Riconosciuta la responsabilità precontrattuale, il danno è quantificato in 21.000 euro (TAR Sent.N.00198/2012)

Redazione

N. 00198/2012 REG.PROV.COLL.

N. 00226/2008 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’ Abruzzo

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 226 del 2008, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per l’annullamento

DELLA DETERMINA N.172 IN DATA 14.11.2007 CON CUI E’ STATO DECISO DI PRENDERE ATTO DELLA DELIBERA N. 359 DEL 25.10.2007 E QUINDI DI NON PROCEDERE ALL’AGGIUDICAZIONE DELL’APPALTO INVALIDANDO LA PRECEDENTE AGGIUDICAZIONE STABILITA CON DELIBERA N. 287/06.

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Comune di Silvi in Persona del Sindaco P.T.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Visti gli artt. 74 e 120, co. 10, cod. proc. amm.;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 29 febbraio 2012 il dott. ************* e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

La vertenza in epigrafe –originariamente proposta presso la sezione di Pescara e poi incardinata nella competenza di questo tar capoluogo- riguarda l’impugnativa degli atti mediante i quali l’amministrazione resistente ha ritirato l’aggiudicazione già deliberata a favore della società CPL Ricorrente odierna ricorrente , all’esito della procedura di gara per l’affidamento ventennale della “gestione del servizio di fornitura di energia elettrica, l’esercizio la manutenzione ordinaria e straordinaria e l’adeguamento degli impianti di pubblica illuminazione esistenti alle vigenti norme di sicurezza, nonché la relativa riqualificazione tecnologica”.

Più in particolare, le vicende di causa possono essere così riassunte:

-con delibera consiliare n. 8 del 9.3.06 veniva indetta la gara mediante licitazione privata;

-la commissione di gara aggiudicava provvisoriamente l’appalto alla società ricorrente, come da verbali di gara del 28.6.06, 4.8.06 e 7.8.06;

-con nota dell’8.8.2006, l’ente civico chiedeva alla CPL Ricorrente di comprovare i requisiti dichiarati in gara per la stipula del contratto (successivamente la ditta rimetteva la documentazione richiesta);

-la giunta approvava i sopra citati verbali con delibera 287/06 del 9.8.2006;

-in data 16.10.2006 l’impresa sollecitava la definizione della procedura di affidamento;

-con nota del 22.11.06, l’assessorato ai LLPP trasmetteva ai vertici amministrativi del comune una relazione di analisi del Servizio Tecnico Manutentivo del 2.11.06 dalla quale emergevano incongruenze sia tecniche che economiche in merito all’offerta prodotta dalla soc. CPL Ricorrente; in particolare da sopralluoghi del personale dell’ente si riscontrava una quantità di punti luce pari a 3.004 in luogo dei 2763 rilevati dalla CPL Ricorrente, tra l’altro con errori sulla potenza effettiva delle lampade censite; la comunicazione veniva estesa all’impresa, a cui si chiedevano delucidazioni in ordine al riverbero di tali accertamenti sul canone annuo proposto in gara (euro 370.000,00 omnicomprensivi);

-con nota del 28.12.2006, il RUP –sentita sul punto la società aggiudicataria, dichiaratasi disposta ad accollarsi ad invarianza di canone la manutenzione anche dei punti luce non censiti – riteneva di superare le perplessità avanzate dal servizio tecnico in relazione alla convenienza dell’offerta rispetto ai costi CONSIP per opere similari, pur rimanendo in attesa di eventuali ulteriori dubbi degli organi civici; in proposito veniva richiamato anche un parere pro veritate del legale dell’Ente reso in data 29.11.2006, favorevole all’ulteriore corso della procedura di appalto;

-in data 12.1.2007 l’assessore ai LLPP esplicitava l’avviso secondo cui il risultato della gara espletata non sarebbe stato quello più vantaggioso per l’amministrazione comunale, anche sulla base di altre perplessità ivi evidenziate;

-da parte sua, la soc. CPL Ricorrente chiedeva il 7.2.07 un sopralluogo in contraddittorio per rilevare l’effettiva consistenza dell’impianto, precisando ancora una volta che l’importo offerto in sede di gara sarebbe stato da ritenere a corpo e non a misura, sottomettendosi altresì alla sostituzione degli elementi non corrispondenti allo stato di fatto;

-con lettera del 6.3.2007 il RUP –alla luce degli incontri chiarificatori avuti con l’impresa ed in considerazione dell’impellenza di giungere alla stipula del contratto (come richiesto con delibera 32/07)- chiedeva all’amministrazione di fornire indicazioni sulla conclusione del procedimento;

-da parte sua la CPL Ricorrente prima ribadiva le sue posizioni con nota del 28.5.07, poi chiedeva in data 7.8.2007 un altro incontro a stretto giro per definire la questione, ed infine (visto il non fruttuoso esito della richiesta) formalizzava all’ente una diffida a provvedere in data 11.9.2007;

-in data 3.10.2007 il comune notificava alla società aggiudicataria “…l’avvio del procedimento di revoca dell’aggiudicazione provvisoria conseguente all’annullamento della procedura di gara”, al quale facevano séguito da una parte la richiesta di chiarimenti da parte del legale di fiducia della società in data 8.10.2007, e dall’altra la risposta del responsabile del procedimento in data 15.10.2007.

Con la delibera oggetto di impugnativa (atto di giunta n. 359 del 25.10.2007) si è poi stabilito “di non procedere all’aggiudicazione dell’appalto in questione, per l’effetto invalidando “l’aggiudicazione disposta in via provvisoria del seggio di gara e confermata con deliberazione di Giunta comunale n. 287/06”, con conseguente annullamento dell’intera procedura di gara; quanto sopra per le motivazioni di seguito riassunte:

-il quadro ricognitivo dello stato dei luoghi predisposto dall’impresa aggiudicataria risulterebbe alterato, nel senso che a seguito di verifiche d’ufficio sarebbe emersa la imprecisa ricognizione numerica e tipologica di tutti i punti luce disseminati sul territorio, in contrasto con la lex specialis, secondo cui l’impresa medesima si sarebbe dovuto fare carico di ricostruire l’intero sistema di illuminazione operante sul territorio, presentando l’offerta economica in relazione all’esatta consistenza della dotazione esistente; risulterebbe pertanto alterata la verifica di congruità dell’offerta (condizionata dalla dimensione del servizio da svolgere e dalle diverse tipologie dei corpi illuminanti);

– a fronte di tali inadempienze, non sarebbe stata convincente la disponibilità manifestata dall’Impresa di farsi carico dell’intera gestione (nella sua consistenza effettiva) senza aumentare l’offerta economica; ciò in quanto resterebbe “poco ragionevole su un piano imprenditoriale che il concorrente allo stesso prezzo effettui un servizio di dimensioni maggiori senza peraltro averne esatta conoscenza del quid pluris e, dall’altro, si assisterebbe alla violazione dei principi di buon affidamento e trasparenza che debbono governare l’azione amministrativa”;

-altro elemento alla base dell’invalidazione della procedura è stato ravvisato nel fatto che alla procedura stessa ha partecipato la sola impresa aggiudicataria, “non risultando garantita quella pluralità di partecipazione che assicura la concorrenza e favorisce una valutazione comparativa della prestazione offerta”, tanto più in presenza di un affidamento ventennale del servizio (come nel caso di specie).

Infine con determina del 14.11.2007, il responsabile del servizio –nel riassumere tutte le vicende procedimentali in questione- ha preso atto dell’intervenuta delibera di giunta 359/07 e del conseguente azzeramento degli atti di gara.

Le ragioni della proposta impugnativa risiedono nella dedotta violazione delle regole di partecipazione al procedimento, nonché in lamentati travisamenti istruttori in cui la PA civica sarebbe incorsa, anche in relazione all’antieconomicità della revoca di un’aggiudicazione che (ove fosse sfociata nel contratto) avrebbe consentito all’ente pubblico ingenti risparmi, anche e soprattutto con riguardo alla gestione diretta del servizio che il comune ha deliberato in corso di causa (come risulta dalla nota del 9.11.11 a firma del funzionario Responsabile del Servizio tecnico-manutentivo del Comune medesimo).

Viene pertanto chiesto il risarcimento in forma specifica (sotto forma di condanna della PA a sottoscrivere il contratto di appalto) ed in alternativa:

-condanna al risarcimento dei danni per equivalente in misura di euro 2.310.349,77, più euro 232.202,76 a titolo di danno curriculare;

-(in subordine): condanna al risarcimento per responsabilità precontrattuale pari ad euro 179.970,91, oltre ad interessi e rivalutazione monetaria.

Si è costituito in giudizio il comune di Silvi che ha controdedotto con memoria, mentre alla pubblica udienza del 29.2.11 la causa è stata riservata a sentenza.

 

 

DIRITTO

Va preliminarmente precisato che l’impugnata delibera di giunta, con cui il comune di Silvi ha inteso (lato sensu) revocare le procedure di gara per l’affidamento del servizio di gestione dell’impianto di pubblica illuminazione, è in realtà intervenuta su di una aggiudicazione definitiva, e ciò al contrario di quanto sostenuto dall’ente civico che, sia nel provvedimento in questione, sia nelle difese giudiziali ha sempre argomentato di un mero ripensamento su di un’aggiudicazione ancora provvisoria (richiamando la giurisprudenza che enfatizza il connotato interno ed endoprocedimentale di tale fase).

Ed invero, per smentire l’assunto del Comune è sufficiente cogliere l’univoco dato letterale dell’atto di giunta n. 287/06, ove per l’appunto vengono approvati i verbali di gara della commissione del 28.6.2006, del 4.8.2006 e del 7.8.2006, dai quali è risultata aggiudicataria provvisoria dell’appalto la società CPL Ricorrente. L’approvazione (ed il recepimento) ad opera della stazione appaltante delle risultanze di gara scaturite dai lavori della commissione rappresenta infatti il proprium dell’aggiudicazione definitiva ai sensi dell’art. 11 del codice dei contratti, in disparte l’ulteriore distinzione -che agli indicati fini non rileva- fra provvedimento aggiudicativo efficace ed inefficace, sempre ai sensi del citato articolo 11 del codice dei contratti.

Per quanto sopra, la delibera 359/07 oggetto di impugnativa deve intendersi incorsa in un ripetuto equivoco giuridico, ove qualifica l’aggiudicazione in capo all’impresa ricorrente come provvisoria, tanto da stabilire nel dispositivo “di non procedere all’aggiudicazione definitiva dell’appalto … e di invalidare per l’effetto l’aggiudicazione disposta in via provvisoria del seggio di gara confermata con deliberazione di Giunta Comunale n. 287/06” (la “conferma” della giunta rappresentando ex se il momento approvativo delle risultanze di gara, almeno in assenza di esplicite contrarie indicazioni, che nella specie non si rinvengono).

Anche sulla tipologia dello ius poenitendi in concreto deliberato (per motivi di legittimità e/o di merito), occorre procedere ad alcune puntualizzazioni, visti da una parte il lessico non dirimente del provvedimento e dall’altra i continui richiami del ricorrente alla revoca ex art. 21 quinquies, norma che si assume esser stata violata dall’amministrazione sotto svariati profili.

In realtà la delibera 359/07 presenta due distinti capi motivazionali, di cui il primo riportabile a considerazioni di illegittimità in senso stretto delle procedure intraprese, ed il secondo a valutazioni di merito collegate alla scarsa selettività della gara.

Più in particolare quanto al primo profilo, il comune ha ritenuto che l’offerta aggiudicataria sarebbe stata formulata sulla base di una errata ricognizione numerica e tipologica dei punti luce da gestire; ciò avrebbe pertanto comportato il venir meno dei prescritti requisiti di attendibilità, visto che la prestazione da svolgere risulterebbe più impegnativa e comunque diversa rispetto a quella che l’impresa aveva messo in conto nel quantificare il corrispettivo; inoltre la (non raccolta) disponibilità della soc. Ricorrente ad adeguarsi senza variazioni di canone alle risultanze ex post accertate avrebbe causato non solo una scarsa attendibilità dell’offerta (modulata al buio solo per mantenere l’appalto), ma più in radice la violazione delle regole di par condicio, visto che si tratterebbe di una rinegoziazione scaturita al di fuori della procedura di evidenza pubblica. In buona sostanza, il fondamento del delineato profilo di autotutela attiene ad una riscontrata invalidazione degli atti di gara, a partire dalla ammissione dell’unica offerta (viziata), poi risultata aggiudicataria.

La seconda considerazione di sostegno al ripensamento dell’ente attiene invece –come espressamente enunciato in delibera- alla migliore tutela dell’interesse pubblico, in relazione al fatto che la gara non avrebbe espresso una sufficiente concorrenzialità, trattandosi di aggiudicazione scaturita da un’offerta solitaria; in questo contesto si verte pertanto in materia di revoca ex art. 21 quinquies legge 241/90, senza che in contrario rilevino le deduzioni del patrono civico illustrate nella memoria del 7.2.2012 con cui si è delineata una illegittimità della procedura per violazione della lex specialis ove si prescriveva, nella seconda fase di gara, la presenza di almeno 5 imprese riconosciute idonee (le ditte sono state invece solo 4, di cui due giudicate idonee e fra queste solo una avrebbe poi presentato l’offerta); tali considerazioni risultano peraltro estranee ai contenuti motivazionali della delibera impugnata, la quale sul punto –come sopra visto- si è invece limitata a rilevare la mancanza di un’adeguata selezione comparativa per un affidamento ventennale di servizio pubblico, così riportando il ripensamento in questione ad una fattispecie di diversa valutazione dell’interesse pubblico originario.

Sulla base delle esposte premesse, ritiene il collegio di anticipare che il profilo di autotutela collegato all’art. 21 nonies legge 241/90 supera positivamente lo scrutinio di legittimità, per l’effettiva sussistenza della causa invalidante e per la giusta ponderazione di rilevanza del vizio; tale circostanza rende improcedibile per carenza di interesse il vaglio relativo alle contestuali ragioni di opportunità dell’impugnato ripensamento, poiché nel caso di autotutela “mista” i corretti presupposti di annullamento giustificano ex se il ricorso allo ius poenitendi, risultando comunque assorbenti e decisivi sulle altre eventuali valutazioni di merito (ovvero, su altre concorrenti cause di illegittimità).

Passando più specificamente alla componente motivazionale della delibera 359/07 (basata sull’erroneo censimento operato dall’impresa aggiudicataria sui punti luce comunali che la ditta medesima avrebbe dovuto gestire), deve precisarsi che effettivamente la formulazione dell’unica offerta raccolta in gara presenta quegli insanabili connotati vizianti evidenziati nel provvedimento oggetto di impugnativa, e ciò sotto il duplice profilo:

– dell’inattendibilità di una proposta tarata su ambiti prestazionali diversi da quelli richiesti dalla stazione appaltante;

-dell’irreversibile alterazione della par condicio concorsuale che si sarebbe determinata ove –attraverso accordi postumi post gara- si fosse adeguata alle effettive esigenze della PA un’offerta formulata in relazione a differenti contesti dimensionali e tipologici del servizio da appaltare.

Trattasi peraltro di argomentazioni che la ditta ricorrente aveva avuto modo e tempo di ben percepire, come dimostrano le diffuse interlocuzioni con la stazione appaltante successive all’aggiudicazione definitiva, sfociate anche in sopralluoghi congiunti, come emerge dalla ricostruzione illustrata in narrativa; da qui l’infondatezza della censura sull’asserita violazione delle regole partecipative ex artt. 7 e segg. della legge 241/90.

Né può revocarsi in dubbio che i rilevati vizi di legittimità presentassero ex se quei connotati di gravità e proporzione da giustificare l’annullamento d’ufficio, trattandosi di aspetti invalidanti con grave ed immediato vulnus sulla ritualità ed attendibilità dell’offerta da una parte, e sul rispetto delle regole competitive dell’evidenza pubblica dall’altra, così che a fronte di tali emergenze l’interesse della ditta a conservare l’aggiudicazione acquisita ed a stipulare il contratto di appalto deve intendersi del tutto recessiva.

Quanto appena precisato merita tuttavia una ulteriore puntualizzazione sulle cause esterne dovute ad una negligente predisposizione della lex specialis, che ha comunque concorso a determinare l’invalidazione dell’offerta.

Non si vede infatti perché la ricognizione del proprio patrimonio di punti luce non sia stato preventivamente accertato dal Comune prima di procedere all’indizione della gara, non solo per dar modo ai concorrenti di formulare le rispettive proposte gestorie senza rischi di errori (e senza inutili costi aggiunti per attività preparatorie di stretta competenza della stazione appaltante), ma anche per la fondamentale ragione secondo cui ogni decisione a monte circa la esternalizzazione o meno di un servizio pubblico non possa prescindere da una conoscenza previa ed univoca delle risorse strumentali, sulla base delle quali va organizzata la gestione del servizio stesso. Analoghe perplessità erano state del resto evidenziate nello stesso parere pro veritate acquisito in data 29.11.2009 dal comune, parere nel quale il legale dell’ente aveva stigmatizzato l’art. 8 del capitolato d’oneri (relativo appunto alle modalità operative di censimento affidate alle ditte partecipanti), osservando testualmente che sarebbe stato invece “…interesse della PA cristallizzare la situazione della consegna dei lavori in modo da acquisire un quadro ricognitivo dello stato dei luoghi per l’esatta individuazione della natura e dell’estensione degli interventi appaltati”, principio quest’ultimo che invece “…non trova riscontro nel testo regolamentare in commento che, viceversa, rivela un impianto di segno diverso, affidando la ridefinizione numerica dei punti luminosi ad una collaborazione successiva e quindi a comportamenti a formazione successiva”, ciò rappresentando “un vizio del procedimento che condurrebbe a mio avviso ad alimentare contenzioso fra le parti”.

In buona sostanza –ed a ben vedere- l’autotutela deliberata dalla giunta comunale mediante l’azzeramento di tutti gli atti di gara trova la sua ratio fondante non solo nella riscontrata invalidazione dell’unica offerta acquisita, ma più a monte nella stessa erronea predisposizione della lex specialis.

Una volta respinta la domanda di annullamento dell’impugnato ripensamento civico, vanno ora vagliate le articolate istanze giudiziali di risarcimento formulate dalla ricorrente.

In primo luogo, deve disattendersi la domanda risarcitoria che trova la sua ratio nella mancata stipula del contratto, visto che la ravvisata legittimità del provvedimento di secondo grado esclude in radice la spettanza dell’appalto reclamata dalla ricorrente.

La domanda risarcitoria può invece trovare accoglimento nei limiti della culpa in contrahendo nei sensi di seguito illustrati.

Ormai in varie occasioni la giurisprudenza ha riconosciuto il ristoro risarcitorio per difetto della buona fede nelle trattative nonostante la scrutinata legittimità dell’atto di autotutela, nella considerazione che proprio la correttezza del ripensamento potrebbe ben evidenziare l’imprudenza della PA nell’aver intrapreso la fase contrattuale poi (motivatamente) abbandonata in mancanza dei necessari presupposti e requisiti, fuorviando così l’incolpevole partecipante o aggiudicatario (sul punto cfr. Tar Lazio n. 6911/06, mentre più in generale sulla rilevanza risarcitoria ex art. 1337 c.c. anche all’interno dell’attività amministrativa di evidenza pubblica sussiste ormai una pacifica convergenza giurisprudenziale dopo Cons. Stato A.P. n. 6/2005).

Nel caso di specie si è sopra visto come il Comune intimato abbia concorso –con una negligente predisposizione della lex specialis in ordine alla omessa ricognizione preventiva del patrimonio civico da dare in gestione- agli errori di formulazione dell’unica offerta presentata, con la conseguente necessità di procedere all’autoannullamento della procedura intrapresa, giunta fino all’aggiudicazione definitiva, conseguendo cioè un titolo che l’avrebbe abilitata alla stipula del contratto.

In un tale contesto va dunque valorizzata la posizione soggettiva della ricorrente sotto il profilo risarcitorio di un danno ex art. 1337 c.c. causato dalla superficiale condotta della PA intimata nella direzione e pianificazione di gara, a sua volta tradottasi in abuso della libertà negoziale (senza necessità di ulteriori indagini sull’elemento soggettivo, anche ai sensi di quanto statuito da Corte di Giustizia, Sezione III, con sentenza del 30.9.2010 in C-314/09).

Ritiene peraltro il collegio di puntualizzare che in materia di responsabilità precontrattuale può esser fatto valere il solo interesse negativo e cioè l’interesse a non intraprendere o proseguire trattative inutili.

Più precisamente, è risarcibile sia il danno emergente, rappresentato dalla spese inutilmente sostenute, sia il lucro cessante, rappresentato dalle altre occasioni favorevoli perse (ex multis, Consiglio di Stato, sez. IV, 6 giugno 2008, n. 2680).

La prova di tali danni spetta, in linea con l’inquadramento di tale responsabilità nell’ambito della responsabilità civile, alla parte lesa (Consiglio di Stato, sez. V, 10 novembre 2008, n. 5574).

Nel caso di specie, la ricorrente ha richiamato un esborso per spese inutilmente sostenute in previsione della conclusione del contratto pari ad euro 21.048,01 a cui sono state aggiunte le perdite sofferte dalla ricorrente per non aver usufruito di ulteriori occasioni contrattuali nel periodo che va dall’aggiudicazione definitiva alla revoca (in considerazione del legittimo affidamento ingenerato in ordine all’imminente impiego di risorse economiche, umane e di mezzi); in particolare, la ditta avrebbe rinunciato alla partecipazione di almeno tredici procedure di gara specificamente individuate, con una sommatoria degli importi a base d’asta pari a 5.297.430,12; in via equitativa si è pertanto quantificato un danno da chance di euro 158.922,90, pari ad un valore del 3% rispetto al monte lavori complessivo. Così per un totale pari ad euro 179.970,91, oltre ad interessi e rivalutazione.

Ritiene peraltro il collegio che solo le spese di partecipazione alla gara risultano adeguatamente comprovate (cfr. documentazione depositata agli atti di causa il 23.11.11, sulla quale nulla ha peraltro specificamente controdedotto il resistente patrocinio), mentre non altrettanto può dirsi per quelle afferenti al presunto mancato guadagno.

Va infatti precisato che se è vero che la qualificazione della responsabilità come precontrattuale non impedisce il ristoro del danno da perdita di “chance”, tuttavia, la parte che invoca tale tipo di danno ne deve fornire la prova rigorosa, in quanto le occasioni favorevoli di cui si lamenta la perdita non devono essere astratte, ma avere un minimo di concretezza, che non può essere integrata – come insegna la giurisprudenza – nemmeno dalla produzione di bandi pubblicati per analoghi appalti nel periodo in questione (cfr., ex multis, Cons. St., sez. VI, n. 20/10, Tar Sicilia CT III sez. n. 655/11). Nel caso di specie la ricorrente –come sopra visto- ha desunto il suo presunto danno da perdita di chance limitandosi ad elencare tredici procedure di gare intercorse fra l’aggiudicazione e la revoca (ovviamente senza alcuna domanda di partecipazione), quantificando il chiesto risarcimento nel 3% sulla sommatoria complessiva degli importi di tali gare.

Trattasi all’evidenza di un apporto probatorio del tutto insufficiente a giustificare il riconoscimento della voce risarcitoria in questione. Come sopra anticipato, infatti, il danno da chance da mancata occasione partecipativa è soggetto ad una dimostrazione rinforzata rispetto al danno da chance che scaturisce da una illegittima esclusione, poiché solo in quest’ultimo caso i requisiti di partecipazione alla gara (e lo stesso interesse a prenderne parte) risultano ex se riconosciuti, laddove invece, nell’ipotesi di una selezione asseritamente trascurata per dare attenzione ad altra procedura di appalto poi azzerata dall’amministrazione, occorre dimostrare in primo luogo il possesso delle condizioni di prequalificazione per ogni singola competizione “mancata”, salvo poi parimenti dare conto di una struttura d’impresa non in grado di tollerare simultaneità organizzatorie su più fronti (adempimenti probatori questi ultimi non riscontrati negli atti di causa).

In conclusione, va respinta la domanda di annullamento e/o la domanda di risarcimento in forma specifica, mentre l’istanza risarcitoria va limitata al solo danno emergente precontrattuale ex art. 1337 c.c., quantificato nella misura di euro 21.048,01. La somma così definita dovrà essere aumentata della rivalutazione monetaria e degli interessi legali da calcolarsi fino alla data di notifica della domanda giudiziale e, successivamente, dei soli interessi legali fino al soddisfo.

Sussistono ragioni per compensare le spese di giudizio, eccetto il rimborso del contributo unificato.

 

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’ Abruzzo (Sezione Prima) Definitivamente pronunciandosi sul ricorso in epigrafe;

-respinge l’istanza giudiziale di annullamento e di risarcimento in forma specifica;

-accoglie l’istanza risarcitoria limitatamente al danno da responsabilità precontrattuale in relazione al solo danno emergente, liquidato nella misura indicata in motivazione.

Spese compensate, eccetto il rimborso del contributo unificato.

 

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in L’Aquila nella camera di consiglio del giorno 29 febbraio 2012 con l’intervento dei magistrati:

*****************, Presidente

***************, Consigliere

*************, ***********, Estensore

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 29/03/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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