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Licenziamento e periodo di prova (Cass. Civ., sez. lav., 04-03-2015, n. 4347)

Redazione

IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

Cass. Civ., sez. lav., 04-03-2015, n. 4347

 

 

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

 

1. Con sentenza depositata in data 25 marzo 2010, la Corte d’appello di Catanzaro rigettava l’appello proposto da S. s.r.l. contro la sentenza resa dal Tribunale di Cosenza che, in accoglimento della domanda proposta da G.M. aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato a quest’ultimo dalla società appellante, con atto del 24 agosto 2007 e motivato dal mancato superamento del periodo di prova; conseguentemente, aveva condannato la società alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro nonché al pagamento delle retribuzioni maturate dall’il legittimo licenziamento fino alla reintegra.

1.3. A sostegno della sua decisione la Corte riteneva che:

– il recesso doveva ritenersi tardivo in quanto alla data della sua comunicazione il lavoratore aveva già superato il periodo di prova;

– nella determinazione del periodo di prova dovevano essere conteggiati anche i giorni di riposo, in quanto durante tale periodo la mancata prestazione lavorativa inerisce al normale svolgimento del rapporto;

– per effetto di questo calcolo, aggiungendo ai giorni di effettivo servizio prestato (cinquantatre) anche quelli di riposo goduti dal lavoratore dopo sei giorni lavorati (otto), e con esclusione dei riposi convenzionali, il lavoratore aveva prestato complessivamente sessantuno giorni di lavoro, oltre il termine di durata del periodo di esperimento della prova fissato in sessanta giorni dal C.C.N.L. – per i dipendenti degli Istituti di vigilanza.

1.4. Contro la sentenza la S. s.p.a. propone ricorso per cassazione fondato su un unico articolato motivo, cui resiste il M con controricorso.

2. Con l’unico articolato motivo la ricorrente censura la sentenza per violazione dell’art. 2096 c.c. e dell’art. 69 del C.C.N.L. del personale degli istituti di vigilanza, in relazione agli artt. 1362, 1363 e 1366 c.c., nonché per violazione di queste ultime norme nell’interpretazione del contratto individuale di lavoro.

Assume che l’espressione adoperata nell’art. 69 del CCNL, secondo cui la durata massima del periodo di prova non può eccedere, per i dipendenti inquadrati nei livelli al di sotto del 1 super (tra cui il M.), “60 giorni di effettivo lavoro prestato”, e l’analoga espressione presente nella lettera di assunzione dell’8 giugno 2007, non potevano avere altro senso che quello fatto palese dalle parole: in questa prospettiva, l’aggettivo “effettivo” indicava la volontà delle parti di includere nel periodo di prova solo i giorni in cui il lavoratore era effettivamente in attività di servizio, con esclusione di tutti gli altri in cui tale attività non era reale ed effettiva. In particolare, in assenza di una diversa previsione della contrattazione collettiva o del contratto individuale di lavoro, non potevano computarsi nel periodo di durata del periodo di prova le giornate di riposo legale o convenzionale godute dal lavoratore.

Questa interpretazione peraltro rispondeva alla finalità del patto di prova, che è quella di consentire alle parti di verificare la reciproca convenienza della prestazione lavorativa nonché l’accertamento da parte del datore di lavoro della capacità del prestatore di lavoro.

3. Il motivo è fondato.

3.1. Occorre premettere che la giurisprudenza di questa Corte è prevalentemente orientata nel senso di ritenere che il decorso di un periodo di prova determinato nella misura di un complessivo arco temporale, mentre non è sospeso da ipotesi di mancata prestazione lavorativa inerenti al normale svolgimento del rapporto, quali i riposi settimanali e le festività, deve ritenersi escluso – in quanto preclude alle parti, sia pure temporaneamente, la sperimentazione della reciproca convenienza del contratto di lavoro, che costituisce la causa del patto di prova – in relazione ai giorni in cui la prestazione non si è verificata per eventi non prevedibili al momento della stipulazione del patto stesso, quali la malattia, l’infortunio, la gravidanza e il puerperio, i permessi, lo sciopero, la sospensione dell’attività del datore di lavoro e il godimento delle ferie annuali. Quest’ultimo, data la sua funzione di consentire al lavoratore il recupero delle energie lavorative dopo un cospicuo periodo di attività, non si verifica di norma nel corso del periodo di prova (Cass., 5 novembre 2007 n. 23061; Cass., 13 settembre 2006 n. 19558).

3.2. Tale principio, tuttavia, trova applicazione solo in quanto non sia diversamente previsto dalla contrattazione collettiva, la quale può attribuire rilevanza sospensiva del periodo di prova a dati eventi che accadano durante il periodo medesimo (così Cass., 5 novembre 2007, n. 23061; Cass., 22 marzo 2012, n. 4573).

3.3. E’ compito del giudice del merito procedere all’interpretazione della norma del contratto collettivo, poiché si verte in un’ipotesi di denuncia di violazione o di falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro, lamentandosi un’errata interpretazione della legittimità delle condotte datoriali in base a norme di ermeneutica negoziale (artt. 1362 e ss., c.p.c.). La parte ricorrente ha, con la sua denuncia, fatto riferimento alle regole codicistiche di interpretazione dei contratti collettivi e dei principi in esse contenuti, che avrebbero dovuto supportare l’iter argomentativo della impugnata sentenza e che, come si è in precedenza ricordato, hanno trovato riscontro in decisioni di questa Corte e nelle in esse evidenziate finalità sottese al patto di prova.

4. Poste queste premesse, deve ritenersi che il ricorso è fondato.

4.1. L’art. 69 del C.C.N.L. per i dipendenti da Istituti di vigilanza privata, valido dal 1 maggio 2004 al 31 dicembre 2008, sotto la rubrica “Periodo di prova”, così prevede: “La durata massima del periodo di prova non potrà superare i seguenti limiti: – personale inquadrato nel livello Quadro e nel I livello super: 150 giorni di effettivo lavoro prestato; – personale inquadrato negli altri livelli: 60 giorni di effettivo lavoro prestato. Tale periodo di prova sarà proporzionalmente ridotto, sino ad un minimo di 30 giorni, in considerazione di eventuali periodi di stage svolti all’interno dell’azienda e derivanti da corsi di formazione riconosciuti dall’ente bilaterale. La riduzione è calcolata secondo la seguente tabella (…). Al lavoratore in prova dovrà essere corrisposta la retribuzione per la qualifica assegnata”.

4.2. La Corte territoriale ha ritenuto che la norma contrattuale in esame, che fissa in sessanta giorni di “effettivo lavoro prestato” la durata del periodo di prova, debba essere interpretata nel senso che il “lavoro prestato” debba contemplare anche i giorni di riposo settimanale, di regola coincidenti con la domenica, in quanto sono obbligatori per legge, costituiscono una modalità di svolgimento dell’attività lavorativa e si pongono come condizione necessaria per il recupero delle condizioni psicofisiche del lavoratore. Ha invece escluso dal concetto di “effettivo servizio” i riposi convenzionali, non avendo questi le medesime caratteristiche e finalità dei riposi settimanali.

4.3. Tale interpretazione non appare tuttavia rispettosa del dato letterale, e in particolare dell’uso ripetuto dell’aggettivo “effettivo” che si rinviene nel testo della norma: sul punto, la Corte territoriale ha omesso ogni valutazione, non specificando in forza di quale criterio ermeneutico ha ritenuto di privilegiare questa opzione, né spiega perché le parti hanno adoperato l’aggettivo “effettivo” nella fissazione del complessivo arco temporale di durata del periodo di prova. L’affermazione secondo cui il riposo “costituisce una modalità di svolgimento dell’attività lavorativa” e si pone come condizione necessaria per l’espletamento della prestazione lavorativa, rimane apodittica ed insufficiente (v. Cass., 8 ottobre 1999, n. 11310; Cass., 18 luglio 1998, n. 7087, quest’ultima riguardando proprio il ccnl degli istituti di vigilanza privata; Cass., 25 agosto 1999, n. 8859).

4.4. L’interpretazione suddetta viola le regole contenute dell’articolo 1362, comma 1°, c.c. secondo cui nell’interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole; il comma successivo stabilisce poi che, per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo, anche posteriore alla conclusione del contratto. La giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di precisare al riguardo che, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, con la conseguente preclusione del ricorso ad altri criteri interpretativi, quando la comune volontà delle parti emerga in modo certo ed immediato dalle espressioni adoperate e sia talmente chiara da precludere la ricerca di una volontà diversa (cfr, ex plurimis, Cass.,22 dicembre 2005, n. 28479; Cass., 22 febbraio 2007, n 4176; Cass., 4 gennaio 2013, n. 110).

4.5. Quest’ultima condizione è riscontrabile nel caso in esame, posto che la ricordata disposizione della norma contrattuale di riferimento è chiara nella sua portata precettiva, facendo espresso riferimento oltre che all’effettività della prestazione lavorativa anche ai “giorni” come unità temporale di riferimento, ed in cui è evidente la volontà delle parti di collegare la verifica della reciproca convenienza del rapporto di lavoro ad una reale ed esattamente valutabile sperimentazione dello stesso, con esclusione dei giorni in cui la prestazione non è di fatto resa, rendendo così la sperimentazione meramente virtuale.

5. Sussistono quindi i difetti denunciati con il ricorso che giustificano la cassazione della sentenza impugnata e la rimessione ad altro giudice, che – che dopo i necessari accertamenti di fatto – effettuerà una nuova valutazione in merito al compimento, o meno, del periodo di prova da parte del M tenendo conto della disciplina collettiva e dei principi sopra enunciati in tema di interpretazione del contratto ed in generale dei criteri dettati negli artt. 1362 e ss. c.c.

Il giudice del rinvio deciderà anche in ordine alle spese del presente grado di legittimità.

 

P.Q.M.

Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte d’appello di Reggio Calabria.

 

 

 

 

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Indicare, nel contratto a termine, il nominativo del sostituito

Redazione

IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

 

FATTO E DIRITTO

Con sentenza del 22.2.2008 la Corte di appello di Milano respingeva l’appello proposto dalla s.p.a. delle Poste Italiane, confermando la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato per il periodo dal 7.5.2004 al 30.9.2004 con D.S.M. per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di smistamento e trasporto, presso il Polo di corrispondenza Lombardia assente nel periodo…” e la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro subordinato intercorso tra le parti, condannando la società al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data di messa in mora delle Poste.

La Corte territoriale osservava che il contratto era stato stipulato con la causale già indicata alla luce della novella del 2001 e pertanto, in caso di contestazione, gravava sulle Poste l’onere della prova che l’attività del dipendente assunto a termine fosse stata svolta per le esigenze specificamente indicate nel contratto. Le Poste non avevano indicato in alcun modo le effettive motivazioni sottostanti alla assunzione a termine, nè avevano offerto una prova adeguata in quanto i prospetti prodotti non consentivano di collegare l’assunzione ad una o più persone effettivamente presenti a copertura dei periodo in questione. La prova offerta era analogamente generica.

Per la cassazione di tale decisione propongono ricorso le Poste italiane con quattro motivi corredati da memoria art. 378 c.p.c.;

resiste il D.S. con controricorso.

Il Collegio ha autorizzato la motivazione semplificata della presente sentenza.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione del d.lgs. 368/2001, art. 1. Il richiamo all’esigenze della stipula di un contratto a termine nel contratto tra le parti è inequivoco e specifico.

Con il secondo motivo si deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c.. La società Poste aveva indicato l’ufficio e l’esigenza di sostituzione del personale assente con conservazione del posto. Era stata articolata una prova non ammessa dal Giudice sulla sussistenza delle indicata ragione di ordine sostitutivo.

– Con il terzo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’art. 12 disp. Att. c.p.c., dell’art. 1419 c.c. e del d.lgs. 368/2001, art. 1. La sanzione per la nullità del termine non era la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato.

Con il quarto motivo si allega la violazione e falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1219, 2094, 2099 e 2697 c.c. e della L. 300/1970, art. 18, spettavano le retribuzione dalla data di messa in mora.

I primi due motivi vanno esaminati congiuntamente ed appaiono fondati.

Invero nei contratto tra le parti il richiamo alle ragioni giustificatrici dell’apposizione del termine non appare generico come asserito nella sentenza impugnata in quanto nel contratto si è chiaramente indicato l’Ufficio di appartenenza, le mansioni da svolgere e la chiarissima esigenza di sostituire personale assente addetto al servizio di smistamento e trasporto nel periodo del contratto tra le parti. Quindi emerge anche la tipologia di lavoratori da sostituire. La documentazione prodotta va esaminata partendo dall’assunto, che ormai costituisce giurisprudenza consolidata di legittimità, che non occorre nel contratto a termine stipulato alla luce della novella del 2001, indicare il nominativo del sostituito e riferire necessariamente una sostituzione ad una causa specifica di assenza dal lavoro del personale a tempo indeterminato. Pertanto anche i riepiloghi mensili delle presenze possono offrire un parametro per accertare se i lavoratori a termine nei fatti hanno sostituto, nel loro complesso, personale assente provvisoriamente nello stesso periodo di tempo. In ogni caso la prova articolata come esposta a pag. 10 e ss. del ricorso di cui si chiede l’ammissione potrebbe sul punto offrire, se del caso e se necessaria, elementi più specifici idonei a dimostrare il punto cruciale della controversia apparendo ben circostanziata in ordine al vero punto controverso: se cioè parte intimata abbia sostituito un lavoratore che era assente dal lavoro nel periodo dell’assunzione temporanea avendo come sfondo di riferimento il servizio indicato al contratto.

Pertanto devono essere accolti i primi due motivi di ricorso (assorbiti gli ultimi due che riguardano le conseguente risarcitorie). Va pertanto cassata la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti con rinvio alla Corte di appello di Milano in diversa composizione.

 

P.Q.M.

La Corte: accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche in ordine alle spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Milano in diversa composizione.

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Bancarotta documentale semplice e fraudolenta: distinzione (Cass. pen. n. 34030/2013)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 4 giugno 2012, ha sostanzialmente confermato, rimodulando soltanto la pena a cagione della concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, la sentenza del Tribunale di Roma del 19 dicembre 2006 che aveva condannato R.P. per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale quale amministratore di fatto della s.r.l. Tornante 84, dichiarata fallita l'(omissis).

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando:

a) una violazione della legge processuale, a cagione della notifica del decreto di citazione in appello al difensore domiciliatario e non all’imputato, detenuto per altra causa, ai sensi dell’art. 156 c.p.p., comma 4;

b) una violazione di legge, avendo il Giudicante omesso di valutare che il Fallimento si era chiuso per mancanza di passivo in quanto gli immobili di cui si era accertata la distrazione mediante cessione ad altra società erano serviti proprio ad eliminare il passivo e non vi era stata sostanziale distrazione nonchè il compimento della bancarotta documentale per mera colpa;

c) una violazione di legge, in quanto la pur concessa prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante del danno di rilevante gravità non osterebbe all’accertamento dell’inesistenza dell’aggravante stessa con la conseguente dichiarazione di prescrizione dell’ascritto reato.

Motivi della decisione

1. Il ricorso non è meritevole di accoglimento per l’infondatezza dei motivi che appare essere quasi manifesta.

2. Quanto al primo motivo, si osserva come la notificazione del decreto di citazione a giudizio in appello presso il domicilio eletto dall’imputato sia da ritenersi validamente eseguita, pur quando il destinatario dell’atto sia detenuto per altra causa e lo stato di detenzione non risulti dal fascicolo processuale (v. Cass. Sez. 6, 7 ottobre 2010 n. 1416 e Sez. F. 24 luglio 2012 n. 31490).

Infatti, il temporaneo stato di detenzione, per altra causa, dell’imputato non fa venire meno il dovere di quest’ultimo di informare l’autorità procedente sul mutamento della sua situazione di fatto (v. Cass. Sez. 2, 5 febbraio 2009 n. 17798).

Inoltre, l’elezione di domicilio non è incompatibile con lo stato di detenzione e il rapporto fiduciario tra difensore ed imputato, nascente dall’elezione di domicilio che contiene anche l’indicazione del soggetto cui consegnare l’atti, non impedisce la validità della notificazione al domicilio eletto.

Nella specie, l’imputato aveva, addirittura, avuto conoscenza della celebrazione del processo d’appello, in quanto dagli atti risulta la consegna di un ordine di traduzione e della successiva rinuncia a comparire del detenuto.

3. Quanto al secondo motivo, con motivazione logica e senza il compimento di alcuna non corretta applicazione delle norme di legge in subiecta materia, i Giudici di merito hanno chiarito come fossero sussistenti sia gli elementi oggettivi dell’avvenuto svuotamento delle casse societarie mediante la vendita dell’intero compendio immobiliare ad altra società e per un prezzo inferiore a quello reale che l’elemento soggettivo della coscienza e volontà di distrarre i beni societari al fine di alterare la par condicio creditorum con evidente danno per i creditori stessi.

La tesi difensiva della sussistenza di vantaggi compensativi dell’operazione in quanto effettuata all’interno di un gruppo di società, riproposta dal ricorrente, veniva discussa e coerentemente disattesa dai Giudici di merito.

La rilevanza di tali vantaggi, espressamente prevista nell’attuale formulazione dell’art. 2634 c.c., comma 3, non rende infatti inoperante il principio dell’autonomia soggettiva delle singole società facenti parte del gruppo ai fini della configurabilità dei reati di bancarotta (v. Cass. Sez. 5, 24 aprile 2003 n.23241), la cui offensività tipica rimane inalterata nel momento in cui le ragioni dei creditori della società fallita, l’affidamento dei quali è riposto sulle capacità patrimoniali di quest’ultima, sono comunque pregiudicate da trasferimenti di risorse ingiustificatamente effettuati dalla società in questione in favore di altre pur ricomprese nello stesso gruppo (v. Cass. Sez. 5, 26 gennaio 2001 n. 13169 e 16 aprile 2009 n.36595).

Insufficiente è, di conseguenza, la mera circostanza della collocazione della fallita all’interno di un gruppo; perchè la penale rilevanza della condotta sia esclusa occorre uno specifico vantaggio, anche indiretto, che risulti concretamente idoneo a compensare gli effetti immediatamente negativi dell’operazione contestata per la fallita (v. Cass. Sez. 5, 24 maggio 2006 n.36764 e 17 dicembre 2008 n.1137), trasferendo su quest’ultima il risultato positivo riferibile al gruppo (v. Cass. Sez. 5,25 settembre 2008 n.41293 e 27 settembre 2012 n. 44963).

In relazione al fallimento della società Tornante 84 va, poi, ribadito che è irrilevante che lo stesso fosse stato chiuso per mancanza sopravvenuta del passivo, per essere stati pagati i debiti, come deduce il ricorrente in quanto tale fatto non esclude la legittimità e l’efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento e non fa venir meno obiettivamente il reato di bancarotta fraudolenta, sul quale incide solo la revoca del fallimento nel caso di insussistenza dello stato di insolvenza al momento della dichiarazione di fallimento (v. la citata Cass. Sez. 5, 25 marzo 2010 n. 21872 relativa alla bancarotta fraudolenta documentale ma con valenza generale anche nell’ipotesi di bancarotta per distrazione).

Infatti, il pagamento dei debiti della società fallita è un post factum rispetto alla dichiarazione di fallimento.

Quanto, invece, alla responsabilità per il reato di bancarotta documentale, in risposta alle doglianze del ricorrente si deve ricordare che la colpa dell’imprenditore è ravvisabile anche quando egli abbia affidato a soggetti estranei all’amministrazione dell’azienda la tenuta delle scritture e dei libri contabili, perchè su di lui grava, oltre all’onere di un’oculata scelta del professionista incaricato e alla connessa eventuale “culpa in eligendo”, anche quello di controllarne l’operato (v. Cass. Sez. 5, 10 luglio 2007 n. 32586).

E, d’altronde, mentre per la bancarotta fraudolenta documentale prevista dalla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, l’elemento psicologico deve essere individuato nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà della irregolare tenuta delle scritture con la consapevolezza che ciò renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’imprenditore, per la bancarotta semplice prevista dalla L. Fall., art. 217, comma 2, la condotta deve essere sostenuta indifferentemente dal dolo o dalla colpa, che sono ravvisabili quando l’agente ometta, con coscienza e volontà o per semplice negligenza, di tenere le scritture (v. Cass. Sez. 5, 18 ottobre 2005 n. 6769).

Un’altra differenza tra la previsione dell’art. 216 e quella della norma successiva è di natura oggettiva; mentre l’art. 216 richiede che i libri siano tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, per l’art. 217 è sufficiente che l’imprenditore fallito non abbia tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li abbia tenuti in maniera irregolare o incompleta (v. Cass. Sez. 5, 20 febbraio 2001 n. 6901 e Sez. 5, 6 ottobre 2011 n. 48523).

Nella specie, la Corte territoriale ha, da un lato, evidenziato l’elemento oggettivo nascente dall’impossibilità di ricostruire le vicende societarie a cagione della irregolare tenuta delle scritture contabili e, d’altra parte, la coscienza e volontà della contestata irregolarità, non dovuta a mera disattenzione o negligenza.

Non può, inoltre, richiedersi a questa Corte di legittimità di entrare nel merito dei fatti così come accertati in entrambi i gradi di giudizio nè di valutare nuovamente la medesima documentazione già esaminata nella fase di merito.

4. Pretestuoso è, infine, l’ultimo motivo di doglianza in quanto la concessione delle attenuanti generiche prevalenti, il che vuoi dire che nel relativo computo prescrizionale non deve tenersi conto delle contestate aggravanti di cui alla *******., art. 219, non incide sostanzialmente sul computo del termine prescrizionale che non è ancora decorso.

Deve, invero, applicarsi il vecchio termine di prescrizione, in quanto più favorevole all’imputato e proprio per la ritenuta prevalenza delle attenuanti generiche, con scadenza finale, salvo sospensioni, all’8 aprile 2014 (anni quindici a partire dall’8 aprile 1999, data di dichiarazione del fallimento).

5. Il ricorso deve essere, in conclusione, rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2013.

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Acquisizione di documenti aziendali: illegittimo il licenziamento del dipendente che usa carte della società per fare causa all’imprenditore (Cass. n. 20163/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1.- Con sentenza del 18 maggio 2005 il Tribunale di Catania, giudice del lavoro, accogliendo il ricorso di P.C. nei confronti del Credito Emiliano s.p.a., dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente il 7 maggio 1999, fondato sulla contestazione di abusivo impossessamento di copia di corrispondenza riservata, intercorsa fra il responsabile di gruppo e il titolare della dipendenza di Paternò, nonchè di documentazione bancaria riservata, e di utilizzazione di tali copie per una denuncia penale presentata contro tali suoi colleghi e per giudizi da lui intrapresi contro la banca. Il Tribunale condannava altresì la suddetta società alla reintegra del dipendente e alla corresponsione delle retribuzioni intanto maturate.

2.- La decisione veniva confermata dalla Corte d’appello di Catania, che, con la sentenza in epigrafe, respingeva il gravame proposto dalla banca. In particolare, la Corte di merito rilevava che:

riguardo al possesso dei documenti non era stato provato alcun abusivo trafugamento, tanto che la stessa datrice di lavoro, nel corso del giudizio, aveva insistito, piuttosto, sulla violazione del solo obbligo di fedeltà; era emerso, peraltro, che all’interno dell’ambiente di lavoro si era creato un clima di vessazioni, poste in essere nei confronti del P., in relazione alla sua attività di sindacalista, dal responsabile di gruppo, direttore della filiale di Catania, e dal titolare dell’agenzia di (omissis), i quali, se pure assolti in sede penale da comportamenti delittuosi a loro imputati, erano risultati responsabili di specifici comportamenti emulativi a carico del ricorrente, concordando, fra l’altro, addebiti inesistenti e formulando ingiuste valutazioni professionali negative, poi annullate in sede giudiziale; in definitiva, l’utilizzazione dei documenti aziendali da parte del dipendente era da considerare pienamente giustificata, in relazione alla condotta non corretta dei suoi superiori, alla quale egli aveva reagito per far valere in giudizio i suoi diritti; in ordine all’entità del risarcimento, contestato dalla datrice di lavoro in ragione della dedotta percezione di altri redditi, non era stata data alcuna prova dell’otturate perceptum e, al riguardo, le istanze istruttorie proposte in appello erano inammissibili, in quanto proposte solo in sede di note conclusionali.

3.- Propone ricorso in cassazione la società, con quattro motivi. Il dipendente resiste con controricorso, precisato da successiva memoria.

Motivi della decisione

1.- Col primo motivo si denuncia la violazione di norme processuali (artt. 414, 416, 115 e 116 c.p.c.), lamentandosi che il giudice di merito abbia posto a fondamento della propria decisione risultanze emerse nel giudizio penale, non allegate col ricorso introduttivo, senza ammettere la parte resistente ad alcuna controprova e senza, peraltro, sottoporre le medesime risultanze ad alcun vaglio critico e di compatibilità con i criteri civilistici in materia di prova.

2.- Il secondo motivo denuncia violazione degli art. 2105 – 2106 c.c.. Si lamenta che la decisione impugnata abbia omesso ogni accertamento in relazione al carattere della documentazione aziendale e alle modalità con le quali il dipendente ne era venuto in possesso, nonchè in ordine al tipo di utilizzazione fattane (se in controversia col datore di lavoro, se mediante divulgazione esterna o solo limitata all’ambito giudiziale, se in maniera funzionale al diritto di difesa).

3.- Col terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 2119 c.c., e vizio di motivazione, si lamenta che la Corte d’appello si sia limitata ad una acritica adesione alle valutazioni del giudice di primo grado in ordine alla condotta del dipendente, senza manifestare alcun processo logico argomentativo idoneo a dimostrare l’iter di formazione del convincimento, e, fra l’altro, abbia affermato, in capo ai diretti superiori del lavoratore, l’esistenza di comportamenti inadempienti, invece inesistenti ed esclusi in precedenti sedi di giudizio.

4.- Col quarto motivo, infine, si lamenta che la Corte d’appello abbia ritenuto inammissibili, ai sensi dell’art. 437 c.p.c., le prove sull’aliunde perceptum, sebbene si trattasse di prove sopravvenute, comunque relative ad un’eccezione tempestivamente dedotta.

5.- I primi tre motivi possono essere esaminati in maniera congiunta, poichè intimamente connessi.

Vi si contesta, per diversi profili, la valutazione del giudice d’appello in ordine al comportamento contestato al dipendente, anche in relazione alla condotta dei suoi colleghi; ma le censure si rivelano infondate, oltre che inammissibili per alcuni aspetti.

5.1.- La decisione impugnata contiene una ricostruzione analitica delle modalità, con cui il dipendente era entrato in possesso della documentazione aziendale, puntualmente riferendosi, altresì, alle precise, dettagliate, giustificazioni allegate dal P. nonchè alla sostanziale rinuncia datoriale, già in sede di comunicazione delle ragioni del recesso, alla originaria contestazione di abusivo impossessamento e, comunque, al mancato assolvimento, da parte dell’azienda, dell’onere di dimostrare il carattere illecito della detenzione dei documenti.

5.2.- Anche in ordine all’utilizzazione dei medesimi documenti la sentenza si rivela del tutto coerente e congrua, avendo accertato in modo specifico che il lavoratore aveva posto la documentazione a fondamento di una denuncia proposta unicamente al fine di far valere i propri diritti nonchè a far emergere, anche per il suo ruolo di sindacalista attivo all’interno dell’azienda, condotte inadempienti e antisindacali da parte della datrice di lavoro. Valutazione, questa, che conduce a conclusioni del tutto conformi ai più recenti, ormai consolidati, orientamenti della giurisprudenza, secondo cui non integra violazione dell’obbligo di fedeltà la utilizzazione di documenti aziendali finalizzata all’esercizio di diritti (cfr. Cass. n. 3038 del 2011; n. 12528 del 2004; n. 22923 del 2004).

5.3.- Che siffatte valutazioni siano riferite a risultanze del procedimento penale, scaturito dalle denunce del dipendente, non inficia il giudizio ora censurato, atteso che la possibilità per il giudice civile, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all’esito del processo penale, non comporta alcuna preclusione per detto giudice nella possibilità di utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale già definito con sentenza e di fondare il proprio giudizio su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, procedendo a tal fine a diretto esame del contenuto del materiale probatorio ovvero ricavandoli dalla sentenza penale o, se necessario, dagli atti del relativo processo, in modo da individuare esattamente i fatti materiali accertati per poi sottoporli a proprio vaglio critico svincolato dalla interpretazione e dalla valutazione che ne abbia dato il giudice penale (cfr. Cass. n. 11483 del 2004). Nè può dirsi che, nella specie, i fatti emersi nel giudizio penale, e specificamente il clima di continua vessazione cui il dipendente era stato sottoposto, non fossero rilevanti ai fini dell’accoglimento della domanda giudiziale, basata giustappunto sulla necessità di difendere la posizione lavorativa, o che i medesimi non siano stati soggetti ad una autonoma valutazione da parte dei giudici d’appello, le cui conclusioni, al contrario, scaturiscono da un apprezzamento analitico delle risultanze del processo penale; nè, d’altra parte, è qui censurabile la rilevanza delle risultanze acquisite e la ritenuta sufficienza delle medesime, senza necessità di ulteriori acquisizioni.

5.4.- Le censure della ricorrente si risolvono in gran parte, inammissibilmente, in una valutazione dei fatti contrapposta a quella dei giudici di merito. Il che si riscontra anche in ordine alla complessiva valutazione dei comportamenti vessatorii posti in essere da alcuni colleghi del P., oggetto di un accertamento analitico da parte dei giudici di merito, essendosi in particolare acclarato – in termini di gravità e di ostinata reiterazione – la illegittimità di quelle condotte, perpetrate anche mediante la redazione, ingiustificata, di giudizi professionali negativi, poi annullati in sede giudiziale, si che ne emerge, complessivamente, un quadro di diffusa vessazione, cui il lavoratore ha inteso reagire anche mediante la utilizzazione della documentazione in questione.

6.- Il quarto motivo è proposto in maniera inammissibile. La prova, ulteriore, relativa ai redditi percepiti aliunde non è stata ammessa sul presupposto della sua tardività. Si tratta, non della formulazione dell’eccezione, che si configura come eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio, ma della prova dei redditi suddetti, per la cui ammissione in grado d’appello è necessario un giudizio di indispensabilità (riguardo alla sua connessione con le risultanze già acquisite nonchè alla sua decisiva rilevanza), tanto più se si alleghino fatti nuovi sopravvenuti alla stessa costituzione nel giudizio d’appello; giudizio che è comunque rimesso alla discrezionalità del giudice di merito, si che, nella specie, difetta una adeguata censura, in assenza di specificazioni, anche di ordine temporale, circa la idoneità della nuova prova a contrastare la prova già acquisita, ovvero ad integrarla in maniera decisiva, mediante la dimostrazione di fatti indispensabili ai fini della decisione, che sarebbe stato impossibile allegare nei termini prescritti.

7.- In conclusione, il ricorso è respinto. La ricorrente è condannata alle spese del giudizio, secondo il criterio della soccombenza, con liquidazione in dispositivo.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 70,00 per esborsi e in Euro quattromila per compensi professionali, oltre accessori di legge.

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E’ reato lasciare il cane in auto (Cass. pen. n. 44902/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Deducendo illogicità e apparenza della motivazione, G. M.T. ricorre per la cassazione della sentenza 12.4.2011 con cui il Tribunale di Torre Annunziata – sez. Distaccata di Sorrento l’aveva condannata alla pena di Euro 1.000,00 di ammenda ritenendola responsabile del reato di cui all’art. 727 c.p. per avere lasciato il proprio cane rinchiuso in auto.

Rileva la ricorrente che il giudice non aveva valutato le risultanze processuali e gli elementi su cui si fondava la richiesta assolutoria, attesa l’insussistenza di qualsiasi fatto penalmente rilevante.

Motivi della decisione

2. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato costantemente che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene pur sempre alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (cass. sez. terza 19.3.2009 n. 12110; cass. 6.6.06 n. 23528).

Si è altresì affermato che nell’Ipotesi di ricorso per mancanza o manifesta illogicità della motivazione, il sindacato in sede di legittimità è limitato alla sola verifica della sussistenza dell’esposizione dei fatti probatori e dei criteri adottati al fine di apprezzarne la rilevanza giuridica nonchè della congruità logica del ragionamento sviluppato nel testo del provvedimento impugnato rispetto alle decisioni conclusive. Ne consegue che resta esclusa la possibilità di sindacare le scelte compiute dal giudice in ordine alla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova, a meno che le stesse non siano il frutto di affermazioni apodittiche o illogiche (cfr. cass. sez. terza 12.10.2007 n. 40542).

Nel caso in esame, il giudice di merito ha esposto in maniera assolutamente coerente il proprio percorso argomentativo a sostegno della decisione di condanna dell’imputata per il reato di maltrattamento di animali laddove ha richiamato la deposizione del Vigile Urbano e del Veterinario intervenuti nell’immediatezza del fatto, i quali hanno confermato la circostanza dell’abbandono dell’animale in auto con i finestrini chiusi, in una giornata soleggiata e con temperatura particolarmente elevata, con la precisazione – fatta dal veterinario – che un tale comportamento è assolutamente incompatibile con la natura dell’animale potendo provocargli paura e sofferenza e che gli escrementi rinvenuti nell’auto potevano essere state provocate dallo stato di ansia e paura.

Le critiche dell’imputata, a parte l’estrema genericità della formulazione (assolutamente priva di specifici riferimenti ai punti della motivazione oggetto di censura), denotano in realtà l’intento di ottenere una diversa valutazione delle circostanze di fatto e dei materiale probatorio, cioè un inammissibile sindacato nel merito.

Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria al sensi dell’art. 616 c.p.p. nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Riconosciuto il risarcimento al lavoratore anche in assenza di mobbing, nei casi in cui vengono poste in essere condotte mortificanti nonostante manchi l’intento persecutorio (Cass. n. 18927/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1- La sentenza attualmente impugnata rigetta l’appello di V. L. avverso la sentenza del Tribunale di Napoli che, a sua volta, ha respinto la domanda della V. diretta alla condanna di C.A., nella qualità di titolare della farmacia ” (omissis)”, al risarcimento del danno esistenziale e del danno derivante dall’anticipato pensionamento della ricorrente e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie poste in essere dai dipendenti e/o dai titolari della suindicata farmacia.

La Corte d’appello di Napoli, per quel che qui interessa, precisa che:

a) il motivo di appello con il quale la ricorrente contesta la decisione del Tribunale di non ammettere il giuramento decisorio è infondato, anche se effettivamente nella sentenza di primo grado manca la motivazione sul punto;

b) ad integrazione della sentenza va precisato che tutte e 24 le circostanze dedotte sul foglio di deferimento del giuramento decisorio sono assolutamente inidonee ad essere considerate sufficienti all’accoglimento o al rigetto della domanda giudiziale;

salvo restando che alcune di esse sono provate per tabulas o incontestate;

c) pertanto va esclusa l’ammissibilità del mezzo istruttorio, visto che tutte le altre circostanze dedotte non potrebbero mai portare alla prova della sussistenza di un intento persecutorio idoneo a unificare i singoli episodi tra loro e quindi ad affermare la sussistenza del mobbing e del nesso causale tra la volontà datoriale e la depressione della dipendente culminata nel tentativo di suicidio;

d) invero i suddetti episodi, alcuni dei quali confermati dall’istruttoria testimoniale svolta, appaiono inidonei ad essere unificati da una precisa strategia persecutoria posta in essere dai titolari della farmacia per indurre la lavoratrice alle dimissioni;

e) in particolare l’unico atto, in ipotesi, illegittimo compiuto dal C. nei confronti della lavoratrice – cioè l’invio della lettera di licenziamento – è stato da questi spontaneamente ritirato dopo la lettera di risposta della V. e il rapporto di lavoro è regolarmente proseguito con l’impresa subentrante;

f) da quel momento in poi l’unico elemento problematico emerso è il rapporto difficile tra la ricorrente e la collega **., mentre nessuno dei testi ha confermato che la V. sia stata oggetto di continui rimproveri;

g) inoltre, gli episodi riferiti dalla V. con riguardo al Ca. e al G. – riprodotti nell’atto d’appello nella versione originaria, senza tenere conto delle risultanze della prova testimoniale – non sono tali da ingenerare neppure il dubbio dell’intento persecutorio;

h) ne deriva che il mobbing è del tutto insussistente, mentre la depressione e il drammatico tentativo di suicidio sono da collegare alla particolare risposta soggettiva della ricorrente rispetto all’utilizzazione del nuovo sistema informatizzato di organizzazione del lavoro e all’ingresso di nuovi collaboratori nella farmacia, conseguenti all’intervenuto cambio di gestione.

2.- Il ricorso di V.L. domanda la cassazione della sentenza per due motivi; resiste, con controricorso, C. A..

La ricorrente deposita anche memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

1 – Sintesi dei motivi di ricorso.

1- Con il primo motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2736 cod. civ. e dell’art. 116 cod. proc. civ.; b) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.

Si rileva che la Corte d’appello non ha accolto l’istanza della ricorrente di deferimento ad C.A. del giuramento decisorio sui fatti posti a fondamento della propria domanda giudiziale, riproposta in sede di gravame dopo analoga deliberazione del Tribunale.

Si sottolinea che, diversamente da quanto affermato dalla Corte partenopea il giuramento decisorio, quale prova legale, è sempre ammissibile, anche quando si riferisca a fatti già accertati o esclusi dalle risultanze di causa.

Si soggiunge che la motivazione posta a base della decisione contestata è palesemente contraddittoria e illogica. Infatti, la Corte territoriale non ha ammesso il giuramento decisorio perchè riguardante circostanze di fatto non idonee a decidere la controversia, ma poi sulle stesse circostanze ha basato la prova testimoniale nonchè la pronuncia di insussistenza del comportamento vessatorio e mobbizzante di cui la ricorrente lamentava di essere stata vittima.

2- Con il secondo motivo si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 32 Cost. e art. 41 Cost., comma 2, dell’art. 2087 cod. civ., della L. n. 300 del 1970, del D.Lgs. n. 626 del 1994; b) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e omesso esame di un punto decisivo della controversia.

Si sottolinea che il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare l’integrità pscico-fisica del lavoratore, come prescritto dall’art. 2087 cod. civ., dalla L. n. 300 del 1970, art. 9 e dal D.Lgs. n. 626 del 2004, in attuazione dei principi di cui agli artt. 2, 32 e 41 Cost..

In questo quadro la sentenza impugnata viene considerata illegittima in quanto in essa, in modo palesemente contraddittorio e illogico, la Corte partenopea, dopo aver affermato che la quasi totalità dei fatti storici posti a fondamento della domanda della ricorrente risultano non contestati o documentalmente provati – e che tali sono i ripetuti comportamenti vessatori del datore di lavoro -ha rigettato tutte le richieste della V. sull’assunto, enunciato ma non motivato, secondo cui i fatti stessi non avrebbero causato danni alla salute della lavoratrice.

2 – Esame delle censure.

3- Il primo motivo è inammissibile.

In base al principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione – da intendere alla luce del canone generale “della strumentalità delle forme processuali” – il ricorrente che sostenga che il Giudice del merito ha errato nel non ammettere il deferimento del giuramento decisorio, ha l’onere di indicare, specificatamente, il contenuto della formula del giuramento stesso, al fine, di consentire la valutazione delle questioni da risolvere e della decisività dello mezzo istruttorio, dato che questo controllo, deve poter essere compiuto dalla Corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nel ricorso, a pena di inammissibilità come previsto dall’art. 366 c.p.p., comma 1, n. 6, (Cass. 26 aprile 2002, n. 6078; Cass. 17 novembre 2005, n. 23286; Cass. 3 luglio 2001, n. 8998).

Nella specie tale principio non risulta essere stato rispettato in quanto la ricorrente non ha riprodotto nel ricorso il contenuto della formula del giuramento decisorio di cui si tratta.

Tanto basta per considerare il motivo inammissibile.

4- Il secondo motivo è, invece, fondato.

4.1- In base ad un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte, nella disciplina del rapporto di lavoro, ove numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, il datore di lavoro non solo è contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l’integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente (ai sensi dell’art. 2087 cod. civ.), ma deve altresì rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti.

Tali comportamenti, anche ove non siano determinati ex ante da norme di legge, sono suscettibili di tutela risarcitoria previa individuazione, caso per caso, da parte del giudice del merito, il quale, senza duplicare le voci del risarcimento (con l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici), è chiamato a discriminare i meri pregiudizi – concretizzatisi in disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità, come tali non risarcibili – dai danni che vanno invece risarciti (Cass. 12 maggio 2009, n. 10864; Cass. SU 22 febbraio 2010, a 4063; Cass. 6 marzo 2006 n. 4774; Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785).

Fra le situazioni potenzialmente dannose e non normativamente tipizzate rientra il mobbing che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza di questa Corte, designa (essendo stato mutuato da una branca dell’etologia) un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo (vedi per tutte: Corte cost. sentenza n. 359 del 2003).

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (vedi: Cass. 21 maggio 2011 n. 12048; Cass. 26/3/2010 n. 7382).

Alla base della responsabilità per mobbing lavorativo si pone normalmente l’art. 2087 cod. civ., che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica e la personalità morale del lavoratore, per garantirne la salute, la dignità e i diritti fondamentali, di cui agli artt. 2, 3 e 32 Cost..

D’altra parte, come risulta dalla stessa definizione del fenomeno, se anche le diverse condotte denunciate dal lavoratore non si ricompongano in un unicum e non risultano, pertanto, complessivamente e cumulativamente idonee a destabilizzare l’equilibrio psico-fisico del lavoratore o a mortificare la sua dignità, ciò non esclude che tali condotte o alcune di esse, ancorchè finalisticamente non accumunate, possano risultare, se esaminate separatamente e distintamente, lesive dei fondamentali diritti del lavoratore, costituzionalmente tutelati, di cui si è detto (arg. ex Cass. sez. 6 pen. 8 marzo 2006 n. 31413).

E a ciò non è di ostacolo neppure la eventuale originaria prospettazione della domanda giudiziale in termini di danno da mobbing, in quanto si tratta piuttosto di una operazione di esatta qualificazione giuridica dell’azione che il giudice è tenuto ad effettuare, interpretando il titolo su cui si fonda la controversia ed anche applicando norme di legge diverse da quelle invocate dalle parti interessate, purchè lasciando inalterati sia il petitum che la causa petendi e non attribuendo un bene diverso da quello domandato o introducendo nel tema controverso nuovi elementi di fatto (Cass. 23 marzo 2005, n. 6326; Cass. 1 settembre 2004, n. 17610; Cass. 12 aprile 2006, n. 8519).

Inoltre, al fine della corretta individuazione della potenzialità lesiva (nei detti termini) delle indicate condotte si deve tenere anche degli esiti del lungo processo evolutivo che si è avuto in ambito comunitario, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di giustizia, in materia di diritto antidiscriminatorio e antivessatorio, in genere e in particolare nei rapporti di lavoro, a partire dalla introduzione dell’art. 13 nel Trattato CE, da parte del Trattato di Amsterdam del 1997.

Tale processo, poi proseguito in sede comunitaria e nazionale, ha portato, nel corso del tempo e principalmente per effetto del recepimento di direttive comunitarie, alla conseguenza che anche nel nostro ordinamento condotte potenzialmente lesive dei diritti fondamentali di cui si tratta abbiano ricevuto una specifica tipizzazione, come discriminatorie (in modo diretto o indiretto).

I contorni di questa complessa normativa sono divenuti più netti soprattutto a partire dall’entrata in vigore dei D.Lgs. n. 215 del 2003 e D.Lgs. n. 216 del 2003, nei quali sono stati specificamente individuati alcuni fattori di discriminazione (orientamento sessuale, religione, convinzioni personali, handicap, età, razza, origine etnica) e, per l’onere della prova, si è stabilito che, quando la vittima fornisce elementi di fatto desunti anche da dati di carattere statistico, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori per una delle ragioni prese in considerazione, spetta al convenuto l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione, cioè principalmente della insussistenza dell’elemento psicologico (riproducendo così la analoga disposizione contenuta nella L. 10 aprile 1991, n. 125, in materia di discriminazioni di genere).

In ordinamenti come il nostro che già prevedono a livello costituzionale norme di tutela dei diritti fondamentali del lavoratore, il suindicato elenco di fattori discriminatori e/o vessatori non è da considerare tassativo (ed è anzi destinato ad acquisire particolare rilevanza ai fini dell’applicazione della speciale forma di tutela prevista dalla L. n. 92 del 2012 in caso di licenziamento discriminatorio) così come, per quel che riguarda l’onere della prova, anche prima dell’entrata in vigore dei citati D.Lgs. n. 215 del 2003 e D.Lgs. n. 216 del 2003, nel nostro ordinamento processuale era già previsto che, nel rito del lavoro, il principio dispositivo deve essere contemperato con quello della ricerca della verità materiale, con l’utilizzazione da parte del giudice anche di poteri officiosi oltre che della prova per presunzioni, alla quale, specialmente in casi come quello in oggetto, va attribuito precipuo rilievo, secondo la giurisprudenza di questa Corte.

Infatti, la prova presuntiva (o indiziaria) – che esige che il Giudice prenda in esame tutti i fatti noti emersi nel corso dell’istruzione, valutandoli tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri e quindi esclude che il Giudice, avendo a disposizione una pluralità di indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Cass. 9 marzo 2012, n. 3703) – consente attraverso la complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, gravità, frustrazione personale e/o professionale, altre circostanze del caso concreto) di poter risalire coerentemente, con un prudente apprezzamento, al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.

Ciò, del resto, è conforme al consolidato orientamento di questa Corte in materia di prova del danno da demansionamento (Cass. SU 22 febbraio 2010, n. 4063; Cass. SU 24 marzo 2006, n. 6572 del 2006; Cass. 19 dicembre 2008, n. 29832; Cass. 26 novembre 2008, n. 28274), oltre che trovare riscontro nella giurisprudenza amministrativa in materia di mobbing (Cons. Stato 21 aprile 2010, n. 2272).

4.2.- La Corte partenopea si è discostata dai suddetti principi in quanto – dopo aver riferito che la domanda azionata non è stata formulata come richiesta di risarcimento del danno da mobbing, ma nei più ampi termini di richiesta di “risarcimento del danno esistenziale e del danno dovuto all’anticipato conseguimento del trattamento di quiescenza e di ogni altro danno patito in conseguenza delle azioni vessatorie” poste in essere dai soggetti appartenenti alla farmacia (omissis), in qualità di dipendenti o titolari della farmacia stessa – ha impostato tutta la propria decisione sulla insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dalla ricorrente.

Quindi, una volta escluso il suddetto intento e quindi il mobbing – sulla base di una valutazione delle prove raccolte effettuata sempre nell’ottica della ricerca una “strategia persecutoria” – la Corte territoriale ha respinto la domanda, peraltro interpretata in modo scorretto sì da alterarne il senso e il contenuto sostanziale, in relazione alle finalità perseguite dalla ricorrente (Cass. 2 novembre 2005, n. 21208; Cass. 27 luglio 2010, n. 17547).

Prima di arrivare alla suddetta conclusione la Corte d’appello non si è neppure posta il problema di valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per la ricorrente e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili.

Ciò, da un lato, significa che se tra i diversi episodi addotti si accerti che qualcuno ha carattere vessatorio questo non necessariamente implica l’attribuzione al comportamento datoriale del ruolo di causa o concausa dello stato depressivo della ricorrente culminato nel tentativo di suicidio, ma non per questo esclude che possa configurarsi un danno giuridicamente apprezzabile.

E, d’altra parte, comporta che la determinazione, in ipotesi, dell’eventuale efficacia causale diretta o indiretta di una condotta vessatoria datoriale rispetto al suindicato stato patologico sia effettuata sulla base di un adeguato accertamento della situazione psichica della ricorrente prima dell’insorgere della depressione culminata nel tentativo di suicidio (Cass. 8 giugno 2007, n. 13400; Cass. 11 giugno 2009, n. 13530).

4.3.- Poichè la sentenza impugnata, con motivazione incongrua, ha violato i suindicati principi, i relativi profili di censura deve essere accolto.

3 – Conclusioni.

5- Ne consegue che, in relazione alle censure accolte, la sentenza deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione, che si atterrà ai principi su enunciati e, in particolare, al seguente principio di diritto:

“Nella ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il Giudice del merito, pur nella accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità del mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente ma sempre in relazione agli altri – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili alla responsabilità del datore di lavoro che possa essere chiamato a risponderne, ovviamente nei soli limiti dei danni a lui imputabili”.

 

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo e accoglie il secondo. Cassa la sentenza impugnata, in relazione alle censure accolte, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione.

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Indennità di disoccupazione e liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura (Cass. n. 15065/2012)

Redazione

RITENUTO IN FATTO E DIRITTO

1.- (omissis), operaia agricola a tempo determinato, si rivolse al giudice del lavoro di Bari per ottenere il ricalcolo dell’indennita’ di disoccupazione agricola corrisposta in relazione alle giornate di lavoro effettuate nell’anno 2002, ai sensi del Decreto Legislativo 16 aprile 1997, n. 146, articolo 4, in relazione alla retribuzione fissata dalla contrattazione integrativa collettiva della provincia, anziche’ in base al salario medio convenzionale rilevato nell’anno 1995 e non piu’ incrementato.

2.- Rigettata la domanda e proposto appello dall’operaia, la Corte d’appello di Bari (sentenza 15.03.10) accoglieva l’impugnazione e condannava l’INPS a riliquidare l’indennita’ di disoccupazione corrisposta all’appellante per l’anno di riferimento, ponendo a base del calcolo il salario fissato pro tempore dalla contrattazione collettiva provinciale, compresa la c.d. quota di trattamento di fine rapporto, oltre accessori.

3.- Proponeva ricorso per cassazione l’INPS. Non svolgeva attivita’ difensiva l’assicurata. Il consigliere relatore ai sensi degli articoli 375 e 380 bis c.p.c.. ha depositato relazione, che e’ stata comunicata al Procuratore generale e notificata ai difensori costituiti assieme all’avviso di convocazione dell’adunanza.

4.- Con il ricorso per cassazione l’INPS, deducendo violazione degli articoli 44, 49 e 53 del ccnl operai agricoli e florovivaisti del 10.7.98, in relazione al Decreto Legislativo 2 settembre 1997, n. 314, articolo 6, comma 4, lettera a) ed all’articolo 1362 c.c., e della Legge 29 maggio 1982, n. 297, articolo 4, commi 10 e 11, contesta la tesi della Corte d’appello che l’emolumento denominato trattamento di fine rapporto (t.f.r.) corrisposto agli operai agricoli a tempo determinato costituisca una componente della retribuzione, come tale idonea a determinare la indennita’ di disoccupazione, e non salario differito, escluso ai sensi del detto articolo 6, comma 4, lettera a), sia dalla base imponibile dei contributi previdenziali, sia dalla retribuzione utile per il calcolo delle prestazioni temporanee in agricoltura.

5.- Il ricorso e’ fondato.

Confermando quanto gia’ ritenuto con la sentenza 9.5.07 n. 10546, secondo cui “ai fini della liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura, la nozione di retribuzione – definita dalla contrattazione collettiva provinciale, da porre a confronto con il salario medio convenzionale Decreto Legislativo 16 aprile 1997, n. 146, ex articolo 4 – non comprende il trattamento di fine rapporto”, questa Corte ha ulteriormente affermato che “sulla base del suddetto principio, la voce denominata quota di t.f.r. dai contratti collettivi vigenti a partire da quello del 27.11.1991, va esclusa dal computo della indennita’ di disoccupazione, in considerazione della volonta’ espressa dalle parti stipulanti, che e’ vietato disattendere in forza della disposizione di cui al Decreto Legge 14 giugno 1996, n. 318, articolo 3, conv. dalla Legge 29 luglio 1996, n. 402, a norma del quale, agli effetti previdenziali, la retribuzione dovuta in base agli accordi collettivi, non puo’ essere individuata in difformita’ rispetto a quanto definito negli accordi stessi. Dovendo escludersi che detta voce abbia natura diversa rispetto a quella indicata dalle parti stipulanti, non e’ ravvisabile alcuna illegittima alterazione degli istituti legali da parte dell’autonomia collettiva” (v. Cass. 5.01.11 n. 202 e numerose altre conformi).

6.- Tale orientamento giurisprudenziale e’ stato confermato dal legislatore il quale con norma interpretativa contenuta nel Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98 (conv. dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111) prevede che “il Decreto Legislativo 16 aprile 1997, n. 146, articolo 4 e il Decreto Legge 10 gennaio 2006, n. 2, articolo 1, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla Legge 11 marzo 2006, n. 81, si interpretano nel senso che la retribuzione, utile per il calcolo delle prestazioni temporanee in favore degli operai agricoli a tempo determinato, non e’ comprensiva della voce del trattamento di fine rapporto comunque denominato dalla contrattazione collettiva” (comma 18).

1.- Il ricorso e’, dunque, fondato e deve essere accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 1, puo’ provvedersi nel merito e rigettarsi la domanda quanto all’inclusione del trattamento di fine rapporto nella base di calcolo dell’indennita’ di disoccupazione.

8.- In ragione dell’intervento della legge di interpretazione autentica, che ha sopito ogni divergenza, sussistono giusti motivi per procedere alla compensazione delle spese dell’intero giudizio.

 

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, provvedendo nel merito, rigetta la domanda quanto all’inclusione del trattamento di fine rapporto nella base di calcolo dell’indennita’ di disoccupazione, con compensazione delle spese dell’intero giudizio.

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Corte di Cassazione Lavoro 7/11/2007 n. 23162; Pres. Mattone S., Est. Monaci S.

Redazione

Svolgimento del processo

IL signor S.G., già dipendente delle società Ferrovie dello Stato dal 1963 al 1991, conveniva in giudizio la società stessa esponendo in narrativa di avere svolto in un primo periodo attività di manovale addetto alla composizione dei treni ed alle pulizie, ed in un secondo periodo quella di macchinista con compiti di manovra nel deposito e presso gli scali che in due distinte occasioni, nel 1980 e nel 1983, gli erano state riconosciute come infermità imputabili a causa di servizio rispettivamente un’ulcera bulbare ed una artrosi lombare;

Che ciò nonostante aveva continuato ad essere assegnato alle stesse mansioni;

Che questo comportamento colpevolmente omissivo dell’azienda aveva comportato l’insorgenza di una ulteriore patologia (una particolare forma di angina, l’angina di Prinzmetal);

Che la sua domanda di riconoscimento della dipendenza di questa infermità da causa di servizio era stata rigettata, e che infine che dall’aprile 1991 era stato dichiarato inidoneo allo svolgimento delle proprie mansioni.

Chiedeva perciò che la datrice di lavoro venisse condannata al risarcimento del danno alla salute e del danno morale.

Costituitosi il contraddittorio ed istruita la causa, il Giudice di primo grado accoglieva la domanda.

Con sentenza di appello in data 7 – 15 ottobre 2004 il Tribunale di Roma andava in contrario avviso e rigettava la domanda proposta dal S..

La sentenza riteneva che non potesse addebitarsi all’azienda alcun comportamento colpevole per avere adibito il dipendente a mansioni proprie del profilo di appartenenza, quelle di manovale e di macchinista.

In linea di principio avrebbe potuto riconoscersi una responsabilità dell’azienda per i danni maggiori che si fossero prodotti dopo la conoscenza delle malattie da parte del datore di lavoro, perchè, consapevole dello stato di salute del dipendente, avrebbe dovuto adottare i comportamenti più idonei ad evitare l’aggravamento dello stato patologico denunziato.

Nel caso di specie, però, questo non era avvenuto perchè il lavoratore aveva, denunziato di essere affetto anche da quella specifica malattia soltanto il 23 novembre 1990, e, compiuti gli accertamenti del caso, la datrice di lavoro dopo pochi mesi lo aveva esonerato dalle proprie mansioni e lo aveva, assegnato a compiti meno gravosi.

Il Tribunale riteneva, inoltre, sulla base degli accertamenti peritali, che la nuova affezione non, potesse ricondursi casualmente all’attività lavorativa.

Nè vi erano state aggravamenti delle altre due patologie già riconosciute.

Avverso la sentenza d’appello, che non risulta notificata, il S. ha proposto ricorso per cassazione, con quattro motivi, notificato, in termine, 12 ottobre 2005.

L’intimata società Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. resiste con controricorso notificato, in termine, il 21 novembre agosto 2005.

Entrambe le parti hanno depositato memorie difensive.

Motivi della decisione

1. Nel primo motivo di impugnazione il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 64, e art. 41 c.p., anche in relazione all’art. 2087 c.c., e l’omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Contesta l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui l’angina lamentata non sarebbe stata collegata casualmente all’attività lavorativa, ed osserva che la dimostrazione del rapporto di causalità fra la malattia non tabellata ed il lavoro poteva anche assumere la consistenza non di certezza storica ma di una elevata probabilità. 2. Con il secondo motivo di impugnazione il S. denunzia la violazione e falsa applicazione di norme di legge, e specificamente degli artt. 115 e 116 c.p.c., e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Contesta le risultanze dell’accertamento peritale e sostiene che la sentenza era illegittima là dove si era adagiata acriticamente sulle conclusioni del consulente tecnico, che, a sua volta, aveva ignorato le osservazioni medico – legali dell’imputato.

3. Nel terzo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 c.c., e artt. 2043 e 1218 c.c., così come degli artt. 32 e 41 Cost., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Lamenta che il Tribunale abbia violato le norme che imponevano all’imprenditore di tutelare l’integrità fisica e psichica del lavoratore e di adottare tutte le misure idonee a preservare i lavoratori da qualsiasi lesione.

Il Giudice, invece, aveva omesso di prendere dettagliatamente in esame le risultanze istruttorie e di trame le logiche conclusioni.

4. Infine, con il quarto ed ultimo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione di norme di legge e specificamente dell’art. 2087 c.c..

Lamenta specificamente che il tribunale avesse preso in considerazione solamente il danno fisico, ma non il danno biologico.

5. Il ricorso non è fondato, e non può trovare accoglimento.

I diversi motivi, connessi tra loro, debbono essere esaminati unitariamente.

Una parte delle censure del ricorrente è inammissibile perchè si risolvono, in realtà nella riproposizione di questioni di fatto, non suscettibili di un nuovo esame in questa fase di legittimità.

Per questo sono inammissibili sia il primo motivo, con cui il ricorrente ripropone la questione dell’esistenza di un nesso di causalità tra la specifica forma di angina da cui è affetto e l’attività lavorativa svolta, sia il secondo motivo con cui contesta le risultanze dell’accertamento peritale disposto dal Tribunale, come pure, almeno in parte, il terzo motivo con cui ribadisce l’esistenza di una colpa della società datrice di lavoro per non aver tutelato la salute del dipendente.

6. Il terzo motivo, oltre che parzialmente inammissibile, è anche infondato.

Come, infatti, sottolineato più volte dalla giurisprudenza di questa Corte, sul datore di lavoro gravano sia il generale obbligo di "neminem laedere" espresso dall’art. 2043 c.c., (la cui violazione è fonte di responsabilità extracontrattuale), sia il più specifico obbligo di protezione dell’integrità psico – fisica del lavoratore sancito dall’art. 2087 c.c., ad integrazione "ex lege" delle obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro (la cui violazione determina l’insorgenza di una responsabilità contrattuale).

Conseguentemente, il danno biologico – inteso come danno all’integrità psico – fisica della persona in sè considerata, a prescindere da ogni possibile rilevanza o conseguenza patrimoniale della lesione – può in astratto conseguire sia all’una che all’altra responsabilità. Qualora la responsabilità fatta valere sia quella contrattuale, dalla natura dell’illecito (consistente nel lamentato inadempimento dell’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico – fisica del lavoratore) non deriva affatto che si versi in fattispecie di responsabilità oggettiva (fondata sul mero riscontro del danno biologico quale evento legato con nesso di causalità all’espletamento della prestazione lavorativa), ma occorre pur sempre l’elemento della colpa ossia la violazione di una disposizione di legge o di un contratto o di una regola di esperienza. La necessità della colpa – che accomuna la responsabilità contrattuale a quella aquiliana – va poi coordinata con il particolare regime probatorio della responsabilità contrattuale che è quello previsto dall’art. 1218 c.c., (diverso da quello di cui all’art. 2043 c.c.), cosicchè grava sul datore di lavoro l’onere di provare di aver ottemperato all’obbligo di protezione, mentre il lavoratore deve provare sia la lesione all’integrità psico – fisica, sia il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l’espletamento della prestazione lavorativa." (Cass. civ., 24 febbraio 2006, n. 4184; nello stesso senso, 5 marzo 2002, n. 3162; 7 novembre 2000, n. 14469; 5 febbraio 2000, n. 1307).

E’ necessario, inoltre, "che siano ravvisabili, nella condotta del datore di lavoro, profili di colpa cui far risalire il danno all’integrità fisica patito dal dipendente", e, di conseguenza, "quando l’espletamento delle mansioni proprie della qualifica di appartenenza sia incompatibile con lo stato di salute del lavoratore e comporti l’aggravamento di una preesistente malattia, non può ritenersi responsabile il datore di lavoro per non aver adottato le misure idonee a tutelare l’integrità fisica del dipendente, ove non risulti che egli era a conoscenza dello stato di salute di quest’ultimo e dell’incompatibilità di tale stato con le mansioni affidategli." (Cass. civ, 22 aprile 1997, n. 3455).

7. Perciò il lavoratore che chiede un risarcimento ai sensi dell’art. 2087 c.c., deve provare innanzi tutta l’esistenza di un nesso di causalità tra la prestazione lavorativa e la malattia dedotta.

Solo allora, in caso positivo, il datore di lavoro dovrà provare di avere fatto tutto quanto necessario per evitare l’insorgenza dell’affezione, e, eventualmente, l’aggravamento di essa. Secondo quanto risulta dalla sentenza impugnata, che lo ha dimostrato attraverso una motivazione puntuale, completa e convincente partendo dalle risultanze peritali, nel caso di specie il lavoratore non ha dimostrato l’esistenza di un nesso di causalità tra l’evento dannoso e lo svolgimento della prestazione lavorativa (e, di conseguenza, il datore di lavoro non era tenuto a fornire la prova liberatoria di avere ottemperato all’obbligo di protezione), mentre nella condotta del datore di lavoro non sono emersi profili di colpa cui far risalire il danno patito dal dipendente, anche perchè è risultato che una volta avuta conoscenza della malattia l’azienda ha provveduto ad assegnare il dipendente ad altre mansioni.

8. La sentenza ha chiarito, inoltre, sempre sulla base delle risultanze peritali, che le altre due malattie che invece erano state riconosciute come dipendenti da causa di servizio, vale a dire l’ulcera bulbare e l’artrosi cervicale, non avevano subito aggravamenti, e che, in particolare, l’artrosi non comportava compromissioni funzionali significative, mentre l’ulcera duodenale non era in atto, ma guarita.

9. Il quarto motivo, con cui il ricorrente lamenta che il Giudice d’appello non avrebbe tenuto conto del danno all’integrità psicofisica, ma solamente del danno fisico, è assorbito dal rigetto dei motivi precedenti.

10. Il ricorso perciò deve essere rigettato.

Le spese, liquidate nella misura indicata nel dispositivo, seguono la soccombenza a carico del ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese che liquida in Euro 35.00, oltre ad Euro 1.500,00, (millecinquecento/00) per onorari, oltre a spese generali, IVA e CPA.

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