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Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 8 aprile 2016

Redazione

Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 24 febbraio – 8 aprile 2016, n. 6887
Presidente Chindemi – Relatore Stalla

Svolgimento del giudizio

Equitalia Centro spa propone tre motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 6 del 16 gennaio 2012 con la quale la commissione tributaria regionale della Toscana, in riforma della prima decisione, ha dichiarato l’illegittimità delle iscrizioni ipotecarie da essa ricorrente eseguite a carico di G.G, ex art. 77 d.P.R. 602/73, per il mancato pagamento di numerose cartelle emesse tra il 1998 ed il 2008.
Lamenta, in particolare, che la sentenza impugnata abbia disposto l’annullamento di tutte indistintamente le iscrizioni ipotecarie eseguite da Equitalia su immobili di proprietà della G. , e non soltanto di quella (n. 6505/041/08 del 29 gennaio 2009) fatta specificamente oggetto di contestazione da parte di quest’ultima con ricorso dell’aprile 2009; e che, inoltre, tale annullamento sia stato pronunciato per la mancata prova, da parte di Equitalia, dell’avvenuta regolare notificazione delle cartelle di pagamento poste a fondamento dell’iscrizione. Ciò, nonostante che tale incombente non fosse stato contestato dalla G. e che, comunque, l’onere di conservazione della prova documentale dell’avvenuta notificazione della cartella non potesse gravare sul concessionario oltre il quinquennio di cui all’art. 26 d.P.R. 602/73.
Resiste con controricorso la G..

Motivi della decisione

p.1.1 Con il primo motivo di ricorso Equitalia Centro lamenta – ex art. 360, 1^ co., n. 4 cod.proc.civ. – violazione dell’articolo 112 cod.proc.civ.; per avere la commissione tributaria regionale pronunciato l’illegittimità di tutte indistintamente le iscrizioni ipotecarie eseguite su immobili della G. , nonostante che quest’ultima si fosse limitata ad impugnare unicamente l’iscrizione ipotecaria di cui alla comunicazione 9 febbraio 2009 n. 6505/041/08 per l’importo di Euro 493.718,42, pari al doppio dell’importo iscritto a ruolo.
p.1.2 Il motivo è fondato.
Nel riformare la prima decisione, la commissione tributaria regionale ha dichiarato l’illegittimità “delle iscrizioni ipotecarie“; adottando in tal maniera una formula, plurale ed indeterminata, non rispondente all’oggetto della domanda della G. . Viceversa inequivocabilmente basata (v. ricorso introduttivo presentato alla commissione tributaria provinciale di Firenze il 23 aprile 2009, in proc. rg. 1269/09) sull’annullamento, previa sospensione, del “provvedimento impugnato”; meglio descritto dalla contribuente come segue (ric. cit., pag. 1): “iscrizione ipotecaria di cui alla comunicazione (doc. 1) datata 9 febbraio 2009, successivamente notificata alla ricorrente, avente per oggetto l’immobile lotto, quota 1/2 di piena proprietà in comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 17, categoria A2; – lotto, quota 1/2 di piena proprietà comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 11, categoria C6, per la somma complessiva di Euro 493.718,42, pari al doppio dell’importo dell’asserito credito“. Gli estremi identificativi dell’iscrizione ipotecaria impugnata venivano poi ribaditi, nei medesimi termini, nell’esposizione del ricorso (v. pag. 2, ed altre sedi) e nella documentazione allegata, con esclusivo richiamo alla “nota di iscrizione n. 6505/041/08 del 29 gennaio 2009“.
È dunque evidente che nel disporre – utilizzando in dispositivo un’espressione quantomeno ambigua e generica – l’annullamento delle iscrizioni ipotecarie che avevano indistintamente colpito la G. ad opera di Equitalia, la commissione tributaria regionale sia andata oltre il petitum, circoscritto alla sola iscrizione ipotecaria come sopra individuata dalla stessa contribuente; dunque, con almeno potenziale pregiudizio degli effetti di garanzia sortiti dalle diverse iscrizioni ipotecarie che Equitalia aveva eseguito su ulteriori immobili della G. .
Diversamente da quanto da quest’ultima sostenuto in controricorso, non vi sono i presupposti per fare qui applicazione del – pur astrattamente condivisibile – principio giurisprudenziale volto ad imporre al giudice una interpretazione della domanda processuale di parte in termini sostanziali e di effettività; posto che nel caso di specie, come si è detto, non si poneva in realtà dubbio di sorta circa l’esatta delimitazione della domanda (quanto a petitum e causa petendi); riferita all’annullamento della sola iscrizione ipotecaria testè individuata.
Con il risultato che, disponendo l’accoglimento del ricorso della contribuente con formula di annullamento a tal punto ampia ed indefinita da potervi ricomprendere tutte indistintamente le iscrizioni ipotecarie eseguite da Equitalia sul patrimonio immobiliare della G. , la CTR non si è limitata ad una mera operazione ricostruttiva della reale volontà della parte (la quale in alcun modo si era espressa per l’ottenimento di una pronuncia di illegittimità di “tutte” le iscrizioni), ma ha senz’altro violato il principio di necessaria correlazione tra il chiesto ed il pronunciato ex art. 112 cod.proc.civ.. Violazione, tra l’altro, tanto più evidente in considerazione del fatto che il ricorso poteva ritenersi ammissibilmente proposto solo con riguardo, appunto, all’iscrizione ipotecaria del 2009, non anche con riferimento alle altre ipoteche (del 2005 e 2007), per le quali erano da tempo perenti i relativi termini di impugnazione.
In accoglimento del motivo, la sentenza va dunque cassata sotto questo specifico profilo.
Non sussistendo la necessità di ulteriori accertamenti, vi sono i presupposti per pronunciare nel merito mediante limitazione della pronuncia di illegittimità alla sola iscrizione ipotecaria di cui alla nota “n. 6505/041/08 per l’importo di Euro 493.718,42: – lotto, quota 1/2 di piena proprietà in comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 17, categoria A2; – lotto, quota 1/2 di piena proprietà comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 11, categoria C6, per l’importo di Euro 493.718,42 pari al doppio del credito“.
p.2.1 Con il secondo motivo di ricorso si deduce – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio; nonché violazione o falsa applicazione delle norme sull’onere probatorio in ipotesi di mancata contestazione. Ciò, per avere la commissione tributaria regionale annullato l’iscrizione ipotecaria per mancata prova della previa notificazione di tutte le cartelle di pagamento, nonostante che, per la maggior parte di queste, la contribuente non avesse mai contestato la regolarità della notificazione.
p.2.2 La doglianza è infondata, perché basata su un presupposto che non trova riscontro nella realtà processuale che ha originato la decisione qui impugnata.
La concessionaria assume l’erroneità dell’assunto con il quale la commissione tributaria regionale ha ritenuto di accogliere l’appello della contribuente “atteso che Equitalia non ha prodotto in giudizio la ricevuta di avvenuta notifica delle cartelle esattoriali” (sent. pag. 1); ciò perché essa non poteva ritenersi gravata di un onere probatorio (asseritamente non soddisfatto) che in realtà non le spettava, a fronte della circostanza che la contribuente non aveva mai contestato la pregressa notificazione delle cartelle di pagamento, ric. pag. 16: “per la maggior parte delle cartelle di pagamento, tale onere non incombeva sull’agente della riscossione, non essendone stata contestata la notifica“.
Equitalia si richiama in sostanza al principio generale di non contestazione di cui all’art. 115 cod.proc.civ., ma tale richiamo è errato.
A parte l’osservazione che nel presente giudizio (introdotto prima dell’entrata in vigore della legge 69/09 di modificazione dell’art. 115 in esame) non è applicabile il “nuovo” regime, che pone a carico della parte costituita un onere di “specifica contestazione” dei fatti dedotti ex adverso, è dirimente qui osservare come la G. lungi dal riconoscere, o anche soltanto dal non contestare, la regolare esecuzione delle notificazioni delle cartelle poste a fondamento dell’iscrizione ipotecaria – abbia, fin dall’atto introduttivo del contenzioso, motivato l’impugnativa di tale iscrizione, oltre che sulla natura non tributaria di parte dei crediti dedotti nelle cartelle, nonché sulla affermata prescrizione del credito erariale, proprio sulla mancata notificazione delle cartelle medesime: “invece, per tutte le altre cartelle indicate nella comunicazione impugnata di avvenuta iscrizione ipotecaria si rileva, innanzitutto, la mancanza di regolare notifica delle stesse; circostanza che già di per sé determina la illegittimità e nullità dell’ipoteca legale. Inoltre, giova rilevare che, conseguentemente a ciò, non è dato sapere se tali cartelle presentino l’indicazione del nominativo del responsabile del procedimento, come la legge richiede (…)“. Anche la sentenza di primo grado (CTP Firenze n. 72 del 11 maggio 2010) osservava come, tra i motivi di impugnazione dell’atto, la contribuente avesse lamentato “che la notifica di tutte le cartelle era irregolare“. Doglianza, quest’ultima, che la commissione provinciale ebbe poi a disattendere, non già per genericità di formulazione, ma per mancanza di prova; posta quest’ultima, erroneamente, a carico della contribuente stessa.
Deve, in definitiva, concludersi nel senso che il richiamo all’art. 115 cod.proc.civ., ed al principio di non contestazione in esso disciplinato, non ha qui ragion d’essere in linea di puro fatto, prima che di diritto; risultando dalle emergenze processuali (e, a ben vedere, dalla stessa narrativa di Equitalia, con riguardo ad almeno parte delle cartelle poste a base dell’iscrizione ipotecaria) come: – la contribuente avesse, tra il resto, formulato uno specifico motivo di impugnazione dell’atto concernente la mancata regolare notificazione delle cartelle (ritenuta rilevante sia in sé, sia in quanto ostativa alla possibilità di individuare l’indicazione in esse del responsabile del procedimento); – a seguito di tale contestazione, fosse onere della società concessionaria fornire la prova dell’avvenuta regolare notificazione di tutte le cartelle, in quanto atti prodromici, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 19, comma 3, portanti il credito fatto oggetto della garanzia ipotecaria (Cass. 21123/11).
3.1 Con il terzo motivo di ricorso si deduce analoga censura relativamente al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26; per avere la commissione tributaria regionale posto erroneamente a carico di essa concessionaria un onere (la conservazione della prova dell’avvenuta regolare notificazione della cartella) che tale disposizione normativa limita al quinquennio dalla notificazione, nella specie decorso.
3.2 La doglianza è infondata.
Fermo restando che, per le anzidette ragioni, gravava sull’esattore l’onere di provare la regolare notificazione delle cartelle di pagamento poste a base dell’iscrizione ipotecaria contestata, tale onere doveva essere assolto mediante produzione in giudizio della “relata” di notificazione, ovvero dell’avviso di ricevimento “essendo esclusa la possibilità di ricorrere a documenti equipollenti, quali, ad esempio, registri o archivi informatici dell’Amministrazione finanziaria o attestazioni dell’ufficio postale” (Cass. n. 23213 del 31/10/2014). Salva l’applicabilità – qui non ricorrente, ed anzi nemmeno invocata da Equitalia – “del principio del raggiungimento dello scopo, in virtù del quale si determina uno spostamento dell’onus probandi, gravando sulla parte, che abbia dimostrato di conoscere l’atto e che intenda far valere in giudizio un diritto il cui esercizio è assoggettato a ter e di decadenza, l’onere di dimostrare la diversa data di ricezione dell’atto e la tempestività della pretesa” (ivi).
In assenza di tali produzioni, corretta deve dunque ritenersi l’affermazione della commissione tributaria regionale di mancato assolvimento dell’onere probatorio relativo da parte di Equitalia.
Né quest’ultima potrebbe fondatamente avvalersi del disposto di cui alla D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 5, di cui si lamenta la violazione o falsa applicazione.
Questa disposizione, nello stabilire che “l’esattore deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione” non enuclea un’ipotesi di esenzione, oltre il quinquennio, dall’onere della prova a vantaggio del concessionario, limitandosi a stabilire che quest’ultimo conservi la prova documentale della cartella notificata a soli fini di esibizione al contribuente o all’amministrazione. Ciò non toglie che, per le esigenze connaturate al contenzioso giurisdizionale, trovino pieno e continuativo vigore – se necessario, anche oltre i cinque anni – le disposizioni generali sul riparto e sul soddisfacimento dell’onere probatorio; con la conseguenza che il concessionario sarà comunque tenuto, indipendentemente dal suddetto obbligo di conservazione nel quinquennio, a fornire in giudizio la prova della notificazione della cartella: una cosa essendo l’obbligo di conservazione a fini amministrativi, organizzativi ed ispettivi, e tutt’altra l’osservanza dell’art. 2697 c.c., non derogato dalla norma speciale.
Si tratta di soluzione armonica con quanto più volte affermato – in diversa materia, ma in analoga fattispecie legale di tenuta documentale obbligatoria – in ordine all’obbligo di conservazione decennale delle scritture contabili ex art. 2220 c.c.; obbligo non idoneo a sollevare l’imprenditore, successivamente al decorso dei dieci anni, dall’onere della prova posto a suo carico nel giudizio secondo le regole generali (Cass.26683/09; 1842/11; 19696/14 ed altre).
Sicché non appare esatto sostenere che nella sentenza impugnata la commissione tributaria regionale abbia posto a carico di Equitalia l’obbligo di conservare la prova documentale dell’avvenuta notifica per un termine eccedente quello legale (chè in questo sarebbe consistita la violazione lamentata); vero è, invece, che la commissione tributaria regionale ha valutato la fattispecie secondo l’ordinario regime dell’onere della prova, correttamente escludendo che, in virtù del mero decorso del quinquennio di conservazione obbligatoria, la prova in giudizio della regolare notificazione della cartella non fosse più necessaria, ovvero dovesse essere posta a carico della contribuente.
Il parziale accoglimento del ricorso depone per la compensazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte:
– accoglie il primo motivo di ricorso;
– cassa, nei limiti del motivo accolto, la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, limita la pronuncia di illegittimità alla sola iscrizione ipotecaria di cui alla nota “n. 6505/041/08 per l’importo di Euro 493.718,42: – lotto, quota 1/2 di piena proprietà in comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 17, categoria A2; – lotto, quota 1/2 di piena proprietà comune di (OMISSIS) , foglio 6, particella 996, subalterno 11, categoria C6, per l’importo di Euro 493.718,42 pari al doppio del credito“;
– rigetta gli altri motivi di ricorso;
– compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

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Transfer pricing, l’onere della prova grava sull’amministrazione

Redazione

Corte di Cassazione, sez. V Civile, sentenza 27 gennaio – 6 aprile 2016, n. 6656
Presidente Di Amato – Relatore Cricenti

Svolgimento del processo

L’Agenzia delle Entrate di Milano ha notificato alla BOLTON MANITOBA SPA un avviso di accertamento, per l’anno 2001, a seguito di una verifica effettuata da funzionari della Direzione Regionale.
L’Agenzia delle Entrate ha, tra l’altro contestato, alla Bolton di non aver contabilizzato 575.454,87 Euro per ricavi derivanti da operazioni intercorse con imprese controllate. In particolare, la Bolton ha sostenuto i costi affrontati dalla ICS Link, operante nella Repubblica Ceca, per la pubblicità di prodotti che la Bolton distribuisce all’estero, assumendo però di avere ricavato dalle vendite introiti inferiori alle spese sostenute. L’Agenzia ha dunque presunto che la differenza tra il costo sostenuto e il ricavo avuto costituisce un trasferimento di reddito all’estero, fatto al fine di eludere la tassazione italiana.
Inizialmente, l’Agenzia ha contestato anche la illegittima deduzione di altri costi. Su questi ultimi, come su quello oggetto di ricorso, sia la Commissione Provinciale che quella Regionale hanno accolto il ricorso della società Bolton.
Ricorre per Cassazione l’Agenzia, soltanto relativamente ai ricavi presunti derivanti da operazioni con le società controllate, chiedendo l’annullamento della sentenza per difetto di motivazione.
Secondo la ricorrente la Commissione regionale avrebbe apoditticamente aderito alla tesi della ricorrente, senza dare conto della sua fondatezza, ed avrebbe errato nell’attribuire all’Amministrazione l’onere della prova.
Resiste con controricorso la società Bolton.

Motivi della decisione

1.- Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia denuncia difetto di motivazione per violazione dell’art. 360 n. 5.
La ragione del ricorso sta nel fatto che la Bolton avrebbe compiuto un’operazione antieconomica, vendendo dei beni, tramite la consociata estera, ad un prezzo minore rispetto a quello di costo. Secondo l’Agenzia si tratterebbe di una operazione fittizia, nel senso che i beni sarebbero invece stati venduti ad un diverso e maggiore prezzo, ed il ricavo ottenuto non sarebbe stato denunciato come tale.
Secondo l’Agenzia la spesa sostenuta da Bolton per fare pubblicità ai prodotti da distribuire all’estero, spesa consistente nel rimborsare ICS dei costi sostenuti per tale promozione, è superiore ai ricavi avuti dalle vendite.
La differenza tra quanto ricavato dalle vendite e quanto effettivamente speso per realizzarle non sarebbe effettiva, ma costituirebbe un reddito che Bolton ha occultato facendolo passare come costo.
L’Agenzia giunge a tale conclusione assumendo che non è criterio di normalità economica che i costi per la proposizione di prodotti da vendere superino i ricavi delle vendite stesse.
E dunque fa applicazione dell’art. 76, comma 5 del DPR n. 917 del 1986 (previgente), secondo il quale: “i componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato che, direttamente o indirettamente, controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti“.
In sostanza, la norma presuppone che si sia appurato che la società ha prodotto un reddito all’estero.
Richiamando un orientamento di questa Corte (Cass. n. 182 del 2001, tra le altre), l’Agenzia sostiene che nel caso di operazione antieconomica, che il contribuente non sappia adeguatamente giustificare, è legittimo l’accertamento dell’Agenzia, e che il giudice tributario per poter annullare tale accertamento, deve specificare, con validi argomenti, le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento del contribuente non sia sintomatico di possibili violazioni di disposizioni tributarie.
La sentenza impugnata di fatto giustifica l’antieconomicità, secondo l’Agenzia, semplicemente limitandosi a dire che: “appare sostenibile la strategia di marketing adottata dalla ricorrente per la produzione e commercializzazione dei propri prodotti nel mercato della Repubblica Ceca“.
Motivazione che, secondo la ricorrente, insufficiente o meramente apparente.
1.1.- Il motivo va rigettato.
L’onere di dimostrare che un’operazione economica realizzata all’estero, fatta tramite una controllata o controllante avente per l’appunto sede all’estero, costituisce reddito, è posto a carico della Amministrazione, per consolidato orientamento di questa Corte (Cass. 13.10.2006, n. 22023; Cass. 16.5.2007, n. 11226).
La decisione impugnata ha correttamente ritenuto a carico dell’Agenzia l’onere di provare che la differenza tra il costo sostenuto per la pubblicità ed il ricavo delle vendite fosse fittizio, costituendo in realtà un reddito realizzato all’estero e come tale da considerarsi fiscalmente prodotto in Italia.
Va ribadita la regola per cui la prova dell’elusione, e dei suoi presupposti, grava sull’Amministrazione che intende operare le conseguenti rettifiche.
Da questo punto di vista è irrilevante la giurisprudenza citata in tema di costi deducibili, e che pone l’onere di dimostrare la deducibilità in capo al contribuente, poichè non si tratta qui di costi deducibili, ma dell’assumere come reddito occulto una differenza tra costi e ricavi realizzati all’estero.
Con apprezzamento di fatto non censurabile in Cassazione, la Commissione ha ritenuto che l’Agenzia non ha adeguatamente dimostrato perchè, sulla base dei valori normali delle merci vendute, il ricavo avrebbe dovuto essere superiore alla spesa sostenuta per vendere, ritenendo invece che l’Agenzia abbia agito sulla base di una presunzione non convincente: quella per cui la spese sostenute per la pubblicità avrebbero dovuto far conseguire alla società ricavi perlomeno pari alla spesa affrontata.
La motivazione fa, sia pure sinteticamente, la comparazione tra due presunzioni: quella usata dall’Amministrazione e quella, di segno contrario, per cui sarebbe piu’ verosimile che in fase di start up il costo per promuovere il prodotto sia superiore ai ricavi delle vendite.
Fatto valere come vizio di motivazione il motivo è infondato, poichè la decisione impugnata dà conto del ragionamento che l’ha indotta ad assumere quella decisione, ossia la presunzione per cui i costi di pubblicità non sono costi di produzione, e possono superare il prezzo del prodotto reclamizzato.
In sostanza, la ricorrente Agenzia assume un impiego non corretto delle regole di esperienza su un fatto determinante.
In generale, non può ritenersi insufficiente, però, la motivazione quando si comprende quali siano state le ragioni che hanno giustificato la decisione assunta. La sentenza impugnata mostra di motivare perchè ritiene che non è presumibile che da un costo di pubblicità debba ricavarsi necessariamente un guadagno almeno di pari ammontare, in quanto ritiene non correlato quel costo al ricavo dovuto alle vendite.
Nel vecchio teso dell’art. 360 c.p.c., applicabile ratione temporis a questo caso, l’insufficienza della motivazione, quando, come nella fattispecie, è denunciata l’omessa considerazione di un fatto controverso, vale come indice della mancata considerazione di quel fatto. E ciò nel senso che è da ritenersi trascurato un fatto controverso e rilevante quando non vi sia su di esso (rectius sulla sua rilevanza) una motivazione sufficiente.
Nel caso di impiego di regole di esperienza, il vizio denunciato presuppone che il giudice non abbia adeguatamente illustrato quali siano tali regole e come lo hanno portato a far ritenere provato (o non provato) il fatto controverso e decisivo.
In realtà, il giudice di merito adduce una ragione che sta al fondo della regola di esperienza utilizzata per valutare il fatto controverso.
Da un lato infatti ritiene che l’Agenzia non abbia sufficientemente dimostrato il valore normale delle merci, ma soprattuto, dall’altro, assume che dal costo di pubblicità non si può dedurre, come ha fatto l’Agenzia, che si debba avere, necessariamente, pena la non economicità della operazione, un ricavo corrispondente o maggiore, trattandosi di due voci non correlate, nel senso che la spesa di pubblicità non necessariamente assicura ricavi tali da coprirla.
Il giudice di merito ha dunque motivato sulle ragioni che lo hanno indotto a ritenere non fondata la presunzione cui ha fatto ricorso l’Agenzia.
Il ricorso, basato su questo unico motivo, va pertanto respinto, e le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessive 7 mila Euro, oltre spese prenotate a debito.

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Rimborso IVA: la prescrizione è decennale

Redazione

Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 23 novembre 2015 – 16 marzo 2016, n. 5172
Presidente Bielli – Relatore Cirillo

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 29 giugno 2009, notificata il 21 ottobre 2009, la Commissione tributaria regionale del Piemonte rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate nei confronti di M. A. , con­fermando l’annullamento dell’atto di diniego del rimborso IVA per l’anno d’imposta 1999.
II giudice d’appello premetteva in fatto che il contribuente aveva pre­sentato la dichiarazione IVA per l’anno 1998, contenente l’esposizione “a rimborso” di un credito d’imposta pari 580 milioni di lire e di una ulteriore eccedenza di 55.812.000 di lire da utilizzare in compensazione nell’anno successivo. Sennonché nella dichiarazione per l’anno 1999, per errore, il credito verso l’erario era utilizzato nella minor misu­ra di 35.812.000 di lire. L’ufficio, a fronte della domanda avanzata il 17 maggio 2005, aveva negato rimborso della ulteriore eccedenza di 20 milioni di lire, essendo decorso il termine biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art.21, co.2.
Riteneva, invece, il giudice territoriale che la domanda di rimborso fosse stata tempestivamente avanzata entro il termine decenna­le di prescrizione di cui all’art.2946 cod. civ. e che il credito d’imposta si fosse consolidato una volta decorsi senza rilievi due anni dalla presen­tazione della dichiarazione annuale e gli ulteriori tre mesi per l’esigibilità dei credito stesso.
II 19 dicembre 2009 l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cas­sazione, affidato a unico motivo; il contribuente, ritualmente intimato nel giudizio di legittimità (rei. not. 23-24-28.12.2009), non svolge attività difensiva.

Considerato in diritto

La difesa erariale sostiene, ai sensi dell’art.360 n.3 cod. proc. civ., che sia errata la sentenza d’appello laddove ritiene operante l’ordina­rio termine prescrizionale decennale (art.2946 cod. civ.), mentre an­che per il diritto al rimborso dell’IVA varrebbe il termine decadenziale biennale di cui all’art.21 D.Lgs. n. 546 del 1992. II ricorso non è fondato.
Infatti, va data continuità all’orientamento – recentemente ribadito dalla sentenza di questa Corte n.6684 del 2 aprile 2015 – secondo cui, in tema di IVA, deve tenersi distinta la domanda di rimborso o restituzione del credito d’imposta maturato dal contribuente – da considerarsi già presentata con compilazione nella dichiarazione annuale del quadro relativo che configura formale esercizio del diritto – rispetto alla presentazione altresì dei modello apposito (VR), che costituisce – ai sensi dell’art.38-bis, co.1, D.P.R. n. 633 del 1972 – solo presupposto per l’esigibilità dei credito e, dunque, adempi­mento per dar inizio al procedimento di esecuzione dei rim­borso.
Ne consegue che, una volta esercitato tempestivamente in dichiarazione il diritto al rimborso, esso non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza previsto dall’art.21 D.Lgs. n. 546 del 1992, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale ex art.2946 cod. civ. (coni. Cass. n.14070 del 2012 e n.20039 dei 2011). La soluzione prospettata, oltre ad essere assolutamente maggioritaria e oramai consolidata, è coerente con l’intero sistema fiscale delineato dalla giurisprudenza di legittimità, atteso che da tempo si af­ferma che l’esposizione di un credito d’imposta nella denuncia dei red­diti fa sì che non occorra, da parte dei contribuente, al fine di ottenerne il rimborso, alcun altro adempimento, dovendo solo attendere che l’Amministrazione finanziaria eserciti, sui dati esposti in dichiara­zione, il potere-dovere di controllo secondo la procedura di liquida­zione delle imposte, ovvero, ricorrendone i presupposti, secondo Io strumento della rettifica della dichiarazione.
Sicché una volta che il credito si sia consolidato, l’Amministrazione è tenuta ad eseguire il rimborso e il relativo credito dei contribuente è soggetto alla ordinaria prescrizione decennale (conf. Cass. n. 14070 del 2012 e giurisprudenza ivi cit.).
E’ appena il caso di ricordare, che secondo le regole vigenti all’epoca della presentazione della dichiarazione IVA in questione, i rimborsi previsti nell’art. 30 sono eseguiti, su richiesta fatta in sede di dichiara­zione annuale, entro tre mesi dalla scadenza del termine di presentazione del1a dichiarazione prestando, contestualmente all’esecu­zione del rimborso e per una durata pari al periodo mancante al termine di decadenza dell’accertamento, cauzione ovvero fideiussione.
Inoltre gli stessi rimborsi possono essere richiesti, utilizzando apposita dichiarazione redatta su modello approvato con decreto dirigenziale contenente i dati che hanno determinato l’eccedenza di credito. In tal caso i rimborsi sono eseguiti entro tre mesi dalla presentazione della dichiarazione, che vale come dichiarazione annuale limitatamente ai dati in essa indicati. Infine, i medesimi rimborsi possono essere richiesti con apposita istanza, anche ai competenti concessionari della riscossione secondo le modalità stabilite dalla legge 30 dicembre 1991, n.413, art. 78, co.27 e seg..
Ciò conferma che l’eccedenza d’imposta si ha per azionata anche con la sola esposizione fatta in sede di dichiarazione annuale. Ad analoghe conclusioni si giunge anche riguardo all’armonizzazione della “sesta direttiva” (Cass n.6684 del 2015 e n.14070 dei 2012, cit.). Infatti, se è vero che gli Stati membri adottano le misure necessarie ad assicurare l’osservanza degli obblighi di dichiarazione e di pagamento, l’esatta riscossione dell’imposta e la prevenzione di frodi, tali misure però non possono mai eccedere gli obiettivi sopra indicati (v. C. giust. UE, dec. Ecotrade e Collee), posto che per il principio di neutralità il diritto al ristoro dell’IVA versata a monte è principio basilare dei sistema comunitario (cfr. C. giust. UE, dec. Molenheide e altri).
L’orientamento, al quale si dà ulteriore continuità, è stato seguito in altre numerose e costanti decisioni secondo cui, ai fini della manifestazione di volontà di ottenimento del rimborso, deve aversi riguardo al fatto che nella dichiarazione annuale può rinvenirsi l’esplicitazione di una tale volontà, il che sottrae la fattispecie al termine biennale di decadenza, sancito in via residuale (cfr. tra le tante Cass. n.7684, n.7685 e n.152291 del 2012; n.8813 e n.23755 del 2013; n. 2005 e n.3742 del 2014).
Dal rigetto dei ricorso non derivano conseguenze in punto di spese mancando attività difensiva dell’intimato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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