Penale

Corte di Cassazione Penale 20/7/2007 n. 29352

Redazione

Fatto

1. C.E. era stato ritenuto responsabile in primo grado del reato di cui all’art. 589 c.p. per avere determinato per colpa, quale medico curante di P.R. e primario del reparto di ginecologia della clinica (omissis), la morte "del feto" che la P., giunta alla 39^ settimana e 3 giorni di amenorrea, teneva ancora in grembo e condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di otto mesi di reclusione, nonchè al risarcimento dei danni e alla rifusione delle spese in favore delle parti civili P.R. e suo marito M.E..

1.2. La colpa contestata al C. consisteva nel non avere correttamente valutato lo stato della paziente e in particolare gli esiti del tracciato cardiotocografico che dalle 12,30 del giorno 26 maggio 2000 presentava chiare anomalie, sintomatiche di sofferenza, omettendo di intervenire con tempestivo parto cesareo. Accertata nel pomeriggio (alle 19,30 dello stesso giorno 26 maggio) la cessazione di attività elettrica riferibile al feto e nelle ore successive, tramite ecografia, la morte intrauterina dello stesso, la P. era stata trasferita al Policlinico (omissis) dove, indotto il parto, alle 22,30 aveva partorito, morto, un bambino a termine esente da malformazioni e che presentava due giri di cordone ombelicale al collo e uno a bandoliera.

2. Proposto appello dal C., la Corte di merito confermava la sua responsabilità per colpa, qualificava il fatto alla stregua di aborto colposo ai sensi della L. n. 194 del 1978, art. 17, riduceva la pena a sette mesi di reclusione e confermava nel resto la sentenza impugnata.

3. Ricorre il C. per mezzo del suo difensore chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

3.1. Con il primo motivo lamenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), la manifesta illogicità della motivazione assumendo che l’imputato andava assolto per non avere commesso il fatto sul presupposto che, avendo il perito dott. A. riferito che dalle circostanze appurate nella tarda mattinata del giorno 26 maggio i tempi imposti per il parto cesareo erano estremamente brevi, all’intervento doveva procedere il medico di guardia (dottoressa ***, originariamente coimputata e assolta dal Tribunale), responsabile del reparto sino alle 14, non potendosene addebitare l’omissione al C., occupato nel servizio di ambulatorio.

Nell’ambito dello stesso motivo si deduce quindi che nessuna prova era stata data che un intervento, "effettuato necessariamente oltre i tempi indicati dal prof. A.", avrebbe potuto salvare il bambino.

3.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, sempre ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), l’eccessività della pena, la mancata concessione di sanzione sostitutiva e la manifesta illogicità della motivazione su tali punti, in contrasto con l’avvenuta riqualificazione del fatto e con la necessaria considerazione della fiducia che il ricorrente aveva riposto nell’operato della sua collega, apoditticamente incentrata sull’affermazione che l’imputato non aveva dato giustificazioni del suo operato e dunque, arbitrariamente, sulla legittima scelta difensiva di restare contumace.

3.3. Con ultimo motivo, nell’ambito della richiesta della sospensione della esecutività della provvisionale, lamenta l’eccessività di questa, anche in considerazione del fatto che nessun elemento sarebbe stato acquisito sui danni che al bambino poteva avere già prodotto l’improvvisa, e non addebitabile ad alcuno, sofferenza fetale.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo, che s’appunta sulla asserita incolpevolezza del ricorrente, o meglio su pretesi vizi della motivazione che tale colpevolezza ha affermato, ripete prospettazioni cui i giudici di merito hanno già dato esauriente risposta ed è manifestamente infondato giacchè le ragioni giustificatrici della decisione, conformi nei due giudizi di merito, sono adeguatamente argomentate, sono basate su una scrupolosa disamina dei fatti, sono confortate dai rilievi peritali e dall’assenza di reali giustificazioni offerte al proprio comportamento omissivo dal C.; sono giuridicamente corrette attesa la duplice posizione di garanzia che il ricorrente rivestiva quale medico curante della P. e quale responsabile del reparto di ostetricia e ginecologia della casa di cura nella quale l’aveva fatta recare, già scaduto il termine di gestazione, per la necessità appunto di monitorare le sue condizioni e quelle del bambino.

1.1. Con assoluta coerenza, in particolare, la Corte d’appello ha osservato che: nessun dubbio, innanzitutto, poteva sussistere in ordine "alla effettiva conoscenza da parte dell’imputato delle condizioni della partoriente e del feto fin dal primo monitoraggio cui la donna fu sottoposta alle ore 12,30, inviata proprio dall’ambulatorio del dott. C.", essendo state le dichiarazioni della dottoressa Co. sul punto confermate dagli stessi parenti della P. su quanto il dott. C. aveva loro detto ("aveva visto tutto ed era tutto a posto"). Non fondate sono dunque le osservazioni del ricorrente sulla asserita illogica attribuzione del "crisma della verità" a quanto riferito dalla sola dottoressa ***; oltre che del tutto generiche, quando sostengono non pienamente dimostrato che il C. fosse stato messo a conoscenza della situazione, e intrinsecamente inverosimili, atteso il suo ruolo di responsabile del reparto della casa di cura nonchè di medico curante della paziente.

1.2. Quanto alla deduzione che il dott. C. era "impegnato" nel servizio d’ambulatorio (e che dunque all’intervento cesareo d’urgenza avrebbe dovuto semmai provvedere il medico "operante nel reparto"), essa risulta, in fatto, plausibilmente contraddetta da quanto osservato dalla Corte d’appello con riferimento alle dichiarazioni della dottoressa ***, e cioè al fatto che questa aveva chiarito che "mentre la terza volta parlò con il C. nel corridoio, le prime due volte lo vide nell’ambulatorio, ove era presente la moglie", cosa che evidenziava "la tranquillità della situazione che ben gli avrebbe consentito di recarsi, come aveva detto, a vedere la P.". Nè il ricorrente deduce da quali elementi (in ipotesi sicuramente traibili dai supporti documentali) sarebbe emerso che, oltre ad essere fisicamente nei locali dell’ambulatorio, sarebbe stato lì impegnato da attività più urgente o grave di quella che gli veniva prospettata.

In diritto, poi, la deduzione è irrilevante, vuoi perchè incombeva comunque al medico, doppiamente responsabile della paziente ricoverata nel proprio reparto, dare priorità all’urgenza (più che plausibilmente riconosciuta nella situazione de quo sulla base degli accertamenti peritali) che prudentemente doveva cogliere nella situazione riferitagli; vuoi perchè, comunque, la veste di responsabile del reparto poneva a suo carico il dovere di intervenire se non altro mediante disposizioni tempestive, accurate e precise.

Mentre l’eventuale concorrente inerzia nella intrapresa di autonoma iniziativa della dottoressa addetta quella mattina al reparto avrebbe potuto al più porsi – ove anche fosse stato possibile ipotizzare che la struttura organizzativa e gerarchica della Casa di cura tali autonome iniziative di fatto non impediva – sul piano del concorso di colpe (peraltro già ragionevolmente escluso).

1.3. Manifestamente infondata è quindi la doglianza sulla assenza di prova certa che un pronto intervento del C. avrebbe potuto salvare il bambino. Sul punto la Corte d’appello ha già sufficientemente risposto osservando come l’affermata indilazionabilità dell’intervento non stava a significare che "il bambino strava morendo in quel momento", che v’erano, dunque, teoricamente i tempi per allestire una sala operatoria e garantire un’adeguata assistenza alla mamma, e che, inoltre, alle ore 18, in effetti, il bambino era ancora vivo.

Sicchè non può sicuramente dirsi carente o illogica l’affermazione che v’era alta probabilità che un intervento tempestivo avrebbe scongiurato la morte del feto (la giurisprudenza di questa Corte è d’altra parte costante nell’affermare che in materia di responsabilità per colpa professionale del sanitario al criterio della certezza degli effetti della condotta non può non sostituirsi quello della probabilità e della idoneità di essa a produrre tali effetti, nel senso che il nesso causale sussiste anche quando l’opera del medico, tempestivamente e correttamente intervenuta, avrebbe avuto serie ed apprezzabili probabilità di successo, tali da far ritenere che la vita del paziente sarebbe stata probabilmente salvata: sul presupposto che quando "è in gioco la vita umana, anche limitate probabilità di successo di un immediato intervento chirurgico valgono a configurare la necessità di operare, non essendo necessaria la certezza di poter scongiurare l’evento letale";

vedi tra molte Sez. 4, Sentenza n. 21709 del 29/01/2004 *****).

Con riferimento alla censura in esame e all’analogo argomento sviluppato nel terzo motivo di ricorso, relativo alla mancanza di elementi circa i danni che la sofferenza fetale poteva avere già prodotto, non può non rilevarsi, per altro, che le deduzioni con le quali si dubita della vitalità del feto sarebbero state, semmai, giustificate nell’ambito dell’ipotesi delittuosa originariamente contestata (di omicidio colposo), ma sono non conferenti in relazione a quella – ritenuta sulla base di un orientamento che individua la linea di demarcazione tra le due fattispecie con l’inizio del travaglio – del L. n. 194 del 1978, art. 17. La fattispecie per la quale il C. è stato condannato presuppone difatti la violazione di regole cautelari volte prevenire lo specifico evento ivi considerato, e cioè l’interruzione della gravidanza e la morte del feto, a prescindere dalla possibilità di vita autonoma e, a maggior ragione, della vitalità del prodotto del concepimento (per via di argomenti traibili oltre che dal dato testuale, dalla lettura sistematica della disciplina istituita dalla L. n. 194, nella quale ad essere presa in considerazione agli effetti delle diverse fattispecie incriminatici è, al più, l’autonomia).

2. Manifestamente infondato, perchè la Corte ha adeguatamente motivato, e inammissibile, perchè tendente a introdurre la richiesta di rivalutazioni che attengono interamente al merito, è quindi il secondo motivo, relativo al trattamento sanzionatorio e alla denegata sostituzione della pena, sospesa, inflitta.

Immune da vizi è infatti la motivazione che accompagna la commisurazione della pena e l’esercitato potere discrezionale di negarne la sostituzione in relazione alla affermata gravità della condotta dell’imputato e alla mancanza di qualsivoglia giustificazione del suo operato. Mentre il riferimento al comportamento processuale dell’imputato – considerato non, come sostiene il ricorrente, per la scelta della contumacia e traendone argomento di prova a suo carico, bensì per la sostanziale assenza di giustificazioni fornite – non è affatto scorretto, dal momento che detto riferimento si iscrive nella doverosa valutazione delle modalità dell’azione e della gravità della componente soggettiva del reato nonchè delle condotte del reo, ai sensi del comma 1 nonchè dell’art. 133 c.p., comma 2. 3. Inammissibile è infine la censura con il quale si critica l’ammontare della provvisionale (pari a 40.000,00 Euro) riconosciuta alla parte civile, anche in considerazione del fatto che mancherebbe la prova di dei danni che il bambino aveva subito a causa della sofferenza fetale. Su tale ultimo aspetto s’è già detto, mentre l’unico limite che incontra il giudice di merito nella liquidazione della provvisionale è, a norma dell’art. 539 c.p.p., quello della prova già raggiunta del danno, patrimoniale e non, prevedibilmente subito dalla parte. E la valutazione del danno, in specie non patrimoniale, ove non trasmodi in palese irragionevolezza non è censurabile in sede di legittimità.

Preliminare è comunque l’osservazione che il provvedimento con il quale il giudice di merito, nel pronunciare condanna generica al risarcimento del danno, assegna alla parte civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva non è – per consolidato orientamento (cfr. Sez. U, n. 2246 del 19/12/1990, Aliano, e tra le moltissime conformi da ultimo Sez. 5, n. 5001 del 17/01/2007, *******) impugnabile per cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato è destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento.

4. All’inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e – per i profili di colpa correlati all’irritualità dell’impugnazione (C. cost. n. 186 del 2000) – di una somma in favore della cassa delle ammende nella misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 500,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 500,00 in favore della cassa delle ammende.

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Corte di Cassazione Penale sez. III 9/7/2007 n. 26481; Pres. Onorato P.

Redazione

IN FATTO E IN DIRITTO

1 – In seguito a opposizione a decreto penale di condanna, il Tribunale monocratico di Sanremo, con sentenza del 5.5.2006, ha dichiarato M.E. colpevole del reato di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 51, comma 2, perchè – quale responsabile della USL n. (omissis) – aveva depositato in modo incontrollato nel piazzale della sede legale della USL rifiuti vari non pericolosi (fatto commesso in (omissis)); e per l’effetto, in concorso con le attenuanti generiche, l’ha condannato alla penna di Euro 2.000,00 di ammenda.

In particolare, il giudice ha accertato e ritenuto:

– che nell’area retrostante (omissis) – in passato struttura ospedaliera e attualmente adibita a sede della USL n. (omissis) – erano accatastati alla rinfusa rifiuti di vario genere (lastre radiografiche vetuste, a volte risalenti agli anni ’50 e ’60, vecchi referti radiologici, sacchi di plastica contenenti materiale inerte, un’autovettura bruciata, etc.);

– che responsabile di siffatto deposito incontrollato di rifiuti era il direttore sanitario dell’USL, e quindi il **********, il quale, avendo un dovere di vigilanza e organizzazione dal punto di vista igienico sanitario, non ha adeguatamente controllato il processo di raccolta e smaltimento dei rifiuti in oggetto.

2 – Il difensore del M. ha proposto ricorso, chiedendo l’annullamento della sentenza sulla base di due motivi.

Col primo deduce inosservanza ed erronea applicazione del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 3, comma 7, e del D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, art. 5, giacchè il potere e il dovere di provvedere allo smaltimento dei rifiuti abbandonati non spetta al direttore sanitario, ma al direttore generale e/o al direttore amministrativo dell’ASL. Col secondo motivo il ricorrente lamenta carenza e manifesta illogicità della motivazione, giacchè il giudice di merito non ha considerato che l’agente accertatore del Corpo Forestale, nella sua deposizione testimoniale, aveva precisato che al momento del sopralluogo "il responsabile dei controlli era R.M., direttore amministrativo dell’USL", e che un altro teste, dirigente dell’Ufficio Personale dell’USL, aveva escluso che il direttore sanitario avesse compiti operativi e quindi di controllo.

Con memoria scritta aggiuntiva il difensore ha eccepito anche la prescrizione del reato.

3 – Ritiene il collegio che l’imputato doveva essere assolto per non aver commesso il fatto.

Il giudice di merito, dopo aver analizzato la nozione di "rifiuto" e quella di "abbandono" e di "deposito incontrollato" di rifiuti, ha accertato che nell’area retrostante (omissis) erano abbandonati da tempo rifiuti eterogenei, risalenti anche agli anni ’50 e ’60, senza preoccuparsi di verificare se detti rifiuti provenivano dalla struttura ospedaliera un tempo insediata nella villa (come poteva far pensare la qualità di molti rifiuti, come le lastre radiografiche, i referti, radiologici, etc.) o se provenivano dalla Unità Sanitaria Locale che vi si era insediata successivamente.

Ma soprattutto il giudice di merito ha attribuito la responsabilità dell’abbandono dei rifiuti al direttore sanitario dell’USL, senza considerare che questi a norma del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 3, comma 7, (Riordino della disciplina in materia sanitaria a norma della L. 23 dicembre 1992, n. 421, art. 1), è un medico "che dirige i servizi sanitari ai fini organizzativi ed igienico sanitari e fornisce parere obbligatorio al direttore generale sugli atti relativi alle materie di competenza".

Giova ricordare che, anche nel contiguo settore dei servizi ospedalieri, il direttore sanitario si limita a dirigere l’ospedale cui è preposto solo ai fini igienico – sanitari (D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, ex art. 5, che elenca anche una serie di competenze particolari, del tutto estranee alla materia dei rifiuti).

Di contro, il direttore amministrativo dell’USL, sempre a mente del succitato dell’art. 3, comma 7, è un laureato in discipline giuridiche o economiche che "dirige i servizi amministrativi dell’unità sanitaria locale".

A norma del medesimo art. 3, comma 4, il direttore sanitario e il direttore amministrativo coadiuvano, nei rispettivi settori di competenza, il direttore generale dell’USL, al quale, secondo il citato articolo, comma 6, sono riservati "tutti i poteri di gestione, nonchè la rappresentanza dell’unità sanitaria locale".

Sulla base di questa disciplina dettata dal D.Lgs. n. 502 del 1992, il responsabile della gestione dei rifiuti prodotti dalla USL può essere individuato nel direttore generale e/o nel direttore amministrativo, ma non nel direttore sanitario, il quale ha competenza solo nell’organizzazione dei servizi sanitari, che sono sicuramente estranei al settore amministrativo della gestione dei rifiuti e della tutela dell’ambiente.

Le sentenze di questa Corte citate dal giudice di merito a sostegno della sua tesi o non sono pertinenti al tema, o non possono condividersi, prive come sono di sostegno testuale (v. Cass. sez. 3^, n. 10155 del 9.6.1994, *******, RV. 199345; Cass. sez. 3^, n. 11660 del 21.9.1994, P.M. in proc. *****, RV. 200525; Cass. sez. 4^, n. 8442 del 7.5.1996, Rossattini, RV. 206263).

Ne deriva che, pur essendo già maturata la prescrizione del reato, la impugnata sentenza deve essere annullata senza rinvio a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, perchè il M. doveva essere assolto per non aver commesso il fatto.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè l’imputato non ha commesso il fatto.

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Corte di Cassazione Penale sez. IV 4/7/2007 n. 25527; Pres. Brusco C.G.

Redazione

Motivi della decisione

1. All’esito di giudizio abbreviato, il GUP presso il Tribunale di Trento ha affermato la responsabilità di C.G. in ordine al reato di omicidio colposo; e lo ha altresì condannato al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili.

La sentenza è stata confermata dalla Corte d’appello di Trento.

La vicenda oggetto del processo può essere riassunta nei seguenti termini. Alcune persone avevano partecipato ad una cena notturna in un rifugio in (OMISSIS). La discesa a valle avvenne nottetempo a bordo di alcuni slittini; e l’imputato, che aveva assunto l’incarico di controllare la sicurezza del rientro, seguì la discesa a bordo di una motoslitta munita di un faro. Uno degli slittini con a bordo due donne, M.L. e P. I., erroneamente non percorse la pista stabilita ma imboccò una pista inidonea. Per via della ripidità e della neve ghiacciata, la conducente perse il controllo del mezzo che così uscì di pista ed urtò contro un albero. Nell’incidente la M. riportò lesioni mortali. Al C. viene mosso l’addebito di non aver seguito con la necessaria attenzione il rientro di tutti i bob; non avvedendosi che quello in questione era rimasto arretrato, era in difficoltà ed imboccava un percorso sbagliato.

2. Ricorre per Cassazione il difensore dell’imputato deducendo diversi motivi:

2. 1. Violazione degli artt. 521 e 522 c.p.p., a causa della mancanza di correlazione tra imputazione e sentenza. Si assume che nel capo d’imputazione si attribuisce al C. l’assunzione di fatto del compito di controllare la discesa e che tale assunzione è conseguenza della partecipazione all’organizzazione della cena presso il rifugio. Quest’ultima circostanza assume pertanto nella descrizione del fatto una fondamentale importanza. Essa, in conseguenza, avrebbe dovuto trovare conferma nella decisione, pena l’assenza di correlazione tra contestazione e sentenza.

Il ricorrente assume altresì di aver dimostrato che l’imputato non ebbe alcun ruolo nell’organizzazione della serata e che egli si trovò nel rifugio per caso, essendo fidanzato della figlia del gestore. La Corte d’appello ha ritenuto che effettivamente il C. non partecipò all’organizzazione della serata ed ha quindi escluso il presupposto di fatto dell’assunzione della posizione di garanzia. Tuttavia non ne ha tratto le necessarie conseguenze in tema di diversità del fatto; giacche ha omesso di restituire gli atti ai sensi dell’art. 521 c.p.p. vulnerando il diritto di difesa e determinando la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 522 c.p.p..

2. 2. Violazione dell’art. 40 c.p.p., comma 2. Secondo il primo giudice – si afferma – la posizione di garanzia del C. ed il conseguente obbligo giuridico d’impedire l’evento derivava dall’impegno contrattuale assunto dai gestori del rifugio di condurre a valle gli avventori, delegato dagli stessi gestori all’imputato.

Tale tesi è stata confutata dalla difesa; ma la Corte d’appello ha sostituito le valutazioni erronee del Tribunale con altre ancora più infondate. Ha infatti affermato che l’assunzione di fatto del ruolo di accompagnatore ha reso l’imputato responsabile a tutti gli effetti nei confronti delle persone che scendevano a valle di notte.

Si è esclusa la posizione di garanzia di fonte contrattuale, ma si è erroneamente sostenuta l’assunzione di fatto del ruolo di accompagnatore. Tale tesi è errata poichè fonda il ruolo di garante solo su una situazione di fatto e non su un obbligo giuridico.

Si aggiunge, infine, che la discesa in questione non era vietata nè era obbligatoria la presenza di una guida, sicchè va esclusa la configurabilità di una situazione di garanzia.

Nè si può far discendere l’obbligo di impedire l’evento dalla circostanza che il C. si adoperò in concreto per aiutare i giovani, inesperti discesisti. Se così fosse, la sua opera meritoria rappresenterebbe l’unica ragione della sua colpevolezza.

2.3. Violazione degli artt. 43 e 589 c.p., Ove pure fosse configurabile il nesso eziologico, l’imputato dovrebbe essere comunque assolto per mancanza di colpa. Il giudice ravvisa comportamenti colposi delle due ragazze, che non si preoccuparono di richiamare l’attenzione degli altri discesisti sulle loro difficoltà. Ciò impedì all’imputato di accorgersi della situazione pericolosa, tanto più che egli doveva preoccuparsi di altri venti ragazzi, al buio e senza alcun aiuto.

Inoltre, la Corte d’appello reputa che, se si fosse accorto del pericolo, il C. si sarebbe dovuto prodigare in aiuto dello slittino che si trovava in difficoltà. Tale valutazione è erronea, perchè non tiene conto del particolare contesto costituito dalla discesa disordinata di numerose persone. Se egli fosse accorso in aiuto della ragazze in difficoltà avrebbe dovuto abbandonare gli altri discesisti, determinando una diversa situazione pericolosa. In sintesi, se egli avesse acquisito consapevolezza del pericolo, avrebbe dovuto affrontare una scelta: seguire il grosso della comitiva ovvero abbandonare il resto del gruppo per assistere le due ragazze rimaste indietro. Egli avrebbe dovuto scegliere tra due comportamenti ambedue diligenti ma, all’evidenza, non contemporaneamente attuabili. In tale situazione l’agente non può essere ritenuto responsabile come già ritenuto da questa Corte quando ha affermato il principio che "qualora taluno trovandosi nella necessità di operare una scelta fra due condotte entrambe corrette, abbia dato la preferenza a quella dalla quale sia poi derivato un fatto lesivo in danno di terzi, di tale evento egli non può in alcun modo essere ritenuto responsabile (Cass. 4^, 10 gennaio 2001, n. 12597, ********).

2.4. Illogicità e contraddittorieta della motivazione. Si legge in sentenza che l’imputato si comportò come chi si pone come punto di riferimento di un gruppo e se ne preoccupa per tutto il percorso; si comportò cioè come una guida, attento all’andamento della discesa e tenendo d’occhio tutti i partecipanti. Orbene, afferma il ricorrente, se il C. si comportò "come si conviene ad una guida", e proprio perciò assunse la posizione di garanzia, non si comprende per quale motivo dovrebbe rispondere della morte di una delle discesiste. Se agì diligentemente e prudentemente, non può certo rispondere per negligenza imprudenza o imperizia.

3. Il ricorso è infondato.

3.1. Il primo motivo è privo di sostegno in fatto. Infatti la lettura del capo di imputazione mostra che la vicenda oggetto del processo è analiticamente descritta in tutti i suoi tratti rilevanti; e che in particolare, per ciò che riguarda le circostanze afferenti all’assunzione del ruolo di garante da parte dell’imputato, si fa riferimento sia alla partecipazione all’organizzazione della cena che precedette la drammatica discesa a valle, sia all’assunzione di fatto del compito di controllare la sicurezza della discesa dei partecipanti alla gita. Il tema dell’assunzione della posizione di garanzia sarà affrontato con un maggiore dettaglio nel prosieguo, anche per ciò che riguarda la ricostruzione del percorso argomentativo della pronuncia d’appello. Qui è sufficiente constatare che l’affermazione di responsabilità dell’imputato si fonda su circostanze compiutamente enunciate in imputazione; e fa leva particolarmente sul dato cruciale, espressamente enunciato in imputazione, dell’assunzione effettiva dell’obbligo di garanzia. In conseguenza, non si configura la dedotta diversità tra fatto enunciato e fatto ritenuto in sentenza.

3.2. Quanto al secondo motivo di ricorso, occorre in primo luogo osservare che esso si fonda in larga misura su una lettura non condivisibile del tenore della sentenza d’appello. Si afferma infatti che la Corte ha escluso l’esistenza di un vincolo contrattuale assunto dai titolari del rifugio di condurre a valle i partecipanti alla cena, successivamente trasferito dagli stessi gestori all’imputato. In realtà la pronunzia richiama la sentenza assolutoria emessa in distinto giudizio nei confronti dei gestori del rifugio; vi presta piena adesione affermando che "con logica del tutto condivisibile" si è affermato che l’organizzazione della serata aveva previsto la predisposizione di mezzi idonei al viaggio di andata e ritorno dei partecipanti alla cena. Così facendo, ai gestori si erano doverosamente fatto carico di curare il rientro in sicurezza dei partecipanti a fronte delle oggettiva pericolosità di quel trasferimento notturno da compiersi sui declivi montuosi innevati e bui. Costoro avevano pertanto assunto nei confronti dei partecipanti alla cena una posizione di garanzia che li rendeva responsabili della loro incolumità. La pronunzia d’appello prosegue evidenziando che la assoluzione dei gestori del rifugio, che viene ritenuta ineccepibile, trova fondamento nel fatto che essi si erano adoperati per assicurare il miglior esito di quel rientro predisponendo gli slittini ed un veicolo a motore munito di un faro, nonchè, soprattutto, per aver affidato la gestione del rientro a valle all’imputato, persona esperta e profonda conoscitrice dei percorsi, trattandosi di poliziotto addetto proprio al servizio piste. La sentenza, nel prosieguo, evoca brevemente le discussioni svoltesi nel giudizio di primo grado in ordine alle ragioni della presenza dell’imputato nel rifugio, e la tesi che egli si trovasse in quel luogo solo perchè fidanzato con la figlia del gestore. Osserva in proposito la Corte che "se questo è vero, ciò non toglie che l’assunzione di fatto del ruolo di accompagnatore abbia reso l’imputato responsabile a tutti gli effetti verso quei discesisti della notte". Coordinando tale ultima enunciazione con la precedente diffusa argomentazione cui si è fatto cenno, emerge chiaramente che, contrariamente a quanto assunto dal ricorrente, la Corte non ha per nulla escluso l’esistenza di una posizione di garanzia dell’imputato trasferitagli dagli originari garanti; ma, al contrario, ha doverosamente sottolineato l’effettiva assunzione in fatto del ruolo di accompagnatore dei discesisti che, come sarà meglio evidenziato più avanti, non è priva di rilievo ai fini dell’imputazione oggettiva dell’evento. In conseguenza, la pronunzia non esclude l’esistenza di una posizione di garanzia di fonte contrattuale.

La difesa ha peraltro argomentato sulla inaccettabilità di una posizione di garanzia fondata su una situazione di fatto e non su un obbligo giuridico; e di un’affermazione di responsabilità basata esclusivamente sulla circostanza che il C. si adoperò in concreto, meritoriamente, per aiutare gli inesperti discesisti.

Sebbene, come si è accennato, l’esistenza di una posizione di garanzia di fonte contrattuale non sia stata per nulla esclusa ed abbia anzi costituito la base del giudizio in ordine all’imputazione causale ai sensi dell’articolo 40 capoverso del codice penale, tuttavia l’importanza della questione e la delicatezza del caso inducono la necessità di qualche ulteriore considerazione di principio che valga ad inquadrare correttamente la questione proposta dalla difesa, relativa alla necessità di una rigorosa individuazione dell’obbligo giuridico di impedire l’evento.

Com’è noto, il tema dell’obbligo d’impedire l’evento rilevante ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p., che viene solitamente evocato come obbligo di garanzia, è oggetto di un plurisecolare, ciclopico dibattito nel cui ambito sono state costruite diverse elaborazioni teoriche.

La teoria formale, la più antica, costituisce la base della tradizione giuridica italiana ed esprime il punto di vista del liberalismo giuridico classico, che concepisce l’ordinamento penale come un sistema fondato precipuamente su divieti. Ne consegue che, poichè l’imputazione causale per omissione di una condotta doverosa costituisce un’eccezione, è necessario che l’obbligo giuridico di agire trovi fondamento in una fonte giuridica formale. Tale impostazione vale se non altro ad escludere con certezza la rilevanza di obblighi di carattere morale: un risultato di non poco conto che senza dubbio esalta la laicità dell’ordinamento penale contro il pericolo di impostazioni eticheggianti, prive di una dimensione definita, capaci di determinare un’incontrollabile espansione dell’imputazione.

Tuttavia, già l’individuazione delle categorie di fonti giuridiche dell’obbligo lascia spazio a vistose disparità di opinioni. Esse vengono solitamente individuate nella legge penale ed extrapenale;

nel contratto; nella precedente azione pericolosa. Ad esse sono state aggiunte, in alcune elaborazioni, la negotiorum gestio e la consuetudine.

Tale dottrina, se corrisponde senza dubbio ad una fondamentale esigenza di legalità e di tipicità, presenta alcuni gravi limiti che sono stati da tempo messi in luce.

La principale obiezione riguarda l’eccessiva, indiscriminata estensione dell’imputazione: nell’ordinamento possono essere rinvenuti innumerevoli obblighi, che corrispondono a disparate esigenze delle varie branche dell’ordinamento e che, spesso, non esprimono esigenze riconducibili a quelle del sistema penale e dell’art. 40 cpv. c.p. segnatamente.

Non meno rilevante è l’obiezione che, attribuendo eccessivo rilievo alla fonte formale dell’obbligo, ne esclude l’esistenza nei casi di invalidità del contratto, anche nei casi in cui vi sia stata la presa in carico della tutela del bene giuridico; e al contrario, ne ammette l’esistenza pure in situazioni in cui la stessa assunzione in carico del bene non vi sia stata, così trascurando le esigenze sostanziali del sistema ed il contenuto materiale dell’obbligo giuridico d’impedire.

Le insufficienze della teoria formale hanno incoraggiato lo sviluppo di una differente elaborazione sostanzialistico-funzionale che non fa più leva tanto su profili formali quanto piuttosto sulla funzione dell’imputazione per omissione, connessa all’esigenza di natura solidaristica di tutela di beni giuridici attraverso l’individuazione di un soggetto gravato del ruolo di garante della loro protezione.

Tale individuazione del garante avviene, più che sulla base di criteri formali, alla stregua della posizione di fatto assunta, del ruolo svolto.

L’elaborazione in questione presenta il pregio ampiamente riconosciuto di aderire allo specifico punto di vista dell’ordinamento penale, selezionando in senso restrittivo il dovere di agire nell’ambito della sterminata congerie di obblighi presenti nell’ordinamento. Essa consente inoltre di fronteggiare situazioni nelle quali, come si è accennato, pur in presenza di un vizio della fonte contrattuale dell’obbligo, vi è stata la effettiva assunzione del ruolo di garante, la cosiddetta presa in carico del bene protetto; nonchè quelle nelle quali si riscontra una situazione di fatto assimilabile, analoga, rispetto a quella prevista dalla fonte legale dell’obbligazione, come ad esempio nel caso della consolidata convivenza in un rapporto di tipo familiare o istituzionale.

Tuttavia, proprio l’abbandono del criterio formale ha messo in luce una inevitabile vaghezza delle diverse costruzioni, che presentano criteri d’individuazione degli obblighi di garanzia assai differenziati. Tale costruzione ha mostrato un rapporto di tensione con i principi di legalità e di tassatività a causa dell’inidoneità a circoscrivere l’imputazione per omissione entro confini sufficientemente precisi.

Ha quindi preso corpo una concezione mista, eclettica, che in vario modo tenta di conseguire una sintesi, una reciproca integrazione tra la teoria formale e quella contenutistica. La prima, infatti, non pone in evidenza il contenuto materiale dell’obbligo giuridico e pecca di eccessivo formalismo; mentre la seconda corre il rischio di dimenticare la dimensione normativa, necessaria alla nascita della posizione di garanzia e di porsi in contrasto con il principio di legalità.

Tuttavia pure tale sincretismo ha lasciato spazio a rilievi di vario genere. Si è evidenziata l’eccesiva varietà delle soluzioni applicative e la manipolabilità dei criteri guida, con esiti di eccessiva dilatazione della responsabilità da un lato (soprattutto in tema di tutela antinfortunistica) e di eccessiva restrizione dell’area della responsabilità (negazione dell’obbligo di garanzia dei genitori per i fatti lesivi dell’intangibilità sessuale dei figli minori; delle forze di polizia per i reati commessi; negazione in generale dell’obbligo di garanzia nell’ambito dei reati contro il patrimonio).

Si è inoltre rilevato che le elaborazioni miste finiscono con il cumulare i difetti delle due teorie: anche attenendosi al criterio dell’individuazione di una fonte formale dell’obbligo di garanzia, si è pur sempre in presenza frequentemente di norme extrapenali vigenti in branche dell’ordinamento ove il principio di legalità non viene osservato con il rigore richiesto nell’ambito penale, con conseguente indeterminatezza. D’altra parte, l’utilizzo di criteri funzionali nella selezione delle posizioni di garanzia, lascia comunque ampio spazio a criteri discrezionali a causa della vaghezza dell’art. 40 cpv. c.p.. Si perviene quindi alla conclusione che si è in presenza di una situazione di non superabile incertezza, dovuta alla inadeguatezza della disciplina prevista dell’art. 40 cpv. c.p., che determina uno dei casi più clamorosi di creazione giurisprudenziale delle fattispecie penali, e si prospetta la necessità di un intervento normativo riformatore che tipizzi le posizioni di garanzia.

Pur nella varietà delle opinioni espresse a proposito della fonte dell’obbligo di garanzia, tra teorie formali e teorie funzionali, l’indirizzo prevalente nel pensiero giuridico italiano tende condivisibilmente ad assumere, come si è accennato, un atteggiamento per così dire eclettico, in vario modo conciliando ed integrando i due opposti punti di vista. In particolare, sebbene si riconosca la centralità della posizione di garanzia, cioè del ruolo concretamente assunto da una determinata persona, viene in luce l’esigenza di temperare i pericoli di eccessivo soggettivismo e di soluzioni vagamente eticheggianti, e di non trascurare – quindi – la considerazione della fonte dell’obbligo, al fine di individuarne il fondamento e, soprattutto, di definirne i contenuti.

La prima indiscussa fonte di obbligo è costituita dalla legge, sia quella di diritto pubblico che di diritto privato; sebbene non manchino disparità di opinioni a proposito della rilevanza delle fonti sublegislative come regolamenti, atti amministrativi e consuetudine.

Altra sicura fonte dell’obbligo di garanzia è quella contrattuale, sulla quale occorre brevemente soffermarsi per il rilievo che essa presenta nel giudizio in esame. Essa comprende sia i contratti tipici come i contratti di prestazione d’opera della bambinaia e della guardia giurata, sia i contratti atipici che si fondano pur sempre sul consenso tra le parti. Esempi: la guida di montagna, i membri di un’associazione di volontari di pronto soccorso, i vicini di casa che si offrono senza retribuzione di accompagnare l’inesperto escursionista, di trasportare in ospedale l’ammalato o di custodire il bambino in assenza dei genitori, con accettazione del servizio da parte dei beneficiari.

E’ di estrema importanza a tale riguardo sottolineare, anche per le implicazioni che la questione ha nel presente giudizio, che la fonte convenzionale dell’obbligo di garanzia include non soltanto i contratti tipici ma anche tutti gli atti negoziali atipici. In conseguenza, in tale ambito possono essere collocate situazioni nelle quali l’assunzione del ruolo di garante si fonda su base consensuale.

Tale importante precisazione consente di individuare la fonte legale dell’obbligo di garanzia in molte situazioni della vita ordinaria.

A tale riguardo è sufficiente richiamare sinteticamente la ormai consolidata giurisprudenza civilistica che ha individuato obbligazioni di natura contrattuale ma non fondate sul contratto, bensì sul "contatto sociale". Tali obbligazioni sono agevolmente riconducibili all’ambito della posizione di garanzia.

Il principio in questione è stato enunciato nell’ambito della relazione terapeutica. Le obbligazioni, si afferma, possono sorgere da rapporti contrattuali di fatto, in quei casi in cui taluni soggetti entrano tra loro in contatto. *****è questo "contatto" non riproduca le note ipotesi negoziali, pur tuttavia ad esso si ricollegano obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso. In questi casi non può esservi (solo) responsabilità aquiliana, ma si rinviene una responsabilità di tipo contrattuale, per non avere il soggetto fatto ciò a cui era tenuto in forza di un precedente vincolo.

La situazione descritta si riscontra nei confronti dell’operatore di una professione c.d. protetta (cioè una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato), particolarmente quando la professione stessa abbia ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come avviene per la professione medica, che incide sul bene della salute, tutelato dall’art. 32 Cost..

Rispetto all’operatore professionale la coscienza sociale, prima ancora che l’ordinamento giuridico, non si limita a chiedere un non facere e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità, ma giustappunto quel facere nel quale si manifesta la perizia che ne deve contrassegnare l’attività in ogni momento. La responsabilità sia del medico che dell’ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha dunque natura contrattuale ed è quella tipica del professionista, con la conseguenza che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell’onere della prova, i principi delle obbligazioni da contratto d’opera intellettuale professionale relativamente alla diligenza e al grado della colpa e la prescrizione ordinaria (Così da ultimo Cass. Sez. 3^, n. 9085 del 19/04/2006, Rv. 589631).

Con non minore rilievo il medesimo principio è stato proposto nell’ambito della relazione educativa, sottolineando la posizione di garanzia che ne consegue. Nel caso di danno cagionato dall’alunno a se stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale, atteso che, quanto all’istituto scolastico, l’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’allievo alla scuola, determina l’instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso; e che, quanto al precettore dipendente dell’istituto scolastico, tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona (Sez. Un. n. 9346 del 27/06/2002, Rv. 555386).

L’atto negoziale tipico o atipico può esser fonte dell’obbligo, come nel caso classico della guardia giurata che assume l’obbligo di vigilare ed intervenire contro la commissione di rapine in banca. In tale caso la facoltà di autotutela del titolare del bene giuridico si converte in obbligo di tutela per il garante. Esso può altresì dare luogo al trasferimento dell’obbligo dal garante originario ad altro, col conseguente mutamento del garante.

Peraltro, anche nel caso di assunzione consensuale, ciò che rileva maggiormente è l’oggettiva presa in carico, sicchè l’obbligo di protezione potrà verosimilmente sorgere anche da una stipulazione cui non partecipi il soggetto titolare del bene, come nel caso di scuola in cui un generoso e previdente spettatore, prima di una gara di nuoto, ingaggia un battelliere perchè in caso di necessità salvi un nuotatore poco provetto, senza che questi ne sappia nulla.

L’obbligo di garanzia di fonte contrattuale costituisce uno degli ambiti in cui più fortemente si manifesta il contrasto tra le diverse, accennate teorie. La teoria sostanzialistica tende a svalutare l’aspetto formale della convenzione tra le parti, attribuendo rilevanza piuttosto alla assunzione concreta del ruolo di garante, sia perchè l’affidamento sulla disponibilità del garante stesso induce la persona protetta ad affrontare rischi particolari o a rinunciare ad altre forme di tutela, sia perchè l’effettiva presa in carico del bene aumenta oggettivamente di fronte all’ordinamento giuridico che ha cura di essi, le chances della loro salvezza.

Peraltro, come viene evidenziato particolarmente dalle teorie eclettiche, l’esistenza dell’obbligo generato dal contratto non implica automaticamente che esso si configuri concretamente.

Perchè ciò accada occorre che vi sia l’effettivo trasferimento al garante derivato dei poteri-doveri impeditivi non solo giuridici, ma anche fattuali che non coincide necessariamente con la conclusione del contratto ne con la mera presa in carico fattuale del bene, come vorrebbero rispettivamente la concezione formale e sostanziale. Una soluzione intermedia, che viene sottolineata in nome del principio di personalità della responsabilità personale.

Le teorie eclettiche sembrano in grado di fronteggiare alcune situazioni problematiche che conducono a soluzioni talvolta inaccettabili nell’ambito delle altre elaborazioni classiche. Esse, infatti, escludono l’imputazione causale quando il contratto è perfezionato ma vi è un inadempimento contrattuale, come nel caso della guida alpina che non si fa trovare al rifugio nel giorno convenuto ed il cliente, anzichè rinviare, affronta la scalata in solitaria; o della bambinaia che non si presenta in servizio all’ora stabilita, quando i genitori si allontanano ugualmente lasciando incustodito il bambino. In tali casi la mancata presa in carico del bene o della cosa fonte di pericolo costituisce inadempimento del contratto ma non dell’obbligo di garanzia giacchè tale obbligo insorge al momento del trasferimento di fatto dei poteri impeditivi.

Quindi la guida alpina e la bambinaia rispondono dell’inadempimento ma non della morte dello scalatore.

Sulla base del medesimo ordine concettuale, invece, l’imputazione ha luogo quando, pur in presenza di un contratto invalido, vi è stata la presa in carico del bene protetto; anche se in tale caso non è indifferente la causa dell’invalidità del negozio (ma la questione non rileva in questa sede).

L’ambito che, nonostante le complesse elaborazioni di cui si è sinteticamente dato conto, presenta maggiori aspetti problematici è quello dell’assunzione volontaria ed unilaterale dei compiti di tutela, al di fuori di un preesistente obbligo giuridico. Si tratta di un aspetto molto presente nelle dottrine sostanzialistiche, poichè valorizza 1"assunzione di fatto dell’onere, la presa in carico del bene che ne accresce le possibilità di salvezza. Tale ambito copre le situazioni nelle quali il contratto è nullo e quelle in cui si è in presenza di un’iniziativa spontanea nell’assunzione dei compiti di tutela, come nei casi dei vicini di casa che, in assenza dei genitori, si prendono cura del bambino; dei volontari di pronto soccorso che, avvertiti, soccorrono il ferito in stato d’incoscienza; nonchè quelli in cui vi è assunzione di compiti di tutela a seguito di atto illecito, come nel caso del sequestratore verso il sequestrato bisognoso di farmaci. Occorre prendere atto che su tale aspetto della materia esiste una grande disparità di opinioni, anche fortemente critiche rispetto alle dottrine sostanzialistiche, – nè d’altra parte vi è necessità che esso venga esaminato nell’ambito del presente giudizio. Qui è sufficiente accennare che in molte delle situazioni considerate, con un’analisi attenta, non è difficile cogliere una obbligazione giuridica connessa all’assunzione unilaterale del ruolo di garante. D’altra parte, non di rado, ciò che a prima appare frutto di un atto unilaterale è in realtà espressione di un’obbligazione assunta con un atto negoziale atipico. Valgano a tale riguardo i richiamati principi in tema di obbligazione da contatto sociale.

La conclusione del breve, necessario excursus nell’ambito dei problemi inerenti all’obbligo di garanzia maggiormente pertinenti al giudizio in esame è che è utile e necessario perseguire nell’esperienza giudiziaria l’integrazione dei criteri formali e sostanziali d’imputazione; avendo presenti i principi ed i valori che si trovano sullo sfondo della delicata materia.

Tale approdo conduce a ritenere infondate le censure esposte nel secondo motivo di ricorso in esame. Si è visto che il C. è stato ritenuto titolare di una posizione di garanzia trasferitagli dai gestori del rifugio. Peraltro, per le ragioni di principio che si sono prima esposte, l’assunzione di un impegno in tal senso non sarebbe stata sufficiente a generare concretamente l’obbligo di controllo, essendo invece necessaria altresì la reale assunzione in carico della gestione della situazione pericolosa costituita dalla discesa a valle nelle condizioni difficili di cui si è già detto.

In conseguenza, appare particolarmente puntuale il breve passaggio della pronuncia d’appello che mette in luce come l’imputato avesse di fatto assunto l’incarico, ponendosi alla guida di una moto-slitta munita di un faro e dirigendo e controllando la discesa. D’altra parte, l’assunzione di tale incarico era ben nota e presente ai discesisti che, conseguentemente, si indussero ad affrontare la pericolosa contingenza sulla base dell’affidamento nella competenza dell’accompagnatore. Tale affidamento costituisce uno dei risvolti più significativi dell’assunzione in concreto del ruolo convenuto; e svolge un ruolo significativo nella ricostruzione di vicende problematiche del genere di quella in esame. Infine, ad abundantiant, occorre pure sottolineare che l’avvio convenuto della discesa guidata (come ritenuto dai giudici di merito) dette luogo ad un’intesa consensuale tra l’imputato ed i discesisti che, anche per via del già segnalato affidamento, sarebbe stata sufficiente da sola a fondare l’obbligo di garanzia, configurando una negozio atipico.

In conseguenza, conclusivamente, è priva di fondamento la tesi difensiva secondo cui l’imputazione oggettiva dell’evento sarebbe stata indebitamente fondata solo sulla generosa ed unilaterale iniziativa dell’imputato.

3.2. Il terzo motivo di ricorso, concernente i profili di colpa addebitati all’imputato, è pure esso infondato. Non vi è dubbio che, come evidenziato in sentenza, le due ragazze tennero un comportamento incongruo, probabilmente alimentato anche dall’assunzione di sostanze alcoliche. La Corte ha sottolineato tale situazione ed ha riconosciuto il concorso di colpa della vittima.

Essa, tuttavia, evidenzia altresì un distinto profilo di colpa del C., giacchè costui non rimase adeguatamente vigile nel controllare i discesisti, superò le ragazze in difficoltà e se le lasciò colpevolmente alle spalle. Anche se le ragazze mancarono di segnalare adeguatamente la loro difficoltà – si afferma in sentenza – l’imputato avrebbe potuto comunque scongiurare il pericolo con una condotta particolarmente vigile e scrupolosa, che gli avrebbe consentito di cogliere la situazione pericolosa e di intervenire tempestivamente.

Infine occorre valutare la deduzione difensiva secondo cui l’imputato, ove pure si fosse accorto della situazione pericolosa, si sarebbe comunque trovato a dover scegliere fra due condotte entrambe corrette, con la conseguenza che qualunque di esse avesse scelta, avrebbe tenuto un comportamento non rimproverabile. Orbene sebbene il principio richiamato, enunciato in una pronuncia di questa Corte, sia condivisibile, tuttavia occorre considerare che nella situazione presente nel giudizio in esame non si era al cospetto di due situazioni egualmente pericolose che avrebbero comunque determinato la scelta tra condotte entrambe appropriate. Infatti, la situazione pericolosa concernente le ragazze era già drammaticamente in atto, mentre gli altri discesisti si trovavano in una condizione senza dubbio delicata ma non abbisognevole di un immediato e diretto intervento, visto che la discesa avveniva lungo l’itinerario convenuto e senza difficoltà attuali ed apprezzabili. In una tale situazione, difettando la dedotta equivalenza fra le situazioni pericolose, era dovere dell’imputato intervenire per scongiurare il pericolo concretamente manifestatosi, relativo alle ridette ragazze.

Diversamente argomentando si perverrebbe alla soluzione illogica che chi si adoperi per proteggere diverse persone non ne possa concretamente aiutare alcuna, per il timore che così facendo si trovi a non poter far fronte ad ulteriori eventuali difficoltà che coinvolgano le altre.

3.4. Il quarto motivo di ricorso afferente alla supposta contraddittorietà della motivazione si fonda su una lettura parziale del tenore della pronunzia. E’ ben vero che in sentenza si afferma che l’imputato assunse la guida del gruppo di discesisti comportandosi cioè come una guida e tenendo d’occhio i partecipanti.

Tuttavia tale enunciazione è volta a sottolineare che l’imputato assunse in concreto il ruolo di garante. Tale qualità implica l’obbligo di impedire l’evento e riguarda quindi l’imputazione causale. Ciò non sarebbe comunque sufficiente ai fini del giudizio di responsabilità giacchè esso si fonda altresì sull’accertamento della colpevolezza, che nella specie si configura come un rimproverabilità colposa della condotta. A tale ultimo riguardo, come si è sopra evidenziato, la pronunzia non manca di esporre i ritenuti profili di colpa. In conseguenza, la dedotta contraddizione non sussiste: il C. guidò la discesa assumendo il ruolo di garante e comportandosi nel modo conseguente; nel far ciò agì in modo non sufficientemente attento e dunque colposo. Si è quindi in presenza di differenti valutazioni, che riguardano distinti aspetti dell’imputazione del reato: quello afferente alla causazione dell’evento e quello pertinente alla colpevolezza.

Il ricorso deve essere quindi rigettato. Ne consegue che l’imputato va condannato al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese di parte delle parti civili che vengono liquidate come il dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi Euro 1.125,00 per ciascuna di esse, oltre ad I.V.A. e C.P.A..

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Corte di Cassazione Penale 28/2/2007 n. 8403

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Palermo – Sezione distaccata di Monreale, con sentenza del 24.2.2005, affermava la responsabilità penale di P*****************in ordine al reato di cui:
– all’art. 59 D.Lgs. n. 152/1999 (per avere – quale titolare di un allevamento di ovini – effettuato scarichi non autorizzati nel sottosuolo dei reflui prodotti – acc. in Monreale, fino al 24.6.2002) e la condannava alla pena di euro 1.100,00 di ammenda.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Palazzolo, il quale – sotto i profili della violazione di legge e del vizio della motivazione – ha eccepito:
– che un’esatta qualificazione, in termini di attività agricola piuttosto che produttiva, dell’allevamento di ovini da lui gestito avrebbe dovuto condurre ad escludere ogni equiparazione alle c.d. acque reflue industriali degli scarichi provenienti dallo stesso, assimilabili, invece, alle “acque reflue domestiche”;
– la mancata specificazione degli elementi considerati ostativi alla concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

MOTIVI DELLA DECISIONE

ricorso deve essere rigettato, perché infondato.
1. in relazione al contestato reato di scarico di reflui non autorizzato, deve porsi in rilievo che:
a) Nella vigenza della legge 10.5.1976, n. 319 – tenuto conto che, in seguito dell’ entrata in vigore del D.L. 17.3.1995, n. 79, convertito nella legge 17.5.1995, n. 172, l’apertura o la effettuazione di scarichi civili sul suolo a nel sottosuolo senza la prescritta autorizzazione non costituiva più reato e che, in forza di quanta stabilito dall’ultimo comma dell’art. 1 quarter del D.L. 10.8.1976, n. 544, convertito con modificazioni nella legge 8.10.1976, n. 690, le imprese agricole di cui all’art. 2135 cod. civ. erano considerate insediamenti civili – la giurisprudenza di questa Corte Suprema era costantemente orientata nel senso che l’allevamento di bestiame non costituisse espressione dell’impresa agricola (legislativamente considerata insediamento civile) ma rientrasse nella nozione di insediamento produttivo quando nel rapporto terra-animali, con riferimento alla previsione dell’art. 2135, 2° comma, cod. civ., non fosse la prima ad avere ruolo e funzione preponderanti.
Per aversi impresa agricola (e conseguentemente insediamento civile) era ritenuta essenziale, dunque, la “connessione funzionale dell’allevamento con la coltivazione della terra” e, tra i criteri di individuazione di tale connessione, si faceva riferimento a quelli (del rapporto tra spazio disponibile e numero dei capi di bestiame; della proporzione tra il terreno coltivato ed il peso vivo degli animali allevati; della destinazione all’allevamento dei due terzi del prodotto strettamente agricolo del fondo) indicati dalla delibera 8.5.1980 del Comitato interministeriale di cui all’art. 3 della medesima legge n. 319/1976.
Veniva altresì affermato che tali criteri costituivano, comunque, parametri non esclusivi di riferimento, rimanendo fondamentale – per determinare la natura agricola dell’allevamento di bestiame – la prevalenza dell’attività di coltivazione della terra e la complementarietà ad essa funzionale dell’allevamento (che non doveva rappresentare, in sostanza l’attività, principale).
b) Il D.Lgs. 11.5.1999, n. 152 (che abrogò espressamente le leggi n. 319/1976, n. 690/1976 e n. 172/1995) ha sostituito – come è noto la distinzione tra insediamenti produttivi e civili (che presupponeva una diversa qualità delle acque di scarico in relazione alla provenienza) con quella tra:
– “acque reflue industriali”‘, nozione ricomprendente “qualsiasi tipo di scarico di acque reflue scaricate da edifici in cui si svolgono attività commerciali e industriali, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento”
– ed “acque reflue domestiche o di reti fognarie” (per le quali è stata esclusa la sanzione penale in mancanza dell’autorizzazione), intendendosi per “acque reflue domestiche” quelle “provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche”.
Si è passati, dunque, dalla precedente distinzione di disciplina per tipi di insediamento ad una distinzione per tipi di acque di scarico.
Quanto alle imprese agricole, il 7° comma dell’art. 28 del D.Lgs. n. 152/1999, nella sua formulazione originaria fatto salvo quanto previsto dal successivo art. 38 (in materia di utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento zootecnico) e dalle diverse normative regionali – assimilava alle “acque reflue domestiche” quelle provenienti da “imprese dedite all’allevamento di bestiame che dispongono di almeno un ettaro di terreno agricolo funzionalmente connesso con le attività di allevamento e di coltivazione del fondo, per ogni 340 chilogrammi di azoto presente negli effluenti di allevamento al netto delle perdite di stoccaggio e distribuzione” (lett. b).
c) Il 7° comma dell’art. 28 del D.Lgs. n. 152/1999 venne poi sostituito dall’art. 9 del D.Lgs. 18.8.2000, n. 258 ed in particolare, quanto alla lettera b), venne previsto che il calcolo della misura dei 340 chilogrammi di azoto presente negli effluenti di allevamento non fosse più da effettuarsi “al netto delle perdite di stoccaggio e distribuzione”, come nel testo originario, bensì relativamente alla quantità prodotta “per un anno da computare secondo le modalità di calcolo stabilite alla Tabella 6 dell’Allegato 5”.
Per gli allevamenti esistenti il nuovo criterio di assimilabilità si a applicato a partire dal 13 giugno 2002.
d) La disciplina attuale è posta dall’art. 101, 7° comma – lett. b), del D.Lgs. 3.4.2006, n. 152 (testo normativo che ha espressamente abrogato il D.Lgs. n. 152/1999, come modificato dal D.Lgs. n. 258/2000), che assimila alle “acque reflue domestiche” quelle provenienti da “imprese dedite ad allevamento di bestiame che, per quanto riguarda gli effluenti di allevamento, praticano l’utilizzazione agronomica in conformità alla disciplina regionale stabilita sulla base dei criteri e delle norme tecniche generali di cui all’art. 112, comma 2, e che dispongono di almeno un ettaro di terreno agricolo per ognuna delle quantità indicate nella Tabella 6 dell’Allegato 5 alla parte terza del presente decreto”.
In detta Tabella viene fissato il “peso vivo medio corrispondente ad una produzione di 340 kg. di azoto per anno, al netto delle perdite di rimozione e stoccaggio” e detto peso, per gli ovicaprini, viene determinato in tonnellate 3,4.
Nella presente fattispecie caratterizzata dalla accertata presenza di circa mille capi di bestiame su un terreno agricolo di circa 9.000 mq. e quindi inferiore ad un ettaro – il Tribunale ha puntualmente verificato la insussistenza delle condizioni di assimilabilità alle “acque reflue domestiche” (di cui al 7° comma dell’art. 28 del. D.Lgs. n. 152/1999 ed all’art. 101, 7° comma – lett. b, del D.Lgs. n. 152/2006) ed il ricorrente non contesta il computo di tali parametri, limitandosi piuttosto ad escludere il carattere imprenditoriale del proprio allevamento, qualificandolo in termini di attività agricola piuttosto che produttiva con argomentazioni che non sono rilevanti ai fini della configurazione della contravvenzione contestata.
2. Il beneficio della sospensione condizionale della pena (soltanto pecuniaria) inflitta non è stato concesso, perchè non richiesto, sicché, sul punto, il giudice non aveva alcun obbligo di motivazione.
3. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spesse del procedimento.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione,visti gli artt. 607, 615 e 616c.p.p.rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spesse processuali.

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Corte di Cassazione Penale sez. I 19/1/2007 n. 1561

Redazione

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza in data 7/6/05, emessa in esito a giudizio contumaciale, il Tribunale monocratico di Venezia ha dichiarato R.G., gestore di un bar sito nella (OMISSIS) di quella città, colpevole di violazione continuata dell’art. 659 c.p. per avere sino all’ottobre (OMISSIS) recato disturbo, con il rumore eccedente i limiti della normale tollerabilità della musica prodotta dall’orchestrina che suonava all’esterno del locale, ai titolari e agli avventori dei vicini esercizi commerciali e con le attenuanti generiche lo ha condannato a Euro 200,00 di ammenda con il beneficio della sospensione condizionale nonchè a risarcire i danni, liquidati in via equitativa in Euro 5.000,00, cagionati alla denunciarne C.P., titolare di una contigua oreficeria, costituitasi parte civile.
Contro tale decisione il difensore dell’imputato ha proposto ricorso per Cassazione con il quale in via principale lamenta che il suo assistito non sia stato assolto, sostenendo che il fatto si dovrebbe qualificare non come violazione del comma 1 dell’art. 659 c.p., come sostanzialmente ritenuto dal Tribunale che ha per tale ragione respinto la domanda di oblazione, bensì come violazione del comma 2 con conseguente configurabilità, trattandosi di superamento dei limiti di emissione del rumore stabiliti dal D.P.C.M. 1 marzo 1991, solo dell’illecito amministrativo di cui all’art. 10, comma 2 della Legge Quadro sull’inquinamento acustico n. 447 del 1995.
Si deve al riguardo rilevare che il reato contravvenzionale per cui l’imputato ha riportato condanna è, anche alla stregua della ipotesi più grave ritenuta dal Tribunale, ormai prescritto – ai sensi dell’art. 157, comma 1, n. 5, nel testo previgente, art. 158 c.p., comma 1 e art. 160 c.p., ultima parte – essendo trascorsi, senza che si siano verificate cause di sospensione del decorso del termine in misura rilevante, più di quattro anni e mezzo dalla data finale della contestazione.
E si deve altresì rilevare che la qualificazione meno grave propugnata dalla difesa, che trova peraltro ostacolo nel non avere il R. ottemperato alle prescrizioni (spostamento del palco, schermatura fonoassorbente e altri accorgimenti) impostegli in sede civile, non potrebbe in ogni caso condurre alle invocate conseguenze liberatorie.
Ritiene invero in proposito il Collegio che – come questa Sezione ha già avuto occasione di affermare (cfr. la sentenza 16/4/04, *****, rv. 228.244) – anche quando sia addebitabile all’imputato solo il mancato rispetto dei limiti di emissione del rumore stabiliti dal D.P.C.M. 1 marzo 1991 non sia applicabile il principio di specialità di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 9 in quanto la fattispecie di cui all’art. 659 c.p., comma 2, contiene un elemento, mutuato da quella del comma 1 con cui il comma 2 va posto in relazione, estraneo alla fattispecie prevista dalla L. n. 447 del 1995, art. 10 che tutela genericamente la salubrità ambientale limitandosi a stabilire, e a sanzionarne in via amministrativa il superamento, i limiti di rumorosità delle sorgenti sonore oltre i quali deve ritenersi sussistente l’inquinamento acustico.
Tale elemento è rappresentato proprio da quella concreta idoneità della condotta rumorosa, che determina la messa in pericolo del bene della pubblica tranquillità tutelato da entrambi i commi dell’art. 659 c.p., a recare disturbo ad una pluralità indeterminata di persone, del che nel caso di specie è stata data dal giudice del merito congrua dimostrazione.
Pertanto, non ravvisandosi inammissibilità originaria dell’impugnazione che sarebbe di ostacolo all’operatività della causa estintiva, si deve fare senz’altro luogo alla relativa declaratoria e la sentenza impugnata, a norma dell’art. 620 c.p.p., lett. a), deve essere annullata senza rinvio, mentre ai sensi dell’art. 578 c.p.p. devono restare ferme, per quanto nella sentenza impugnata evidenziato in fatto a carico dell’imputato e non specificamente contestato nei motivi di ricorso, le adottate statuizioni civili.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il reato è estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili.

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Corte di Cassazione Penale sez. I 17/1/2007 n. 1075

Redazione

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza in data 1.3.2006 la Corte di Appello di Torino ha assolto perchè il fatto non costituisce reato V.G., nella sua qualità di direttore tecnico e legale rappresentante dello stabilimento "Roquette Italia S.p.a." con sede di (OMISSIS), dal reato di cui all’art. 659 c.p. "perchè, omettendo di adottare ogni misura idonea a ridurre le emissioni sonore derivanti dall’attività produttiva e dagli impianti in dotazione della suddetta società, e quindi abusando nell’impiego di strumenti ritenuti sorgenti di rumore, provocava emissioni sonore ampiamente superiori a quelle consentite, disturbando in tal modo le occupazioni ed il riposo delle persone, accertato in (OMISSIS) fino al 9 marzo 2001", previa qualificazione del fatto come illecito amministrativo ai sensi della L. n. 447 del 1995, art. 10, comma 2.

In primo grado, con sentenza 7.5.2004 del Tribunale di Tortora, il V. era stato ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 659 c.p., comma 1, e condannato alla pena di due mesi di arresto, sospesa condizionalmente, nonchè al risarcimento del danno liquidato in favore della parte civile S.T. in Euro 40.000,00 e delle parti civili C.A. e R.F. in Euro 20.000,00 per ciascuna ed alla eliminazione delle conseguenze pericolose del reato.

Le parti civili, che avevano denunciato il fatto, abitavano nei pressi dello stabilimento dove avevano costruito le loro case previe regolari concessioni edilizie. Il Tribunale aveva ritenuto che fosse configurabile la fattispecie di cui all’art. 659 c.p., comma 1, con disturbo di una potenziale pluralità di persone poichè da un lato la attività della Roquette Italia non era fra quelle necessariamente rumorose e da altro lato l’abuso indicato dall’art. 659 c.p., comma 1 poteva derivare da qualsiasi fonte sonora, mentre la entrata in vigore della Legge Quadro dell’inquinamento acustico 26 ottobre 1995, n. 447 non aveva inciso sulla figura criminosa prevista dal comma 1 della norma citata. In fatto ha poi rilevato che le emissioni rumorose dello stabilimento di (OMISSIS), oltre a superare il limite di tollerabilità, erano state caratterizzate da costanza e diffusività di fondo, tanto da determinare concretamente il disturbo della pubblica tranquillità locale.

La Corte territoriale ha invece ritenuto che fosse ravvisabile la ipotesi di cui all’art. 659 c.p., comma 2 stante la presenza di una attività industriale necessariamente e tipicamente rumorosa, nonostante gli investimenti massicci della proprietà per eliminare o quanto meno attenuare le conseguenze rumorose delle lavorazioni in atto e che in tale ambito il fatto integrasse soltanto l’illecito amministrativo di cui alla L. n. 447, art. 10, comma 2, poichè la rilevanza penale dell’art. 659 c.p., comma 2 restava limitata alle violazioni di prescrizioni diverse da quelle concernenti i limiti delle emissioni o immissioni sonore.

Ha proposto ricorso per cassazione la parte civile R.F. chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata e lamentando con due separati motivi: erronea applicazione dell’art. 659 c.p., comma 2, poichè il fatto contestato integrava l’art. 659 c.p., comma 1 alla stregua della specifica contestazione contenuta nel capo di imputazione e della interpretazione della norma offerta dalla giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione; erronea applicazione della L. n. 447 del 1995, art. 10, comma 2, il quale non aveva depenalizzato la fattispecie prevista dall’art. 659 c.p., comma 2 in presenza della concreta idoneità della condotta a mettere in pericolo il bene della pubblica tranquillità, tutelato sia dal comma 1 che dal comma 2 della norma citata, arrecando disturbo al riposo e alle occupazioni di una pluralità indeterminata di persone.

Con memoria in data 16.11.2006 la difesa dell’imputato ha chiesto la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite Penali di questa Corte con riguardo ai "confini" dell’art. 659 c.p., fra il comma 1 ed il comma 2 ed all’ambito della depenalizzazione del suddetto reato.

Il Procuratore ******** presso questa Corte ha chiesto la rimessione degli atti al giudice civile. Anche il difensore della parte civile R.F. ha concluso per l’annullamento della sentenza impugnata con la rimessione degli atti al giudice civile per la quantificazione del danno. La difesa dell’imputato ha invece concluso per il rigetto del ricorso della parte civile ed in via subordinata per la rimessione alle Sezioni Unite Penale della questione prospettata con la memoria difensiva.

Motivi della decisione

Il ricorso contro la sentenza di proscioglimento proposto dalla sola parte civile trova, nella specie, la sua fonte e la sua disciplina nell’art. 576 c.p.p., che, per quanto qui interessa, non è stato toccato dalla modifiche apportate dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46 in materia di inappellabilità della sentenze di proscioglimento, e riconosce il diritto alla parte civile ad una decisione incondizionata sul merito della propria domanda e, nel contempo, conferisce al giudice dell’impugnazione il potere di decidere sulla domanda al risarcimento ed alle restituzioni, pur in mancanza di una statuizione sul punto nel precedente grado del giudizio.

Si tratta di una eccezione fatta dal legislatore al principio per cui il giudice penale in tanto può occuparsi dei capi civili in quanto contestualmente pervenga ad una dichiarazione di responsabilità penale, poichè consente che, per effetto della sola impugnazione della parte civile, si possa rimuovere l’accertamento dei fatti posti a base della decisione assolutoria, al fine di valutare la sussistenza di una responsabilità per illecito civile e così ottenere una diversa pronuncia che rimuova quella pregiudizievole per i suoi interessi civili.

La normativa processuale penale vigente ha cioè scelto l’autonomia dei giudizi sui due profili di responsabilità, civile e penale, nel senso che la impugnazione proposta ai soli effetti civili non può incidere sulla decisione del giudice del grado precedente in merito alla responsabilità penale del reo, ma il giudice penale dell’impugnazione, dovendo decidere su una domanda civile necessariamente dipendente da un accertamento sul fatto di reato e dunque sulla responsabilità dell’autore dell’illecito extracontrattuale, può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell’impugnazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto (v. Cass. Sez. Un. n. 25083 del 2006, *****).

Ne consegue che la parte civile, nonostante la modifica dell’art. 576 c.p.p. ad opera della L. n. 46 del 2006 nella parte in cui in precedenza collegava il suo potere di impugnativa al mezzo previsto per il Pubblico Ministero, conserva tuttora il potere di impugnare contro la sentenza di proscioglimento, mentre il giudice della impugnazione ha, nei limiti del devoluto e agli effetti della devoluzione, i poteri che avrebbe dovuto esercitare il giudice che ha prosciolto, per cui, se si convince che tale giudice ha sbagliato nell’assolvere l’imputato, ben può affermare la responsabilità di costui agli effetti civili e (come indirettamente conferma il disposto di cui all’art. 622 c.p.p.) condannarlo al risarcimento o alle restituzioni, in quanto l’accertamento incidentale equivale virtualmente – ora per allora – alla condanna di cui all’art. 538 c.p.p., comma 1, che non venne pronunciata per errore.

Ciò posto in punto di ammissibilità del ricorso della parte civile, va rilevato, sempre in via preliminare, che non si ritiene di rimettere alle Sezioni Unite di questa Corte la questione prospettata dal ricorrente con riguardo ai "confini" fra le ipotesi criminose previste dall’art. 659 c.p., comma 1 e comma 2 ed all’ambito di depenalizzazione della ipotesi di cui al comma 2 per effetto della L. n. 477 del 1995, art. 10, comma 2.

Per quanto riguarda l’oggetto dell’attuale ricorso, anche con riferimento alla motivazione della sentenza impugnata, è infatti in discussione soltanto la possibilità che il reato di cui all’art. 659 c.p., comma 1 possa coesistere e concorrere con la violazione amministrativa prevista dalla c.d. legge quadro sull’inquinamento acustico per violazione dei limiti fissati dalla legge speciale per l’esercizio di attività rumorose. Ma sotto tale profilo la giurisprudenza di gran lunga prevalente di questa Corte è nel senso, ampiamente condivisibile, che le due norme inserite nel citato art. 659 c.p., comma 1 e comma 2 perseguono finalità diverse, mirando la prima a sanzionare gli effetti negativi della rumorosità in funzione della tutela della tranquillità pubblica, mentre l’altra, essendo diretta unicamente a stabilire i limiti di intensità delle sorgenti sonore provenienti fisiologicamente da attività rumorose, oltre i quali deve ritenersi sussistente l’inquinamento acustico, prende in considerazione soltanto il dato oggettivo del superamento di una certa soglia di rumorosità, rimanendo impregiudicato, in caso di superamento di tali limiti, l’accertamento se, nel caso concreto, anche per l’uso smodato di certi strumenti o per l’esercizio dell’attività rumorosa in orari diversi da quelli consentiti, sia stato arrecato o meno anche un effettivo disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone (v. per tutte, Cass. sez. 1^, n. 32468 del 2004; Cass. sez. 1^, n. 43202 del 2002; Cass. sez. 1^, n. 3123 del 26.4.2000).

Il legislatore ha inteso, invero, da un lato regolare in maniera rigida e rigorosa l’esercizio di alcune professioni, ancorchè suscettibili di disturbare in certa misura la tranquillità pubblica, in vista di interessi superiori come quelli stabiliti dall’economia nazionale, entro limiti strettamente necessari a garantire tali interessi; e, dall’altro, mantenere intatta la punibilità in sede penale di condotte che non rispettino tali limiti, considerati ex lege invalicabili ai fini della salvaguardia del diritto al riposo e alla tranquillità della comunità sociale. Per cui, una volta accertato il superamento di tali limiti, sarà possibile procedere alla verifica in ordine alla eventuale contestuale sussistenza, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, della condotta integrante la ipotesi di cui all’art. 659 c.p., comma 1 essendo configurabile un concorso fra le condotte descritte nei due commi della predetta disposizione codicistica (v. Cass. sez. 1^, n. 319 del 2000; Cass. sez. 1^, n. 382 del 1999; Cass. n. 23072 del 2005).

Non sussistendo in sostanza un contrasto apprezzabile in ordine allo specifico problema che viene in discussione, non pare che ricorrano i presupposti per la rimessione alle Sezioni Unite.

Passando quindi ad esaminare il ricorso della parte civile, va rilevato che lo stesso è fondato.

La Corte territoriale ha ritenuto che, trattandosi dell’esercizio di una attività industriale rumorosa ex se, il superamento, nella specie accertato positivamente, dei limiti di emissione sonore previsti dalla normativa speciale possa integrare soltanto la violazione amministrativa di cui alla L. n. 447 del 1995, art. 10, però proprio la sentenza di questa Corte n. 530 del 2004, Rv.

230890, citata dalla sentenza impugnata, riconosce la immutata rilevanza penale della condotta prevista dall’art. 659 c.p., comma 2, pur se circoscritta alla violazione di prescrizioni diverse da quelle concernenti i limiti di emissioni o immissioni sonore e comunque non esclude la coesistenza delle ipotesi previste dalla norma citata, comma 1 e comma 2, posto che, in particolare, non vi è alcuna interferenza tra la disciplina della L. n. 447 del 1995 e quella contenuta nell’art. 659 c.p., comma 1, poichè la prima stabilisce limiti di generale applicazione, strumentalmente verificabili, correlati all’intensità assoluta e differenziale, frequenza e tempi dell’emissione o dell’immissione in aree tipologicamente predeterminate; la seconda, invece, ha riferimento alla media sensibilità della persone nell’ambito in cui si verificano in concreto le immissione rumorose (v. Cass. sez. 1^, n. 30, settembre 1998, Messina).

In particolare è stato precisato che la normativa sull’inquinamento acustico di cui alla L. n. 447 del 1995 non ha abrogato la norma di cui all’art. 659 c.p., comma 1, in quanto la legge speciale ha inteso fissare un limite di rumorosità, al fine di tutelare la salute della collettività, la cui inosservanza integra la violazione amministrativa sanzionata dalla stessa legge, senza che con ciò automaticamente venga integrata la ipotesi prevista dal codice penale, per la cui sussistenza occorre che, nel concreto, l’uso di strumenti rumorosi sia tale da recare un effettivo disturbo al riposo ed alle occupazioni delle persone, alla luce di tutte le circostanze della specifica e concreta situazione (v. Cass. sez. 1^, 23 aprile 1998, ********; Cass. sez. 1^, n. 38295 del 2004).

Orbene, in applicazione di tali principi, condivisi da questo Collegio, appare evidente che la qualificazione del reato contestato, operata dalla Corte territoriale, come esercizio di un mestiere rumoroso in violazione dei limiti stabiliti dalla legge speciale, per farne discendere che si sarebbe trattato di una mera violazione amministrativa, sotto il profilo che non potrebbe mai sussistere la ipotesi contravvenzionale di cui all’art. 659, comma 1 in presenza di una attività rumorosa, non appare corretta e si pone in contrasto con un indirizzo giurisprudenziale quasi unanime per cui anche dall’esercizio di un mestiere rumoroso può derivare una lesione o messa in pericolo della quiete pubblica, tutelata dal comma 1 della disposizione più volte citata e riferita alla media sensibilità delle persone nell’ambito in cui si verificano in concreto le immissioni sonore.

Si tratta di un errore di diritto che impone l’annullamento della sentenza impugnata, spettando al giudice del rinvio la verifica del superamento dei limiti della normale tollerabilità e della idoneità delle emissione sonore ad arrecare disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone, tenendo conto in particolare, oltre che della intensità dei rumori, degli orari in cui essi si sono verificati e più in generale dell’offesa o meno del bene tutelato della quiete pubblica.

Il rinvio, a norma dell’art. 622 c.p.p., deve essere disposto al giudice civile competente per valore in grado di appello e cioè alla Corte di Appello di Torino in sede civile che giudicherà sull’accertamento della responsabilità per l’illecito penale ai soli fini della domanda risarcitoria proposta dalla parte civile.

Sulle spese del presente giudizio provvederà, se del caso, il giudice civile in sede di rinvio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Torino in sede civile per nuovo giudizio ai soli effetti civili.

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Corte di Cassazione Penale sez. I 16/11/2006 n. 37765; Pres. Fazzioli E.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’8 marzo 2006 la Corte d’Appello di Bologna in riforma della sentenza del Tribunale di Forlì, Sez. distaccata di Cesena, assolveva C.F. dal reato di molestie ai danni della moglie G.G. perchè il fatto non sussiste.

La Corte d’Appello riteneva che i comportamenti addebitati all’imputato nei confronti della moglie con la quale era in corso un procedimento di separazione personale, fossero dettati da intenti estranei alla volontà di arrecare fastidio o disturbo, poichè volti unicamente ad assicurare la cura dei figli minorenni della coppia.

Propone ricorso il difensore della parte civile G. per i solo interessi civili, rilevando che malgrado la richiesta del P.G. di definizione del processo di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, la Corte bolognese aveva ritenuto di decidere nel merito senza spendere nemmeno una riga di motivazione per spiegare come potesse essere ignorato il comportamento del C. che pedinava continuamente la moglie, le telefonava insistentemente, anche in ore notturne, persino nei momenti in cui i figli si trovavano con lui. In realtà si trattava di una comportamento arbitrario, aggressivo e persecutorio che integrava indubbiamente l’ipotesi di reato contestata.

Con memoria del 12 ottobre 2006 il difensore dell’imputato C. contestando le deduzioni illustrate dalla parte civile nel ricorso, chiedeva che le richieste proposte dalla stessa fossero dichiarate inammissibili.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il reato contestato risulta prescritto sin dal 13 settembre 2005; la Corte d’Appello, pur dando atto di tale circostanza, ha ritenuto di esaminare il merito della vicenda in considerazione della "insistente presenza" della parte civile.

In applicazione di quanto prevede l’art. 129 c.p.p., comma 2, il giudice ha l’obbligo di pronunziare l’assoluzione nel merito, pur in presenza di una causa di estinzione del reato – come nel caso di specie – qualora "dagli atti risulti evidente" che il fatto non sussiste, o che l’imputato non lo abbia commesso o che il fatto non costituisca reato. In applicazione di tale principio il giudice dell’appello può certamente valutare in modo diverso i fatti già considerati nel corso del giudizio di primo grado, che avevano condotto alla condanna e pervenire a conclusioni del tutto opposte.

E’ però necessario che tale diversa valutazione consideri in modo analitico e puntuale tutti gli elementi già acquisiti nel corso del dibattimento. La sentenza impugnata si limita invece a qualificare "ogni approccio o tentativo di approccio del marito alla moglie", come ispirato dall’esigenza di tutela della prole, senza prendere in esame o fornire alcuna interpretazione su specifici comportamenti oggettivamente ispirati da finalità che nulla hanno a che vedere con la cura dei figli minori. Tali sarebbero i pedinamenti ripetuti della moglie, gli appostamenti per ore sotto casa della stessa ovvero sotto casa dei suoceri, le continue telefonate anche in ore notturne, anche quando i figli si trovavano presso il padre.

La pendenza di un processo per separazione personale tra i coniugi non consente certamente al marito di comportarsi in modo vessatorio o petulante nei confronti del coniuge, nemmeno quando siano presenti figli minori.

La sentenza impugnata deve essere quindi annullata ai sensi dell’art. 622 c.p.p., per i soli effetti civili, con rinvio per il giudizio al Tribunale Civile di Forlì.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione, Sezione Prima Penale, annulla la sentenza impugnata per i soli effetti civili e rinvia per il giudizio al Tribunale civile di Forlì.

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Corte di Cassazione Penale 9/10/2006 n. 33896

Redazione

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza 11 febbraio 2005, il Tribunale di Viterbo ha ritenuto ************ e ********** responsabili del reato previsto dall’art. 59 c.1 DLvo 152/1999 (perché, quali titolari di una azienda agricola con circa 9000 bovini, effettuavano lo scarico di acque reflue industriali rappresentate dalle deiezioni degli animali e dal lavaggio delle stalle in un corso d’acqua senza la necessaria autorizzazione) ed ha condannato ciascuno alla pena di euro mille di ammenda.
Per giungere a tale conclusione, il Giudice – dopo avere accertato l’esistenza del fatto materiale per cui è processo – ha rilevato che, pur prescindendo dal rapporto tra peso vivo del bestiame ed estensione del fondo, lo scarico dei liquami zootecnici necessitava di autorizzazione; ciò in quanto non si era realizzata in concreto la fertirrigazione mediante totale utilizzo dei rifiuti come concimi ovvero attraverso l’integrale sversamento degli stessi nel fondo.
Per l’annullamento della sentenza, gli imputati ricorrono in Cassazione deducendo violazione di legge, in particolare, rilevando:
= che per le imprese agricole, in quanto considerate insediamenti civili a sensi dell’art. l quater L. 690/1976, non si deve applicare la disciplina prevista dal DLvo 152/1999 valevole per gli insediamenti industriali;
= che il Giudice ha omesso di valutare i criteri dettati dall’art. 28 c.7 del ricordato decreto per individuare la categoria delle acque assimilabili a quelle domestiche.
Le censure non sono meritevoli di accoglimento.
Sotto la vigenza della L. 319/1976, l’art. l quater uc L. 690/1976 qualificava l’impresa agricola come insediamento civile successivamente la delibera 8 maggio 1980 del Comitato interministeriale previsto dall’art. 3 della L. 319/1976 indicava alcuni parametri di riferimento (che la giurisprudenza riteneva non vincolanti) per stabilire la natura di insediamento civile, o meno, della impresa agricola e zootecnica (estensione del terreno disponibile, peso complessivo del bestiame, attività svolta et c.); in sintesi, si esulava dallo insediamento civile quando l’allevamento del bestiame perdeva il suo coordinamento funzionale con la coltivazione o lo sfruttamento del fondo e doveva considerarsi diretto allo esercizio di una autonoma impresa commerciale al cui servizio l’allevamento del bestiame era subordinato.
Il D. L.vo 152/1999, vigente alla epoca del fatto per cui è processo, non faceva più riferimento alla natura dello insediamento (civile o produttivo), ma alla tipologia dei reflui per cui l’art. 28 equiparava gli effluenti da allevamento di bestiame alle acque domestiche (fatto salvo il disposto dell’art. 38 sulla utilizzazione agronomica) a determinate condizioni ; tali requisiti, riferiti al rapporto tra peso vivo degli animali ed estensione del fondo, erano significativi della circostanza che la attività di allevamento si svolgeva in connessione con la coltivazione della terra e questa era in grado di smaltire, nell’ambito di un ciclo chiuso, il carico inquinante delle deiezioni.
La disciplina in esame è ora parzialmente modificata dall’art. 101 c. 7 D. L.vo 152/2006 che non introduce norme pro reo.
In conclusione: solo quando un allevamento, per il numero dei suoi capi e l’estensione del fondo disponibile, consente l’utilizzazione esclusiva dei residui dell’attività agricola, può, in considerazione del limitato impatto ambientale, invocarsi il regime giuridico relativo alle acque domestiche (ex plurimis sentenza 13345/1998).
La problematica sollevata dai ricorrenti, tuttavia, è ininfluente nel caso concreto nel quale i liquami degli animali non erano usati concretamente ed integralmente nel terreno come concime per il successivo ciclo produttivo, ma immessi mediante canalizzazione in un corso l’acqua pubblico; tale attività necessita di previa autorizzazione sia con riferimento alla pregressa normativa sia alla attuale.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.

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Corte di Cassazione Penale sez. I 5/7/2006 n. 23130

Redazione

FATTO 

Con sentenza 2 dicembre 2004 il Tribunale di Palermo condannava (…) alla pena di euro 300 di ammenda, oltre il risarcimento dei danni a favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separata sede, siccome dichiarato responsabile della contravvenzione prevista dall’articolo 659, comma 1 e 2, C.p. "per avere disturbato le occupazioni ed il riposo di (…) e del suo nucleo familiare mediante emissioni sonore provenienti dagli impianti di climatizzazione e dal gruppo elettrogeno installati presso l’ambulatorio di dialisi e di malattie renali Srl con sede in Palermo in piazza Europa 18".
Nella motivazione il Tribunale riteneva provata la responsabilità dell’imputato sulla base di numerose e concordi dichiarazioni testimoniali rese da soggetti residenti in diversi palazzi circostanti, dalle quali era emerso che i rumori provenienti dagli impianti di climatizzazione e dal gruppo elettrogeno installati sul tetto dell’ambulatorio erano di intensità tale da arrecare disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone. Pertanto – pur non ravvisandosi gli estremi della contravvenzione punita dal comma 2 dell’articolo 659 C.p., in quanto le emissioni sonore erano di poco inferiori al limite fissato dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997 – il Tribunale riteneva sussistente la contravvenzione prevista dal comma 1 dell’articolo citato, in quanto tali emissioni – sia per la loro intensità, sia per la loro durata fino a notte inoltrata, sia per l’ubicazione degli impianti, che provocava una amplificazione dei rumori – travalicavano i limiti di normale tollerabilità riferibile alla media sensibile delle persone che vivono nell’ambiente ove suoni e rumori vengono percepiti.
Avverso la predetta sentenza hanno proposto ricorso i difensori, i quali ne hanno chiesto l’annullamento per vizio della motivazione e per violazione dell’articolo 659 C.p. sul rilievo che, in mancanza di un abuso nella utilizzazione dei mezzi di esercizio del mestiere per sua natura rumoroso, si doveva escludere la sussistenza della contravvenzione in esame, tanto più che dall’accertamento tecnico era emerso che le emissioni sonore non superavano i limiti previsti dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997.
 
MOTIVI DELLA DECISIONE  

Il ricorso non merita accoglimento.
Infatti è consolidato orientamento di questa Corte che per la sussistenza della contravvenzione prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p. è sufficiente la dimostrazione che la condotta posta in essere dall’agente sia tale da poter disturbare il riposo e le occupazioni di un numero indeterminato di persone, anche se una sola di esse si sia in concreto lamentata. La valutazione circa la sussistenza del concreto pericolo di disturbo deve essere effettuata con criteri oggettivi riferibili alla media sensibilità delle persone che vivono nell’ambiente, ove i rumori vengono percepiti, di guisa che non vi è alcuna necessità di disporre una perizia fonometrica per accertare l’intensità dei rumori, allorché il Giudice, basandosi su altri elementi probatori acquisiti agli atti, si sia formato il convincimento che per le modalità di uso e di propagazione la fonte sonora emetta rumori fastidiosi di intensità tale da superare i limiti di normale tollerabilità, arrecando in tal modo disturbo alle occupazioni ed al riposo di un numero indeterminato di persone.
Né l’ipotesi contravvenzionale prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p. può essere esclusa per il solo fatto che nell’esercizio di una attività rumorosa l’agente non abbia superato i limiti di rumorosità previsti dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997. Infatti l’agente, il quale svolge attività di per sé rumorosa, è comunque sempre obbligato non solo a rispettare le disposizioni di legge e le prescrizioni impartite dall’Autorità, ma anche a porre in essere tutte le cautele necessarie ad evitare il disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.
Non vi è dubbio che le due ipotesi previste dall’articolo 659 C.p. possono concorrere, di guisa che, anche se non ricorre la violazione di disposizioni di legge o di prescrizioni imposte dall’Autorità, dovrà ritenersi sussistente l’ipotesi prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p., qualora i rumori prodotti siano di intensità tale da superare i limiti di normale tollerabilità, generando disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone. Infatti non può ritenersi che nel caso di esercizio di mestiere o di attività rumorosa la contravvenzione prevista dall’articolo 659, comma 1, C.p. debba essere esclusa a seguito della entrata in vigore della legge 447/1995, ostando a tale interpretazione considerazioni di natura letterale e logica. In primo luogo, atteso il tenore dei termini adoperati dal legislatore, la suddetta norma va tenuta distinta da quella di cui all’articolo 10, comma 2, legge 447/1995, riguardando la prima gli effetti negativi della rumorosità, mentre la seconda prende in considerazione solo il superamento di una certa soglia di rumorosità. In secondo luogo diverso è lo scopo delle due norme, mirando la prima a tutelare la tranquillità pubblica e, quindi, i diritti costituzionalmente garantiti come le occupazioni o il riposo delle persone, mentre la seconda prescinde dall’accertamento che sia stato arrecato un effettivo disturbo alle persone, essendo diretta unicamente a stabilire i limiti della rumorosità delle sorgenti sonore, oltre i quali deve ritenersi sussistente l’inquinamento acustico. Pertanto, essendo diversi gli scopi perseguiti dalle due norme, non vi è spazio per l’applicazione del principio di specialità, dovendosi escludere che la disposizione amministrativa di cui all’articolo 10, comma 2, legge 447/1995 (legge quadro sull’inquadramento acustico) abbia assorbito la norma prevista dall’articolo 659, comma 1, C.p.
Orbene nel caso in esame il Tribunale ha ritenuto sussistente la contravvenzione di cui al comma 1 dell’articolo 659 C.p., in quanto è stato accertato in punto di fatto che i rumori provenienti dal laboratorio – sia per la loro intensità, sia per la loro durata fino a notte inoltrata, sia per la maggiore propagazione dei rumorosi dovuta alla ubicazione degli impianti, che ne provocava una amplificazione – superavano i limiti di normale tollerabilità ed erano, comunque, tali da disturbare per la loro intensità e per la loro diffusione all’esterno il riposo e le occupazioni di numerose persone, che abitavano nei palazzi circostanti. Ne consegue che correttamente il Tribunale, pur escludendo l’ipotesi contravvenzionale prevista dal comma 2 dell’articolo 659 C.p., ha ritenuto sussistenti sotto il profilo soggettivo ed oggettivo gli elementi costitutivi del reato previsto dal comma 1 dell’articolo 659 C.p., anch’esso ritualmente contestato.
È appena il caso di rilevare che il reato non può essere dichiarato estinto per prescrizione, attesa la sospensione dei termini del corso della prescrizione disposta nella precedente udienza a seguito del rinvio ad altra udienza ai sensi della legge 46/2006.
Pertanto, non ravvisandosi vizi logico-giuridici della motivazione, il ricorso deve essere rigettato con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ex articolo 616 C.p.p.
 
PQM

  La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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Corte di Cassazione Penale Sezioni unite 23/5/2006 n. 17781

Redazione

Svolgimento del processo
1. Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia, con sentenza 1 marzo 2004, applicava a D.O., sulla concorde richiesta delle parti, la pena di mesi tre di reclusione ed Euro 600,00 di multa per il reato continuato di illecita cessione a terzi di hashish pari a grammi 1,9, tenuto conto della contestata recidiva specifica infraquinquennale; con lo stesso provvedimento revocava la sospensione condizionale della pena concessa, prima dal Tribunale di Bergamo, con sentenza 27 luglio 2001 (in ordine al reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 1), poi dal Tribunale di Brescia, con sentenza 11 marzo 2003 (relativamente al reato di resistenza a pubblico ufficiale).

2. I difensori di D.O. hanno proposto ricorso per inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 168 c.p. e art. 444 c.p.p. ed hanno chiesto l’annullamento della sentenza nella parte in cui ha disposto la revoca delle sospensioni condizionali precedentemente concesse, deducendo che la revoca valica i limiti dell’accordo tra le parti e si fonda sull’erroneo presupposto che la sentenza di patteggiamento implichi l’accertamento della responsabilità dell’imputato; un principio contrastante con la consolidata giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione le quali hanno più volte statuito che la sentenza che applica la pena su richiesta non è titolo idoneo per la revoca, a norma dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, considerate le differenze formali, strutturali, genetiche e funzionali rispetto alla decisione di condanna.

3. Con ordinanza 13 maggio 2005, la 4^ Sezione di questa Corte, cui il ricorso è stato assegnato, ha rimesso il ricorso stesso alle Sezioni unite perchè riesaminino, anche alla luce della nuova disciplina introdotta dalla L. 12 giugno 2003, n. 134, la questione concernente la revoca della sospensione condizionale della pena, in forza dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, a seguito di una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti.

Il rapporto tra i profili negoziali dell’accordo delle parti sulla pena e i poteri del giudice nella valutazione di detto accordo sono posti a base della questione sollevata, così da introdurre una tematica che travalica la specifica questione, per incentrarsi sulla natura della sentenza che applica la pena su richiesta.

Sono così evidenziati i momenti più significanti dell’evoluzione della giurisprudenza costituzionale che mentre, per un verso, ha riconosciuto al giudice il sindacato sulla congruità della pena (sentenza n. 313 del 1990) e, dunque, un potere di controllo nel merito; per un altro verso, ha valorizzato il profilo negoziale dell’accordo, segnalando le peculiarità della sentenza di patteggiamento contrassegnata dall’assenza di un accertamento pieno e completo di responsabilità (sentenza n. 155 del 1996; nonchè sentenze n. 251 del 1991, n. 499 del 1995, n. 172 del 1998; ordinanza n. 399 del 1997); pur non mancando di evidenziare che nella sentenza che applica la pena su richiesta non sono assenti aspetti di una pronuncia di merito e statuente sulla pena; in un quadro in gran parte condizionato dalle proposizioni interpretative che si andavano profilando nella giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione.

In questa stessa prospettiva critica, l’ordinanza di rimessione prende in esame le pronunce delle Sezioni unite di questa Corte, delle cui pone in luce quello che può definirsi, secondo i tracciati interpretativi percorsi dalla 4^ Sezione, una sorta di sincretismo ricostruttivo nell’individuazione del punto di rilevanza ermeneutica (accordo delle parti o controllo giurisdizionale) da ritenere esponenziale.

Così il rapporto tra contenuto negoziale dell’accordo e poteri della giurisdizione è stato esaminato in base al criterio della natura discrezionale o vincolata delle determinazioni giudiziali, che vale a discriminare i casi in cui l’accordo non è modificabile da parte del giudice, dai casi in cui, essendo la determinazione giudiziale vincolata alla legge, il profilo negoziale deve necessariamente soccombere (Sez. un., 11 maggio 1993, **********).

Il contenuto volitivo dell’accordo, quale presupposto per accedere al procedimento, è stato ritenuto, altre volte, elemento condizionante al fine di verificare se le parti abbiano inteso vincolare o no il giudice a determinate conclusioni: si è così affermato che l’accordo sulla sospensione condizionale, a cui non sia subordinata la complessiva richiesta di applicazione della pena, consente di pronunciare la sentenza di patteggiamento senza concedere il richiesto beneficio (Sez. un., 11 maggio 1993, ******).

Entro i confini tracciati, da un lato, dai profili di negozialità e dall’altro lato, dall’esercizio dei poteri della giurisdizione si muovono, poi, altre sentenze delle Sezioni unite (in particolare, Sez. un., 8 maggio 1996, ******; Sez. un., 26 febbraio 1997, Bahrouni Makerem, attenta a definire il controllo del giudice come "estrinseco", riservando un ruolo preminente all’accordo delle parti;

Sez. un., 28 maggio 1997, *******, che nega la possibilità di dichiarare l’estinzione del reato per prescrizione sulla base del giudizio di comparazione tra circostanze, affermando che, in caso contrario, si utilizzerebbe solo una parte dell’accordo; ed ancora, Sez. un., 21 giugno 2000, ******, che aggiunge come l’accoglimento dell’accordo delle parti sulla pena, motivato anche con il riconoscimento di circostanze aggravanti ed attenuanti, non implica un accertamento sulla loro sussistenza, giacchè esse sono valutabili solo per la determinazione della pena).

Come conclusione provvisoria, tesa a giustificare le divergenti linee interpretative, si assegna una significazione decisiva sia ai profili processuali sia ai profili sostanziali dell’istituto, nell’ambito dei quali l’accordo assume il ruolo di fonte di legittimazione della pena patteggiata che, altrimenti, nonostante la statuizione contenuta nella sentenza costituzionale n. 313 del 1990, "sarebbe caratterizzata da un’incontrollabile irrazionalità distributiva".

Si aggiunge, poi, e, ancora una volta, con valenza davvero significante, che negli ultimi anni novanta è prevalso l’orientamento giurisprudenziale che fa dell’atto di disposizione negoziale, e non nella decisione del giudice, il presupposto per la soluzione del conflitto tra interessi contrapposti, dal momento che, si afferma, il giudice non può sovrapporre le sue valutazioni a quelle consacrate nell’accordo, dovendosi limitare ad un controllo di tipo negativo per evitare l’applicazione di pene incongrue.

Ma, relativamente a tale indirizzo ermeneutico, la Sezione rimettente si dimostra fortemente critica.

L’amplificazione del carattere negoziale e l’accentuazione della crisi della pena, che stanno a fondamento di tale indirizzo interpretativo, inducono a trascurare la natura prevalentemente processuale del patteggiamento e l’importanza del principio della soggezione del giudice soltanto alla legge, che può dirsi rispettato solo se il ruolo dell’accordo delle parti è valutato esclusivamente in funzione della collaborazione ad una rapida definizione del giudizio, con conseguente riconoscimento di un penetrante controllo giudiziale sull’accordo e sulla congruità della pena.

Si spiega così il diverso e contrapposto indirizzo interpretativo, per il quale il patteggiamento risponde a finalità di semplificazione e di speditezza, coniugando le esigenze di celerità con quelle dell’accertamento attraverso il riconoscimento del profilo dispositivo dell’accordo e l’attribuzione al giudice di penetranti poteri di controllo.

In tal modo al giudice è consentito riempire l’accordo delle parti con contenuti obbligatori pretermessi o addirittura esclusi, ordinando la demolizione di cui alla L. n. 47 del 1985, art. 7, u.c., per il reato di costruzione abusiva (Sez. un., 27 marzo 1992, Di *********), di definire la gravità della violazione, l’entità del danno e del pericolo per la circolazione ai fini dell’irrogazione della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida (Sez. un., 27 maggio 1998, *****), di accertare la non rispondenza al vero dell’atto (Sez. un., 27 ottobre 1999, ********), di motivare sulla ricorrenza delle condizioni per il proscioglimento immediato ex art. 129 c.p.p. ove dagli atti risultino concreti elementi (Sez. un., 27 settembre 1995, ********), anche quando non emerga la prova positiva dell’innocenza (Sez. un., 25 ottobre 1995, *******), di dare una diversa qualificazione giuridica al fatto (Sez. un., 19 gennaio 2000, ****), di accertare l’intero fatto, anche in riferimento ad un illecito amministrativo connesso (Sez. un., 21 giugno 2000, *******), di rigettare l’accordo sulla pena allorchè ne derivi l’estinzione del reato per prescrizione sulla base di non certe valutazioni comparative o riconoscimenti di attenuanti, dovendo invece rilevare la causa estintiva ove le circostanze aggravanti appaiano immediatamente inesistenti o le attenuanti emergano in modo inoppugnabile (Sez. un., 25 novembre 1998, Messina).

Tutte le indicate decisioni ammettono, dunque, un potere di accertamento del giudice, seppure non completo e definibile in termini di "semipiena cognitio". in ordine alla questione specifica sono intervenute tre decisioni delle Sezioni unite (Sez. un., 8 maggio 1996, Di Leo; Sez, un., 26 febbraio 1997, Bahrouni; Sez. un., 22 novembre 2000, *******), che hanno negato che la sentenza di patteggiamento, in quanto priva della natura di sentenza di condanna, possa costituire titolo per la revoca della sospensione condizionale della pena.

A questa conclusione però, osserva l’ordinanza di rimessione, si è giunti prima delle novelle normative introdotte con la L. n. 134 del 2003 sul c.d. patteggiamento allargato, che ha rimodulato il rito alternativo con le previsioni dell’applicabilità della misura della confisca c.d. facoltativa e della possibilità di revisione per ogni sentenza di patteggiamento.

La precedente novella che ha attinto l’art. 653 c.p.p. in forza della L. n. 97 del 2001, attribuendo alla sentenza di patteggiamento l’efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare, poteva ancora non essere ritenuta decisiva al fine di rivedere l’affermazione che sta alla base delle decisioni che negano alla sentenza di patteggiamento l’idoneità a costituire titolo per la revoca della sospensione.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 394 del 2002, ha a tal proposito riconosciuto la rilevanza dell’innovazione normativa, affermando che il patteggiamento, pur in presenza di autonomi e consistenti poteri del giudice, trova il suo fondamento nell’accordo delle parti; col rimarcare, più specificamente, che il consenso dell’imputato, dopo l’entrata in vigore della L. n. 97 del 2001, ha l’ulteriore significato di una rinuncia alla difesa nel successivo procedimento disciplinare, posto che l’efficacia di giudicato si estende a tutti gli elementi della fattispecie.

Con l’introduzione nel sistema del c.d. patteggiamento allargato sono state apportate alcune significative novità, quali la condanna al pagamento delle spese processuali, l’applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, l’esclusione dell’estinzione del reato, che hanno indotto parte della dottrina e della giurisprudenza di merito a rinnovare i dubbi sulla natura della sentenza di patteggiamento, riflettendo con motivate perplessità in merito alla conclusione incentrata sull’assenza in essa dei caratteri della statuizione di condanna.

Le pronunce della Corte costituzionale sul c.d. patteggiamento allargato, (sentenza n. 219 del 2004 ed ordinanze nn. 430 e 421 del 2004), non hanno approfondito tale profilo, e non offrono spunti particolari per articolare una risposta.

La Corte di cassazione ha affrontato tematicamente la questione una sola volta (Sez. 7^, 23 giugno 2004, **********) ed ha ritenuto che la mancata previsione di un’adeguata motivazione in punto di responsabilità della sentenza di patteggiamento non meritasse la devoluzione al sindacato di costituzionalità, pur essendo la sentenza soggetta a revisione ex art. 629 c.p.p..

Due decisioni della Corte Suprema (Sez. 1^, 8 novembre 2004, **********, Sez. 1^, 31 dicembre 2004 Sangermano), entrambe relative all’impossibilità di disporre la revoca della liberazione anticipata in seguito a sentenza di patteggiamento (v. anche Sez. 6^, 3 settembre 2004, *********), hanno recepito, senza motivazione sul punto, i tradizionali approdi interpretativi.

Un rinnovato approfondimento della questione s’impone – prosegue la Sezione – non potendosi accogliere la cd. teoria asimmetrica, che distingue tra i due tipi di sentenza, l’una del patteggiamento ordinario, l’altra del cd. patteggiamento allargato, per riconoscere natura di condanna solo a quest’ultima. A tale teoria si oppone l’impossibilità di procedere ad una differente valutazione di un rito unitario.

Nè si può attribuire un ruolo decisivo al fatto che nella norma sulla revisione il legislatore diversifichi con una disgiunzione le sentenze di condanna dalle sentenze di patteggiamento, quasi fosse consapevole della eterogeneità tra queste. La stessa disgiunzione è infatti utilizzata nel menzionare le sentenze di condanna ed il decreto penale di condanna, che indubbiamente partecipa della natura delle prime.

Ancora, la risposta al quesito sulla natura della sentenza di patteggiamento non può fondarsi esclusivamente sulla norma che non riconosce alla detta sentenza, sia essa emessa nel rito ordinario che in quello del c.d. patteggiamento allargato, effetti vincolanti nei giudizi civili ed amministrativi. L’assenza di effetti vincolanti è una caratteristica comune al decreto penale di condanna.

Si tratta soltanto di un effetto premiale, esteso alle sentenze di patteggiamento emesse in esito a dibattimento, e di tanto è prova la deroga fissata per il procedimento disciplinare.

Da qui la conclusione che contraddittorio ed accertamento di responsabilità non sono sinonimi.

Parimenti insufficiente è il tentativo di rispondere facendo leva unicamente sulla previsione normativa di estensione dei casi di applicazione della misura di sicurezza patrimoniale della confisca, perchè numerose leggi speciali hanno stabilito alcune eccezioni.

Di particolare significato è, invece, la perdurante equiparazione della sentenza di patteggiamento ad una sentenza di condanna per alcuni effetti non disciplinati dalle norme, sicchè le differenze potrebbero essere qualificate come eccezioni ad uno schema unitario.

Una considerazione complessiva di tutti questi profili di disciplina, in uno con l’impostazione della sentenza n. 313 del 1990 della Corte costituzionale e con l’orientamento giurisprudenziale che valorizza il ruolo del giudice rispetto al carattere negoziale del rito, inducono ad un approfondimento della questione della natura della sentenza di patteggiamento, nonostante siano rimasti immutati i presupposti del consenso, le modalità dell’accordo, ed i parametri di controllo giudiziale del patto.

4. Con provvedimento del 20 luglio 2005 il Primo Presidente di questa Corte ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite "essendosi ravvisato un contrasto di giurisprudenza".

Motivi della decisione
1. L’ordinanza della 4^ Sezione penale, dopo aver ripercorso i tracciati interpretativi di questa Corte circa la natura della decisione che applica la pena su richiesta delle parti, ravvisa una sorta di antinomia latente tra le singole statuizioni giurisprudenziali e che pare emergere solo assegnando rilievo esponenziale ora al c.d. profilo negoziale (vale a dire, l’accordo tra le parti) ora al c.d. profilo giurisdizionale (vale a dire, i poteri di verifica dell’accordo ad opera del giudice), indicando come proprio dalla consapevolezza dell’esistenza di tale antinomia è possibile una scelta di più ampio contesto che consenta di pervenire ad un assetto ermeneutico tale da divenire coerente con lo ius novum introdotto dalla L. n. 134 del 2003;

2. Per il momento il Collegio ritiene necessario soprassedere dall’esame di simili approdi soprattutto considerando che il quesito al quale queste Sezioni unite sono chiamate a dare risposta riguarda esclusivamente – per di più, in presenza di una vicenda contrassegnata dall’applicazione di una pena nei limiti infrabiennali – l’operatività del regime della revoca della sospensione condizionale della pena alla stregua del precetto dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1.

Sotto tale profilo non possono queste Sezioni unite omettere di constatare che ben tre sentenze della Corte di cassazione nella sua composizione più ampia abbiano risolto il problema in senso negativo.

Cosicchè una rivisitazione dell’istituto che sia attenta a designare come punto fermo – almeno nella sua ineludibilità, ma non per questo inaccessibile a rilievi di ordine metodologico – la pregressa giurisprudenza, richiede che ad essa si pervenga soprattutto (se non esclusivamente) sulla base dei decisivi interventi normativi che hanno rimodellato il procedimento di cui all’art. 444 c.p.p. e segg..

3. Come si è già accennato, l’ordinanza di rimessione sembra richiedere, in effetti, un revirement interpretativo in ordine alla natura della sentenza che applica la pena su richiesta delle parti, anche alla luce del novum derivante dal regime del c.d.

"patteggiamento allargato" introdotto dalla L. 12 giugno 2003, n. 134.

Gli argomenti enucleati dal giudice a quo – pure utilizzando la ragionata silloge giurisprudenziale riportata in narrativa impongono a questa Corte una accurata disamina sulla proposizione dialettica accordo delle parti-poteri di controllo del giudice, alla luce della normativa antecedente alla "novella", per verificare poi l’incidenza dello ius novum nel sistema congegnato dalla L. n. 134 del 2003.

Peraltro, una giurisprudenza ultradecennale circa la natura della decisione che applica la pena su richiesta non esonera questa Corte – come si vedrà, anche alla stregua dello ius novum – da un approfondito esame in proposito. Semmai, il nodo problematico da sciogliere è l’individuazione dell’effettivo significato del precetto (olim) contenuto nell’art. 445, comma 1, ultima parte (ora nell’art. 445, comma 1 bis), in base al quale "***** diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una sentenza di condanna".

Il fatto stesso che il legislatore si esprima in termini di mera equiparazione, omettendo, quindi, di istituire una vera e propria identificazione, tra sentenza che applica la pena e sentenza di condanna rende necessario ricorrere ad un modello interpretativo che non trascuri le applicazioni giurisprudenziali che hanno coinvolto le conseguenze direttamente derivanti da una sentenza di condanna e, di volta in volta, ritenute riferibili anche alla sentenza che applica la pena su richiesta.

4. La prima decisione delle Sezioni unite che affronta uno degli snodi cruciali della tematica circa la natura della sentenza di patteggiamento, quella, cioè, relativa al preciso ambito del dovere di motivazione al quale il giudice non può sottrarsi allorchè adotti una pronuncia a norma dell’art. 444 c.p.p. e segg., muove dal presupposto che una decisione di questo tipo contiene un implicito accertamento di responsabilità; un accertamento che non va espressamente motivato così come l’affermazione di responsabilità non deve essere espressamente dichiarata; quel che è certo, però, è che una simile decisione, non potendo qualificarsi una sentenza di condanna in senso proprio, è solo equiparata ad una sentenza di condanna. Se si trascuri per un momento il contrasto interpretativo che le Sezioni unite erano state chiamate a comporre e ci si soffermi sul reale contenuto della statuizione, si può verificare come l’inversione della portata precettiva dell’art. 445 c.p.p., comma 1, ultima parte (ora, art. 445 c.p.p., comma 1 bis, ultima parte) è più apparente che effettiva. Lo comprova la precisazione, contenuta nella stessa sentenza, secondo cui l’ordine di demolizione delle opere edilizie abusive, previsto dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 9, comma 9, può essere impartito anche con la sentenza che applica la pena su richiesta delle parti, atteso che detto provvedimento giurisdizionale è equiparato ad una sentenza di condanna a tutti gli effetti diversi da quelli espressamente previsti dall’art. 445 c.p.p., comma 1, (Sez. un., 27 marzo 1992, Di *********).

Due proposizioni sembrano emergere con rassicurante perentorietà dalla decisione adesso ricordata: la prima è che la sentenza che applica la pena su richiesta delle parti non è una decisione di condanna, tanto è vero che non sono ad essa applicabili disposizioni compatibili soltanto con una sentenza di condanna, seguendo lo schema delineato, in negativo, dall’art. 445 c.p.p.; la seconda è che a tutti gli altri effetti la sentenza è equiparata ad una sentenza di condanna.

Un’equiparazione che non parrebbe dare adito a eccezioni di sorta al di fuori di quelle espressamente indicate da tale precetto. Più in particolare, conformemente al principio secondo cui la sentenza di patteggiamento contiene un’implicita affermazione di responsabilità, non sembrerebbe residuare spazio alcuno a limiti non derivanti espressamente dalla legge: limiti, questi, in qualche misura, ontologici perchè coessenzialmente incompatibili con la nozione stessa di decisione di condanna e perciò tali da designare l’equiparazione come corrispondente ad una vera e propria contradictio in adiecto; l’incompatibilità, cioè, non consentirebbe ad altri effetti tipici della sentenza di condanna di operare anche in riferimento alla decisione che applica la pena. Il tutto pure considerando che le eccezioni stabilite dall’art. 445, comma 1, non sempre attengono ad ogni sentenza di condanna. Lo comprova il regime dell’efficacia extra penale della decisione, una efficacia da qualificare come simmetrica alla sentenza di condanna – ma, questa volta, secondo un canone apprezzabile solo sul piano normativo – soltanto se questa sia stata pronunciata a seguito di dibattimento.

Una norma che, per la parte non riguardante il patteggiamento "anomalo", quello, cioè, in cui la decisione viene adottata dopo la chiusura del dibattimento, sembrerebbe dettata solo in funzione di tracciare un netto discrimine rispetto alla parallela disciplina stabilita per gli effetti extra penali derivanti da una sentenza pronunciata a seguito di giudizio abbreviato.

Nonostante le rationes decidendi siano parzialmente diverse da quelle ricavabili dalla sentenza Di *********, le ulteriori decisioni delle Sezioni unite sembrano informate al postulato ermeneutico alla cui base è l’equiparazione della sentenza che applica la pena alla sentenza di condanna, con la precisazione però che gli effetti equiparabili sono soltanto quelli che non risultino incompatibili con l’assenza di una piena cognitio da parte del giudice del patteggiamento; ricollegando, dunque, ad un rapporto di non compatibilità l’applicazione delle conseguenze derivanti da una sentenza di condanna.

Ciò si è verificato, però, trascurando che talune di quelle escluse dall’art. 445 c.p.p., comma 1, sono conseguenze che non possono derivare se non da una sentenza di condanna. Cosicchè, salva la necessità di affidare all’interprete il compito di ricavare dalla legge (con una metodologia tipicamente analitica) ogni sorta di esclusione "implicita", è gioco forza concludere che la natura della decisione di cui si discute non può essere individuata richiamando quelle situazioni che presuppongono il pieno accertamento di responsabilità o che espresse disposizioni di legge escludono dalla equiparazione.

Quanto alle prime, è agevole ribattere che se la sentenza che applica la pena implica un pieno accertamento di responsabilità ne potrebbe discendere non un’equiparazione alla sentenza di condanna, ma una vera e propria identificazione, diversificandosi le due sentenze solo per la fenomenologia procedimentale che ne costituisce il presupposto e che va apprezzata secondo rigorosi modelli normativi.

Quanto alle seconde, se le "diverse disposizioni di legge" vanno individuate al di fuori dell’art. 445 c.p.p., comma 1, utilizzando uno schema in grado di escludere che taluni effetti delle sentenze di condanna possano trovare applicazione anche per la sentenza di patteggiamento, l’operazione ermeneutica assume profili di estrema difficoltà ricostruttiva proprio considerando il precetto di chiusura dell’art. 445, comma 1. 5. Non è un caso che, chiamate a decidere circa l’applicabilità del regime di cui all’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, le Sezioni unite (Sez. un., 8 maggio 1996, Di ***, la prima decisione, che risolve lo specifico contrasto giurisprudenziale ora riproposto), muovano dalla proposizione dilemmatica incentrata sul quesito se la sentenza di patteggiamento abbia o no natura di sentenza di condanna.

Le progressioni interpretative sono, sul punto, estremamente significanti.

La Corte delinea l’esistenza di un triplice indirizzo giurisprudenziale alla cui base è proprio il tentativo di individuazione della natura della sentenza che applica la pena su richiesta.

Secondo un primo orientamento, il giudice avrebbe dovuto revocare, ai sensi dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, il beneficio della sospensione precedentemente concesso, o perchè la sentenza di patteggiamento presuppone comunque un accertamento di responsabilità ed ha, dunque, natura di sentenza di condanna, conseguendone l’effetto penale della revoca del beneficio o perchè in ogni caso, pure a prescindere dall’accertamento di responsabilità, la revoca della sospensione si sostanzia in un effetto penale che consegue automaticamente alla sentenza di patteggiamento, equiparata alla sentenza di condanna e, quindi, produttiva di tutti gli effetti propri di una simile pronuncia, senza che tali effetti possano essere neutralizzati dalla base negoziale che costituisce il fondamento della decisione; stando ad un secondo orientamento, la sentenza di patteggiamento non può contenere la statuizione sulla revoca di diritto della sospensione precedentemente concessa, sia in applicazione del principio della immodificabilità dell’accordo delle parti ad opera del giudice (un principio in ordine al quale si avrà occasione più avanti di soffermarsi), sia perchè la detta sentenza non implica alcun accertamento positivo e costitutivo di responsabilità dell’imputato, dal momento che si fonda su un accertamento incompleto, che non comporta una piena verifica cognitiva del fatto; un terzo orientamento, nel tentare una mediazione tra le prime due linee interpretative, afferma la necessità che la revoca della sospensione condizionale si conformi alla particolare natura del rito premiale, con la conseguenza che si dovrebbero ritenere sospesi gli effetti della revoca disposta con la sentenza di patteggiamento sino al compimento dei termini di cui all’art. 445 c.p.p., comma 2, sino, cioè, alla scadenza dei termini per l’estinzione, a date condizioni, del reato per il quale era intervenuta la sentenza di patteggiamento.

In presenza di tali differenziate opzioni ermeneutiche, le Sezioni unite dovettero necessariamente incentrare ogni verifica su due profili, tra loro, peraltro, complementari; vale a dire, la natura della sentenza ed i presupposti di operatività della revoca della sospensione condizionale.

Sotto il secondo aspetto – si è affermato – la revoca di diritto della sospensione non può prescindere dall’accertamento di una nuova responsabilità penale, che fa venire meno la prognosi di ravvedimento ed implica un giudizio di immeritevolezza rispetto al quale la revoca della sospensione assume una funzione sanzionatoria.

Una funzione che può essere concretamente perseguita solo postulando un accertamento "completo" quanto alla commissione del reato cui è connaturata l’esigenza che la colpevolezza sia affermata in esito ad un giudizio designato da una piena cognitio. In altri termini, la revoca è coessenziale al venir in essere della fattispecie che ne costituisce il presupposto e che si identifica nella pronuncia di una sentenza di condanna all’esito di un accertamento, anche qui, "completo" della responsabilità; senza, peraltro, definire, in presenza di riti differenziati contrassegnati da modelli processuali alternativi, quando tale "completezza" venga effettivamente a realizzarsi.

Quanto al primo profilo si è rimarcato come un simile evento non possa realizzarsi in forza della sentenza di cui all’art. 444 c.p.p. e seguenti che non presuppone un accertamento pieno ed incondizionato sui fatti e sulle prove, perchè essa ha a fondamento l’applicazione di una pena senza giudizio, dato che non v’è dichiarazione di colpevolezza e la sua struttura è connotata dal mero riferimento all’accordo tra le parti sul merito dell’imputazione.

La conseguenza è, perciò, necessitata: dalla sentenza di patteggiamento può derivare qualunque altro effetto penale che sia con essa compatibile; che cioè non implichi l’ineludibilità dell’accertamento pieno della responsabilità dell’imputato.

Il giudice deve, pertanto, con la sentenza di cui all’art. 445 c.p.p., ad esempio, applicare quei provvedimenti sanzionatori di carattere specifico previsti da leggi speciali, che, data la loro natura amministrativa ed atipica (tra questi, l’ordine di demolizione della costruzione senza concessione), non postulano un giudizio di responsabilità penale e seguono di diritto alla sentenza di patteggiamento in virtù dell’equiparazione, nei limiti di compatibilità, alla sentenza di condanna. L’effetto penale della revoca della sospensione condizionale precedentemente concessa è un effetto incompatibile con la sentenza che applica una pena concordata dalle parti, perchè essa non si fonda sull’accertamento pieno di responsabilità.

Anche a prescindere dalle argomentazioni critiche rivolte a tale sentenza dalla dottrina, un dato ermeneutico – che subito si segnala, perchè esso implica notevoli perplessità – pare per la prima volta emergere dalla decisione in esame; quello, cioè, secondo cui l’equiparazione della sentenza di patteggiamento alla sentenza di condanna è proposizione normativa non definibile in termini di stretta interpretazione; nel senso che, pur avendo l’art. 445 c.p.p., comma 1, ultima parte, "equiparato", salve "diverse disposizioni di legge", la sentenza che applica la pena su richiesta ad una sentenza di condanna, tale equiparazione non è incondizionata dovendo confrontarsi con la compatibilità degli effetti della sentenza di patteggiamento con quelli propri della sentenza di condanna.

A ben vedere, però, l’argomento di fondo per pervenire all’effetto preclusivo è uno di quelli che, pur penetrando davvero in medias res, sembra in gran parte discostarsi dai principi affermati dalla sentenza Di *********.

Presupposto per la revoca di diritto della sospensione condizionale è l’accertamento della responsabilità che, facendo venir meno la prognosi di ravvedimento a suo tempo espressa, comporta un giudizio di immeritevolezza rispetto al quale la revoca della sospensione si pone come misura di tipo sanzionatorio. Ma tale giudizio richiede necessariamente un accertamento di responsabilità dotato di quelle caratteristiche di completezza conseguibili solo a mezzo di una sentenza che sia pronunciata a conclusione di un "giudizio, con piena cognitio del reato e della pena".

La decisione richiama – per la verità, ribaltandolo, con riverberi ermeneutici agevolmente intuibili – il regime della equiparazione, tanto da rendere eccezionale quella che l’art. 445 c.p.p., comma 1, definiva un assetto configurato normativamente come immancabile, salvo diverse disposizioni di legge. Ed è estremamente significativo riscontrare come la decisione in esame, lungi dall’evocare trattamenti incompatibili con una pronuncia di condanna non derivanti dal regime premiale delineato dall’art. 445 c.p.p., comma 1, faccia riferimento, per delimitare concettualmente l’equiparazione dalla identificazione, proprio all’assenza di "alcuni effetti tipici della sentenza di condanna, quali il pagamento delle spese processuali, l’applicazione delle pene accessorie e delle misure di sicurezza".

Ciò senza contare i profili teleologici che attengono, nello specifico, al precetto dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, che – come è stato osservato – sono speculari alla dinamica della sospensione condizionale della pena. Tanto che, così come la concessione del beneficio presuppone un giudizio di "meritevolezza" derivante da una prognosi di non recidivanza, la revoca della sospensione è, a sua volta, funzionale ad una prognosi di "non meritevolezza" destinata a demolire il giudizio precedentemente formulato.

Cosicchè è ancora all’elemento normativo che occorre riferirsi al fine di pervenire a quel giudizio di valore sopra rammentato.

L’equiparazione non può essere diversamente intesa se non considerando che all’esito della procedura speciale viene applicata una pena; con la conseguenza che – anche superando i profili definitori incentrati sulla natura della sentenza – diviene costituzionalmente necessitato il giudizio negativo insito nella decisione resa sull’accordo delle parti, non foss’altro alla stregua del precetto dell’art. 27 Cost., commi 2 e 3, secondo il modello già disegnato dalla sentenza costituzionale n. 313 del 1990. 6. Le medesime argomentazioni sono poste a base della immediatamente successiva decisione, pronunciata in forza della rimessione, significativamente vicina nel tempo, della medesima questione alle Sezioni unite che ribadiscono – per di più ampliandone la valenza interpretativa – i principi di diritto già espressi nella precedente decisione (Sez. un., 26 febbraio 1997, Bahrouni).

Proprio perchè – si afferma – la sentenza di patteggiamento non è preceduta da un accertamento pieno e completo sulla sussistenza del fatto reato e sulla riconducibilità dello stesso all’imputato, essa non può giustificare la revoca della sospensione condizionale che postula sempre, anche quando segue alla doverosa ricognizione di una decadenza dal beneficio ope legis, un accertamento completo in ordine alla colpevolezza. Una sentenza che può intervenire in uno stadio iniziale delle indagini preliminari, quando agli atti del fascicolo vi è poco più di una notizia di reato o anche solo la semplice notizia di reato; e che, quindi, si fonda solo su una "mera ipotesi", con un’eccentricità evidente rispetto alle ordinarie sentenze di condanna.

Il giudice – è vero – dispone di poteri di controllo sull’accordo delle parti, che non possono dirsi "notarili", ma gli è comunque precluso di indagare sulle determinazioni che hanno indotto l’imputato ad una siffatta scelta.

Il controllo giudiziale è – si afferma – meramente estrinseco, limitato alle risultanze disponibili e sempre condizionato dal contenuto dell’accordo. La richiesta dell’imputato, o il suo consenso alla richiesta di pena formulata dal pubblico ministero, non significano – anche qui – un riconoscimento, sia pure implicito, di responsabilità, perchè l’ammissione di non disporre, allo stato, di elementi utili per dimostrare l’insussistenza del reato non equivale ad un riconoscimento della colpevolezza, secondo un regime comprovato sia dall’assenza di ogni effetto giuridico della richiesta di pena non condivisa dall’altra parte o anche della congiunta richiesta poi non accolta dal giudice sia dalla doverosità della verifica giudiziale dell’eventuale sussistenza delle condizioni per un proscioglimento immediato, pur quando il giudice ritenga che l’accordo tra le parti possa essere accolto.

Nel vigente sistema processuale, incentrato sul principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, la dichiarazione confessoria non può mai sollevare il pubblico ministero dall’onere della prova;

nè, ancora, può affermarsi, data l’attribuzione in via esclusiva al giudice dei poteri di accertamento del reato, che la mancata contestazione del reato stesso da parte dell’imputato tenga luogo dell’accertamento della responsabilità.

L’equiparazione della sentenza di patteggiamento alla sentenza di condanna rileva soltanto nell’ambito degli aspetti positivi dell’affinità, e quindi soltanto per l’applicazione della pena, dissolvendosi in riferimento all’altra componente essenziale della sentenza di condanna, che è l’accertamento della responsabilità.

Non a caso, infatti, l’art. 445 c.p.p., nell’indicare gli incentivi premiali, escludendone altri in deroga alla disciplina generale degli effetti penali della condanna, si riferisce soltanto a quelli che, correlati all’applicazione della pena, sarebbero rientrati nell’ambito dell’equiparazione della sentenza di patteggiamento alla sentenza di condanna, non potendo la norma prendere in esame effetti che mai sarebbero potuti derivare per l’assenza nella sentenza di patteggiamento della componente essenziale da cui promanano, e cioè l’accertamento della responsabilità.

La revoca della sospensione condizionale della pena non poteva essere compresa tra gli effetti penali esclusi, in funzione incentivante, in caso di patteggiamento, perchè essa è un effetto estraneo alla previsione della norma dell’art. 445 c.p.p., correlato non già all’applicazione della pena ma all’accertamento di responsabilità.

Le Sezioni unite, ricordato che l’art. 445 c.p.p., comma 1, con l’indicare gli incentivi premiali diretti a favorire l’accesso a quel tipo di procedimento, escludendo alcuni di essi, "si riferisce soltanto a quelli che, per essere correlati all’applicazione della pena e non già al riconoscimento di responsabilità dell’indagato, non potevano che conferire, a pieno titolo, nell’ambito operativo di quel rapporto di affinità che dalla stessa norma era stato riconosciuto tra il provvedimento conclusivo di quel procedimento speciale e la categoria della sentenza di condanna", ne fanno derivare che "una deroga alla disciplina generale concernente gli effetti di una pronuncia di condanna in tanto poteva essere razionalmente ideata e organicamente disposta in quanto quegli stessi effetti potessero avere una loro concreta possibilità di attuazione e, quindi, potessero trarre origine dal contenuto del provvedimento al quale si ricollegano".

La conclusione è, dunque, nel senso che l’art. 445 c.p.p., comma 1, non può che riferirsi ad effetti che sarebbero potuti derivare dalla sentenza di applicazione di pena; così, da un lato, enucleando il regime delle deroghe rispetto alla disciplina comune delle sentenze di condanna, dall’altro lato, inferendone che l’inserimento, quale norma di chiusura, del principio di equiparazione è da intendere "pur sempre nell’ambito di quel rapporto di equiparazione che in tanto era giustificato in quanto poggiava su una componente costante della pronuncia di condanna, e cioè l’applicazione di una sanzione penale".

L’assetto così congegnato ha avuto il merito di chiarire il valore significante del regime di equiparazione, se intimamente ricollegato alle identità piuttosto che alle diversità di contenuto fra sentenza di applicazione della pena e sentenza di condanna.

Con corrispondente riduzione di tali effetti, pur indicati in via esemplificativa, a quelli operanti nella fase esecutiva di una sentenza di condanna.

D’altro canto, appare forse esorbitante una eccessiva concettualizzazione della natura della pronuncia al fine di risolvere lo specifico quesito sottoposto all’esame delle Sezioni unite. Non va dimenticato che la regola stabilita dall’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, sta a designare una revoca caratterizzata da profili meramente formali perchè tale norma prevede la "revoca di diritto" qualora nei termini stabiliti il condannato (nel processo che si è concluso con l’applicazione del benefici) commetta un delitto per il quale venga inflitta una pena detentiva. Il che sta a significare che la pronuncia si sostanzia in una decisione di mero accertamento di un decadenza che si è verificata di diritto al momento stesso della formazione del giudicato della sentenza di condanna per il reato commesso nel termine di esperimento. Il tutto in sintonia con la costante giurisprudenza di questa Corte che annovera la revoca della sospensione condizionale della pena tra gli effetti penali della condanna (cfr. Sez. un., 20 aprile 1994, *****) intesi come quegli effetti, dei quali il codice penale non fornisce la nozione nè indica il criterio generale che valga a distinguerli dai diversi effetti di natura non penale che pure sono in rapporto di effetto a causa con la pronuncia di condanna, si caratterizzano per essere conseguenza soltanto di una sentenza irrevocabile di condanna e non pure di altri provvedimenti come quelli discrezionali della pubblica amministrazione, ancorchè aventi nella condanna il necessario presupposto, per la natura sanzionatoria dell’effetto, ancorchè incidente in ambito diverso da quello del diritto penale sostantivo o processuale; con la conseguenza che la revoca della sospensione condizionale della pena ha per presupposto necessario la pronuncia di una sentenza di condanna, non il mero accertamento di un fatto costituente reato.

Ne deriva allora che sia la decisione Di *** sia la decisione Bahrumi rischiano di enfatizzare a dismisura la lettera dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, vale a dire l’accertamento della responsabilità penale che si ritiene insito nell’espressione "commetta un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole per cui venga inflitta una pena detentiva", così da trascurare che il nodo cruciale da affrontare non è tanto l’accertamento di responsabilità quanto il regime di equiparazione.

6. Le Sezioni unite (Sez. un., 22 novembre 2000, *******) sono intervenute, ancora una volta, sulla medesima questione, specificamente nella prospettiva di una presunta contraddizione tra l’affermazione della non revocabilità della sospensione precedentemente concessa in caso di applicazione di pena patteggiata e l’affermazione della non concedibilità della sospensione in caso di successiva condanna una volta che lo stesso soggetto sia già stato destinatario della sospensione di una pena applicata su richiesta, sempre che, ovviamente, siano superati i limiti di pena previsti dall’art. 163 per la concessione della sospensione condizionale.

Si ribadisce che la denunciata contraddizione non appare esistente, pur potendo discutersi (ed è la prima proposizione problematica riferibile alla specifica materia) se la sentenza di patteggiamento sia o non sia una sentenza che accerta e afferma la responsabilità.

La natura della sentenza di patteggiamento non incide, infatti, in alcun modo sul regime dell’impossibilità di reiterazione del beneficio della sospensione, avendo tale impossibilità il suo fondamento non nell’accertamento della responsabilità ma nell’applicazione della pena, e quindi proprio nella pena.

La diversa prospettiva ermeneutica, che potrebbe divenire davvero dirimente, non va peraltro fraintesa, perchè essa viene a profilarsi solo successivamente all’effettiva enucleazione delle rationes decidendi alla base della statuizione.

Ricordato che l’impossibilità di ottenere la sospensione condizionale in conseguenza di una o più condanne precedenti costituisce un tipico effetto penale della condanna, inteso come conseguenza negativa derivante de iure, le Sezioni unite precisano che la previsione contenuta nell’art. 445 c.p.p., secondo cui in caso di estinzione del reato si estingue ogni effetto penale, ivi compreso l’impedimento alla concessione di una successiva sospensione se è stata applicata con la sentenza di patteggiamento una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva – ripete il contenuto dell’art. 178 c.p. in tema di riabilitazione, laddove prescrive che la riabilitazione estingue le pene accessorie ed ogni altro effetto penale, salvo che la legge disponga altrimenti.

E la legge dispone altrimenti proprio in tema di sospensione condizionale della pena, nel senso che, se con la sentenza di patteggiamento è stata applicata una pena detentiva, di questa pena deve tenersi conto ai fini di una successiva sospensione, anche nel caso di estinzione del reato, così come si verifica in caso di riabilitazione.

Si ha così che l’effetto penale, per patteggiamento a pena detentiva, dell’impedimento alla concessione della sospensione in caso di successiva condanna non è attinto dall’eventuale estinzione del reato ed a maggior ragione non può essere paralizzato prima dell’estinzione.

Dal momento poi che la sentenza di patteggiamento è equiparata dalla legge alle sentenze di condanna, essa comporta la revoca della sospensione condizionale nel caso regolato dall’art. 168 c.p., comma 1, n. 2, ossia quando è riportata un’altra condanna per un delitto anteriormente commesso, con irrogazione di una pena che, cumulata a quella precedentemente sospesa, supera i limiti previsti dall’art. 163 c.p..

In questo caso, infatti, presupposto della revoca non è – come nell’ipotesi di cui all’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, – l’accertamento e l’affermazione di responsabilità, ma il mero superamento, per cumulo delle pene, del limite imposto dall’art. 163 c.p..

La sospensione condizionale non muta natura e regime allorchè sia concessa con la sentenza di patteggiamento, tanto che potrà e dovrà essere revocata quando, come nel caso contemplato dall’art. 168 c.p., comma 1, n. 2, non è in rilievo la natura della sentenza di patteggiamento, ma esclusivamente la misura, la quantità, della pena inflitta.

Anche il contenuto della sentenza ******* rivela una certa approssimazione nel definire gli effetti derivanti dalla equiparazione rispetto a quelli derivanti dall’identificazione;

ciò che più importa, seguendo un modello ermeneutico attento a valorizzare più le affinità che le differenze.

9. La conferma di una certa vischiosità interpretativa che contrassegna le soluzioni ermeneutiche delle Sezioni unite di questa Corte è riscontrabile solo alla luce di quella giurisprudenza che, proprio dalla natura della decisione che applica la pena su richiesta, ricava conclusioni, ancora una volta, in merito alla interpretazione del precetto dell’art. 445 c.p.p., comma 1, ultima parte.

Chiamate a dirimere il contrasto giurisprudenziale circa l’applicabilità, a seguito di sentenza di patteggiamento, di sanzioni amministrative accessorie, quale la sospensione della patente di guida, le Sezioni unite, dopo aver ricordato che il parametro per l’accertamento da cui consegue l’applicazione e la determinazione della misura della sanzione, in concreto non possono essere diversi da quelli previsti in generale per l’autorità amministrativa, hanno precisato che, poichè la formula "accertamento del reato" adottata dalla legge per l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie in conseguenza di un reato deve intendersi nel senso che è istituito un collegamento tra l’effetto automatico dell’applicazione della sanzione accessoria ed un esito del procedimento penale "che presuppone un fatto al quale accede la sanzione amministrativa", ne hanno tratto la conclusione che un simile accertamento non è escluso nella procedura dell’applicazione di pena su richiesta solo considerando che il giudice è tenuto a controllare la legalità dell’accordo tra le parti, con l’apprezzamento nella verifica di corrispondenza del fatto alla fattispecie, degli aspetti che "la norma speciale tiene in considerazione ai fini dell’applicazione della sanzione amministrativa" (Sez. un., 27 maggio 1998, *****).

Al di là del richiamo alla tipologia di accertamento, non è difficile riscontrare come l’effettiva ratio decidendi che è a fondamento di tale pronuncia risulti accentrata proprio sull’equiparazione alla sentenza di condanna della sentenza che applica la pena. Secondo un canone, del resto, perseguito pure dalla statuizione stando alla quale anche nel procedimento di applicazione della pena su richiesta, in caso di connessione tra reato e violazione non costituente reato, il giudice competente a conoscere del reato è competente a decidere sulla violazione non costituente reato e ad applicare la sanzione per essa stabilita; in tale procedimento, infatti, il giudice accerta l’intero fatto, pur nei limiti della sua cognizione allo stato degli atti (Sez. un., 21 giugno 2000, *******).

Pare evidente che le statuizioni della sentenza Di Benedetto quanto all’interpretazione da assegnare all’art. 445 c.p.p., comma 1, ultima parte, risultino decisamente sfumate da tali decisioni, a cui fondamento sembra inserirsi l’endiadi sentenza di condanna-sentenza equiparabile ad una sentenza di condanna, non tanto in relazione alla natura della decisione quanto con riguardo alla tipologia di effetti compatibili con la semipiena cognitio che contrassegna la sentenza di patteggiamento.

10. Entro la medesima prospettiva viene superato anche l’ostacolo derivante dall’assenza di un contenuto di accertamento proprio della sentenza che applica la pena rispetto alla dichiarazione di falsità di documenti ex art. 537 c.p.p..

Questa Corte aveva pressochè costantemente statuito che con la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti il giudice è tenuto a dichiarare la falsità di atti o documenti accertata nel corso del giudizio (Sez. 5^, 22 aprile 1998, ******;

Sez. 5^, 9 marzo 1993, Di Russo; Sez. 6^, 4 luglio 1992, Cinque; Sez. 6^, 4 luglio 1992, *******; Sez. 6^, 4 luglio 1992, *********), trattandosi di sentenza equiparata ad una sentenza di condanna; e ciò indipendentemente dalle pattuizioni delle parti (Sez. 5^, 26 aprile 1999, *********; Sez. 5^, 13 febbraio 1996, Strali) e dal riconoscimento della penale responsabilità dell’imputato (Sez. 5^, 23 giugno 1998, Di Sarno; Sez. 5^, 19 marzo 1992, *******).

Un simile orientamento interpretativo costituiva, dunque, l’espressione di un vero e proprio diritto vivente, nonostante i problemi di compatibilità con la giurisprudenza delle Sezioni unite penali sopra rammentata, secondo cui la sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p. non è una vera e propria sentenza di condanna.

In presenza di un virtuale contrasto giurisprudenziale e di profonde perplessità da parte della dottrina, attenta a rimarcare come il patteggiamento rappresenti comunque un giudizio allo stato degli atti, un modello del tutto incompatibile con la decisione di cui all’art. 537 c.p.p. che postula una pronuncia – sia di condanna sia di proscioglimento – che accerti la falsità del documento, le Sezioni unite hanno enunciato il principio di diritto in base al quale con la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, che è decisione equiparata ad una sentenza di condanna, il giudice è tenuto a dichiarare, ai sensi dell’art. 537 c.p.p., comma 1, l’accertata falsità di atti o di documenti, precisando che la dichiarazione di falsità prescinde dall’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, essendo fondata esclusivamente sull’accertamento – che si rende possibile anche nel giudizio speciale di patteggiamento, pur nei limiti di una cognizione "allo stato degli atti" – della non rispondenza al vero dell’atto o del documento (Sez. un., 27 ottobre 1999, ********).

La giurisprudenza di questa Corte fa, dunque, ritenere incontrastata la possibilità di dichiarare la falsità di documenti anche in conseguenza di una sentenza di applicazione di pena su richiesta delle parti, se e semprechè al summatim conoscere che designa una simile procedura faccia da riscontro l’avvenuto accertamento della falsità che il giudice è – come per ogni altra statuizione – tenuto a motivare, così da consentire il sindacato sulle sue statuizioni accessorie.

La decisione non consente alternative. Per un verso, infatti, la legge non prevede strumenti che tendano a risolvere le (solo apparenti) antinomie derivanti dalla statuizione del giudice investito della cognizione del reato (in una logica assolutamente antitetica a quella corrispondente all’accertamento della responsabilità, che presuppone comunque, in tema di falso, proprio l’accertamento della non rispondenza al vero dell’atto o del documento); per un altro verso, la soppressione dell’incidente di falso ha relegato i compiti di accertamento della falsità ad un ruolo meramente incidentale (cfr. art. 241 c.p.p.) al di fuori dell’orbita dell’art. 537 c.p.p..

Ma il richiamo all’assoluta compatibilità tra una sentenza che non pronuncia la condanna dell’imputato e l’accertamento di non rispondenza al vero dell’atto o del documento appare davvero dirimente; per di più, in un regime che consente l’applicazione della norma adesso ricordata anche nel caso di proscioglimento.

La decisione sembra contenere, però, un ulteriore significativo argomento: quello, cioè, relativo al potere attribuito al giudice, nell’ambito della procedura di cui all’art. 444 c.p.p. e seguenti di accertare i fatti e di valutare il merito – sia pure, almeno così sembra di comprendere, non per la via del mero accertamento incidentale – senza che ciò comporti la necessaria finalizzazione all’affermazione di colpevolezza dell’imputato e alla pronuncia di condanna (in tali termini, Sez. un., 27 ottobre 1999, ********).

10. Una difformità di indirizzi interpretativi si è registrata in merito alla questione della sottoponibilità a revisione delle sentenze di patteggiamento, ad ulteriore conferma di come l’eccentricità dell’istituto abbia generato non pochi problemi alla ricerca di una difficile compatibilità con i principi di fondo dell’ordinamento processuale.

Alla luce delle acquisizioni in punto di ontologica diversità tra la sentenza di patteggiamento e la sentenza di condanna, per l’assenza nella prima di un accertamento del reato e di un giudizio di colpevolezza, oltre che della giurisprudenza costituzionale che le ha espressamente negato la natura di sentenza di condanna, le Sezioni unite (Sez. un., 25 marzo 1998, **********) hanno escluso che la sentenza con la quale viene applicata una pena su richiesta possa essere assoggettata a revisione, sul presupposto che sono soggette a revisione solo le pronunce di condanna con accertamento pieno ed incondizionato dei fatti e delle prove.

E’ apparso allora ragionevole negare la revisione delle sentenze di patteggiamento rispetto alle quali è strutturalmente impossibile.

In assenza di un conflitto di prove non può darsi luogo ad un raffronto tra un nuovo significativo materiale probatorio e l’inesistente acquisizione probatoria che ha preceduto l’adozione della sentenza di patteggiamento, pronunciata, per espressa previsione di legge, sulla base degli atti, che appunto non sono prove. Una volta che l’imputato rinuncia al diritto alla prova in cambio di un vantaggioso trattamento penale, non è possibile che sia posto in condizione di sottrarsi ai rischi della sua scelta con un indebito trattamento di favore rispetto al pubblico ministero che, formato l’accordo sulla pena, non ha più possibilità di articolare la prova per contrastare l’iniziativa di revisione.

Sarebbe poi fortemente contraddittorio che il sistema consentisse un giudizio, con la revisione della sentenza, dopo avere con l’accordo delle parti impedito il giudizio.

L’utilizzazione dell’endiadi sentenza equiparabile-sentenza non equiparabile a una sentenza di condanna – e sotto tale profilo la ratio decidendi si rivela solo in parte analoga a quella a base della decisione in tema di revoca della sospensione condizionale della pena ex art. 178 c.p., comma 1, – viene a collocarsi in una posizione di diretta antinomia con la norma complementare che prevede la revisione. Quel che è opportuno ricordare è che in tale caso il criterio della "incompatibilità ontologica", latente in numerose decisioni delle Sezioni unite che non hanno ravvisato nella disposizione dell’art. 445 c.p.p., comma 1, una norma di stretta interpretazione – viene utilizzato, questa volta in malam partem, inibendo l’accesso al mezzo straordinario di impugnazione per non potersi definire la sentenza che applica la pena su richiesta una decisione di condanna.

Per la verità, dalle statuizioni delle Sezioni unite emerge soprattutto la preoccupazione di rendere compatibile il regime della revisione con una sentenza fondata sul summatim conoscere che caratterizza la procedura designandola di aspetti assolutamente peculiari, considerata l’assenza di una piena cognitio condizionante ogni possibilità di qualificare la sentenza ex art. 444 c.p.p. e seguenti come una sentenza di condanna. Sarebbe stata, forse, molto più agevole una lettura della norma sulla base delle coordinate costituzionali che sono a base del giudizio di revisione per pervenire ad una soluzione di diverso tipo, peraltro corrispondente all’interpretazione seguita dalla giurisprudenza allora prevalente.

Ciò anche considerando che il modello procedimentale risulta in gran parte ridimensionato ai fini sopra indicati solo riflettendo sulla possibilità di accedere alla revisione nei confronti del decreto penale divenuto esecutivo. Tanto da inferirne che solo apparentemente è il modello procedimentale a precludere il ricorso alla revisione e ad individuare l’effettiva ratio decidendi a fondamento della linea seguita dalle Sezioni unite e che può sintetizzarsi nella ravvisata esistenza di una costruzione legislativa di un regime di equiparazione "a determinati fini", così assegnando una ridondante valenza ermeneutica al modello ontologico pur in presenza del chiaro regime di equiparazione. Del resto, la demolizione di quel che si è definito sistema di "incompatibilità ontologica" (presupposto per la equiparazione circoscritta "a determinati fini") sarà destinata a rivelarsi la risultante di scelte normative – assunte, per di più, nonostante il chiaro precetto dell’art. 445 c.p.p., comma 1 – come è dimostrato dall’introduzione della disciplina della revisione anche con riferimento alla sentenza che applica la pena su richiesta, in forza della L. n. 134 del 2003, art. 3.

E’ evidente, allora, come la sentenza delle Sezioni unite in tema di revisione assuma valenza interpretativa ancor più significante rispetto alla decisioni della Corte di cassazione nella sua più ampia composizione sulla problematica ora all’esame della Corte.

Le conseguenze afflittive (prima fra tutte l’applicazione della pena) sono sottratte al mezzo straordinario di impugnazione, nonostante l’attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza alla necessità di plasmare l’istituto della revisione alla stregua delle peculiarità del rito, contrassegnato da una verifica di procedibilità legata esclusivamente al precetto dell’art. 129 dello stesso codice.

Quel che, peraltro, occorre qui rimarcare è che in tema di revisione le Sezioni unite hanno esplicitato il rifiuto del principio di equiparazione, per giunta direttamente ricollegandolo al profilo negoziale, quasi che il corredo di incentivi premiali conseguenti alla ‘rinuncia a contestare l’accusa" implichi la forzata rimozione all’accesso ad ogni strumento impugnatorio in grado di restituite la verità dei fatti nella sua concreta effettività. Una soluzione di davvero poco agevole comprensione e che si rivela doppiamente contrastante con i principi costituzionale sopra ricordati; per un verso, perchè il regime convenzionale non può, nell’ottica della Corte, costituire il presupposto per una decisione "in ipotesi", ontologicamente incompatibile con il mezzo straordinario di impugnazione; per un altro verso, perchè è l’assetto negoziale a supplire – salvo i limiti derivanti dal controllo da parte del giudice della cognizione – a verifiche postume rigorosamente procedimentalizzate in grado di dissolvere il patto e di ricondurre il giudicato alla realtà probatoria accertata nel postgiudicato.

12. Passando ad esaminare ora lo ius novum, va subito rammentato che le prime vere e proprie innovazioni del quadro normativo riguardanti l’istituto dell’applicazione della pena su richiesta si devono alla L. 16 dicembre 1999, n. 479. E si tratta di interpolazioni prescrittive di non trascurabile rilievo; pur dovendosi convenire che struttura e funzione del patteggiamento restino, nel loro nucleo essenziale, apparentemente indifferenziati rispetto alla precedente disciplina.

Nonostante le "novellazioni" derivino direttamente da statuizioni demolitorie ultranovennali della Corte costituzionale (più in particolare dalle sentenze 313 del 1990 e 443 del 1990), è significativo rimarcare come le varianti apportate al testo originario, che hanno rimodellato il precetto dell’art. 444 c.p.p., comma 3, con l’introduzione della previsione espressa del giudizio sulla "congruità della pena" e della condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile assumamo valenza molto più significante rispetto a quanto la corrente interpretazione dell’istituto lasci intravedere. E ciò, non tanto per il contenuto del detto rimodellamento, quanto perchè esso viene in essere in presenza di quel – più volte evidenziato – sincretismo interpretativo che aveva contrassegnato, negli anni successivi al 1990, l’individuazione della misura e dei limiti del controllo del giudice sull’assetto predisposto dalle parti; così, quasi da ricondurre il punto di rilevanza ermeneutica – con intuibili riverberi anche sulla natura della sentenza di applicazione della pena – al contenuto delle affermazioni di principio incentrate sul "primato" del controllo giurisdizionale rispetto alla regolamentazione negoziale che costituisce il presupposto del procedimento. Una canonizzazione legislativa – soprattutto quella riguardante la congruità della pena – che, per lo stesso contesto in cui veniva ad assumere valenza esponenziale, rappresentava, proprio per il momento in cui era stata introdotta, un dato ineludibile per il legislatore futuro; un punto fermo in grado di condizionare ogni ulteriore rimodulazione dell’istituto. Senza voler qui anticipare i complessi profili problematici cui darà vita la "novella" del 2003, il "ritorno al passato" alla base della L. n. 479 del 1999 esprime una scelta assolutamente significante, rispetto ad una giurisprudenza costituzionale ed ordinaria oscillante sulla prevalenza del metodo interpretativo, assegnandola – quale condizione per la stessa validità dell’accordo – ora all’assetto negoziale ora al momento giurisdizionale.

Il giudizio di congruità, divenuto da criterio eccezionale operante solo in forza di un accertamento di responsabilità secondo lo schema delineato dall’art. 448 c.p.p., diviene così lo specimen, legislativamente predisposto, di ogni controllo del giudice, secondo un schema costituzionalmente obbligato.

Si deve, inoltre, alla L. n. 479 del 1999, attraverso l’interpolazione di alcune disposizioni del titolo 2^ del libro 6^, in grado di imporre la definizione consensuale del procedimento seguendo un disegno analogo a quello previsto per il giudizio abbreviato, allo scopo di evitare tardivi mutamenti di rotta in limine iudici, l’accentuazione dei profili in grado di accomunare maggiormente il regime dei riti di risoluzione anticipata. In più, le disposizioni, marcatamente deflattive cui si ispira l’intervento del legislatore, hanno suggerito la contestuale predisposizione di un meccanismo di recupero postumo dell’applicazione della pena proprio nella fase introduttiva del giudizio dibattimentale per l’imputato che sia intenzionato a rinnovare la richiesta di patteggiamento, anche diversamente articolata, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. La peraltro alquanto epidermica, rimodellazione del rito non ha prodotto gli effetti sperati; tanto – sia detto per inciso – da far dubitare che il congegno così predisposto sia in grado di attuare quella ragionevole durata del processo alla base delle varianti adesso rammentate.

13. Come è noto, il testo originario dell’art. 445 c.p.p., comma 2, prevedeva che la sentenza di applicazione della pena, anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento, non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi. Un precetto interpretato ora come istitutivo di un premio-incentivo per la scelta di un modello deflattivo ora come conseguenza "naturale" di tale tipo di sentenza considerato che la decisione non contiene un’affermazione di responsabilità; pure se nell’ipotesi prevista dall’art. 448 diviene difficile giustificare la non identificazione di una simile pronuncia, adottata all’esito del dibattimento, con una sentenza di condanna. Sennonchè, il modello prescelto dal legislatore sembrerebbe propendere per la ratio premiale, come pare dimostrato dalla prescrizione secondo cui quando la sentenza è pronunciata nel giudizio di impugnazione, il giudice decide sull’azione civile a norma dell’art. 578 c.p.p..

D’altro canto, il regime previsto dall’art. 651 c.p.p. ha riferimento alla sola sentenza pronunciata in esito a dibattimento (o a giudizio abbreviato, salvo che vi si opponga la parte civile che non abbia accettato il giudizio abbreviato); seguendo un modello che, peraltro, va valutato in chiave di esclusivo diritto positivo, da non ricollegare necessariamente alla definizione del procedimento in contraddittorio. Lo comprova la circostanza che il codice di procedura penale del 1930 prevedeva l’efficacia del decreto penale di condanna anche nei giudizi civili o amministrativi per le restituzioni o il risarcimento del danno. Ne discende, dunque, che – così come per il decreto penale (art. 460, comma 5) – la scelta del legislatore prescinde da dati sistematici (o, addirittura, da profili ontologici) per predisporre, invece, una disciplina-incentivo (come sembra desumersi dall’art. 651, da interpretare, sul punto, in stretta correlazione sia con l’art. 445 c.p.p., sia con l’art. 460).

A confermare univocamente le considerazioni che precedono diviene davvero pertinente il richiamo alla L. 27 marzo 2001, n. 97, che ha modificato il regime dei rapporti tra giudizio penale e giudizio amministrativo disciplinare – per quel che qui direttamente interessa – sotto un duplice ordine di profili. A parte l’equiparazione della sentenza di assoluzione pronunciata a seguito di dibattimento a quella pronunciata in esito a giudizio abbreviato o di non luogo a procedere, nell’art. 653 c.p.p. è stato inserito un comma 1 bis che sancisce l’efficacia di giudicato delle sentenze penali irrevocabili di condanna nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato l’abbia commesso. A sua volta, la L. n. 97 del 2001, art. 2, aveva inserito nell’art. 445 c.p.p., secondo periodo, comma 1, riguardante gli effetti extra penali della sentenza di patteggiamento, le parole "Salvo quanto previsto dall’art. 653" (v., ora l’art. 445 c.p.p., comma 1 bis).

Da ciò è dato rilevare, dunque, che – almeno ai fini disciplinari – il combinato disposto dei precetti ora ricordate lascia ampi spazi di riflessione sul tema della natura della sentenza di patteggiamento anche ai fini del quesito ora al vaglio della Corte.

Si vuol dire, cioè, che l’efficacia extra moenia della sentenza che applica la pena su richiesta (sia pure circoscritta all’ambito della sola responsabilità disciplinare) travalica lo stesso ambito dell’efficacia extra penale della sentenza penale, tradizionalmente limitata (v. artt. 3, 21, 27 e 28 c.p.p. del 1930) alla sentenza pronunciata in esito a dibattimento; con in più seguendo lo schema corrispondente all’efficacia della sentenza penale di condanna nel giudizio di danno derivante da reato.

Il contenuto di "accertamento" ricavabile dal precetto dell’art. 653, comma 1 bis, appositamente richiamato dall’art. 445, comma 1 bis, non potrebbe mai designare una decisione in ipotesi di responsabilità, rivelando invece l’intento del legislatore di sottrarre dalla disciplina derogatoria (ma secondo canoni che eccedono lo stesso ordinario assetto degli effetti extra penali della sentenza di condanna, che avrebbe giustificato l’avverarsi dell’effetto extra penale della sola sentenza "pronunciata dopo la chiusura del dibattimento") gli effetti della sentenza che applica la pena su richiesta delle parti. Con ciò confermando la stretta interpretazione del precetto dell’ultimo periodo dell’ora ricordato art. 445 c.p.p., comma 1 bis ed il contenuto di accertamento che contrassegna anche la decisione che applica la pena su richiesta.

Il valore innovativo della disposizione – che rappresenta, quali che possano essere state le finalità perseguite dal legislatore, il vero punto di passaggio verso una effettiva rimodulazione del patteggiamento – non pare in alcun modo scalfito dalla sentenza costituzionale n. 394 del 2002, che ha dichiarato l’illegittimità della L. n. 97 del 2001, art. 10, comma 1, nella parte in cui prevede che gli artt. 1 e 2 della stessa legge si riferiscono anche alle sentenze di applicazione di pena su richiesta pronunciate anteriormente alla sua entrata in vigore.

Tale decisione, infatti, nel suo riferirsi al solo regime intertemporale, già resta designata da limiti intrinseci alla sua stessa valenza demolitoria; ma è la ratio decidendi che ne costituisce la base argomentativa a rivelare come la Corte non abbia mancato di cogliere il valore addirittura dirimente della innovazione; una caratteristica che, certo, avrebbe – a regime – determinato, come è dato inferire dall’assetto complessivo della statuizione, conclusioni di diverso tipo.

La Corte, infatti, pur insistendo sulla "componente negoziale" tipica del patteggiamento, ha dichiarato illegittima la detta disposizione per avere escluso il "beneficio" anche successivamente alla sentenza di patteggiamento, tanto da modificare in peius "effetti salienti dell’accordo suggellato" dalla sentenza di applicazione di pena su richiesta; così seguendo un modello che assegna valenza esponenziale al profilo dell’accordo tra pubblico ministero e imputato sul merito dell’imputazione. L’imputato, cioè, è posto di fronte ad un’alternativa che investe principalmente il suo diritto di difesa:

concordare la pena ed uscire rapidamente dal processo ovvero esercitare la facoltà di contestare l’accusa. Cosicchè, in forza della normativa denunciata, viene attribuito al consenso prestato l’ulteriore significato "di una rinuncia alla difesa anche nel successivo procedimento disciplinare".

Una decisione, dunque, che pur accentuando ancora una volta il profilo negoziale, sembra lasciare integra – anzi, pare rafforzare la percezione di un mutamento di fondo del regime della sentenza che applica la pena su richiesta – ogni riflessione sulla tipologia di accertamento giudiziale e sugli elementi, di merito, cui si riferisce l’art. 653, comma 1 bis, e sulle modalità attraverso le quali è possibile al summatim cognoscere che circoscrive i poteri di controllo del giudice del patteggiamento, una efficacia extra moenia così penetrante. Senza contare la natura esclusivamente "premiale" – quindi non intrinseca alla tipologia del rito – da riconnettere all’assenza di efficacia della sentenza che applica la pena nei giudizi civili e negli altri giudizi amministrativi.

14. Come è noto, in forza della L. 11 giugno 2003, n. 134, l’istituto dell’applicazione della pena su richiesta delle parti ha decisamente cambiato pelle. Lo schema negoziale rimasto apparentemente illeso, sembra però, in certo senso, bilanciato dall’elevazione della pena massima per accedere al procedimento nella misura di anni cinque di reclusione soli o congiunti con pena pecuniaria.

Dall’esame dell’assetto normativo una prima considerazione appare davvero pertinente: se si vuole mantenere – come sembra necessario – una perfetta simmetria fra patteggiamento minor e patteggiamento maior, è necessario inferirne che è a quest’ultimo che occorre riferirsi come lo specimen del patteggiamento, pure perchè le novazioni più significanti concernono entrambi gli istituti (si pensi al nuovo regime della confisca e della revisione); cosicchè non pare che il sistema degli incentivi apprestati per il solo patteggiamento infrabiennale (si allude al regime delle sanzioni sostitutive, all’esenzione dal pagamento delle spese processuali, all’inapplicabilità delle pene accessorie e delle misure di sicurezza personali, all’estinzione del reato) valgano a delineare un sistema in cui, prevalendo le differenze sulle affinità, ci si trova in presenza di fenomeni profondamente differenziati; al contrario, sono proprio le affinità che designano i due istituti, non soltanto per il comune schema negoziale che ne è alla base, ma per l’applicazione della riduzione di pena, per l’irrilevanza della costituzione di parte civile salvo il pagamento delle spese di costituzione e difesa della parte civile, per la non menzione della sentenza nel certificato del casellario giudiziale, per l’inefficacia della sentenza nei giudizi civili e amministrativi diversi dai giudizi disciplinari, per l’azionabilità della revisione e per il regime più rigoroso riservato alla confisca.

15. Fatte queste prime precisazioni, va – ancora una volta – ricordato come il trasferimento dall’art. 448 all’art. 444, comma 2, del criterio di congruità della misura della pena rappresenta un elemento che, per quanto direttamente scaturente dalle statuizioni della sentenza costituzionale n. 313 del 1990, viene ad acquistare una valenza davvero designante proprio se preordinata a collegarsi all’elevazione della pena condizionante l’accesso al procedimento in esame.

L’apparente omogeneità del "nuovo" patteggiamento sembrerebbe restare subito compromessa dalla previsione di talune esclusioni oggettive e soggettive perchè possa essere instaurata la procedura;

il tutto se e semprechè la pena applicata superi i due anni di reclusione.

L’elevazione del tetto di pena per l’introduzione del rito previsto dall’art. 444 c.p.p. e seguenti non sembrerebbe, infatti – come è stato rilevato in dottrina – assumere una designazione meramente quantitativa se posta in relazione con l’art. 111 Cost., comma 4, solo osservando che l’elusione del principio del contraddittorio nella formazione della prova rischia di ribaltare il rapporto regola- eccezione per una parte da definire addirittura prevalente delle regiudicande penali. Una constatazione che, peraltro, non inficia in modo decisivo la tenuta costituzionale dell’istituto nel suo complesso. Non a caso, infatti, la Corte costituzionale, chiamata a decidere della legittimità, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., dell’art. 444 c.p.p. ha dichiarato non fondata la relativa questione, precisando come la sottrazione al giudizio ordinario della cognizione di diversi reati di notevole gravità e la paventata riduzione del sistema penale e processuale "a un luogo di negoziazione che svilisce la funzione giurisdizionale", non integra l’elusione del canone della formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, trasformando in principio generale l’eccezione prevista dall’art. 111 Cost., comma 5.

Ha osservato la Corte che il sistema protettivo predisposto dal legislatore nel delineare la disciplina del nuovo patteggiamento, mediante la predisposizione di preclusioni oggettive e soggettive in relazione alla gravità dei reati ed ai casi di pericolosità qualificata dell’imputato, oltre che in considerazione della non operatività di importanti effetti premiali, consentono di ritenere che la scelta di dilatare l’area di incidenza dell’istituto rappresenta la risultante della discrezionalità del legislatore, certo non esercitata in modo irragionevole (Corte costituzionale, sentenza n. 134 del 2003).

16. Dalla lettura del complessivo sistema normativo risultante dalla L. n. 134 del 2003 ne emerge comunque un assetto unitario, contrassegnato da talune varianti non decisive per inferirne una sorta di asimmetria del rito, solo considerando la prevalenza delle identità piuttosto che delle divergenze, secondo un modello entro il quale il concomitante profilo teleologico costituisce la conferma (pure al di là della significativa sistemazione topografica, non a caso caratterizzata da un’accentuata unitarietà) dell’esigenza di una unitaria qualificazione assiologica della procedura speciale dell’applicazione di pena su richiesta.

Le varianti, in ogni caso, non incidendo nè sulla struttura nè sulla funzione della pena patteggiata, non paiono dotate di valore così esponenziale da comportare una lectio strettamente condizionata alla misura dei "benefici" apprestati dal legislatore.

Del resto, pur dovendosi assegnare all’innalzamento della pena "patteggiabile" una valenza non esclusivamente quantitativa se rapportata alla normativa complementare che costituisce parte di predominante rilevanza ermeneutica del novum, la struttura negoziale ed i modelli di controllo sono identici sia per l’editio minor (olim, la sola disciplinata) sia per l’editio maior.

Nè l’elevazione della pena patteggiabile può determinare decisivi squilibri rispetto al patteggiamento delineato ante riforma salvo a cadere in suggestioni interpretative, come tali sprovviste di effettiva forza ermeneutica, utilizzando criteri di verifica basati esclusivamente sulla misura della pena; anche se, proprio a tale elevazione – che pure non è in grado di rendere disomogenee le due editiones – non può corrispondere una qualche presa di distanza da linee interpretative che assegnano all’applicazione della pena un contenuto negoziale prevalente rispetto alla funzione giurisdizionale in cui si concretizza l’opera di controllo sulla "legalità" (intesa l’espressione in senso ampio) dell’accordo pure alla stregua del precetto dell’art. 27 Cost., comma 3, al quale l’art. 444 fa ora – sia pure implicito – richiamo.

17. Come si è accennato, il patteggiamento consta di un regime premiale comune ad entrambi gli istituti e di un regime premiale conseguente al solo patteggiamento da cui derivi l’applicazione di una pena non superiore a due anni di reclusione soli o congiunti con pena pecuniaria.

Quanto al primo, gli snodi cruciali sono rappresentati dalla riduzione di un terzo della pena indicata dalle parti, dall’irrilevanza della costituzione di parte civile salvo il pagamento delle spese sostenute dalla parte civile stessa, dall’inefficacia della sentenza nei giudizi civili o amministrativi, con esclusione del giudizio disciplinare, a norma dell’art. 653 c.p.p., comma 1 bis.

Ferma, quindi, l’unitarietà dell’istituto e l’incidenza delle "novelle" del 1999 e del 2001, non può, in primo luogo, sfuggire come l’innalzamento della pena patteggiabile ad anni cinque di reclusione (con in più, le preclusioni della possibilità di accesso al rito cui si è or ora accennato) imponga una verifica dell’effettiva portata precettiva dello ius novum, proprio muovendo dal modello di equiparazione ora trasferito nel precetto dell’art. 445 c.p.p., comma 1 bis.

L’aspetto qualitativo sembra, infatti, precedere, secondo l’opzione simmetrica cui queste Sezioni unite ritengono di uniformarsi – in un panorama entro il quale valore complementare assumono, da un lato, la dissoluzione degli approdi giurisprudenziali in tema di accesso alla revisione e, dall’altro lato, il nuovo regime della confisca, peraltro già introdotto da talune leggi speciali – il profilo concernente il tetto di pena per accedere alla procedura.

Ma, per restare ad un tema del tutto intrinseco alla disciplina dell’applicazione di pena su richiesta, assume subito rilievo dirimente la prosecuzione dell’assetto normativo rimodellato già nel 1999, laddove ci si riferisce alla pena "irrogata"; un’espressione che, tecnicamente intesa, lungi dall’esprimere un mero dato nominalistico, sembra coordinarsi strettamente al regime di equiparazione ed ai modelli complementari che rendono la sentenza di applicazione della pena una sentenza di condanna, salvo il regime derogatorio di cui all’art. 445 c.p.p., comma 1 bis.

Può dirsi così che mentre la pena "applicata" esprime il contrassegno della specialità del rito, la pena "irrogata" designa la risultante del principio di equiparazione reso palese – nell’ineludibile unitarietà dell’istituto – dall’applicazione, nell’editio maior, di un regime che non può che conseguire da una sentenza di condanna, e che si concentra nella condanna alle spese del procedimento e nell’applicazione delle misure di sicurezza.

Il quadro che ne discende, anche in forza dell’elevazione della pena che legittima l’accesso al rito, induce, dunque, ad assegnare valore esclusivamente normativo al principio di equiparazione ed impone di ritenere la stretta interpretazione delle varianti che compongono il regime derogatorio.

18. Nel nuovo sistema decisamente più consistenti sono gli incentivi che rendono accattivante il ricorso all’editio minor, considerata l’applicabilità delle sanzioni sostitutive (secondo i ritocchi apportati dalla L. n. 134 del 2003, art. 4), l’esenzione dal pagamento delle spese processuali, l’inapplicabilità delle pene accessorie e delle misure di sicurezza con eccezione della confisca nei casi previsti dall’art. 240 c.p., l’estinzione del reato se nel termine di cinque anni, quando la condanna concerne un delitto ovvero di due anni quando la condanna concerne una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole. Conseguendone l’estinzione di ogni effetto penale e, se è stata applicata una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva, l’applicazione non è comunque di ostacolo alla concessione di una sospensione condizionale della pena.

Ne consegue che l’editio maior comporta l’obbligo del pagamento delle spese processuali, l’applicazione delle pene accessorie (interdizione dai pubblici uffici, interdizione da una professione o da un’arte, interdizione legale, interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione, la decadenza dalla potestà dei genitori e la sospensione dall’esercizio di essa, la sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte, la sospensione dall’esercizio degli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese, la pubblicazione della sentenza di condanna, secondo i modelli rispettivamente indicati dagli artt. 28, 30, 32, 32 bis, 32 ter, 34, 35, 35 bis, 36, c.p. oltre ad alcune ipotesi extravaganes) e delle misure di sicurezza, compresa la confisca nei casi previsti dall’art. 240 c.p..

19. Come si è già fatto cenno, tra le prescrizioni in peius derivanti dalla "novellazione" (altri effetti dello stesso tipo saranno presi in esame analizzando il complessivo assetto normativo derivante dalle innovazioni introdotte dalla L. n. 134 del 2003) è l’eliminazione di ogni limite all’applicazione della confisca (un effetto comune alla editio minor ed all’editio maior) circoscritta, nel sistema originario del c.p.p. 1988 alle ipotesi indicate nell’art. 240 c.p.p., comma 2.

Cosicchè al verificarsi del presupposto per la confisca obbligatoria o di quella facoltativa il giudice è tenuto ad applicarla, a prescindere dall’intervenuto accordo delle parti sul punto; così uniformandosi la disciplina dell’ablazione della res a quella stabilita per il giudizio ordinario e per gli altri giudizi speciali.

La soppressione dell’effetto premiale sancito dalla normativa abrogata in tema di misure di sicurezza non può giustificarsi altrimenti che in funzione di una più penetrante assimilazione della sentenza di patteggiamento alla sentenza di condanna, tale comunque da imporre il regime di equiparazione in termini di stretta interpretazione, solo considerando che il prodotto il profitto e il prezzo del reato sul piano dell’accertamento sono assoggettati, per la ontologica derivazione dal fatto commesso, ad una decisione dalla quale è, con una qualche difficoltà, possibile intravedere una verifica corrispondente a quella di una sentenza in ipotesi di responsabilità. Il tutto, peraltro, in presenza di un diritto vivente decisamente contrario ad un’interpretazione "estensiva" dell’art. 445 ante riforma e di significativi approdi normativi raggiunti – anche in materia di confisca disposta a seguito di sentenza di applicazione della pena su richiesta – da leggi speciali.

20. Come si è già detto, le Sezioni unite di questa Corte, sul presupposto della ontologica diversità della sentenza che applica la pena su richiesta rispetto alla sentenza di condanna, per l’assenza nella prima di un accertamento del reato e di un giudizio di colpevolezza, hanno escluso che la pronuncia emessa a norma dell’art. 444 c.p.p. e seguenti sia assoggettabile al giudizio di revisione, sul presupposto che sono soggette a tale mezzo di impugnazione solo le sentenze di condanna con accertamento pieno ed incondizionato dei fatti e delle prove (Sez. un., 25 marzo 1998, **********).

Proprio alla stregua di tale pronuncia, la L. 12 giugno 2003, n. 134, ha interpolato l’art. 629 c.p.p., comma 1, assoggettando a revisione anche le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti.

Se l’inserimento nel "pacchetto" riformulatorio dell’istituto del patteggiamento pare la risultante della elevazione della pena che può essere oggetto di accordo e delle conseguenze derivanti dall’utilizzazione del modello che si è denominato editio maior, il fatto, però, che il mezzo straordinario di impugnazione abbia coinvolto l’intero istituto – una soluzione da ritenere necessitata non solo per intuibili ragioni sistematiche, ma anche per mantenere un’intrinseca razionalità all’istituto stesso – ha riproposto le problematiche circa la natura della sentenza che applica la pena soprattutto considerando l’incidenza sul postgiudicato della revisione.

Ed a tale stregua non può che concludersi nel senso che il ricorso a tale mezzo straordinario di impugnazione – il cui effettivo perimetro di operatività non ha ancora trovato un rassicurante assestamento – rappresenta il sintomo più chiaro della necessità di un ritorno al regime della equiparazione in termini di assoluto rigore ermeneutico.

Una tale conclusione, peraltro, non implica un processo di vera e propria identificazione tra i due tipi di pronuncia, ma sta univocamente a significare che il regime di equiparazione, ora codificato alla stregua della normativa complementare più volte menzionata, non consente di rifuggire dall’applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano categoricamente escluse.

Già i primi apporti ermeneutici di questa Corte Suprema sembrano sottrarsi dalla qualificazione della decisione che applica la pena come sentenza di condanna, con conseguenti riverberi quanto alla motivazione, dovendosi ritenere sul punto ancora pienamente operanti gli approdi interpretativi della sentenza Di *********.

E’ chiaro che proprio l’accesso alla revisione costituisce, per i casi previsti dall’art. 630 c.p.p. e per meccanismi operanti soprattutto in sede di ammissibilità dall’art. 634 dello stesso codice, uno dei profili che potrebbero indurre ad una soluzione debordante dai precedenti risultati interpretativi di queste Sezioni unite.

In proposito, una recente decisione, ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 629 c.p.p. (forse, peraltro erroneamente chiamato in causa alla stregua del petitum perseguito dal ricorrente) eccepita sul presupposto che la sentenza che applica la pena su richiesta, in forza della novella normativa che consente la revisione, va qualificata come vera e propria sentenza di condanna, alla cui base deve, dunque sussistere un pieno accertamento di responsabilità.

La Corte ha considerato una forzatura l’interpretazione proposta evidenziando un dato letterale esplicitato dalla disposizione dell’art. 629 c.p.p., ritenendolo decisivo.

Tale precetto disgiunge, in riferimento alla revisione, le sentenze di condanna dalle sentenze emesse ai sensi dell’art. 444 c.p.p., comma 2, perchè le menziona raccordate dalla particella "o", mostrando di avere ben presente che la sentenza di applicazione della pena su richiesta non è una decisione "di condanna", ma è soltanto ad essa equiparata. L’equiparazione alle sentenze di condanna giustifica l’assoggettamento alla revisione e non fa della sentenza di patteggiamento una sentenza di condanna in senso proprio.

Anche qui l’affermazione che la sentenza di patteggiamento non afferma la responsabilità in ragione della struttura negoziale del rito, nel quale l’imputato esonera l’accusa dalla prova dei fatti addebitati nell’imputazione assume valore dirimente, con la conseguenza che la motivazione è sufficientemente formata con l’indicazione delle valutazioni sulla sussistenza del consenso delle parti, sull’insussistenza delle condizioni in presenza delle quali deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento ex art. 129 c.p.p., sulla correttezza della qualificazione giuridica del fatto, dell’applicazione e comparazione delle circostanze, e sulla congruità della pena (Sez. 7^, 4 marzo 2004, *****).

Una soluzione, quella ora ricordata, che sembra però trascurare le effettive caratteristiche distintive della sentenza di patteggiamento rispetto alla sentenza di condanna alla quale la prima è, pur sempre (soltanto) equiparata. Cosicchè il dato letterale, vale a dire, l’uso della disgiunzione "o" nella giustapposizione delle sentenze di condanna alle sentenze di patteggiamento all’interno della previsione dell’art. 629 c.p.p., è assolutamente irrilevante sia perchè la stessa particella disgiuntiva era utilizzata per legare la sentenze di condanna al decreto penale che è anch’esso provvedimento di condanna sia perchè il legislatore del 2003, inserendo le più volte richiamate innovazioni, tra le quali la revisione, sembra assegnare proprio a tale mezzo di impugnazione una rilevanza davvero esponenziale.

Così ancorando il disposto dell’art. 445 c.p.p., comma 1 bis alla sua effettiva valenza precettiva sia perchè l’interpolazione dell’art. 629 c.p.p. viene a configurarsi come una sorta di interpretazione autentica del previgente art. 445 c.p.p., comma 1, ultimo periodo, alla stregua delle conclusioni delle Sezioni unite circa l’inapplicabilità al patteggiamento dell’istituto della revisione sia perchè l’accesso a tale mezzo di impugnazione, rappresentando una vicenda costituzionalmente obbligata, si giustifica solo alla stregua delle prese di posizione di questa Corte. Resta, peraltro, aperta la problematica – in ordine alla quale il Collegio non è stato chiamato a pronunciarsi – circa i criteri di adattamento della revisione ad un regime che, almeno in sede cognitoria, mantiene quale regola di giudizio, ai fini del proscioglimento, la disposizione dell’art. 129 c.p.p..

21. Le considerazioni che precedono conducono conseguentemente a ritenere che il regime di equiparazione, ricondotto al suo rilievo letterale, oltre che alle esigenze teleologiche perseguite dal legislatore, che ne costituiscono il necessario momento complementare, impediscano a queste Sezioni unite, per tornare al quesito interpretativo sottoposto al vaglio della Corte, di proseguire nella linea ermeneutica delineata dalle tre più volte richiamate decisioni, stando alle quali la revoca di diritto della sospensione condizionale della pena, nell’ipotesi in cui il condannato commetta un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole per cui venga inflitta una pena detentiva, non opera nel caso in cui al condannato stesso sia stata irrogata una pena in forza di una sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p., e seguenti.

Ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 3, va, dunque, enunciato il seguente principio di diritto: "la sentenza emessa all’esito della procedura di cui agli artt. 444 c.p.p. e segg. poichè è, ai sensi dell’art. 445, comma 1 bis, equiparata, salvo diverse disposizioni di legge a una pronuncia di condanna costituisce titolo idoneo per la revoca, a norma dell’art. 168 c.p., comma 1, n. 1, della sospensione condizionale della pena precedentemente concessa". 22. Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 29 novembre 2005.

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