degli atti immobiliari e, quindi, l’accertamento della titolarità del diritto in capo all’attuale disponente.

Venendo in rilievo una forma di pubblicità che non ammette equipollenti, in difetto di trascrizione, il trasferimento, nei confronti dei terzi, dovrebbe qualificarsi tamquam non esset e, come tale, inopponibile.

Per impedire che ciò accada, l’esecuzione della trascrizione è oggetto di un obbligo per i pubblici ufficiali autori degli atti soggetti a trascrizione; obbligo che essi devono adempiere nel più breve tempo possibile (art. 2671).

Invece, essa, per l’acquirente del diritto, si configura, come un onere, in quanto dall’esecuzione della stessa dipende l’efficacia erga omnes del suo acquisto.

La reale portata dell’interesse “giuridico” a che la trascrizione venga eseguita è, però, agevolmente comprensibile solo ove si consideri che l’eventuale difetto di continuità incide sulla successiva trasferibilità del bene e, quindi, sul diritto proprio di qualunque avente causa, qualunque ne sia il titolo d’acquisto.

Pertanto, la trascrizione può essere eseguita da chiunque e giova a tutti coloro che vi hanno interesse (art. 2666 c.c.).

Ciò premesso, è evidente l’interesse all’accertamento dell’inefficacia/inopponibilità nei confronti degli attori dell’atto di acquisto del B., in quanto trascritto anteriormente al proprio e, quindi, in astratto idonei a prevalere in applicazione dei principi in materia di trascrizione e, quindi, di risoluzione dei conflitti fra più aventi causa dallo stesso autore del dominium del medesimo bene immobile o, comunque, di diritti incompatibili fra loro.

Ne consegue il riconoscimento della legittimazione attiva almeno per quanto concerne il predetto petitum.

 

 

P.Q.M.

 

Il Tribunale, parzialmente pronunciando sulla domanda proposta da P. e P., nei confronti di B. G., C. A., A.G., G.M., F.F., D.L., così provvede:

1. dichiara e riconosce la legittimazione attiva degli attori in relazione alla domanda di accertamento di inefficacia degli atti meglio descritti in narrativa e trascritti dai convenuti;

2. provvede come da separata ordinanza ai fini del prosequio del giudizio;

3. spese da liquidarsi alla definizione del merito.

 

 

IL GIUDICE UNICO

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Rapporti fra prescrizione dell’azione di ripetizione ed esercizio dell’azione di nullità del contratto di apertura di credito (Trib. Brindisi, sez. distacc. di Ostuni, 18/2/2012) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

1. L’accertata nullità del negozio giuridico, in esecuzione del quale sia stato eseguito un pagamento, dà luogo ad un’azione di ripetizione di indebito oggettivo il cui termine di prescrizione inizia a decorrere, non già dalla data del passaggio in giudicato della decisione, che abbia accertato la nullità del titolo giustificativo del pagamento, ma da quella del pagamento stesso.

 

2. Avendo l’azione di nullità, in quanto azione dichiarativa o di mero accertamento, effetti retroattivi, al fine dell’esercizio dell’azione di ripetizione non è necessario che l’accertamento della nullità del titolo avvenga con efficacia di giudicato, essendo all’uopo, sufficiente un accertamento incidentale della stessa.

 

3. Una richiesta di ordinanza ex art. 186 quater per somme, non dovute, perché legate a titoli giustificativi affetti da nullità, é accoglibile anche in virtù di un accertamento solo incidenter tantum delle ragioni di nullità dedotte in giudizio, deponendo in tal senso anche la piena attuazione del principio di indefettibilità ed immediatezza della tutela delle posizioni giuridiche, di cui pure è individuabile un fondamento costituzionale nell’art. 24 Cost.

 

 

FATTO E DIRITTO

Deduce l’attore che, con sentenza n. 188/2003 emessa in data 22.7.2003, il Tribunale di Brindisi sezione distaccata di Ostuni, dichiarava la nullità delle singole clausole del contratto di conto corrente n. 6101/4 stipulato dal ********* con la Banca di C. C. (già C.R.A.).
In particolare, veniva dichiarata la nullità della clausola determinativa degli interessi convenzionali, che faceva riferimento al cosiddetto “uso piazza”, nonchè la clausola relativa alla capitalizzazione trimestrale degli interessi oltre che quella dell’addebito di spese e commissioni.
In conseguenza delle predette nullità, il conto corrente intestato al sig. P. A., presentava alla data di chiusura del conto un saldo creditore in favore del correntista di €. 29.968,38, per cui veniva revocato il decreto ingiuntivo di pagamento nei confronti del P..
La predetta sentenza, nulla disponeva in merito alla restituzione delle somme a credito in favore del P..
Avverso la predetta decisione proponevano appello sia la B.A. spa, sia la Banca di C.C. oltre che Banca Sella,
quest’ultima acquirente della filiale della Banca di C.C. ove si era radicato il rapporto di conto corrente, mentre la prima, quale cessionaria del credito; tutti quanti gli appellanti chiedevano la riforma della sentenza impugnata.
La Corte di Appello di Lecce con sentenza resa in data 16.2.2009, rigettava l’appello e confermava in toto la sentenza impugnata.
La B.A., non interponeva ricorso per Cassazione, per cui la stessa doveva ritenersi passata in cosa giudicata.
Esponeva l’attore che, in virtù della predette circostanze, doveva ritenersi creditore nei confronti della banca, di tutte quelle somme versate indebitamente alla Banca nel corso del rapporto di conto corrente contraddistinto dal n. 61/09, a titolo di interessi non dovuti convenzionali e capitalizzazione trimestrale, spese tenuta conto e commissioni.
L’attore deduceva, altresì, di avere diritto al riconoscimento del danno da svalutazione monetaria sulle somme a liquidarsi, atteso che, all’epoca della chiusura del conto era un imprenditore commerciale, per cui l’impiego delle somme non dovute avrebbe comportato un loro reinvestimento in attività imprenditoriale.
La convenuta si opponeva all’accoglimento della domanda, eccependo, in via preliminare, l’intervenuta prescrizione.

In primis, deve essere accolta proprio tal ultima eccezione di prescrizione, almeno per quanto concerne l’azione di ripetizione di quanto sarebbe stato indebitamente pagato.
Assume l’attore di aver versato, in favore della convenuta (in realtà degli istituti di credito a cui la B.A. è succeduta per acquisto di ramo di azienda e/o credito) somme in eccedenza, rispetto alle somme dovute, e tanto in virtù della dedotta nullità di clausole negoziali relative alle modalità di determinazione dei tassi di interessi, nonché alla loro capitalizzazione trimestrale ecc. ecc.
Orbene, come noto, l’azione di ripetizione di indebito si prescrive in 10 anni dalla data di esecuzione dell’indebito versamento, sempre che lo stesso possa qualificarsi in termini di pagamento, ovvero di atto estintivo, in tutto o in parte, di una pretesa debitoria preesistente.

1. La decorrenza della prescrizione in relazione all’azione di ripetizione: Le Sezioni Unite e la legge interpretazione n. 10 del 2001

Da tale data, infatti, è possibile far decorrere il dies a quo dal quale esercitare il diritto, in omaggio all’art. 2935 c.c..
Come hanno avuto modo di precisare le Sezioni Unite del 2.12.2010, in armonia con i principi generali in materia di adempimento e di ripetizione d’indebito, e con quelli relativi alla causa delle operazioni bancarie regolate in conto corrente, si rende necessario individuare quando il versamento del correntista costituisca un pagamento e lo stesso possa essere definito indebito.
Per quanto concerne, specialmente, l’apertura di credito, quale tipologia contrattuale di peculiare diffusione, la stessa, come desumibile dal disposto degli artt. 1842 e 1843 c.c., si attua mediante la messa a disposizione, da parte della banca, di una somma di denaro che il cliente può utilizzare anche in più riprese e della quale, per l’intera durata del rapporto, può ripristinare in tutto o in parte, la disponibilità, eseguendo versamenti che gli consentiranno poi eventuali ulteriori prelevamenti entro il limite complessivo del credito accordatogli.
E’ ovvio che, se, in pendenza dell’apertura di credito, il correntista non abbia operato alcun versamento, non è configurabile alcun pagamento da parte sua, se non quando, chiuso il rapporto, egli provveda a restituire alla banca il denaro in concreto utilizzato.
In tal caso, qualora la restituzione abbia ecceduto quanto giuridicamente dovuto a causa dell’addebito di somme non dovute (come interessi anatocistici o superiori al tasso legale), l’eventuale azione di ripetizione d’indebito non potrà che essere esercitata in un momento successivo alla chiusura del conto, e solo da quel momento comincerà perciò a decorrere il relativo termine di prescrizione.
Qualora, nel corso dello svolgimento del rapporto il correntista abbia effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, questi ultimi potranno essere considerati come pagamenti, idonei a fondare il diritto alla
ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effettodi uno spostamento patrimoniale in favore della banca.
Ciò accadrà solo qualora si tratti di versamenti eseguiti su un conto in passivo, cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, oppure siano stati superati i limiti dell’accreditamento.
Per contro, quando il passivo non abbia superato il limite dell’affidamento concesso al cliente, i versamenti da questi posti in essere fungeranno unicamente da atti ripristinatori della provvista della quale il correntista può ancora continuare a godere (cfr. Cass. 18 ottobre 1982, n. 5413,Cass. 6 novembre 2007, n. 23107; o Cass. 23 novembre 2005, n. 24588).
In tale ipotesi, il versamento non ha funzione solutoria del mutuo, ma bensì di mera riespansione della misura dell’affidamento utilizzabile nuovamente in futuro dal correntista.
Non è, dunque, un pagamento, perché non soddisfa il creditore ma amplia (o ripristina) la facoltà d’indebitamento del correntista; e la circostanza che, in quel momento, il saldo passivo del conto sia influenzato da interessi illegittimamente fin lì computati si traduce in un’indebita limitazione di tale facoltà di maggior indebitamento, ma non nel pagamento anticipato di interessi.
In tal caso, la fattispecie dell’adempimento, sub specie di pagamento, sarà configurabile soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia preteso e ottenuto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi somme e competenze non dovute.
Ne consegue che la decorrenza della prescrizione deve essere individuata: a) nel versamento (nell’ipotesi di conto in passivo, senza affidamento, così come di superamento del limite affidato); b) nella chiusura del rapporto (quando non siano effettuati versamenti, in pendenza di rapporto, o quando il versamento, effettuato in pendenza di rapporto, abbia funzione meramente ripristinatoria dell’affidamento).
Peraltro, per quanto sia censurabile, sotto il profilo della compatibilità con il sistema costituzionale, non può sottacersi l’intervento del Decreto Milleproroghe (e della correlata legge di conversione), con cui il legislatore ha deciso di far decorrere il dies a quo ai fini dell’esercizio dei diritti connessi all’annotazione del versamento, da una circostanza di fatto (l’annotazione in conto) che esula dalla sfera conoscitiva del cliente, il quale è reso edotto delle movimentazioni del proprio conto, solo con la ricezione dell’estratto conto (primo atto con cui si attua il valore della conoscibilità delle competenze annotate in proprio favore dalla Banca).
In relazione alla predetta norma è pendente giudizio di costituzionalità, a seguito di rimessione, anche di questo Tribunale.
Ciò premesso, nel caso di specie, qualunque sia la tesi ricostruttiva cui si aderisca nel caso di specie – e anche a voler fare applicazione della regola iuris di cui all’art. 2 della l. n 10 del 2011 – il primo atto interruttivo in atti deve considerarsi lo stesso atto di citazione notificato in data 3/7/2009, quando erano decorsi più di 10 anni dalla chiusura del conto.
Invero, tale valenza non può essere riconosciuta alla proposta opposizione al decreto ingiuntivo, richiesto e ottenuto dalla convenuta, per gli importi controversi inter partes, in quanto tesa alla mera revoca del decreto ingiuntivo, in virtù dell’accertamento negativo del credito fatto valere in sede monitoria; accertamento che ha comportato una pronuncia incidenter tentum sulla nullità di alcune clausole (quella relativa alla determinazione degli interessi passivi e quella di capitalizzazione trimestrale degli interessi stessi).
2. La prescrizione dell’actio indebiti e i rapporti con l’azione di nullità.

Peraltro, questo Giudice condivide il principio, invero prevalente – anche se non univoco – secondo cui l’accertata nullità del negozio giuridico, in esecuzione del quale sia stato eseguito un pagamento, dà luogo ad un’azione di ripetizione di indebito oggettivo, volta ad ottenere la condanna alla restituzione della prestazione eseguita in adempimento del negozio nullo, il cui termine di prescrizione inizia a decorrere non già dalla data del passaggio in giudicato della decisione che abbia accertato la nullità del titolo giustificativo del pagamento, ma da quella del pagamento stesso.

Al riguardo, sovvengono proprio le considerazioni sviluppate dalle Sezioni Unite del 2011, e muovere dalla considerazione che il pagamento, per dar vita ad un’eventuale pretesa restitutoria di chi assume di averlo
indebitamente effettuato, deve essersi tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte di quel medesimo soggetto (cosiddetto solvens), con correlativo spostamento patrimoniale in favore di altro soggetto (cosiddetto accipiens). Inoltre, il suddetto pagamento può essere definito indebito – con conseguente diritto alla ripetizione, a norma dell’art. 2033 cod. civ. – quando difetti di una idonea causa giustificativa.

Ne deriva che non è ipotizzabile il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto quell’atto giuridico, definibile come pagamento, che l’attore pretende essere indebito; e ciò, indipendentemente dalla circostanza che la nullità del titolo, in virtù del quale è stata effettuata, sia accertata e dichiarata in un momento successivo.
Siffatta conclusione non muta, infatti, nel caso in cui il pagamento debba dirsi indebito in conseguenza dell’accertata nullità del negozio giuridico in esecuzione del quale esso è stato eseguito.
Infatti, la domanda volta a far dichiarare la nullità di un atto, che è imprescrittibile, ex art. 1422 cod. civ. è diversa, nei suoi elementi costitutivi, rispetto a quella volta ad ottenere la condanna alla restituzione della prestazione eseguita in adempimento del negozio nullo.
In tal ultima ipotesi, non si rende necessario che l’accertamento della nullità del titolo avvenga con efficacia di giudicato, essendo all’uopo, sufficiente un accertamento incidentale della stessa.
Per le medesime ragioni, deve ritenersi che una richiesta di ordinanza ex art. 186 quater per somme, non dovute, perché legate a titoli giustificativi affetti da nullità, sia accoglibile anche in virtù di un accertamento solo incidenter tantum delle ragioni di nullità dedotte in giudizio. D’altronde, appare insuperabile il rilievo secondo cui l’azione di nullità, in quanto azione dichiarativa o di mero accertamento, che dir si voglia, ha effetti retroattivi, ripristinando ex tunc la situazione giudica preesistente e rendendo perciò stesso indebito, sin dal momento della sua esecuzione, l’effettuato pagamento.
In favore della soluzione prescelta propende anche la piena attuazione del principio di indefettibilità ed immediatezza della tutela delle posizioni giuridiche, di cui pure è individuabile un fondamento costituzionale nell’art. 24 Cost.
D’altronde, la diversità delle azioni sottende la diversità che, sotto il profilo sostanziale, intercorre fra una fattispecie di nullità e una fattispecie di indebito oggettivo per nullità del titolo giustificativo dell’attribuzione patrimoniale.
In ultimo, siffatta opzione ermeneutica appare l’unica in grado di garantire l’unitarietà e l’intrinseca coerenza del sistema, in ragione della sua omogeneità con il principio, assolutamente pacifico, per cui la prescrizione decennale del diritto alla ripetizione di quanto pagato, in applicazione di una norma successivamente dichiarata incostituzionale, decorre, ai sensi dell’art. 2935 cod. civ., dal giorno del pagamento stesso, non già dalla data della pronuncia d’incostituzionalità o della pubblicazione della medesima, configurandosi la vigenza della norma viziata da incostituzionalità non ancora dichiarata, come una mera difficoltà di fatto, che non impedisce la possibilità di far valere la pretesa restitutoria (confr. Cass. civ. 15 marzo 2001 n. 3796; Cass. civ. 1 giugno 2000 n. 7289; Cass. civ. 19 maggio 2000 n. 6486).
Al riguardo, la Suprema Corte ha anche di recente ribadito che il termine di prescrizione inizia a decorrere non già dalla data del passaggio in giudicato della decisione che abbia accertato la nullità del titolo giustificativo del pagamento, ma da quella del pagamento stesso (confr., Cass, civ. sez. un. 2 dicembre 2010, n. 24418; Cass. civ. 13 aprile 2005, n. 7651; Cass. civ. 9 luglio 1987, n. 5978).
Per quanto concerne la distinta domanda di nullità, come noto, imprescrittibile, la causa deve essere rimessa sul ruolo ai fini del prosequio dell’attività istruttoria, anche perché l’accertamento contenuto nella sentenza che ha definito l’opposizione a decreto ingiuntivo, si è soffermata solo su alcuni profili di illiceità.

 

P.Q.M.

Il Tribunale, parzialmente pronunciando sulla domanda proposta da P. A., nei confronti di B.S. spa, così provvede:
1) dichiara prescritto il diritto alla ripetizione di quanto, eventualmente, indebitamente pagato dall’attore;
2) provvede come da separata ordinanza ai fini del prosequio del giudizio;
3) spese alla definizione dell’intero giudizio.

 

IL GIUDICE
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Subappalto e responsabilità “extracontrattuale da contratto” del subappaltatore nei confronti del committente (Trib. Brindisi, sez. distacc. Ostuni, 16/2/2012) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

1. E’ configurabile una “responsabilità extracontrattuale da contratto” derivante dall’inadempimento ad un dovere primario di prestazione, quando il medesimo si risolva in un pregiudizio non iure, per un soggetto estraneo al contratto, perché terzo.

 

2. La condotta negligente del subappaltatore – che integra inadempimento contrattuale dello stesso nei confronti del subappaltante – ben può dare luogo a responsabilità extracontrattuale nei confronti del committente originario, in quanto idoneo a ledere il suo diritto (relativo) ad una corretta esecuzione del rapporto contrattuale di appalto e a cagionare a tal ultimo un pregiudizio ingiusto, sub specie degli esborsi necessari ai fini della rimozione di vizi e difformità.

 

 

FATTO E DIRITTO

Con atto di citazione del 31.03.2005, notificato il 04.04.2005, parte attrice conveniva, innanzi a questo Tribunale, la D.M.P. di G.M. e la D.E.C. di P. P., per sentire accogliere le seguenti conclusioni:

Piaccia all’Ill.mo Tribunale adito adversis reiectis:

1) in accoglimento della domanda proposta, accertare e dichiarare la difformità ed i vizi delle opere commissionate alle ditte convenute;

2) per l’effetto, condannare le ditte convenute al pagamento, per i titoli e le causali  di cui in narrativa,  della somma di euro 20.650,00 oltre IVA, imputabile per euro 12.500,00 oltre IVA alla Ditta G.M. e per euro 8.150,00 oltre IVA  alla D.E.C. di P.P., o di quell’altra maggiore o minore che sarà ritenuta di ragione oltre interessi e maggior danno dal dì della domanda al soddisfo;

3) condannare le ditte convenute al risarcimento di tutti i danni rivenuti agli attori sia per il ritardo nella consegna dell’immobile sia per la sua quasi totale inagibilità, nella misura da quantificarsi in corso di causa e che risulterà di ragione anche a seguito dell’espletanda istruttoria, maggiorata  da interessi e rivalutazione monetaria;

4) condannare la D.M.P. di G.M.  alla restituzione delle somme incassate oltre l’importo pattuito, fissate nell’importo di euro 5.040,00  come da documentazione in atti ed ulteriori prove che si espliciteranno in corso di causa;

5) Condannare le ditte convenute al pagamento di spese, diritti ed onorari di causa”.

 

Le parti convenute, costituendosi in giudizio, contestavano la domanda attorea. 

Con comparsa di costituzione e risposta e domanda riconvenzionale, depositata in cancelleria il 09.06.2005, la D.M.P. di G.M. contestava il ritardo nella consegna dei lavori, e l’asserita irregolarità delle fatture rilasciate dalla medesima ditta, così come, invece, sostenuto da parte attrice.

Contestava, altresì, il coinvolgimento della D.E.C. di P.P. come subappaltatrice dei lavori sia interni che esterni.

Inoltre, con la domanda riconvenzionale, la predetta D.M.P. di G.M. richiedeva il pagamento di un suo “presunto credito” di € 1.652,00 a saldo della somma totale delle fatture emesse per i lavori di cui in causa, nonchè chiedeva il pagamento della somma di € 20.000,00 a titolo di risarcimento dei danni subiti per lite temeraria.

Con comparsa di costituzione e risposta del 29.06.2005, si costituiva anche la D.E.C. di P.P. che sosteneva la sua piena estraneità ad un “rapporto di prestazione di opera” con i ************* per la ristrutturazione dell’immobile de quo, riferendo di essersi occupata dei lavori esterni all’immobile solo e su commissione del Sig. ********..

Contestava, altresì, le presunte difformità, i vizi ed i difetti riscontrati al termine della esecuzione delle opere dai *************, proprietari dell’immobile e da essi

                                                                                   

In primis, quanto alla legittimazione attiva degli attori, essi risultano tutti comproprietari, il padre per aver acquistato a titolo derivativo e in comunione legale con la moglie e in quanto erede della moglie, i figli per aver ereditato dalla madre defunta.

Invero, consta ex actis una scrittura privata in virtù della quale i figli avrebbero delegato il padre alla ricerca di imprese ai fini dell’effettuazione dei lavori de quibus, concedendogli il potere di rappresentarli.

Nondimeno, la suddetta delega, non è provvista di data certa ex art. 2704 c.c. e, dunque, come tale, non è opponibile ai convenuti.

Ne consegue che, in assenza di elementi idonei a fondare la tesi di un contratto di appalto, con una pluralità di committenti, deve essere affermata la legittimazione ad agire, ex contractu, in capo al solo padre D. L. G.; conservando i figli la sola facoltà di agire ex art. 2043 c.c., azionando l’eventuale responsabilità aquiliana dei convenuti.

 Quanto alla legittimazione passiva della D.E.C. di P.P. rispetto all’azione di accertamento dei vizi e di risarcimento, promossa dagli attori, giova precisare quanto segue.

Come noto, la “legitimatio ad causam”, nel duplice aspetto di legittimazione ad agire e a contraddire, costituisce una condizione dell’azione – attinente alla verifica della regolarità processuale del contraddittorio,  rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Legittimazione da intendersi quale diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una qualsiasi decisione di merito, favorevole o sfavorevole – la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’attrice, prescindendo dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa (cfr. Tribunale Belluno, 28 febbraio 2007).

Nel caso di specie, deve negarsi una legittimazione passiva del P.ai soli fini dell’azione di responsabilità ex contractu, ma non anche ai fini di una responsabilità da illecito aquiliano ed, invero, parte attrice omette di qualificare espressamente il tipo di responsabilità azionata.

 

 Orbene, per quanto concerne, invece, il merito, consta dall’espletata istruttoria che non vi é stata alcuna pattuizione espressa tra gli attori e la convenuta E. C..

  Nondimeno, deve ritenersi accertata la conclusione di un contratto fra lo G. e il Palmisano, contratto avente ad oggetto l’esecuzione dei soli lavori esterni. D’altronde, parte attrice, pur negando il proprio consenso alla stipulazione del subappalto, ha affermato che i lavori esterni all’immobile furono commissionati alla ditta del P. dal sig. G.M..

Lo stesso P.ha confermato tale ricostruzione dei rapporti.

Dunque, la fattispecie concreta deve essere ascritta allo schema tipico del contratto di subappalto che – date le concrete risultanze istruttorie ed, in particolare, l’apprezzabile durata dei lavori, nonchè l’avvenuto pagamento nelle mani del P.da parte del D. L. – deve ritenersi implicitamente autorizzato dal D. L..

D’altronde, risponde ad una regola di esperienza di difficile smentita che l’acquiescenza prolungata alla permanenza in casa di un soggetto, a ciò non autorizzato, può considerarsi sintomatica dell’accettazione implicita di tale forma d’ingerenza nella propria sfera patrimoniale.

In particolare, a conferma della sussistenza di un implicito consenso del committente al subappalto, la sig.ra Sanseverino Carmela ha confermato che, su incarico del dott. ********, ha provveduto alla consegna al sig. P.di un assegno di € 5.000,00.

Pur, dovendosi qualificare il contratto fra lo G. e il P., quale sub-appalto parziale, avente ad oggetto i soli lavori esterni, permane il diritto degli attori a richiedere l’eventuale accertamento della violazione del principio del neminem ledere, nonché il risarcimento dei danni consequenziali all’illecito, ove accertato.

 

1.      La fattispecie del subcontratto e la responsabilità “extracontrattuale da contratto”.

 

Va, a tal fine, rilevato che, per effetto dell’evoluzione dottrinaria e giurisprudenziale del concetto di “danno ingiusto” di cui all’art. 2043 c.c., l’ingiustizia attiene esclusivamente al danno subito dal danneggiato e non al fatto dell’agente. Non occorre che il fatto sia ingiusto: è sufficiente che sia ingiusto il danno, e che manchi una causa di giustificazione nel comportamento dell’agente.

 

Inoltre, è ormai jus receptum che la tutela aquiliana non attenga esclusivamente ai diritti assoluti, ma anche ai diritti di credito (ca.. S.U. 26.01.1971, n. 174; Cass. S.U. 14.07.1987, n. 6132; Cass. 25.06.1993, n. 7063) e secondo la maggioranza della dottrina anche alle posizioni meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, previa una valutazione comparativa degli interessi in conflitto del danneggiante e del danneggiato, pure in assenza di un vero e proprio diritto soggettivo del danneggiato.

In particolare, è stata ammessa la configurabilità di una “responsabilità extracontrattuale da contratto” che, cioè, rinviene la propria genesi nell’inadempimento ad un dovere primario di prestazione, traducendosi, però, al contempo, in un pregiudizio non iure, per un soggetto estraneo al contratto, perché terzo.

Infatti, è stato ritenuto condivisibilmente che, qualora un terzo, ancorché estraneo al rapporto contrattuale, cagioni in partecipazione con un contraente nella violazione degli obblighi contrattuali, danni alle ragioni creditorie di altro contraente, è tenuto in solido con il primo (contraente), al risarcimento del danno (Cass., sez. III, 8 gennaio 1999 n. 108).

Ovviamente, e’ richiesto un esame rigoroso della ricorrenza di un nesso di causalità adeguata tra il danno del creditore ed il comportamento del terzo (Cass. 23.02.1978, n. 909).

Ne consegue che il fatto del subappaltatore – che integra inadempimento contrattuale dello stesso  nei confronti del subappaltante – ben può, costituire fatto integrante responsabilità extracontrattuale nei confronti del committente originario (in tal caso, il D. L.), in quanto idoneo a ledere il suo diritto (relativo) ad una corretta esecuzione del rapporto contrattuale e a cagionare a tal ultimo un pregiudizio ingiusto, sub specie degli esborsi necessari ai fini della rimozione di vizi e difformità.

Cosi, anche nel caso di specie.

Parimenti, deve ritenersi che il medesimo inadempimento sia suscettibile di originare danni risarcibili nei riguardi di soggetti, estranei non solo al contratto di sub-appalto, ma anche a quello di appalto.

 

Ciò, quando, come nel caso di specie, risulti lesa la sfera patrimoniale dei titolari pro quota dell’immobile (i figli del D. L.), che non abbiano commissionato i lavori, risultati non eseguiti a regola d’arte.

In definitiva, l’inadempimento del subappaltatore può generare pretese risarcitorie sia in capo al committente-appaltante, sia in capo a soggetti che, in conseguenza del suddetto, inadempimento debbano soggiacere ad esborsi patrimoniali non iure. 

 

2.      Il caso di specie

 

Orbene, nel merito, l’istruttoria della causa, nonchè la disposta C.T.U., hanno confermato in parte qua la fondatezza della domanda attorea che merita, dunque, accoglimento.   

Inoltre, per quanto concerne l’esecuzione dei lavori, é emerso che gli stessi sono stati commissionati alla E. e M. di G.M., e, subappaltati, in parte (per quanto concerne i lavori esterni), dalla D.E.C. di P.P..

Come appurato in sede istruttoria, il contratto di appalto inter partes non è stato consacrato in un atto scritto, essendosi le parti limitate alla sottoscrizione di un preventivo.

Inoltre, appalto e subappalto non hanno avuto regolare esecuzione come desumibile dai  vizi e dalle difformità riscontrate in sede peritale, vizi e difformità che hanno connotato sia i lavori interni eseguiti dalla D.M.P. di G.M., sia  quelli esterni posti in essere dalla D.E.C. di P.P..

  In particolare, il ctu ha rilevato quanto segue: – “nella realizzazione dell’area esterna di accesso pavimentata antistante al cancello, non è stata prevista una idonea pendenza per il deflusso delle acque meteoriche verso la via; inoltre, essendo il piano della pavimentazione a quota stradale, anche l’afflusso delle acque meteoriche provenienti dalla strada, che ha una pendenza longitudinale verso il basso, si riversa verso l’interno della proprietà”. Inoltre, “il lato del piano di accesso, posto al confine sinistro della proprietà in oggetto, non risulta delimitato da idoneo parapetto o altra protezione atta ad evitare l’eventuale invasione delle acque meteoriche sull’adiacente proprietà, nonchè ad evitare accidentali cadute dall’alto verso la proprietà adiacente posta a quota inferiore”.

Ancora, “si riscontra la presenza di muffe ed efflorescenze sull’intonaco. L’ammaloramento si manifesta sia per l’assenza di idonei gocciolatoi sagomati sotto la lastra di marmo delle pedate, sia per l’impiego di materiale per intonaco non idoneo ad uso esterno”. Infine, “sulla superficie del muro contro terra a margine del sottofondo stradale, si osserva la presenza di infiltrazioni d’acqua dovute sia al contatto tra muro e terreno e sia alla risalita capillare. La presenza di tali macchie è da attribuire ad una non corretta posa in opera o mancanza di materiale impermeabilizzante”.

   In ultimo, “nella posa in opera della pavimentazione non è stata garantita la complanarità tra le mattonelle in alcune zone, compromettendo il deflusso delle acque meteoriche verso il pozzetto di raccolta esterno”.

– “(…) si osserva la non corretta esecuzione del riempimento del volume posto al di sotto della porzione di soletta sporgente a filo della proprietà confinante e la mancata rifinitura della porzione di soletta a sbalzo verso la stessa proprietà”;

– “(…) si osserva in generale la presenza di muffe ed efflorescenze alla base ed in sommità delle pareti esterne, a causa dell’impiego di materiale inadeguato per intonaco esterno e non corretta posa in opera, mentre (…) si osserva ulteriormente la mancata posa in opera dell’intonaco grezzo sulla parete interna dell’intercapedine.

– “ (…) si evidenzia la non curata finitura dei mattoni in vetro che costituiscono la parete orizzontale in vetrocemento posta al di sopra della porta d’ingresso”;

– “Si osserva inoltre per tutto il perimetro utile, la non corretta rifinitura dell’intonaco delle pareti in corrispondenza del bordo superiore del battiscopa”;

– “Per quanto riguarda la realizzazione dell’impianto elettrico (…) dal sopralluogo è emersa la presenza di un interruttore differenziale da 300mA non adeguato e la mancata identificazione del nodo di terra e dei dispersori, pertanto occorre adeguare lo stesso impianto elettrico alle orme vigenti

   Per ciò che concerne, invece, l’impianto idrico  è stata accertata la presenza di perdite di acqua prevalentemente sull’impianto di distribuzione dell’acqua calda a partire dello scaldabagno sino alle varie utenze; perdite che, trattandosi di impianto di recente realizzazione, in applicazione ad una massima di comune esperienza di difficile smentita, non è possibile ricondurre eziologicamente se non ad un vizio genetico..

   A tale titolo, appare equo liquidare agli attori euro 1000,00, ponendo la suddetta somma a carico dello G.. 

  Quanto alla genesi dei fenomeni infiltrativi e di risalita capillare, deve ritenersi che alla luce della Ctu – che ha riscontrato i suddetti vizi nello svolgimento dell’attività di ristrutturazione – non possa riconoscersi rilevanza causale esclusiva o concorrente alla mancata realizzazione del pozzo di decantazione.

Dopo aver rilevato i vizi e difformità nell’esecuzione dei lavori sia interni (*********** di G. M.), sia esterni (D.E.C. di P.P.) – secondo una metodologia e dei criteri di valutazione, che questo Giudice condivide, perché esenti da censure – il C.T.U. ha quantificato i costi, necessari alla rimozione delle suddette anomalie, in € 6.045,65 per i lavori esterni all’immobile ed in € 15.917,08 per i lavori interni, per un importo complessivo dei lavori pari ad € 21.962,73, oltre ***; oltre ad € 275,40 per quelle opere necessarie al completamento dei lavori sull’intero immobile con l’installazione delle zanzariere sulla porta esterna e le finestre.

E’ coerente con l’accertata ricostruzione dei rapporti inter partes (appalto fra il D. L. e ***** e subappalto fra quest’ultimo e il P.), l’affermazione dell’obbligo contrattuale del D. L. ed extracontrattuale del P. di risarcire i danni, sub specie degli esborsi necessari per la rimozione dei vizi e delle difformità accertate.

Ovviamente, era nella facoltà degli attori non azionare una responsabilità solidale, ma, come nel caso di specie, limitare la pretesa risarcitoria ai danni ascrivibili alle sfere di competenza  e azione dei convenuti,

 

Quanto alla domanda di condanna delle ditte convenute al risarcimento del danno patito dagli attori sia  per il ritardo nella consegna dell’immobile sia per non aver essi potuto fruire della loro casa vacanze, giovino le seguenti considerazioni.

Dall’espletata istruttoria consta un “generico” ritardo nella definizione dei lavori, di cui appare impossibile fornire una connotazione temporale più precisa.

 Così la sig.ra S. C. C. – interessata alla definizione dei lavori al fine di potere effettuare il proprio trasferimento   nella villa acquistata dal ************** – ha dichiarato di aver visto procedere i lavori a rilento, sino a quando nel periodo di giugno 2005 il cantiere venne totalmente chiuso e abbandonato.

Per contro, nell’ambito del preventivo, non risulta fissata una data finale per l’esecuzione dei lavori, anche se l’accertata chiusura del cantiere deve necessariamente aver inciso su tempi di esecuzione.

In considerazione di ciò, deve rigettarsi la correlata domanda risarcitoria.

Le medesime considerazioni sono solo in parte estendibili alla richiesta di risarcimento derivante dal mancato godimento, per la dedotta quasi totale inagibilità.

Invero, alla luce dell’espletata istruttoria, non può considerarsi raggiunta la prova della assoluta impossibilità di fruire dell’immobile in conformità alla sua destinazione abitativa.

Ciò anche in considerazione di natura ed entità dei vizi accertati dal Ctu.

Nondimeno, è innegabile l’idoneità dell’immobile a soddisfare, in pieno, le esigenze abitative degli occupanti; ragione per cui si ritiene equo riconoscere, a titolo equitativo, euro 1500,00 per ciascuno degli attori, a titolo risarcitorio, derivante, rispettivamente, dalla violazione del contratto di appalto nell’ipotesi del padre, dalla violazione del principio del neminem laedere, per quanto concerne i due figli. 

Parimenti deve essere rigettata – perché sfornita di prova – la domanda di condanna della D. M. P. di G.M. alla restituzione in favore degli attori della somma, pari ad € 5.040,00, quale importo che sarebbe stato incassato in più, oltre l’importo pattuito.

Non è supportata da idoneo riscontro probatorio neppure la domande riconvenzionale dello G.

Da quanto suesposto consegue l’infondatezza della richiesta di condanna per lite temeraria proposta nei confronti degli attori.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano nell’importo in dispositivo fissato. Devono essere poste, in via definitiva, a carico dei convenuti, in solido, le spese della disposta CTU.

 

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D. L. G., D. L. G. e D. L. R. nei confronti della D.M.P. di G.M., nonché nei confronti della D.E.C. di P.P., così provvede:

1)     dichiara e accerta l’esistenza dei vizi e delle difformità, quali meglio specificate nella relazione di CTU;

2)     condanna l’E. C. di P.P. al pagamento, pro quota, in favore degli attori, della somma di € 6.045,65, oltre ***, per i vizi, difformità e pregiudizi esterni all’immobile “de quo”; e la Ditta M. P. di G.M. al pagamento, pro quota, in favore degli attori,  della somma di € 15.917,08, oltre ***, per i vizi, difformità e pregiudizi riscontrati nei lavori interni all’immobile “de quo”;

3)     condanna, altresì, i convenuti, in solido fra loro, al pagamento, a titolo risarcitorio, della somma di euro 1500,00 in favore di ciascuno degli attori;

4)     condanna, altresì, i convenuti, in solido fra loro, al pagamento della somma ulteriore di € 275,40 per le opere necessarie al completamento dei lavori sull’intero immobile e per l’installazione delle zanzariere sulla porta esterna e le finestre;

5)     condanna le ditte convenute in giudizio *********** di G.M. e E. C. di P.P., in solido, al pagamento delle spese, diritti ed onorari del presente giudizio che  si liquidano, per il giudizio di merito, in complessivi € 4600,00 di cui 250,00 per esborsi, 3050,00 per diritti ed € 1300,00 per onorario, oltre iva e cap ed esborsi forfettizzati come per legge;

6)     pone, definitivamente, a carico dei convenuti, in solido, le spese della disposta CTU.

                                          

                                                                           

IL GIUDICE  UNICO             

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Danno patrimoniale e non patrimoniale da interruzione del servizio di telefonia cellulare (Trib. Brinsi, 30/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione ritualmente notificato, S. S. conveniva innanzi a questo Ufficio la compagnia telefonica S. s.p.a. per sentire accogliere le seguenti conclusioni:
1) preliminarmente ordinare ad S. S.p.A. l’immediata riattivazione delle linee telefoniche arbitrariamente interrotte e distinte con numeri 328/9434152, 3939220618, 393/9744328, 393/9754628, 393/9055670, 393/9852178;
2) nel merito, accertare e dichiarare l’illegittimità della interruzione del servizio praticata da S. S.p.a. e, conseguentemente, del prelievo della somma di € 3.585,05=, comminata a titolo di penale per l’asserito recesso anticipato, in quanto infondata in fatto e in diritto, e per l’effetto;
3) ordinare lo storno parziale dalla fattura n. 881720165 del 15/07/2008 e la restituzione della somma di € 3.585,05= maggiorata di interessi moratori e rivalutazione dal dì della domanda fino al soddisfo;
4) condannare S. S.p.A al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti e patendi dal sig. S. S., quantificati in complessivi € 10.000,00= o nella diversa misura che questo giudice avrebbe ritenuto di giustizia anche all’esito della istruzione probatoria, ovvero – in subordine – in via equitativa;
5) condannare S. S.p.A al pagamento di spese e competenze del presente giudizio da distrarsi in favore del procuratore che si dichiarava antistatario.
Premetteva, a sostegno delle richieste anzidette, di operare nel campo della ristorazione, in qualità di gestore dei ristoranti Il pozzo dei desideri ed Il posto affianco e di aver stipulato con la convenuta Compagnia un contratto per la fornitura di servizi di telefonia mobile attraverso sette utenze, da pagarsi mediante disposizione bancaria mensile (R.I.D.).
Nel mese di aprile 2008, a causa di un incolpevole disguido, rimanevano insolute le mensilità di aprile, maggio e giugno e, pertanto, la Compagnia convenuta, senza dare alcun preavviso, interrompeva il flusso delle chiamate in entrata ed uscita per sei delle sette linee telefoniche.
Contattato il call center S. il 25 luglio 2008, apprendeva che l’interruzione del servizio era dipesa dal mancato pagamento di tre fatture e che solo dopo il pagamento avrebbe conseguito il ripristino del servizio. Talché disponeva il bonifico delle somme insolute il giorno stesso e ne dava immediata comunicazione al gestore a mezzo fax, sollecitando la riattivazione delle linee interrotte.
Per contro, S., non solo non riattivava il servizio ma, addirittura, addebitava all’utente l’importo di euro 4.430,38, parte del quale – 3.585,05 – relativo ad una penale per recesso anticipato.
Dall’interruzione delle utenze in uso al personale dipendente e, soprattutto, di quella in uso al S. (……..), divulgata ovunque come recapito per le prenotazioni, conseguiva – ovviamente – l’interruzione del flusso di chiamate da parte dei clienti e, quindi, il danno dovuto alla contrazione del lavoro ed il costo per la ristampa di tutte le pubblicazioni (carte da visita, manifesti pubblicitari etc.) su cui era indicato il recapito telefonico 328.94.34.152 disattivato dalla compagnia convenuta.
Prima di avviare qualsiasi iniziativa, S. tentava invano di farsi consegnare una copia del contratto di abbonamento a suo tempo sottoscritta, così come tentava la riattivazione delle linee telefoniche e, da ultimo, attivava il tentativo di conciliazione presso il Co.Re.Com. di Bari.
Nessuna delle iniziative stragiudiziali intraprese al fine di contenere il danno e conseguire il ristoro dell’indebito prelievo sortiva l’esito voluto.
Costituendosi in giudizio, S. s.p.a. articolava le proprie difese sollevando, preliminarmente una eccezione di incompetenza territoriale di questo giudice ed una eccezione di improcedibilità della domanda per mancato espletamento del tentativo obbligatorio di conciliazione.
Nel merito, argomentava in merito alla infondatezza della pretesa azionata dall’attore sul presupposto che la Compagnia telefonica aveva fatto corretta applicazione del contratto sottoscritto, operando la disattivazione delle utenze non senza avere preavvertito il cliente.
Dalla legittimità della condotta tenuta, faceva discendere l’infondatezza del richiesto risarcimento.
Concludeva, pertanto, chiedendo in rito ed in via preliminare la declaratoria di incompetenza del Tribunale adito in favore del Tribunale di Milano, in subordine la declaratoria di improcedibilità della domanda per mancato esperimento del tentativo di conciliazione, nel merito, il rigetto della domanda e la condanna alle spese di lite.

L’eccezione di incompetenza

E’ noto come, in tema di competenza territoriale, nelle cause relative a diritti di obbligazione, la disciplina di cui all’art. 38, primo comma, c.p.c., prescrive la necessaria formulazione dell’eccezione “a pena di decadenza” nella comparsa di risposta, così come la completezza dell’eccezione per cui il convenuto è tenuto ad eccepire l’incompetenza per territorio del Giudice adito con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli artt. 18, 19 e 20 c.p.c., indicando specificamente in relazione ai criteri medesimi quale sia il giudice che ritiene competente, senza che, verificatasi la suddetta decadenza o risultata comunque inefficace l’eccezione, il giudice possa rilevare d’ufficio profili di incompetenza non proposti, restando la competenza del medesimo radicata in base al profilo non (o non efficacemente) contestato. L’attività di formulazione dell’eccezione sotto entrambi i profili, vertendosi in tema di eccezione di rito c.d. in senso stretta, richiede un’attività argomentativa esplicata (Cass. civ. Sez. III, 04/08/2011, n. 17020).
Tale condizione non risulta rispettata nel caso di specie. È mancata, inoltre, la prova scritta in ordine alla riferita pattuizione del foro convenzionale presso il Tribunale di Milano.
Ciò premesso, deve ritenersi che questo Giudice sia competente in applicazione del principio del forum contractus.

L’eccezione di improcedibilità

Parte convenuta ha rinunciato alla sollevata eccezione (cfr. verbale di udienza 26/3/2009), che, comunque, risulta infondata, come desumibile dal verbale di mancato accordo in atti.

Nel merito, l’attore ha denunciato la illegittima interruzione di sei delle sette linee telefoniche relative al rapporto negoziale intercorso con la compagnia telefonica S. s.p.a..
Consta ex actis che S. con nota racc. a/r datata 30/9/2008, anticipata via fax, formalizzava richiesta di una copia del contratto, anticipando – in difetto e comunque – l’avvio dell’azione giudiziaria.
La richiesta rimaneva priva di riscontro e l’attore introduceva la domanda giudiziale.
Successivamente (nelle more del giudizio), la compagnia telefonica recapitava a mezzo fax la copia illeggibile del formulario che sarebbe stato sottoscritto dall’attore all’inizio del rapporto con S..
Detto formulario reca una sottoscrizione che l’attore sostiene essere apocrifa, e che egli ha provveduto a disconoscere nei termini e nelle forme di rito così come il contenuto.
Ciò premesso, consta ictu oculi l’illeggibilità dello stesso, in virtù della grandezza inadeguata dei caratteri utilizzati, nella parte relativa al regolamento contrattuale e, pertanto, deve dichiararsi l’inidoneità dello stesso a fondare l’operatività del foro convenzionale di Milano, così come il diritto al prelievo dal c/c bancario dell’attore della “indennità di risoluzione anticipata” .
Peraltro, poiché parte convenuta non formulava richiesta di verificazione, il contratto, in atti, deve ritenersi privo di qualunque efficacia probatoria. .

L’illegittimità dell’interruzione del servizio

Invero, l’S. SPA eccepisce di aver fatto corretta applicazione del contratto sottoscritto.
Nondimeno, i due contratti, tempestivamente disconosciuti dall’attore, non sono assolutamente leggibili nella parte dedicata al regolamento del rapporto negoziale.
Pertanto, in assenza di una prova idonea a stabilire le regole che sovrintendevano al rapporto tra le parti, risulta applicabile la carta dei servizi S. pubblicata dal gestore che regola i rapporti di 3 con i propri Clienti, disciplinando gli obblighi della società, quelli dei Fornitori dei servizi che vi abbiano aderito e quelli dei fruitori degli stessi (art.3).
In base a tale codice di condotta, la 3 nel caso di interruzione del servizio si impegna a ridurre al minimo la durata di tali disfunzioni in modo da arrecare ai Clienti il minor disagio possibile (art.4).
Inoltre, l’art. 18 prevede che la Compagnia richieda il pagamento delle fatture entro la data di scadenza delle stesse e, in caso di mancata riscossione, sono previste procedure automatiche che dovrebbero informare il Cliente dell’avvenuto decorso dei termini e delle azioni che la Compagnia intende intraprendere per recuperare il credito.
La sospensione e la successiva disattivazione, stando a quanto si legge nella Carta dei servizi, dovrebbero essere sempre tempestivamente comunicate.
Nel caso de quo, non risulta provato che il S. sia venuto a conoscenza del suo stato di morosità, in un momento antecedente alla sospensione del servizio.
Dunque, non risultano rispettate le condizioni di liceità che la stessa convenuta ha previsto ai fini della regolamentazione dei propri rapporti con gli utenti telefonici.
Ma l’illegittimità della condotta della S. emerge anche dalla mancata osservanza della disciplina codicistica.
Infatti, sotto il profilo dell’inquadramento concettuale, il rapporto intercorso tra le parti deve essere ricondotto allo schema contrattuale del contratto di somministrazione che, in ordine alla sospensione della prestazione, prevede – analogamente alla disciplina di fonte convenzionale – che, il somministrante non possa sospendere l’esecuzione senza dare un congruo preavviso (art. 1565 c.c.).
Nel caso di specie, non consta che sia stata rispettata la suddetta condizione.
Ne deriva, pertanto, che tanto la sospensione del servizio (in assenza di congruo preavviso), quanto la conseguente illegittima risoluzione del contratto e l’applicazione della penale, sono affetti da illiceità, anche in applicazione del principio di buona fede oggettiva, ex art. 1375 c.c., che ha, come noto, radicamento nell’impianto costituzionale e rispetto al quale l’obbligo di congruo preavviso della sospensione del servizio costituisce specifica ipotesi applicativa, codificata normativamente.
Per quanto concerne le domande proposte dall’attore, questi, manente iudicio, ha dichiarato di non aver più interesse, a distanza di tre anni e mezzo dalla interruzione, a conseguire la riattivazione delle linee illegittimamente interrotte.
Per contro, deve essere dichiarata la illegittimità della condotta tenuta da S. nei confronti dell’attore (con riferimento alla sospensione del servizio, alla sua interruzione ed all’indebito prelievo di somme) e, conseguentemente, va accolta la richiesta di storno (mediante emissione della relativa nota credito) della fattura n. 881720165 del 15/7/2008, così come la domanda risarcitoria.

 

l danni risarcibili
La produzione documentale versata in atti dimostra che l’attore si avvaleva dei servizi telefonici erogati dalla società convenuta per motivi di lavoro.
L’indicazione del n. 328/9434152 che, in particolare, è riportato su tutte le pubblicazioni in cui compare l’attività di ristorazione gestita da S., così come l’importo dei consumi indicato nella fattura allegata all’atto di citazione proprio per il numero anzidetto, sono idonei a comprovare un uso professionale e sistematico della linea sia per le chiamate in entrata (clienti, principalmente per le prenotazioni, ma anche dei fornitori) che in uscita.
Orbene, deve ritenersi, in applicazione di una regola di esperienza di difficile smentita, che l’interruzione improvvisa della linea telefonica, avvenuta il 25 luglio, nel pieno dell’estate, periodo di maggiore affluenza di turisti nella città di Ostuni, sia stata idonea ad arrecare disagi e danni all’attore.
Si pensi, a titolo esemplificativo, alla necessità di procedere alla ristampa del materiale pubblicitario e divulgativo (biglietti da visita, brochure illustrative, sit web, cartellonistica stradale, insegne) ai fini dell’indicazione del nuovo recapito telefonico.
Inoltre, i testi escussi hanno confermato la circostanza della riduzione delle prenotazioni successivamente alla interruzione del servizio telefonico sulla linea 328/9434152, così come gli sforzi profusi dal S. per conseguire la riattivazione della linea.

La determinazione del danno

Nel caso di specie, risulta estremamente difficile, se non addirittura impossibile,la quantificazione del danno risarcibile, specie, sotto il profilo del lucro cessante. Infatti, nonostante le dichiarazioni dei testi (una cameriera di sala ed il pizzaiolo) che hanno confermato la contrazione delle prenotazioni, non è oggettivamente possibile stabilire quanti potenziali clienti l’attività gestita dell’attore abbia perso per l’impossibilità di ricevere le prenotazione mediante l’uso del mezzo telefonico.
Da ciò discende la necessità di fare ricorso al disposto di cui all’art. 1226 c.c. che, a tal fine, prevede che la liquidazione sia rimessa al Giudicante con valutazione equitativa.
Orbene, tenuto conto – nel caso di specie – della dislocazione dell’impresa dell’attore (nel centro storico di Ostuni), del periodo estivo notoriamente più redditizio per l’afflusso di turisti (Ostuni nel periodo estivo, agosto in particolare, raggiunge mediamente più di centomila presenze), della notorietà dell’attività (cfr. pubblicazioni allegate, il ************* in particolare), si ritiene equo liquidare euro 3000,00 oltre interessi di legge e rivalutazione dal giorno del fatto lesivo.
Quanto al profilo del danno non patrimoniale, non è stato provato alcun pregiudizio esistenziale, idoneo a superare quella soglia di sufficiente gravità e compromissione del o dei diritti lesi, individuata, in sede interpretativa, dalle Sezioni Unite del 2008, quale limite imprescindibile al risarcimento del danno non patrimoniale.
Soglia che nasce dall’esigenza di contemperare le esigenze risarcitorie con il dovere di tolleranza cui è tenuto ciascun individuo nei riguardi degli altri consociati e che rinviene un ancoramento costituzionale nell’art. 2 Cost… 
Le spese – liquidate come da dispositivo – seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da S. S., nei confronti di S. S.P.A., in persona del l.r.p.t., disattesa ogni contraria istanza, eccezione e difesa, così provvede:
1) accerta e dichiara l’illegittimità della interruzione del servizio praticata da S. S.p.a. e, conseguentemente, del prelievo della somma di € 3.585,05, comminata a titolo di penale per l’asserito recesso anticipato;
2) ordina lo storno parziale dalla fattura n. 881720165 del 15/07/2008 e la restituzione della somma di € 3.585,05, oltre di interessi di legge e rivalutazione dal dì della domanda fino al soddisfo;
3) condanna S. S.p.A al risarcimento dei danni patiti dal sig. S. S., che si liquidano in complessivi € 3000,00, oltre interessi di legge e rivalutazione;
4) condanna S. S.p.A al pagamento in favore dell’attore di spese e competenze del presente giudizio che liquida in complessivi € 2500,00 di cui euro 180,00, euro 1000,00 per diritti ed € 1320,00 per onorario, oltre iva e cap ed esborsi forfettizzati come per legge, da distrarsi in favore del procuratore che si dichiara antistatario.

IL GIUDICE
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Efficacia della pronuncia di assoluzione/condanna nel giudizio civile e di autonomia del giudizio di liceità della condotta compiuto dal Giudice civile rispetto all’accertamento del Giudice penale (Trib. Brindisi, 30/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

FATTO E DIRITTO
La domanda è fondata.
Consta agli atti di causa la sentenza depositata il 12/12/02 (Sent. n. 340/02 di N. 7628/97 RGNR) dal Giudice del Trib. di Ostuni e passata in giudicato il 24/03/03, con cui il convenuto è stato ritenuto responsabile dei reati ex artt. 40- 590-612 c.p., commessi in danno della M.
Emerge dalla stessa che l’odierna attrice subiva, a causa di un ombrellone distaccatosi dall’arenile dello stabilimento **********, gestito dal convenuto lesioni con postumi permanenti al viso, in particolare al naso; inoltre, subiva minacce, sempre dal L-, al fine di desistere dall’intento di chiedergli il risarcimento dei danni.

Invero, l’assunto del convenuto secondo cui l’ombrellone rovinato sul viso dell’attrice sarebbe di altro bagnante e di altro lido é smentito dalla prodotta sentenza penale che ha riconosciuto la veridicità dei fatti, posti a base della domanda risarcitoria,dedotta nel presente giudizio.
Pertanto, la causa delle lesioni attoree deve essere individuata nella caduta dell’ombrellone, verosimilmente volato, a causa del vento e del suo mancato o insufficiente ancoramento al suolo, sul volto della sig.ra M., la quale ha subito, altresì, minacce intimidatorie per impedirle di adire le vie giudiziarie.

La soppressione della pregiudizialità penale e gli attuali rapporti fra giudizio civile e penale.

L’originaria opzione del legislatore per la pregiudizialità penale costituiva espressione dell’humus culturale che permeava la legiferazione del tempo, senza dubbio, ispirata al primato della giurisdizione penale su quella civile, e dunque alla priorità riconosciuta all’accertamento del fatto in ambito penalistico, non fosse altro che in ragione dei più intensi, e potenzialmente illimitati, poteri istruttori del giudice penale rispetto a quelli conferiti al giudice civile, vincolato non solo al principio della domanda, e, quindi, al principio dispositivo, ma anche al rispetto delle richieste istruttorie delle parti.
Ed invero, principi cardini dell’ordinamento all’epoca vigente erano quelli dell’unitarietà della funzione giurisdizionale e della prevalenza della giurisdizione penale su quella civile; prevalenza che rinveniva la propria ragion d’essere nell’esigenza di evitare, nel superiore interesse alla certezza del diritto, giudicati contraddittori (art. 3 c.p.p. e 295 c.p.c.).
In ragione di tali principi ispiratori era marcata la tendenza a spostare in sede penale l’accertamento del fatto che fosse anche fonte di responsabilità civile.
Dalla disciplina del nuovo codice di procedura penale, si può agevolmente evincere che il nostro ordinamento non è più ispirato al principio dell’unitarietà della giurisdizione, come invece avveniva per il c.p.p. del 1930.
Prevale, invece, un’impostazione ispirata al diverso valore dell’autonomia di ciascun processo e della piena cognizione, da parte di ogni giudice, delle questioni giuridiche e di accertamento dei fatti rilevanti ai fini della propria decisione.
Consegue che, fatta eccezione per alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall’art. 75, terzo comma, del nuovo codice di procedura penale (azione promossa in sede civile dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado), che trovano la propria ragion di essere in una circoscritta esigenza di raccordo delle due giurisdizioni; da un lato, il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere influenzato dal processo penale e, dall’altro, il giudice civile deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti (ex multis: Cass., 10.08.2004, n. 15477; Cass., 09.04.2003, n. 5530; Cass., sez. Unite., ord., 05.11.2001, n. 13682).
Attualmente, e volendo distinguere fra ipotesi assolutoria e di condanna, l’efficacia della sentenza penale di assoluzione nel giudizio civile di danno è regolata dagli artt. 652 e 654 c.p.p. secondo i quali il giudicato penale di assoluzione (rispettivamente nell’ambito del giudizio civile di danni – nel caso dell’art. 652 c.p.p. – e nell’ambito degli altri giudizi civili nell’ipotesi di cui all’art. 654 c.p.p.) ha effetto preclusivo in sede civile solo quando contenga un effettivo e specifico accertamento circa l’insussistenza o del fatto o della partecipazione dell’imputato, e non anche quando l’assoluzione sia determinata dal diverso accertamento dell’insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l’attribuibilità di esso all’imputato e cioè quando l’assoluzione sia stata pronunziata a norma dell’art. 530 c.p.p., comma 2, (Cass. 20/09/2006, n. 20325;Cass. 1, 30/08/2004, 17401; Cass. 19/05/2003, 7765; Cass. 02/11/2000, 14328).
Ai fini della completezza dell’esposizione, si ricorda come, in applicazione del suddetto principio, l’accertamento, contenuto in una sentenza penale irrevocabile di assoluzione, pronunciata perché il fatto non costituisce reato, non ha efficacia di giudicato, ai sensi dell’art. 652 c.p.p., nel giudizio civile di danno, nel quale, in tal caso, compete al giudice il potere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio, e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all’esito del processo penale (Cass. 14/02/2006, n. 3193; Cass. 26/10/2004, n. 20751).
Infatti, la non qualificabilità di un fatto quale reato non ne implica, di per sé, l’inidoneità a produrre effetti risarcitori, perché posto in essere in violazione della regola del neminem laedere o di una pattuizione contrattuale.
Ne consegue che il giudicato penale di assoluzione produce gli effetti preclusivi previsti da tale norma, solo quando contiene un effettivo accertamento dell’insussistenza del fatto o dell’impossibilità di attribuirlo all’imputato e non quando l’assoluzione derivi geneticamente dalla mancanza di sufficienti elementi di prova in ordine al fatto o all’attribuibilità materiale e/o psicologica di esso all’imputato.
Da ciò la ragion d’essere del principio per cui “il giudice civile deve tenere conto anche della motivazione della sentenza penale, per individuare l’effettiva ragione dell’assoluzione dell’imputato, al fine di stabilire (a prescindere anche dalla formula assolutoria, eventualmente tecnicamente inesatta, indicata nel dispositivo) l’incidenza del giudicato penale nel giudizio civile (Cass. 26 giugno 19 71 n. 2048, cit., 12 novembre 1985 n. 5523, 20 maggio 1987 n. 4622)” (Cass. 4775/04).
Quanto alla sentenza penale di condanna, qual è quella agli atti, è noto come tal ultima, come fatto oggettivo, costituisce l’elemento pregiudiziale per la pronuncia di risarcimento del danno in sede civile.
Invero, il sistema dell’autonomia del processo penale da quello civile introdotto dal nuovo codice di procedura penale, che non ha riprodotto la norma di cui all’art. 3, comma 2 del codice abrogato, non ha inciso su tale norma.
Orbene, quanto all’efficacia del giudicato penale nel giudizio civile risarcitorio, come espressamente previsto dall’art. 651 c.p.p., la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, con esclusione della colpevolezza il cui esame è autonomamente demandato al giudice civile (Cass. 8 gennaio 1999 n. 11283).

Una volta affermata l’autonomia tra il giudizio civile e quello penale, il giudice civile deve accertare la fattispecie costitutiva della responsabilità aquiliana, posta al suo esame, con i mezzi suoi propri e, quindi, con i mezzi di prova offerti al giudice dal rito civile per la sua decisione.
Tra questi mezzi sono annoverabili, non solo la presunzione, legale o non, ma addirittura anche le c.d. “prove legali”, in cui la legge deroga al principio del libero convincimento del giudice (artt. 239 c.p.c., artt. 2700, 2702, 2705, 2709, 2712, 2713, 2714, 2715, 27120, 2733; 2734, 2735, 2738 c.c.).
D’altronde, il consolidato orientamento giurisprudenziale, che escludeva la risarcibilità del danno non patrimoniale, allorquando la responsabilità dell’autore materiale del fatto illecito fosse stata affermata non già in base all’accertamento concreto dell’elemento psicologico (cioè almeno la colpa), ma in base a presunzioni, quali quelle stabilite dagli artt. 2050 a 2054 c.c., è stato modificato dalla più recente giurisprudenza di legittimità.
Pertanto, può considerarsi acquisito il principio per cui non osta alla risarcibilità del danno non patrimoniale il mancato positivo accertamento della colpevolezza dell’autore del danno, se essa debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge (come l’art. 2054 c.c.) e se, ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato (Cass., 12.05.2003, n. 7281).
Il principio della risarcibilità del danno non patrimoniale, derivante da reato, anche in assenza di un accertamento, in concreto, della colpa del reo, deve essere esteso anche all’ipotesi in cui la responsabilità sia costruita sul modello dell’imputazione oggettiva dell’evento dannoso come nell’ipotesi di cui all’art. 2050 c.c o di cui all’art. 2051 c.c. quale è quella di specie.
Dunque, nel caso di specie:
1) deve ritenersi già accertato, in sede penale, il fatto causativo del danno, nonché la sua iscrizione alla sfera di custodia del convenuto che risponde in virtù della mera verificazione dell’evento dannoso;
2) tal ultimo evento è risarcibile a prescindere dall’accertamento della colpa del convenuto.

Irrilevanza della qualificazione della fattispecie ex art. 2051 c.c, quale responsabilità oggettiva o di colpa presunta

L’affermazione circa la responsabilità del convenuto conserva la sua validità sia che si ricostruisca la fattispecie dell’art. 2051 c.c. come ipotesi di colpa presunta, riconoscendo al custode la possibilità di provare la propria diligenza in termini di rispetto del proprio dovere di vigilanza; sia che si aderisca alla diversa tesi della fattispecie de qua quale ipotesi di responsabilità oggettiva.
Lettura, tal ultima, che sembra imposta dallo stesso dato testuale della norma (“Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia”), dal quale si evince la sufficienza del rapporto di custodia fra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo.
Tale termine non presuppone un obbligo di custodire che, invece, contrassegna tipicamente contratti tipici come quello di deposito.
La norma, infatti, fa riferimento soltanto a una situazione di fatto e, soprattutto, a un concetto che va interpretato “in termini ampi e dinamici, volti ad individuare una relazione funzionale fra la cosa e il soggetto chiamato a custodirla” (Cass., sez. un., 11 novembre 1991, n. 12019).
Ne consegue la radicale irrilevanza, ai fini dell’applicazione dell’art. 2051 c.c., di un’eventuale impossibilità di adempiere all’obbligo di controllo perché inerente al profilo soggettivo della colpa.
L’unico modo per sottrarsi all’applicazione della norma sarebbe, anche in tal caso, la prova del caso fortuito, quale circostanza specifica e puntuale con la conseguenza che, laddove la medesima non sia conosciuta, resta a carico del danneggiante-custode la causa ignota, idonea, di per sé, non ad escludere la colpa, ma ad interrompere il nesso di causalità fra condotta e evento.
Ebbene, dall’espletato giudizio penale, non constano elementi di prova che rispondano a siffatti requisiti di rigore.
Quanto alla condotta dell’attrice, nel caso concreto, la stessa, non essendovi ravvisabili profili di colpa a carico della stessa, appare inidonea a dare luogo ad un’ipotesi di caso fortuito, così come ad integrare una concausa efficiente nella produzione dell’evento dannoso.
Ne consegue che il convenuto deve essere condannato al risarcimento dei danni subiti e richiesti dall’attrice in conseguenza dell’evento e consistenti, nel danno non patrimoniale nella duplice valenza di: a) “danno biologico” e b) danno morale, per il patimento sofferto per effetto delle lesioni riportate.

I danni risarcibili

Quanto al primo profilo, e’ noto come le Sezioni Unite dell’11.11.2008 abbiano degradato il danno biologico a mera componente descrittiva della più ampia categoria del danno non patrimoniale.
Esso, va inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua concreta dimensione.
Tale voce di danno, come precisato dalla Corte Costituzionale, n. 184/’86, non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza del danneggiato, con il conseguente paradosso, al contempo, dell’irrisarcibilità del danno biologico, subito da chi sia sprovvisto di un’attività lavorativa e della commisurazione del danno all’occupazione del soggetto o, persino – secondo un’inammissibile visione della società, rigidamente ripartita per classi – dei genitori.
Come espressamente affermato anche dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni, per danno biologico deve, invece intendersi “la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.
Ciò premesso, il danno biologico consistente nella violazione dell’integrità psico-fisica della persona va considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in sè e per sè considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute).

Orbene, l’espletata consulenza medico-legale, ha consentito di acclarare la entità delle lesioni riportate dall’attrice sotto il profilo sia dell’inabilità temporanea sia del danno permanente
Il Ctu ha accertato che, in conseguenza del sinistro de quo, l’attrice ha subito lesioni permanenti nella misura dell’8%, nonché una invalidità temporanea totale di giorni 15 ed una invalidità temporanea parziale al 50% di giorni 15.
Le conclusioni del medico legale sul danno biologico, sono condivise dal Tribunale, in quanto basate su un completo esame anamnestico e su un obiettivo, approfondito e coerente studio della documentazione medica prodotta, valutata con criteri medico-legali immuni da errori e vizi logici.
Risulta, inoltre, provata, nel caso di specie, anche l’ulteriore figura descrittiva del danno non patrimoniale, individuata dalle Sezioni Unite del 2008, nel danno morale e, dalla stessa pronuncia, disancorato dal dato temporale, con conseguente abbandono dello schematismo concettuale per cui il danno morale deve necessariamente transeunte.
Si ritiene opportuno applicare, al caso di specie, ai fini della valutazione del danno individuato dal CTU, le tabelle di Milano, in quanto strutturate e concepite – diversamente dalle attuali Tabelle di Lecce – in funzione del nuovo inquadramento concettuale del danno non patrimoniale, quale categoria unitaria, cui sono approdate le Sezioni Unite dell’11.11. 2008.
Né la maggiore o minore diffusione delle stesse presso i tribunali locali – a fronte della prevalenza statistica delle tabelle milanesi sul territorio nazionale – può costituire ragione sufficiente ad impedirne l’applicazione nel caso di specie.
Le nuove Tabelle – approvate il 28 aprile 2009 e aggiornate nel 2011 – presentano profili di innovatività rispetto alle precedenti tabelle quanto alla liquidazione del danno permanente da lesione all’integrità psico-fisica. Infatti, esse individuano il nuovo valore del c.d. “punto” muovendo dal valore del “punto” delle Tabelle precedenti (connesso alla sola componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente), aumentato in riferimento all’inserimento nel valore di liquidazione “medio” anche della componente di danno non patrimoniale relativa alla “sofferenza soggettiva”di una percentuale ponderata (dall’1 al 9% di invalidità l’aumento è del 25% fisso, dal 10 al 34 % di invalidità l’aumento è progressivo per punto dal 26% al 50%, dal 35 al 100% di invalidità l’aumento torna ad essere fisso al 50%), e prevedendo inoltre percentuali massime di aumento da utilizzarsi in via di c.d. personalizzazione.
Applicando le predette tabelle, il danno da invalidità permanente subito dall’attore deve essere quantificato in euro:
– € 14.474,00 (che discendono dal valore del “punto”, relativo al danno non patrimoniale ovvero € 2.233,68, moltiplicato per il numero dei punti di invalidità, applicato il demoltiplicatore correlato all’età, al momento del sinistro, pari a 39 anni).
– In considerazione dell’indubbia valenza estetica del pregiudizio e della sua idoneità ad incidere sulla capacità relazionale dell’attrice, peraltro, non ancora quarantenne al momento del sinistro, si ritiene equo maggiorare tale misura fino ad euro 17.000.
Quanto, invece, al calcolo del danno da inabilità temporanea, in applicazione dei suddetti valori tabellari e considerato che il risarcimento per ogni giorno di invalidità assoluta è pari ad euro 91,00, si quantifica in:
a) € 1365,00, l’ITT, giorni 15;
b) € 682,5, l’I.T.P. al 50% giorni 15, per complessivi euro 2047,50.
In totale, per i danni su indicati vanno liquidati all’attrice complessivi € 19.047,5, che derivano dalla liquidazione complessiva del pregiudizio non patrimoniale.
Essendo stato il danno liquidato alla stregua di criteri e valori aggiornati al 2011, non va accordata la rivalutazione, altrimenti, avendosi un’indebita duplicazione del risarcimento.
Devono, invece, computarsi gli interessi legali con decorrenza dal giorno dell’evento lesivo, ovvero dal 12.08.1997.
A tale importo vanno aggiunti € 800,00, liquidati in via equitativa, a titolo di ristoro delle spese sostenute in relazione alle trasferta, resasi necessaria per sottoporsi a CTU.
Non devono essere, invece,rimborsate le spese sostenute per il rientro “anticipato” in Germania dal momento che il fatto lesivo ha solo determinato l’anticipazione di un esborso che sarebbe stato, comunque, sostenuto.
Non sono, invece, computabili le spese per un eventuale intervento di rinoplastica, cui l’attrice vorrà eventualmente sottoporsi, dal momento che la liquidazione del danno correlato ai postumi permanenti è stata operata anche al fine di assicurare un idoneo ristoro del pregiudizio estetico e qualunque somma, liquidata ai fini della sua rimozione, per il tramite di un intervento chirurgico, costituirebbe un’inammissibile duplicazione risarcitoria.
Le spese, comprese quelle di ctu, seguono la soccombenza e si liquidano nell’importo in dispositivo fissato.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da M. R. nei confronti di *****, così provvede:
1) dichiara unico ed esclusivo responsabile dei fatti del 12/08/97 il sig. *****;
2) per l’effetto, condanna il sig. ***** al pagamento, in favore dell’attrice, di euro 800,00, a titolo di danno patrimoniale; nonché di euro 19.047,5, a titolo di danno non patrimoniale, oltre interessi di legge dal 12.08.1997;
3) condanna il convenuto al pagamento, in favore dell’attrice, delle spese e competenze di causa, liquidate in complessivi euro 3500,00 di cui euro 350,00 per spese, euro 2150,00 per diritti ed euro 1000,0 per onorario; oltre *** e Cap come per legge, da distrarsi in favore del procuratore che si dichiara anticipatario;
4) pone definitivamente a carico del convenuto le spese della disposta C.T.U.

IL GIUDICE
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Rapporti tra la disciplina speciale in materia di inquinamento acustico (legge 447/1995) e la tutela offerta dall’art. 844 c.c. in materia di immissioni (anche sonore) (Trib. Brindisi, 19/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Affronta il problema specifico della possibilità di ritenere l’intollerabilità delle immissioni, nonostante il mancato superamento dei limiti legali

 

FATTO E DIRITTO
Con atto di citazione del 28.3.2003, P.C., premettendo di essere proprietaria, fin dal 1993 di un villino facente parte di un complesso turistico-residenziale sulla costa di Pantanagianni e che il proprietario della costruzione confinante, sig. T.A., aveva trasformato la residenza estiva in un locale pubblico e precisamente un ristorante-pizzerie, lamentava la violazione della normativa civilista ed amministrativa in materia, anche per ciò che concerne le distanze, le immissioni di cattivi odori e rumori molesti, che arrecavano disagi e danni.
Inoltre, lamentava l’abitudine del confinante di fare intervenire l’autospurgo dal momento che la fossa asettica è calibrata ad uso di una famiglia e non certo di un locale pubblico, negli orari più impensati, causando ulteriori disagi con le immissioni di odori nauseanti.
Per questo evocava in giudizio T.A., chiedendo che questo Tribunale ritenesse e dichiarasse che illecitamente lo stesso aveva modificato lo stato dei luoghi relativo al villino in località Pantangianni nella marina di ********* al confine col villino di proprietà dell’attrice e, per lo effetto, lo condannasse alla reintegrazione in forma specifica mediante demolizione di tutte le opere realizzate in difformità della legge, con arretramento di quelle che non rispettano la distanza dal confine. Chiedeva, altresì, che lo stesso T.A. fosse riconosciuto responsabile delle immissioni di rumori, fumi e scotimenti nella sua proprietà, superiori alla normale tollerabilità, avuto riguardo alla condizione dei luoghi e per lo effetto ne ordinasse la cessazione, con condanna del convenuto al risarcimento dei danni.
Con comparsa dell’11.6.2003, si costituiva in giudizio T.A., il quale chiedeva il rigetto della domanda attore.

La domanda proposta da P.C. nei confronti di T.A. è fondata solo in parte qua.
La disposta CTU ha evidenziato come le tubazioni a servizio di uno dei lavelli, nella cucina siano a distanza dal confine inferiore al metro (anzi sono addirittura attaccate al muro); ciò in violazione di quanto prescritto dal Codice Civile.
Inoltre, dalla lettura della seconda CTU fonometrica, si evidenzia come l’attività del convenuto non sia rispettosa dei limiti di legge, anche in tema di immissioni di rumori.

Superamento dei limiti legali e normale tollerabilità

Si rende necessario, in via preliminare, chiarire se sia possibile ancorare l’accertamento della tollerabilità delle immissioni, alla stregua dei parametri indicati dal legislatore.
Invero, accettare la suddetta premessa concettuale significa introdurre nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 844 c.c., un elemento (il superamento dei tassi legali) che la norma nella sua originaria configurazione non contempla.
Infatti, il legislatore del ’42 demandava al giudice l’accertamento della tollerabilità con riguardo ad una serie di parametri, squisitamente, fattuali ovvero: la natura dei luoghi, gli usi invalsi in un determinato contesto fattuale.
Ciò, consente di comprendere come intenzione originaria del legislatore fosse quella di riconoscere all’interprete un ruolo primario in quel contemperamento degli interessi, di volta in volta, in conflitto, che la stessa norma richiama, tutt’ora, quale criterio ispirativo delle scelte giurisdizionali al riguardo:”Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà”.
Il ruolo del Giudice, cioè, nell’economia complessiva della fattispecie, è stato concepito, non quale autorità chiamata ad esplicitare dei comandi legislativi “rigidi”, già interamente delineati nei loro contenuti – peraltro, allora inesistenti nella suddetta materia -, ma quale bonus pater familias, chiamato a dettare la regola del caso di specie, sulla base delle caratteristiche specifiche della fattispecie concreta.
Una regola, cioè, che avrebbe dovuto tenere conto della peculiarità del caso concreto e piegarsi ad essa, accordando tutela a quello fra gli interessi in gioco, fosse da considerare prevalente.
Orbene, il legislatore del ’95, con la L. 26 ottobre 1995, n. 447, “Legge quadro sull’inquinamento”, è intervenuto a disciplinare la materia delle immissioni, relativamente all’ambito specifico dell’inquinamento acustico.
Di qui, il dubbio – che, in via interpretativa, é stato risolto mutevolmente – se la suddetta disciplina potesse interferire sull’applicazione dell’art. 844 c.c., riducendone la portata operativa, da clausola normativa generale, idonea a fondare poteri di amministrazione sostanziale, in capo all’autorità giudiziaria, a strumento che impone all’interprete la mera verifica dell’eventuale superamento dei tassi previsti dal legislatore.
E’ ovvio che, nel contesto storico-culturale che ha visto l’approvazione della norma, nel quale – data la natura essenzialmente agricola dell’economia nazionale – scarso, se non inesistente, era lo sviluppo industriale, da una parte, il fenomeno delle immissioni traeva origine, prevalentemente, da rapporti di vicinato; dall’altra, non esisteva ancora una normativa tecnica, idonea a fissare limiti e parametri.
Non v’è chi non veda la stretta connessione fra i due fenomeni, dal momento che la sporadicità del fenomeno delle immissioni, non aveva occasionato studi specifici sulla materia.
Invece, in un contesto nel quale, in conseguenza del mutato assetto dell’economia, si assiste ad una moltiplicazione dei fenomeni di immissione, il legislatore è intervenuto con una normativa specifica.
Orbene, ci si deve interrogare in relazione alla ricostruzione del rapporto esistente fra la normativa codicistica e quella statale ed, in particolare, se sia accettabile una ricostruzione in termini di specialità, con conseguente prevalenza della seconda sulla prima oppure sia preferibile la tesi di una reciproca autonomia, con conseguente salvezza dei rispettivi ambiti operativi.
La risposta a tale quesito richiede una breve ricostruzione dell’iter storico della norma codicistica e delle sperimentazioni applicative che l’hanno riguardata.
In primis, non può obliterarsi quell’orientamento interpretativo che – muovendo dal presupposto, oramai superato, dell’inesistenza di un parametro costituzionale cui ancorare, la tutela dell’ambiente – riconosceva alla norma de qua la funzione di strumento preposto alla tutela del bene – ambiente (e non soltanto dei diritti dominicali).
Si ricorderà come tale iniziale approccio esegetico sia stato superato : da una parte, si é assistito alla rivisitazione concettuale dell’art. 32 Cost., concepito ab origine quale norma a tutela della salute e che, successivamente – con una evidente eterogenesi dei fini – è stato riconosciuto come funzionale alla tutela dell’ulteriore bene della salubrità ambientale; dall’altra, si è provveduto alla “ricollocazione” dell’art. 844 c.c., nell’alveo dei rapporti dominicali.
D’altra parte, in tal senso, deponeva la collocazione sistematica della norma inserita tra quelle a tutela della proprietà individuale.
Tale ridimensionamento della portata operativa della norma codicistica non era stata scevra da censure.
Il combinato disposto degli art 32 Cost, – nella sua rinnovata veste di norma, immediatamente precettiva, a tutela dell’integrità del bene ambientale, quale necessario presupposto per la salute della Persona – e dell’art. 2043 c.c. poteva consentire il ristoro del danno all’ambiente, quando già consumato, ma non anche il promovimento di quelle iniziative di tutela, necessarie al fine di impedire la compressione del bene della salubrità ambientale.
Bene che – per sua stessa natura, ed, in particolare, per la sua infungibilità monetaria – non era conciliabile con una tutela di carattere successivo e monetaria, ovvero per equivalente.
L’art. 844 c.c, invece, assicurava, alla vittima delle immissioni, lo strumento dell’inibitoria, esercitabile nei confronti del proprietario dell’immobile, ma anche dell’autore materiale delle immissioni, sprovvisto della qualità di dominus dell’immobile (ad es. del conduttore, dell’usufruttuario, ecc.); ciò, in quanto allo stesso deve essere imposto un mero non facere, che non implica alcun atto di disposizione della res.
Peraltro, per taluni, la suddetta azione sarebbe esercitabile anche in via d’urgenza, quale modalità di esercizio confacente alla particolare natura del bene leso.
A fronte di tale minoritario orientamento, è,però, prevalsa la tesi per cui, a fini cautelari, sarebbe necessario il ricorso all’art. 700 c.p.c., quale strumento atipico, invocabile a tutela di qualunque diritto della persona, costituzionalmente garantito e idoneo, nel caso di specie, a consentire il conseguimento di un provvedimento giudiziale che inibisca d’urgenza la condotta inquinante.
Peraltro, proprio l’ambito delle immissioni, è stato oggetto delle prime sentenze, favorevoli al riconoscimento di un danno non patrimoniale, per così dire, in re ipsa; ciò pur in assenza della prova di patologie neuropsichiche e, dunque, in deroga al requisito legale della necessaria accertabilità medico-legale del pregiudizio de quo.
Infatti, si è affermato che l’esposizione ad intollerabili immissioni acustiche dà luogo ad un danno biologico – risarcibile in via equitativa – dovuto allo “stress”; altre volte, si è qualificato tale danno espressamente come “esistenziale”, sulla base della compromissione “delle normali attività dell’individuo, quali il riposo, il relax, l’attività lavorativa domiciliare e non” .
E’ chiaro che l’avvento delle Sezioni Unite dell’11.11.08 pone, ora, un’esigenza di rivisitazione critica del suddetto orientamento, ogniqualvolta il pregiudizio esistenziale, di cui si deduca l’esistenza, non derivi eziologicamente dalla lesione di un diritto costituzionalmente fondato che possa dirsi leso oltre la soglia della normale tollerabilità.
Per quanto concerne la prassi giudiziaria, fin’ora invalsa, diversi sono stati i criteri elaborati al fine di determinare il limite di tollerabilità delle immissioni di tipo sonoro, quale presupposto oggettivo di una qualificazione in termini illeciti delle stesse.
Infatti, l’assenza di una legislazione organica volta a disciplinare il problema del rumore, che ha assunto dimensioni sempre più consistenti nella attuale realtà tecnologica e produttiva, ha sollecitato l’individuazione di un parametro di riferimento che consentisse di conciliare l’esigenza di criteri uniformi con la naturale diversità del caso concreto.
Da ciò il ricorso al c.d. criterio relativo-comparativo, detto anche cd. comparativo-differenziale, che muove dalla comparazione del livello medio della cd. rumorosità di fondo della zona – e cioè di quel complesso di suoni e rumori di origine varia e spesso non identificabili, continui e caratteristici del luogo, sui quali si innestano di volta in volta i rumori più intensi (Cass.4.12.1978 n.5695 e successive) – con quello del rumore rilevato sul luogo che subisce le immissioni.
All’esito del suddetto confronto, si ritiene superato il limite della normale tollerabilità per quelle immissioni che abbiano una intensità superiore di oltre tre decibel al livello sonoro di fondo, cosa che equivale al raddoppio dell’intensità di quest’ultimo (cfr. tra le tante Trib. Milano, 10-12-1992, Trib. Roma 16 marzo 1964; Cass. 1796/1976, Cass. 161/1996, App. Milano 28 febbraio 1995, Trib. Perugia 8 novembre 1997) .
D’altra parte, la Cassazione, fin dalla metà degli anni ’70, ha chiarito come il limite della normale tollerabilità delle immissioni dovesse intendersi, non in senso assoluto, bensì relativo, dovendo lo stesso essere fissato con riguardo al caso concreto, tenendo conto delle condizioni naturali e sociali dei luoghi, della attività ivi normalmente svolte, del sistema di vita e delle abitudini delle popolazioni e, con particolare riguardo alle immissioni sonore.
E’ evidente come il suddetto modus procedendi consenta di riconoscere adeguato rilievo al criterio normativo della reale situazione dei luoghi. Ciò diversamente dagli esiti cui si perviene, utilizzando il c.d. criterio assoluto, che, ai fini del giudizio di tollerabilità, accorda rilevo al mero superamento di un dato livello di rumorosità.

Orbene, appare rilevante comprendere in quali termini debba ricostruirsi il rapporto fra il suddetto criterio e la successiva emanazione prima del d.p.c.m. 1° marzo 1991 (limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente esterno), poi della l. 26 ottobre 1995 n. 447 (legge quadro sull’inquinamento acustico).
Esiste una prima tesi interpretativa secondo cui, in relazione all’inquinamento acustico,la legge 447/95, nel delineare dei limiti differenziali rispetto al rumore di fondo, conterrebbe dei limiti non solo minimi – il cui superamento è, di per sé, idoneo a giustificare un giudizio di intollerabilità -, ma anche massimi, nel senso che non è possibile che soglie di rumore inferiori ai predetti limiti, possano fondare un giudizio di intollerabilità.
Per contro, altre pronunce di merito non recepiscono il medesimo percorso logico.
Infatti, il Tribunale di Venezia, (sez. di Dolo, ordinanza 4 ottobre), ha sostenuto che il metodo di accertamento dell’intollerabilità, cd. comparativo-differenziale, sarebbe rimasto immutato anche dopo i suddetti interventi normativi.
Infatti, le norme in essi contenute – sulla base di una delimitazione operativa, fondata sulla natura del rapporto interessato dal fenomeno delle immissioni – troverebbero applicazione ai soli “rapporti fra imprese ed enti locali per la bonifica del territorio dall’inquinamento acustico e i livelli di accettabilità delle immissioni sonore al fine di assicurare alla collettività il rispetto dei livelli minimi di quiete”.
Alle suddette norme non potrebbe riconoscersi, invece, alcuna idoneità ad incidere “sui rapporti di diritto soggettivo intercorrenti fra privati”, né le stesse potrebbero introdurre delle eccezioni alle disposizioni di legge di portata generale in materia di tutela dei diritti patrimoniali e della salute che competono ad ogni persona e, in particolare, all’art. 844 c.c. (v. tra le tante, Pret. Monza 18 luglio 1991, Trib. Catania 13 dicembre 2001 e Cass., sez. II, 27-01-2003, n. 1151)”.
Dunque, sarebbe possibile affermare l’intollerabilità delle immissioni anche ove tal ultime non superino i limiti fissati dalle norme di interesse generale (v. da ultimo, Cass. 951/1999, Cass. 5398/1999, Cass. 1565/2000, Cass., sez. II, 27-01-2003, n. 1151).
Nello stesso senso, si è espresso il Trib. di Nola (sentenza del 15.7.2004), secondo cui il rapporto tra “la disciplina privatistica a tutela della proprietà e della salute dalle immissioni, rinvenibile nell’art.844 c.c. interpretato secondo il lume dell’art.32 della Cost., e la disciplina pubblicistica apprestata per la tutela dell’ambiente in generale dalle fonti rumorose ed inquinanti (ad es., per il rumore dalla legge 447 del 1995 e dai D.P.C.M. 1.3.1991 e 14.11.1997)”, sarebbe da ricostruire in termini di “reciproca autonomia e complementarità”.
Da una parte, la normativa pubblicistica sarebbe preordinata a tutelare la collettività, nel suo complesso, dalle fonti di inquinamento tali da interferire con la legittima fruizione dell’ambiente, contemperando le varie esigenze pubbliche e ponendo limiti di accettabilità, dall’altra, la normativa privatistica, ed in primo luogo l’art.844 c.c., assicurerebbero la tutela del soggetto “in quanto individuo che sia vittima di immissioni intollerabili, a prescindere dalla osservanza o meno della disciplina pubblicistica”.
La struttura aperta della norma codicistica consentirebbe di ricomprendere, nella sua portata operativa,”principi guida non meno cogenti di quelli posti a tutela della proprietà, primo fra tutti quelli dell’integrità psico-fisica, di rango costituzionale”. Dunque, la suddetta norma prevarrebbe sulle normative di tipo pubblicistico o amministrativo, preordinate alla disciplina dei rapporti tra soggetto proprietario del fondo da cui originano le immissioni e l’ente pubblico. Ciò per quanto le stesse mirino alla fissazione di standards limite di inquinamento ambientale. Dunque, se anche quegli standards pubblicistici di accettabilità fossero rispettati e cionondimeno le immissioni risultassero intollerabili, in ogni caso il giudice civile dovrebbe intervenire per farle cessare. (Cass. SS.UU. 19.7.1985 n.4263; Cass.10.1.1996 n.161).
Invero, anche la Suprema Corte ha sposato il principio della non sovrapponibilità dell’ambito operativo delle due discipline, ribadendo, come alla materia delle immissioni sonore o da vibrazioni e scuotimenti, atte a turbare il bene della tranquillità nel godimento degli immobili adibiti ad abitazione, non sia applicabile la normativa di cui alla legge 26 ottobre 1995 n. 477, “poiché detta normativa, come quella con tenuta nei regolamenti locali, persegue interessi pubblici, disciplinando, in via generale ed assoluta, e nei rapporti c.d. verticali, tra privati e la pubblica amministrazione, i livelli di accettabilità delle immissioni sonore al fine di assicurare alla collettività il rispetto di livelli minimi di quiete mentre nei rapporti singoli privati la disciplina delle immissioni moleste in alienum va rinvenuta nell’art. 944 c.c. così che, quand’anche, in ipotesi, dette immissioni non superino i limiti fissati dalle norme di interesse generale, il giudizio sulla loro tollerabilità deve farsi, con riferimento di volta in volta all’art. 844 c.c., secondo il prudente apprezzamento del giudice che tenga conto delle particolarità della situazione concreta” (Cass. n. 5366-99; n. 1565-2000; n. 915-99; SS.UU. n. 4156-57)”.
Invero, il suddetto limite all’ambito operativo della legge speciale (ovvero la limitazione ai c.d. rapporti verticali) non è oggetto di espressa previsione, limitandosi la stessa – in quanto legge – quadro sull’inquinamento acustico -, ad enucleare i principi essenziali cui le regioni avrebbero dovuto conformarsi nell’esercizio della propria potestà normativa in materia.
Nondimeno, nonostante l’assenza di una previsione ad excludendum, l’inammissibilità, in materia, del ricorso a limiti fissi, disancorati dalla specificità del caso concreto, deve desumersi dal contrasto della norma stessa con il principio della tutela della Persona.
Tutela della persona che – in virtù dell’univoca impostazione personalistica del nostro sistema ordinamentale – non può scontare i limiti intrinseci all’adozione di un criterio astratto di determinazione dell’intollerabilità delle immissioni.
Ciò vale, a fortiori, per i DPCM del 1991 e del 1997, dal momento che un diritto primario non può, comunque, essere inciso negativamente da una disposizione normativa secondaria, d’ordine regolamentare, quali sono i suddetti decreti, preordinati, appunto, a finalità di carattere pubblico ed operanti nei rapporti fra i privati e la Pubblica amministrazione .

Nondimeno, non può disconoscersi il rilievo, anche indiretto, che la summenzionata legge speciale assume in materia.
Postulare la totale estraneità della legge 447/1995 rispetto al fenomeno delle immissioni, avrebbe quale conseguenza di eludere il dettato normativo, riducendone arbitrariamente l’ambito operativo.
Dunque, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata della stessa e tale da consentirne la conformità al valore – salute, deve ritenersi che i limiti, da essa dettati, assumano il valore di indice significativo – per quanto non esaustivo, né esclusivo – dell’intollerabilità dell’immissione, anche in ambito di rapporti privatistici e interpersonali . Indice che potrà, di per sé, fondare un giudizio di intollerabilità nell’ipotesi di immissioni tali da superare lo stesso, ma che potrà essere posto a fondamento di un giudizio di tollerabilità, solo se supportato da altri elementi, come la ricorrenza di determinate circostanze fattuali.
D’altra parte, la parziale rilevanza dei parametri legali anche con riguardo all’interesse del singolo dominus era stata già affermata dalla Suprema Corte del 2001secondo cui “se è certo che il superamento dei limiti pubblicistici posti a tutela dell’intera collettività comporta certamente la intollerabilità del rumore nel caso concreto, non è vero il contrario”. Dunque, anche se “l’intensità del rumore rientra nei limiti di accettabilità posti dalla normativa pubblicistica, nondimeno l’immissione nella singola fattispecie considerata può risultare intollerabile”.
Pertanto, i criteri stabiliti dalla normativa pubblicistica, come ad esempio, i criteri stabiliti dal D.P.C.M. 1.3.91 in materia di limiti massimi di esposizione al rumore – ha affermato la Suprema Corte -, benchè dettati per la tutela generale del territorio, possono essere utilizzati come parametro di riferimento per stabilire l’intensità e, di riflesso, la soglia di tollerabilità delle immissioni rumorose nei rapporti tra privati. Ciò, purchè, però, considerati come un limite minimo e non massimo, dato che i suddetti parametri sono meno rigorosi di quelli applicabili nei singoli casi ai sensi dell’art.844 c.c., con la conseguenza che il loro superamento determina necessariamente la violazione della predetta norma, mentre il loro rispetto non ne assicura la mancata violazione (Cass. 18.4.2001 n.5697; Cass. 3.8.2001 n.1073).

Il caso di specie
Il CTU ha accertato, in riferimento al livello di rumore differenziale, nel periodo di riferimento notturno (dalle ore 22.00 alle ore 6.00) un superamento del limite a finestra chiusa (3,6 + 0,5 dB(A) > 3 dB(A)), a fronte di una rilevazione a finestra aperta al di sotto del limite (0,9 dB(A) < 3 dB(A)).
Dunque, in base alle misurazioni de quibus i rumori differenziali notturni dell’attività del convenuto oscillerebbero tra 3,1 e 4,1 dB(A) a finestra chiusa, così superando il limite considerato di 3dB(A)
Dunque, l’attore deve essere condannato alla reintegrazione in forma specifica mediante l’arretramento delle tubazioni a servizio del lavello della cucina, non a norma, nel rispetto della distanza, prevista dal Codice civile, di un metro.
Inoltre, al convenuto deve essere ordinata la cessazione delle immissioni sonore, eccedenti la misura legale, quale meglio specificata nella parte motiva.

Per quanto concerne la pretesa risarcitoria avanzata da parte attrice, dall’espletata istruttoria non consta che l’integrità fisica o morale del soggetto abbia risentito di un pregiudizio esistenziale, idoneo a superare quella soglia di gravità qualificata cui le Sezioni Unite ancorano il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, al di fuori delle ipotesi costituenti reato.
Dunque, la domanda risarcitoria per equivalente deve essere rigettata.
Le spese, comprese quelle di CTU, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da P.C., nei confronti di T.A., così provvede:
1) condanna il convenuto alla reintegrazione in forma specifica mediante l’arretramento delle tubazioni a servizio del lavello della cucina, non a norma, nel rispetto della distanza, prevista dal Codice civile, di un metro;
2) accerta che il convenuto è responsabile di immissioni sonore che superano la normale tollerabilità e, per l’effetto, ordina, altresì, al convenuto la cessazione delle immissioni sonore, eccedenti la misura legale, quale meglio specificata nella parte motiva;
3) condanna il convenuto al pagamento, in favore dell’attore, delle spese di giudizio che liquida in complessivi € 3000,00 di cui euro 100,00 per spese, euro 1900,00 per diritti ed € 1000,00 per onorario, oltre iva e cap ed esborsi forfettizzati come per legge;
4) condanna il convenuto al pagamento delle spese di Ctu.

IL GIUDICE
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Danno patrimoniale da mancato godimento dell’immobile, oggetto di comunione ereditaria, occupato da uno solo dei coeredi, senza il consenso degli altri (Trib. Brindisi, 19/12/2011) (inviata da A. I. Natali)

Redazione

Danno patrimoniale da mancato godimento dell’immobile, oggetto di comunione ereditaria, occupato da uno solo dei coeredi, senza il consenso degli altri; affronta anche il problema se e da quale momento siano dovuti i frutti civili quando il contratto – su cui il singolo erede fonda il proprio diritto ad abitare, in via esclusiva, l’immobile – sia simulato.

 

FATTO E DIRITTO
L’attrice ha domandato il rilascio in proprio favore della metà dell’appartamento in Ostuni al l.go ********* 11/12 e la condanna. dei convenuti al pagamento delle quota di spese sopportate per la legittima intestazione dell’immobile, delle ulteriori spese tecniche, della metà del valore locativo dai convenuti stessi goduto, della metà del valore dei beni mobili già ivi siti.
I convenuti, costituitisi, oltre alla declaratoria dell’inammissibilità delle domande attoree, hanno svolto domanda riconvenzionale per la compensazione tra il credito dell’attrice e quello da loro vantato a titolo di rimborso pro quota degli esborsi sostenuti per ICI, t.a.r.s.u., manutenzione ordinaria, straordinaria, oltre le spese legali.
Dopo la concessione del sequestro giudiziario, questo Giudice con sentenza parziale n.111/06, oramai passata in giudicato, ha disposto il rilascio dell’immobile in favore dell’attrice.

Il danno da mancato godimento come danno in re ipsa.

In relazione alla pretesa risarcitoria dell’attrice per il mancato godimento dell’immobile, questo Giudice ritiene che, nel caso di specie, venga in rilievo un danno in re ipsa, individuabile, di per sé, nella perdita della disponibilità del bene da parte del dominus, così come nell’impossibilità, per questi, di conseguire l’utilità anche solo potenzialmente ricavabile dal bene medesimo, in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso.
Tale ordine di considerazioni è avvalorato dall’apprezzabile protrarsi nel tempo dell’occupazione esclusiva, da parte dei convenuti dell’immobile comune.
Alla durata dell’occupazione deve essere commisurata l’entità del suddetto pregiudizio in quanto – in base ad una massima di comune di esperienza di difficile smentita – deve ritenersi che l’immobile sarebbe stato oggetto di un’utilizzazione fruttifera, mediante, ad esempio, la sua locazione.
D’altronde, la configurazione del danno quale danno-conseguenza è stata consacrata, dalla Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la pronuncia dell’11.11.2008 in relazione al solo danno non patrimoniale, in ragione sia della peculiare natura dello stesso, in quanto idoneo ad attingere beni personali di rilevanza costituzionale, sia della tendenza, affermatisi nell’ambito della giurisprudenza di prossimità, a moltiplicare le ipotesi di danno risarcibile.
Orbene, in considerazione delle predette riflessioni, la determinazione del risarcimento del danno, da lucro cessante, ben può essere operata in tali ipotesi, sulla base di elementi presuntivi semplici, anche facendo riferimento al cosiddetto “danno figurativo” e, quindi, al valore locativo del cespite abbandonato (Cass. 21/1/2000 n. 649; 18/2/1999 n. 1373; 4/2/1998 n. 1123).
Poiché parte attrice è titolare della sola metà dell’immobile, il risarcimento ad essa spettante può essere ragguagliato alla metà del relativo valore locativo per il tempo in cui essa é stata illegittimamente esclusa dal godimento.
Il c.t.u. ha provveduto alla quantificazione dell’equo canone dal giugno 1985 al giugno 2006, determinandolo in complessivi euro 13.090,61, cui devono aggiungersi gli interessi di legge dal momento della domanda.
Si ritiene, infatti, che, nel caso di specie, la decorrenza degli interessi non debba essere regolata, facendo applicazione della disciplina propria dell’adempimento dell’obbligazione di pagamento del canone, da parte del conduttore, ovvero avendo riguardo alle singole scadenze..
Infatti, il canone locativo, esigibile per il godimento esclusivo dell’immobile, costituisce, nella predetta fattispecie, solo un parametro equitativo di commisurazione del danno patrimoniale dedotto dagli attori.
Quanto al periodo scelto, ai fini della determinazione del risarcimento dovuto, l’atto di vendita tra l’originario proprietario dell’immobile e i convenuti, di cui è stata dichiarata la simulazione, risale al luglio 1985, mentre la sentenza di rilascio è del 6/11/2006.
Pertanto, dall’importo calcolato da Ctu va detratta la mensilità dl giugno 1985 (e. 51,55) e devono essere, per contro, sommate quelle da luglio a novembre 2006 (e. 52,35 x 5 = e. 261,75).
Dunque, l’importo complessivo ottenuto dal c.t.u. di e. 13.090,61 dev’essere corretto in e. (-51,55 +261,75 =) 13.300,81.

La natura simulata del contratto esclude la buona fede del possessore

Invero, parte convenuta assume che mai la pretesa risarcitoria potrebbe essere riconosciuta fin al 1985 – data di stipula dell’atto simulato – “considerata la buona fede dei possessori”.
A tal riguardo, si richiama l’orientamento per cui “la buona fede – che qualifica il possesso idoneo ex art.1148 c.c. a determinare il (lecito) acquisto dei frutti della cosa (posseduta) fino al giorno della domanda giudiziale di restituzione – si presume (ex art.1147, comma 3, c.c.) e prescinde dall’esistenza di un titolo valido ed efficace. Infatti, a rilevare (ex art.1147, comma 1, citato) è la cosiddetta opinio dominii, ossia il ragionevole convincimento di poter esercitare sulla cosa posseduta il diritto di proprietà (od altro diritto reale) senza ledere la sfera altrui.
Il principio summenzionato è ragionevole e condivisibile ma inapplicabile al caso di specie, essendo l’avvenuta declaratoria di simulazione del loro atto di acquisto, inconciliabile con una condizione soggettiva di buona fede al momento dell’acquisto del bene stesso.
D’altra parte, il fenomeno simulatorio, per sua stessa natura, presupponendo una compartecipazione soggettiva di entrambe le parti del negozio simulato alla realizzazione dell’intento simulatorio.
Dunque, la somma, dovuta all’attrice, a titolo di risarcimento per mancato godimento dell’immobile, può essere quantificata in euro 13.300,81.
Inoltre, la sentenza n.191/97 del Tribunale di Brindisi stabilisce in e. 1859,24 (L. 3.600.000) il valore dei beni mobili presenti nell’immobile, dei quali, pure, dichiara la successione in favore dell’attrice.
Parte attrice sostiene che i convenuti non sarebbero addivenuti alla divisione di essi; anzi, li avrebbero dispersi.
Nondimeno, il suddetto assunto dell’attrice – per quanto “indiziato” dalla missiva in atti – non ha trovato idoneo riscontro probatorio.
Dunque, non può trovare accoglimento nel caso di specie la correlata richiesta risarcitoria, sub specie del pagamento dell’equivalente monetario.
Consta, altresì, che, a seguito della citata sentenza del Tribunale di Brindisi n.191/97 (confermata in appello e dalla S.C., l’attrice ha provveduto alla regolarizzazione della successione del padre dante causa corrispondendo euro 821,00 in data 15/2/2002.
Ha altresì corrisposto euro 479,37 per spese tecniche e catastali in data 20/6/2002.
Pertanto, ha diritto al rimborso, rispettivamente, di euro 420,50 ed euro 239,68, pari alla metà delle suddette spese, oltre interessi dal giorno della loro richiesta.
Alle suddette somme va aggiunto il rimborso della metà della spesa di registrazione della sentenza della S.C. n. 19468/05, la quale ha compensato le spese di quel grado di giudizio.
Infatti, in data 17/11/2005 l’attrice ha sborsato e.168,00, e le è dovuto il rimborso della metà, in euro 84,00, oltre interessi dal giorno della domanda.

Diritto al rimborso delle sole spese collegate alla qualità di dominus

Ciò premesso, i convenuti domandano la compensazione di quanto accertato come da loro dovuto, con spese che essi avrebbero sostenuto per l’immobile.
Orbene, i convenuti hanno diritto al rimborso da parte dell’attrice di metà delle spese affrontate, a titolo di tassa per lo smaltimento dei rifiuti, nonché per il pagamento dell’ i.c.i., nonché delle spese condominiali, relative all’ordinaria e straordinaria manutenzione dell’immobile, in quanto esborsi strettamente connessi alla titolarità della proprietà del bene. Ciò, in virtù della stessa configurazione della fattispecie impositiva, che prevede, fra i propri elementi costitutivi, la qualità di proprietario, nonché dell’obbligo di pagamento degli oneri condominiali, riconducibili allo schema dell’obligatio propter rem .
Né, diversamente da quanto sostenuto da parte attrice, al fine di escludere il diritto al rimborso delle suddette somme è opponibile che i convenuti hanno goduto uti domini dell’immobile.
Infatti, e’ innegabile che, in quanto strettamente connesse alla qualità di dominus, il peso economico delle suddette fattispecie impositive, nonché degli oneri condominiali, debba ricadere su tutti i proprietari dell’immobile pro quota; ciò, al di là dell’effettivo godimento del bene e della misura dello stesso.
Quanto alle spese di assicurazione contro l’incendio dell’appartamento, a venire in rilievo è una spesa non necessariamente connessa alla titolarità del bene, ma conseguente ad una libera scelta dei convenuti, come tale non imputabile, neanche pro parte, agli attori.
Inoltre, venendo in rilievo un diritto di natura contrattuale e personale, in caso di sinistro, il rimborso sarebbe avvenuto in favore del solo contraente, convenuto M. A.: perciò, non è dovuto alcun rimborso da parte dell’attrice.
Nulla è dovuto, per contro, all’attrice, a titolo di rimborso delle spesa di c.t. di parte ai fini del calcolo dell’equo canone, conseguendo il suddetto esborso ad una libera scelta degli attori e alla volontà di supportare validamente le proprie ragioni di credito, come tale non trasferibile neanche pro quota in capo agli attori.

Le medesime considerazioni sono spendibili per quanto concerne il pagamento dell’irpef, anche perché fatto non tempestivamente dedotto in giudizio.
In sintesi, ai convenuti devono essere rimborsati euro 3566,95, pari alla metà di euro 7133,91, quale esborso economico complessivo sostenuto dagli stessi; ciò oltre agli interessi di legge con decorrenza dal momento della domanda.
Ne consegue che, accertato il suddetto debito risarcitorio, i convenuti vanno condannati, in solido, al pagamento, in favore dell’attrice, di euro 10478,04, oltre interessi di legge dal momento della domanda; somma pari alla differenza fra quanto da essi dovuto e (euro 14044.99) quanto da essi sborsato per l’immobile de quo in relazione alla quota di parte attrice.
Le spese, comprese quelle di ctu, seguono la soccombenza e si liquidano nell’importo in dispositivo fissato.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da M. A., nei confronti di M. A. e T.L., così provvede
1) condanna i convenuti, in solido, al pagamento, in favore dell’attrice, di euro 10478,04, oltre interessi di legge dal momento della domanda;
2) condanna i convenuti, in solido, al pagamento, in favore dell’attrice, delle spese e competenze di causa, liquidate in complessivi euro 3500,00 di cui euro 350,00 per spese, euro 2050,00 per diritti ed euro 1100,0 per onorario; oltre *** e Cap come per legge;
3) pone,definitivamente, a carico dei convenuti, in solido, le spese della disposta CTU.

 

IL GIUDICE
(A. Ivan Natali)

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