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Legittimo il licenziamento del dipendente per denuncia eccessiva e infondata contro l’azienda (Cass. n. 7499/2013)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 5 agosto 2009 la Corte d’Appello di Bologna ha confermato la sentenza del Tribunale di rigetto della domanda di N.P., responsabile meccanico di quinto livello del CCNL, volta ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento in tronco comminatogli dalla T. S.p.A.

La società, di gestione dell’inceneritore di Piacenza, aveva contestato al lavoratore plurime mancanze (mancate verifiche e loro indicazione nel quaderno, mancata compilazione schede, mancato controllo dei meccanici) ritenute idonee, anche in via separata ed autonoma, a ledere irrimediabilmente il rapporto fiduciario. Inoltre, in relazione all’esposto del 7/6/2004, inviato dal lavoratore alla direzione della T. ed il giorno successivo all’Ispesl, alla ASL di Piacenza, all’Ispettorato del Lavoro, all’Inail e al RINA, quale istituto di certificazione, la società aveva contestato al lavoratore la gravissima violazione degli obblighi di lealtà, fiducia, correttezza e buona fede con chiara volontà emulativa non tollerabile per avere utilizzato uno strumento, quello della denuncia, per finalità abusive e distorte con toni ed espressioni colorite in modo da screditare l’operato della società e suscitare un grave allarme. Con detto esposto il P. aveva denunciato che, in occasione di un guasto in una caldaia, non era stato avvisato sebbene egli fosse il responsabile, ed erano stati fatti intervenire due tecnici, nonostante avessero questi già svolto numerose ore di lavoro straordinario e fossero privi della qualifica necessaria; che pertanto tali lavori erano stati eseguiti non a regola d’arte in modo empirico e grossolano non rispettando i procedimenti di saldatura, di collaudo e con mezzi inadeguati ed improvvisati; che in precedenza erano state effettuate altre riparazioni sempre in modo empirico e superficiale; che, invece, sarebbe stato necessario operare nel rispetto delle normative vigenti per garantire sicurezza ai lavoratori e anche alla popolazione residente nelle zone limitrofe; che gli interventi erano stati disposti secondo le direttive dei superiori lasciando al P. solo compiti marginali e di nessuna importanza.

La Corte d’appello, ribadito il rigetto della prova per testi richiesta dal lavoratore e non ammessa dal Tribunale, ha ritenuto il licenziamento posto in essere nel rispetto del requisito dell’immediatezza atteso che le presunte mancanze si sarebbero verificate il 7 giugno 2004 ed il 16 giugno 2004 e la loro contestazione era avvenuta in data 5 luglio 2004.

La Corte territoriale ha, poi, osservato che l’esposto inviato dal lavoratore doveva essere riguardato alla luce dei limiti generalmente riconosciuti al diritto di critica. Ha rilevato che dalla prova testimoniale era stato accertato che l’Ispels, a seguito dell’esposto del lavoratore, aveva eseguito un’ispezione in data 22 giugno 2004 sulla caldaia con fermata dell’impianto; che all’esito del controllo non erano stati effettuati rilievi o sanzioni non sussistendo alcun pericolo né per la caldaia né per il personale; che la riparazione risultava eseguita correttamente e che nel mese di marzo erano già state pianificate riparazioni definitive, eseguite nel mese di luglio, delle due caldaie interessate dalle riparazioni provvisorie.

La Corte territoriale ha quindi ritenuto che l’esposto era idoneo, anche per le espressioni usate, a screditare il datore di lavoro ed a lederne l’immagine; sotto il profilo della cosiddetta continenza formale era carente di misura, correttezza, ed obiettività trascendendo il mero intento informativo; mentre sotto il profilo della cosiddetta continenza sostanziale conteneva accuse risultate non fondate e frutto piuttosto della reazione di chi, ritenendosi professionalmente non considerato e non ricevendo l’auspicato supporto a livello sindacale, sperava nell’ eventuale sostegno degli istituti competenti.

Avverso detta sentenza propone ricorso in cassazione il P. formulando quattro motivi.

Si costituisce la società T. depositando controricorso. Il ricorrente ha depositato memoria ex art 378 cpc.

 

 

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 115, 116 e 421 c.p.c. (art. 360 n 3 c.p.c.), nonché omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio, (art. 360 n 5 cpc).

Censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto di confermare il provvedimento del Tribunale di rigetto della richiesta prova per testi formulata dal ricorrente e l’ammissione, in modo contraddittorio, soltanto del teste ingegner P., tecnico dell’Ispesl nonché dell’ingegner M., responsabile della sicurezza e delle certificazioni della società. Lamenta inoltre che il giudice sebbene sollecitato non abbia inteso esercitare i poteri istruttori ufficiosi.

La censura è inammissibile oltre che infondata. Il ricorrente ha omesso di riportare i capitoli di prova, della cui mancata ammissione si duole, o almeno di indicare in modo esaustivo le circostanze di fatto che formavano oggetto della disattesa istanza istruttoria, in violazione del principio dell’autosufficienza, onde consentire al giudice di legittimità la verifica, sulla sola base di tale atto di impugnazione e senza necessità di inammissibili indagini integrative, della validità e della decisività delle disattese deduzioni istruttorie.

Deve, inoltre, rilevarsi che la Corte territoriale ha espressamente motivato la mancata ammissione dei mezzi istruttori sottolineando che la prova richiesta, oltre ad essere inerente a circostanze pacifiche o inconferenti, finiva con il richiedere ai testi un’inammissibile interpretazione soggettiva dei fatti. Le censure del ricorrente non hanno neppure riguardato in modo specifico i rilievi mossi dalla Corte d’Appello alle richieste istruttorie del lavoratore.

2) Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione falsa e applicazione dell’articolo 7, comma 2 della legge n. 300 del 1970 (art. 360 n 1, 3 cpc).

Censura la sentenza in quanto ha ritenuto non violato il principio dell’immediatezza della contestazione. Rileva infatti che le mancanze si sarebbero verificate il 7 giugno 2004 ed il 16 giugno 2004 e che la contestazione era avvenuta il 5 luglio 2004 .

La censura è infondata .

Questa Corte ha più volte affermato che “nel licenziamento per motivi disciplinari, il principio della immediatezza della contestazione dell’addebito e della tempestività del recesso datoriale, che si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore, ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso; in ogni caso, la valutazione relativa alla tempestività costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato” (cfr tra le altre, Cass. n.7889/96; Cass. n. 10618/02; Cass. n. 6228/04).

Nella fattispecie in esame il Collegio ha ritenuto che il lasso di tempo tra il verificarsi delle presunte mancanze (7/6/04 e 16/6/04) e la loro contestazione (5/7/04) non fosse lungo né irragionevole anche a fronte dell’esigenza di attendere e di valutare gli esiti dell’ispezione da parte dell’Ispesl.( avvenuta il 22/6/2004).

La Corte territoriale ha, pertanto, fatto corretta applicazione dei principi enunciati da questa Corte avendo valutato il momento in cui la T. era venuta a conoscenza dei fatti poi contestati al lavoratore e della loro effettiva gravità.

3) Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 2104 CC, dell’articolo 5 del dlgs n 626 del 1994, dell’articolo 12 del C.C.N.L. (art. 360 n 3 cpc).

Rileva che il Tribunale aveva valutato il comportamento del lavoratore nell’ambito del diritto di critica e aveva ritenuto che avesse travalicato i limiti generalmente riconosciuti della cosiddetta continenza formale e sostanziale.

Osserva, invece,che in base alla sua qualifica il P. era responsabile dei collaudi, delle verifiche, e dei controlli dei lavori di natura specialistica eseguiti, nonché della verifica del rispetto delle norme e dei parametri di funzionamento dell’impianto. L’esposto da lui inviato doveva essere considerato,pertanto, non già quale estrinsecazione del diritto di critica riconosciuto al lavoratore, ma quale preciso obbligo giuridico scaturente dal contratto di lavoro di denunciare una situazione di pericolo anche solo potenziale per l’incolumità dei lavoratori.

Le censure sono infondate . La Corte territoriale ha correttamente valutato il comportamento del lavoratore alla luce dei limiti generalmente riconosciuti al diritto di critica atteso che il P. ha manifestato il suo dissenso agli organi preposti ai controlli (all’Ispesl, alla ASL di Piacenza, all’Ispettorato del Lavoro , all’Inail e al RINA). Il lavoratore, infatti, non si è limitato a denunciare i fatti al datore di lavoro in adempimento degli obblighi su di lui gravanti in relazione alle mansioni svolte, ma ha portato a conoscenza il suo dissenso anche al di fuori del rapporto con la T..

La Corte d’appello, dopo aver rilevato che la facoltà di denuncia del lavoratore non è di per sé illegittima, ha osservato che , a seguito dell’esposto del lavoratore vi era stata un’ispezione da parte dell’Ispels con fermata dell’impianto ; che l’ispezione non aveva evidenziato alcun pericolo né per la caldaia, né per il personale né per la popolazione vicina; che la riparazione era stata fatta in modo adeguato e conforme . La Corte territoriale ha, pertanto, concluso(-con motivazione in fatto logica ed incensurabile in questa sede,che non ricorrevano i presupposti della continenza sostanziale e formale. In particolare la Corte territoriale ha sottolineato che la denuncia del ricorrente circa un modo di operare nell’azienda in contrasto con le prescrizioni imposte ed in grado di pregiudicare la sicurezza dei lavoratori e della popolazione era senz’altro idonea “anche per le espressioni adoperate (v. l’utilizzazione delle locuzioni mettendo una pezza come si faceva un tempo sugli strappi dei pantaloni e facendo un fritto misto, )…. a screditare il datore di lavoro ed a lederne l’immagine e, sotto il profilo della cd. continenza formale , era carente di misura, correttezza ed obiettività trascendendo il mero intento informativo, mentre, sotto il profilo della cd. continenza sostanziale, conteneva accuse risultate non fondate ..e frutto piuttosto della reazione di chi ritenendosi professionalmente non considerato .. .e non ricevendo l’auspicato supporto a livello sindacale ….spera nel sostegno degli istituti competenti…”

4) Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 21 della Costituzione, dell’art. 1 dello statuto dei lavoratori, degli articoli 1175, 1375, 2105 CC (art. 360 n 3 cpc) nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo (art. 360 n 5 cpc).

Rileva che erroneamente la Corte d’Appello aveva affermato che l’ispezione dell’Ispels effettuata in data 22 giugno 2004 era stata conseguenza dell’esposto del lavoratore e denuncia che l’affermata infondatezza dell’esposto del lavoratore risultava sfornita di ogni prova. Eccepisce inoltre, che i fatti denunciati non giustificavano il licenziamento che poteva ritenersi legittimo solo allorché la forma della critica posta in essere dal lavoratore non fosse civile o improntata a leale chiarezza, ipotesi non sussistente nella fattispecie . Osserva che , comunque l’esposto era stato indirizzato anche all’azienda ed egli si era limitato a denunciare un fatto che aveva l’obbligo giuridico di denunciare. Anche tale censura risulta infondata.

La Corte d’Appello ha valutato il comportamento del P. con giudizio immune da vizi che, investendo una questione di merito, sfuggono al sindacato della Cassazione. Il ricorrente si limita a proporre una diversa valutazione dei fatti formulando in definitiva una richiesta di duplicazione del giudizio di merito, senza evidenziare contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata o lacune così gravi da risultare detta motivazione sostanzialmente incomprensibile o equivoca . Costituisce principio consolidato che “Il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione.” (Cass n. 2357 del 07/02/2004; n. 7846 del 4/4/2006; n. 20455 del 21/9/2006; n. 27197 del 16/12/2011).

La Corte territoriale ha valutato la gravità degli addebiti e la loro idoneità ad integrare giusta causa di licenziamento con apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito. In particolare ha affermato che all’esito dell’istruttoria risultava accertato che l’ispezione, con fermata dell’impianto, era seguita alla denuncia del P. e che l’esito della stessa era del tutto favorevole alla società con conseguente accertamento dell’infondatezza dei fatti denunciati dal lavoratore. Le argomentazioni della Corte appaiono condivisibili e plausibili con la conseguenza che anche tale motivo deve essere respinto.

La sentenza impugnata, pertanto, resiste a tutte le censure ad essa rivolte. Le spese processuali liquidate come in dispositivo seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

Respinge il ricorso e condanna il ricorrente a pagare alla contro ricorrente le spese processuali liquidate in € 50,00 per esborsi ed € 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.

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Mobbing ed onere della prova (Cass. n. 18927/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1.- La sentenza attualmente impugnata rigetta l’appello di L.V. avverso la sentenza del Tribunale di Napoli che, a sua volta, ha respinto la domanda della V. diretta alla condanna di A.C., nella qualità di titolare della farmacia “S.T.”, al risarcimento del danno esistenziale e del danno derivante dall’anticipato pensionamento della ricorrente e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie poste m essere dai dipendenti e/o dai titolari della suindicata farmacia.

La Corte d’appello di Napoli, per quel che qui interessa, precisa che:

a) il motivo di appello con il quale la ricorrente contesta la decisione del Tribunale di non ammettere il giuramento decisorio è infondato, anche se effettivamente nella sentenza di primo grado manca la motivazione sul punto;

b) ad integrazione della sentenza va precisato che tutte e 24 le circostanze dedotte sul foglio di deferimento del giuramento decisorio sono assolutamente inidonee ad essere considerate sufficienti all’accoglimento o al rigetto della domanda giudiziale; salvo restando che alcune di esse sono provate per tabulas o incontestate;

c) pertanto va esclusa l’ammissibilità del mezzo istruttorio, visto che tutte le altre circostanze dedotte non potrebbero mai portare alla prova della sussistenza di un intento persecutorio idoneo a unificare i singoli episodi tra loro e quindi ad affermare la sussistenza del mobbing e del nesso causale tra la volontà datoriale e la depressione della dipendente culminata nel tentativo di suicidio;

d) invero i suddetti episodi, alcuni dei quali confermati dall’istruttoria testimoniale svolta, appaiono inidonei ad essere unificati da una precisa strategia persecutoria posta in essere dai titolari della farmacia per indurre la lavoratrice alle dimissioni;

e) in particolare l’unico atto, in ipotesi, illegittimo compiuto dal C. nei confronti della lavoratrice – cioè l’invio della lettera di licenziamento – è stato da questi spontaneamente ritirato dopo la lettera di risposta della V. e il rapporto di lavoro è regolarmente proseguito con l’impresa subentrante;

f) da quel momento in poi l’unico elemento problematico emerso è il rapporto difficile tra la ricorrente e la collega C., mentre nessuno dei testi ha confermato che la V. sia stata oggetto di continui rimproveri;

g) inoltre, gli episodi riferiti dalla V. con riguardo al C. e al G. -riprodotti nell’atto d’appello nella versione originaria, senza tenere conto delle risultanze della prova testimoniale – non sono tali da ingenerare neppure il dubbio dell’intento persecutorio;

h) ne deriva che il mobbing è del tutto insussistente, mentre la depressione e il drammatico tentativo di suicidio sono da collegare alla particolare risposta soggettiva della ricorrente rispetto all’utilizzazione del nuovo sistema informatizzato di organizzazione del lavoro e all’ingresso di nuovi collaboratori nella farmacia, conseguenti all’intervenuto cambio di gestione.

2.- Il ricorso di L.V. domanda la cassazione della sentenza per due motivi, resiste, con controricorso, A.C..

La ricorrente deposita anche memoria ex art. 378 cod. proc. civ.

 

Motivi della decisione

I – Sintesi dei motivi di ricorso

1- Con il primo motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2736 cod. civ. e dell’art. 116 cod. proc. civ.; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.

Si rileva che la Corte d’appello non ha accolto l’istanza della ricorrente di deferimento ad A.C. del giuramento decisorio sui fatti posti a fondamento della propria domanda giudiziale, riproposta in sede di gravame dopo analoga deliberazione del Tribunale.

Si sottolinea che, diversamente da quanto affermato dalla Corte partenopea il giuramento decisorio, quale prova legale, è sempre ammissibile, anche quando si riferisca a fatti già accertati o esclusi dalle risultanze di causa.

Si soggiunge che la motivazione posta a base della decisione contestata è palesemente contraddittoria e illogica. Infatti, la Corte territoriale non ha ammesso il giuramento decisorio perché riguardante circostanze di fatto non idonee a decidere la controversia, ma poi sulle stesse circostanze ha basato la prova testimoniale nonché la pronuncia di insussistenza del comportamento vessatorio e mobbizzante di cui la ricorrente lamentava di essere stata vittima.

2.- Con il secondo motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n, 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 32 e 41, secondo comma, Cost., dell’art. 2087 cod. civ., della legge n. 300 del 1970, del d.lgs. n. 626 del 1994; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.

Si sottolinea che il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare l’integrità pscico-fisica del lavoratore, come prescritto dall’art. 2087 cod. civ., dall’art. 9 della legge n. 300 del 1970 e dal d.lgs. n. 626 del 2004, in attuazione dei principi di cui agli artt. 2, 32 e 41 della Costituzione.

In questo quadro la sentenza impugnata viene considerata illegittima in quanto in essa, in modo palesemente contraddittorio e illogico, la Corte partenopea, dopo aver affermato che la quasi totalità dei fatti storici posti a fondamento della domanda della ricorrente risultano non contestati o documentalmente provati – e che tali sono i ripetuti comportamenti vessatori del datore di lavoro -ha rigettato tutte le richieste della V. sull’assunto, enunciato ma non motivato, secondo cui ì fatti stessi non avrebbero causato danni alla salute della lavoratrice.

II – Esame delle censure

3- Il primo motivo è inammissibile.

In base al principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione – da intendere alla luce del canone generale “delta strumentalità delle forme processuali” – il ricorrente che sostenga che il Giudice del merito ha errato nel non ammettere il deferimento del giuramento decisorio, ha l’onere di indicare, specificatamente, il contenuto della formula del giuramento stesso, al fine, di consentire la valutazione delle questioni da risolvere e della decisività dello mezzo istruttorio, dato che questo controllo, deve poter essere compiuto dalla Corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nel ricorso, a pena di inammissibilità come previsto dall’art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ. (Cass. 26 aprile 2002, n. 6078; Cass. 17 novembre 2005, n. 23286; Cass. 3 luglio 2001, n, 8998)

Nella specie tale principio non risulta essere stato rispettato in quanto la ricorrente non ha riprodotto net ricorso il contenuto della formula del giuramento decisorio di cui si tratta.

Tanto basta per considerare il motivo inammissibile.

4.- Il secondo motivo è, invece, fondato.

4.1.- In base ad un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte, nella disciplina del rapporto di lavoro, ove numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, il datore di lavoro non solo è contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l’integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente (ai sensi dell’art. 2087 cod. civ.), ma deve altresì rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti.

Tali comportamenti, anche ove non siano determinati ex ante da norme di legge, sono suscettibili di tutela risarcitoria previa individuazione, caso per caso, da parte del giudice del merito, il quale, senza duplicare le voci del risarcimento (con l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici), è chiamato a discriminare i meri pregiudizi – concretizzatisi in disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità, come tali non risarcibili – dai danni che vanno invece risarciti (Cass. 12 maggio 2009, n. 10864; Cass. SU 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. 6 marzo 2006 n. 4774, Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785).

Fra le situazioni potenzialmente dannose e non normativamente tipizzate rientra il mobbing che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza di questa Corte, designa (essendo stato mutuato da una branca dell’etologia) un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (vedi per tutte: Corte cost. sentenza n. 359 del 2003).

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; e) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass. 21 maggio 2011 n. 12048; Cass. 26/3/2010 n. 7382).

Alla base della responsabilità per mobbing lavorativo si pone normalmente l’art. 2087 cod. civ., che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica e la personalità morale del lavoratore, per garantirne la salute, la dignità e i diritti fondamentali, di cui agli artt. 2, 3 e 32 Cost.

D’altra parte, come risulta dalla stessa definizione del fenomeno, se anche le diverse condotte denunciate dal lavoratore non si ricompongano in un unicum e non risultano, pertanto, complessivamente e cumulativamente idonee a destabilizzare l’equilibrio psico-fisico del lavoratore o a mortificare la sua dignità, ciò non esclude che tali condotte o alcune di esse, ancorché finalisticamente non accumunate, possano risultare, se esaminate separatamente e distintamente, lesive dei fondamentali diritti del lavoratore, costituzionalmente tutelati, di cui si è detto (arg. ex Cass. sez. VI pen. 8 marzo 2006 n. 31413).

E a ciò non è di ostacolo neppure la eventuale originaria prospettazione della domanda giudiziale in termini di danno da mobbing, in quanto si tratta piuttosto di una operazione di esatta qualificazione giuridica dell’azione che il giudice è tenuto ad effettuare, interpretando il titolo su cui si fonda la controversia ed anche applicando norme di legge diverse da quelle invocate dalle parti interessate, purché lasciando inalterati sia il petitum che la causa petendi e non attribuendo un bene diverso da quello domandato o introducendo nel tema controverso nuovi elementi di fatto (Cass. 23 marzo 2005, n. 6326; Cass. 1° settembre 2004, n. 17610; Cass. 12 aprile 2006, n. 8519).

Inoltre, al fine della corretta individuazione della potenzialità lesiva (nei detti termini) delle indicate condotte si deve tenere anche degli esiti del lungo processo evolutivo che si è avuto in ambito comunitario, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di giustizia, in materia di diritto antidiscriminatorio e antivessatorio, in genere e in particolare nei rapporti di lavoro, a partire dalla introduzione dell’art. 13 nel Trattato CE, da parte del Trattato di Amsterdam del 1997.

Tale processo, poi proseguito in sede comunitaria e nazionale, ha portato, nel corso del tempo e principalmente per effetto del recepimento di direttive comunitarie, alla conseguenza che anche nel nostro ordinamento condotte potenzialmente lesive dei diritti fondamentali di cui si tratta abbiano ricevuto una specifica tipizzazione, come discriminatorie (in modo diretto o indiretto).

I contorni di questa complessa normativa sono divenuti più netti soprattutto a partire dall’entrata in vigore dei dlgs. n. 215 e n. 216 del 2003, nei quali sono stati specificamente individuati alcuni fattori di discriminazione (orientamento sessuale, religione, convinzioni personali, handicap, età, razza, origine etnica) e, per l’onere della prova, si è stabilito che, quando la vittima fornisce elementi di fatto desunti anche da dati di carattere statistico, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori per una delle ragioni prese in considerazione, spetta al convenuto l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione, cioè principalmente della insussistenza dell’elemento psicologico (riproducendo così la analoga disposizione contenuta nella legge 10 aprile 1991, n. 125, in materia di discriminazioni di genere).

In ordinamenti come il nostro che già prevedono a livello costituzionale norme di tutela dei diritti fondamentali del lavoratore, il suindicato elenco dì fattori discriminatori e/o vessatori non è da considerare tassativo (ed è anzi destinato ad acquisire particolare rilevanza ai fini dell’applicazione della speciale forma di tutela prevista dalla legge n. 92 del 2012 in caso di licenziamento discriminatorio) così come, per quel che riguarda l’onere della prova, anche prima dell’entrata in vigore dei citati dlgs. n. 215 e n. 216 del 2003, nel nostro ordinamento processuale era già previsto che, nel rito del lavoro, il principio dispositivo deve essere contemperato con quello della ricerca della verità materiale, con l’utilizzazione da parte del giudice anche di poteri officiosi oltre che della prova per presunzioni, alta quale, specialmente in casi come quello in oggetto, va attribuito precipuo rilievo, secondo la giurisprudenza di questa Corte.

Infatti, la prova presuntiva (o indiziaria) – che esige che il Giudice prenda in esame tutti i fatti noti emersi nel corso dell’istruzione, valutandoli tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri e quindi esclude che il Giudice, avendo a disposizione una pluralità di indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Cass. 9 marzo 2012, n. 3703) – consente attraverso la complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, gravità, frustrazione personale e/o professionale, altre circostanze del caso concreto) di poter risalire coerentemente, con un prudente apprezzamento, al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.

Ciò, del resto, è conforme al consolidato orientamento di questa Corte in materia di prova del danno da demansionamento (Cass. SU 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. SU 24 marzo 2006, n. 6572 del 2006, Cass. 19 dicembre 2008, n. 29832; Cass. 26 novembre 2008, n, 28274), oltre che trovare riscontro nella giurisprudenza amministrativa in materia di mobbing (Cons. Stato 21 aprile 2010, n, 2272).

4.2.- La Corte partenopea si è discostata dai suddetti principi in quanto – dopo aver riferito che la domanda azionata non è stata formulata come richiesta di risarcimento del danno da mobbing, ma nei più ampi termini di richiesta di “risarcimento del danno esistenziale e del danno dovuto all’anticipato conseguimento del trattamento di quiescenza e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie” poste in essere dai soggetti appartenenti alla farmacia S.T., in qualità di dipendenti o titolari della farmacia stessa – ha impostato tutta la propria decisione sulla insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dalla ricorrente.

Quindi, una volta escluso il suddetto intento e quindi il mobbing – sulla base di una valutazione delle prove raccolte effettuata sempre nell’ottica della ricerca una “strategia persecutoria” – la Corte territoriale ha respinto la domanda, peraltro interpretata in modo scorretto sì da alterarne il senso e il contenuto sostanziale, in relazione alle finalità perseguite dalla ricorrente (Cass. 2 novembre 2005, n. 21208, Cass. 27 luglio 2010, n. 17547).

Prima di arrivare alla suddetta conclusione la Corte d’appello non si è neppure posta il problema di valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per la ricorrente e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili.

Ciò, da un lato, significa che se tra i diversi episodi addotti si accerti che qualcuno ha carattere vessatorio questo non necessariamente implica l’attribuzione al comportamento datoriale del ruolo di causa o concausa dello stato depressivo della ricorrente culminato nel tentativo di suicidio, ma non per questo esclude che possa configurarsi un danno giuridicamente apprezzabile.

E, d’altra parte, comporta che la determinazione, in ipotesi, dell’eventuale efficacia causale diretta o indiretta di una condotta vessatoria datoriale rispetto al suindicato stato patologico sia effettuata sulla base di un adeguato accertamento della situazione psichica della ricorrente prima dell’insorgere della depressione culminata nel tentativo di suicidio (Cass. 8 giugno 2007, n, 13400; Cass. 11 giugno 2009, n. 13530).

4.3.- Poiché la sentenza impugnata, con motivazione incongrua, ha violato i suindicati principi, i relativi profili di censura deve essere accolto.

III – Conclusioni

5 – Ne consegue che, in relazione alle censure accolte, la sentenza deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione, che si atterrà ai principi su enunciati e, in particolare, al seguente principio di diritto:

“Nella ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità dì comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il Giudice del merito, pur nella accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità del mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili”.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il primo motivo e accoglie il secondo. Cassa la sentenza impugnata, in relazione alle censure accolte, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione.

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Previdenza: il ricorso amministrativo sospende il termine prescrizionale annuale per ottenere l’indennità di maternità (Cass. n. 19329/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 14/1/2008 la Corte d’Appello di Catanzaro, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Cosenza, ha condannato l’lNPS a corrispondere a L. M. l’indennità di maternità per astensione obbligatoria e facoltativa post partum in relazione al parto dell’8/8/94 respingendo l’eccezione di prescrizione annuale proposta dall`Inps ed ha confermato la sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato improcedibile la domanda di liquidazione dell`indennità di disoccupazione agricola.
La Corte territoriale ha rilevato, con riferimento all’indennità di maternità per astensione obbligatoria (periodo dall’8/5/95 all’8/10/94 con ultimo atto interruttivo al 18/10/1994), che considerato il tempo trascorso occorrente per la definizione della procedura (giorni 180), alla data di notifica del ricorso di primo grado (10 marzo 1996) non risultava decorso il termine preserizionale “e che” riguardo all’indennità di maternità per astensione facoltativa (periodo 9 novembre 1994/9 maggio 1995) la domanda amministrativa era stata inoltrata il 3 febbraio 1995 per cui, in relazione alla sospensione del termine per tutta la durata del procedimento in sede amministrativa alla data di notifica del ricorso giudiziario (10 marzo 1996) non era decorso il termine di prescrizione.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione l’INPS formulando un unico motivo di impugnazione.
Si e costituita L. M. depositando controricorso.

 

Motivi della decisione

Deve, in primo luogo, essere respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dalla resistente “mancando il necessario collegamento tra il ricorso e il rilascio della procura” in quanto il ricorso stesso e la procura erano privi della data.
Da un lato, infatti, la procura è stata rilasciata in calce al ricorso con la conseguenza che deve presumersi in base l'”id quod plerumque accidit” rilasciata in data posteriore alla pubblicazione della sentenza impugnata e quindi sussiste il requisito della specialità. Dall’altro lato la riproduzione della stessa in calce alla copia, certificata conforme all’originale, notificata alla resistente oltre la certezza che sia stata altresì conferita in data anteriore alla notificazione del ricorso (cfr. Cass. n. 462/1999, n. 1861/2001 e n. 13443/2003).
Con l’unico motivo l’INPS denuncia violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell’art. 6 L. n. 138/1943 in riferimento agli artt. 97 RDL n. 1827/1935 e 46, comma 10, L. n. 88/1989.
Lamenta che la Corte territoriale ha accolto la tesi secondo cui il termine di prescrizione annuale dell’indennità di maternità (art. 6 L. n. 138/1943) rimane sospeso per la durata del procedimento amministrativo. Osserva che secondo la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. n. 4346/2008) i casi di sospensione della prescrizione sono tassativi e insuscettibili di applicazione analogica o interpretazioni estensive. Ne consegue che in relazione all’indennità di maternità per astensione obbligatoria si era già maturata la prescrizione (ultimo atto interruttivo il 18/10/94) e che in relazione all’indennità di maternità facoltativa si erano prescritti i ratei maturati fino al l0 marzo l995 (notifica del ricorso in sede giurisdizionale 10/3/1996).
ll motivo è infondato.
Deve essere, infatti, richiamata la recente pronuncia di questa Corte (cfr. Cass. SS.UU. n. 5572 del 6/4/2012) che, risolvendo il contrasto di giurisprudenza circa gli effetti sospensivi del decorso del termine di prescrizione, da riconoscersi alla domanda di prestazione previdenziale, ha affermato che in tema di prestazioni di previdenza e assistenza, la prescrizione è sospesa, oltre che durante il tempo di formazione del silenzio rifiuto sulla richiesta all’istituto assicuratore ex art. 7 della legge n. 533 del 1973, anche durante il tempo di formazione del silenzio rigetto sul ricorso amministrativo condizionante la procedibilità della domanda giudiziale ex art. 443 cod. proc. civ.. essendo ancora valido il principio di settore, enucleabile dall’art. 97 del r.d.l. n. 1827 del 1935 e conforme ai principi costituzionali di equità del processo ed effettività della tutela giurisdizionale, per cui il decorso del termine di prescrizione è sospeso durante il tempo di attesa incolpevole dell’assicurato; ne consegue che la prescrizione del diritto all’indennità di maternità, soggetta al termine annuale ai sensi degli artt. 6 della legge n. 138 del 1943 e 15 della legge n. 1204 del 1971, è sospesa per i centoventi giorni di formazione del silenzio rifiuto di cui all’art. 7 della legge n. 533 del 1973 e per i centottanta giorni di formazione del silenzio rigetto previsto dall’art. 46 della legge n. 88 del 1989″.
In applicazione dei suddetti principi alla data di notifica del ricorso giurisdizionale del 10/3/96 non si era maturato il termine di prescrizione annuale relativo all’indennità di maternità obbligatoria ed a quella facoltativa.
Il ricorso dell’Istituto deve essere, pertanto, respinto con compensazione delle spese processuali tenuto conto che il contrasto giurisprudenziale circa la sospensione della prescrizione durante la procedura amministrativa è stato risolto solo in epoca recentissima con la sentenza citata.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di Cassazione.
Roma 9/10/2012

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Compensi professionali: limiti all’applicazione dei parametri di cui al D.M. 140/2012 (Cass. n. 18920/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 18 – 22.6.2010, rigettò i gravame proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Ragionieri e ****************** (qui di seguito, per brevità, indicata anche come Cassa) nei confronti di C.D. avverso la pronuncia di prime cure che aveva dichiarato il diritto dell’iscritta alla riliquidazione della pensione di vecchiaia secondo i criteri di calcolo dettati dall’art. 49 del regolamento, tenendo conto del principio del pro rata in relazione alle anzianità maturate anteriormente alla modifica introdotta con la delibera del 22.6.2002.

A fondamento del decisum, per quanto ancora qui specificamente rileva, la Corte territoriale ritenne quanto segue:

– la ridetta delibera era illegittima in quanto non teneva conto del principio del pro rata di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12;

– lo ius superveniens (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763), siccome modificativo e non interpretativo della normativa precedente, non aveva efficacia retroattiva, ma disponeva per il futuro;

– la previsione di salvezza degli atti e delle deliberazioni adottati prima della predetta modifica legislativa non poteva essere intesa come una sorta di generale sanatoria di qualsiasi tipo di violazione di legge commessa in precedenza dagli enti previdenziali privatizzati, presentando altresì una difforme interpretazione profili di incostituzionalità.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Ragionieri e ****************** ha proposto ricorso per cassazione fondato su quattro motivi e illustrato con memoria.

L’intimata C.D. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione di legge (L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, e L. n. 414 del 1991, art. 1), deducendo l’inapplicabilità del principio del pro rata in caso di riforma strutturale della gestione previdenziale, realizzata anche mediante il passaggio dal sistema retributivo (o a ripartizione) al sistema contributivo (o a capitalizzazione).

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione di legge (L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, e L. n. 414 del 1991, art. 1), deducendo l’inapplicabilità del principio del pro rata con riferimento ai parametri insuscettibili di frazionamento nel tempo e di separata valutazione in relazione ai periodi temporali di vigenza di diverse normative. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione di legge (L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, come modificato dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, e L. n. 414 del 1991, art. 1), sostenendo che lo ius superveniens costituito dal ridetto L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, nella parte in cui fa salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli Enti ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della sua entrata in vigore, doveva essere interpretato nel senso di comportare la validità e la legittimità sopravvenuta della regolamentazione contenuta negli atti e deliberazioni anteriori con efficacia retroattiva, ossia fin dalla loro emissione. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione, assumendo che la Corte territoriale, in relazione alla L. n. 414 del 1991, art. 1, comma 4, e tenuto conto della data di maturazione del diritto alla pensione, non aveva motivato sul perchè dovesse trovare applicazione il principio del pro rata.

2. Con la delibera del 7 giugno 2003 il Comitato dei delegati ha introdotto, a far tempo dal primo gennaio 2004, il nuovo sistema contributivo, in luogo del precedente sistema retributivo per il calcolo delle pensioni, di talchè, secondo il criterio del pro rata, i professionisti iscritti alla Cassa in data anteriore al primo gennaio 2004 avrebbero ricevuto una pensione articolata in due quote, l’una sino al 31 dicembre 2003, di carattere retributivo, l’altra dal gennaio 2004, contributiva.

Detta delibera non è stata, nè è sospettabile di illegittimità, posto che la possibilità di passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo delle pensioni dei liberi professionisti è espressamente contemplato dalla legge regolatrice vigente al momento della delibera, ossia dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che nell’ultima parte prevede che “Gli enti possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge”. La controversia nasce dal fatto che, con la precedente delibera del 22 giugno 2002, era stato modificato il sistema di calcolo delle pensioni: si trattava ovviamente di pensioni “retributive” e, quindi, commisurate ai redditi professionali, perchè, mentre con il sistema precedente si prendevano a base della pensione i quindici migliori redditi degli ultimi venti anni anteriori alla maturazione del diritto a pensione, con la delibera del 2002 si era previsto invece che la pensione dovesse essere liquidata in base “alla media di tutti i redditi professionali annuali”, con la successiva Delib. del 20.12.1003 il termine di riferimento venne ulteriormente modificato, ricollegandolo alla “media degli ultimi 24 redditi professionali”.

5. La Cassa ricorrente solleva sostanzialmente tre questioni: con la prima (secondo motivo di ricorso) assume che il principio del pro rata non sarebbe applicabile, in via assoluta; con la seconda (primo motivo) che la regola del pro rata di cui alla citata L. n. 335 del 1995, art. 3 non opererebbe nel caso in esame, perchè non concernente un mero processo di riequilibrio finanziario, ma una riforma integrale dell’ordinamento attraverso il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo; con la terza (terzo motivo) che le modificazioni introdotte e in contestazione avrebbero in ogni caso ricevuto sanatoria ad opera dello ius superveniens di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763.

Le anzidette questioni sono già state esaminate dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr, in particolare, Cass., n. 8847/2011 e altre conformi; Cass., n. 13609/2012), che le ha risolte in senso contrario a quanto sostenuto dalla parte ricorrente.

6. Il nuovo sistema di calcolo determina una diminuzione sull’ammontare delle pensioni rispetto a quello che sarebbe stato il risultato secondo il sistema precedente e, quindi, una minor misura di quella quota della pensione retribuiva, maturata fino al 31 dicembre 2003: di qui la controversia, con la quale sono state chiesto le differenze di pensione, sostenendo che detta quota doveva invece essere mantenuta intatta in forza della la regola del pro rata sancita dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che recita per quanto qui interessa: “Nel rispetto dei principi di autonomia affermati dal D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, relativo agli enti previdenziali privatizzati, allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio in attuazione di quanto previsto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto legislativo, la stabilità delle rispettive gestioni è da ricondursi ad un arco temporale non inferiore a 15 anni. In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto, sono adottati dagli enti medesimi provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti….. Gli enti possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge”.

In realtà occorre tener conto del carattere assolutamente speciale dei regolamenti di delegificazione previsti in generale, e disciplinati nella formazione, dalla L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, comma 2, “destinati a sostituire, in materie non coperte da riserva assoluta di legge, preesistenti disposizioni legislative statali, in conformità a nuove norme generali regolatici della materia stabilite con legge, e con effetto di abrogazione differita delle disposizioni legislative sostituite” (Corte cost. n. 376 del 2002); tale disposizione, pur priva di rango costituzionale, disegna un modello di carattere generale, cosicchè la deviazione da esso, ad opera della legge ordinaria, è di stretta interpretazione; pertanto, laddove il legislatore “delegante” ha inteso assegnare alla fonte subprimaria delegata anche il potere normativo di derogare a specifiche disposizioni collocate al superiore livello primario lo ha previsto espressamente (ad es. per i regolamenti di organizzazione degli enti pubblici non economici di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 27, facoltizzati a dettare norme “anche in deroga alle speciali disposizioni di legge che li disciplinano”).

Ciò non è avvenuto nella presente vicenda.

Il D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, in attuazione della delega conferita dal L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 1, comma 32, ha trasformato in persone giuridiche private gli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, tra cui la Cassa di previdenza ragionieri, e, nel nuovo contesto profondamente riformato, ha posto alle Casse “privatizzate” l’obiettivo di assicurare l’equilibrio di bilancio e la stabilità delle rispettive gestioni mediante l’adozione di provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico da redigersi con periodicità almeno triennale. Per far ciò l’art. 1, comma 4, in combinato disposto con l’art. 2, comma 2, e art. 3, comma 2, del predetto decreto legislativo, ha previsto un potere regolamentare delle Casse non incompatibile con il sistema delle fonti potendo la fonte primaria costituita dal decreto legislativo autorizzare una fonte subprimaria (il Regolamento della Cassa approvato con decreto ministeriale) ad introdurre norme generali ed astratte.

A tal proposito si è parlato di “sostanziale delegificazione affidata dalla legge alla autonomia degli enti previdenziali privatizzati, entro i limiti ad essa imposti” (cfr, Cass. 16 novembre 2009, n. 24202) e si è aggiunto “anche in deroga a disposizioni di legge precedentì, ma in realtà le suddette disposizioni del D.Lgs. n. 509 cit. non hanno affatto attribuito agli emanandi regolamenti delle Casse la configurazione di regolamenti di delegificazione di cui alla citata L. n. 400 del 1988, art. 17, comma 2, sicchè ad essi – e, quindi, anche all’emanando Regolamento della Cassa di previdenza ragionieri – non è stato consentito di derogare a disposizioni collocate a livello primario, quali sono quelle dettate proprio per le Casse “privatizzate”, a cominciare dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che costituisce il riferimento normativo centrale per l’esito di questa controversia e che ha natura di norma imperativa inderogabile dall’autonomia normativa delle Casse privatizzate.

Ciò del resto è dimostrato anche dal fatto che, quando è emersa l’opportunità di modificare tale disposizione, vi ha provveduto la legge (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763) e non il Regolamento della Cassa.

6.1 La predetta L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, per i sistemi previdenziali delle Casse private, nel testo originario ha da una parte ribadito l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio e della stabilità delle rispettive gestioni da realizzarsi in un arco temporale non inferiore a quindici anni; dall’altra ha previsto una sorta di delega, facoltizzando gli enti privatizzati suddetti ad adottare provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico; inoltre, in particolare, le Casse avrebbero potuto optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge.

Nel far ciò il legislatore ha tuttavia previsto una garanzia specifica, posto che nel caso di introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti avrebbe operato comunque il rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate.

In riferimento a tale criterio può dunque in generale considerarsi che gli assicurati hanno, non già un mero interesse di fatto al futuro trattamento pensionistico, ma una “posizione previdenziale” già maturata e che appartiene al patrimonio dell’assicurato come diritto al montante complessivo della contribuzione già versata; ciò non vuoi dire che ci sia un diritto quesito alla pensione calcolata secondo un più favorevole criterio previgente – tra quelli in vigore al momento del versamento della contribuzione – rispetto a quello vigente al momento del collocamento in quiescenza; ma neppure, al contrario, che l’assicurato abbia solo una mera aspettativa alla pensione, cosicchè, quanto ai criteri di calcolo, il legislatore ordinario potrebbe liberamente determinarli nell’esercizio della sua discrezionalità. C’è una soglia minimale di trattamento pensionistico corrispondente alla “posizione previdenziale” già maturata via via nel corso della vita lavorativa secondo un criterio sinallagmatico (contribuzione versus prestazione); l’ammontare della contribuzione fino ad un certo momento accumulata dall’assicurato ha un suo valore economico in termini di potenziale rendita vitalizia: una sorta di “maturato previdenziale” che non può essere sterilizzato dal legislatore. “Quindi il sistema previdenziale pubblico e privato ha un’intrinseca soglia minimale di protezione, derivata – e garantita a livello costituzionale – dal criterio di “adeguatezza” prescritto dall’art. 38 Cost., comma 2, e modulata diacronicamente in quanto dipendente dalla variabilità di plurimi parametri che concorrono a definirla (primo tra i quali il coefficiente che esprime l’aspettativa di vita); ciò che porta a negare validità alla tesi, sostenuta dalla difesa della Cassa, secondo cui l’assicurato avrebbe soltanto una mera aspettativa di fatto ad un trattamento pensionistico (di anzianità o di vecchiaia)” (così, testualmente, Cass., n. 13609/2012, cit.).

6.2 Nel presente giudizio viene specificamente in rilievo la garanzia del comma 12 dell’art. 3 nella versione originaria applicabile nella specie ratione temporis, in forza di tale garanzia le Casse erano sì facoltizzate a variare le aliquote contributive e a riparametrare i coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, ma ciò avrebbero potuto fare rispettando il criterio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti; conseguentemente la eventuale diversa regolamentazione (poi in effetti realizzatasi) avrebbe dovuto far salva la quota di trattamento pensionistico relativo all’anzianità contributiva maturata fino alla riforma con lo stesso meccanismo del comma 12 dell’art. 1: una quota A calcolata con i previgenti criteri (più favorevoli); una quota B calcolata con i nuovi (meno favorevoli) criteri; in questo modo era certamente rispettata la soglia minima di garanzia del maturato previdenziale e veniva apprestata una garanzia “forte”, perchè tutta la quota A sarebbe stata calcolata con i previgenti (più favorevoli) criteri.

Inoltre il criterio del pro rata era sganciato dall’eventuale possibile passaggio dal sistema retributivo e quello contributivo, cosicchè qualsiasi aggiustamento delle aliquote contributive o riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, complessivamente peggiorativo per gli assicurati, si sarebbe associato ex lege a questa garanzia.

La garanzia “forte” testè ricordata sarebbe stata resa meno rigida soltanto con la legge finanziaria 2007 (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763); ma fino a quella data il potere regolamentare della Cassa si sarebbe dovuto confrontare con tale garanzia del pro rata. Tenuto conto che la pretesa diretta al ricalcolo del trattamento pensionistico fa riferimento alle modifiche intervenute nel 2002- 2003, deve rilevarsi che è proprio in tale lasso di tempo che si è avuto il più radicale punto di svolta, perchè si è passati dal sistema contributivo a quello retributivo con l’introduzione di due quote di pensione – A (retributiva) e B (contributiva) – in simmetria con la riforma del 1995 (v. L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 12).

Più in particolare intervennero tre delibere: quella del 22 giugno 2002 (per cui si calcolano – al fine della determinazione della quota A di pensione – tutti i redditi professionali annuali); quella del 7 giugno 2003 (con la quale si introduce – con finalità dissuasiva – il criterio c.d. della neutralizzazione, con coefficienti di riduzione del trattamento pensionistico di anzianità in ragione dell’età anagrafica); quella del 20 dicembre 2003 (con la quale si calcolano – sempre al fine della determinazione della quota A di pensione – i redditi professionali degli ultimi 24 anni, con una modifica in termini più favorevoli per i pensionati, ma comunque peggiorativi rispetto alla previgente disciplina regolamentare, della delibera del 22 giugno 2002). Quindi la complessiva normativa regolamentare di risulta – per tale intendendosi quella posta dalle tre delibere suddette – prevede pensioni liquidate col criterio interamente retributivo, secondo i criteri previgenti, se maturate in data antecedente al 31 dicembre 2003, mentre, per quelle maturate successivamente, prevede una quota A (retributiva), determinata considerando la media dei redditi degli ultimi 24 anni come base di calcolo limitatamente all’anzianità contributiva maturata fino al 31 dicembre 2003, e una quota B (contributiva) per l’anzianità contributiva successiva a tale data; prima della modifica regolamentare del 2003 la pensione – come già rilevato – era calcolata con il criterio interamente retributivo non solo, ma anche secondo i parametri più favorevoli del 1997.

6.3 Il problema che si pone è dunque se il principio del pro rata si applichi, o no, anche al criterio di calcolo della quota A (retributiva) che, nel 2002-2003, è stata regolamentata in termini meno favorevoli per i pensionati e alla risposta affermativa già data dalla giurisprudenza di questa Corte occorre dare continuità per le ragioni già sopra indicate: il criterio del pro rata è formulato dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, in termini generali con riferimento all'”introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimento” (della Cassa) e quindi il dato testuale della disposizione non autorizza a distinguere tra modifiche peggiorative del criterio retributivo e modifiche peggiorative a seguito dell’applicazione del criterio contributivo, In ogni caso all’anzianità già maturata corrisponde una quota di pensione (la quota A) non solo calcolata con il criterio retributivo e non già contributivo, ma anche calcolata secondo i previgenti (più favorevoli) parametri. Si tratta quindi di una complessiva, ma specifica, clausola di non regresso (e non già di trattamento di miglior favore) operante dopo la riforma del 1995 (L. n. 335 del 1995).

Non occorre quindi – diversamente da quanto sostiene la difesa della Cassa – fare applicazione di ogni singolo criterio di calcolo via via modificato nel tempo a partire dalla L. n. 160 del 1963, poi seguita dalla L. n. 1140 del 1970, quindi dalla L. n. 414 del 1991, e poi dalle delibere del 1997 e da ultimo dalle delibere del 2002-2003; si ha infatti che il principio del pro rata è stato posto, per le Casse privatizzate, dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, e quindi opera solo dall’entrata in vigore di tale legge di riforma ed in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche incidenti sulla determinazione della quota A e, quindi, con riferimento ai criteri di liquidazione che, al momento di introduzione di dette modifiche, sarebbero stati altrimenti applicabili a tali pregresse anzianità.

Questa interpretazione ampia de principio del pro rata – non limitata quindi al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo – non solo ha il supporto testuale dell’art. 3, comma 12, citato, ma – come già osservato – risponde ad un’esigenza generale di “adeguatezza” del trattamento pensionistico ai sensi dell’art. 38 Cost., comma 2, da cui può estrarsi la regola di una insopprimibile soglia minima di trattamento pensionistico corrispondente al maturato previdenziale: “Il quale non necessariamente coincide con il criterio del pro rata, ma, essendo questo l’unico (all’epoca) previsto dal legislatore, un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 3, comma 12, cit., che si aggiunge e rafforza il canone dell’interpretazione testuale, conduce a ritenere ampio l’ambito di operatività di tale criterio, applicabile quindi anche alle modifiche in peius dei soli criteri di calcolo della quota retributiva della pensione” (così, testualmente, Cass., n. 13609/2012, cit.).

6.4 Le considerazioni che precedono determinano l’infondatezza delle doglianze sollevate con il secondo motivo di ricorso, nonchè di quelle svolte con il quarto, ove sostanzialmente viene dedotta la violazione della L. n. 414 del 1991, art. 1, con particolare riferimento alla valorizzazione del momento di maturazione del diritto alla pensione, posto che il principio deve essere comunque coordinato con la ricordata necessità del rispetto della regola del pro rata; riguardo al quarto motivo è peraltro assorbente il rilievo della sua inammissibilità, poichè, secondo il costante orientamento di questa Corte, la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, che, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre nel caso di errata interpretazione o applicazione di una norma, non può essere denunciata in Cassazione come vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, perchè tale vizio è riferito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, alla ricostruzione della concreta fattispecie e può dare luogo solo al controllo della giustificazione del giudizio sulla ricostruzione del fatto (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 228/1995; 5271/2002).

6.5 Le argomentazioni già svolte conducono pianamente al rigetto anche del primo motivo di ricorso, con cui si sostiene che la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, imporrebbe l’applicazione del principio del pro rata solo nei casi di “riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico” e non già nei casi di opzione per il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Il tenore testuale della norma non consente infatti questa interpretazione e, in ogni caso, sarebbe incongruo escludere la regola del pro rata proprio nei casi in cui il mutamento di legislazione è più vistoso e incide maggiormente sui trattamenti pensionistici ed imporlo, invece, quando le modifiche deliberate potrebbero apportare solo lievi variazioni all’ammontare delle pensioni spettanti. Infatti, è proprio nei casi di “rivoluzioni” del sistema che si fa più acuta l’esigenza di salvaguardare i diritti in via di maturazione, evitando di sottoporre “l’intera” anzianità assicurativa acquisita nel vigore della vecchia normativa ad una normativa nuova, meno favorevole, emanata poco prima del conseguimento del diritto, che, in alcuni casi, opera solo per gli ultimi anni o, addirittura, per gli ultimi mesi. Non è un caso, come già osservato dalla citata sentenza di questa Corte n. 24202/2009, che la più importante fattispecie di pro rata sia stata introdotta proprio dalle L. n. 335 del 1995, che ha introdotto, per le pensioni Inps, il mutamento del sistema pensionistico da retributivo a contributivo. D’altra parte anche il sistema del pro rata rientra nell’ambito di previsione della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 2, che recita “Le disposizioni della presente legge costituiscono principi fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica. Le successive leggi della Repubblica non possono introdurre eccezioni o deroghe alla presente legge, se non mediante espresse modificazioni delle sue disposizioni”. La ricordata successione delle deliberazioni assunte sul punto dalla Cassa non inficia tali considerazioni, trattandosi comunque di modificazioni che, seppure in misura diversa, hanno alterato, in pregiudizio dell’avente diritto, l’ammontare della liquidazione del trattamento pensionistico quale risultante dall’applicazione della regola del pro rata.

6.6 La L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 763, (legge finanziaria 2007) ha sostituito il primo ed il secondo periodo della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12; ribadito l’obiettivo, da perseguire ad opera delle Casse privatizzate, di assicurare l’equilibrio di bilancio e la stabilità delle gestioni previdenziali in un arco temporale non inferiore a trenta anni, il legislatore ha facoltizzato gli enti medesimi, sulla base del bilancio tecnico della gestione previdenziale, ad adottare i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell’equilibrio finanziario di lungo termine “avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni”; ha poi aggiunto che sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al presente comma ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della legge medesima.

Deve rilevarsi che non si tratta di norma di interpretazione autentica, non avendone nè la tipica formulazione testuale, nè il contenuto; trattasi invece di una norma a carattere innovativo, che, in particolare, sostituisce il principio del pro rata di cui all’originario art. 3, comma 12, nella formulazione della L. n. 335 del 1995, con un principio similare, ma meno rigido: non è più previsto il “rispetto del principio del pro rata”, ma occorre che le Casse privatizzate nell’esercizio del loro potere regolamentare, abbiano “presente il principio del pro rata” nonchè “i criteri di gradualità e di equità fra generazioni” tutto ciò a partire dal 1 gennaio 2007.

Il legislatore de 2006 ha quindi inteso rendere flessibile il criterio del pro rata ponendolo in bilanciamento con i criteri di gradualità e di equità fra generazioni; in questo modo lo spazio di intervento delle Casse è maggiore e le esigenze di riequilibrio della gestione previdenziale potrebbero richiedere un sacrificio maggiore a chi è già assicurato a beneficio dei nuovi assicurati; tale sarebbe la rideterminazione della quota retribuiva della pensione secondo i criteri delle menzionate delibere del 2002-2003 della Cassa; la questione non è tuttavia da approfondire nel presente giudizio, atteso che nella specie il trattamento pensionistico è maturato prima del 1 gennaio 2007, quando non era ancora operante la modifica della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, (è infatti pacifico che il pensionamento della controricorrente è intervenuto con decorrenza dal 1.1.2007, ma con riferimento ad un’anzianità anagrafica e contributiva maturate nel precedente mese di dicembre 2006, allorchè era stata presentata la domanda di pensione). La menzionata clausola di salvezza per la precedente normativa regolamentare delle Casse di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, non costituisce validazione ex post della normativa regolamentare della Cassa nella parte in cui non ottemperava all’ampia prescrizione del “rispetto del principio del pro rata” per l’obiettiva irragionevolezza intrinseca che ne conseguirebbe (in disparte la violazione dell’affidamento nella stabilità della normativa vigente che ha una valenza particolare nella materia pensionistica: per la possibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata di tale disposizione v. Corte Costituzionale n. 263 del 2009): infatti non potrebbero coesistere – per la contraddizione che non lo consente – due prescrizione opposte: da una parte il previsto obbligo per le Casse di tener “presente il principio del pro rata” nella propria normativa regolamentare (futura, ossia successiva al 1 gennaio 2007); dall’altra la (pretesa) legittimità ex tunc (come tale operante fino al nuovo esercizio del potere regolamentare delle Casse) di una precedente normativa regolamentare che non avesse ottemperato alla prescrizione del “rispetto del principio del pro rata”, quale che fosse stato lo scostamento da tale obbligo.

Inoltre, anche sotto il profilo letterale, “far salvo” un provvedimento significa che esso non perde efficacia per effetto della nuova legge, ma non anche che esso sia conforme a legge, di talchè gli atti ed i provvedimenti adottati dagli enti prima della disposizione del 2006 rimangono efficaci e la loro legittimità, per i pensionamenti maturati entro il 2006, come nella specie, deve essere vagliata alla luce del vecchio testo della disposizione in quanto normativa da applicare ratione temporis.

Invece la salvezza prevista dalla legge finanziaria del 2006 è funzionale a coprire il periodo successivo all’entrata in vigore di tale legge, allorquando le regole dettate per le delibere erano già state modificate, ma non si era avuto ancora il tempo di adottarne di nuove secondo le prescrizioni del nuovo sistema; si tratta in definitiva di una norma transitoria per non paralizzare l’attività degli enti (cfr, ex plurimis, Cass., n. 8847/2011, cit.).

Le innovazioni introdotte dalla normativa del 2006, operando ex nunc, non possono quindi rilevare in questa causa, avente ad oggetto un trattamento pensionistico maturato prima del 1 gennaio 2007.

Neppure rileva, ancora ratione temporis, nel presente giudizio lo ius superveniens costituito dal D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, art. 24, comma 24, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, art. 1, comma 1, che, nel dettare per le Casse privatizzate ai sensi del D.Lgs. n. 509 del 1994 ulteriori prescrizione per assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche, ha generalizzato, quanto all’applicazione del pro rata agli iscritti alle relative gestioni, il sistema contributivo (comma 2 dei medesimo art. 24) in mancanza di diversa disciplina regolamentare della Cassa stessa.

Ne discende l’infondatezza anche del terzo motivo di ricorso.

7. Ritiene il Collegio di dover dare continuità, condividendoli, ai ricordati orientamenti di questa Corte, non contenendo le doglianze svolte dalla parte ricorrente profili che non siano già stati esaminati.

In definitiva il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza; a tal fine va fatto riferimento alle disposizioni di cui D.M. 20 luglio 2012, n. 140 (Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, convenuto, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 2012, n. 27), e alla Tabella A ivi allegata, in vigore al momento della presente decisione (D.M. 20 luglio 2012, n. 140, artt. 41 e 42) e dovendo inoltre tenersi conto, ai fini della concreta fissazione del compenso, del carattere seriale della controversia. Va precisato al riguardo che, in applicazione del criterio adottato dalla giurisprudenza di questa Corte per l’ipotesi di successione di tariffe professionali nel corso del giudizio (vedi, per tutte: Cass. 3 agosto 2007, n. 17059), anche nella successione tra il sistema tariffario e quello regolamentare, oggi vigente, si deve ritenere applicabile il criterio secondo cui i compensi professionali degli avvocati vanno liquidati secondo il sistema in vigore al momento dell’esaurimento della prestazione professionale ovvero della cessazione dall’incarico, secondo una unitarietà da rapportarsi ai singoli gradi in cui si è svolto il giudizio, e dunque all’epoca della pronuncia che li definisce, non potendosi applicare il sistema nuovo successivamente intervenuto a prestazioni già rese nei suddetti momenti.

Ne consegue che qualora l’attività giudiziale dell’avvocato della parte vittoriosa – con riferimento come detto ai singoli gradi – sia terminata prima del 23 luglio 2012 e della caducazione definitiva delle tariffe forensi, per la liquidazione giudiziale delle spese si dovrà fare riferimento alle tariffe forensi; qualora, invece, la conclusione dell’attività difensiva, con il compimento dell’opera professionale, abbia luogo dopo l’intervenuta abrogazione di dette tariffe – come accade nella specie in relazione al presente giudizio di cassazione – l’entrata in vigore dei nuovi parametri ministeriali farà sì che la liquidazione giudiziale delle spese di soccombenza avvenga in base a questi e non più in base alle previgenti tariffe, ancorchè alcune attività siano state svolte nel vigore di queste.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese, che liquida in Euro 5.040,00 (cinquemilaquaranta), di cui Euro 5.000,00 (cinquemila) per compenso, oltre accessori come per legge.

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Amianto: legittimo il comportamento dei dipendenti che si astengono dal lavoro perchè esposti all’amianto (Cass. n. 18921/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

D.C., + altri omessi quali dipendenti della Ferrovie dello Stato spa (oggi Rete Ferroviaria Italiana spa), negli anni ’80 dello scorso secolo erano addetti alle Officine Grandi Riparazioni di (omissis), ove, fino al marzo 1987, venivano effettuate operazioni di rimozione dell’amianto da vagoni ferroviari, mentre successivamente la ******à aveva affidato tali operazioni all’esterno, restando in proposito alle Officine il compito di procedere, in un’area dedicata (Zona A ed, eccezionalmente, Zona B), unicamente a lavori di rimozione di eventuali residui di amianto, prima di effettuare le necessarie riparazioni e manutenzioni dei vagoni.

In tale contesto operativo, già nel maggio – giugno 1988, i lavoratori dell’Officina avevano ripetutamele chiesto, anche astenendosi temporaneamente dalle lavorazioni da effettuare a contatto con l’amianto, interventi aziendali di bonifica degli impianti, effettivamente poi realizzati dall’Ente tra il giugno e il novembre del medesimo anno; ritenendo, anche a seguito della conoscenza di un verbale di sopralluogo del 1 dicembre 1988 sugli impianti da parte del medico e dell’ufficiale sanitario delle Ferrovie, che l’ambiente lavorativo non presentasse ancora sufficiente sicurezza per la salute degli addetti, le organizzazioni sindacali interne avevano in data 8 febbraio 1989 riproposto all’Ente Ferrovie dello Stato la richiesta di immediata sospensione del lavoro nei settori ritenuti pericolosi per procedere a più risolutivi interventi; al diniego da parte della parte datoriale, i lavoratori decisero di astenersi dal 14 febbraio 1989, a tempo indeterminato, dalle sole lavorazioni di bonifica dell’amianto, timbrando ogni giorno il cartellino all’entrata e quindi restando in attesa di eventuali richieste di lavori diversi.

Tale situazione si protrasse fino al 31 marzo 1989, data nella quale, anche a seguito di un provvedimento del Pretore di Firenze (intervenuto il 7 marzo 1989 su denuncia di alcuni dipendenti) di immediata chiusura dei capannoni di lavorazione dei rotabili esistenti presso lo stabilimento, con prescrizioni relative ad una serie di modifiche agli impianti e ai sistemi di lavorazione (capannoni poi riaperti su provvedimento del Pretore di Firenze del 21 giugno 1989 – dichiarato dalla Cassazione incompetente in ordine al procedimento penale avviato – e del Pretore di Torre del Greco del 24 giugno 1989), l’astensione cessò.

Poichè la parte datoriale non aveva erogato ai partecipanti all’astensione la retribuzione relativa al periodo 14.2 – 31.3.1989, gli odierni intimati, assumendo di avere, con l’astensione, reagito all’inadempimento della datrice di lavoro in relazione agli obblighi sulla stessa incombenti in materia di sicurezza, adirono il Pretore di Napoli per ottenerne la condanna al pagamento della retribuzione non corrisposta a titolo di risarcimento del danno, originato a loro carico da tale inadempimento.

Il Giudice adito accolse le domande.

Con sentenza del 5.12.2005 – 23.1.2006, il Tribunale di Napoli rigettò il gravame proposto dalla Ferrovie dello Stato spa; pur dando atto che in precedenti procedimenti penali il responsabile delle Officine era stato assolto dal Pretore di Torre del Greco per non aver commesso il fatto dalla imputazione di lesioni colpose ai danni di alcuni dipendenti (sentenza del 6 aprile 1998 n. 117) e prosciolto per amnistia in relazione all’imputazione di violazione delle norme di cui del D.P.R. n. 303 del 1956, art. 21, e del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 354, (sentenza del 25 luglio 1990), il Tribunale, soprattutto sulla base dell’analisi di due perizie svolte nell’ambito di quest’ultimo procedimento e acquisite agli atti, rilevò una serie di difetti negli impianti e nell’organizzazione del lavoro afferente alle operazioni di bonifica dall’amianto, ritenuti pericolosi per la salute degli addetti a tali lavorazioni e che, pertanto, avevano giustificato il rifiuto della prestazione nei relativi ambienti lavorativi da parte dei lavoratori, che, in tal modo, avevano reagito all’inadempimento da parte del datore di lavoro agli obblighi di cui alle leggi citate e più in generale a quelli nascenti dall’art. 2087 c.c..

Avverso l’anzidetta sentenza resa in grado d’appello, la Rete Ferroviaria Italiana spa ha proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi e illustrato con memoria.

Gli intimati D.C., + altri omessi hanno resistito con controricorso.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione, nonchè per violazione dell’art. 2087 c.c., deducendo che il contenuto dell’obbligazione di cui alla suddetta norma va valutato in relazione alle conoscenze e ai mezzi a disposizione al tempo cui si riferisce il fatto esaminato e che il rispetto di tale obbligo si misura alla stregua delle tecnologie e degli accorgimenti organizzativi e procedurali generalmente acquisiti e praticati in quel determinato momento storico; la sentenza impugnata avrebbe invece omesso di effettuare tale operazione di storicizzazione dei doveri imprenditoriali, non considerando in maniera adeguata che nel periodo oggetto di causa (anno 1989, quando l’uso dell’amianto non era stato ancora vietato e non erano stati ancora stabiliti i valori limite di tollerabilità nel trattamento dello stesso) le precauzioni adottate dalla ******à nella scelta dei macchinari e degli impianti istallati nelle Officine e nella relativa organizzazione del lavoro erano in perfetta sintonia con la legislazione e con le conoscenze scientifiche del tempo, come del resto accertato nella sentenza del Pretore di Torre del Greco del 6 aprile 1998, che aveva testualmente affermato che l’imputato (responsabile dell’Officina) “ha adottato, dal 1982 al 1993, tutte quelle misure antinfortunistiche che l’evoluzione tecnologica ha, nel corso degli anni, consentito di applicare”: il Tribunale, pur citando tale sentenza, non aveva poi tenuto alcun conto delle relative motivazioni, fondando sostanzialmente le proprie valutazioni su rilievi ampiamente estrapolati dalle due perizie svolte nel 1989 su incarico del Pretore di Torre del Greco nell’altro procedimento penale concluso nel 1990, sostanzialmente peraltro ignorando altri preziosi ed importanti elementi emergenti da tali perizie, esprimenti una valutazione positiva in ordine al comportamento delle Ferrovie sul piano considerato (quali i risultati dei campionamenti effettuati; la limitata esposizione alle fibre di amianto per ciascun lavoratore; il fatto che nessuno dei trentasette lavoratori esaminati era risultato affetto da asbestosi; che 17 su 33 lavoratori esposti al rischio presentavano fibre di amianto nell’espettorato, tracce che peraltro avevano presentato anche tre su quattro lavoratori mai addetti ai reparti a rischio); in definitiva, quindi, la valutazione di responsabilità della parte datoriale risultava fondata su semplici presunzioni, non avendo i lavoratori fornito in giudizio elementi sufficienti a provarla.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione, nonchè violazione dell’art. 1460 c.c., deducendo che il Tribunale aveva ritenuto legittima l’eccezione di inadempimento formulata dai lavoratori omettendo di accertare se effettivamente ciascuno di essi fosse stato adibito alle lavorazioni ritenute pericolose.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione, per avere il Tribunale escluso che in realtà gli odierni intimati avevano posto in essere un’azione di sciopero, operando una ricostruzione solo parziale del loro comportamento nel periodo considerato; secondo la prassi aziendale, infatti, la presenza in azienda veniva certificata non solo dalla timbratura del cartellino all’ingresso, ma anche dalla attestazione di successiva presenza nel reparto di appartenenza; poichè i lavoratori non si erano mai presentati in quei giorni nel reparto di appartenenza per porsi eventualmente a disposizione per l’espletamento di lavori diversi da quelli in cui era implicato l’amianto, la loro astensione collettiva avrebbe dovuto essere qualificata come sciopero e non come reazione al preteso inadempimento della società.

2. In ordine al primo motivo, osserva il Collegio che, secondo la condivisa giurisprudenza di questa Corte (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 2491/2008; 644/2005, ambedue in materia di cautele contro il rischio da amianto, anche in anni tra i ’60 e gli ’80 del secolo scorso), la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non configurando una ipotesi di responsabilità oggettiva, non è circoscritta alla violazione di regole di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma deve ritenersi volta a sanzionare, alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore sul luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico; inoltre, nel caso in cui il datore di lavoro non adotti, a norma dell’art. 2087 c.c., tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e le condizioni di salute del prestatore di lavoro, rendendosi così inadempiente ad un obbligo contrattuale, questi, oltre al risarcimento dei danni, ha in linea di principio il diritto di astenersi dalle specifiche prestazioni la cui esecuzione possa arrecare pregiudizio alla sua salute (cfr, Cass., n. 11664/2006).

La sentenza impugnata non si è discostata da tali principi nella valutazione delle risultanze istruttorie relative ai fatti rappresentati in giudizio a sostegno delle domande e delle eccezioni delle parti; infatti, facendo corretta applicazione della regola per cui compete al giudice di merito la valutazione delle risultanze istruttorie, attingendo a quelle che ritiene più attendibili e idonee a sostenere il proprio convincimento e fornendo al riguardo una motivazione che dia conto della formazione di esso sulla base dell’esame complessivo di tutte le prove (cfr, ex plurimis, Cass., SU, n. 898/1999), il Tribunale (che in questa attività valutativa di merito è censurabile in sede di legittimità unicamente per errori evidenti e vizi logici cadenti su di uno snodo decisivo di essa) ha anzitutto tenuto adeguato conto delle considerazioni svolte dal Pretore di Torre del Greco nella sentenza di assoluzione del 1998, valutando come scarsamente rilevanti, nel presente procedimento, gli accertamenti operati in quella sede e posti alla base delle valutazioni del giudice penale, in ragione del fatto che essi erano consistiti in sopralluoghi e analisi della organizzazione aziendale di gran lunga posteriori all’anno 1989, nonchè nella elencazione di macchinai acquistati nel tempo dalla ******à per predisporre le tutele nel settore in esame, e tenendo poi contro delle perizie ambientale e medico legale svolte nel luglio 1989, in prossimità quindi dell’epoca dei fatti, nell’ambito dell’altro procedimento penale concluso con una sentenza di non doversi procedere per amnistia, che avevano evidenziato gravi difetti soprattutto nella organizzazione del lavoro negli ambienti ove avveniva la bonifica dall’amianto.

Tali difetti attenevano, tra l’altro, all’imperfetto isolamento dei suddetti ambienti, con conseguente possibile dispersione di polveri e fibre di amianto nelle zone circostanti; al difettoso trattamento delle acque di lavaggio del sottocassa; al fatto che le superfici delle pareti della zona deputata alla bonifica avevano una consistenza tale da rendere difficile una loro decontaminazione attraverso gli interventi di pulizia predisposti dalla società, anche nella zona in cui venivano effettuati operazioni di sostituzione dei filtri ed ove quindi potevano trovare sviluppo e dispersione fibre di amianto; alla inidoneità dell’impianto di immissione e di estrazione dell’aria in tale ambiente; all’inidoneità del casco a evitare l’introduzione di fibre di amianto all’interno di esso.

Pertanto i giudici d’appello hanno valutato che tali perizie dimostravano che nell’Officina di ********************, nel periodo in questione, si era creato un rischio ambientale di esposizione ad inalazione di fibre di amianto per tutti i lavoratori dipendenti e tanto sia per la colpevole gestione della zona B, sia per le carenze di tutela nella zona A, coerentemente concludendo nel senso che la ******à si era resa inadempiente agli obblighi di cui all’art. 2087 c.c., non per la mancata applicazione di nuove tecnologie, ma in ragione della violazione delle norme di comportamento da essa stessa dettate in materia di trattamento dell’amianto con la propria circolare del 1 aprile 1983, quando, a seguito dell’evolvere delle conoscenze mediche e dell’adozione da parte della Comunità delle direttive del 1980, del 1982 e del 1983, era ormai divenuto pienamente noto il rischio di tumore derivante dalla esposizione alle fibre di amianto.

In proposito, la ricorrente deduce peraltro che i giudici avrebbero trascurato alcuni elementi delle perizie che militerebbero nel senso della piena adozione da parte della società di misure idonee alla salvaguardia della salute dei lavoratori della officina; tale eccezione è però sostenuta dalla estrapolazione di alcune frasi o parti di frasi dalle perizie, delle quali non è pertanto possibile cogliere completamente il significato, anche alla luce di ciò che di diverso ampiamente riproduce il testo della sentenza impugnata, cosicchè deve ritenersi che tali rilievi non siano stati evidentemente ritenuti sufficientemente significativi dal Tribunale nel contesto della integrale lettura delle relazioni peritali.

Deve quindi convenirsi che, esclusa la erroneità della interpretazione dell’art. 2087 cc, le censure formulate con il motivo all’esame non incidono sulla correttezza, sul piano dell’iter logico seguito e della corrispondenza delle argomentazioni alle risultanze istruttorie, delle conclusioni assunte con la sentenza impugnata, onde il motivo va rigettato.

3. La questione svolta con il secondo motivo non risulta trattata nella sentenza impugnata, nè la ricorrente specifica i termini e i modi con cui la stessa sarebbe stata devoluta al Giudice del gravame.

Configurandosi quindi come questione nuova, il secondo motivo deve ritenersi inammissibile.

4. In ordine al terzo motivo deve rilevarsi che il Tribunale ha ritenuto che il comportamento dei lavoratori, che avevano marcato il cartellino di presenza, ma si erano poi rifiutati di lavorare nelle zone a rischio, coincidenti con quelle contrassegnate dalle lett. A e B, esprimesse una giustificata reazione all’altrui inadempimento ai sensi dell’art. 1460 c.c., implicitamente valutando come irrilevante il fatto che, dopo la timbratura all’orologio marcatempo, i lavoratori medesimi si fossero trattenuti nelle vicinanze, senza recarsi ai singoli reparti di produzione, ma neppure allontanandosi dall’officina.

Trattasi di valutazione che non appare irragionevole, tenuto conto dei motivi dell’iniziativa, indicati dal Tribunale nell’avvenuta conoscenza da parte dei lavoratori del contenuto del verbale di sopralluogo del medico delle F.S. che riportava notizie allarmanti con riguardo a detto luogo di lavoro e del fatto che alcuni dipendenti (evidentemente ritenuti diversi da quelli esposti allo specifico rischio) avevano regolarmente lavorato.

Anche il motivo all’esame non merita quindi accoglimento.

5. In definitiva il ricorso va rigettato.

Le spese a favore dei controricorrenti, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza; non è luogo a provvedere al riguardo per gli altri intimati, che non hanno svolto attività difensiva.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione in favore dei controricorrenti delle spese di lite, che liquida in Euro 4.040,00 (quattromilaquaranta), di cui Euro 4.000,00 (quattromila) per compenso, oltre accessori come per legge; nulla sulle spese quanto agli altri intimati.

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Sufficiente la prova testimoniale per dimostrare che l’azienda abbia un numero di dipendenti inferiore a 15 (Cass. n. 18926/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

M.A. ha chiesto che venga accertata l’illegittimità del licenziamento intimatogli dalla I. spa per giustificato motivo oggettivo costituito dalla cessazione dei lavori presso il cantiere di (omissis), nel quale il ricorrente ha svolto la propria attività lavorativa con mansioni di capo squadra e sommozzatore professionista nel periodo dal 28.8.1993 al 20.7.1994, con le conseguenze previste dall’art. 18 l. n. 300/70 o dall’art. 8 l. n. 604/66 e con condanna della società al pagamento di altre voci retributive e al risarcimento del danno biologico subito a seguito di un infortunio sul lavoro.
Il Tribunale di Massa ha respinto, per quanto qui interessa, la domanda relativa alla illegittimità del licenziamento con sentenza che è stata riformata, su questo punto, dalla Corte d’appello di Genova, che ha ritenuto che il datore di lavoro non avesse provato che il M. non fosse utilmente collocabile in altre posizioni di lavoro anche in relazione alle sue mansioni di “capo cantiere” (e non solo di sommozzatore) ed ha condannato la I. spa alla riassunzione del lavoratore o, in difetto, al risarcimento del danno commisurato a un’indennità pari a tre mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.
Avverso tale sentenza ricorre per cassazione M.A. affidandosi a due motivi cui resiste con controricorso la I. spa che ha proposto anche ricorso incidentale fondato su due motivi.
Il Collegio ha disposto che sia adottata una motivazione semplificata.

 

Motivi della decisione

Preliminarmente, deve disporsi la riunione del ricorso principale e di quello incidentale, ex art. 335 c.p.c., trattandosi di impugnazioni proposte avverso la stessa sentenza.
Sempre in via preliminare, deve darsi atto della irrilevanza della “comunicazione per interruzione del processo ai sensi dell’art. 300 c.p.c.”, depositata in data 2.10.2012 dal difensore del ricorrente, dalla quale risulta l’avvenuto decesso del M. in data 23.6.2008, posto che, per giurisprudenza costante (cfr. ex plurimis Cass. sez. unite n. 14385/2007), nel giudizio di cassazione, che è dominato dall’impulso d’ufficio, non trova applicazione l’istituto dell’interruzione del processo per uno degli eventi previsti dall’art. 299 c.p.c., onde, una volta instauratosi il giudizio con la notifica del ricorso (nella specie, eseguita in data 5.4.2008), non produce interruzione del processo la morte del ricorrente, pur se comunicata dal difensore.
1.- Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia violazione degli artt. 2099, 2697 c.c., dell’art. 416 c.p.c. e del c.c.n.l. edili industria del 23.5.1991 in ordine alla statuizione con cui la Corte d’appello ha ritenuto che il lavoratore non avesse provato di avere percepito una retribuzione maggiore di quella risultante dalle buste paga. Il ricorrente sostiene, al riguardo, di avere dedotto con il ricorso introduttivo di avere goduto di un trattamento di miglior favore avendo percepito una retribuzione giornaliera superiore ai minimi tabellari di cui al c.c.n.l., circostanza questa che non solo non sarebbe stata specificamente contestata dalla convenuta, ma sarebbe stata fatta oggetto di espresso riconoscimento da parte della società nella memoria difensiva.
2.- Con il secondo motivo del ricorso principale si denuncia violazione degli artt. 18 l. n. 300/70 e 2697 c.c., relativamente alla statuizione con cui la Corte territoriale ha ritenuto che non fosse stato provato il requisito dimensionale stabilito dall’art. 18 l. n. 300/70 ai fini dell’applicabilità della c.d. tutela reale, e ciò dando esclusivo rilievo alle risultanze della prova testimoniale, che, secondo l’assunto, non poteva ritenersi “prova idonea alla dimostrazione di tale circostanza di fatto”.
3.- Con il primo motivo del ricorso incidentale si denuncia violazione degli artt. 18 l. n. 300/70, 3 l. n. 604/66 e 112 c.p.c., per avere la Corte territoriale preso in considerazione, ai fini della prova del giustificato motivo oggettivo, mansioni diverse da quelle di “capo squadra sommozzatore professionista”, dedotte dal lavoratore con il ricorso introduttivo.
4.- Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 13, 18 e ss. l. n. 300/70, 3 l. n. 604/66, 2103 e 2697 c.c., nonché vizio di motivazione, censurando la sentenza impugnata relativamente allo stesso punto oggetto del precedente motivo di ricorso, sotto il profilo della violazione dei principi in materia di onere della prova.
5.- Il primo motivo del ricorso principale è infondato poiché la Corte territoriale ha ritenuto che la deduzione del ricorrente di aver percepito una retribuzione superiore a quella indicata nelle buste paga fosse del tutto generica e che la convenuta non avesse, quindi, l’onere di assumere una precisa posizione al riguardo, con l’ulteriore conseguenza che era onere del ricorrente fornire la prova di quanto asserito a fondamento della domanda avente ad oggetto la rideterminazione della base di calcolo dei trattamenti retributivi accessori c.d. indiretti o differiti.
Tale statuizione è pienamente conforme all’orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex plurimis Cass. n. 11537/96) secondo cui nel rito del lavoro la mancata contestazione da parte del convenuto può assumere rilevanza ai fini della prova nei limiti in cui le allegazioni dell’attore siano specifiche e fornite di riferimenti concreti, non quando l’allegazione dell’attore sia anch’essa generica.
Né può ritenersi che la società convenuta avesse riconosciuto, nella memoria difensiva, di aver corrisposto al lavoratore l’importo da questi indicato in ricorso (maggiore di quello indicato nelle buste paga), essendosi limitata semplicemente a dedurre che il corrispettivo pattuito ed effettivamente liquidato al dipendente era “ben superiore ai minimi retributivi contemplati dalla normativa di settore”.
Il primo motivo deve essere pertanto respinto.
6.- Anche il secondo motivo del ricorso principale è infondato.
Secondo la giurisprudenza di questa S.C. (cfr. Cass. sez. unite n. 141/2006, cui si è uniformata la successiva giurisprudenza di legittimità), in tema di riparto dell’onere probatorio in ordine ai presupposti di applicazione della tutela reale o obbligatoria al licenziamento di cui sia accertata l’invalidità, i fatti costitutivi del diritto soggettivo del lavoratore a riprendere l’attività e, sul piano processuale, dell’azione di impugnazione del licenziamento sono esclusivamente l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’illegittimità dell’atto espulsivo, mentre le dimensioni dell’impresa, inferiori ai limiti stabiliti dall’art. 18 della l. n. 300/70, costituiscono, insieme al giustificato motivo di licenziamento, fatti impeditivi del suddetto diritto soggettivo del lavoratore e devono, perciò, essere provati dal datore di lavoro.
Nella fattispecie in esame, la Corte territoriale ha ritenuto che dalla prova testimoniale fosse emerso che la società occupava, al momento del licenziamento, meno di quindici lavoratori nel cantiere al quale era addetto il ricorrente e meno di sessanta lavoratori nell’ambito dell’intero territorio nazionale, e che non ricorressero pertanto i presupposti per l’applicabilità della c.d. tutela reale. Si tratta, per quanto riguarda la valutazione delle prove, di una valutazione che involge apprezzamenti di fattori, riservati al giudice del merito, al quale ò rimessa la valutazione delle risultanze istruttorie, così come la scelta, tra esse, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione (cfr. ex plurimis Cass. n. 16499/2009), e che, in quanto assistita da motivazione sufficiente e non contraddittoria, si sottrae alle censure che le sono state mosse in questa sede di legittimità, trattandosi, peraltro, di censure che risultano comunque prive di specificità e di un valido supporto argomentativo, risolvendosi le stesse, in sostanza, nell’affermazione – di cui non viene fornita una adeguata dimostrazione – secondo cui, nel caso di specie, la prova testimoniale non avrebbe potuto ritenersi “prova idonea alla dimostrazione di tale circostanza di fatto”. Anche il secondo motivo del ricorso principale deve essere pertanto respinto.
7.- Patimenti infondati devono ritenersi i motivi del ricorso incidentale, da esaminare congiuntamente in quanto logicamente connessi.
È giurisprudenza costante – cfr. ex plurimis, Cass. n. 14815/2005 – che, ai fini della legittimità del licenziamento per ragioni inerenti all’attività produttiva, sul datore di lavoro incombe l’onere di provare la concreta riferibilità del licenziamento a iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo sussistenti all’epoca della comunicazione del licenziamento, nonché l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita, in relazione al concreto contenuto professionale dell’attività cui il lavoratore stesso era precedentemente adibito (cfr. anche Cass. n. 21282/2006; Cass. n. 12514/2004).
Il giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative o produttive è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost.. Pertanto, spetta al giudice il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, e l’onere probatorio grava per intero sul datore di lavoro, che deve dare prova anche dell’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, onere che può essere assolto anche mediante il ricorso a risultanze di natura presuntiva ed indiziaria, mentre il lavoratore ha comunque un onere di deduzione e di allegazione di tale possibilità di reimpiego (Cass. n. 3040/2011; Cass. n. 6559/2010; Cass. n. 4068/2008).
Nel caso di specie, la Corte territoriale ha ritenuto che la società non avesse dimostrato di non poter impiegare il lavoratore anche nelle mansioni di “capo-cantiere”, mansioni che il ricorrente aveva dedotto e dimostrato di avere svolto, dirigendo e coordinando le maestranze che operavano nel cantiere di (omissis) , dando le direttive al personale di terra e provvedendo al rifornimento del materiale occorrente.
8.- La società sostiene che, nel caso in esame, il lavoratore non avrebbe dedotto, con il ricorso introduttivo, di avere svolto mansioni diverse o ulteriori rispetto a quelle di “capo squadra sommozzatore professionista” e che la Corte d’appello, nel ritenere non provato il giustificato motivo di licenziamento, avrebbe rivolto l’indagine all’esistenza di una circostanza (quella dello svolgimento di mansioni di “capo-cantiere”, differenti rispetto a quelle di capo squadra sommozzatore professionista) mai dedotta dal ricorrente e comunque ininfluente ai fini della valutazione del giustificato motivo oggettivo, trattandosi di mansioni che avrebbero avuto un rilievo del tutto marginale rispetto a quelle, assolutamente prevalenti, di “capo squadra sommozzatore”.
Tali censure non possono tuttavia trovare ingresso in questa sede di legittimità in quanto presuppongono l’accertamento della non equivalenza delle mansioni di “capo squadra” e di “capocantiere” (ovvero la riferibilità delle prime, nella concreta organizzazione aziendale, alla sola figura del capo di una squadra di sommozzatori) e, comunque, della assoluta prevalenza, in concreto, dello svolgimento di mansioni proprie del sommozzatore professionista, in contrasto con la valutazione di fatto operata dalla Corte territoriale in ordine ad entrambi i punti sopra indicati, valutazione che si risolve in un accertamento che è tipicamente riservato al giudice del merito e che non è censurabile in cassazione in quanto comunque sorretta da motivazione adeguata e coerente sul piano logico.
9.- In conclusione, sia il ricorso principale che quello incidentale devono essere respinti. In considerazione della reciproca soccombenza, si ravvisano giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi; spese compensate.

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Sanzioni amministrative: sono più “genuine” le dichiarazioni rese dai dipendenti in sede di ispezione (Cass. n. 18551/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 7 agosto 2009 la Corte di Appello di Salerno rigettava il gravame proposto dalla soc. RIMOA a r.l. e da N.M. avverso la sentenza del Tribunale di Salerno, che aveva respinto le opposizioni aventi ad oggetto: 1) il verbale ispettivo redatto il 15.12.2008, con cui erano stati invalidati i contratti di formazione e lavoro stipulati dalla predetta società con otto dipendenti; 2) le cartelle esattoriali n. (omissis), con le quali era stato chiesto il pagamento della somma di L. 416.889.773 e della somma di Euro 49.477,94 a titolo di contributi previdenziali, interessi di mora e somme aggiuntive; 3) l’ordinanza ingiunzione n. 318/99, con la quale era stato chiesto alla Rimoa s.r.l. e a N.M. il pagamento della somma di L. 2.700.000 a titolo dì sanzione amministrativa per non avere provveduto a sanare l’esposizione debitoria entro il termine previsto dalla L. n. 689 del 1981, art. 36.

Osservava la Corte di appello che il giudice di primo grado aveva ritenuto di dare maggiore credito a quanto dichiarato dai lavoratori nel corso dell’accertamento ispettivo rispetto alla versione dei fatti fornita dai testi in sede istruttoria. La Corte di appello condivideva tale giudizio rilevando che la prima versione si presentava dotata di un maggiore grado di attendibilità e genuinità anche per l’univocità delle dichiarazioni e la circostanziata descrizione dei fatti, con la conseguenza che non era stata provata la causa formativa del contratto; i lavoratori avevano svolto mansioni diverse da quelle per le quali i contratti erano stati conclusi ed avevano continuato prevalentemente ad occuparsi delle medesime attività alle quali erano stati adibiti in occasione di precedenti contratti di formazione e lavoro. La Corte territoriale respingeva l’eccezione di genericità delle cartelle di pagamento e quella vertente sulla violazione del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la ******à Rimoa a r.l., affidandolo a otto motivi.

Resistono, con controricorso, l’INPS e l’INAIL, mentre il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali si è costituito al solo fine della partecipazione alla discussione orale.

Equitalia E.TR. s.p.a. e la Direzione provinciale del lavoro di Salerno sono rimasti intimati.

La società ricorrente ha depositato memoria illustrativa ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

Con i primi tre motivi, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., artt. 1697 e 2700 cod. civ. (art. 360 cod. proc. civ., n. 3) e vizio di motivazione (art. 360 cod. proc. civ., n. 5), sostenendosi l’erronea interpretazione dei principi che regolano la valenza indiziaria delle informazioni trasfuse nei verbali ispettivi, pure in relazione alla possibilità che queste siano invalidate dalla prova contraria; l’erronea valutazione delle dichiarazioni rese dai lavoratori nel corso dell’ispezione; l’omessa considerazione delle contrarie risultanze della prova testimoniale.

Con il quarto e il quinto motivo, si deduce la violazione dei principi regolatori del giusto processo (art. 111 Cost.) in relazione all’obbligo di motivazione e alla garanzia del diritto di difesa (art. 24 Cost.), anche per mancato esaurimento della prova testimoniale con l’audizione di tutti i testi ammessi.

Con il sesto motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. 19 dicembre 1984, n. 863 e degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. (art. 360 cod. proc. civ., n. 3), nonchè vizio di motivazione (art. 360 cod. proc. civ., n. 5) per avere la Corte di appello omesso di interpretare le risultanze istruttorie alla luce del fatto che la figlia dell’amministratore, consulente vetrinista, era incaricata della formazione, come indicato nel programma approvato dalla competente commissione regionale.

Con il settimo motivo, si censura la sentenza per violazione del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, sostenendosi che la Corte territoriale aveva errato nel ritenere che la riunione dei procedimenti aventi ad oggetto le impugnative del verbale di accertamento e delle cartelle esattoriali avesse fatto venire meno l’esigenza della pregiudiziale verifica della legittimità e della fondatezza dell’accertamento effettuato dagli organi ispettivi.

Con l’ottavo motivo, si censura la sentenza per violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 13, comma 8, e del D.M. 3 settembre 321, nonchè per vizio di motivazione, anche in relazione dei principi costituzionali del giusto processo (art. 360 c.p.c., n. 5 e art. 360 bis cod. proc. civ., n. 2), per avere la Corte territoriale omesso di esaminare la eccepita nullità della cartella esattoriale per erronea indicazione del soggetto creditore, in violazione della prescrizione contenuta nel richiamato D.M., e per mancata indicazione tra i titolari del credito del cessionario S.C.CI. s.p.a..

In sede di controricorso, l’INAIL ha eccepito, in via preliminare, la tardività del ricorso in quanto proposto oltre il termine breve per impugnare, scadente nella giornata di sabato (14 novembre 2009), per l’ipotesi in cui sia ritenuta non applicabile la nuova formulazione dell’art. 155 cod. proc. civ., comma 5; il proprio difetto di legittimazione passiva; l’inammissibilità del ricorso a norma dell’art. 360 bis cod. proc. civ., introdotto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, che, all’art. 47, comma 1, lett. a), ha previsto un esame preliminare di ammissibilità del ricorso, tale da esigere in capo al ricorrente l’onere di indicare specificamente i precedenti giurisprudenziali che non sarebbero stati applicati dai giudici di merito o i principi del giusto processo che sarebbero stati violati.

L’eccezione di inammissibilità del ricorso per tardività è infondato.

L’art. 155 cod. proc. civ., comma 4, prevede che “se il giorno di scadenza è festivo, la scadenza è prorogata di diritto il primo giorno seguente non festivo”. Il comma 5, dello stesso articolo, aggiunto dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. F), con effetto dal 1 marzo 2006 per i procedimenti iniziati dopo tale data, prevede che “la proroga prevista dal comma 4, si applica altresì ai termini per il compimento degli atti processuali svolti fuori dell’udienza che scadono nella giornata del sabato”. Tale norma è applicabile anche ai procedimenti (come quello in esame) pendenti alla data del 1 marzo 2006 in virtù della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58, comma 3, con l’ulteriore precisazione che tali disposizioni si applicano solo ai termini in scadenza dopo la data di entrata in vigore della L. n. 69 del 2009 e non anche ai termini che a tale data risultino scaduti (Cass. ord. 5 aprile 2011 n. 7841).

Nel caso in esame, il termine di sessanta giorni di cui all’art. 325 cod. proc. civ., comma 2, decorrente dal 15 settembre 2009, veniva a scadere (dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009) nella giornata di sabato 14 novembre 2009, con proroga de iure al lunedì successivo (16 novembre 2009), data in cui è stato tempestivamente attivato il procedimento notificatorio.

Quanto all’eccezione di difetto di legittimazione passiva, l’Istituto aveva l’onere di proporla con ricorso incidentale, mancando, in ordine al ricorso per Cassazione, una norma parallela a quella dell’art. 346 cod. proc. civ., che consente in appello la pura e semplice riproposizione delle domande e delle eccezioni non accolte in primo grado. Il controricorso ha funzione limitata alla difesa contro il ricorso avversario, con esclusione di ogni finalità impugnativa; questa è realizzabile soltanto con il ricorso incidentale, eventualmente condizionato (anche in ordine a questioni preliminari o pregiudiziali) (cfr. ex plurimis, Cass. sent. 22 giugno 2001 n. 8537; 19 settembre 2000 n. 12386).

Riguardo all’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata con riferimento all’art. 360 bis cod. proc. civ., n. 2 – che contempla l’ipotesi di manifesta infondatezza della censura relativa alla violazione dei principi regolatori del giusto processo -, deve rilevarsi che le disposizioni dettate con gli artt. 376 e 380 bis cod. proc., descrivono il procedimento preordinato all’esame preliminare del ricorso, onde stabilire se esso debba essere dichiarato inammissibile ovvero accolto o rigettato per essere in modo manifesto fondato o infondato. Tale esame è già avvenuto in sede dì vaglio preliminare di ammissibilità del ricorso operato dalla apposita Sezione di questa Corte.

Per altro verso, deve osservarsi che la “violazione dei principi regolatori del giusto processo”, di cui alla clausola di cui al n. 2 dell’art. 360 bis, non costituisce una nuova categoria di vizi denunciabili con il ricorso, come sembra ritenere parte ricorrente con il quarto e il quinto motivo. Con la clausola suddetta, il legislatore non ha introdotto un nuovo motivo di ricorso accanto a quelli di cui all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, ma ha segnato unicamente le condizioni per la sua rilevanza, mediante l’introduzione uno specifico strumento con funzione di “filtro”, sì che sarebbe contraddittorio trarne la conseguenza di ritenere ampliato il catalogo dei vizi che possono essere denunciati con il ricorso per cassazione.

Le relative censure sono pertanto inammissibili.

I primi tre motivi del ricorso, che possono essere trattati congiuntamente involgendo questione tra loro connesse, sono infondati.

Secondo costante giurisprudenza di questa Corte, i verbali redatti dagli ispettori del lavoro, o comunque dai funzionari degli enti previdenziali, fanno fede fino a querela di falso, ai sensi dell’art. 2700 cod. civ., solo relativamente alla loro provenienza dal sottoscrittore, alle dichiarazioni a lui rese ed agli altri fatti che egli attesti come avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, mentre, per quanto riguarda le altre circostanze di fatto che egli segnali di avere accertato nel corso dell’inchiesta per averle apprese da terzi o in seguito ad altre indagini, i verbali, per la loro natura di atto pubblico, hanno un’attendibilità che può essere infirmata solo da una specifica prova contraria (Sezioni Unite, sent. n. 916 del 3 febbraio 1996; conf. nn. 3973 e 7168 del 1998; nn. 3374 e 5141 del 1999; n. 5227 del 2001, n. 13003 del 2003; n. 12009 del 2004).

La censura secondo cui la Corte di appello avrebbe violato i principi di diritto di cui agli artt. 115, 116 cod. proc. civ. e artt. 2697 e 2700 cod. civ., non è fondata, atteso che non è stato attribuito al verbale ispettivo alcun valore di prova privilegiata, ma le circostanze riferite dai lavoratori sono state motivatamente apprezzate in una valutazione comparativa con le risultanze istruttorie, privilegiando le prime per una serie di argomenti di ordine logico, nemmeno specificamente censurati dalla ricorrente.

In tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5, e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. n. 14267 del 2006; cfr. pure Cass. 12 febbraio 2004 n. 2707).

Il ricorso in esame sollecita, nella forma apparente della denuncia di error in iudicando, un riesame dei fatti, inammissibile in questa sede.

Quanto al vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), premesso che questo può rilevare solo nei limiti in cui l’apprezzamento delle prove – liberamente valutabili dal giudice di merito, costituendo giudizio di fatto – si sia tradotto in un iter formativo di convincimento affetto da vizi logici o giuridici, restando altrimenti insindacabile, deve rilevarsi che risultano enucleabili – nel pur ampio contesto narrativo dell’impugnazione, recante la integrale trascrizione delle deposizioni – soltanto tre censure dotate di un sufficiente grado di specificità rispetto alla motivazione della sentenza impugnata.

Si sostiene che la Corte di appello avrebbe trascurato di considerare alcuni fatti di importanza determinante: a) l’allestimento delle vetrine era curato dalla figlia del titolare, quale responsabile della formazione delle lavoratrici assunte per l’acquisizione della professionalità di vetrinista; b) la lavoratrice assunta per la formazione alla qualifica di contabile aveva riferito di avere svolto operazioni proprie di tale qualifica, come registrazioni relative a fornitori, pagamenti e fatture; c) altra lavoratrice si era assentata per diversi e consecutivi periodi di maternità, per cui nessuna prova poteva dirsi acquisita circa la non conformità delle mansioni al progetto, stante la brevità del rapporto di lavoro; analogamente era avvenuto per un altro dipendente, assentatosi lungamente per motivi di salute.

I fatti dedotti con tali censure sono privi di decisività.

La circostanza che la figlia del responsabile fosse indicata come incaricata della formazione nei progetti approvati in sede amministrativa non dimostra che l’obbligo formativo sia stato effettivamente assolto. I giudici di merito hanno ritenuto che il dato emerso in sede ispettiva – secondo cui “l’allestimento delle vetrine è stato sempre curato dalla figlia del responsabile, sig.ra N.” – fosse da interpretare alla stregua delle informazioni acquisite dagli ispettori, che nessun riferimento contenevano all’attività di formazione ed erano incentrate sul perdurante svolgimento, da parte delle dipendenti assunte per l’apprendimento della qualifica di vetrinista, delle mansioni di commesse che queste avevano svolto in precedenza, in occasioni di altri c.f.l..

Quanto alla lavoratrice assunta con c.f.l. per l’acquisizione della qualifica di contabile, nessun errore di valutazione o vizio logico è ravvisabile nella motivazione che ha ritenuto, anche in questo caso, il perdurante esercizio delle medesime attività svolte in occasione di un precedente contratto di formazione. La lavoratrice aveva dichiarato agli ispettori che nel secondo periodo di attività (quello oggetto di accertamento) aveva “svolto lo stesso lavoro del periodo precedente (…)” e che si era occupata anche delle registrazioni contabili (“e mi occupavo anche delle registrazioni contabili”). Il significato attribuito dal giudice di merito non contrasta con il senso delle parole usate dalla teste, ben potendo la congiunzione “e” indicare il solo coordinamento aggiuntivo di due elementi della frase che hanno la stessa funzione sintattica, indicando che vale per il secondo ciò che si dice per il primo e, dunque, che anche in occasione del precedente contratto di formazione e lavoro per la qualifica di contabile d’ordine la lavoratrice si era occupata anche delle registrazioni contabili.

Quanto ai lavoratori rimasti assenti lungamente per maternità o malattia, è logicamente sostenibile che il difetto di conformità al programma formativo possa ritenersi sussistente anche a fronte di un breve periodo di svolgimento del rapporto, in mancanza di elementi che facciano ritenere che, se i lavoratori non si fossero assentati, le modalità sarebbero state diverse da quelle riscontrate.

I denunciati vizi di motivazione sono dunque insussistenti.

Le ulteriori censure, di ordine processuale, attengono alla omessa trascrizione delle deposizioni testimoniali e al mancato completamento della prova testimoniale.

Circa il primo rilievo, a parte l’oscurità della censura, che non lascia comprendere sotto quale profilo il diritto di difesa sarebbe stato violato, nessun obbligo nè onere di trascrizione integrale delle deposizioni gravava sul giudice, la cui omissione non comporta alcun nullità della sentenza, come invece infondatamente prospettato dalla parte.

Ci si duole, inoltre, che il giudice di primo grado abbia dichiarato chiusa l’istruzione dopo l’audizione dei primi tre testi, trattenendo la causa in decisione, senza procedere al completamento della prova con gli altri tre testi ammessi, regolarmente citati, ma non comparsi per l’udienza fissata.

Il motivo è inammissibile.

Innanzitutto, per potere ipotizzare una omessa pronuncia, la parte avrebbe dovuto dedurre e dimostrare di avere devoluto la questione al giudice del gravame mediante la formulazione di un motivo di impugnazione, mentre il ricorso per cassazione è privo di qualsiasi indicazione al riguardo. Altro profilo di inammissibilità è rinvenibile nell’assenza di qualsiasi deduzione sul carattere decisivo del mancato completamento della prova, pure considerato che i testi – per quanto si desume dal ricorso – avrebbero dovuto deporre sulle stesse circostanze su cui erano già stati ascoltati i primi tre testimoni, la cui versione è stata ritenuta non accreditabile dai giudici di merito di primo e di secondo grado con argomentata soluzione interpretativa.

Riguardo al sesto motivo, si è già detto del carattere non decisivo dell’avere la figlia dell’amministratore assunto la veste di soggetto formatore nel programma presentato alla Commissione regionale per l’impiego della Regione Campania, elemento del tutto inidoneo – di per sè – ad inficiare la fondatezza delle risultanze probatorie circa il vizio funzionale del rapporto.

Con il settimo motivo, si lamenta violazione del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, che al comma 3 dispone che “se l’accertamento effettuato dall’ufficio è impugnato davanti all’autorità giudiziaria, l’iscrizione a ruolo è eseguita in presenza di provvedimento esecutivo del giudice”, sostenendosi che la riunione delle impugnative del verbale di accertamento e delle cartelle esattoriali, dando luogo alla contestuale definizione dei giudizi, ha precluso il pregiudiziale accertamento della legittimità e fondatezza dell’accertamento effettuato dagli organi ispettivi.

Il motivo è inammissibile.

La Corte di appello ha respinto l’eccezione incentrata sulla presunta violazione del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 3, dal momento che il giudice di primo grado aveva legittimamente disposto la riunione dei procedimenti aventi ad oggetto le impugnative del verbale di accertamento e delle cartelle esattoriali ed ha quindi proceduto alla contestuale definizione dei due giudizi.

La ricorrente prospetta che, con tale motivazione, la Corte avrebbe omesso di considerare che l’INPS aveva proceduto alla iscrizione a ruolo e alla emissione delle cartelle di pagamento pur a fronte della pendenza del giudizio di accertamento avente ad oggetto il verbale ispettivo.

In tema di ricorso per cassazione, ai fini del rituale adempimento dell’onere, imposto al ricorrente dall’art. 366 cod. proc. civ., comma 1, n. 6, di indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è necessario che, in ossequio al principio di autosufficienza di detto atto processuale, si provveda anche alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. da ultimo, Cass. ordinanza n. 4220 del 2012).

In virtù del principio di autosufficienza parte ricorrente avrebbe dovuto indicare in quale sede giudiziaria la questione venne introdotta e gli esatti termini della stessa. Nel caso specifico, il difetto di tali allegazioni gravanti sul ricorrente per cassazione non consente di comprendere se l’impugnazione dell’accertamento si sia collocata temporalmente prima o dopo l’iscrizione a ruolo effettuata dall’ufficio e nemmeno se avesse formato oggetto di contestazione, e in quali termini, nel giudizio di merito, la legittimità dell’iscrizione a ruolo rispetto alla proposizione dell’azione di accertamento negativo del credito contributivo.

Peraltro, in punto di diritto, la riunione dei giudizi non solo era ammissibile, stante l’evidente connessione delle cause, ma ha consentito altresì di evitare soluzioni processuali contrastanti (cfr., Cass. n. 16203 del 2008).

Con l’ottavo motivo, si deduce violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 13, comma 8 e del D.M. 3 settembre 321, nonchè vizio di motivazione (art. 360 cod. proc. civ., n. 5) per avere la Corte territoriale omesso di esaminare l’eccezione di nullità della cartella esattoriale.

Anche tale motivo è inammissibile.

La questione è stata erroneamente identificata come violazione di legge (art. 360 cod. proc. civ., n. 3), pur prospettando l’omesso esame di un’eccezione di parte e dunque un error in procedendo (art. 360 cod. proc. civ., n. 4). Qualora una questione sia stata già proposta ed il giudice di merito non si sia pronunciato su di essa, la stessa può essere fatta valere non sotto il profilo di violazione di legge, ma solo come violazione dell’art. 112 c.p.c., cioè sotto il profilo di omessa corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.

In tal caso per evitare una pronuncia di inammissibilità per novità della censura il ricorrente che lamenta l’omessa pronuncia su una domanda o una eccezione ha l’onere di indicare in quali atti e specifiche frasi, nell’ambito di tali atti l’abbia proposta dinanzi al giudice di merito (v. Cass. n. 7194 del 2000). La denuncia di omesso esame attiene alla violazione del principio “tantum devolutum quantum appellatum”, ai sensi dell’art. 437 cod. proc. civ., da cui l’onere della ricorrente, in ottemperanza del principio di specificità e autosufficienza del ricorso per cassazione di riportare nel ricorso nei loro esatti termini, i motivi di appello dei quali si lamenta l’omesso esame (v. pure, Cass. n. 23420 del 2011).

In conclusione, il ricorso va respinto.

Quanto all’onere delle spese a carico della parte soccombente ex art. 91 cod. proc. civ., deve farsi applicazione del nuovo sistema di liquidazione dei compensi agli avvocati di cui al D.M. 20 luglio 2012, n. 140.

Il D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, convertito, con modificazioni, in legge 24 marzo 2012, n. 27, dispone:

“1. Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico.

2. Ferma restando l’abrogazione di cui al comma 1, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante, da adottare nel termine di centoventi giorni successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, (omissis).

3. Le tariffe vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.” Con Decreto 20 luglio 2012, n. 140, è stato quindi emanato il Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi del citato art. 9. Il Regolamento trova applicazione in difetto di accordo tra le parti in ordine al compenso (D.M. n. 140 del 2012, art. 1, in riferimento al D.L. n. 1 del 2012, art. 9, comma 4, conv. L. 24 marzo 2012, n. 27).

L’art. 41 di tale Decreto n. 140 del 2012, aprendo il Capo 7^ relativo alla disciplina transitoria, stabilisce che le disposizioni regolamentari introdotte si applicano alle liquidazioni successive all’entrata in vigore del Decreto stesso, avvenuta il 23 agosto 2012.

Il riferimento testuale al momento della liquidazione contenuto nell’art. 41 citato (“le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”) depone per la soluzione interpretativa che porta a ritenere applicabile la nuova disciplina anche ai casi in cui le attività difensive si siano svolte o siano comunque iniziate nella vigenza dell’abrogato sistema tariffario forense.

Nel nuovo sistema, che non prevede più la distinzione tra diritti e onorari, ma esige che la valutazione dell’opera del professionista avvenga per fasi processuali (artt. 4 e 11) e secondo parametri specifici (art. 11 e tabella A-Avvocati), l’apprezzamento dell’attività difensiva, alla stregua dei criteri di cui ai commi 2 e 3, art. 4, non è più correlato al momento in cui l’opera è prestata, ma al momento in cui questa viene valutata dal giudice.

Qualsiasi diversa soluzione interpretativa che consentisse l’applicazione del sistema tariffario alle liquidazioni successive all’entrata in vigore del D.M. in esame contrasterebbe non solo con la disposizione regolamentare di cui all’art. 41 citato, ma anche con il dettato normativo di cui al D.L. n. 1 del 2012, art. 9, comma 3, conv. L. 24 marzo 2012, n. 27, che ha – con chiarezza – escluso l’ultrattività del sistema tariffario oltre la data di entrata in vigore del decreto ministeriale, avvenuta anteriormente alla scadenza del termine (di centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione) fissato per la transitoria applicazione del sistema tariffario abrogato.

Avuto riguardo allo scaglione di riferimento della causa; tenuto conto dei parametri generali indicati nel menzionato art. 4 del D.M.; considerati i valori e le percentuali di variazione indicati nella Tabella A per ciascuna delle tre fasi relative al giudizio di cassazione (fase di studio, fase introduttiva e fase decisoria), i compensi sono liquidati, in favore dell’INPS, nella misura omnicomprensiva di Euro 7.000,00, oltre Euro 50,00 per esborsi, mentre, in favore del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, (che si è limitato a partecipare alla discussione orale e che pertanto può vedersi liquidati i compensi relativi alle sole fasi di studio e decisoria), nella misura di Euro 3.500,00.

La infondatezza delle eccezioni sollevate dall’INAIL giustifica la compensazione delle spese relativamente a tale parte del giudizio.

Nulla va disposto per le spese relativamente alle restanti parti, rimaste intimate.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento dei compensi relativi al presente giudizio, che liquida in Euro 7.000,00, oltre Euro 50,00 per esborsi, in favore dell’INPS e in Euro 3.500,00 in favore del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Compensa le spese nei confronti dell’INAIL. Nulla per le spese quanto alle restanti parti.

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Operaio muore di cancro al polmone: riconosciuto il danno agli eredi anche se era un accanito fumatore (Cass. n. 18472/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 9 marzo 2009 la Corte di Appello di Taranto rigettava il gravame proposto dagli eredi di B.M. avverso la sentenza del Tribunale di Taranto che aveva respinto la domanda dagli stessi proposta iure hereditatis per l’accertamento della responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ. e per il risarcimento del danno morale e biologico patito dal loro congiunto, deceduto in data 19.7.98 per carcinoma polmonare, dopo due anni di malattia.

I suddetti eredi avevano dedotto che B.M. aveva lavorato alle dipendenze della SIFI s.p.a. dal 18.3.72 al 27.7.87 con mansioni di operaio coibentatore, segnatamente di muratore refrattarista, ed aveva sempre prestato la sua attività all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto, occupandosi del rifacimento e della manutenzione dei rivestimenti di amianto degli altiforni e restando esposto, nello svolgimento di tali mansioni, a fumi, polveri e fibre di amianto.

Osservava la Corte di appello che era condivisibile l’esito del giudizio di primo grado, in quanto il C.t.u. nominato in quella sede aveva concluso, per un verso, che non era ravvisabile un nesso certo o altamente probabile tra l’inspirazione di particelle di amianto e neoplasia polmonare; per altro verso, che non era possibile affermare che l’insorgenza della neoplasia sarebbe stata evitabile con l’adozione degli opportuni accorgimenti nell’ambiente lavorativo, poichè il B. era stato un fumatore.

Nel disattendere il motivo di appello con il quale si era lamentata la mancata considerazione della presenza nell’ambiente di lavoro di fumi, polveri di colata, apirolio, catrame e benzene (idrocarburi aromatici contenenti PAH), ossia di agenti patogeni indicati dalle autorità sanitarie come possibili fattori di insorgenza di carcinomi polmonari nei lavoratori addetti alle lavorazioni che ne facciano uso, osservava la Corte che vi era un difetto di idonea allegazione in fatto, sì da doversi escludere che la mancata contestazione potesse valere a ritenere pacifici, e dunque provati, i fatti allegati. Difatti, gli eredi ricorrenti avevano incentrato la domanda essenzialmente sul fatto che il lavoro del loro congiunto si era svolto a contatto quotidiano con l’amianto.

Con gli altri motivi di appello era stata lamentata l’erronea applicazione dei principi in tema di causalità. In particolare, non stato debitamente considerato: a) che il nesso eziologico tra esposizione a fattori ambientali nocivi e insorgenza del tumore polmonare non poteva ritenersi escluso dalla presenza di eventuali concause, quali il tabagismo; b) che l’inspirazione di fibre di asbesto può comunque costituire fattore concorrente nel determinismo causale e ad un maggiore quantitativo di tali fibre inalate corrisponde una riduzione del periodo di latenza del tumore; c) che la generica indicazione della condizione di “ex fumatore” non poteva fondare un giudizio di esclusione di altri fattori causali o concausali.

Nel disattendere tali censure, la Corte di appello osservava che il carcinoma polmonare è malattia che riconosce il tabagismo come eziologia predominante (in una misura variabile tra l’85% e il 90% dei casi), mentre all’asbesto può ricondursi solo una piccola percentuale di casi; è invece il mesotelioma ad essere causato nell’80% dei casi dalla inalazione di fibre di amianto. Elementi di valenza indiziaria erano costituiti dalla comparsa del tumore in età tradizionale in cui questo di manifesta; nella mancanza di un significativo aumento di incidenza nel gruppo di lavoro del quale il B. faceva parte; nel fatto che, avendo lo stesso lavoratore affermato di essere un ex fumatore, questo non poteva che alludere ad un consumo non esiguo di sigarette, in mancanza di elementi da cui potere trarre il convincimento che l’uso fosse di scarso peso, tale da non determinare una situazione di pericolo.

Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso gli eredi di B.M., con due motivi, articolati in quesiti di diritto.

Si sono costituiti, con controricorso, la S.I.F.I. s.p.a. e l’INA Assitalia. La soc. S.I.F.I. propone altresì ricorso incidentale per censurare il capo relativo alla compensazione delle spese di lite.

Motivi della decisione

Preliminarmente, deve disporsi la riunione dei ricorsi ex art. 335 cod. proc. civ., trattandosi di impugnazioni aventi ad oggetto la medesima sentenza.

Il primo motivo del ricorso principale denuncia violazione di legge (artt. 2087, 1218, 2729 e 2697 cod. civ., artt. 115 e 116 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) e vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) per avere i giudici di merito omesso di considerare l’esposizione del lavoratore ad altri agenti patogeni oltre all’amianto, quali idrocarburi, fumi e polveri di molatura e saldatura, catrame, benzolo, apirolio, radiazioni, vapori acidi utilizzati per la pulizia dei macchinari, fattori tossici tutti ampiamente presenti nello stabilimento Ilva di Taranto, come dimostrato dai risultati delle indagini sulle emissioni compiute da organi del ministero dell’ambiente. La Corte di appello avrebbe dovuto ritenere acquisita al thema decidendum, per mancata specifica contestazione, la presenza di tali ulteriori fattori di rischio o, in caso contrario, ammettere la prova testimoniale onde accertarne l’esistenza ai fine dell’indagine sull’effetto sinergico di tali fattori se non quale indipendente apporto alla serie causale, anche come fattore accelerativo del rischio tabagico. Si chiede inoltre a questa Corte se possa essere qualificato, secondo nozioni di comune esperienza, forte fumatore con prolungata abitudine tabagica un soggetto che la documentazione rinvenuta nella scheda di anamnesi di una cartella clinica qualifichi solo come “ex fumatore”, senza alcun riferimento alla durata e alla quantità del consumo.

Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge in relazione all’erronea interpretazione ed applicazione dei principi che regolano il rapporto di causalità e il concorso di cause (artt. 40 e 41 cod. pen. e artt. 1223, 1226, 2043 e 2087 cod. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5). Segnatamente, si deduce che la sentenza: a) omette la verifica dell’apporto causale di tutti i fattori di rischio presenti nell’ambiente di lavoro ove ha operato il de cuius, oltre all’amianto, unico considerato; b) non considera l’effetto sinergico moltiplicatore e accelerativo della contemporanea presenza di più fattori morbigeni; c) afferma, in assoluta carenza di prova, la sussistenza di una prolungata abitudine tabagica nel de cuius per affermarne la preponderanza causale; d) subordina alla verificazione di una percentuale di probabilità superiore al 90% (come da quesito sottoposto al C.t.u.) – l’accertamento del nesso eziologico, in luogo del criterio del “più probabile che non”; e) erroneamente afferma che una neoplasia polmonare da asbesto debba necessariamente essere preceduta da una asbestosi.

I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente, involgendo questioni tra loro connesse, sono fondati.

In punto di diritto, giova premettere che gli eredi agiscono iure hereditatis per il riconoscimento della riconducibilità a responsabilità datoriale ex art. 2087 cod. civ. in relazione al diritto al risarcimento dei danni maturati in capo al de cuius nel periodo di tempo tra l’insorgenza della malattia e il momento del decesso, che nella specie risulta essere avvenuta a distanza di circa due anni (sulla questione del danno biologico trasmissibile iure successionis, cfr., tra le più recenti, Cass. 23053 del 30 ottobre 2009).

Circa l’esposizione a fattori morbigeni concorrenti (con l’amianto), la Corte di appello ha ritenuto che non vi fosse alcun onere, per la parte resistente, di prendere specifica posizione in ordine alle relative allegazioni di parte ricorrente, essendo queste del tutto generiche. Tuttavia, dal tenore del motivo di appello, quale riportato nel ricorso per cassazione risulta che la parte aveva indicato, con sufficiente specificità, gli agenti patogeni ritenuti presenti nell’ambiente lavorativo unitamente all’asbesto, più direttamente connesso alla manipolazione dovuta alle operazioni proprie delle mansioni di operaio coibentatore. Inoltre, stante l’effetto sostitutivo della sentenza di appello, nella cui motivazione nessun riferimento è contenuto agli elementi (di prova indiretta, acquisiti nel diverso giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno morale sofferto iure proprio dagli eredi e definito dal tribunale civile con sentenza di rigetto) valorizzati dal primo giudice per escludere l’esistenza di concorrenti fattori causali presenti nell’ambiente di lavoro, la sentenza di appello risulta basata sul solo rilievo della genericità dell’allegazione, tale da esonerare il convenuto dal prendere specifica posizione riguardo alla nocività dell’ambiente lavorativo; la Corte di merito ha difatti osservato come fosse inesigibile un contegno processuale di specifica contestazione (dell’ impiego di altre sostanze nocive nel ciclo produttivo), trattandosi di allegazione “che non è mai stata fondamentale ai fini dell’accoglimento della domanda”. Al contrario, deve rilevarsi che l’assunto della esposizione ai suddetti agenti patogeni – espresso nel motivo di appello – non era stato sanzionato dalla Corte come inammissibile per novità e dunque la questione era stata enunciata sin dal primo grado negli stessi termini esposti in appello, ossia con l’indicazione specifica delle sostanze tossiche presenti nell’ambiente lavorativo, rilevanti – secondo la prospettazione di parte ricorrente – ai fini (quanto meno) di un effetto sinergico e moltiplicatore del rischio insito nell’esposizione all’amianto. La specificità dell’allegazione imponeva al datore di lavoro l’onere di altrettanto puntuale contestazione.

Inoltre, poichè il lavoratore non è tenuto a conoscere la composizione delle sostanze a contatto delle quali si trova ad operare, deve ammettersi una scissione tra oneri di allegazione e oneri probatori, tale che la prova offerta dal lavoratore possa essere integrata dall’ufficio mediante c.t.u..

In materia di responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ., di natura contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell’art. 1374 cod. civ., dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale, il riparto degli oneri probatori esige che grava sul lavoratore allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

L’indagine peritale, orientata esclusivamente al riscontro del nesso causale tra esposizione ad amianto e insorgenza del carcinoma polmonare, risulta quindi lacunosa in quanto basata su l’erronea interpretazione ed applicazione dei principi in tema di riparto degli oneri probatori.

La sentenza risulta altresì affetta da vizio di motivazione, riferibile a quanto testè osservato circa la mancata considerazione del fatto decisivo costituito dalla omessa indagine circa l’esposizione del B. ad altri (potenziali) fattori di rischio e l’idoneità degli stessi di agire come fattori causali o concausali dell’evento o in relazione sinergica con l’amianto.

Peraltro, anche con riferimento al secondo motivo la sentenza risulta affetta da error in iudicando e da vizio di motivazione per avere, da un lato, attribuito al fattore extralavorativo, solo perchè dotato di una maggiore probabilità statistica, l’idoneità a costituire causa esclusiva della neoplasia anzichè causa eventualmente solo concorrente nel determinismo causale. Ai sensi dell’art. 41 cod. pen., va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito alla produzione dell’evento, salvo il limite derivante dall’intervento di un fattore esterno all’attività lavorativa che sia di per sè sufficiente a produrre l’infermità e a far degradare altre evenienze a mere occasioni. Nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 citato, per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, che sia di per sè sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (cfr. in tal senso, Cass. n. 14770 del 2008; nel caso esaminato, è stata cassata la sentenza che aveva attribuito al tabagismo efficacia causale della rilevata broncopneumopatia cronica, senza approfondire se la noxa professionale riconosciuta dal CTU, pur marginale, avesse avuto un ruolo concausale, anche se ridotto; v. pure, Cass. n. 13361 del 2011).

La Corte territoriale non ha indicato quali fossero i caratteri per i quali il tabagismo del B., anzichè costituire un fattore concorrente, avesse assunto preponderanza causale, tale da far degradare i fattori di rischio lavorativi a mere occasioni.

Nell’escludere il nesso eziologico, la Corte territoriale ha valorizzato principalmente – accanto a dati di rilievo indiziario (epoca dell’insorgenza della malattia, assenza di percentuali significative nel gruppo di lavoro del B.) – il dato epidemiologico dell’essere modesta la percentuale dei carcinomi polmonari correlatali all’asbesto e molto elevata quella imputabile al tabagismo, ma tale dato non rileva direttamente ai fini dell’esclusione, in singoli soggetti esaminati, dell’eziologia professionale della malattia, la quale attiene alla idoneità – ossìa alla potenzialità, scientificamente fondata – del fattore lavorativo a costituire causa o concausa dell’insorgenza del tumore.

Per l’accertamento dell’eziologia professionale della patologia contratta trova applicazione il criterio secondo il quale deve ritenersi acquisita la prova del nesso causale nel caso sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva, non occorrendo una assoluta certezza, e ciò non a causa dell’incompletezza delle prove fornite riguardo ad elementi strettamente fattuali, ma per ragioni intrinseche alla variabilità e non completa prevedibilità delle reazioni dei soggetti umani ai fattori potenzialmente incidenti sul loro stato di salute e alla limitata possibilità di identificare anche “ex post” quali siano stati i fattori causali che concretamente abbiano operato, tanto più che, in applicazione dell’art. 41 cod. pen., va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito alla produzione dell’evento, salvo il limite derivante dall’intervento di un fattore esterno all’attività lavorativa che sia di per sè sufficiente a produrre l’infermità e a far degradare altre evenienze a mere occasioni (Cass. n. 1135 del 19 gennaio 2011; nel caso esaminato questa Corte ha cassato la sentenza impugnata che aveva attribuito al tabagismo efficacia causale della neoplasia polmonare, senza approfondire se l’esposizione ai fumi di fonderia di fusione dell’acciaio, sprigionanti sostanze tossiche, avesse avuto un ruolo concausale).

Nella specie, non risulta che sia stata fatta corretta applicazione dei principi richiamati; inoltre, la motivazione è carente, essendo stata ricondotta la neoplasia al tabagismo senza approfondire se la noxa professionale avesse avuto un ruolo causale o concausale (eventualmente anche ridotto) ed omettendo di considerare la sinergia del fattore amianto con le altre sostanze tossiche soggette ad inalazione durante lo svolgimento della prestazione lavorativa, in assenza di elementi, in alcun modo indicati dal giudice di merito, idonei ad attribuire al tabagismo il carattere di causa esclusiva dell’evento dannoso.

La sentenza va, pertanto cassata, in accoglimento del motivo di ricorso, e la causa va rinviata, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte territoriale in diversa composizione per un nuovo accertamento di merito secondo i principi enunciati.

Resta assorbito il ricorso incidentale vertente sulla compensazione delle spese del grado di appello, essendo ogni questione relativa alle spese suscettibile di riesame all’esito del giudizio di rinvio.

 

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il ricorso principale e dichiara assorbito l’incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Lecce, in diversa composizione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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