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Torino

Vignera, provvedimento 21 agosto 2013

Redazione

N. SIUS 2013 / 3760 – TDS TORINO

N. SIEP 2012 / 4531 – PM MILANO

 

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO

________________________________________________

 

IL TRIBUNALE

Il giorno 21-08-2013 in TORINO si è riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei componenti:

Dott. *****************

 

Presidente rel.

” VELLUDO PAOLA

 

Giudice

” BASSINI MARGHERITA

 

Esperto

” ISAIA TIZIANA

 

Esperto

con la partecipazione del *****************************, Sost. Procuratore ******** presso la Corte di Appello di TORINO, per deliberare sulla domanda di affidamento in prova al servizio sociale ex art. 94 DPR 309/90, presentata da L. S., nato a XXXX il XXXX, detenuto presso la Casa Reclusione di XXXX, condannato con Sentenza N. 2012/XXXX Reg. Gen., emessa in data 20-04-2012 da Gip presso il Tribunale Ordinario MILANO, difeso dagli Avv. ti M. A. e S. A. del Foro di Torino.

FATTO E DIRITTO

1. – ***** sta scontando una pena di anni 5 di reclusione applicatagli ex art. 444 c.p.p. per i seguenti reati:

a) illegale detenzione di una pistola ********************** V.T. calibro 7,65 mod. 60 con serbatoio per il munizionamento rifornito di 5 cartucce stesso calibro (occultata in una cassaforte murata in camera da letto) e di una pistola *********** GMBH calibro 9 mm. x 21 GFL (occultata nel garage di pertinenza del suo appartamento);

b) ricettazione della predetta pistola ********************** (risultata provento di furto);

c) illecita detenzione di kg. 4,960 di eroina pari a grammi 238,11 di sostanza pura (corrispondenti a 9524 dosi).

I fatti sono stati accertati il 12 gennaio 2012 in Casello Lodigiano (i primi due) ed in Milano (il terzo).

L’esecuzione della pena è iniziata il 12 gennaio 2012 (con l’arresto nella flagranza dei reati anzidetti) e terminerà il 13 ottobre 2016.

Il 13 giugno 2013 il detenuto ha richiesto l’affidamento in prova “terapeutico” ex art. 94 DPR 309/1990, deducendo di essere tossicodipendente e di avere intenzione di sottoporsi ad un programma terapeutico- riabilitativo di tipo comunitario [programma dichiarato idoneo dal SERT di Sant’**************** e da eseguirsi presso la “Comunità Fontane Effatà” sita in Corno Vecchio (LO)].

Il 20 giugno 2013 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria rigettava l’istanza di applicazione provvisoria del beneficio, atteso che:

– in base agli atti allegati alla domanda, poteva considerarsi certa una sola assunzione di cocaina da parte del L., la quale non appariva sufficiente a dimostrare la sua dedotta tossicodipendenza;

– il SERT penitenziario e quello territorialmente competente avevano rilasciato soltanto, rispettivamente, la certificazione di tossicodipendenza e quella di idoneità del programma, mentre mancava una loro relazione dettagliata (sulla presa in carico del soggetto e sulle sue condizioni sanitarie, psicologiche, economiche, familiari, sociali ecc.), relazione che si considerava necessaria per verificare la sussistenza di una reale tossicodipendenza del detenuto e la mancanza di “strumentalità” del programma terapeutico de quo;

– mancava pure la relazione di sintesi.

La lettura della “posizione giuridica” rivela che, oltre allo stato detentivo conseguente al titolo esecutivo suindicato, il L. è pure “in attesa di primo giudizio” nell’ambito di un procedimento pendente presso il Tribunale di Pescara (proc. N. XXXX/2011 RGNR), nel corso del quale il 23 giugno 2012 gli fu applicata (unitamente ad altri 12 soggetti, in parte italiani ed in parte albanesi) la misura cautelare della custodia in carcere (nella relativa motivazione si parla della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico del L. in ordine al reato ex art. 73 DPR 309/1990 per avere il 14 luglio 2012, in luogo non accertato, ceduto e venduto kg. 2,680 di eroina ad un connazionale su incarico e mandato di un altro connazionale). Sempre dalla posizione giuridica risulta che successivamente la predetta misura cautelare fu sostituita prima con quella degli arresti domiciliari e dopo con quella dell’obbligo di presentazione alla P.G.. Il certificato dei carichi pendenti della Procura della Repubblica di Pescara, infine, documenta che nell’ambito di codesto procedimento il 5 agosto 2013 è stato chiesto il rinvio a giudizio del L.

Richieste informazioni sulla indagine “Cime Bianche”, che portò all’accertamento dei fatti di cui al titolo esecutivo (v. nota della Questura di Alessandria in data 22 luglio 2013), la Guardia di Finanza di Firenze il 9 agosto 2013 ha comunicato che:

– nell’occasione il L. fu indagato in quanto appartenente ad un sodalizio criminale (composto prevalentemente da cittadini albanesi) dedito al traffico internazionale di sostanze stupefacenti con il ruolo specifico di “referente” in territorio italiano dell’organizzazione transnazionale;

– a carico del soggetto, inoltre, sono stati raccolti elementi investigativi tali da poterlo considerare “fornitore” della sostanza stupefacente sequestrata nel corso di altre indagini e, in particolare, dei kg. 2,680 di eroina di cui al suindicato procedimento pendente presso la Procura della Repubblica di Pescara e di altri kg. 4,603 di eroina ceduti ad un connazionale il 13 maggio 2011 in Arsago Seprio (VA).

Il 9 agosto 2013 la Questura di Alessandria, oltre ai precedenti di polizia del detenuto, ha comunicato che dalle risultanze della Banca dati interforze emerge che lo stesso, prima dell’arresto, era solito frequentare pregiudicati dediti in prevalenza alla commissione di reati contro il patrimonio ed allo spaccio di stupefacenti.

Allegato all’istanza è un certificato del SERT penitenziario di Alessandria in data 5 luglio 2012, secondo cui il L. è affetto da dipendenza da cocaina in ambiente controllato. Nelle relative “Note” si precisa che la persona è risultata positiva alla cocaina a seguito di esame dei cataboliti urinari in data 12 gennaio 2012, nonchè a seguito di un esame capillare e sui peli pubici effettuato presso la Sezione di Tossicologia Forense dell’Università di XXXX e conclusivo “per un uso di cocaina con modalità di tipo cronico”.

Al predetto certificato del SERT è stata allegata la relazione in data 20 aprile 2012 relativa a tali esami cheratinici, da cui risulta che:

– gli accertamenti sono stati fatti su una ciocca di capelli lunga circa cm. 1 e su peli pubici lunghi circa cm. 2,5;

– il relativo prelievo è avvenuto il 13 aprile 2012;

– nell’occasione il L. aveva riferito che l’ultima assunzione di cocaina era avvenuta il giorno precedente il suo ingresso in carcere (ergo: l’11 gennaio 2012 poichè la carcerazione è iniziata il 12 gennaio 2012).

Nella fattispecie, pertanto, va verificato se gli esami svolti (quello urinario del 12 gennaio 2012 e quelli cheratinici eseguiti su capelli lunghi circa cm. 1 e sui peli pubici) siano scientificamente idonei a giustificare la conclusione suindicata (circa un affermato uso di cocaina da parte del L. “con modalità di tipo cronico”): e ciò, anche in considerazione di quanto si dirà tra poco circa le affermazioni “in senso contrario” fatte dallo stesso L. e dalla sua convivente.

Il SERT di Sant’**************** il 1° agosto 2013 ha comunicato che:

  • al momento del suo ingresso presso la Casa di Reclusione di Alessandria il L. era sconosciuto al Servizio;

  • pertanto, la valutazione del soggetto è stata delegata al SERT penitenziario di Alessandria;

  • in base ai dati rassegnati da quest’ultimo è stato predisposto un programma terapeutico-riabilitativo da eseguirsi presso la “Comunità Fontane Effatà” e considerato idoneo al recupero del soggetto.

Il SERT penitenziario in data 2 agosto 2013, oltre ai summenzionati dati relativi agli esami urinari e cheratinici, ha riferito che:

– il L. è stato preso in carico dal Servizio il 19 giugno 2012;

– da allora è stato regolarmente monitorato da un medico ed ha avuto regolari colloqui con un operatore;

– dal 28 settembre 2012 sono stati presi contatti con il SERT di Sant’****************, tramite il quale si è pervenuti all’elaborazione del programma suddetto;

– quest’ultimo consentirebbe al L. di continuare il già avviato “processo di rielaborazione personale all’interno di uno spazio protetto, quale potrebbe essere una comunità, che lo aiuti a chiarire le dinamiche personali interne e le relazioni con la famiglia ed altri”.

La relazione di sintesi evidenzia che il detenuto:

– ha mantenuto corretta condotta intramuraria;

– effettua colloqui con gli operatori del SERT penitenziario;

– ha riferito di essere entrato clandestinamente in Italia e che vanamente aveva cercato di ricongiungersi con la moglie ed i figli, che precedentemente aveva fatto arrivare clandestinamente in America;

– ha imputato la sua tossicodipendenza a non meglio precisati motivi economici.

Alla stregua dei suindicati elementi desumibili dalla certificazione del SERT, considera provato “un reale stato di tossicodipendenza” del L. e conclude con un parere favorevole alla concessione della misura terapeutica richiesta.

Allegata alla precedente relazione comportamentale (e richiamata dalla stessa relazione di sintesi) è una relazione dell’UEPE di Milano in data 19 luglio 2013, da cui si evince che:

– fin dal suo arrivo in Italia il L. ha convissuto con una connazionale, con la quale nel 2007 ha acquistato un appartamento in Milano;

– la stessa ha spiegato che al momento dell’arresto il L. era un po’ preoccupato della situazione economica in cui si trovavano a causa dell’acquisto della casa (per il quale pagano un mutuo di circa 500 euro mensili) e dell’imminente matrimonio della figlia;

– interpellata “sulla situazione sanitaria e dipendenze” del compagno, “l’interlocutrice ha riferito che il congiunto ha abusato di alcool, ma per tale problematica non si è mai rivolto ad un servizio di alcooldipendenze territoriale”.

Nella relazione sanitaria della Casa di Reclusione di Alessandria in data 2 agosto 2013, infine, relativamente al L. sta scritto quanto segue: “Viene visitato numerose volte dallo specialista otorino per acufeni ed otite esterna e trattato con terapia del caso. Esegue una visita SERT per riferito consumo di cocaina e crack associato ad alcol e non effettua nessuna terapia disintossicante per le sue presunte dipendenze. Dall’analisi della cartella clinica si legge che in data 12 gennaio 2012, giorno in cui è entrato nella casa circondariale di Lodi proveniente dalla libertà, non si dichiara tossicodipendente, alcol ai pasti, eroina no, cocaina no, altri stupefacenti no, trattamento per tossicodipendenza no, fumo si. Nella successiva visita SERT avvenuta nello stesso Istituto di Lodi riferisce un uso saltuario di cocaina. Ritengo pertanto in base ai dati in mio possesso che il detenuto non sia da considerarsi tossicodipendente, ma solo come da sue dichiarazioni consumatore saltuario di cocaina”.

 

2.1 – L’istanza va rigettata, atteso che:

  1. a differenza di quanto previsto dall’art. 90 D.P.R. 309/1990 (che si riferisce a persona che “si è sottoposta con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo”), l’art. 94 dello stesso D.P.R. presuppone una pena da eseguire “nei confronti di persona tossicodipendente o alcooldipendente”: vale a dire, la sussistenza nell’istante di una tossicodipendenza o alcooldipendenza reale ed attuale;

  2. nella fattispecie deve escludersi che il L. sia persona tossicodipendente.

 

2.2. – Si osserva al riguardo che il D.M. 12 luglio 1990 n. 186 (Regolamento concernente la determinazione delle procedure diagnostiche e medico-legali per accertare l’uso abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope, delle metodiche per quantificare l’assunzione abituale nelle 24 ore e dei limiti quantitativi massimi di principio attivo per le dosi medie giornaliere) all’art. 1 indica le “procedure diagnostiche” per “l’accertamento dell’uso abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope”, stabilendo che esso (accertamento) “si fonda su uno o più degli elementi valutativi appresso indicati:
a) riscontro documentale di trattamenti sociosanitari per le tossicodipendenze presso strutture pubbliche e private, di soccorsi ricevuti da strutture di pronto soccorso, di ricovero per trattamento di patologie correlate all’abuso abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope, di precedenti accertamenti medico-legali;
b) segni di assunzione abituale della sostanza stupefacente o psicotropa;
c) sintomi fisici e psichici di intossicazione in atto da sostanze stupefacenti o psicotrope;
d) sindrome di astinenza in atto;
e) presenza di sostanze stupefacenti e/o loro metaboliti nei liquidi biologici e/o nei tessuti”.

La lettura del certificato del SERT in data 5 luglio 2012 (allegato all’istanza) rivela che la “certificazione di dipendenza da cocaina in ambiente controllato” relativa al L. si incentra fondamentalmente sull’ultimo degli elementi valutativi predetti [quello sub e) rappresentato dalla “presenza di sostanze stupefacenti e/o loro metaboliti nei liquidi biologici e/o nei tessuti”].

Quest’ultimo, a sua volta (v. le “Note” redatte nella parte conclusiva del predetto certificato), è stato basato su “esame cataboliti urinari (12 gennaio 2012) positivo per cocaina; esame peritale delle matrici pilifere eseguito sia su capelli sia su pelo pubico presso ‘Sezione di Tossicologia Forense-Università degli Studi di XXXX’ datato 20 aprile 2012, positivo per cocaina e benzoilecgonina, e conclusivo per ‘uso di cocaina con modalità di tipo cronico’ ”: esame peritale (effettuato dalla Dr.ssa C.), la cui relazione datata 20 aprile 2012 è stata allegata al medesimo certificato.

Orbene!

Codesta conclusione del suindicato esame peritale (circa un “uso di cocaina con modalità di tipo cronico” da parte del L.) non è condivisibile ed inficia, perciò, il predetto certificato del SERT, che su di essa si basa.

Più esattamente, quella conclusione peritale:

  1. anzitutto, è il portato di argomentazioni non completamente corrette dal punto di vista scientifico e/o della letteratura tossicologico-forense;

  2. in secondo luogo, è smentita da dati clinici obiettivi;

  3. in terzo luogo, è contraddetta dalle stesse affermazioni dell’interessato e della sua convivente.

Alla dimostrazione di tutto ciò si procederà nelle pagine seguenti.

 

2.3. – Si legge nella suindicata relazione della Dr.ssa C. che:

– la medesima ha prelevato i campioni piliferi sulla persona del Luhsa presso la Casa Circondariale di Milano il 13 aprile 2012;

– “nell’occasione il predetto ha riferito … che l’ultima assunzione di cocaina risaliva al giorno precedente” il suo ingresso in carcere [ergo: all’11 gennaio 2012, atteso che la carcerazione del L. è iniziata il 12 gennaio 2012 (e non il 12 febbraio 2012, come invece ha erroneamente scritto la Dr. ssa C., che è incorsa ovviamente in un lapsus calami)];

– “la ciocca dei capelli era lunga circa 1 cm., mentre i peli pubici misuravano circa 2,5 cm.”;

– “nel caso del ******* le indagini chimico-tossicologiche hanno riguardato la cocaina ed hanno fornito esito positivo”;

– “la cocaina, infatti, è stata evidenziata sia nei capelli, sia nei peli pubici unitamente al suo catabolita inattivo benzoilecgonina”;

– “poichè il *******, a causa della detenzione, non ha assunto lo stupefacente negli ultimi… mesi, le concentrazioni della cocaina e del suo metabolita sono da riferire a quel processo di eliminazione che prosegue anche nella fase di astinenza”;

– “i dati positivi ottenuti nel corso dell’accertamento attestano che in tempi pregressi il ******* ha fatto uso di cocaina con modalità di tipo cronico”.

No!

Quest’ultima affermazione (circa la cronicità dell’accertato uso di cocaina da parte del detenuto) è priva di ogni base scientifica.

Come scritto dalla stessa Dr. ssa C. a pag. 2 della sua relazione (coerentemente stavolta con la letteratura tossicologica per la ricerca di sostanze stupefacenti e/o farmaci su matrice cheratinica), “l’accertamento dell’uso pregresso di sostanze stupefacenti o farmaci può essere effettuato analizzando le matrici pilifere (capelli e peli corporei in genere), la cui utilità deriva dal fatto che esse hanno la capacità d’incorporare e di trattenere nella loro struttura gli xenobiotici assunti durante la fase di crescita. Inoltre – ma il discorso vale solo per i capelli –, in base al loro grado di crescita, che è stimato mediatamente in 1 cm. al mese, è possibile fissare i termini cronologici dell’analisi retrospettiva”.

Più esattamente, poiché la velocità di crescita del capello varia da 0,8 cm. ad 1,2 cm. al mese con una media intorno ad 1 cm. al mese, l’analisi dei segmenti della lunghezza di 1 cm. si presta a fornire indicazioni sull’assunzione avvenuta in ogni singolo mese. Pertanto, per esempio, se si dispone di una ciocca di capelli di 6 cm. di lunghezza, l’analisi del primo centimetro, partendo dalla cute, rivela le eventuali sostanze stupefacenti e/o farmaci assunti nell’ultimo mese, l’analisi del secondo centimetro rivela l’assunzione nei due mesi precedenti l’esame, l’analisi del terzo centimetro rappresenta la situazione nei tre mesi anteriori all’esame e così via.

Questo tipo di analisi (c.d. qualitativa di tipo temporale), tuttavia, non è praticamente possibile quando il campione é costituito da peli pubici ed ascellari, dato che essi non hanno un ritmo di crescita costante come i capelli.

Conseguentemente, l’utilizzo dei peli pubici o ascellari consente di effettuare soltanto la c.d. analisi qualitativa di tipo generico ed in tal caso una positività alle sostanze stupefacenti o ai farmaci consente solamente di dire genericamente che il soggetto ha fatto uso di una o più sostanze stupefacenti o farmaci in un periodo ricompreso nell’anno antecedente al prelievo: uso che, quindi, potrebbe essere ipoteticamente avvenuto anche una tantum e solamente nel giorno precedente quello del prelievo o solamente nel … 365° giorno precedente quello del prelievo o solamente … un paio di mesi prima del prelievo. Senza possibilità, dunque, di dire più esattamente “quando”!

Tutto ciò non è frutto della “fantasia” dell’estensore del presente provvedimento, ma trova pieno riscontro nella letteratura scientifica in subiecta materia [v. esemplificativamente le Linee guida per il laboratorio di analisi di sostanze d’abuso con finalità tossicologico forensi e medico-legali (revisione N. 3 del 1° marzo 2010 a cura della Commissione Qualità del Gruppo Tossicologi Forensi Italiani), paragrafo 5.2, penultimo capoverso, dove sta testualmente scritto: “Lo stato di assuntore cronico, come pure comportamenti pregressi di abuso, possono essere verificati attraverso l’analisi di campioni di capelli effettuando, se la lunghezza lo consente, analisi su sezioni seriate, al fine di poter ottenere elementi utili a ricostruire la cronologia dell’assunzione. L’analisi di peli provenienti da altri distretti corporei (ascelle, torace, pube) non si ritiene permetta valutazioni cronologiche attendibili, atteso il diverso pattern di crescita delle formazioni pilifere in tali distretti, e pertanto ha valore esclusivamente qualitativo pur testimoniando l’uso pregresso. Nel caso di valutazioni di tipo quantitativo si ritiene di dover escludere l’impiego dei peli pubici attesa la possibilità di contaminazione attraverso le urine”. Si precisa che: a) per analisi quantitativa si intende quella che, in base all’entità delle concentrazioni rilevate, consente di dare indicazioni circa l’uso (occasionale, continuativo, massiccio ecc.) che un soggetto fa di una determinata sostanza; b) nella fattispecie, nondimeno, non risulta che la Dr. ssa C. abbia fatto analisi di tipo quantitativo, che comunque sarebbero state scarsamente attendibili per le ragioni appena enunciate].

Orbene!

Alla stregua di quanto precede la Dr.ssa C. avrebbe potuto desumere dalle sue stesse premesse metodologiche (esatte) e/o dalle analisi da lei svolte soltanto la seguente conclusione: “il dato positivo ottenuto dall’esame dei peli pubici attesta che il L. ha fatto uso di cocaina in un periodo ricompreso nell’anno antecedente al prelievo; il dato positivo ottenuto dall’esame dei capelli (data la lunghezza della ciocca esaminata: cm. 1) attesta che il L. ha fatto uso di cocaina in un periodo ricompreso tra 1-2 mesi dalla data del prelievo; data la lunghezza del campione capillare esaminato (circa cm. 1), non è possibile fornire ulteriori indicazioni temporali”.

Pertanto:

  1. poiché lo stesso L. aveva “riferito … che l’ultima assunzione di cocaina risaliva al giorno precedente” il suo ingresso in carcere (ergo: all’11 gennaio 2012, essendo iniziata la sua carcerazione il 12 gennaio 2012), la positività alla cocaina riscontrata dalla Dr. ssa C. attraverso l’esame del capello può (in considerazione della lunghezza del campione analizzato: cm. 1 circa) essere riferita soltanto a codesta assunzione (dell’11 gennaio 2012);

  2. poiché le “Note” del certificato del SERT in data 5 luglio 2012 parlano pure di una positività alla cocaina rivelata dall’esame dei cataboliti urinari del 12 gennaio 2012 (dello stesso giorno, cioè, dell’inizio della carcerazione del L.) e poiché la positività di una singola analisi delle urine può rivelare solamente un uso della sostanza fatta da alcune ore ad alcuni giorni prima del prelievo, è assai probabile che pure codesta “positività urinaria” sia da ricollegare alla stessa assunzione dell’11 gennaio 2012 (giorno precedente quello dell’ingresso in carcere del L., che a sua volta è avvenuto lo stesso giorno dell’analisi urinaria in discorso: il 12 gennaio 2012) [sull’accertamento del consumo di sostanze tramite l’esame delle urine v. esemplificativamente le surrichiamate Linee guida per il laboratorio di analisi di sostanze d’abuso con finalità tossicologico forensi e medico-legali (revisione N. 3 del 1° marzo 2010 a cura della Commissione Qualità del Gruppo Tossicologi Forensi Italiani), paragrafo 5.2, terz’ultimo capoverso, dove sta testualmente scritto: “Per la determinazione del consumo ‘recente’ di sostanze d’abuso (con una finestra di rilevabilità temporale di ore-giorni a seconda delle caratteristiche farmacocinetiche della sostanza in questione) il campione d’elezione è l’urina. Tale campione può essere impiegato anche per la determinazione dello stato di assuntore cronico qualora l’Analisi sia estesa a più campioni raccolti in giorni diversi e “a sorpresa” (vale a dire con preavviso all’interessato il più breve possibile, comunque non superiore alle 24 ore). E’ inaccettabile, per diagnosticare l’effetto biologico prodotto da una sostanza d’abuso a scopo forense (ad esempio uno stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacenti) l’impiego della matrice urinaria”];

  3. poiché l’esame dei peli pubici non permette di effettuare analitiche valutazioni cronologiche in retrospettiva, la positività alla cocaina emersa da quell’esame (dei peli pubici) può consentire solamente di dire genericamente che il soggetto aveva fatto uso di codesta sostanza (cocaina) in un periodo ricompreso nell’anno antecedente al prelievo: periodo nel quale ricade pure l’11 gennaio 2012, giorno dell’ultima assunzione di cocaina dichiarata dal L.;

  4. tutto ciò val quanto dire che in base agli esami concretamente effettuati sul Luhsa (sulle sue urine, sui suoi capelli e sui suoi peli pubici), può considerarsi “cronologicamente provata” soltanto un’assunzione di cocaina da parte del L.: quella (dichiarata dallo stesso L.) avvenuta l’11 gennaio 2012;

  5. atteso che nella fattispecie l’esame delle urine poteva rivelare soltanto l’assunzione di cocaina dell’11 gennaio 2012 ed atteso pure che l’esame del capello poteva (data la lunghezza del campione esaminato: cm. 1 circa) rivelare soltanto tale assunzione di cocaina dell’11 gennaio 2012 (non avendo più il L. assunto sostanze in epoca successiva: come da lui stesso dichiarato) ed atteso, infine, che l’esame dei peli pubici consentiva di effettuare soltanto una valutazione di tipo generico riferibile ad un periodo ricompreso nell’anno antecedente al prelievo (ma non anche analitiche valutazioni cronologiche in retrospettiva), atteso tutto ciò – si stava dicendo – , del tutto ingiustificata risulta l’affermazione che i dati positivi esaminati attestano un uso di cocaina da parte del L. “con modalità di tipo cronico”;

  6. conclusivamente: in base ai dati oggettivi disponibili il L. non può considerarsi né assuntore abituale di stupefacenti nè a fortiori tossicodipendente.

 

2. 4. – Riepilogando quanto testé detto e concludendo:

  • l’affidamento in prova per fini terapeutici presuppone la tossicodipendenza del condannato;

  • l’accertamento della tossicodipendenza può essere basato sull’elemento valutativo indicato dall’art. 1, lettera e), d.m. 12 luglio 1990, n. 186, solo quando la presenza di sostanze stupefacenti e/o loro metaboliti nei liquidi biologici e/o nei tessuti” sia tale da dimostrare un uso abituale delle sostanze stesse;

  • nella fattispecie la dedotta tossicodipendenza del L. deve essere esclusa perché “certificata” dal SERT sulla base di esami (recte: di un esame urinario, di un esame dei capelli lunghi cm. 1 e di un esame dei peli pubici) effettuati in un arco di tempo assai ristretto e con esiti positivi riferibili tutti ad un’unica assunzione di sostanza stupefacente e/o, comunque, ad assunzioni con modalità di tipo non cronico, ma saltuario.

 

2.5. – La superiore conclusione (circa l’inesistenza nel L. della qualità di tossicodipendente e/o di consumatore abituale di sostanze stupefacenti) è riscontrata da tutta una serie di altri elementi.

Anzitutto, presentandosi alla Dr. ssa C. con i capelli tagliati da poco (perché lunghi appena cm. 1 circa al momento del prelievo), lo stesso ha di fatto reso impossibile (attraverso l’analisi del suo capello c.d. qualitativa di tipo temporale) l’accertamento di un suo consumo cronico di cocaina: verosimilmente perché tale consumo non c’era mai stato!

In secondo luogo, se il consumo di cocaina accertato attraverso l’esame dei cataboliti urinari del 12 gennaio 2012 ed attraverso l’analisi su matrice cheratinica effettuata dalla Dr. ssa C. fosse dipeso veramente da una condizione di tossicodipendenza del L., costui al momento dell’ingresso in carcere [avvenuta il 12 gennaio 2012 e, quindi, il giorno appena successivo a quello dell’ultima assunzione di cocaina (fatta per sua stessa affermazione il giorno precedente)] avrebbe dovuto trovarsi ancora in quella condizione (di tossicodipendenza) e nel periodo immediatamente successivo sicuramente o avrebbe richiesto una terapia farmacologica disintossicante dalla dipendenza [di tipo sostitutivo (destroamfetamina, bupropione, amantadina ecc.) o di tipo avversivo (disulfiram, modafinil ecc.)] oppure, scegliendo di “sopportare” l’astinenza, avrebbe manifestato quei gravi disturbi fisici e psichici notoriamente conseguenti alla brusca interruzione dell’assunzione delle sostanze stupefacenti (affaticamento, spasmi muscolari, irritabilità, insonnia o forte sonnolenza, ansia, depressione et similia): cose che non risultano essere avvenute (v. relazione sanitaria della Casa di Reclusione di Alessandria in data 2 agosto 2013, firmata dalla Dirigente sanitaria Dr. ssa Di Marco Monica, dove sta scritto: “Viene visitato numerose volte dallo specialista otorino per acufeni ed otite esterna e trattato con terapia del caso. Esegue una visita SERT per riferito consumo di cocaina e crack associato ad alcol e non effettua nessuna terapia disintossicante per le sue presunte dipendenze. Dall’analisi della cartella clinica si legge che in data 12 gennaio 2012, giorno in cui è entrato nella casa circondariale di Lodi proveniente dalla libertà, non si dichiara tossicodipendente, alcol ai pasti, eroina no, cocaina no, altri stupefacenti no, trattamento per tossicodipendenza no, fumo si. Nella successiva visita SERT avvenuta nello stesso Istituto di Lodi riferisce un uso saltuario di cocaina. Ritengo pertanto in base ai dati in mio possesso che il detenuto non sia da considerarsi tossicodipendente, ma solo come da sue dichiarazioni consumatore saltuario di cocaina”).

Infine, interpellata dall’UEPE di Milano (v. relazione in data 19 luglio 2013), la compagna del L. (che convive con il predetto sin dal suo arrivo in Italia) sulla situazione sanitaria e sulle eventuali dipendenze del predetto “ha riferito che il congiunto ha abusato di alcool, ma per tale problematica non si è mai rivolto ad un servizio di alcooldipendenze territoriale”: di problematiche connesse a consumo di stupefacenti, quindi, nulla, proprio nulla!

 

3. – Anche a voler prescindere dalle superiori considerazioni ed anche se (per mera ipotesi: anzi, per assurdo) dovesse ritenersi effettiva la tossicodipendenza del L., l’istanza dovrebbe essere parimenti rigettata.

Invero:

  • è incontestato che l’ultima assunzione di cocaina da parte del detenuto risale all’11 gennaio 2012 (come riferito dal medesimo alla Dr. ssa C.);

  • pertanto, da circa 19 mesi il predetto non fa uso di sostanze stupefacenti né presenta alcuna delle altre condizioni, alla accertata presenza di almeno tre delle quali il DSM-IV (divisante criteri-guida largamente riconosciuti nella comunità scientifica internazionale: così Cass. pen., Sez. 4, sentenza 26 giugno 2012 n. 38040, *******) ricollega una diagnosi di tossicodipendenza (si precisa che codeste condizioni sono: sviluppo di tolleranza, sintomi di astinenza; assunzione progressivamente sempre maggiore rispetto alle iniziali previsioni; incapacità di ridurre le dosi, nonostante la consapevolezza che l’uso sia diventato eccessivo; gran parte del tempo viene dedicato alla ricerca della sostanza; vengono ridotte le occasioni lavorative e sociali; l’uso viene continuato nonostante la consapevolezza delle implicanze psicologiche e fisiche);

  • più esattamente, in base agli indicatori del predetto DSM-IV la (ipotetica) tossicodipendenza del L. dovrebbe considerasi nella fase di Remissione Protratta Completa (recita, infatti il DSM-IV che “questa specificazione è usata se nessuno dei criteri per dipendenza o abuso è risultato soddisfatto in un qualunque momento durante un periodo di 12 mesi o più”) in Ambiente Controllato (“questa specificazione è usata se il soggetto si trova in un ambiente dove l’accesso all’alcool e alle sostanze controllate è limitato, e se nessun criterio per dipendenza o abuso è risultato soddisfatto almeno per il mese passato. Esempi di questi ambienti sono le prigioni strettamente sorvegliate dove le sostanze sono proibite, le comunità terapeutiche o le unità ospedaliere chiuse”);

  • si può, pertanto, ragionevolmente ipotizzare che il divisato programma di recupero (nel quale è sicuramente prevalente il sostegno psicologico del soggetto, senza alcuna terapia disintossicante e/o di mantenimento) possa positivamente concludersi nel giro di 12-18 mesi al massimo: e questo “non giustificherebbe il trattamento extrapenitenziario per la ben maggior durata della pena, indicativa di non irrilevante capacità criminale” (v. in tal senso Cass. pen., Sez I, sentenza 4 aprile 2001 n. 33343, Di Pasqua, in motivazione);

  • la prevalenza della “componente psicologica” di quel programma, infine, fa ritenere che esso possa essere utilmente eseguito in ambito penitenziario con la prosecuzione del sostegno educativo-psicologico già fornito al L. dal SERT penitenziario (cfr. sul punto Cass. pen., Sez. I, sentenza 19 marzo 1999 n. 2271, ********, secondo cui l’affidamento ex art. 94 DPR 309/1990 è finalizzato alla cura “dello stato di tossicodipendenza o alcooldipendenza attraverso programmi non attuabili in stato di detenzione”): così contemperandosi le (ipotetiche) esigenze terapeutico-riabilitative del L. con le (concrete) esigenze di tutela della collettività connesse all’elevata pericolosità sociale del predetto [pericolosità desumibile dai fatti criminosi di cui al titolo esecutivo (inequivocabilmente sintomatici per la loro natura, il loro oggetto e le loro modalità consumative di un stabile inserimento del soggetto in organizzazioni delinquenziali di rilevante “spessore”), dai fatti ascritti al L. con la surrichiamata ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Pescara e dagli altri fatti riferiti a proposito del predetto dalla Guardia di Finanza di Firenze, nonchè dall’epoca assai recente della commissione di tutti gli anzidetti fatti].

P.Q.M.

RIGETTA l’istanza.

Torino, 21 agosto 2013

Il Presidente estensore

Dr. ****************

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale di sorveglianza di Torino, ordinanza 27 marzo 2013; Pres. Viglino, Est. Vignera; ric. C. F.

Redazione

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO, ordinanza 27 marzo 2013; *************, Est. *******; ric. C. F.

ORDINAMENTO PENITENZIARIO – BENEFICI PENITENZIARI – LIBERAZIONE ANTICIPATA – VALUTAZIONE PER SEMESTRI – PERIODI DETENTIVI INFERIORI AL SEMESTRE – CUMULABILITA’ – CONDIZIONI (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 54).

Il semestre da valutare agli effetti della detrazione di pena ex art. 54 O.P. può risultare dal cumulo di periodi detentivi non continuativi, purché essi non siano separati da un intervallo temporale così lungo da impedire di verificare concretamente la partecipazione del detenuto al trattamento rieducativo (fattispecie in cui tale possibilità è stata esclusa in relazione a periodi detentivi separati da un intervallo di circa 26 mesi)

 

N. SIUS 2013 / 909 – TDS TORINO

N. SIEP 2011 / 291 – PG CAP MILANO

ORDINANZA N. 2013/1151

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO

________________________________________________

IL TRIBUNALE

il giorno 27-03-2013 in TORINO si è riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei componenti:

Dott. VIGLINO MARCO

 

Presidente

” VIGNERA GIUSEPPE

 

Giudice rel.

” RIGHINI PAOLO

 

Esperto

” LA GIOIA ANGELA

 

Esperto

con la partecipazione del Dott. BURDINO GIANFRANCO, Sost. Procuratore ******** presso la Corte di Appello di TORINO, per deliberare sul reclamo avverso provvedimento di rigetto di istanza di detrazione di pena per liberazione anticipata, presentato da C. F., nata a TIRANA (ALBANIA) il XXXX, residente e domiciliata in XXX, Via XXXX n. 23, difesa dall’Avv. ****************** del Foro di Torino, condannata con Sentenza N. 2010/3168 Reg. Gen., emessa in data 10-11-2010 da Corte D’Appello MILANO, confermata in data 05-11-2009 da Gip Presso il Tribunale Ordinario MILANO, definitiva il 01-03-2011.

FATTO E DIRITTO

1. – Con provvedimento in data 22 gennaio 2013 il Magistrato di Sorveglianza di Cuneo dichiarava inammissibile l’istanza di detrazione di pena per liberazione anticipata presentata da C. F. per il periodo di sei mesi risultante dalla somma di quello (di “carcerazione presofferta”) compreso tra il 10 dicembre 2009 ed il 5 giugno 2010 e di quello (di “detenzione attuale”) compreso tra il 1° agosto 2012 ed il 6 agosto 2012, trattandosi di periodi non contigui.

A fondamento della superiore ordinanza veniva posto l’insegnamento di Cass. pen. Sez. I, sentenza 28 maggio 1996 n. 3650, ********, secondo cui: “in relazione all’esigenza che il limite minimo di valutazione, ai fini dell’applicabilità dell’istituto della liberazione anticipata, non sia inferiore a sei mesi, deve escludersi che detta esigenza possa essere soddisfatta riunendo tra loro periodi di durata inferiore, lontani nel tempo, potendosi solo ammettere la possibilità di valutazione congiunta di periodi di detenzione, ciascuno dei quali inferiore al semestre, quando si tratti di sommare un periodo di custodia cautelare ad uno di espiazione, ad esso contiguo, come si verifica allorché, per effetto della definitività della condanna, la detenzione a titolo di custodia cautelare prosegue trasformandosi in esecuzione di pena”.

Avverso tale provvedimento ha proposto tempestivo reclamo l’interessata, che invoca il più recente orientamento della Suprema Corte in subiecta materia. Trattasi, più esattamente, di Cass. pen., Sez. I, sentenza 6 maggio 2008 n. 21689, *******, secondo cui: “Ai fini dell’applicazione dell’istituto della liberazione anticipata, la lunghezza dell’intervallo di tempo intercorrente tra due periodi di carcerazione non è di per sé ostativa ad una valutazione complessiva, qualora la somma dei periodi raggiunga un semestre di pena e si riferisca alla medesima esecuzione, sempre che sia possibile accertare un’effettiva partecipazione del condannato all’opera di rieducazione. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha precisato che deve trattarsi di periodi di durata tale da consentire un’effettiva valutazione e non intervallati da periodi di libertà in cui risultino poste in essere condotte criminose o anche semplicemente antisociali)”.

 

2. 1 – L’impugnazione è infondata.

Invero, anche senza aderire all’insegnamento posto a fondamento del reclamato provvedimento [a favore del quale sembra militare l’argomentazione letterale desunta dal fatto che l’art. 54, comma 1, O.P. non parla di “periodo di sei mesi di pena scontata”, ma di “ogni singolo semestre di pena scontata”: e al sostantivo “semestre” il linguaggio corrente ed i dizionari assegnano il significato di “periodo continuativo di sei mesi”, così come a “trimestre” si assegna il significato di “periodo continuativo di tre mesi”, a “bimestre” quello di “periodo continuativo di due mesi” , a “mese” quello di “periodo continuativo di trenta giorni” e a “settimana” quello di “periodo continuativo di sette giorni”], sta di fatto che neppure l’indirizzo evocato dalla Reclamante merita adesione.

Invero, alla sua stregua:

  1. si estende l’oggetto dell’osservazione pure alla condotta (“intermedia”) tenuta dal condannato in libertà al fine di verificare se essa (condotta) sia stata o meno “criminosa” o “anche semplicemente antisociale”;

  2. se l’individuazione di condotte “criminose” può essere possibile attraverso le informazioni acquisibili presso la banca-dati SDI (Sistema Di Indagine) consultabile dalle Forze di Polizia Italiane, praticamente impossibile risulta invece accertare eventuali “condotte semplicemente antisociali” del condannato: per la semplice ragione che un controllo della persona “in libertà” (in un ordinamento che non sia uno “Stato di polizia”) è una vera e propria contradictio in terminis;

  3. se possibile (tramite, per esempio, informazioni analoghe a quelle richieste alle Forze di Polizia operanti sul luogo di residenza dell’interessato ai fini dell’accertamento della “buona condotta” ex art. 179, comma 1, c.p.), del resto, una tale verifica risulterebbe impossibile o, comunque, molto difficoltosa allorchè tale periodo “intermedio” si sia protratto per un tempo assai lungo (e ciò non è affatto un fenomeno raro, posto che il passaggio in giudicato della sentenza di condanna spesso avviene diversi anni dopo la cessazione dello stato di custodia cautelare “sofferto” dalla persona nella fase iniziale del procedimento).

A parte queste considerazioni, sta di fatto che tutta la restante giurisprudenza del Supremo Collegio sembra presupporre che l’osservazione del detenuto agli effetti de quibus riguarda periodi di detenzione contigui o comunque ravvicinati tra di loro (v. esemplificativamente Cass. pen., Sez. I, sentenza 12 marzo 1998, n. 1513, *******, in Cass. Pen., 1999, 1942: “Ai fini della concessione della liberazione anticipata, per quanto il giudizio debba essere espresso relativamente a ciascun semestre, tuttavia la valutazione sui semestri immediatamente precedenti o immediatamente successivi a quelli interessati da infrazioni disciplinari, specie quando si tratta in infrazioni di una certa gravità, può essere negativa anche in assenza di illeciti disciplinari, dovendosi, in tal caso, considerare la condotta in contrasto con quell’atteggiamento di responsabilità che è lecito attendersi da detenuti che, per godere del beneficio, devono dar prova di partecipazione all’opera di rieducazione intrapresa nei loro confronti, ai fini del loro più efficace reinserimento sociale”; conf. tra le più recenti Cass. pen., Sez. I, sentenza 22 novembre 2011 n. 983, ********).

 

2. 2 – A tutte queste obiezioni non si espone il terzo (rispetto a quello “restrittivo” ricordato dal primo Giudicante ed a quello “estensivo” invocato dalla Reclamante) degli indirizzi espressi dalla Corte di Cassazione in argomento, al quale (terzo indirizzo) aderisce questo Tribunale.

In base a codesto indirizzo, più esattamente, “ai fini dell’applicazione dell’istituto della liberazione anticipata possono essere presi in considerazione anche periodi di detenzione i quali, singolarmente, siano inferiori al semestre ma raggiungano, messi insieme, tale soglia, sempre che trattisi di periodi riferibili tutti ai titoli in esecuzione e sia concretamente possibile effettuare, per il semestre così ricostruito, la verifica del grado di adesione del condannato all’opera di rieducazione” (così Cass. pen., Sez. I, sentenza 27 giugno 1997 n. 4455, *********; conf. Cass. pen., Sez. I, sentenza 11 aprile 2001 n. 24627).

Il che val quanto dire che ai fini in discorso possono essere presi in considerazione periodi di detenzione inferiori a sei mesi purchè, sebbene non contigui, siano comunque suscettibili di valutazione unitaria in quanto tra loro ravvicinati e/o non separati da un rilevante lasso di tempo [v. in questo preciso senso Cass. pen., Sez. I, 4 febbraio 1999 n. 1019, Sessa: “Ai fini dell’applicazione del beneficio della liberazione anticipata, non è necessaria la continuità del periodo di detenzione da valutare, giacché il computo del semestre di pena scontata, agli effetti della detrazione prevista dall’art. 54 della legge n. 354 del 1975, può avvenire anche cumulando periodi di detenzione separati da un intervallo temporale, purché si tratti di frazioni di semestre che si prestino ragionevolmente ad un efficace apprezzamento della partecipazione all’opera di rieducazione. (Nell’enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha escluso la possibilità di procedere a sommatorie di singoli periodi di detenzione fra loro cronologicamente distanti e tali da non consentire di verificare la partecipazione del detenuto al trattamento rieducativo, ma soltanto di verificare la regolarità della condotta carceraria”); conf. Cass. pen., Sez. I, 28 novembre 2002 n. 16985, *********].

Orbene!

Tale condizione non è configurabile rispetto ai periodi sub iudice perchè tra la fine del primo (5 giugno 2010) e l’inizio del secondo (1° agosto 2012) intercorrono circa 26 mesi.

 

P.Q.M.

conferma l’impugnato provvedimento.

TORINO, 27 marzo 2013

IL MAGISTRATO ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

VIGNERA GIUSEPPE

 

VIGLINO MARCO

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale di sorveglianza di Torino, ordinanza 27 marzo 2013; Pres. Viglino, Est. Vignera; ric. C. M.

Redazione

ORDINAMENTO PENITENZIARIO – BENEFICI PENITENZIARI – MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE – AFFIDAMENTO IN PROVA TERAPEUTICO PRESUPPOSTI – TOSSICODIPENDENZA DEL CONDANNATO – ATTUALITA’ – CERTIFICAZIONE DEL SERT – CARATTERE VINCOLANTE – ESCLUSIONE – FATTISPECIE (D.p.r. 9 settembre 1990, n. 309, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, art. 94)

 

L’affidamento in prova per fini terapeutici presuppone l’attualità della tossicodipendenza del condannato, la quale, malgrado la contraria certificazione rilasciata al riguardo da struttura sanitaria pubblica (Ser.T.), va esclusa rispetto ad un detenuto che da circa 5 anni si trova nella condizione di “remissione protratta completa” in base agli indicatori del DSM-IV ed in una situazione di “benessere soggettivo non craving per psicotropi”: circostanze che per la loro concordanza e la loro durata rendono irrilevante il fatto che esse si siano verificate in “ambiente controllato”.

N. SIUS 2013 / 508 – TDS TORINO

N. SIEP 2007 / 440 – PGCAP FIRENZE

ORDINANZA N. 2013/1150

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO

________________________________________________

IL TRIBUNALE

Il giorno 27-03-2013 in TORINO si è riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei componenti:

Dott. VIGLINO MARCO

 

Presidente

” VIGNERA GIUSEPPE

 

Giudice rel.

” RIGHINI PAOLO

 

Esperto

” LA GIOIA ANGELA

 

Esperto

con la partecipazione del Dott. BURDINO GIANFRANCO, Sost. Procuratore ******** presso la Corte di Appello di TORINO, per deliberare sulla domanda di affidamento in prova al servizio sociale Servizio Sociale ex art. 94 DPR 309/90, presentata da C. M. nato a TORINO il XX-XX-XXXX, detenuto presso la Casa Reclusione di ALESSANDRIA in virtù di provvedimento di esecuzione di pene concorrenti emesso dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Firenze in data 11 aprile 2009, difeso dall’Avv. ******************** del Foro di Torino,

OSSERVA

quanto segue.

FATTO E DIRITTO

1. – C. M. S. sta scontando una pena complessiva di anni 12, mesi 2, di reclusione in virtù di un provvedimento di cumulo comprensivo delle pene inflitte con tre sentenze di condanna per 8 rapine aggravate, 2 evasioni, 2 furti in concorso e porto d’armi (fatti commessi nel 2002, nel 2005 e nel 2006 tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia-Romagna).

Con tutte le suindicate sentenze è stata applicata la recidiva ex art. 99, comma 4, c.p.

Al predetto, inoltre, è stata applicata la misura di sicurezza della casa di lavoro per anni 2.

Oltre a quelle in esecuzione, il C. annovera altre undici condanne per 7 rapine (quasi tutte aggravate ed in concorso), plurimi furti, plurimi porti d’arma, minaccia, cessione di stupefacenti, plurime resistenze a P.U., plurime lesioni personali e rissa (fatti commessi tra il 1994 ed il 2008 a Torino, Roma, Genova, Firenze ed Alessandria).

Nella maggior parte dei casi trattasi di rapine presso istituti di credito.

L’ultimo reato (quello di rissa) è stato commesso il 1° luglio 2008 presso la Casa di reclusione di Alessandria.

L’esecuzione della pena è iniziata con l’arresto in flagranza in Roma il 7 marzo 2003 e terminerà (salve liberazioni anticipate) il 25 novembre 2014.

Il C. ha chiesto l’affidamento in prova al servizio sociale ex art. 94 DPR 309/1990, deducendo di essere tossicodipendente e di essere titolare di un programma terapeutico-riabilitativo predisposto dal SERT di Torino.

Quest’ultimo in data 8 gennaio 2013 ha riferito che:

  • il C. è stato preso in carico dal Servizio il 12 novembre 1996;

  • lo stato di tossicodipendenza era stato accertato attraverso esami clinici e visite mediche;

  • il soggetto era stato sottoposto a terapie con metadone;

  • dal gennaio 2008 è stato preso in carico dal SERT penitenziario di Alessandria, dove è stato seguito (solo) con colloqui psicoterapeutici (prima quindicinali, poi settimanali ed ultimamente bisettimanali);

  • in funzione del presente procedimento il SERT penitenziario ha predisposto un programma terapeutico-riabilitativo da eseguirsi presso la Comunità San Benedetto al Porto, che viene considerato idoneo al recupero del paziente.

Tale programma, più esattamente, prevede:

  • l’inserimento del C. presso la struttura “Cascina *******” di Frascaro (AL);

  • le continuazione dei colloqui bisettimanali di psicoterapia presso il SERT di Alessandria;

  • la frequenza delle lezioni presso l’Università di Alessandria in base agli orari dei corsi;

  • per gli incontri di valutazione del programma al SERT ed all’UEPE il C. dovrebbe essere accompagnato da un operatore della Comunità;

  • invece, “per tutti gli altri spostamenti (visto anche l’impegno giornaliero su Alessandria tra Università e psicoterapia) dovrà essere in grado di spostarsi con i mezzi pubblici (corriera, autobus o treno) in piena autonomia, concordando con gli operatori della Struttura orari e impegni settimanalmente”.

Le relazioni di sintesi del 3 giugno 2009 e del 30 settembre 2011 riferiscono le pregresse problematiche tossicologiche del soggetto (riportando gli stessi dati comunicati dal SERT di Torino) ed evidenziano che il C.:

  • ha avuto forti problemi di adattamento allo stato detentivo a causa di un atteggiamento ribelle;

  • nel luglio 2008 è stato sanzionato con l’esclusione dalle attività in comune per 5 giorni a causa della sua partecipazione ad una rissa di sezione;

  • il 28 gennaio 2011 è stato sanzionato con l’ammonizione per inadempimento degli obblighi lavorativi;

  • nel luglio 2011 ha ultimato positivamente il corso di geometri, conseguendo il diploma;

  • dall’anno accademico 2011-2012 frequenta il corso di laurea in scienze politiche, ragione per la quale è stato allocato presso la sezione Polo universitario;

  • la famiglia [che vive a Torino e composta dalla madre, dal padre (con precedenti penali), dalla sorella e dal fratello (quest’ultimo con problematiche tossicomaniche)] ha dato la disponibilità a sostenere il congiunto;

  • nel complesso il C. può essere definito un soggetto sveglio e dotato di buone capacità intellettive, ma con una personalità complessa, caratterizzata da spiccati tratti antisociali ed un temperamento forte ed autoritario, che lo ha portato, durante gli anni di detenzione, ad adattarsi bene all’ambiente carcerario ed a socializzare prevalentemente con figure leader all’interno della sezione, assumendo egli stesso, in determinate situazioni, atteggiamenti prevaricatori nei confronti dei propri compagni di detenzione”.

La relazione di sintesi del 25 ottobre 2012 (aggiornata sino al 2 marzo 2013) evidenzia che:

  • iscritto al secondo anno del predetto corso di laurea, il soggetto ha sino ad ora superato tre esami;

  • nel corso dell’ultimo anno egli è apparso più maturo e riflessivo, “tenendosi più in disparte rispetto ad alcune dinamiche di sezione e ad impegnare gran parte della giornata nello studio”.

Ipotizza, pertanto, la concessione di iniziali permessi-premio e, all’esito positivo di tale sperimentazione, un’eventuale ammissione a benefici più ampi.

La relazione sanitaria della Casa di Reclusione di Alessandria in data 4 febbraio 2013 evidenzia che il detenuto, giunto in Istituto il 22 dicembre 2007, ha eseguito visite infettivologica, oculistica, odontoiatrica, più volte esami ematici e colloqui SERT; e presenta “benessere soggettivo non craving per psicotropi”.

Nella successiva integrazione del 18 marzo 2013 si precisa: “Dall’analisi della cartella clinica si evince che il detenuto non fa uso di sostanze stupefacenti (eroina, cocaina, etc.) dal 5 aprile 2006, come confermato dalla scheda di visita medico-tossicologica risalante alla carcerazione presso ‘Le Vallette’ di Torino e non ha mai fatto uso in questi anni di terapia disintossicante; è pertanto a mio parere non più da considerarsi tossicodipendente”.

Gli organi di Polizia sottolineano tutte l’elevato spessore criminale del C., resosi autore di numerose rapine a mano armata anche durante la fruizione degli arresti domiciliari e resosi latitante dal 23 marzo 2006 (quando era evaso dagli arresti domiciliari) sino al 6 aprile 2006 (quando è stato catturato dalla Squadra Mobile di Genova (v. in particolare la comunicazione della Questura di Genova in data 5 dicembre 2012).

Proprio in considerazione di ciò si “ritiene che il prevenuto sia persona pericolosa e non si esclude la possibilità che il medesimo possa reiterare la propria condotta delittuosa” (v. comunicazione della Questura di Torino in data 22 febbraio 2013 e quella analoga della Questura di Torino in data 7 novembre 2011).

Si fa presente che il 17 dicembre 2012 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria rigettava un’istanza presentata dal C. ex art 30 ter O.P., atteso che:

  • le informazioni di Polizia evidenziano tutte l’inquietante spessore criminale del C.;

  • l’interruzione dell’attività criminosa del soggetto è dipesa esclusivamente dalla sua carcerazione, di guisa che ai fini della prognosi del ridimensionamento della sua pericolosità occorre far riferimento prevalentemente alla sua condotta intramuraria;

  • nella precedente relazione di sintesi del 30 settembre 2011 si dava ancora un “quadro” sostanzialmente negativo del soggetto, sottolineandosi in particolare i suoi plurimi precedenti disciplinari (ultimo dei quali nel gennaio 2011) ed i tratti complessi, autoritari e prevaricatori della sua personalità;

  • questo “quadro” risulta, invece, totalmente “ribaltato” nell’ultima relazione di sintesi del 25 ottobre 2012 (ergo: appena un anno dopo);

  • codesto cambiamento del soggetto, proprio per l’assenza di gradualità e per la sua repentinità, ingenera dubbi sulla sua effettività per apparire, invece, meramente strumentale al conseguimento dei benefici penitenziari;

  • codesta strumentalità, invero, può inferirsi pure dal contenuto del beneficio richiesto (uscita dal carcere per poche ore per recarsi presso la sede universitaria in Alessandria con l’accompagnamento di un assistente volontario: ergo, senza alcuna effettiva valenza di sperimentazione del detenuto nella realtà extramuraria), il quale è a sua volta finalizzato ad un successivo affidamento terapeutico di tipo semiresidenziale (che, invece, normalmente rappresenta la fase finale di un programma rigorosamente comunitario, nella fattispecie escluso dall’ipotesi trattamentale).

 

2.1 – L’istanza va rigettata, atteso che:

  1. a differenza di quanto previsto dall’art. 90 D.P.R. 309/1990 (che si riferisce a persona che “si è sottoposta con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo”), l’art. 94 dello stesso D.P.R. presuppone una pena da eseguire “nei confronti di persona tossicodipendente o alcooldipendente”: vale a dire, una tossicodipendenza o aolcooldipendenza attuale nell’istante;

  2. nella fattispecie deve escludersi la sussistenza di una condizione attuale di tossicodipendenza.

 

2.2 – Per quanto attiene alla definizione della condizione di tossicodipendenza dell’OMS, corre obbligo di riportare che nel 1951 la tossicodipendenza è stata definita come “stato di intossicazione periodica prodotta dalle ripetute assunzioni di una sostanza naturale o sintetica con le seguenti caratteristiche:

– un irresistibile bisogno o desiderio di continuare ad assumere la sostanza e quindi di procurarsela con ogni mezzo;

– tendenza ad aumentare la dose;

– dipendenza psichica e fisica dagli effetti della sostanza;

– effetti dannosi all’individuo e alla società”.

In questo contesto vengono individuate due proprietà della sostanza per generare la tossicodipendenza:

– tolleranza: come possibilità che ha l’organismo di sopportare dosi via, via più elevate del farmaco al quale si reagisce nel tempo sempre più moderatamente;

– dipendenza fisica: caratterizzata da sindrome di astinenza intesa come l’insieme dei sintomi specifici che insorgono quando la sostanza non viene più assunta.

Nel 1978 l’OMS ha modificato la definizione sottolineando il concetto di dipendenza come stato psichico e, talvolta, fisico risultante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza, e caratterizzato da modificazioni del comportamento o reazioni che determinano la compulsione ad assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, per sperimentare i suoi effetti psichici e per evitare gli effetti di privazione.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico DSM IV, a sua volta, sta scritto: “La manifestazione essenziale della Dipendenza da Sostanze è un gruppo di sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici indicativi che il soggetto continua a far uso della sostanza nonostante la presenza di problemi significativi correlati alla sostanza….”

La dipendenza, poi, è definita come un raggruppamento di 3 o più dei sintomi sotto elencati che ricorrano in un qualunque momento nello stesso periodo di 12 mesi.

Criteri diagnostici per la Dipendenza da Sostanze

Una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione o a disagio clinicamente significativi, come manifestato da tre (o più) delle condizioni seguenti, che ricorrono in un qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:

  1. tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti:

  1.  
    1. il bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato

    2. un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza

  2. astinenza, come manifestata da ciascuno dei seguenti:

    1. la caratteristica sindrome di astinenza per la sostanza (riferirsi ai Criteri A e B dei set di criteri per Astinenza dalle sostanze specifiche)

    2. la stessa sostanza (o una strettamente correlata) è assunta per attenuare o evitare i sintomi di astinenza

  3. la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto,

  4. desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;

  5. una grande quantità di tempo viene spesa in attività necessario a procurarsi la sostanza (per es., recandosi in visita da più medici o guidando per lunghe distanze), ad assumerla (per es., fumando “in catena”), o a riprendersi dai suoi effetti;

  6. interruzione o riduzione di importanti attività sociali/ lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza;

  7. uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, di natura fìsica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza (per es., il soggetto continua ad usare cocaina malgrado il riconoscimento di una depressione indotta da cocaina, oppure continua a bere malgrado il riconoscimento del peggioramento di un’ulcera a causa dell’assunzione di alcool).

Codificare il decorso della Dipendenza alla quinta cifra:

– Remissione Iniziale Completa / Remissione Iniziale Parziale

– Remissione Protratta Completa / Remissione Protratta Parziale

2 In Terapia Agonista

1 In Ambiente Controllato

4 Lieve / Moderato / Grave

Specificare se:

Con Dipendenza Fisica: prove evidenti di tolleranza o di astinenza

(cioè/ risultano soddisfatti entrambi gli item 1 e 2)

Senza Dipendenza Fisica: nessuna prova evidente di tolleranza o

di astinenza (cioè/ non risultano soddisfatti ne l’item 1 ne l’item 2)

La tolleranza (Criterio 1) corrisponde al bisogno di quantità notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione (o l’effetto desiderato), o a un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità di sostanza. Il grado in cui si sviluppa la tolleranza varia grandemente fra le sostanze…

L’astinenza (Criterio 2a) è una modificazione patologica del comportamento, con eventi fisiologici e cognitivi concomitanti, che si verifica quando le concentrazioni ematiche o tissutali di una sostanza declinano in un soggetto che ha fatto un uso prolungato pesante della stessa. Dopo aver sviluppato spiacevoli sintomi di astinenza la persona tende ad assumere la sostanza per attenuare o evitare quei sintomi (Criterio 2b), tipicamente, facendo uso della sostanza durante tutto il giorno e iniziando presto dopo il risveglio…

Specificazioni

Tolleranza e astinenza possono essere associate a un rischio più alto per problemi medici generali immediati e a un tasso più elevato di ricadute. Le specificazioni sono previste per annotare la loro presenza o assenza:

– Con Dipendenza Fisica. Questa specificazione dovrebbe essere usata quando la Dipendenza da Sostanza è accompagnata da prove evidenti di tolleranza (Criterio 1) o di astinenza (Criterio 2)

– Senza Dipendenza Fisica. Questa specificazione dovrebbe essere usata quando non vi sono prove evidenti di tolleranza (Criterio 1) o di astinenza (Criterio 2). In certi soggetti la Dipendenza da Sostanze è caratterizzata da una modalità di uso compulsiva (almeno 3 voci dai criteri 3-7).

Specificazioni di decorso

Sono disponibili 6 specificazioni di decorso per la Dipendenza da Sostanze. Le 4 specificazioni di Remissione possono essere applicate solo dopo che nessuno dei criteri per la Dipendenza da Sostanze o per l’Abuso di Sostanze sia stato continuativamente soddisfatto per almeno 1 mese. Per quei criteri che riguardano problemi ricorrenti si può applicare una specificazione di remissione soltanto se non è stato presente alcun aspetto del criterio (ad es. un incidente di guida durante un’intossicazione sarebbe sufficiente per rendere il soggetto non qualificato per essere considerato in remissione). La definizione di questi 4 tipi di Remissione è basta sull’intervallo di tempo trascorso dalla cessazione della Dipendenza (Remissione Iniziale versus Protratta) e sull’eventuale presenza continuativa di una o più delle condizioni incluse nei set di criteri per Dipendenza o ***** (Remissione Parziale versus Completa). Poiché i primi 12 mesi successivi alla Dipendenza sono un lasso di tempo a rischio particolarmente elevato per ricaduta, questo periodo è designato come Remissione Iniziale. Dopo che sono trascorsi 12 mesi di Remissione Iniziale senza ricaduta nella Dipendenza, la persona entra nel periodo di Remissione Protratta. Ai tipi di Remissione Iniziale e Protratta viene aggiunta l’ulteriore designazione di Completa se nessun criterio per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto durante il periodo di remissione; viene data una designazione di Parziale se almeno uno dei criteri per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto in modo intermittente o continuo durante il periodo di remissione. La differenziazione della Remissione ****************** dal recupero (nessun Disturbo da Uso di Sostanze in atto) richiede considerazione della lunghezza del tempo dall’ultimo periodo di alterazione della durata totale del disturbo e della necessità di una valutazione continuativa. Se dopo un periodo di remissione o recupero il soggetto diventa di nuovo dipendente, l’applicazione della specificazione di Remissione Iniziale richiede che vi sia di nuovo almeno un periodo di un mese durante il quale non sia risultato soddisfatto alcun criterio per Dipendenza o Abuso. Sono state previste 2 specificazioni addizionali: In Terapia Agonista e In Ambiente Controllato. Perché un soggetto possa qualificarsi in Remissione Iniziale dopo cessazione di terapia agonista o dimissione da un ambiente controllato vi deve essere un periodo di un mese nel quale non è risultato soddisfatto alcuno dei criteri per Dipendenza o Abuso.

Le seguenti specificazioni di Remissione possono essere applicate solo dopo che nessun criterio per Dipendenza o Abuso sia risultato soddisfatto per almeno un mese. Notare che queste specificazioni non si applicano se il soggetto è in terapia agonista o in un ambiente controllato.

Remissione Iniziale Completa. Questa specificazione è usata se, almeno per un mese, ma per meno di 12 mesi, nessun criterio per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto.

Remissione Iniziale Parziale. Questa specificazione è usata se, almeno per un mese, ma per meno di 12 mesi uno o più criteri per Dipendenza o ***** sono risultati soddisfatti (ma non sono risultati soddisfatti pienamente i criteri per Dipendenza).

Remissione Protratta Completa. Questa specificazione è usata se nessuno dei criteri per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto in un qualunque momento durante un periodo di 12 mesi o più.

Remissione Protratta Parziale. Questa specificazione è usata se non sono risultati soddisfatti pienamente i criteri per Dipendenza per un periodo di 12 mesi o più; tuttavia sono risultati soddisfatti uno o più criteri per Dipendenza o Abuso.

Le seguenti specificazioni si applicano se il soggetto è in terapia agonista o in un ambiente controllato.

In Terapia Agonista. Questa specificazione viene usata se al soggetto è prescritto un farmaco agonista, e se nessun criterio per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto per quella classe di tarmaci per almeno il mese passato (eccetto tolleranza a o astinenza dall’agonista). Questa categoria si applica anche ai soggetti in trattamento per Dipendenza che fanno uso di un agonista parziale o di un agonista / antagonista.

In Ambiente Controllato. Questa specificazione è usata se il soggetto si trova in un ambiente dove l’accesso all’alcool e alle sostanze controllate è limitato, e se nessun criterio per Dipendenza o Abuso è risultato soddisfatto almeno per il mese passato. Esempi di questi ambienti sono le prigioni strettamente sorvegliate dove le sostanze sono proibite, le comunità terapeutiche o le unità ospedaliere chiuse”.

 

2. 3 – Tutto ciò precisato, si ricorda adesso che dalla suindicata relazione sanitaria in data 18 marzo 2013 e dalla predetta comunicazione del SERT di Torino in data 8 gennaio 2013 risulta che:

– il detenuto non fa uso di sostanze stupefacenti (eroina, cocaina, etc.) dal 5 aprile 2006;

– il medesimo non ha mai seguito in questi anni nè terapia agonistica (con metadone o altro) a fortiori un trattamento di disassuefazione da terapia agonistica (scalaggio del dosaggio di metadone);

– il suo percorso con il SERT penitenziario è consistito esclusivamente in colloqui di psicoterapia.

Da nessuna delle relazioni in atti (sanitarie, del SERT di Torino e del SERT penitenziario), infine, si evince che durante la carcerazione il C. abbia manifestato disturbi da dipendenza, nè fisica nè psichica: anzi, quella sanitaria in data 4 febbraio 2013 sottolinea in particolare rispetto al C. un “benessere soggettivo non craving per psicotropi”.

A questo punto è possibile, anzitutto, affermare che almeno dalla fine di aprile 2008 (sulla base degli indicatori previsti dal DSM-IV), il detenuto era classificabile come soggetto in Remissione Protratta Completa in Ambiente Controllato poiché nessuno dei criteri diagnostici per Dipendenza o Abuso era risultato soddisfatto in un qualunque momento durante un periodo di 12 mesi o più.

Lo stesso DSM-IV, poi, precisa:

La differenziazione della Remissione ****************** dal Recupero (nessun disturbo da uso di sostanze in atto) richiede considerazione della lunghezza dall’ultimo periodo di alterazione, della durata totale del disturbo e della necessità di valutazione continuativa”.

Orbene!

Alla stregua di questi altri indicatori può senz’altro concludersi che il C. non presenta più alcun disturbo di sostanze in atto (ergo: che è pienamente “recuperato” e che quindi non è più tossicodipendente) perchè, valutato continuativamente per circa 5 anni dall’inizio della fase di Remissione Protratta Completa, non ha mai presentato alcun disturbo (nè di natura fisica nè di natura psichica) da sostanze stupefacenti: il che, del resto, trova conferma nella suindicata relazione sanitaria della Casa di Reclusione di Alessandria in data 4 febbraio 2013 (che sottolinea in particolare “benessere soggettivo non craving per psicotropi”) ed in quella in data 18 marzo 2013 (“è pertanto a mio parere non più da considerarsi tossicodipendente”).

Avuto riguardo alla lunga durata della predetta valutazione (pari a circa 5 anni), infine, appare irrilevante la circostanza che essa sia avvenuta in “ambiente controllato”.

Pure in “ambiente controllato”, infatti, avvengono le valutazioni dei pazienti sottoposti a programmi riabilitativi presso le apposite strutture comunitarie: e non si comprenderebbe perchè il recupero del soggetto sarebbe possibile in queste strutture “controllate” ed impossibile, invece, in carcere.

Tutto ciò, del resto, trova “sperimentale” conferma nel fatto che rispetto ad un altro detenuto seguito dal medesimo SERT penitenziario di Alessandria con un programma analogo a quello del C. e trovantesi in situazione analoga a quella dello stesso C. (e per certi aspetti, anzi, “deteriore” perchè seguito dal SERT penitenziario alessandrino per un periodo minore: dall’ottobre 2008) è stato “certificato” da quel SERT il superamento delle problematiche relative alla sua iniziale tossicodipendenza (v. relazione relativa al detenuto A. R. Prot. 110189 dell’8 novembre 2012): se per A. R. è stato possibile il superamento delle problematiche da tossicodipendenza in “ambiente controllato” di tipo carcerario, quindi, non si comprende perchè ciò non potrebbe essere successo pure per il C. nello stesso “ambiente controllato”.

 

3. – A prescindere da ciò ed anche se (per mera ipotesi) dovesse considerarsi ancora attuale la tossicodipendenza del C., l’istanza dovrebbe essere parimenti rigettata.

Invero, il trattamento intramurario sino ad oggi seguito dal detenuto gli ha consentito non solo di acquisire rilevanti progressi dal punto di vista terapeutico [portandolo ad un’astensione dal consumo degli stupefacenti per circa 7 anni (recte, dall’aprile 2006: v. relazione sanitaria in data 18 marzo 2013)], ma anche di iniziare con buoni risultati un percorso di studi, che ben può continuare all’interno della Casa di Reclusione di Alessandria (presso il Polo Universitario): come ha fatto sino ad oggi.

La prosecuzione di quel trattamento, pertanto, appare concretamente idoneo a realizzare gli stessi obiettivi del programma terapeutico-riabilitativo divisati del tutto ipoteticamente dal SERT: il quale (programma del SERT), nondimeno, prevede per il soggetto un’ampia libertà di movimento assolutamente incompatibile con la sua elevatissima pericolosità sociale [desumibile dal numero e dalla gravità dei reati da lui commessi (la cui consumazione si è interrotta solo con il suo arresto), dalla sua condotta penitenziaria (gravemente “irregolare” sino al gennaio 2011) e dai tratti (prevaricatori e ribelli) della sua personalità evidenziati nelle relazioni di sintesi].

P.Q.M.

rigetta l’istanza.

TORINO, 27 marzo 2013.

IL MAGISTRATO ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

VIGNERA GIUSEPPE

 

VIGLINO MARCO

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale di sorveglianza di Torino, ordinanza 22 agosto 2012; Pres. Est. Vignera, ric. P.

Redazione

ODINAMENTO PENITENZIARIO – BENEFICI PENITENZIARI – PERMESSI ORDINARI – PRESUPPOSTI – FATTISPECIE (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 30; cod. civ., art. 250 ss.; l. 15 maggio 1997 n. 127, misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo, art. 2; d.p.r. 3 novembre 2000 n. 396, regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997 n. 127, artt. 28 ss.).

Poiché il riconoscimento del figlio naturale può essere fatto pure nella località di detenzione dell’interessato, va rigettata l’istanza di permesso motivata dalla necessità per il detenuto di recarsi a tal fine presso il luogo di nascita del figlio stesso.

 

N° 2012/3243 SIUS

N° ……………………………………………………. SIEP

N° ……………………………………………………. Reg. Ordinanze

 

REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale di Sorveglianza di Torino

composto da:

1) ********************************************** rel.

2) **********************************************

3) Dott. *************************************

4) ***********************************************

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei confronti di P. R., nato a XXXX il XXXX, detenuto presso la Casa di Reclusione di Alessandria, difeso dall’Avv. D’************ del Foro di Cassino, nel procedimento di sorveglianza avente ad oggetto il reclamo avverso il provvedimento di rigetto di istanza di permesso ex art. 30 O.P. emesso dal Magistrato di Sorveglianza di Alessandria in data 28 maggio 2012.

FATTO E DIRITTO

1. – Il 4 maggio 2012 il detenuto P. R. (collaboratore di giustizia sottoposto a speciale programma di protezione) chiedeva un permesso di necessità (art. 30 O.P.) al fine di riconoscere il figlio avuto il 16 maggio 2010 nel Comune di V. E. dalla convivente ********, nonchè per potere vedere figlio e convivente al fine di un possibile “ricongiungimento” (cioè, pare, di una riconciliazione) con la predetta.

Il 7 maggio 2012 il P. integrava l’istanza, specificando l’indirizzo dell’abitazione della D. G. (sita in M. L.).

Il 28 maggio 2012 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria (dato atto che la sig. ra ******** aveva chiesto espressamente che l’eventuale incontro tra padre e figlio avvenisse alla presenza del personale dei servizi sociali e comunque in luogo diverso dalla propria abitazione), rigettava l’istanza perchè la stessa era finalizzata a coltivare interessi affettivi e familiari (e, quindi irrilevanti agli effetti ex art. 30 O.P., ma deducibili soltanto ex art. 30 ter O.P. ai fini dell’eventuale concessione di un permesso-premio).

Avverso tale provvedimento ha proposto tempestivo reclamo l’interessato, il quale deduce sostanzialmente che con la propria richiesta aveva inteso principalmente ottenere un permesso per recarsi nel Comune di V. E. (dove era nato il proprio figlio) al fine di procedere al suo riconoscimento.

 

2. – L’impugnazione è infondata.

A prescindere dalla considerazione che l’unica località indicata dal P. ai fini della fruizione del richiesto permesso è proprio l’abitazione della convivente sita in M. L. (v. la comunicazione del P. in data 7 maggio 2012, integrativa dell’istanza di permesso in data 4 maggio 2012), di guisa che correttamente il primo Giudicante ha inteso la sua richiesta come finalizzata esclusivamente a coltivare interessi affettivi e familiari; a prescindere da ciò, sta di fatto che il trasferimento del P. presso il Comune di nascita del figlio non è strettamente necessario ai fini del riconoscimento del medesimo.

Quest’ultimo, invero, ai sensi dell’art. 254 cod. civ. può essere fatto davanti ad un ufficiale dello stato civile o in un atto pubblico (ergo: davanti ad un notaio o altro pubblico ufficiale cui siano attribuite funzioni di stato civile) anche di una località diversa dal luogo di nascita del figlio (arg. ex art. 43, comma 2, d.p.r. 3 novembre 2000 n. 396: “Se il riconoscimento riguarda un figlio nato fuori del comune in cui l’atto è ricevuto, l’ufficiale dello stato civile trasmette copia dell’atto di riconoscimento, ai fini dell’annotazione dell’atto di nascita, all’ufficiale dello stato civile del comune dove è stata dichiarata la nascita”): e, quindi, anche presso la località, in cui il soggetto trovasi attualmente detenuto.

Il riconoscimento de quo, nondimeno, potrà essere fatto dall’interessato soltanto dopo l’espletazione di rigorosi incombenti.

Il d.p.r. 3 novembre 2000 n. 396 (regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997 n. 127), infatti, uniformandosi alle (ed integrando le) previsioni contenute nell’art. 250 cod. civ., stabilisce per esempio che:

  1. chi intende riconoscere un figlio naturale davanti all’ufficiale dello stato civile deve dimostrare che nulla osta al riconoscimento ai sensi di legge. Se il riconoscimento è fatto con atto distinto, posteriore alla nascita, e questa è avvenuta in altro comune, l’ufficiale dello stato civile deve acquisire direttamente la relativa documentazione ai sensi dell’articolo 21, comma 2” (art. 42, comma 1);

  2. il riconoscimento del figlio naturale che non ha compiuto i sedici anni non può essere ricevuto dall’ufficiale dello stato civile in mancanza del consenso del genitore che lo ha riconosciuto per primo o della sentenza del tribunale per i minorenni che tiene luogo del consenso mancante. Il consenso può essere manifestato, anteriormente al riconoscimento, davanti ad un ufficiale dello stato civile o in un atto pubblico o in un testamento, qualunque sia la forma di questo, oppure può essere manifestato contestualmente al riconoscimento medesimo” (art. 45, comma 1).

Il P., pertanto, una volta che saranno state adempiute tutte le preliminari attività amministrative e/o giurisdizionali (che nella fattispecie non risultano compiute) potrà richiedere:

A) al Direttore dell’Istituto penitenziario di predisporre l’accesso in carcere dell’ufficiale di stato civile di Alessandria ovvero (a scelta ed a spese dell’interessato) di un notaio esercente nel distretto alessandrino per l’effettuazione del riconoscimento;

oppure

B) al Magistrato di Sorveglianza un breve permesso ex art. 30 O.P. per recarsi allo stesso fine presso l’ufficiale di stato civile od il notaio anzidetti.

P.Q.M.

conferma l’impugnato provvedimento.

Torino, 22 agosto 2012

Il Presidente estensore

Dr. ****************

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale di sorveglianza di Torino; ordinanza 28 marzo 2012, pres. viglino, est. vignera; ric. m.

Redazione

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO; ordinanza 28 marzo 2012, *************, Est. *******; ric. M.

STRANIERO – RIFUGIATO – DIVIETO DI ESPULSIONE – DIRITTO A SOGGIORNARE IN ITALIA – ESCLUSIONE (L. 24 luglio 1954, n. 722, ratifica ed esecuzione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, art. 1, 2; d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19).

STRANIERO – RICHIEDENTE ASILO – DOMANDA IN ALTRO STATO DELL’UNIONE EUROPEA – ESITO – RILEVANZA AI FINI DELL’ESPULSIONE – ESCLUSIONE (L. 24 luglio 1954, n. 722, ratifica ed esecuzione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, art. 1, 2; d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19; reg. CE 18 febbraio 203, n. 343, regolamento del Consiglio dell’Unione Europea che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo, art. 16).

A differenza del divieto di espulsione previsto dal secondo comma dell’art. 19 d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, quello stabilito dal primo comma dello stesso art. 19 nei confronti del rifugiato non fa acquistare allo straniero il diritto a permanere nel territorio dello Stato italiano.

La presentazione di una domanda di asilo politico in un altro Stato membro dell’Unione Europea non impedisce l’espulsione del richiedente dal territorio dello Stato italiano, qualunque possa essere stato l’esito della domanda stessa.

 

N° 2011/6959 SIUS

N° ………………………………………SIEP


N° ……………………………………..
Reg. Ordinanze

 

REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale di Sorveglianza di Torino

composto da:

1) ********************************************

2) ********************************************

3) Dott. ***********************************

4) *****************************************

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei confronti di M. S., nato a Casablanca (Marocco) il XXXX, detenuto presso la Casa Circondariale di Alessandria, difeso dall’Avv. C. M. del Foro di Torino, nel procedimento di sorveglianza avente ad oggetto l’impugnazione avverso il provvedimento applicativo della misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato emesso il 24 novembre 2011 dal Magistrato di Sorveglianza di Alessandria.

******************

1. – Con sentenza in data 7 marzo 2011 il Tribunale di Torino dichiarava M. S. colpevole di tentato furto aggravato, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione ed euro 160,00 di multa e (ritenutane la pericolosità sociale in considerazione della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale, nonché della sua condizione di “clandestino” e della mancanza di fonti di reddito lecite) gli applicava la misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato ex art. 15, comma 1, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286.

In previsione della fine dell’esecuzione della superiore pena detentiva (che terminerà il 4 ottobre 2012), il 24 novembre 2011 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria riesaminava la pericolosità sociale del M. ex art. 679 c.p.p., la dichiarava attuale e disponeva l’espulsione del predetto dal territorio dello Stato.

Avverso tale provvedimento ha proposto tempestiva impugnazione l’interessato, il quale ha invocato l’operatività nei suoi confronti del divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998, essendogli stato concesso asilo politico in Austria.

Invitato a produrre la relativa documentazione, il M. ha dichiarato di non poterlo fare, avendola smarrita a Torino.

Il 9 febbraio 2012 la Questura di Alessandria ha comunicato che il soggetto risultava positivo presso il sistema EURODAC (riscontro delle impronte digitali a livello europeo) con un determinato codice identificativo emesso il 13 gennaio 2010 per domanda di asilo politico presentata in Austria.

Inevase sono rimaste le richieste di informazioni indirizzate sin dal 21 febbraio 2012 alla competente Autorità amministrativa (Unità Dublino-Ministero degli Interni- Roma) per conoscere l’esito della superiore domanda di asilo politico (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).

2.- L’impugnazione va rigettata.

L’art. 19 d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 prevede al primo comma il divieto di espulsione nei confronti dello straniero che “possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali”: nei confronti, cioè, di quella categoria di soggetti considerati “rifugiati” ai sensi dell’art. 1 della Convenzione relativa allo status dei rifugiati firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 (resa esecutiva in Italia con la l. 24 luglio 1954, n. 722) come modificato dall’art. 1 del Protocollo del 1967 relativo allo status dei rifugiati.

Lo stesso art. 19, poi, al secondo comma prevede il divieto di espulsione per altre categorie di stranieri (minori, conviventi con parenti o con il coniuge di nazionalità italiana, donne in stato di gravidanza ecc.).

Il divieto di espulsione previsto dal secondo comma dell’art. 19 cit. ha carattere assoluto perché:

  • il soggetto trovantesi in una delle situazioni ivi previste non può essere espulso verso nessun Paese straniero;

  • ad esso (divieto), pertanto, consegue il diritto dello straniero a permanere nel territorio dello Stato italiano, il quale (diritto) viene a cessare solo con la caducazione della “situazione legittimante” ivi prevista (id est: con il raggiungimento della maggiore età, con la cessazione della convivenza con il parente o coniuge di cittadinanza italiana, con il termine della gravidanza ecc.).

Il divieto di espulsione stabilito dal primo comma dello stesso art. 19, invece, ha carattere relativo perché:

  • il soggetto non può essere espulso soltanto verso determinati Stati stranieri (quello o quelli in cui potrebbe essere oggetto di persecuzione);

  • in virtù di esso (divieto), pertanto, lo straniero non acquista alcun diritto a permanere nel territorio italiano [v. in tal senso la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 09/04/2002, n. 5055, in Riv. dir. internaz., 2002, 797: “Altro è, di contro, l’istituto del divieto di respingimento od espulsione (art. 19 d.lgs. n. 286 del 1998), in base al quale in nessun caso l’espulso può essere inviato in uno Stato nel quale egli può patire persecuzioni: si tratta di una misura di protezione umanitaria ed a carattere negativo che non conferisce, di per sé, al beneficiario alcun titolo di soggiorno in Italia ma solo il diritto a non vedersi reimmesso in un contesto di elevato rischio personale”; negli stessi termini v. pure la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 04/05/2004, n. 8423, in Gius, 2004, 3454];

  • esso (divieto), conseguentemente, non impedisce l’espulsione del soggetto verso un Paese straniero, in cui non esiste nei suoi confronti alcun pericolo di persecuzione (sulla possibilità di espellere uno straniero verso uno Stato diverso da quello di appartenenza o di origine v. in generale Cass. pen., 16/10/1984, Bianchi, in Riv. pen., 1985, 610: “Il provvedimento di espulsione non dovrebbe automaticamente determinare la consegna dell’interessato alle autorità dello stato che intende procedere penalmente contro di lui, ma dovrebbe comportare il semplice accompagnamento dell’espulso ad una qualsiasi frontiera dello stato di rifugio, da lui stesso scelta; tuttavia, secondo la normativa vigente, la cosiddetta ‘espulsione verso l’Italia’ non pone limiti all’esercizio dell’azione penale in Italia, né rende applicabili i principi relativi all’estradizione, non essendo ciò previsto né da norme del diritto internazionale generalmente riconosciuto, donde la esclusione di una inosservanza del precetto fissato dall’art. 10 cost., né da altre norme recepite nel nostro ordinamento, per il quale l’unico dato rilevante è il disinteresse dello stato di rifugio per la sorte dell’espulso”).

Questa diversa natura (relativa l’una ed assoluta l’altra) dei due divieti di espulsione ex art. 19 d.lgs. 286/1998 si desume, anzitutto, dallo stesso tenore letterale della disposizione in esame, il cui primo comma (a differenza del secondo comma, che recita tout court: “non è consentita l’espulsione … nei confronti”) dice che l’espulsione od il respingimento “non può disporsi verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione”.

Inoltre, se pure il divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998 avesse carattere assoluto, sarebbe ultronea e/o illogica codesta previsione “specifica e separata” riguardante i rifugiati perché sarebbe stata sufficiente la semplice inclusione anche degli stessi (rifugiati) nell’elencazione delle categorie di persone non soggette ad espulsione contenuta nell’art. 19, comma 2 [con l’aggiunta, per esempio, di una lettera e) nel testo di codesta elencazione].

Il carattere relativo del divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998, infine, trova conferma nell’art. 20 d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, il quale [dando attuazione all’art. 32 della Convenzione di Ginevra del 1951 e, anzi, “rafforzando” ulteriormente la protezione dall’espulsione accordata dall’art. 33 della Convenzione stessa (il cui secondo comma esclude che il divieto di reimmissione entro le frontiere degli Stati “a rischio” possa essere invocato dal rifugiato in presenza di gravi motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico)] disciplina l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale (rientrante nella competenza del Ministro dell’Interno in base alla disposizione generale ex art. 13, comma 1, d.lgs. 286/1998, rispetto al quale l’art. 20 d.lgs. 251/2007 si pone in rapporto di specialità).

Tale norma (l’art. 20 cit.) così recita: “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 19, comma 1, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il rifugiato o lo straniero ammesso alla protezione sussidiaria è espulso quando: a) sussistono motivi per ritenere che rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato; b) rappresenta un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per un reato per il quale è prevista la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni”.

Orbene!

Se l’art. 20 cit. – da un lato – consente espressamente l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale nei casi di cui alle suindicate lettere a) e b) e se esso – dall’altro lato – anche rispetto a questi casi ribadisce l’operatività del divieto di espulsione stabilito in via generale per gli stessi rifugiati dall’art. 19, comma 1, d. lgs 286/1998, ciò presuppone necessariamente la “relatività” di tale divieto: col suo richiamo, più esattamente, l’art. 20 d.lgs. 251/2007 ha voluto precisare che il nostro legislatore non si è avvalso della possibilità concessagli dall’art. 33, comma 2, della Convenzione di Ginevra del 1951 e che, quindi, anche l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale ivi prevista (come tutti gli altri tipi di espulsioni – amministrative o giudiziali – eventualmente riguardanti soggetti aventi lo status di rifugiato: quali ad esempio quelle ex art. 13, comma 7, art. 15, comma 1, art. 16, commi 1 e 5, d.lgs. 286/1998) è consentita solo verso Paesi stranieri in cui il soggetto non sia esposto a rischio di persecuzione.

Opinare diversamente (assegnare, cioè, carattere assoluto al divieto ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998), infatti, significherebbe “svuotare” il contenuto dell’art. 20 d.lgs. 251/2007, il quale nei confronti del rifugiato finirebbe con il prevedere al tempo stesso la possibilità di espellerlo [nei casi di cui alle lettere a) e b)] e … l’impossibilità di espellerlo (per effetto della confermata operatività del divieto ex art. 19 d.lgs. 286/1998 pure rispetto a codesti casi di espulsione).

3. – Tanto precisato in via generale, si osserva adesso che nella fattispecie sub iudice l’unico dato certo è che il 13 gennaio 2010 M. S. ha presentato domanda di asilo politico in Austria (v. la superiore comunicazione della Questura di Alessandria del 9 febbraio 2012).

Malgrado le reiterate richieste inoltrate alla “Unità Dublino” tramite la Questura alessandrina, nulla si sa ancora circa l’esito della superiore domanda (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).

Ciò, tuttavia, non impedisce la conferma dell’impugnato provvedimento di espulsione, la quale (espulsione) sarebbe in ogni caso possibile: qualunque sia stato, cioè, l’esito della domanda predetta.

Invero:

  1. qualora la domanda de qua sia stata respinta, l’espulsione del reclamante non sarebbe esposta ad alcun divieto di legge (neppure a quello ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998) e potrebbe essere eseguita senz’altro verso il suo Paese d’appartenenza;

  2. qualora la domanda stessa sia stata accolta, il reclamante non potrebbe essere espulso verso il suo Paese d’appartenenza, ma (stante la relatività del divieto ex art. 19, comma 1, cit.) ben potrebbe esserlo verso lo Stato che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), non essendo sicuramente esposto colà ad alcun rischio di persecuzione;

  3. qualora, infine, la domanda in discorso sia ancora pendente, il reclamante potrebbe essere espulso verso lo Stato competente per l’esame della domanda stessa (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), il quale “è tenuto … a portare a termine l’esame della domanda d’asilo” [art. 16, comma 1, lettera b), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003] ed a “riprendere in carico, alle condizioni di cui all’articolo 20, il richiedente asilo, la cui domanda è in corso di esame e che si trova nel territorio di un altro Stato membro senza esserne stato autorizzato” [art. 16, comma 1, lettera c), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003].

Spetterà alla Questura competente a curare l’esecuzione del presente provvedimento il compito di verificare quale di codeste tre situazioni sarà concretamente esistente nei confronti del condannato al momento dell’esecuzione della sua espulsione dal territorio italiano e di eseguirla in base a quella che in quel momento sarà lo stato della sua domanda di asilo politico presentata in Austria.

P.Q.M.

conferma l’impugnato provvedimento e ad integrazione dello stesso precisa che la Questura competente ne curerà l’esecuzione in base alle modalità indicate al paragrafo 3) della motivazione.

Torino, 28 marzo 2012

Il Giudice estensore

Dr. **************** Il Presidente

Dr. *************

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