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Corte di Cassazione – Sez. Un. civ. – sentenza n. 19597 del 18-09-2020

Ginevra Gaspari

Le Sez. U., decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato i seguenti principi di diritto:

– La disciplina antiusura si applica agli interessi moratori, intendendo essa sanzionare la pattuizione di interessi eccessivi convenuti al momento della stipula del contratto quale corrispettivo per la concessione del denaro, ma anche la promessa di qualsiasi somma usuraria sia dovuta in relazione al contratto concluso.

– La mancata indicazione dell’interesse di mora nell’ambito del T.e.g.m. non preclude l’applicazione dei decreti ministeriali, i quali contengano comunque la rilevazione del tasso medio praticato dagli operatori professionali, statisticamente rilevato in modo del pari oggettivo ed unitario, essendo questo idoneo a palesare che una clausola sugli interessi moratori sia usuraria, perché “fuori mercato”, donde la formula: “T.e.g.m., più la maggiorazione media degli interessi moratori, il tutto moltiplicato per il coefficiente in aumento, più i punti percentuali aggiuntivi, previsti quale ulteriore tolleranza dal predetto decreto”.

– Ove i decreti ministeriali non rechino neppure l’indicazione della maggiorazione media dei moratori, resta il termine di confronto del T.E.G.M., così come rilevato, con la maggiorazione ivi prevista.

– Si applica l’art. 1815, comma 2, c.c., onde non sono dovuti gli interessi moratori pattuiti, ma vige l’art. 1224, comma 1, c.c., con la conseguente debenza degli interessi nella misura dei corrispettivi lecitamente convenuti.

– Anche in corso di rapporto sussiste l’interesse ad agire del finanziato per la declaratoria di usurarietà degli interessi pattuiti, tenuto conto del tasso-soglia del momento dell’accordo; una volta verificatosi l’inadempimento ed il presupposto per l’applicazione degli interessi di mora, la valutazione dell’usurarietà attiene all’interesse in concreto applicato dopo l’inadempimento.

– Nei contratti conclusi con un consumatore concorre la tutela prevista dagli artt. 33, comma 2, lett. f) e 36, comma 1, del codice del consumo di cui al d.lgs. n. 206 del 2005, già artt. 1469-bis e 1469-quinquies c.c..

– L’onere probatorio nelle controversie sulla debenza e sulla misura degli interessi moratori, ai sensi dell’art. 1697 c.c., si atteggia nel senso che, da un lato, il debitore, il quale intenda provare l’entità usuraria degli stessi, ha l’onere di dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale, il tasso moratorio in concreto applicato, l’eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato, con gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento; dall’altro lato, è onere della controparte allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell’altrui diritto.

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Corte di Cassazione – Sez. Un. civ. – sentenza n. 16723 del 05-08-2020

Ginevra Gaspari

Le Sezioni unite civili della Corte di cassazione, risolvendo un contrasto nella giurisprudenza di legittimità, hanno affermato che l’inammissibilità della prova testimoniale di un contratto che deve essere provato per iscritto, ai sensi dell’art. 2725, comma 1, c.c., attenendo alla tutela processuale di interessi privati, non può essere rilevata d’ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata prima dell’ammissione del mezzo istruttorio; in particolare, hanno chiarito che, qualora, nonostante l’eccezione di inammissibilità, la prova sia stata ugualmente assunta, è onere della parte interessata opporne la nullità secondo le modalità dettate dall’art. 157, comma 2, c.p.c., rimanendo altrimenti la stessa ritualmente acquisita, senza che detta nullità possa più essere fatta valere in sede di impugnazione.

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Corte di Appello di Palermo – I sez. civ. – sentenza n. 1150 del 23-07-2020

Ginevra Gaspari

La Corte di appello di Palermo ha ritenuto di non accogliere le argomentazioni difensive spese del ministero della salute e di confermare invece l’interpretazione data dalla corte di cassazione, richiamata dallo stesso ministero appellante, conseguentemente confermando la decisione del giudice di prime cure.
In particolare, la corte territoriale siciliana ha richiamato l’orientamento delle sezioni unite della corte di cassazione secondo cui allorquando si parla di patologie legate ad infezioni contratte con il virus dell’epatite, siano esse derivanti dal virus dell’epatite B, dell’epatite C o l’AIDS, in conseguenza della trasfusione di sangue infetto, non è possibile considerare tali infezioni come tre eventi lesivi, ma deve essere considerato un unico evento lesivo consistente nella lesione dell’integrità fisica, in particolare la lesione del fegato del paziente dovuta all’assunzione di sangue infetto. In considerazione di ciò, secondo le sezioni unite, dal momento in cui si era avuta conoscenza dell’esistenza dell’epatite B si può ritenere sussistente una responsabilità del ministero della salute anche in caso di contagio degli altri due virus (cioè epatite C e AIDS) qualora tale contagio sia avvenuto attraverso la trasfusione di sangue infetto.
Infatti, in considerazione del fatto che sin dagli anni 70 la comunità scientifica conosceva l’esistenza del virus dell’epatite B, nel caso in cui, successivamente a tale periodo, attraverso delle trasfusioni di sangue infetto sia stato trasmesso il virus dell’epatite C, deve essere ritenuta colposa la condotta del Ministero della salute che abbia omesso di effettuare il controllo e la vigilanza circa la raccolta e la distribuzione di sangue umano per uso terapeutico. Ciò in considerazione del fatto che, anche in tale periodo, proprio per la conoscenza dell’esistenza del virus dell’epatite C, deve ritenersi che fosse prevedibile da parte del Ministero la contrazione di un virus legato all’epatite attraverso la trasfusione di sangue infetto.

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Corte di Cassazione – II sez. civ. – ordinanza n. 8031 del 21 marzo 2019

Ginevra Gaspari

L’art. 681 c.c. impone la forma espressa per le sole ipotesi di revoca della revoca del testamento diverse dalla soppressione o alterazione del documento-olografo, le quali ultime rappresentano tipologie sui generis di revoca che sono disciplinate dall’art. 684 c.c. e che, pur essendo tacite, si caratterizzano per l’idoneità a togliere la veste documentale alla precedente revoca (1).

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