Puglia

Candidata non supera la prova scritta per mancanza di uno dei tre elaborati nell’apposita busta ed il TAR la riammette con riserva alla prova orale a seguito del “ritrovamento” del compito (TAR N. 00829/2011)

Redazione

N. 00829/2011 REG.PROV.CAU.

N. 01626/2011 REG.RIC.           

REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 1626 del 2011, proposto da***

contro***

per l’annullamento

previa sospensione dell’efficacia,

– nei limiti dell’interesse della ricorrente, dei provvedimenti con cui la Commissione distrettuale per gli esami di Avvocato, presso la Corte d’Appello di Napoli per la sessione 2010, non ha proceduto alla valutazione dell’elaborato di diritto civile della ricorrente, determinando, di conseguenza, la sua inidoneità a sostenere le prove orali;

– di ogni altro atto presupposto, connesso, collegato e/o consequenziale, ed in particolare del verbale 22.03.11 n. 3 della Sottocommissione, presso la Corte di Appello di Napoli, nel quale sono riportate le operazioni di correzione degli elaborati della ricorrente; nonché, ove occorra, del provvedimento 29.7.11 con cui la Commissione Esami Avvocato sessione 2010, presso la Corte di Appello di Bari, ha rigettato le istanze 18.7.11 e 19.7.11 proposte dalla ricorrente al fine di ottenere: con la prima, copia del verbale delle operazioni di abbinamento elaborati – candidato effettuate dalla Commissione medesima e, con la seconda, l‘ammìssione alle prove orali, nonché ancora del verbale 22.8.11 con cui la Commissione

Esami Avvocato sessione 2010. presso la Corte di Appello di Napoli, ha dichiarato la propria incompetenza in merito all’istanza 19.7.2011 avanzata dalla ricorrente e finalizzata alla ammissione alle prove orali.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia, della Sottocommissione per l’esame di Avvocato sessione 2010 presso la Corte di Appello di Bari e della Sottocommissione per l’esame di Avvocato sessione 2010 presso la Corte di Appello di Napoli;

Vista la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dalla parte ricorrente;

Visto l’art. 55 c.p.a.;

Visti tutti gli atti della causa;

Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 6 ottobre 2011 la dott. ***************** e uditi per le parti i difensori, l’avv. *************, per il ricorrente e l’avv. dello Stato ***************, per le Amministrazioni statali resistenti;

– CONSIDERATO che, ad un primo esame sommario proprio della fase cautelare, emergono profili che inducono a ritenere fondato il ricorso, alla luce della palese violazione dell’art. 23, comma 5, del R.D. 22 gennaio 1934 n. 37 che recita: “La commissione assegna il punteggio a ciascuno dei tre lavori raggruppati ai sensi dell’articolo 22, comma 4, dopo la lettura di tutti e tre, con le norme stabilite nell’articolo 17-bis”, come risultante dal verbale della Sottocommissione di concorso presso la Corte di Appello di Napoli;

RITENUTO che il ritrovamento dell’elaborato di diritto civile imponeva una valutazione postuma dell’elaborato stesso da parte della Commissione per l’esame di Avvocato sessione 2010 presso la Corte di Appello di Napoli, tenuto conto che la dott.ssa ……….. aveva ottenuto il punteggio di 91 superiore a 90 previsto dall’art. 17-bis del suddetto R.D. 22 gennaio 1934 n. 37 già dalla sommatoria del punteggio attribuito agli altri due elaborati;

RITENUTO altresì che si rinviene il presupposto del pregiudizio grave e irreparabile richiesto dall’articolo 55 del Decreto Legislativo 2 luglio 2010 n. 104 per la concessione della misura cautelare;

RITENUTO quanto alle spese che, alla luce dell’esito della presente fase cautelare, sussistono tuttavia giusti motivi per compensare integralmente le spese tra le parti;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Terza) accoglie la suindicata domanda incidentale di sospensione e per l’effetto ordina alla Commissione per l’esame di Avvocato sessione 2010 presso la Corte di Appello di Napoli di valutare l’elaborato di diritto civile ritrovato dalla Commissione per l’esame di Avvocato sessione 2010 presso la Corte di Appello di Bari ed ordina altresì a quest’ultima di ammettere con riserva la dott.ssa …….. a sostenere le relative prove orali;

Fissa l’udienza pubblica del 22 marzo 2012 per la discussione del ricorso nel merito.

Spese compensate.

La presente ordinanza sarà eseguita dall’Amministrazione ed è depositata presso la segreteria del tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 6 ottobre 2011 con l’intervento dei magistrati:

************, Presidente

**************, Referendario

*****************, Referendario, Estensore

 

 

 

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 07/10/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La trasmissione dei documenti via fax

Redazione

N. 01569/2011 REG.PROV.COLL.

N. 01804/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce – Sezione Prima

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1804 del 2010, proposto da***

contro***

per l’annullamento

della nota della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia 14 luglio 2010 pervenuta, con nota raccomandata di pari data prot. n. 7150, al protocollo della Provincia il 15 ottobre 2010, con cui si comunica la non autorizzazione all’alienazione della porzione dell’immobile denominato “Palazzo dei Cassinesi ex Collegio dei Gesuiti” di proprietà della Provincia di Lecce; di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero Per i Beni e Le Attivita’ Culturali e di Soprintendenza Per Beni Arche Paes. e Patr. ****. art. Etnoant. **********,Br,Ta;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 26 gennaio 2011 il dott. ************* e uditi per le parti i difensori ********, ******;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

La Provincia di Lecce impugna la nota in epigrafe con la quale la Direzione Regionale per i beni Culturali e Paesaggistici della Puglia ha deciso di “ non autorizzare , ai sensi dell’art 55, comma 4 del d.lgs 62/08, l’alienazione delle succitate unità immobiliari ” facenti parte di un compendio dichiarato di interesse storico artistico, di proprietà dell’ente territoriale .

Il provvedimento di diniego è stato adottato perché, “ la frammentazione che conseguirebbe alla vendita ( i proprietari aumenterebbero , oltre agli attuali, ad un totale di 16) renderebbe in concreto impraticabile la gestione della manutenzione ordinaria e straordinaria da parte di un condominio così difforme per la natura dei proprietari , pubblici( legati a processi decisionali complessi ) e privati”.

Si è, altresì, opposto che “ si renderebbe assai più difficile ogni intervento di conservazione da parte di organi pubblici tanto da renderlo quasi impossibile”; ed , infine, si è sostenuto che “ la succitata alienazione non assicurerebbe per quanto sopra le esigenze di tutela del bene e sarebbe suscettibile di arrecare pregiudizio alla sua conservazione e fruizione pubblica”.

Il ricorso si basa sui seguenti motivi:

violazione art 10 bis legge 241/90 e ss. mm e ii. Violazione generale principi in tema di partecipazione.

Se la Provincia fosse stata destinataria del c. d preavviso di rigetto, ben avrebbe potuto interloquire con l’amministrazione procedente e validamente contrastare , in via preventiva, le ragioni poste a base del diniego .

Violazione ed erronea applicazione degli artt.55 e 55 bis del dlgs 22.01.2004 n.42 come modificato dal d.lgs 26.03.2008 n.62.Eccesso di potere per ultroneità .

È erroneo ritenere che l’ampliamento dei proprietari determini automaticamente l’impossibilità di qualsivoglia intervento di conservazione dell’immobile

Violazione art. 3 della legge 241/90. Eccesso di potere per carenza di motivazione ;irragionevolezza, illogicità, mancato e/o erroneo bilanciamento degli interessi; non proporzionalità della scelta.

Le norme di settore sono state erroneamente applicate in quanto non si riscontra nella legge alcun divieto di alienazione in presenza di eventuale parcellizzazione della proprietà dell’immobile –bene culturale .

Eccesso di potere per irragionevolezza dell’azione amministrativa. Erronea valutazione dei presupposti di fatto.

Dalla lettura del provvedimento impugnato non sono rinvenibili gli aspetti storico artistici alla cui conservazione è sacrificata la volontà della Provincia di alienare l’immobile di che trattasi, posto che a giustificare il diniego non può bastare l’intervenuta dichiarazione di interesse culturale del bene.

La Provincia formula anche istanza di risarcimento del danno per violazione dei termini di conclusione del procedimento autorizzatorio di cui all’art 6 comma 3 del d.m. 13 giugno 1994 n.495 punto 19 della tabella allegata.

Si sono costituiti in giudizio: il Ministero per i beni e le attività culturali, la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi, Taranto, e la Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici di Bari, i quali hanno tutti chiesto che il ricorso venga dichiarato inammissibile, irricevibile, o infondato.

La controversia è passata in decisione alla pubblica udienza del 26 gennaio 2011

DIRITTO

Il ricorso deve essere dichiarato irricevibile per tardività della iniziativa giurisdizionale.

La difesa erariale ha posto in evidenza , con memoria depositata agli atti in data 23 dicembre 2010, che il provvedimento impugnato è stato trasmesso all’ente ricorrente ben prima del 15 ottobre 2010, data in cui la Provincia assume di avere acquisito al proprio protocollo la relativa raccomandata con ricevuta di ritorno.

Emerge , invero, che la nota della Direzione regionale oggetto del presente ricorso è stata trasmessa con successo via telefax alla Provincia in data 14 luglio 2010 alle ore 14, 42 , il che risulta dal deposito del documento stesso e del report di trasmissione che conferma il buon fine dell’invio (status OK) a numero corrispondente a quello del responsabile dello specifico procedimento.

Aggiungasi che detto numero di telefax (0832-683800) è indicato sia nella nota di protocollo 24480 del 09/05/2007 con la quale la Provincia ha inoltrato la richiesta di autorizzazione ad alienare in modo frazionato il compendio immobiliare in argomento, sia nella nota di prot.83728 del 29.10.2009, con la quale la Provincia di Lecce ha inviato alla Direzione Regionale resistente la richiesta di comunicazione dell’esito della istanza predetta .

Osserva, in proposito, il Collegio che la trasmissione via fax di un provvedimento amministrativo inoltrato a numero di apparecchio nella disponibilità del responsabile del procedimento specifico costituisce efficace mezzo di comunicazione del provvedimento all’ente nel suo insieme , idoneo a farne presumere piena ed effettiva conoscenza.

La conclusione deriva dalla immedesimazione organica che vincola il funzionario all’ente in favore del quale presta la sua attività, ente nella cui sfera giuridica sono direttamente imputabili gli effetti dell’attività svolta nella qualità dal pubblico impiegato.

Né può mancarsi di rilevare il possesso, da parte del funzionario in argomento, della specifica veste di responsabile del procedimento sui cui verte la nota inoltrata dalla Direzione Regionale resistente.

Ciò fa presumere , a giusta ragione, che la conoscenza effettiva del provvedimento si è perfezionata fin dal momento in cui il fax è stato ricevuto dal predetto funzionario.

Quanto alla possibilità di uso del fax quale strumento di comunicazione di un atto idoneo a determinarne legale conoscenza da parte del destinatario si osserva che la tesi favorevole al suo impiego deriva non solo dalla universale accettazione del fax quale mezzo di comunicazione, ma anche dalle caratteristiche tecniche di detto strumento , non ultima delle quali la possibilità di munirsi di prova del buon fine della trasmissione, tale dovendo considerarsi il cd report indicativo dello status del documento inviato,elementi tutti che hanno portato,nell’art. 43,comma 6,del D.P.R. n.445 del 2000 , alla sanzione normativa dell’utilizzazione del fax per la trasmissione di documenti ad una pubblica amministrazione ( “I documenti trasmessi da chiunque ad una pubblica amministrazione tramite fax, o con altro mezzo telematico o informatico idoneo ad accertarne la fonte di provenienza, soddisfano il requisito della forma scritta e la loro trasmissione non deve essere seguita da quella del documento originale “).

Ne deriva che il termine per proporre il ricorso avverso la nota in discussione decorreva dal 14 luglio 2010 , venendo così a scadere il 27 ottobre 2010.

Il presente ricorso è stato , invece, notificato solo in data 11 novembre 2010.

Consegue da quanto detto l’irricevibilità della impugnativa proposta .

Le spese possono essere compensate

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Prima

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara irricevibile.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 26 gennaio 2011 con l’intervento dei magistrati:

*****************, Presidente

Luigi Viola, Consigliere

*************, Primo Referendario, Estensore

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 09/09/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Va sospeso, per difetto di istruttoria e motivazionale, il provvedimento di destituzione a seguito di sentenza di non luogo a procedere per prescrizione (TAR N. 00707/2011)

Redazione

N. 00707/2011 REG.PROV.CAU.

N. 01492/2011 REG.RIC.           

REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 1492 del 2011, proposto da ***

contro***

per l’annullamento

previa sospensione dell’efficacia,

del decreto 25.5.2011, con cui il Capo della Polizia-Direttore generale della Pubblica Sicurezza – ha destituito la ricorrente dall’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, ai sensi dell’art. 7, comma 2, nn. 1, 2 e 4, del d.P.R. n. 737/81;

nonché di ogni altro atto presupposto, connesso, collegato e/o consequenziale e, in particolare, della delibera 22.4.2011 del Consiglio provinciale di disciplina della Questura di Bari, con la quale la ricorrente è stata ritenuta responsabile delle violazioni di cui all’art. 7, comma 2, nn. 1, 2 e 4, del d.P.R. n. 737/81.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Vista la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dalla parte ricorrente;

Visto l’art. 55 del codice del processo amministrativo;

Visti tutti gli atti della causa;

Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 7 settembre 2011 il dott. **************** e uditi per le parti i difensori, avv.ti *******************, per delega dell’avv. ********************; ***************;

Ritenuto ad un sommario esame tipico della fase cautelare che sussistono i presupposti per la concessione dell’invocata misura in quanto appaiono, prima facie, fondate le argomentazioni svolte dalla ricorrente con il secondo motivo di ricorso in ordine al difetto di motivazione e d’ istruttoria.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione prima) accoglie la domanda cautelare e, per l’effetto, sospende gli atti impugnati.

Compensa le spese della presente fase di giudizio.

La presente ordinanza sarà eseguita dall’Amministrazione ed è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 7 settembre 2011 con l’intervento dei magistrati:

****************, Presidente FF

****************, Referendario, Estensore

******************, Referendario

 

 

 

L’ESTENSORE

                

IL PRESIDENTE

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 08/09/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Limiti alla detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti

Redazione

N. 01409/2011 REG.PROV.COLL.

N. 00692/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce – Sezione Prima

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 692 del 2010, proposto da***

contro***

per l’annullamento

del decreto della Questura di Brindisi del 27.1.2010, notificato il 10.2.2010, con il quale è stata disposta la revoca della licenza di porto di fucile per uso caccia n.445928/M rilasciata in data 29.10.2005, in rinnovo delle precedenti di cui era titolare il ricorrente; di ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale anche non conosciuto ivi inclusa ove occorra, l’informativa-proposta del Comando Stazione dei Carabinieri di San Pancrazio Salentino.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno e di Questura di Brindisi;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 14 luglio 2011 il dott. **************** e uditi l’avv. Durante *************, per il ricorrente, e l’avv. ****************, per l’Avvocatura dello Stato;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Il ricorrente ha impugnato il decreto della Questura di Brindisi del 27 gennaio 2010 con il quale è stata disposta la revoca della licenza di porto di fucile per uso caccia, per i seguenti motivi: violazione e falsa applicazione di legge in riferimento agli artt. 11 e 43 del TULPS; violazione dell’art. 3 l. 24171990 per carenza assoluta di motivazione del provvedimento impugnato; eccesso di potere per manifesta illogicità e sviamento.

Deduce il ricorrente che le condanne subite dal ricorrente non riguardano reati in cui siano state impiegate armi e che la sola pendenza del procedimento penale non è sufficiente ad affermare la sopravvenuta inaffidabilità all’uso delle armi, che avrebbe dovuta essere accertata mediante un’autonoma valutazione dei fatti.

Le Amministrazioni si sono costituite con atto del 12 maggio 2011 e in data 24 maggio 2011 è stata depositata un relazione dell’Amministrazione che ha rilevato come le risultanze penali e le informazioni fornite dal Comando dei Carabinieri cristallizzavano un comportamento contra legem.

Il ricorrente, il 27 maggio 2011, ha depositato la sentenza n. 154/2010, con la quale è stato ritenuto “raggiunta la prova della responsabilità per i reati ascritti del solo *****************”, e quindi non nei confronti dell’attuale ricorrente, e la sentenza n. 240/2010 del Tribunale di Brindisi con la quale è stato assolto il ricorrente perché il fatto non sussiste.

Nella pubblica udienza del 14 luglio 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Il ricorso è infondato.

Ai sensi dell’art. 39, t.u.l.p.s. n. 773 del 1931, il Prefetto ha la facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti alle persone ritenute capaci di abusarne; in particolare, la citata disposizione ricollega il divieto di detenere armi ad un giudizio discrezionale formulato dal Prefetto in ordine alla capacità personale di abuso da parte del soggetto detentore, sindacabile, in quanto tale, solo sotto il profilo dell’illogicità. Ciò si giustifica con la considerazione che la detenzione delle armi si caratterizza, da un lato, per l’intrinseca pericolosità e, dall’altro, per la tenuità di un interesse socialmente apprezzabile, con la conseguenza che per l’adozione del decreto di divieto è sufficiente il convincimento dell’Amministrazione in ordine alla possibilità che il detentore abusi dell’autorizzazione (Tar Napoli, sez. V, 12 luglio 2010, n. 16669; Cons. St., sez. VI, 3 giugno 2010, n. 3516).

In altri termini l’Amministrazione ha un potere ampiamente discrezionale per valutare con il massimo rigore qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di divieto o di revoca della detenzione stessa, in quanto la misura restrittiva persegue la finalità di prevenire la commissione di reati e, in generale, di fatti lesivi della pubblica sicurezza, con la conseguenza che il detentore deve essere persona esente da mende o da indizi negativi, sicché nei suoi confronti deve esistere la sicura affidabilità circa il buon uso delle armi (Cons. St., Sez. VI, 3 giugno 2010, n. 3516).

Pertanto, si tratta di un potere connotato da elevata discrezionalità, in considerazione delle finalità per cui il potere è attribuito. Il fine perseguito è infatti la tutela dell’ordine pubblico, non solo in caso di accertata lesione, ma anche in caso di pericolo di lesione.

Ne consegue che il divieto di detenzione di armi, munizioni, esplosivi, così come il diniego di licenza o la revoca della licenza di porto d’armi, non richiedono un oggettivo ed accertato abuso nell’uso delle armi, ma è sufficiente che il soggetto non dia affidamento di non abusarne.

Nel caso in esame, l’Amministrazione ha formulato un giudizio di non idoneità rilevando che oltre alle due condanne riportate dal ricorrente, valutate come non ostative al momento del rilascio del titolo di polizia, il ricorrente è stato condannato per il delitto di calunnia e che a suo carico erano pendenti due distinti procedimenti penali, di cui uno dimostrava “il carattere di irascibilità” del soggetto.

Le due sentenze, che hanno ritenuto non sussistere alcuna responsabilità del ricorrente in ordine ai fatti ascrittigli, sono entrambe intervenute solo in un momento successivo al provvedimento impugnato. Infatti, questo ultimo è del 27 gennaio 2010, mentre le sentenze sono del 6 maggio 2010 e del 30 luglio 2010.

Pertanto, l’Amministrazione ha fatto buon uso del proprio potere discrezionale, avuto riguardo alle circostanze di fatto come emergevano alla data di adozione del provvedimento impugnato, proprio perché le sentenze penali sono successive alla data del provvedimento, e perchè comunque il provvedimento in esame non è basato solo sui procedimenti penali – conclusi successivamente all’atto impugnato con le sentenze depositate, di segno favorevole al ricorrente – , ma è il risultato di una valutazione complessiva avente ad oggetto anche altre considerazioni,attinenti all’impulsività del ricorrente.

Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Prima definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 14 luglio 2011 con l’intervento dei magistrati:

*****************, Presidente

***************, Referendario

****************, Referendario, Estensore

 

 

 

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 22/07/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

TAR Puglia Bari sez. I 31/5/2011 n. 528

Redazione

FattoDiritto

Il ricorrente Ten. Col. D.P. ******* (Ufficiale in servizio presso il 3° Reparto Operativo Infrastrutture di Bari-Palese con l’incarico di Capo Ufficio Progetti) agisce in giudizio con il ricorso introduttivo e con i successivi motivi aggiunti per il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale derivante da condotte di mobbing asseritamente poste in essere nei suoi confronti da colleghi e da superiori gerarchici nel corso di innumerevoli anni di servizio.
Il ricorrente individua alcuni episodi che – a suo dire – sarebbero sintomatici di una condotta mobbizzante.
L’amministrazione resistente, nel costituirsi in giudizio, evidenzia che non vi è stato alcun demansionamento del D.P.; che lo stesso a seguito del trasferimento da Bari a Roma avvenuto con il provvedimento del luglio del 2003 ha ottenuto una nuova sede ed un incarico previsto per il ruolo ed il grado rivestito, valido ai fini delle attribuzioni necessarie per le valutazioni al grado superiore; che l’odierno ricorrente è stato sottoposto a numerose visite mediche presso l’Istituto Medico Legale di Roma le quali hanno attestato che lo stesso è idoneo al servizio; che le problematiche alloggiative del ricorrente sono state affrontate positivamente dalla stessa amministrazione resistente; che il D.P. ha presentato innumerevoli istanze al fine del conferimento con i propri superiori, istanze che sono state accolte; che le istanze di accesso presentate dal ricorrente sono state parimenti accolte; che pertanto non vi è alcun elemento per poter ritenere integrati nel caso di specie gli estremi delle condotte di mobbing e di bossing.
Preliminarmente va evidenziato che secondo Consiglio Stato, Sez. IV, 7 luglio 2008, n. 3380 "La regola generale dell’onere probatorio, secondo cui spetta a chi agisce in giudizio indicare e provare i fatti su cui fonda la pretesa avanzata, trova infatti integrale applicazione nel giudizio risarcitorio, nel quale non ricorre quella diseguaglianza di posizioni tra amministrazione e privato che giustifica nel giudizio di legittimità l’applicazione del principio dispositivo con metodo acquisitivo.".
Ed ancora rileva Cons. Stato, Sez. IV, 21 aprile 2009, n. 2435 che "L’azione risarcitoria non è soggetta alla regola del principio dispositivo con metodo acquisitivo, bensì al principio dell’onere della prova (artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c.) in quanto inerente a processo avente ad oggetto diritti (risarcitori); ed invero, trattandosi di giudizio che verte principalmente sull’esistenza delle condizioni perché un danno possa ritenersi ingiusto, occorre innanzitutto la prova della sua esistenza e del suo ammontare, consistente nella verifica positiva degli specifici requisiti e, in particolare, nell’accertamento di una effettiva lesione alla propria posizione giuridica soggettiva tutelata ovvero la violazione della norma giuridica che attribuisce la protezione a tale interesse.".
Detto principio trova ora conferma nella previsione normativa di cui all’art. 64, comma 1 cod. proc. amm. ove si afferma che "Spetta alle parti l’onere di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità riguardanti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni.".
Pertanto nel presente giudizio risarcitorio trova piena applicazione il principio dell’onere della prova di cui al combinato disposto degli artt. 64, comma 1 cod. proc. amm. e 2697 cod. civ. poiché i fatti posti a fondamento della relativa domanda risarcitoria rientrano sicuramente nella sfera di disponibilità del ricorrente.
Ritiene, tuttavia, questo Collegio che il ricorso introduttivo integrato da motivi aggiunti debba essere respinto poiché il D.P. non fornisce prova alcuna sul piano oggettivo della "condotta persecutoria" contestata e sul piano soggettivo dell’intento persecutorio della P.A. datrice di lavoro.
Invero il ricorrente avrebbe potuto e dovuto formulare a tal fine richiesta di prova anche per testi (certamente ammissibile nel processo amministrativo con la innovativa previsione di cui all’art. 63, comma 3 cod. proc. amm.; peraltro nel caso di specie si è in presenza di un contenzioso rientrante nell’ambito della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sul pubblico impiego non privatizzato), ma non lo ha fatto.
Manca inoltre la prova, il cui onere gravava sempre su parte ricorrente, del disegno persecutorio e del carattere unitariamente persecutorio e discriminante delle condotte poste in essere dalla P.A. datrice di lavoro nei confronti del D.P..
Come evidenziato da Cass. civ., Sez. lav., 17 febbraio 2009, n. 3785 "Per "mobbing" si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.".
Rileva inoltre Cons. Stato, Sez. IV, 21 aprile 2010, n. 2272 che "La ricorrenza di una condotta mobbizzante va esclusa quante volte la valutazione complessiva dell’insieme delle circostanze addotte e accertate nella loro materialità, pur se idonea a palesare "singulatim" elementi e episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del singolo del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro.".
Ed ancora secondo Cons. Stato, Sez. IV, 7 aprile 2010, n. 1991 "La condotta di mobbing dell’Amministrazione pubblica datrice di lavoro, consistente in comportamenti materiali o provvedimentali contraddistinti da finalità di persecuzione e di discriminazione, indipendentemente dalla violazione di specifici obblighi contrattuali nei confronti di un suo dipendente, deve da quest’ultimo essere provata e, a tal fine, valenza decisiva è assunta dall’accertamento dell’elemento soggettivo, e cioè dalla prova del disegno persecutorio.".
Infine Cons. Stato, Sez. VI, 6 maggio 2008, n. 2015 ha sottolineato che "Costituisce mobbing l’insieme delle condotte datoriali protratte nel tempo e con le caratteristiche della persecuzione finalizzata all’emarginazione del dipendente con comportamenti datoriali, materiali o provvedimentali, indipendentemente dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali o dalla violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato; sicché, la sussistenza della lesione, del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata, procedendosi alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi, considerando l’idoneità offensiva della condotta, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificatamente da una connotazione emulativa e pretestuosa. Tuttavia, determinati comportamenti non possono essere qualificati come mobbing se è dimostrato che vi è una ragionevole e alternativa spiegazione.".
E’ evidente che nel caso di specie i comportamenti posti in essere dalla P.A. resistente nei confronti dell’odierno ricorrente non si caratterizzano per il carattere unitariamente persecutorio e discriminante (il cui onere probatorio, rimasto inadempiuto, gravava – come detto – su parte ricorrente) mancando altresì la prova del disegno persecutorio.
Né detti comportamenti possono essere qualificati come "mobbing" posto che la stessa amministrazione, come visto in precedenza, ha dimostrato nel corso del presente giudizio che vi è una ragionevole e alternativa spiegazione.
Dalle considerazioni espresse in precedenza discende la reiezione sia del ricorso introduttivo che dei successivi ricorsi per motivi aggiunti.
In considerazione della natura e della peculiarità della presente controversia nonché della qualità delle parti, sussistono gravi ed eccezionali ragioni di equità per compensare le spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sede di Bari, Sez. I, definitivamente pronunciando sul ricorso come in epigrafe proposto integrato da motivi aggiunti, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella fattispecie in esame peraltro il giudizio è stato avviato successivamente alla data di entrata in vigore del dlgs n. 53/2010 per cui è sicuramente operativo il termine breve di trenta giorni, termine che parte ricorrente non ha osservato nella proposizione del ricorso introduttivo (TAR N. 00552/2011)

Redazione

N. 00552/2011 REG.PROV.COLL.

N. 00939/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 939 del 2010, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per l’annullamento,

previa sospensione dell’efficacia,

1) della deliberazione n. 580 del 7.4.2010 dell’Azienda Sanitaria Locale Barletta Andria Trani, pubblicata il successivo 12.4.2010, a firma del Direttore Generale, di aggiudicazione definitiva del servizio di “ristorazione degenti e mensa dipendenti per le strutture ospedaliere di Andria, Barletta, Bisceglie e Trani”;

2) della deliberazione n. 1435 del 16.9.2009 della stessa ASL, pubblicata il successivo 22.9.2009, a firma del Direttore Generale, di aggiudicazione provvisoria del servizio di “ristorazione degenti e mensa dipendenti per le strutture ospedaliere di Andria, Barletta, Bisceglie e Trani”;

3) di tutti i verbali di causa, nella parte in cui, rispettivamente:

– riconoscono la congruità dell’offerta dell’A.T.I. “La Controinteressata Global Service – Controinteressata 2 – Controinteressata 3”, disattendendo le valutazioni dell’esperto, appositamente incaricato;

– non dispongono la esclusione dell’A.T.I. “La Controinteressata Global Service – Controinteressata 2 – Controinteressata 3” per omessa dimostrazione del requisito della regolarità contributiva alla data di partecipazione alla gara;

– attribuiscono alla ricorrente un punteggio deteriore alla sua offerta tecnica rispetto a quello attribuito all’A.T.I. “La Controinteressata Global Service – Controinteressata 2 – Controinteressata 3”;

4) di ogni altro atto connesso, ancorché non conosciuto, in quanto lesivo;

nonché, per l’annullamento del contratto di esecuzione del servizio di “ristorazione degenti e mensa dipendenti per le strutture ospedaliere di Andria, Barletta, Bisceglie e Trani” ove, medio tempore, stipulato tra l’A.T.I. “La Controinteressata Global Service – Controinteressata 2 – Controinteressata 3”;

nonché, infine, per la condanna della Azienda Sanitaria Locale BAT al risarcimento dei danni in forma specifica sotto forma di affermazione dell’obbligo della Azienda Sanitaria medesima di stipulare con la società ricorrente il contratto di esecuzione del servizio di “ristorazione degenti e mensa dipendenti per le strutture ospedaliere di Andria, Barletta, Bisceglie e Trani”;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Azienda Sanitaria Locale Barletta Andria Trani e dall’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l.;

Visto il ricorso incidentale proposto dall’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 23 febbraio 2011 il dott. ****************** e uditi per le parti i difensori avv.ti ****************, ********************** e ***************;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

 

FATTO e DIRITTO

La ricorrente principale Ricorrente Italia s.p.a. contesta con il ricorso introduttivo sia l’aggiudicazione provvisoria che quella definitiva, in favore dell’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l., del servizio di ristorazione degenti e mensa dipendenti per le strutture ospedaliere di Andria, Barletta, Bisceglie e Trani.

Alla procedura in esame indetta dalla stazione appaltante ASL BAT presentavano domanda di partecipazione due concorrenti: la controinteressata A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 3 – Controinteressata 2 (che si classificava al primo posto con il punteggio di 86,22) e la ricorrente A.T.I. Ricorrente Italia s.p.a. – Ricorrente 2 s.n.c. (che si classificava al secondo posto con il punteggio di 81,84).

Evidenzia parte ricorrente che la Commissione di gara, ritenendo di non avere al proprio interno le competenze necessarie per le opportune valutazioni in ordine alla congruità dell’offerta dell’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 3 – Controinteressata 2, provvedeva alla nomina di un professionista esperto. Questi con la propria relazione riteneva l’offerta dell’A.T.I. controinteressata non congrua.

La Commissione quindi procedeva alla verifica della anomalia dell’offerta ed invitava l’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 3 – Controinteressata 2 ad inviare le proprie giustificazioni.

Successivamente la gara veniva aggiudicata, dapprima in via provvisoria e successivamente in via definitiva, all’A.T.I. La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 3 – Controinteressata 2.

Secondo la prospettazione di parte ricorrente l’intera procedura di gara sarebbe affetta dal vizio di incompetenza poiché da un lato veniva nominato un esperto esterno per valutare la congruità dell’offerta dell’A.T.I. controinteressata, dall’altro la Commissione non ha ritenuto di far proprie le risultanze dell’esperto, invitando la controinteressata a fornire le proprie giustificazioni.

Parte ricorrente contesta altresì il merito delle valutazioni tecniche espresse dalla Commissione di gara.

Inoltre la Ricorrente Italia s.p.a. con il secondo motivo del ricorso introduttivo sostiene che è stata violata la previsione di cui all’art. 38, comma 1, lett. i) dlgs 12 aprile 2006, n. 163 in quanto la regolarità contributiva dell’A.T.I. controinteressata sarebbe stata accertata soltanto in un momento successivo rispetto allo svolgimento della gara.

La ASL BAT, nel costituirsi in giudizio, eccepisce preliminarmente l’irricevibilità per tardività del ricorso introduttivo.

Detta eccezione è fondata e merita accoglimento.

La P.A. resistente evidenzia che la comunicazione ex art. 79 dlgs n. 163/2006 del gravato provvedimento di aggiudicazione definitiva è stato ricevuta dalla ricorrente principale Ricorrente Italia s.p.a. in data 3.5.2010 (trattasi di circostanza non contestata, oltre che provata documentalmente con la produzione di parte resistente dell’8.9.2010).

Il ricorso introduttivo è stato notificato in data 11.6.2010, quindi oltre il termine di trenta giorni di cui all’art. 245, comma 2-quinquies, lett. a) dlgs n. 163/2006 (come novellato dall’art. 8 dlgs 20 marzo 2010, n. 53 ed ora confluito nella previsione di cui all’art. 120, comma 5 cod. proc. amm.) decorrente dalla ricezione della comunicazione di cui all’art. 79 dlgs n. 163/2006.

Sul punto replica la ricorrente Ricorrente Italia s.p.a. sostenendo che il bando di gara ed il provvedimento di aggiudicazione definitiva risalgono ad epoca antecedente rispetto alla data (i.e. 27 aprile 2010) di entrata in vigore del dlgs n. 53/2010; che detta disciplina non contiene disposizioni retroattive; che conseguentemente trova applicazione nella presente controversia il termine lungo di sessanta giorni; che detto termine nel caso di specie è stato rispettato.

Tuttavia va rilevato che secondo Consiglio Stato, Sez. VI, 15 giugno 2010, n. 3759 “La disciplina introdotta dal d.lg. n. 53 del 2010, in difetto di norme transitorie, è di immediata applicazione ai giudizi in corso, …”.

Nella fattispecie in esame peraltro il giudizio è stato avviato successivamente alla data di entrata in vigore del dlgs n. 53/2010 per cui è sicuramente operativo il termine breve di trenta giorni, termine che parte ricorrente non ha osservato nella proposizione del ricorso introduttivo.

Ne consegue la declaratoria di irricevibilità del ricorso principale di Ricorrente Italia s.p.a. ai sensi dell’art. 35, comma 1, lett. a) cod. proc. amm.

Deve infine dichiararsi l’improcedibilità per sopravvenuto difetto di interesse del ricorso incidentale proposto dall’A.T.I. controinteressata La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l. stante l’esito della presente controversia.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sede di Bari, Sez. I, definitivamente pronunciando sul ricorso come in epigrafe proposto, così provvede:

1) dichiara irricevibile il ricorso principale;

2) dichiara improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse il ricorso incidentale proposto dall’A.T.I. controinteressata La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l.

Condanna la ricorrente Ricorrente Italia s.p.a. al pagamento delle spese di giudizio in favore della Azienda Sanitaria Locale Barletta Andria Trani, liquidate in complessivi €. 5.000,00, oltre accessori come per legge.

Condanna la ricorrente Ricorrente Italia s.p.a. al pagamento delle spese di giudizio in favore dell’A.T.I. controinteressata La Controinteressata Global Service s.r.l. – Controinteressata 2 s.p.a. – Controinteressata 3 s.r.l., liquidate in complessivi €. 5.000,00, oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 23 febbraio 2011 con l’intervento dei magistrati:

******************, Presidente

****************, Consigliere

Francesco Cocomile, Referendario, Estensore

 

 

 

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 05/04/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Un’associazione sindacale, rappresentativa di una categoria, non può tutelare la posizione di alcuni appartenenti alla medesima categoria in contrasto con la posizione di altri soggetti rappresentati, potendo la medesima difendere soltanto le posizioni comuni a tutti membri della categoria o, quanto meno, di alcuni componenti allorché non sussista contrasto nelle rispettive posizioni:è infatti compito precipuo delle richiamate associazioni comporre gli eventuali conflitti d’interesse che possano insorgere all’interno della categoria

Redazione

N. 00490/2011 REG.PROV.COLL.

N. 01464/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce – Sezione Terza

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1464 del 2010, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per l’annullamento

di tutti gli atti della procedura di gara relativa ai lavori di costruzione di un Asilo Nido comunale in***, bandita con atto 14/7/2010 del Dirigente LL.PP. del Comune di Galatina e di ogni altro atto presupposto, connesso, collegato e/o consequenziale ivi compreso il contratto con l’aggiudicatario, ove stipulato;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Comune di Galatina;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Visti gli artt. 74 e 120, co. 10, cod. proc. amm.;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 10 marzo 2011 il dott. *************** e uditi per le parti gli avv.ti ******* e ******* per i ricorrenti e l’avv. Quinto per il Comune;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con il ricorso in epigrafe l’Ance della Provincia di Lecce, la Confartigianato Imprese – Lecce e la ALFA costruzioni impugnano gli atti di una gara relativa ai lavori di costruzione di un asilo nido comunale bandita dal Comune di Galatina deducendo l’incongruità dei prezzi posti a base di gara.

Si è costituita l’amministrazione comunale deducendo, in primis, il difetto di legittimazione delle parti ricorrenti.

All’udienza del 10 marzo 2011 il ricorso è stato trattenuto per la decisione

L’eccezione di inammissibilità deve essere accolta.

Quanto alla legittimazione delle associazioni ricorrenti si osserva quanto segue.

L’Ance e la Confartigianato di Lecce sono enti esponenziali di categoria che, segnatamente in qualità di organizzazioni sindacali, sono costituiti al fine di tutelare – collettivamente e senza discriminazioni tra gli associati – gli appartenenti alle categorie rappresentate.

Hanno partecipato alla procedura contestata 68 imprese, di cui circa la metà insediate nella Provincia di Lecce. Ne consegue con evidenza che una larga componente della categoria rappresentata aveva al momento del bando impugnato un interesse contrario, rappresentato dallo svolgimento della gara, a quello sostenuto dal ricorso odierno, che invece mira alla caducazione dell’intera procedura.

Alla luce di tale considerazione il Collegio ritiene di dover aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui un’associazione sindacale, rappresentativa di una categoria, non può tutelare la posizione di alcuni appartenenti alla medesima categoria in contrasto con la posizione di altri soggetti rappresentati, potendo la medesima difendere soltanto le posizioni comuni a tutti membri della categoria o, quanto meno, di alcuni componenti allorché non sussista contrasto nelle rispettive posizioni.

E’ infatti compito precipuo delle richiamate associazioni comporre gli eventuali conflitti d’interesse che possano insorgere all’interno della categoria nella sua unitarietà senza svolgere azione di sostegno a favore di una o di altra delle parti in causa.

Quanto alla legittimazione dell’impresa ricorrente si svolgono le seguenti considerazioni.

La ricorrente ALFA Costruzioni non ha presentato domanda di partecipazione alla gara oggetto dell’attuale impugnativa.

Secondo un consolidato orientamento non ha un interesse qualificato e differenziato ad impugnare gli atti della procedura di gara il soggetto che non ha presentato domanda di partecipazione, poiché l’interesse fatto valere deve essere comprovato dalla presentazione della domanda di partecipazione nel termine fissato dal bando (cfr. Ad. Plen Consiglio di Stato 29 gennaio 2003, n. 1).

Solo quando la lex specialis della gara pubblica contenga clausole discriminatorie e comunque ostative alla partecipazione, tali che la presentazione della domanda di partecipazione alla gara si risolverebbe in un adempimento formale inevitabilmente seguito da un atto di esclusione, l’interesse ad impugnare il bando sussiste a prescindere dalla mancata presentazione della domanda.

Nel caso odierno, in cui viene denunciata la incongruità del prezziario utilizzato, la lamentata difformità delle voci del computo metrico non si connota come un impedimento assoluto alla presentazione della domanda. Tale impossibilità, già valutabile in astratto, è peraltro smentita in concreto dalla prova controfattuale rappresentata dalla consistente partecipazione di imprese locali al bando de quo.

Ne consegue che non vi era alcun impedimento oggettivo per la ditta ALFA alla presentazione della domanda di partecipazione.

Di conseguenza è inammissibile per difetto di interesse l’impugnazione della lex specialis posto che l’impresa ricorrente non ha presentato alcuna offerta e quindi si è autoesclusa dall’ulteriore corso della procedura, nonostante che le prescrizioni di gara non ne impedissero la partecipazione alla gara né rendessero impossibile la presentazione dell’offerta.

Per le ragioni esposte, il Collegio dichiara l’inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione delle parti ricorrenti.

Le spese seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Terza definitivamente pronunciando sul ricorso, lo dichiara inammissibile.

Condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese di giudizio in favore del Comune di Galatina, liquidate in euro 2.500 oltre IVA e CPA.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 10 marzo 2011 con l’intervento dei magistrati:

****************, Presidente

*************, Primo Referendario

***************, Referendario, Estensore

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 12/03/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Anche in un appalto di servizi sottosoglia di modesta entità economica, nell’ambito di una gara di cottimo fiduciario, deve essere rispettato il termine di stand still

Redazione

N. 00409/2011 REG.PROV.COLL.

N. 01549/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

 

sul ricorso numero di registro generale 1549 del 2010, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per l’annullamento

del provvedimento di***

nonché per il risarcimento del danno pari all’importo di euro 19.000 per ogni anno di contratto, ovvero pari all’importo offerto in sede di gara di euro 16.000 per ogni anno di contratto;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 9 febbraio 2011 il dott. Savio Picone;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Con sentenza parziale n. 4185 del 15 dicembre 2010, questa Sezione ha accolto in parte il ricorso proposto da Ricorrente & Partners s.p.a. (seconda classificata nella procedura negoziata mediante cottimo fiduciario, indetta da ************ s.p.a. per l’affidamento del servizio di revisione legale dei bilanci per gli esercizi del triennio 2010-2012) e per l’effetto ha:

– annullato l’aggiudicazione del servizio alla Controinteressata & Controinteressata s.p.a.;

– dichiarato il difetto del presupposto per la caducazione del contratto d’appalto, ai sensi dell’art. 121, primo comma – lett. c), cod. proc. amm.;

– respinto la domanda di risarcimento del danno per equivalente;

– assegnato alle parti il termine di trenta giorni, dalla pubblicazione della decisione, per il deposito di memorie in ordine all’applicazione, ai sensi dell’art. 123 cod. proc. amm., delle sanzioni alternative.

Parte ricorrente chiede l’applicazione della massima riduzione della durata del contratto, ai sensi dell’art. 123, primo comma – lett. b), cod. proc. amm., così da determinarne la conclusione anticipata al 22 maggio 2012.

La difesa di Innovapuglia s.p.a. insiste per il difetto dei presupposti previsti dagli artt. 121 e 123 cod. proc. amm. per l’irrogazione delle sanzioni alternative; in subordine, chiede che le sanzioni siano determinate nella misura minima.

 

DIRITTO

1. Va premesso che, con la citata sentenza parziale n. 4185 del 15 dicembre 2010, questa Sezione ha accertato che il contratto d’appalto tra Innovapuglia s.p.a. e Controinteressata & Controinteressata s.p.a. è stato stipulato il 24 settembre 2010, in violazione dell’obbligo distandstilldiscendente dal combinato disposto dell’art. 11, decimo comma, e dell’art. 79 del d. lgs. n. 163 del 2006 (applicabili senz’altro agli appalti sottosoglia, in virtù del richiamo operato dall’art. 121 dello stesso Codice), in quanto la stazione appaltante si è limitata a pubblicare sul proprio sitowebla notizia dell’aggiudicazione, omettendo la comunicazione individuale all’impresa seconda classificata.

La ricorrente è venuta a conoscenza dell’avvenuta stipula del contratto dopo la notifica del ricorso, in prossimità della camera di consiglio del 3 novembre 2010 (a seguito della costituzione di Innovapuglia s.p.a.).

Tuttavia, ai sensi dell’art. 121, primo comma – lett. c), cod. proc. amm., il contratto di appalto stipulato a seguito di aggiudicazione annullata è dichiarato inefficace quando l’Amministrazione abbia violato il termine dilatorio stabilito dall’art. 11 del Codice dei contratti pubblici, “… sempre che tale violazione, aggiungendosi a vizi propri dell’aggiudicazione definitiva, abbia influito sulle possibilità del ricorrente di ottenere l’affidamento”.

Nella fattispecie, la gara controversa è risultata illegittima non per questioni attinenti all’ordine in graduatoricorrente o all’ammissione dell’aggiudicataricorrente, bensì per vizi che hanno invalidato lalex specialise l’intera procedura, a causa dell’insufficienza dei criteri di valutazione delle offerte tecniche e dell’indebita commistione dell’esame dei prezzi e delle offerte tecniche, sì che non è stato possibile accertare che la stazione appaltante avrebbe dovuto aggiudicare l’appalto alla ricorrente.

Dunque, la violazione dell’obbligo distandstillnon ha di per sé precluso alla ricorrente di ottenere l’affidamento: è così mancato, ai sensi dell’art. 121, primo comma – lett. c), cod. proc. amm., il presupposto per la declaratoricorrente d’inefficacia del contratto.

2. Per quanto rilevato, deve procedersi all’applicazione delle sanzioni previste dal combinato disposto degli artt. 121, quarto comma, e 123 cod. proc. amm., secondo i quali il giudice dispone (in via alternativa o cumulativa) la riduzione della durata del contratto ed il pagamento di una sanzione pecuniaricorrente da versare al bilancio dello Stato, quando nonostante le violazioni il contratto sia considerato efficace.

2.1. Tenuto conto dell’interesse manifestato dalla società ricorrente e della durata triennale dell’appalto, appare equo disporre la riduzione temporale del contratto nella misura massima indicata dall’art. 123, primo comma – lett. b), cod. proc. amm., ossia il cinquanta per cento della durata residua alla data di pubblicazione della presente pronuncia.

2.2. Non si ravvisano, viceversa, ragioni per irrogare la sanzione pecuniaricorrente di cui all’art. 123, primo comma – lett. a), cod. proc. amm., che è connotata da un carattere prettamente afflittivo e non risponde al concreto interesse dell’impresa ricorrente, volto al conseguimento dell’appalto ovvero alla riduzione temporale del contratto stipulato con l’aggiudicatario illegittimamente selezionato.

Nella fattispecie in esame, i vizi riscontrati nella procedura e la stessa violazione dell’obbligo distandstillhanno riguardato un appalto di servizi sottosoglia di modesta entità economica, nell’ambito di una gara di cottimo fiduciario regolata da disposizioni normative piuttosto scarne, rispetto alle quali gli errori in cui è incorsa la stazione appaltante devono, a tal fine, giudicarsi tali da non configurare una condotta grave, ai sensi del secondo comma del citato art. 123.

3. Quanto alle spese, se ne può disporre la compensazione per la presente parte del giudizio, ferma restando la condanna già disposta a carico di Innovapuglia s.p.a. con la sentenza n. 4185 del 15 dicembre 2010.

 

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Sede di Bari (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, dispone la riduzione della durata del contratto stipulato tra Innovapuglia s.p.a. e Controinteressata & Controinteressata s.p.a., nella misura del cinquanta per cento del tempo residuo alla data di pubblicazione della presente pronuncia.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 9 febbraio 2011 con l’intervento dei magistrati:

******************, Presidente

Savio Picone, Referendario, Estensore

****************, Consigliere

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERICORRENTE

Il 10/03/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’odierno ricorrente ha concorso ai sensi dell’art. 1227, comma 1 c.c. a cagionare il danno lamentato, poiché il comportamento da lui tenuto in data 27.3.1983 e stigmatizzato dalla sentenza del Pretore di Barletta ha dato causa alle maldicenze nei suoi confronti (TAR N.00420/2011)

Redazione

N. 00420/2011 REG.PROV.COLL.

N. 00271/2004 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 271 del 2004, proposto da***

contro***

per il risarcimento

del danno derivante dall’adozione del decreto emanato dal Ministero dell’Interno in data 23.10.1992 con cui veniva disposta nei confronti di Ricorrente Vito (all’epoca assistente capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Polizia Stradale di Bari), la decadenza dall’ufficio e la cessazione dal servizio nell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 9 febbraio 2011 il dott. ****************** e udito per la parte ricorrente il difensore avv. Rosavio Greco;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO

Il ricorrente Ricorrente Vito (nel 1992 assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la Polizia Stradale di Bari) agisce in giudizio nei confronti del Ministero dell’Interno per il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dall’illegittimo decreto adottato dalla amministrazione resistente in data 23.10.1992 con il quale è stata disposta, ai sensi dell’art. 15, commi 4 quinquies e 4 octies legge 19 marzo 1990, n. 55 (come novellato sul punto dall’art. 1 legge 18 gennaio 1992, n. 16), la sua decadenza di diritto dall’ufficio a seguito della sentenza penale del Pretore di Barletta emessa in data 2.7.1984.

Il Pretore di Barletta infatti applicava al Ricorrente una sanzione sostitutiva ai sensi dell’art. 77 legge 24 novembre 1981, n. 689 per il reato di cui all’art. 361 c.p.

Si rammenta che il comma 4 quinquies della disposizione in esame prevede che: “Chi ricopre una delle cariche indicate al comma 1 decade da essa di diritto dalla data del passaggio in giudicato della sentenza di condanna o dalla data in cui diviene definitivo il provvedimento che applica la misura di prevenzione.”.

Il comma 4 octies estende al personale dipendente delle amministrazioni pubbliche la norma di cui al comma 4 quinquies.

Pertanto, presupposto applicativo della decadenza di diritto è il passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna.

Il provvedimento del 23.10.1992 – su ricorso r.g. n. 23/1993 del Ricorrente – veniva inizialmente sospeso con ordinanza di questo T.A.R. n. 52 del 27.1.1993.

Con provvedimento del 17.3.1993 il Ricorrente veniva reintegrato in servizio con riserva in esecuzione dell’ordinanza sospensiva n. 52/1993 del T.A.R..

La Corte costituzionale con sentenza n. 197 del 27.4.1993 dichiarava incostituzionale la disposizione di cui all’art. 15, comma 4 octies legge n. 55/1990 introdotto dall’art. 1 legge n. 16/1992, nella parte in cui, mediante rinvio al comma 4 quinquies, prevede la destituzione di diritto del dipendente pubblico a seguito del passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna, anziché lo svolgimento del procedimento disciplinare ai sensi dell’art. 9 della legge 7 febbraio 1990, n. 19.

Successivamente con decreto del 3.6.1993 il Ministero dell’Interno, a seguito della predetta sentenza della Corte costituzionale n. 197/1993, annullava in autotutela il provvedimento del 23.10.1992 e reintegrava definitivamente il Ricorrente in servizio.

Da ultimo, il menzionato decreto emanato dalla amministrazione resistente in data 23.10.1992 veniva dichiarato illegittimo ed annullato con sentenza n. 1909 del 6.5.2003 di questo T.A.R. che prendeva atto della sopravvenienza costituita dalla citata pronuncia n. 197/1993 della Corte costituzionale e quindi del venir meno della disposizione su cui il provvedimento gravato si fondava.

Il Ricorrente in questa sede così, come nel ricorso r.g. n. 23/1993, sostiene che la pubblica amministrazione sia incorsa in colpa avendo applicato erroneamente ed illegittimamente con il provvedimento del 23.10.1992 la disposizione sulla destituzione di diritto.

Evidenzia l’interessato di essere stato imputato, in concorso con ***************, del delitto ex art. 319 c.p. di “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio” (capo di imputazione sub A) e del delitto ex art. 361 c.p. di “omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale” (capo di imputazione sub B) per fatti occorsi in Barletta in data 27.3.1983 e che il Pretore di Barletta con sentenza emessa in data 2.7.1984 lo aveva assolto dalla imputazione di cui al capo sub A perché il fatto non sussiste, mentre con riferimento alla imputazione di cui al capo sub B così disponeva: “… letti gli artt. 77 e seguenti della legge 24/11/1981 n. 689, ammette gli imputati Ricorrente **** e *************** al beneficio delle sanzioni sostitutive … e, determinata in giorni venti di reclusione la pena irrogabile per detto reato, la sostituisce con la pena pecuniaria di £. 500.000 per ciascuno. Conseguentemente dichiara estinto il reato sub B) per intervenuta applicazione delle sanzioni sostitutive e su richiesta degli imputati.”.

In altri termini il Pretore di Barletta riteneva di dover applicare, per l’imputazione di cui al capo B, le sanzioni sostitutive di cui all’art. 77 legge n. 689/1981.

Secondo la prospettazione di parte ricorrente la menzionata sentenza penale del Pretore di Barletta ormai passata in giudicato non può considerarsi, per quanto concerne il capo di imputazione sub B), alla stregua di una sentenza di condanna, essendo a ben vedere assimilabile ad una sentenza dichiarativa di estinzione del reato e quindi ad una pronuncia di proscioglimento.

Effettivamente, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. pen., Sez. Un., 23 novembre 1988), la sentenza applicativa di una misura sostitutiva ex art. 77 legge n. 689/1981 non costituisce una decisione di condanna, bensì è equiparabile ad una “sentenza di proscioglimento”, con la conseguenza che nel caso di specie l’amministrazione ha erroneamente applicato nei confronti dell’odierno ricorrente la destituzione di diritto ex art. 15, commi 4 quinquies e 4 octies legge n. 55/1990 (introdotti dall’art. 1 legge n. 16/1992) e ciò a prescindere dalla circostanza che in epoca successiva detta disposizione sia stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

Quindi il provvedimento del 23 ottobre 1992 gravato con il ricorso r.g. n. 23/1993 deve considerarsi illegittimo anche sotto il profilo della errata applicazione dell’art. 15, commi 4 quinquies e 4 octies legge n. 55/1990, profilo espressamente contestato dal Ricorrente nel ricorso r.g. n. 23/1993, in quanto manca nella fattispecie all’esame di questo Collegio una sentenza di condanna a carico del Ricorrente (unico presupposto – come visto in precedenza – che legittima la P.A. ad applicare la decadenza di diritto).

Il provvedimento illegittimo de quo può pertanto considerarsi produttivo di un pregiudizio di tipo non patrimoniale alla reputazione dell’odierno ricorrente.

Tuttavia la domanda risarcitoria azionata dal Ricorrente con il presente ricorso non può trovare accoglimento, potendosi conseguentemente prescindere dall’esame della eccezione preliminare, formulata da parte resistente, di prescrizione dell’azione risarcitoria.

Invero, l’odierno ricorrente ha concorso ai sensi dell’art. 1227, comma 1 c.c. a cagionare il danno lamentato, poiché il comportamento da lui tenuto in data 27.3.1983 e stigmatizzato dalla sentenza del Pretore di Barletta ha dato causa alle maldicenze nei suoi confronti. Il giudice penale ha, infatti, accertato la sussistenza del fatto di cui al capo di imputazione sub B e conseguentemente ha applicato al Ricorrente una sanzione sostitutiva in luogo della pena irrogata di giorni venti di reclusione.

Pertanto alla stregua della previsione normativa di cui all’art. 1227, comma 1 c.c., che peraltro costituisce oggetto di una eccezione rilevabile d’ufficio dal giudice (cfr. Cass. civ., Sez. III, 10 novembre 2009, n. 23734), la “gravità della colpa” del Ricorrente è tale da escludere in toto la risarcibilità di qualsiasi pregiudizio dallo stesso patito.

Dalle considerazioni espresse in precedenza discende la reiezione del ricorso introduttivo.

In considerazione della natura, della peculiarità e dell’esito della presente controversia nonché della qualità delle parti, sussistono gravi ed eccezionali ragioni di equità per compensare le spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sede di Bari, Sez. I, definitivamente pronunciando sul ricorso come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 9 febbraio 2011 con l’intervento dei magistrati:

******************, Presidente

****************, Consigliere

Francesco Cocomile, Referendario, Estensore

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 10/03/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le pretese risarcitorie formulate dalla parte ricorrente devono essere in ogni caso vagliate alla stregua dell’art. 1227 del c.c.. (TAR N. 00472/2011)

Redazione

N. 00472/2011 REG.PROV.COLL.

N. 03304/2002 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce – Sezione Prima

ha pronunciato la presente

SENTENZA

 

sul ricorso numero di registro generale 3304 del 2002, proposto da***

contro***

per l’annullamento

del decreto del Ministero per i Beni e le Attività culturali del 7.07.00 di dichiarazione di Pubblica utilità del Parco Archeologico del sito messapico del Comune di Cavallino, integrato dal successivo D.M. del 19.12.00 recante l’indicazione dei termini di inizio e fine della procedura espropriativa, provvedimenti mai comunicati; di tutti gli atti della sequela procedimentale successivi ai decreti ministeriali citati, anch’essi mai comunicati; del processo verbale di consegna lavori del 2.07.02, allo stato non avviati, atto mai comunicato e conosciuto solo in data 15.11.02, sottoscritto dall’impresa appaltatrice A.T.I. Ing. ***** e ***************** – BETA Domus C.G. Srl – DELTA Giovanni da Napoli, dalla Direzione lavori nonché dal responsabile del procedimento, nonché di ogni altro atto preliminare connesso o consequenziale a tale operazione, anche se allo stato non conosciuto, con espressa riserva di motivi aggiunti nonché per l’annullamento o comunque per la declaratoria di illegittimità e/o illiceità dell’occupazione del fondo denominato “Noce” realizzata dal Comune di Cavallino, quale attuatore del “Museo diffuso per il sito arcaico messapico di Cavallino”, nonché dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, dall’Università di Lecce, dalla Regione Puglia e dall’ente appaltatore A.T.I. ETA 2002 S.C.a.r.l..

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Cavallino e di Soprintendenza Per i Beni Amb. Archit. *****. e Sto.- Puglia e di Universita’ degli Studi di Lecce;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 12 gennaio 2011 il dott. **************** e uditi per le parti l’avv. *****, anche in sostituzione dell’avv. *******, per i ricorrenti, l’avv. *****, per il Comune, e l’avv. *********, per l’Avvocatura dello Stato;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Il Pontificio Santuario Madonna di Pompei ha convenuto, con il comune di Cavallino, la cessione bonaria di alcune aree di sua proprietà oggetto di una procedura espropriativa iniziata dal Comune.

Con delibera comunale n. 32 del 27 luglio 2001, il Comune ha pertanto acquisito al proprio patrimonio le aree suddette, approvando altresì lo schema di contratto di cessione aree tra il Sindaco e l’ente espropriando.

Successivamente, il 30 luglio 2001, è stato sottoscritto l’atto definitivo di trasferimento della proprietà con la corresponsione di un’indennità in favore del soggetto cedente pari a Lire 173.000.000.

Il Pontificio Santuario, il 4 settembre 2001, ha inviato una nota al sig. ****************, conduttore del fondo, con la quale ha comunicato di aver ceduto la porzione dei fondi.

Il sig. Ricorrente, quindi, ha chiesto al Comune la liquidazione dell’indennità prevista dalla legge a favore dei fittavoli dei terreni espropriati.

Il Comune, con nota del 10 dicembre 2001, ha riscontrato negativamente questa richiesta ritenendo che lo stesso non possedesse la qualifica di coltivatore diretto, così come previsto dalla legge ai fini del riconoscimento dell’indennità richiesta.

In seguito a un incontro tenuto presso gli uffici comunali, gli eredi del sig. Ricorrente, che nel frattempo era deceduto, con nota del 5 agosto 2001, hanno evidenziato che la somma richiesta poteva essere desunta dall’importo liquidato in sede di cessione bonaria all’Ente proprietario del terreno.

Il Sindaco, il 13 agosto 2002, ha comunicato la propria disponibilità a raggiungere un accordo bonario erogando la somma di Euro 1.549,37.

I sig.ri Ricorrente, poi, constatato che il terreno in questione era stata recintato, hanno proposto il 7 novembre 2002 istanza di accesso agli atti.

A seguito dell’accesso agli atti, i sig.ri Ricorrente hanno proposto il presente ricorso impugnando il decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 7 luglio 2000 di dichiarazione di pubblica utilità del Parco Archeologico del sito messapico del comune di Cavallino, integrato dal successivo D.M. del 19 settembre 2000 recante l’indicazione dei termini di inizio e fine della procedura espropriativa,e ha notificato lo steso ricorso anche all’Università.

I ricorrenti hanno proposto i seguenti motivi: 1. Nullità e inefficacia della dichiarazione di pubblica utilità per violazione dell’art. 13 l. 2359/1865. Violazione dei principi generali in materia di dichiarazione di pubblica utilità. Illegittimità derivata di tutti gli atti della sequela procedimentale e della disposta occupazione. Illiceità dell’azione amministrativa per carenza assoluta di potere. 2. lesione dello jus retentionis di cui agli artt. 43 e 50 l. 203/1982 nonché dell’art. 17 l. 865/1971. Illiceità dell’azione amministrativa. Eccesso di potere per illogicità e contraddittorietà. Arbitrarietà e perplessità dell’azione amministrativa. Carenza assoluta di motivazione. Sviamento di potere. 3. Violazione degli artt. 7 e ss. l. 241/1990. Mancata comunicazione di avvio del procedimento di occupazione del fondo.

Deducono i ricorrenti: che la dichiarazione di pubblica utilità è illegittima perché con la stessa non sono stati indicati i termini iniziali e finali dell’espropriazione; che il successivo d.m. con cui sono stati fissati i termini non può sanare o convalidare il provvedimento di dichiarazione di pubblica utilità; che il ricorrente ha un diritto di ritenzione del bene per la tutela del credito derivante dal pregiudizio economico per l’estinzione del rapporto di affitto del fondo; che non è stato a lui comunicato l’avvio del procedimento.

Le Amministrazioni statali si sono costituite con atto del 3 gennaio 2003.

Il comune di Cavallino, con memoria del 28 gennaio 2003, ha eccepito: la carenza di legittimazione attiva del ricorrente perché non è stata fornita alcuna prova che attesti la qualità di coltivatore diretto rispetto al fondo in questione; la carenza di legittimazione passiva perché, essendo intervenuta la cessione bonaria, il ricorrente deve rivolgersi al proprietario del terreni; la tardività del ricorso perché il ricorrente, il 28 dicembre 2001, aveva ottenuto copia degli atti della procedura; l’inammissibilità del ricorso perché la mancata previsione dei termini iniziali e finali comporta la mancanza di interesse all’azione di annullamento.

Nel merito il Comune ha dedotto che non occorre la comunicazione di avvio del procedimento.

Con memoria del 1° febbraio 2003 l’Università ha chiesto l’estromissione dal giudizio perché la stessa Università si è limitata all’attività scientifica di scavo archeologico.

I ricorrenti, con memoria del 31 dicembre 2010, hanno affermato che la conoscenza del contenuto degli atti impugnati si è avuta il 15 novembre 2002 e hanno dichiarato che l’interesse a essere reintegrati nel possesso era venuto meno ma persisteva l’interesse al risarcimento dei danni.

Nella pubblica udienza del 12 gennaio 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

 

DIRITTO

Deve essere esaminata in primo luogo la richiesta estromissione dal giudizio da parte dell’Università.

La dottrina processualcivilistica ha avuto modo di evidenziare, anche sulla scorta delle specifiche fattispecie espressamente previste dalla normativa (artt. 108 e 109 c.p.c.), come l’estromissione consegua al riscontro del difetto dei presupposti sui quali deve fondarsi la presenza in giudizio della parte e in particolare alla mancanza di qualsiasi domanda di essa o contro di essa.

Nel caso di specie il gravame risulta proposto avverso un provvedimento del tutto estraneo alla situazione giuridica soggettiva dell’Università, né la prospettazione ricorrente individua qualche particolare o concreta ragione per giustificare la legittimazione passiva di questa.

Pertanto, la richiesta di estromissione è fondata.

Sempre in via preliminare deve essere esaminata l’eccezione di tardività del ricorso presentata dal Comune.

L’eccezione è fondata, perché, come risulta dalla documentazione depositata in giudizio, a seguito di domanda presentata il 21 dicembre 2001 il ricorrente ha preso visione di tutti gli atti della procedura espropriativa il 28 dicembre 2001, mentre il ricorso è stato notificato il 14 dicembre 2002, quindi ben oltre il termine decadenziale di sessanta giorni.

Il ricorso è quindi tardivo e deve essere dichiarato irricevibile.

Resta tuttavia da esaminare l’azione risarcitoria proposta dai ricorrenti, perché, come ha ritenuto la Corte di cassazione, il risarcimento del danno da parte del giudice amministrativo, come forma di tutela dell’interesse legittimo, non presuppone necessariamente il previo annullamento dell’atto amministrativo (Sez. Un., 13 giugno 2006, nn. 13659 e 1360).

È da aggiungere che il superamento della pregiudiziale amministrativa è stato anche positivamente sancito dall’art. 30 del codice del processo amministrativo (anche se non applicabile ratione temporis alla presente controversia).

Posto quanto sopra, ai fini dell’individuazione dell’elemento illecito costituito dai profili di illegittimità degli atti, rileva la mancata fissazione nell’atto di avvio del procedimento espropriativo dei termini di inizio e ultimazione dei lavori, nonché dell’inizio della procedura espropriativa, perché la mancata previsione di questi termini non può essere sanata da atti successivi della procedura.

La richiesta di risarcimento del danno è, tuttavia, infondata perché i ricorrenti non hanno dato alcuna prova in ordine al danno lamentato.

In particolare, i ricorrenti, nelle conclusioni dell’atto introduttivo, chiedono di essere reintegrati nel possesso dell’immobile, con condanna dei resistenti al relativo rilascio, nonché al risarcimento del danno ingiusto,cioè del danno derivante dal mancato godimento del fondo come affittuari; non si può ,poi, ritenere che il risarcimento richiesto attenga alla mancata percezione dell’equo indennizzo previsto dall’art. 43 della legge n.203 del 1982, così come appare dalla memoria del 31 dicembre 2010, sia perché un’eventuale richiesta in tal senso determinerebbe una modificazione, non consentita, della domanda,sia perché la richiesta del risarcimento del danno individuato nella mancata percezione del citato indennizzo si risolve nella richiesta dello stesso,richiesta mai chiaramente formulata.

Pertanto, si deve ritenere che la richiesta risarcitoria attenga al mancato godimento del bene come affittuari,cioè all’illegittimo spossessamento.

Non è stato però indicato alcun elemento a riprova del danno subito.

Per giurisprudenza consolidata, dalla quale il Collegio non ha motivo nella specie di discostarsi, all’azione di risarcimento danni spiegata dinanzi al giudice amministrativo si applica il principio dell’onere della prova previsto nell’art. 2697 c.c., in virtù del quale spetta al danneggiato fornire in giudizio la prova di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria, e segnatamente del danno di cui si invoca il ristoro per equivalente monetario (ex multis, C.G.A.R.S. 12 maggio 2010, n. 640; T.A.R. Lombardia, sez. IV, 10 giugno 2010, n. 1787; T.A.R. Cagliari, sez. II, 5 febbraio 2010, n. 126). Conseguentemente, laddove la domanda di risarcimento danni si presenti genericamente formulata, e non sia corredata dalla prova del danno da risarcire, essa deve essere respinta (C.d.S., sez. VI, 17 luglio 2008, n. 3592).

Nel caso in esame, i ricorrenti non hanno fornito alcun elemento idoneo a dimostrare nell’an e nel quantum il pregiudizio del quale si invoca il ristoro. Di tali elementi non vi è traccia né negli atti di gravame, né negli altri scritti difensivi depositati in corso di giudizio. In ogni caso, al di là della genericità dell’indicazione, le pretese risarcitorie formulate dalla parte ricorrente devono essere in ogni caso vagliate alla stregua dell’art. 1227 del c.c..

Infatti, già prima dell’entrata in vigore del codice del processo amministrativo l’articolo citato è stato utilizzato dalla giurisprudenza quale parametro per quantificare il danno e comunque, deve ritenersi che l’art. 30 cod. proc. amm., per il quale “Nel determinare il risarcimento il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento complessivo delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”, ha valore di canone interpretativo del fondamentale principio stabilito dall’art. 1227 c.c. onde lo stesso può applicarsi anche alle fattispecie anteriori alla sua entrata in vigore.

Nel caso in esame, la tempestiva impugnazione del provvedimento illegittimo avrebbe consentito la reintegra nel possesso del bene da parte dei ricorrenti con l’eliminazione dei danni oggi richiesti.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato irricevibile per tardività e deve essere respinta la domanda di risarcimento del danno.

Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Prima

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto: a) dichiara l’estromissione dal giudizio dell’Università, b) dichiarar il ricorso irricevibile per tardività, c) respinge la domanda di risarcimento del danno. Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nelle camere di consiglio dei giorni 12 gennaio e 9 marzo 2011 con l’intervento dei magistrati:

*****************, Presidente

*************, Primo Referendario

****************, Referendario, Estensore

L’ESTENSORE         IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 10/03/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 6 7 8 9


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto.it attraverso le nostre newsletter. 

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alle newsletter!