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Sezione lavoro

Illegittimo il rifiuto del dipendente alla esecuzione della prestazione lavorativa nei termini e modi precisati dal datore in forza del potere direttivo a causa di un ritenuto illegittimo trasferimento (Cass. n. 15860/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

 

Con sentenza del 10.7.2001 la Corte d’appello di Firenze, confermando la sentenza di primo grado del Tribunale della stessa sede, rigettava la domanda proposta da G.C. contro la C.U.I. s.p.a., a cui era subentrata la s.p.a. A.I., di impugnativa di un provvedimento di trasferimento da Firenze a Calenzano e del licenziamento intimatogli con telegramma del 5.1.1999.

 

Il ricorso per cassazione proposto dall’interessato era rigettato con sentenza 29 giugno 2004, n. 10422.

 

Successivamente il C. proponeva contro la sentenza di appello ricorso per revocazione, che era rigettato dalla Corte d’appello di Firenze.

 

Con la relativa sentenza la Corte fiorentina dava conto del complessivo iter processuale ricordando in particolare che:

 

– il C., liquidatore in servizio presso l’ispettorato sinistri di Napoli, a seguito del disposto suo trasferimento all’ispettorato sinistri di Firenze, aveva ottenuto dal Pretore di Napoli con provvedimento di urgenza la sospensione di tale provvedimento, ma successivamente lo stesso pretore con sentenza di merito in data 15.10.1998 aveva ritenuto giustificato il trasferimento a Firenze;

 

– nel frattempo il C., stante la chiusura dell’ispettorato di Firenze, era stato assegnato a una sede in Calenzano e aveva stragiudizialmente impugnato tale provvedimento, qualificato come trasferimento;

 

– la Compagnia assicuratrice, dopo avere contestato al lavoratore con diverse lettere l’assenza presso la nuova destinazione, lo aveva licenziato con il già indicato telegramma del 5.1.1999;

 

– il giudice di appello aveva rigettato l’impugnazione essenzialmente sulla base del rilievo che il C. aveva posto in essere, come già rilevato dal primo giudice, un’inammissibile forma di autotutela, concretatasi da un lato nel rifiuto di prestare l’attività lavorativa nel luogo legittimamente indicatogli dall’azienda e dall’altro nell’unilaterale svolgimento della prestazione presso l’originaria sede di lavoro; e che tale condotta integrava un’evidente e reiterata inadempienza ad un preciso ordine del datore di lavoro, che il C. — salvo il legittimo esercizio dell’impugnativa giudiziale — aveva il preciso dovere di ottemperare;

 

– lo stesso giudice di appello nel valutare la proporzionalità del provvedimento di licenziamento, aveva dato rilievo alla reiterazione per mesi delle condotte inadempienti, alla pervicace ostinazione nel pretendere di continuare a svolgere la propria attività in un sede con situazione di esubero di personale confermata dal giudice campano, al comportamento ostruzionistico e anche un pò irridente tenuto durante il procedimento disciplinare, al fatto di essersi messo in malattia immediatamente dopo aver preso servizio a Calenzano dopo quattro mesi e mezzo di “braccio di ferro”;

 

– nelle more procedeva anche il giudizio in corso a Napoli di impugnativa del trasferimento, caratterizzato dalla riforma in appello della sentenza di primo grado, avendo la Corte d’appello dato rilievo alla mancata osservanza della norma contrattuale sulla richiesta da rivolgere al lavoratore circa l’esistenza di eventuali gravi motivi ostativi del trasferimento, e dalla conferma in cassazione, con sentenza 2 marzo 2007, n. 4936, della sentenza di appello.

 

La Corte d’appello quale giudice della revocazione sintetizzava i motivi della impugnazione nei seguenti termini letterali:

 

«a) 395 n. 2: la sentenza da revocare sarebbe fondata su prove false, ritenendo parte ricorrente che il licenziamento e, quindi, la sua convalida, fosse fondato sul falso elemento dato dalla illegittimità del trasferimento;

 

b) 395 n. 1: dolo di una parte a danno dell’altra; il motivo è illustrato affermando che il provvedimene di trasferimento era stato dolosamente adottato omettendo il previo interpello, contrariamente a quanto previsto dal CCNL, come accertato dalla Suprema Corte;

 

c) 395 n. 5: essendo sentenza (…) contraria ad altra precedente (purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione, testualmente il codice di rito). Ed in effetti sarebbe del tutto evidente la contrarietà in quanto quella fiorentina si basava sulla legittimità dei trasferimento, definitivamente esclusa dalla Cassazione;

 

d) 395 n. 4: […] sentenza affetta da errore perché fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è inequivocabilmente esclusa o viceversa (sempre che il punto non fu controverso tra le parti). Secondo il revocante detti documenti sarebbero la sententi del Tribunale dì Napoli e della Cassazione, le quali hanno definitivamente ed inequivocabilmente escluso la legittimità di quel trasferimento erroneamente supposto dai giudici toscani.»

 

Preliminarmente la Corte d’appello rigettava l’eccezione di tardività dell’impugnazione, rilevando che, secondo l’impostazione di quest’ultima, i documenti o le prove sopravvenute che autorizzavano la revocazione erano costituiti dalle sentenze di appello e di cassazione sul provvedimento di trasferimento e prima della sentenza di cassazione essi non potevano assurgere al rango di prova del dolo di una parte (n. 1), prova falsa (n. 2), documento sopravvenuto (n. 3), sentenza basata su fatto/atto erroneo (n.4).

 

Nel merito, la Corte rilevava:

 

– quanto al motivo ex art. 395 n. 2, che la sentenza impugnata non era fondata sul falso elemento della legittimità del trasferimento, risultando evidente che la Corte aveva affermato la legittimità del licenziamento non in base alla legittimità del trasferimento ma a causa delle assenze che erano state ritenute ingiustificate prescindendo dalla legittimità o meno del trasferimento;

 

– quanto al motivo ex art. 395 n. 1, che il dolo revocatorio avrebbe dovuto riguardare il giudizio nel cui ambito si inseriva la revocazione e non l’altro giudizio;

 

– quanto al motivo ex art. 395 n. 5, che nella specie non era ravvisabile la contrarietà ad un precedente giudicato, in quanto in realtà era il giudicato, in quanto  era il giudicato sul trasferimento ad essere sopravvenuto;

 

– quanto al motivo ex art. 395 n. 4, che nella specie la decisione non era basata sulla legittimità del trasferimento, poi esclusa da altra sentenza, ma la Corte giudicante aveva affermato che la sua pronuncia prescindeva da quel fatto, essendo risultata intollerabile solo la reiterata insubordinazione relativa all’esecuzione del trasferimento. Peraltro la stessa Corte di cassazione aveva rilevato l’autonomia delle due vicende processuali, affermando testualmente che “la questione della legittimità del trasferimento non formava oggetto della presente controversia, che deve pertanto essere decisa indipendentemente dalla soluzione di quella”.

 

Il C. propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi. La Soc. A.I. resiste con controricorso e propone due motivi di ricorso incidentale condizionato.

 

Memorie di entrambe le parti.

 

 

Motivi della decisione

 

I due ricorsi devono essere riuniti (art. 335 c.p.c).

 

Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c. (omessa corrispondenza tra chiesto e pronunciato), in relazione al rigetto del primo e del quarto motivo del ricorso per revocazione.

 

Con una prima censura, premesso che riguardo al quarto motivo del ricorso per revocazione per mero errore materiale era stato indicato l’art. 395 n. 4 invece che l’art. 395 n. 3, in quanto il motivo era fondato chiaramente sulla emersione di documenti sopravvenuti alla pubblicazione della sentenza da revocare, si lamenta che la sentenza impugnata non abbia esaminato tale motivo come esplicitato nel ricorso e invece abbia preso in considerazione un motivo mai dedotto.

 

La censura non è concludente, in quanto risulta evidente l’infondatezza del motivo di revocazione anche se qualificato e interpretato nel termini ora proposti.

 

E’ decisivo e assorbente il fatto che l’art. 395 n. 3 prende in considerazione l’ipotesi di ritrovamento in un momento successivo allo svolgimento del giudizio di uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o di fatto dell’avversano. E’ chiaro quindi che deve trattarsi di documenti già esistenti al momento del giudizio, la cui produzione era rimasta ostacolata per una delle specifiche ragioni indicate dalla norma (Cass. n. 2010/1973, 1838/1990, 4610/1996, 8859/1996). Nella specie, invece, dichiaratamente e pacificamente si erano invocati documenti (la sentenza di appello e la sentenza di cassazione pronunciate nel giudizio sulla legittimità del trasferimento) sopravvenuti alla sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Firenze riguardo al licenziamento e quindi oggetto del giudizio di revocazione ora pervenuto in questa sede di cassazione.

 

Deve anche rilevarsi che la sentenza di rigetto della revocazione è basata, come meglio si vedrà più avanti, sull’identificazione di una ratio decidendi della sentenza revocanda rispetto alla quale non influisce il diverso indirizzo assunto dal giudizio sulla legittimità del trasferimento.

 

Analoga doglianza è formulata con riferimento al primo motivo del ricorso per revocazione, sostenendosi che la Corte d’appello non ha esaminato e deciso se, per effetto della citata sentenza Cass. n. 4936/2007, il provvedimento di trasferimento posto dalla società datrice di lavoro ad espresso fondamento del successivo provvedimento di licenziamento andava considerato alla stregua di una prova falsa per essere stato dichiarato nullo dalla Corte di cassazione.

 

Anche questa censura è priva di concludenza, in quanto non è assolutamente possibile l’assimilazione di una sentenza riformata nell’ambito del normale iter processuale ad una prova di cui sia stata dichiarata la falsità.

 

Peraltro, rileva anche in questo caso in senso ostativo la già indicata ragione di fondo del rigetto della revocazione.

 

Il secondo motivo denuncia motivazione carente, illogica e contraddittoria in ordine al rigetto del primo-del quarto e del secondo motivo del ricorso per revocazione (falsità di prove, scoperta di nuovi documenti e dolo di una parte in danno dell’altra).

 

Si censura l’erronea impostazione, l’intima contraddizione della sentenza impugnata nell’escludere l’irrilevanza della eliminazione con effetto retroattivo della dichiarazione della nullità del trasferimento sulla giustificatezza delle assenze poste a base del licenziamento, anche perché tale dichiarazione di nullità non poteva non incidere sulla insubordinazione addebitata al lavoratore. Si osserva anche al riguardo che la sentenza impugnata aveva omesso di ricordare che nella sentenza revocanda si legge che “in ogni caso”, anche a voler considerare solo le assenze posteriori alla pronuncia del pretore di Napoli del 15.10.1998, sia avrebbero pur sempre assenze ingiustificate nei periodi 16-19 ottobre e 21-27 ottobre.

 

Si lamenta poi che il giudice a quo, per rafforzare il convincimento espresso sulla intangibilità della sentenza revocanda, abbia formulato considerazioni sull’illegittimità di comportamenti di insubordinazione rispetto alle prestazioni richieste dal datore di lavoro, come precisato dalla giurisprudenza con riferimento al rifiuto di mansioni ritenute dequalificate: i giudici fiorentini avevano quindi delibato la proposta revocazione alla stregua di una impugnazione ordinaria. Viceversa con il ricorso per revocazioni era stato fatto valere il mutato quadro probatorio, il sopravvenire di una causa di ingiustizia della sentenza esterna al processo o al procedimento logico-giuridico di formazione della revocanda sentenza, e su tali ragioni dell’impugnazione non vi era stata adeguata motivazione.

 

E riguardo alla motivazione della sentenza sul motivo di revocazione del dolo di una parte ai danni dell’altra, si rileva che, per quanto già dedotto, la questione della legittimità del trasferimento costituiva il presupposto, la base giuridica dell’intimato licenziamento. Si osserva anche-che l’ingannevole prospettazione di assenze ingiustificate costituiva una falsa rappresentazione che aveva influito sulla decisione.

 

Riguardo al complesso delle censure di cui al motivo, deve rilevarsi che la motivazione della sentenza revocanda, nella sua parte essenziale, è adeguatamente fondata sull’identificazione e il richiamo della ratio decidendi della sentenza revocanda, la quale, come puntualmente rilevato in occasione della sua impugnazione in cassazione, era basata sulla tesi che la mancata ottemperanza del lavoratore ai provvedimenti datoriali di assegnazione del medesimo a una determinato sede di lavoro era qualificabile in termini di insubordinazione in mancanza di una sospensione della loro efficacia, a prescindere dalla definitiva sorte dei provvedimenti stessi a conclusione del giudizio sulla loro impugnazione.

 

Neanche poteva ritenersi integrata l’ipotesi prevista dall’art. 395 n. 1 c.p.c, della sentenza effetto del dolo di una parte in danno dell’altra.

 

Premesso che integra la fattispecie del dolo processuale revocatorio quell’attività intenzionalmente fraudolenta che si concreti in artifici e raggiri (che possono consistere anche nel mendacio su fatti decisivi della causa), tali da travisare una situazione in modo da farla apparire diversa da quella reale, onde fuorviare il giudice nell’accertamento della verità processualmente rilevante (Cass. n. 6595/2006, 12720/2002), deve rilevarsi che nella specie non risulta dedotta nessuna effettiva ipotesi di dolo ai sensi di legge verificatosi nel giudizio in cui è stata emessa la sentenza revocanda.

 

Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1460 c.c. e dell’art. 2103 c.c..

 

Si deduce che la Corte d’appello ha compiuto un’erronea applicazione degli artt. 1460 e 2103 c.c., dovendosi ritenere, in contrasto con l’isolato precedente giurisprudenziale richiamato, che sia giustifica la mancata ottemperanza a provvedimenti aziendali affetti da nullità.

 

Come si è già detto, la sentenza impugnata è fondamentalmente e adeguatamente basata sulla identificazione e valorizzazione dei punti essenziali della motivazione della sentenza revocanda, mentre non hanno effettivo rilievo le considerazione in diritto formulate ad abundantiam in merito alla condivisibilità dell’impostazione della sentenza revocanda medesima.

 

Il  ricorso principale deve quindi esser rigettato.

 

Consegue l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato (finalizzato alla riproposizione della tesi della tardività della revocazione e di quella della distinzione del provvedimento di trasferimento alla direzione della società in Calenzano, presso la quale si erano verificate le assenze che avevano dato luogo al licenziamento, rispetto al precedente trasferimento all’ispettorato in Firenze).

 

Le spese del giudizio sono regolate in base al criterio della soccombenza.

 

P.Q.M.

 

Riunisce i ricorsi e rigetta il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale; condanna G.C. a rimborsare alla controparte le spese del giudizio, liquidate in Euro quaranta per esborsi ed Euro tremila per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA secondo legge.

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Corte di Cassazione Sezione lavoro 5/9/2008 n. 22535; Pres. Celentano A.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Torre Annunziata, depositato il 15.9.2000, C.M. conveniva in giudizio il Santuario della (omissis) e, premesso di essere stato alle dipendenze del Santuario quale organista ed insegnante di educazione musicale, chiedeva l’annullamento del licenziamento intimatogli con lettera del 13.12.1999 e la reintegrazione nel posto di lavoro.

Il Santuario convenuto, costituitosi, si opponeva alla domanda.

Con sentenza del 19 febbraio 2003 il Tribunale rigettava la domanda;

e la Corte di Appello di Napoli, con sentenza del 17 novembre/31 dicembre 2004, rigettava l’impugnazione del lavoratore.

I Giudici di secondo grado osservavano che dalla istruttoria espletata era emerso che, dopo l’aprile 1999, allorquando gli era stato riconosciuto un consistente aumento di retribuzione, con unica busta paga, il sig. C. non aveva più chiesto di essere riassegnato alle mansioni di educazione musicale (attività residuale rispetto a quella di organista), mansioni non più espletate dopo il 1 ottobre 1997; la sola richiesta di riprendere l’insegnamento risaliva al 16.9.1998, mentre una lettera del 28.10.1999 concerneva una serie di lamentele ed osservazioni riguardanti la sola attività di organista.

Ritenevano che lo stesso tenore della lettera di licenziamento mostrava che il rapporto di cui veniva comunicata la risoluzione era quello avente ad oggetto l’attività di organista, mentre il riferimento all’insegnamento era stato effettuato solo al fine di ribadire una situazione già definita consensualmente.

Osservavano che il Santuario era un ente di culto, i cui rapporti economici apparivano finalizzati alla realizzazione dei fini propri dell’ente; e che comunque non poteva essere disconosciuta allo stesso la natura di organizzazione di tendenza.

Ritenevano infine il licenziamento sorretto da giustificato motivo oggettivo: il posto di organista dipendente era stato soppresso e le relative mansioni erano state affidate a ben tre soggetti esterni nonchè ad una religiosa, con un assetto organizzativo più rispondente alle esigenze del Santuario, che spesso aveva bisogno di più collaboratori contemporaneamente, atteso il numero di funzioni religiose che si celebravano contestualmente anche in luoghi diversi dalla basilica.

Rilevavano infine che, data la peculiarità delle mansioni svolte dal C., non risultava la possibilità di adibire lo stesso a mansioni diverse nell’ambito della intera organizzazione del Santuario.

Per la cassazione di tale decisione ricorre, formulando quattro motivi di censura, C.M..

Il Santuario della (omissis) resiste con controricorso, illustrato con memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 15 luglio 1966, n. 604, artt. 1 e 3, la difesa del ricorrente censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto la sussistenza di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Deduce che dal tenore della lettera di recesso e dalla prove testimoniale era emerso che il licenziamento era stato intimato per ragioni esclusivamente economi che, per ridurre i costi; e che non vi era stata soppressione dei posti di lavoro, ma una mera sostituzione soggettiva di lavoratori.

Sostiene quindi la illegittimità del recesso, in quanto collegato ad un mero incremento dei profitti.

2. Con il secondo motivo, denunciando ancora violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, la difesa del ricorrente critica la sentenza nella parte in cui ha ritenuto che il maestro C. avesse fatto acquiescenza alla decisione con la quale gli era stato precluso l’ulteriore svolgimento delle mansioni di insegnante.

Deduce che erroneamente tale acquiescenza è stata ricavata dal mancato rinnovo, dopo la lettera del 16.9.1998, di manifestazioni di contrarietà alla riduzione di mansioni. Sottolinea che lo stesso ente datore di lavoro, facendo riferimento, nella lettera di licenziamento, anche alla risoluzione del rapporto di lavoro con la scuola media (omissis), ha ritenuto che il rapporto relativo all’insegnamento fosse ancora in vita.

3. Con il terzo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 5, la difesa del ricorrente lamenta che il licenziamento è stato ritenuto legittimo nonostante il datore di lavoro, cui incombeva il relativo onere, non avesse provato la impossibilità di una diversa utilizzazione del ricorrente.

Rileva che i Giudici di secondo grado, pur avendo rilevato che "- effettivamente non risulta che sia stata fornita la prova della possibilità di adibire lo stesso a mansioni diverse nell’ambito dell’intera organizzazione del Santuario", non hanno fatto discendere da tale constatazione alcuna conseguenza sulla legittimità del recesso.

4. Con il quarto motivo, denunciando violazione e falsa applicazione della L. 11 maggio 1990, n. 108, art. 4, e della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, la difesa C. critica la sentenza nella parte in cui ha ritenuto che l’ente convenuto fosse una organizzazione di tendenza, come tale sottratto al regime della tutela reale.

Assume che la natura imprenditoriale del Santuario è dimostrata dalla pluralità di attività dallo stesso svolte: scuole private, case di cura per anziani, produzione e vendita di beni (oggetti religiosi, abiti da cerimonia, riviste, opere musicali), cerimonie liturgiche adeguatamente retribuite.

5. I primi tre motivi, che si trattano congiuntamente perchè tutti diretti a contestare la legittimità del licenziamento, non sono fondati.

I Giudici del merito, cui compete l’accertamento della sussistenza o meno del giustificato motivo di recesso, hanno ritenuto che dalla documentazione acquisita e dalla istruttoria testimoniale fosse emerso:

a) che il posto di organista era stato effettivamente soppresso, con l’affidamento dei relativi compiti a tre soggetti esterni e ad una religiosa, con una diversa organizzazione più rispondente alle esigenze del Santuario: il contestuale svolgimento di più funzioni richiedeva la contemporanea presenza di più collaboratori organisti, piuttosto che di un unico organista a tempo indeterminato;

b) che il C. aveva prestato acquiescenza al provvedimento datoriale con il quale era stato ridefinito il suo ruolo all’interno del Santuario, limitandolo a quello di organista: hanno ricavato tale convinzione dal fatto che il C. non aveva più svolto attività di insegnamento dal 1 ottobre 1997, quando aveva chiesto un periodo di aspettativa da tale attività, e che dopo aver chiesto invano il 16.9.1998, al termine dell’aspettativa, di essere reinserito in tale attività, non aveva più reiterato tale richiesta, tanto che, dall’aprile 1999 gli era stato applicato un consistente aumento della retribuzione come organista e non più corrisposta la busta paga quale insegnante, mentre le lamentele espresse con una lettera del 28.10.1999 concernevano esclusivamente l’attività di organista; e) che non vi era possibilità di soluzioni alternative, attesa la peculiarità delle mansioni svolte dal C. e la ulteriore dimostrazione, fornita dall’appellato, che non vi era nemmeno possibilità di affidargli un incarico di insegnamento, essendo il relativo posto coperto.

Le affermazioni di cui ai punti a) e b) risultano congruamente motivate; non si ravvisa in esse alcuna violazione delle norme di legge indicate, nè vengono proposte specifiche censure avverso la ritenuta migliore rispondenza della nuova organizzazione (tre collaboratori esterni, più una religiosa) alle esigenze del Santuario, che poteva avere bisogno contemporaneo di più organisti in certe ore e di nessuno in altre.

Lo stesso vale per la ritenuta acquiescenza alla soppressione delle mansioni di insegnante, accompagnata, nell’aprile 1999, da un consistente aumento della retribuzione di organista e dalla mancata consegna della busta paga di insegnante, seppure a zero ore.

Quanto al terzo motivo, la motivazione della sentenza sul punto è la seguente: "Infine, data la peculiarità delle mansioni svolte dal C., effettivamente non risulta che sia stata fornita la prova della possibilità di adibire lo stesso a mansioni diverse nell’ambito dell’intera organizzazione del Santuario (per completezza va rilevato che l’appellato ente ha dimostrato che non vi era più neppure la possibilità di adibire l’appellante alle mansioni di insegnante di educazione musicale essendo stato il posto da lui ricoperto fino all’ottobre 1998 affidato ad altro personale)".

Nonostante la infelice struttura della frase, dall’inciso l’appellato ente ha dimostrato che non vi era più neppure la possibilità di adibire l’appellante alle mansioni di insegnante…") si ricava che la prima parte del periodo afferma non la mancata prova da parte del datore di lavoro della possibilità di una diversa ricollocazione, ma che la peculiarità delle mansioni di organista dimostrava la impossibilità di adibire lo stesso ad altre mansioni, del resto neppure allegate dal lavoratore.

6. Il quarto motivo di ricorso resta assorbito dal rigetto dei primi tre.

7. Il ricorso va pertanto rigettato. La particolarità della vicenda e la natura dell’ente resistente consigliano di compensare le spese di questo giudizio di legittimità, analogamente a quanto già deciso dai Giudici di appello per il secondo grado di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

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Corte di Cassazione Sezione lavoro 22/7/2008 n. 20188; Pres. Sciarelli G.

Redazione

RITENUTO IN FATTO

1. La sentenza di cui si domanda la cassazione giudica infondato l’appello di G.V.G. e di L.I., fratello e madre di G.B., deceduto il (omissis) per infortunio sul lavoro, e conferma la decisione del Tribunale di Marsala, di rigetto della domanda di condanna della Medilcoop soc. coop. a r.l., di Gi.Gi. e di Z.A. al risarcimento dei danni patrimoniali, non patrimoniali e biologici.

2. All’esito di rigetto dell’appello la sentenza perviene con la risoluzione delle seguenti questioni: a) esclusione della nullità della sentenza di primo grado sotto il profilo del contrasto tra motivazione e dispositivo, perchè il giudice si era limitato a rilevare che alla controversia non sarebbe stato applicabile il rito processuale del lavoro, ma che ciò non impediva di definire ugualmente il processo; b) inammissibilità della pretesa di ottenere il risarcimento in qualità di eredi, avanzata solo con le note conclusionali 19.4.2002 nel giudizio di primo grado, mentre con il ricorso introduttivo i danni erano stati rivendicati iure proprio; c) non era configurabile danno biologico subito dal defunto e trasmissibile agli eredi nel caso di morte, mentre nessuna prova i congiunti aveva dato di aver subito un danno biologico; d) non era provato, sul piano dei danni patrimoniali, il contributo economico del defunto; e) nessun elemento oggettivo era stato fornito per dimostrare il danno non patrimoniale da uccisione del congiunto.

3. Il ricorso di G.V.G. e di L. I. è articolato in sei motivi; i soggetti intimati non hanno svolto attività di resistenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione di norme sulla competenza perchè la controversia, avente ad oggetto il risarcimento del danno subito dai prossimi congiunti, esulava da quelle previste dall’art. 409 c.p.c..

1.1. Il motivo è manifestamente infondato perchè la causa è stata decisa dal Tribunale competente a seguito D.Lgs. n. 51 del 1998, che ha istituito il giudice unico di primo grado, mentre l’adozione del rito delle controversie sul lavoro, in luogo di quello ordinario, non pone un problema di competenza, ma solo di, eventuale, violazione di altre norme processuali che abbia inciso sul contraddittorio o sull’esercizio del diritto di difesa o cagionato, in generale, un qualsivoglia altro specifico pregiudizio processuale alla parte, violazione non denunciata (vedi Cass. 1 settembre 2003, n. 12753; 29 settembre 2005, n. 19136).

2. Con il secondo motivo si censura l’omessa motivazione in ordine al denunciato, in appello, contrasto tra motivazione e dispositivo, della sentenza di primo grado, che aveva espresso il convincimento dell’inapplicabilità del rito del lavoro, con il quale peraltro la causa era stata trattata e decisa.

2.1. Anche questo motivo, connesso al primo, è manifestamente destituito di fondamento.

In disparte il rilievo che sul punto la sentenza impugnata contiene una motivazione specifica, stante l’irrilevanza della motivazione stessa in relazione alla denuncia di error in procedendo (art. 360 c.p.c., n. 4), per le assorbenti ragioni già esposte nell’esame del primo motivo non può attribuirsi alcun rilievo alle considerazioni, contenute in motivazione, circa l’estraneità della controversia a quelle di cui all’art. 409 c.p.c., controversia pur trattata con il rito del lavoro.

3. Con il terzo motivo è denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c., art. 2043 c.c., e art. 32 Cost., unitamente a vizio della motivazione.

Si sostiene che la pretesa risarcitoria era stata formulata in termini ampi e comprendeva sia i danni subiti dal defunto, sia quelli propri dei congiunti; in ogni caso, il rigetto della domanda inerente al danno biologico subito dal defunto doveva reputarsi frutto di errore sotto un duplice profilo: a) la morte istantanea concreta il massimo del danno biologico concepibile; b) nel caso concreto, poi, la morte era avvenuta a distanza di ventiquattro ore dal fatto lesivo.

3.1. Il primo profilo di censura contenuto nel motivo in esame è inammissibile per difetto di interesse al suo esame. La sentenza impugnata, infatti, sebbene abbia premesso l’inammissibilità della pretesa perchè non formulata nel ricorso introduttivo, ne ha poi esaminato il fondamento di merito.

3.2. La tesi secondo cui l’evento morte produrrebbe sempre, e nella misura massima, danno biologico per la vittima, con conseguente trasferimento agli eredi del diritto al risarcimento, non è fondata.

La giurisprudenza della Corte esprime il consolidato principio secondo il quale la lesione dell’integrità fisica con esito letale, intervenuta immediatamente o a breve distanza dall’evento lesivo, non è configurabile come danno biologico (diverso dal danno morale che la morte sempre produce), giacchè la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, a meno che non intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni subite dalla vittima del danno e la morte causata dalle stesse, nel qual caso, essendovi un’effettiva compromissione dell’integrità psico-fisica del soggetto che si protrae per la durata della vita, è configurabile un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, che si trasferisce agli eredi, i quali potranno agire in giudizio nei confronti del danneggiante iure hereditatis (vedi, tra i numerosi precedenti, Cass. 17 gennaio 2008, n. 870; 6 agosto 2007, n. 17177). Nè si può sostenere la non conformità a Costituzione dell’assenza di tutela privatistica del diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venire meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, siccome il diritto alla vita è protetto con lo strumento della sanzione penale e la funzione non sanzionatoria, ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizievoli svolta dal risarcimento del danno, non rende possibile che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, il diritto insorga quando tale persona abbia cessato di esistere (vedi Cass. 25 maggio 2007, n. 12253).

3.2. La tesi, subordinata, fondata sulla circostanza che il decesso si era verificato in data 28.7.1989, giorno successivo a quello dell’infortunio, critica la valutazione del giudice del merito, secondo il quale la sopravvivenza di tale durata non era stata sufficiente a far acquistare alla vittima il diritto al risarcimento del danno biologico, in modo del tutto generico, senza alcuna precisazione relativa alle ore di sopravvivenza e ad altre circostanze del caso concreto, delle quali si sarebbe dovuta comprovare la rituale introduzione nel giudizio per denunciare l’omissione di congruo apprezzamento. La censura risulta perciò non ammissibile.

4. Il quarto motivo di ricorso denuncia vizio di motivazione omessa e insufficiente sulla decisione di rigetto della pretesa risarcitoria del danno biologico e morale dei congiunti. Si deduce che era stata chiesta una consulenza tecnica, non ammessa senza una valida giustificazione.

4.1. Il motivo è inammissibile perchè omette di precisare le necessarie allegazioni dirette a specificare i danni subiti, precisazione necessaria per valutare i contenuti dell’obbligo di motivazione del giudice del merito in relazione ad una richiesta di consulenza tecnica. Al riguardo, va richiamato il principio secondo cui il danno biologico subito direttamente dai prossimi congiunti della vittima va accertato sulla scorta di elementi oggettivi, quali la documentazione sanitaria e ad altre precise allegazioni, e non può consistere nella deduzione di una generica lesione della salute, da accertare mediante consulenza tecnica d’ufficio, tenuto conto che la consulenza non è mezzo di prova e non può sollevare la parte dal relativo onere, nè può avere finalità meramente esplorative (vedi Cass. 19 febbraio 2007, n. 3758; 18 gennaio 2007, n. 1105; 11 gennaio 2006, n. 212).

5. Con il quinto motivo è denunciato vizio di motivazione insufficiente del rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale. Si deduce che la prova che il defunto, pur dopo l’allontanamento dalla casa paterna, contribuiva sistematicamente al mantenimento della madre e del fratello, risultava dalla documentazione acquisita alla causa e dalla deposizione del teste P..

5.1. Il motivo è inammissibile.

La sentenza impugnata esclude che fosse acquisita la prova della sistematicità e continuità del contributo economico alla famiglia.

L’accertamento di fatto è censurato per non essere stati adeguatamente valutati i fatti emergenti dalla documentazione prodotta e dalla prova per testi, ma nè della prima nè della seconda si riportano i contenuti ritenuti decisivi, in palese violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione (vedi Cass. 17 luglio 2007, n. 15952).

6. Il sesto e ultimo motivo di ricorso domanda la cassazione della sentenza impugnata nella parte in cui rigetta, per difetto di prova, la richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione del congiunto. Si denunzia vizio di insufficiente motivazione in ordine alla mancata ammissione della chiesta consulenza tecnica e alla valutazione della gravità dell’evento lesivo in relazione al grado di parentela, fatti sufficienti a comprovare il pregiudizio.

6.1. Questo motivo merita accoglimento.

La giurisprudenza della Corte è consolidata nel senso che, in tema di danno morale dovuto ai parenti della vittima non è necessaria la prova specifica della sua sussistenza, siccome la prova può essere desunta anche solo in base allo stretto vincolo familiare; ai fini della valutazione del danno morale conseguente alla morte di un prossimo congiunto; quindi, l’intensità del vincolo familiare può già di per sè costituire un utile elemento presuntivo su cui basare la prova dell’esistenza del menzionato danno morale, in assenza di elementi contrari, mentre l’accertata mancanza di convivenza dei soggetti danneggiati con il congiunto deceduto può rappresentare soltanto un idoneo elemento indiziario da cui desumere un più ridotto danno morale (vedi Cass. 11 maggio 2007, n. 10823; 19 febbraio 2007, n. 3758; 19 gennaio 2007, n. 1203; 30 ottobre 2007, n. 228849).

6.2. All’enunciato principio la sentenza impugnata non si è attenuta, richiedendo la prova specifica del danno non patrimoniale subito dalla madre e dal fratello del deceduto; in accoglimento del sesto motivo di ricorso la sentenza va, di conseguenza, cassata con rinvio ad altra Corte di appello, che si designa in quella di Caltanissetta, perchè, uniformandosi al principio di diritto enunciato, proceda alla liquidazione del danno non patrimoniale subito dai ricorrenti in base ai criteri equitativi fondati sulla gravità del fatto e sul vincolo di parentela, sull’intensità del dolore patito a causa dell’evento luttuoso e su ogni altro elemento della fattispecie concreta.

6.3. Il giudice del rinvio è incaricato anche di regolare le spese del giudizio di cassazione (art. 385 c.p.c., comma 3).

P.Q.M.

La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso e rigetta gli altri motivi; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per il regolamento delle spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Caltanissetta.

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Corte di Cassazione Sezione lavoro 19/7/1997 n. 6645; Pres. Putaturo M.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 14 giugno 1991, il Pretore – giudice del lavoro di Pescara accoglieva la domanda proposta dalla sig.ra T. V. nel confronti dei commercialista dott. G. F. per il pagamento di L.6.394.000, quale residuo ‘importo di spettanze di lavoro di impiegata (addetta ad un computer per la gestione della contabilità forfetaria dei clienti ed alla tenuta dei relativi registri) che la prima assumeva di avere svolto alle dipendenze del secondo dal 2 novembre 1987 al 9 maggio 1988, normalmente per otto ore al giorno (quattro al sabato). Il Pretore disattendeva così l’assunto difensivo del convenuto – secondo cui la V. avrebbe frequentato lo studio solo per acquisire pratica professionale (come essa aveva dichiarato espressamente per iscritto) ed avrebbe ricevuto il solo rimborso delle spese di viaggio per complessive L.350.000; rigettava, poi , perché non provata in punto di colpa, la domanda riconvenzionale del F. per il risarcimento di un danno ammontante a œ.3.005.000# che la controparte avrebbe cagionato ad un computer.

L’appello proposto dal F. è stato rigettato, con sentenza in data 27 maggio 1993/18 settembre 1994, dal Tribunale -Sezione del lavoro della stessa sede.

Per la cassazione della sentenza del Tribunale ricorre il F. con tre motivi.

L’intimata non si è costituita.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo di annullamento il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art.2094 c.civ. in relazione all’art. 1322 c.civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art.360, n.ri 3 e 5 c.p.c.) e si duole della svalutazione da parte del Tribunale della volontà negoziale, espressa univocamente in ben tre scritti dalla V. nel senso della instaurazione di un rapporto di praticantato, volontà che invece aveva carattere decisivo ai fini della controversia in ragione anche del reciproco affidamento delle parti e che, comunque, avrebbe dovuto essere considerata unitariamente con il momento attuativo del rapporto; sotto tale profilo era rilevante la circostanza che non era stata prevista corresponsione di retribuzione.

Col secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2094 e 1322 c.civ. in relazione agli artt. 116 e 247 c.p.c. (art.360, n.3 c.p.c.); nonché omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia e si duole che il Tribunale non abbia ritenuto di dover considerare la deposizione della teste *****, mentre a seguito della sentenza n.248 del 1974 della Corte costituzionale, la deposizione non avrebbe potuto essere considerata inattendibile per la sola circostanza che proveniva dal coniuge, senza che fosse posto in rilievo alcun ulteriore elemento che desse ragione di tale inattendibilità. In base alle dichiarazioni di detta teste sarebbe stata da escludere la configurabilità del rapporto di lavoro subordinato. Ad eguale conclusione, del resto, avrebbe dovuto indurre il testuale tenore delle altre deposizioni testimoniali (in particolare quella di tale P.); il Tribunale non aveva reso esplicito il procedimento logico attraverso il quale da tali testimonianze era giunto a configurare il rapporto di lavoro subordinato, così impedendo ogni controllo in merito. Aveva poi avuto riguardo al mero contenuto dell’attività lavorativa, trascurando ogni indagine in ordine al regime di svolgimento di essa (particolarmente in punto di mancata corresponsione di retribuzione) e l’insegnamento di questa Corte secondo cui non vi è attività lavorativa che in sé e per sé possa qualificarsi subordinata, dipendendo invece tale qualificazione dalla sottoposizione dell’attività in questione ai tipici poteri direttivi e disciplinari del datore di lavoro.

I due motivi, da esaminarsi congiuntamente per l’intima connessione delle critiche svolte, sono infondati.

In ordine alle censure di violazione di legge, si rileva come la giurisprudenza di questa Corte suprema, esaminando la questione, sotto diversi aspetti analoga, dei criteri discretivi del lavoro subordinato rispetto al lavoro autonomo (nel caso di specie l’alternativa sarebbe stata, invece, quella di un rapporto di praticantato), ha precisato che occorre fare riferimento al concreto atteggiarsi del rapporto nel suo effettivo svolgimento, in particolare alle caratteristiche e alle modalità della prestazione lavorativa e alla natura dell’attività oggetto della prestazione (Cass. 16 gennaio 1996, n.326; 17 dicembre 1994, n. 10829; 7 dicembre 1981, n. 6492; 30 novembre 1982, n. 6507; 11 maggio 1982, n. 2935; 9 marzo 1981, n.1326). In particolare, ha sottolineato che la comune volontà delle parti deve essere valutata con riferimento sia al momento della stipulazione che a quello della esecuzione del negozio, attraverso il comportamento complessivo dei contraenti ed un esame globale e non separato degli elementi differenziatori dei due tipi di rapporto in contestazione (v., in particolare, a quest’ultimo proposito, Cass. n. 1326/1981 e 2935/1981 citate).

A tali canoni si è correttamente attenuto il Tribunale che senza minimamente trascurare di considerarla, ha ritenuto di minore importanza la qualificazione attribuita dalle parti al contratto di lavoro rispetto alle concrete modalità di svolgimento dello specifico rapporto le quali, secondo il giudice di appello, hanno connotato in modo assolutamente decisivo il tipo di contratto che i contraenti hanno voluto concretamente porre in essere. Pertanto erano del tutto secondarie le lettere in cui la V. aveva espresso la volontà di svolgere la pratica presso il. commercialista, anche in considerazione (secondo il giudice di merito) della possibile coartazione della volontà della giovane in cerca di prima occupazione. Le attività svolte da costei, secondo le prove testimoniali, erano state di carattere esecutivo, prive di qualsiasi contenuto formativo o professionale, ripetitive, proprie di un impiegato d’ordine, di modestissimo livello intellettuale e prive di qualsivoglia contenuto professionale, né vi era prova di insegnamenti impartiti alla giovane dal professionista; le diverse dichiarazioni della teste Ficca non erano attendibili in quanto si trattava della moglie del F.. Ricorrevano, per contro, secondo quel Collegio, tutti gli elementi costitutivi del rapporto di lavoro subordinato (inserimento nella struttura organizzativa, sottoposizione al potere direttivo e disciplinare; rispetto di orario predeterminato).

Il giudice di merito, dunque, mentre ha puntualmente riscontrato tutti gli elementi che, secondo giurisprudenza oramai consolidata, contraddistinguono il rapporto di lavoro subordinato, ha escluso che fossero riscontrabili, alla luce della istruttoria esperita, le connotazioni proprie del praticantato la cui causa è quella di assicurare da parte di un professionista al giovane praticante quelle nozioni indispensabili per l’attuazione, nella prospettiva e nell’ambito di una futura e determinata professione intellettuale, della formazione teorica ricevuta in ambito scolastico (a parte la considerazione che dalla stessa scrittura in data li marzo 1988 che il ricorrente assume di avere versato nei giudizi di merito e che adduce costituire prova di un semplice rapporto di praticantato risulterebbe, per quanto trascritto nel ricorso, che la V. non aveva ancora conseguito il titolo di studio per l’accesso alla vera e propria pratica professionale, onde l’inammissibilità della censura di omessa considerazione da parte del Tribunale di tale produzione, certamente non decisiva ai fini della configurazione del rapporto che il F. sostiene essere intercorso con la controparte e della esclusione del rapporto di lavoro. Sulle connotazioni dei rapporto di tirocinio o di praticantato e sull’onere probatorio a carico di chi lo invoca, v. Cass. 28 ottobre 1978, n.4946; 29 gennaio 1973, n.276).

Né il F. può trarre argomento in favore della propria tesi dalla circostanza che la controparte non ricevette retribuzione per l’attività prestata: non solo, infatti, la giovane ha sostenuto di avere ricevuto, seppure in misura del tutto trascurabile, un corrispettivo (pagamento imputato, invece, dal F. a semplice rimborso delle spese di viaggio.), ma ha dedotto a fondamento della pretesa proprio l’inadempimento di controparte all’obbligo di corrispondere la retribuzione. In una controversia di tal genere, dunque, la mera circostanza storica che non vi fu pagamento della retribuzione finisce con avere un significato assolutamente neutro ai fini della qualificazione del rapporto, trattandosi precisamente di stabilire se si trattasse di inadempimento datoriale all’obbligo nascente da un rapporto di lavoro subordinato (nel quale l’obbligazione retributiva costituisce oggetto tipico del sinallagma) o di elemento caratterizzante il diverso tipo di rapporto prospettato dal ricorrente.

Quanto alle doglianze attinenti al preteso vizio di motivazione le stesse sono del pari infondate.

Costituisce ius receptum che nel controllo in sede di legittimità della adeguatezza della motivazione del giudizio di fatto contenuto nella sentenza impugnata, i confini tra la debita verifica della indicazione da parte del giudice di mento di ragioni sufficienti, senza le quali la sentenza è invalida e, d’altro lato, il non ammissibile controllo della bontà e giustizia della decisione possono essere identificati considerando che, in linea di principio, quando la motivazione lascia comprendere le ragioni della decisione, la sentenza è valida. Tale rilievo non esclude la necessità che dalla motivazione risulti il rispetto, nella soluzione della questione di fatto, dei relativi canoni metodologici, dall’ordinamento direttamente espressi o comunque da esso ricavabili. Tuttavia siffatta verifica può concernere la legittimità della base del convincimento espresso dal giudice di mento e non questo convincimento in sé stesso, come tale incensurabile. + in questione cioè, non la giustizia o meno della decisione, ma la presenza di difetti sintomatici di una possibile decisione ingiusta, che tali possono ritenersi solo se sussiste un’adeguata incidenza causale dell’errore oggetto di possibile rilievo in cassazione, esigenza cui la legge allude con il riferimento al punto decisivo (cfr., tra le più recenti, Cass. n.326/1996 cit.).

Come detto dianzi, il giudice di mento ha tratto il proprio convincimento circa la natura di lavoro subordinato propria del rapporto in questione dall’insieme delle prove testimoniali assunte; ha dato atto che la moglie del F. aveva deposto in senso dìfforme dagli altri testi, ma la ha ritenuta meno attendibile di essi in ragione del rapporto coniugale. La valutazione delle prove testimoniali è affidata in via esclusiva al giudice di merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione: l’art.360, n.5 c.p.c. non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito (v. Cass. n. 8653 del 1994). A tale proposito, non è assolutamente viziato il giudizio del Tribunale secondo cui la teste Ficca, moglie del F., non poteva essere valutata come pienamente attendibile. D’altro lato, il Tribunale non era tenuto a riportare testualmente le altre deposizioni alla luce delle quali aveva formato il proprio convincimento. Al contrario, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sarebbe stato onere del ricorrente riportare nello stesso ricorso le deposizioni di quel testi che il Tribunale, secondo la sua prospettazione, avrebbe malamente apprezzato, mentre, pur essendo richiamata dal F. la deposizione di tale P., in alcun modo viene riportato il tenore di essa onde si rende impossibile non solo valutare l’eventuale vizio logico in cui sarebbe incorso il Tribunale nell’apprezzarla, ma, ancor prima, la decisività di tal prova ai fini della decisione della controversia.

Col terzo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dell’art.2104 c.civ. (art.360 n.3 c.p.c.) e di ogni norma e principio in materia di responsabilità contrattuale; Omessa, insufficiente contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art.360 n.5 c.p.c.). In presenza di responsabilità contrattuale, essendo addirittura pacifico l’evento dannoso e l’uso esclusivo del computer da parte della V. (e comunque la circostanza sarebbe risultata dalla deposizione della teste Ficca) e risultando dalla prova testimoniale anche la prova della condotta colposa (cattiva manualità nella digitazione) secondo la diagnosi del tecnico riferita dalla *****, sarebbe stato comunque onere, rimasto insoddisfatto, della V. dar prova di avere rispettato le regole di diligenza e di perizia e quindi della non imputabilità del danno.

Il motivo è infondato.

In ordine alla riconvenzionale, il Tribunale ha osservato che, a parte le dichiarazioni della moglie del F., ritenuta non attendibile, non erano state acquisite prove certe circa il tipo di imperizia imputabile alla V., né sull’attribuzione ad essa della causazione del danno (in particolare non vi era prova che la tastiera danneggiata del computer venisse usata da lei soltanto), inoltre l’inesperienza della dipendente avrebbe imposto maggior cura da parte del datore di lavoro nell’impartirle le necessarie istruzioni o nel vigilare sull’esecuzione del lavoro.

Il giudice di mento ha dunque ritenuto insussistente, anzitutto, la prova circa la riconducibilità causale dell’evento lesivo alla condotta della dipendente: le censure in ordine alla valutazione da parte dello stesso giudice, su tale punto, delle risultanze processuali (non contestazione, siccome fatto, addirittura, pacifico, da parte della V., dell’uso esclusivo da parte sua del computer danneggiato; dichiarazioni della teste Ficca) sono inammissibili perché del tutto generiche e non rispettose del richiamato principio di autosufficienza del ricorso. Ai fini dell’affermazione della responsabilità del lavoratore verso il datore di lavoro per un evento dannoso verificatosi nel corso dell’espletamento delle mansioni affidategli, è infatti, anzitutto, onere del datore di lavoro dar prova che l’evento dannoso è da riconnettere ad una condotta colposa del lavoratore per violazione degli obblighi di diligenza, e cioè in rapporto di derivazione causale da tale condotta. Solo una volta che risulti assolto tale onere il lavoratore dovrà provare la non imputabilità a sé dell’inadempimento (cfr. in particolare, Cass. 12 febbraio 1979, n.949). Tali considerazioni, non avendo il datore di lavoro, secondo il convincimento del giudice di merito, provato l’inadempimento di controparte, sono con tutta evidenza assorbenti rispetto alle ulteriori censure, in punto di onere della prova a carico della lavoratrice, contenute nel motivo.

Conclusivamente, assorbito ogni altro profilo di censura il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità in favore della parte vittoriosa non costituitasi.

P. T. M.

La Corte rigetta il ricorso.

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