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Corte d'appello

Corte di Cassazione Penale 9/10/2006 n. 33896

Redazione

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza 11 febbraio 2005, il Tribunale di Viterbo ha ritenuto ************ e ********** responsabili del reato previsto dall’art. 59 c.1 DLvo 152/1999 (perché, quali titolari di una azienda agricola con circa 9000 bovini, effettuavano lo scarico di acque reflue industriali rappresentate dalle deiezioni degli animali e dal lavaggio delle stalle in un corso d’acqua senza la necessaria autorizzazione) ed ha condannato ciascuno alla pena di euro mille di ammenda.
Per giungere a tale conclusione, il Giudice – dopo avere accertato l’esistenza del fatto materiale per cui è processo – ha rilevato che, pur prescindendo dal rapporto tra peso vivo del bestiame ed estensione del fondo, lo scarico dei liquami zootecnici necessitava di autorizzazione; ciò in quanto non si era realizzata in concreto la fertirrigazione mediante totale utilizzo dei rifiuti come concimi ovvero attraverso l’integrale sversamento degli stessi nel fondo.
Per l’annullamento della sentenza, gli imputati ricorrono in Cassazione deducendo violazione di legge, in particolare, rilevando:
= che per le imprese agricole, in quanto considerate insediamenti civili a sensi dell’art. l quater L. 690/1976, non si deve applicare la disciplina prevista dal DLvo 152/1999 valevole per gli insediamenti industriali;
= che il Giudice ha omesso di valutare i criteri dettati dall’art. 28 c.7 del ricordato decreto per individuare la categoria delle acque assimilabili a quelle domestiche.
Le censure non sono meritevoli di accoglimento.
Sotto la vigenza della L. 319/1976, l’art. l quater uc L. 690/1976 qualificava l’impresa agricola come insediamento civile successivamente la delibera 8 maggio 1980 del Comitato interministeriale previsto dall’art. 3 della L. 319/1976 indicava alcuni parametri di riferimento (che la giurisprudenza riteneva non vincolanti) per stabilire la natura di insediamento civile, o meno, della impresa agricola e zootecnica (estensione del terreno disponibile, peso complessivo del bestiame, attività svolta et c.); in sintesi, si esulava dallo insediamento civile quando l’allevamento del bestiame perdeva il suo coordinamento funzionale con la coltivazione o lo sfruttamento del fondo e doveva considerarsi diretto allo esercizio di una autonoma impresa commerciale al cui servizio l’allevamento del bestiame era subordinato.
Il D. L.vo 152/1999, vigente alla epoca del fatto per cui è processo, non faceva più riferimento alla natura dello insediamento (civile o produttivo), ma alla tipologia dei reflui per cui l’art. 28 equiparava gli effluenti da allevamento di bestiame alle acque domestiche (fatto salvo il disposto dell’art. 38 sulla utilizzazione agronomica) a determinate condizioni ; tali requisiti, riferiti al rapporto tra peso vivo degli animali ed estensione del fondo, erano significativi della circostanza che la attività di allevamento si svolgeva in connessione con la coltivazione della terra e questa era in grado di smaltire, nell’ambito di un ciclo chiuso, il carico inquinante delle deiezioni.
La disciplina in esame è ora parzialmente modificata dall’art. 101 c. 7 D. L.vo 152/2006 che non introduce norme pro reo.
In conclusione: solo quando un allevamento, per il numero dei suoi capi e l’estensione del fondo disponibile, consente l’utilizzazione esclusiva dei residui dell’attività agricola, può, in considerazione del limitato impatto ambientale, invocarsi il regime giuridico relativo alle acque domestiche (ex plurimis sentenza 13345/1998).
La problematica sollevata dai ricorrenti, tuttavia, è ininfluente nel caso concreto nel quale i liquami degli animali non erano usati concretamente ed integralmente nel terreno come concime per il successivo ciclo produttivo, ma immessi mediante canalizzazione in un corso l’acqua pubblico; tale attività necessita di previa autorizzazione sia con riferimento alla pregressa normativa sia alla attuale.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 2/10/2006 n. 21287; Pres. Mercurio E.

Redazione

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Caltanissetta con sentenza n. 17 del 9 aprile 2003, per quanto qui ancora interessa, rigettava l’appello proposto dagli attuali ricorrenti avverso la sentenza 26.9.2001 del Tribunale di Gela.

I lavoratori, tutti dipendenti di imprese appaltatrici di lavori edili all’interno dello stabilimento petrolchimico di Gela, avevano chiesto che venisse dichiarata la sussistenza di un unico ed interrotto rapporto di lavoro con le imprese appaltatrici e con le società committenti (Agip Petroli, Enichem e Polimeri Europa) in quanto si era verificata una serie di cessioni di azienda; in particolare sostenevano che dopo la cessazione dell’appalto con COMI s.r.l., in data 22.4.2000, il ramo d’azienda prima affidato a quest’ultima società era passato alle società del gruppo ENI che gestivano lo stabilimento petrolchimico (cd. reinternalizzazione dei servizi) e che da queste il ramo di azienda era stato di nuovo ceduto a terzi. In definitiva, i lavoratori insistevano perchè venisse riconosciuto il rapporto di lavoro con le società del gruppo ENI ai sensi dell’art. 2112 c.c. limitatamente al periodo successivo al 22.4.2000.

Il Tribunale aveva ritenuto la sussistenza del trasferimento d’azienda tra l’impresa ********, la *********************** (ora COED s.r.l.) e la COMI s.r.l. e quindi la sussistenza di un unico rapporto di lavoro tra i ricorrenti e le predette imprese fino al 29.6.2000, data del loro licenziamento; aveva ritenuto invece non sussistente un trasferimento d’azienda tra le imprese appaltatrici e le committenti; aveva escluso altresì il diritto dei lavoratori all’indennità di mobilità previsto per il solo settore industriale dalla L. n. 223 del 1991, art. 7, perchè l’attività espletata dai lavoratori era inerente al settore edile e non a quello industriale.

La Corte di Appello in via preliminare riteneva che la domanda introduttiva fosse nulla per indeterminatezza dei soggetti legittimati in quanto il ricorso non consentiva di individuare nè la singola posizione dei ricorrenti nei confronti delle società committenti, nè la singola posizione di queste ultime in relazione al ramo d’azienda di cui si assumeva l’avvenuta riacquisizione da parte delle società committenti.

Nel merito la Corte riteneva che la domanda fosse infondata in quanto dagli atti di causa risultava che le società del gruppo ENI avevano affidato in appalto alla *********************** (ora COED s.r.l.) attività di manutenzione di tipo edilizio all’interno dello stabilimento petrolchimico e che tale appalto era stato successivamente ceduto dalla soc. **************** alla COMI s.r.l.

Riteneva pertanto la Corte che tale affidamento non integrasse nè una cessione di azienda nè una esternalizzazione di servizi, in quanto l’attività di manutenzione edilizia non era attività strumentale dell’attività produttiva svolta all’interno dello stabilimento, nè corrispondeva ad una fase dell’attività di impresa, nè costituiva un segmento dell’intero ciclo produttivo.

Osservava ancora la Corte che le imprese appaltatrici si erano sempre avvalse di propri operai, tra i quali gli attuali ricorrenti, che non sono mai stati alle dipendenze delle società committenti.

Riteneva infine la Corte di dover confermare la sentenza del primo giudice laddove aveva respinto la domanda dei lavoratori intesa ad ottenere l’indennità di mobilità L. n. 223 del 1991, ex art. 7, in quanto l’attività svolta dai lavoratori all’interno dello stabilimento non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non poteva essere considerata attività inerente al settore industriale.

Per la cassazione di tale sentenza i lavoratori in epigrafe hanno proposto ricorso sostenuto da due motivi. Resistono con controricorso, illustrato con memoria, ENI spa, POLIMERI Europa s.p.a., SYNDIAL s.p.a., Raffineria di Gela s.p.a., SNAM PROGETTI spa e INPS. Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso i lavoratori lamentano violazione dell’art. 2112 c.c. e dell’art. 414 c.p.c. nonchè vizi di motivazione e censurano la sentenza impugnata per aver affermato la nullità del ricorso introduttivo per la impossibilità di individuare i legittimati attivi e passivi e per aver negato che nell’aprile del 2000 vi era stato un trasferimento di azienda da COMI srl alle imprese committenti.

Quanto al primo profilo i ricorrenti sostengono che la domanda introduttiva non presentava alcuna incertezza in ordine ai soggetti del rapporto dedotto in causa, che erano da un lato i lavoratori della COMI s.r.l. e dall’altro le società del gruppo ENI (ENICHEM spa, AGIP Petroli s.p.a. e POLIMERI Europa s.p.a.) che avevano stipulato un contratto di appalto con la ****************, nel quale era succeduta la COMI srl. Sostengono i ricorrenti che il dedotto trasferimento di azienda da COMI srl alle società del gruppo ENI non comportava alcuna difficoltà nell’individuazione dei soggetti del rapporto in quanto deve ritenersi ammissibile un rapporto di lavoro di singoli lavoratori con una pluralità di datori di lavoro obbligati in via solidale.

Quanto al secondo profilo i ricorrenti osservano che i tre contratti di appalto intercorsi tra COMI (succeduta a Trainati Appalti) e le tre società presenti in modo stabile nel petrolchimico (Enichem, Polimeri e Agip Petroli) prevedeva non solo la manutenzione ordinaria di opere edili ma anche la posa in opera di ponteggi e la costruzione di impianti. Con detti contratti, dunque, si era realizzata una vera e propria cessione di un ramo di azienda in quanto parte del ciclo produttivo, prima gestito direttamente, era stato ceduto all’impresa ****************. Venuti meno i tre contratti di appalto le tre società committenti erano a loro volta divenute automaticamente cessionarie dello stesso segmento produttivo in passato ceduto a ****************.

Con il secondo motivo i lavoratori denunciano violazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24 e censurano la sentenza impugnata per aver negato il diritto dei ricorrenti all’indennità di mobilità perchè la COMI svolgeva una attività che non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non era inerente al settore industriale.

Sostengono i ricorrenti che le norme sopra citate, in caso di licenziamento collettivo, si applicano indipendentemente dall’appartenenza dell’impresa a un ciclo petrolchimico o a un settore industriale.

Il primo motivo di ricorso è infondato.

I ricorrenti sostengono che l’attività di manutenzione di tipo edilizio all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Gela, prima gestito direttamente dalle società del gruppo ENI, costituisca un ramo di azienda; che tale attività sarebbe stata "esternalizzata" con l’affidamento di tale servizio ad altre imprese con contratto di appalto che costituisce in realtà una cessione di ramo di azienda; che, una volta risolto il contratto di appalto, il ramo di azienda in questione sarebbe stato riacquistato (reinternalizzato) dalle società del gruppo ENI; che conseguentemente il rapporto di lavoro dei ricorrenti sarebbe proseguito con le società committenti.

La Corte di Appello ha respinto la tesi difensiva dei lavoratori ed il dispositivo della sentenza è conforme al diritto, per quanto la motivazione vada opportunamente integrata e corretta.

E’ noto che il fenomeno cd. di "outsourcing" comprende tutte le possibili tecniche mediante le quali un’impresa dismette la gestione diretta di alcuni segmenti dell’attività produttiva e dei servizi estranei alle competenze di base (cd. corte business). Ciò può fare, tra l’altro, sia appaltando a terzi l’espletamento del servizio, sia cedendo un ramo di azienda. La scelta tra le varie alternative è rimessa all’insindacabile valutazione dell’imprenditore, a norma dell’art. 41 Cost.. Sta di fatto che l’appalto di servizi e la cessione di ramo di azienda sono contratti con caratteri giuridici nettamente distinti e non confondibili.

Per cessione di ramo di azienda, agli effetti dell’art. 2112 c.c., si intende il trasferimento di un insieme di elementi produttivi, personali e materiali, organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’attività, che si presentino prima del trasferimento come una entità dotata di autonoma ed unitaria organizzazione, idonea al perseguimento dei fini dell’impresa e che conservi nel trasferimento la propria identità (vedi Cass. n. 206 del 2004, Cass. n. 19842 del 2003, Cass. n. 17207 del 2002).

L’appalto di opere e servizi o di manutenzione ordinaria degli impianti all’interno dello stabilimento, consentita dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 3, costituisce il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari, con proprio personale e con gestione a proprio rischio, il compimento all’interno di una azienda di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro (art. 1655 c.c.).

Con la cessione di un ramo di azienda si ha dunque il trasferimento di un segmento dell’organizzazione produttiva dotato di autonoma e persistente funzionalità. L’utilizzazione da parte del cedente dei prodotti e dei servizi del segmento ceduto formerà oggetto di distinto contratto con il cessionario.

Con l’appalto di opere e di servizi, invece, il committente non dismette un segmento produttivo, ma si avvale dei prodotti e dei sevizi che gli necessitano, che gli sono forniti da altra impresa che li produce avvalendosi di una propria organizzazione imprenditoriale.

Nella specie non è contestato che le committenti hanno inteso stipulare con la soc. ******** (e successivi cessionari) un contratto di appalto per l’esecuzione di lavoro edili e per la manutenzione edilizia all’interno del Petrolchimico. I ricorrenti non deducono, neppure in ipotesi, la invalidità di tale contratto per simulazione assoluta o relativa o per frode alla legge. Nè allegano l’errata utilizzazione nella contrattazione del nomen iuris di appalto in luogo di quello effettivamente voluto di cessione.

Se la volontà delle parti contraenti è stata, dunque, di stipulare un contratto di appalto di servizi, e non vi è prova alcuna di un intento elusivo comune alle parti, non si vede come tale contratto possa trasformarsi in un contratto di cessione di ramo di azienda, che è una fattispecie del tutto diversa. Ne consegue che la risoluzione del contratto di appalto non può aver avuto come conseguenza la retrocessione alle società committenti di un ramo di azienda che non è stato mai ceduto.

Pertanto non è suscettibile di censura la sentenza impugnata che ha negato la sussistenza nella specie di un contratto di cessione di azienda con successiva retrocessione alle società committenti.

Una volta escluso che nella fattispecie in esame sia configurabile una cessione di ramo di azienda ex art. 2212 c.c., resta assorbita ogni altra censura sollevata dai ricorrenti con il motivo di ricorso in esame.

Infondato è anche il secondo motivo di ricorso.

La Corte di Appello ha respinto la domanda subordinata dei lavoratori intesa ad ottenere il riconoscimento dell’indennità di mobilità per il settore industriale prevista dalla L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24, perchè l’attività svolta dai ricorrenti all’interno dello stabilimento non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non poteva essere considerata attività inerente al settore industriale, bensì edile.

Sostengono i ricorrenti che la L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24, si applicano in caso di licenziamento collettivo indipendentemente dall’appartenenza ad un settore industriale.

La Corte territoriale, una volta riconosciuta la natura edile dell’attività svolta dalla società appaltatrice, ha fatto corretta applicazione delle norme, poichè la L. n. 223 del 1991, art. 24, comma 3, stabilisce che quanto previsto dall’art. 4 e 5 si applica soltanto alle imprese di cui all’art. 16, comma 1, che espressamente esclude le imprese edili dall’indennità di mobilità. Risulta peraltro che l’INPS ha liquidato ai ricorrenti il trattamento speciale di disoccupazione previsto in favore dei lavoratori del settore dell’edilizia.

Per tutte le considerazioni sopra svolte il ricorso, dunque, deve essere respinto. Al rigetto consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione in favore dei resistenti costituiti, nella misura liquidata in dispositivo. Nulla deve disporsi invece per i resistenti che non hanno svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione in favore dei resistenti costituiti che liquida, per ciascun resistente, in Euro 200,00 per esborsi ed in Euro mille per onorari, oltre spese generali e accessori di legge. Nulla per le spese per i resistenti non costituiti.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 28/9/2006 n. 21083

Redazione

(omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Il Giudice di Pace di Palmi, con sentenza del 10 settembre 2002, rigettò l’opposizione proposta da ***** avverso il decreto emesso l’11 ottobre 2000, con il quale il Prefetto di Reggio Calabria aveva disposto la sospensione della sua patente di guida per la durata di un mese, per avere il L., in violazione dell’art. 143, 12° co., cod. strad., proceduto contromano il 3 ottobre 2000 in territorio del Comune di Palmi alla guida della propria autovettura tg. *** in corrispondenza di curva della SS 19.
Osservò il giudice, per quel che ancora interessa, che ricorreva nella specie la violazione contestata, e non quella eccepita di cui all’art. 148, 10° co. cod. strad., atteso che era ininfluente ai fini della qualificazione dell’infrazione la circostanza che la circolazione contro mano in prossimità di curva fosse avvenuta nell’esecuzione di un sorpasso.
Il L. è ricorso con un motivo per la cassazione della sentenza e l’intimato Ufficio Territoriale del Governo di Reggio Calabria ha depositato il 26 settembre 2003 “atto di costituzione”.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorrente, lamentando con l’unico motivo la falsa applicazione dell’art. 143, 1° co., e la violazione dell’art. 148, 10° co., d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, deduce che, in ragione del principio di specialità, l’avvenuta invasione dell’opposta corsia in prossimità di curva in modo repentino per l’effettuazione di una manovra di sorpasso, seguita dall’immediato rientro nella corsia di marcia, avrebbe integrato la violazione delle disposizioni regolanti il sorpasso dei veicoli e non di quelle disciplinanti la loro posizione sulla carreggiata.
Il motivo è infondato.
Il sorpasso che, in quanto necessario per evitare intralci alla circolazione e sveltire il traffico, costituisce una manovra connaturale alla circolazione dei veicoli e sempre consentita, salvo che non ricorrano le condizioni di pericolo specificamente menzionate nell’art. 148, cod. strad., non comporta necessariamente l’invasione dell’opposta corsia di marcia e da essa prescinde la disciplina per esso stabilita, limitandosi questa a stabilire la regola comune che il sorpasso deve avvenire sulla sinistra del veicolo o di altro utente della strada che procede nella stessa corsia e che se la carreggiata o semicarreggiata sono suddivise in più corsie, il sorpasso deve essere effettuato sulla corsia immediatamente alla sinistra del veicolo che si intende sorpassare.
Il divieto di sorpasso in prossimità o in corrispondenza delle curve o dei dossi e in ogni caso di scarsa visibilità, stabilito dall’art. 148, 10° co., cod. strad. ha conseguentemente l’esclusiva finalità di prevenire il non avvertibile pericolo derivante dalla possibilità che un veicolo procedente in senso inverso abbia invaso la parte della carreggiata percorsa dai veicoli procedenti in senso inverso e, in generale, che la riduzione dello spazio di manovra non consenta ai veicoli coinvolti in un sorpasso di evitare gli ostacoli alla normale circolazione non percepibili dai loro conducenti con la normale tempestività (cfr., tra le altre, in rif. art. 106 cod. abrog.: cass. pen., sez. IV, 4 febbraio 1983, n. 1566).
L’obbligo imposto ai veicoli dall’art. 143, cod. strad., di circolare sulla parte destra della carreggiata, oltre che in prossimità del margine destro della medesima, anche quando la strada è libera, e la previsione di una particolare sanzione per colui che circola contromano in corrispondenza delle curve e dei raccordi convessi o in ogni altro caso di limitata visibilità, non mira, invece, a tutelare la possibilità di reagire efficacemente ad un altrui comportamento pericoloso, ma ad impedire che la violazione del precetto venga posta in essere mediante l’invasione dell’opposta corsia di marcia in situazioni che non garantiscano che la stessa, oltre ad essere necessitata, sia anche consentita dalle condizioni del flusso veicolare opposto e che, in ogni caso, sia rilevabile dai veicoli sopraggiungenti nell’altra corsia e consenta ai loro conducenti di adeguare a detta invasione la propria condotta.
L’effettuazione di una manovra di sorpasso in prossimità di una curva con l’invasione dell’opposta corsia di marcia realizza, conseguentemente, tanto la fattispecie di un sorpasso vietato quanto quella della circolazione contro mano, non sussistendo tra le due violazioni un rapporto di specialità, bensì di concorso formale, e correttamente, dunque, la sentenza ha escluso che non potesse trovare luogo la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida, che, diversamente peraltro da quanto opinato dal ricorrente, trovava applicazione in relazione alla violazione sia dell’art. 143, 12° co., e sia dell’art. 148, 10° co., cod. strad.
Non va provveduto sulle spese del giudizio, essendosi l’intimato limitato a depositare un “atto di costituzione” e non avendo il medesimo svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deliberato in camera di consiglio, in Roma il 3 luglio 2006.
(omissis)

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Corte d’Appello Civile Perugia 7/9/2006; Pres. Matteini Chiari S.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 13 ed il 14 luglio 1999 R. C. R., cittadina albanese, agendo in proprio e quale esercente la potestà sul figlio minore ***** esponeva al Tribunale di Spoleto che il 28-12-1997, insieme al marito ***** percorreva a piedi la S.S. n. 418, congiungente Spoleto con Acquasparta (direz. *********** di Baiano); entrambi si trovavano all’estrema destra della carreggiata: l’esponente sul ciglio erboso ed il marito sul margine dell’asfalto.
Giunti nei pressi del "Bar petaso", al Km. 22, un’autovettura -una "Fiat Tipo tg. MI/5X9960 condotta da P. A. e di proprietà di *******- che transitava nella stessa direzione di marcia (Spoleto – Baiano- Acquasparta) li investiva violentemente da tergo, per poi collidere con altra vettura, che proveniva dall’opposto senso di marcia, condotta da *****************, dopo aver invaso l’opposta corsia.
Nell’occorso il R. S., spinto molti metri avanti e finito in un fossato, decedeva, mentre l’attrice riportava gravi lesioni al braccio sinistro.
Intervenuti sul posto i Carabinieri del N.O.R.M. di Spoleto avevano contestato al conducente la violazione dell’art. 141, 3° ed 8° comma, c.d.s. ed il P., tratto a giudizio avanti al Pretore di Spoleto, era stato condannato alla pena concordata (art. 444 c.p.p) di mesi 3 di reclusione per il delitto di omicidio e lesioni colpose.
L’attrice, affermando che con la morte del marito ella, disoccupata, nonché il figlio minore A. avevano perso ogni mezzo di sostentamento, chiedeva che il Giudice adito, previa concessione di provvisionale, condannasse il conducente ed il proprietario in solido con la "Compagnia di Assicurazioni Milano s.p.a." al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e morali, subiti e quantificati in £ 225.408.000 a titolo di danno patrimoniale per la moglie ed il figlio, calcolato sul triplo della pensione sociale ed in £ 660.000.000 quale danno morale calcolato sulla base della metà dell’ipotetico danno biologico totale, ovvero nella somma ritenuta di giustizia.
Si costituiva la "Compagnia di Assicurazioni Milano s.p.a.", contestando, in via preliminare, la risarcibilità del danno morale per il difetto della condizione di reciprocità ex art. 16 delle disposizioni sulla legge in generale nello Stato dell’Albania.
Nel merito, la convenuta osservava che evidente doveva ritenersi il preponderante concorso di colpa nell’occorso della coppia investita, che, violando la disposizione dell’art. 190 c.d.s., procedevano a piedi, fuori del centro abitato, nello stesso senso di marcia dei veicoli che sopraggiungevano da tergo; i coniugi R., inoltre, procedevano appaiati, anziché su un’unica fila, in una strada priva di illuminazione e dopo il tramonto, essendosi intorno alle ore 19,30 della fine di dicembre.
La compagnia assicuratrice, quindi, chiedeva al Tribunale adito che, previa reiezione della richiesta di provvisionale, respingesse altresì la domanda nel merito.
Concessa dal G.I. una provvisionale di £ 50.000.000, in sede di memoria ex art. 180 c.p.c., la convenuta eccepiva la nullità della procura alle liti, in quanto priva del requisito della legalizzazione da parte di autorità consolare, ai sensi dell’art. 15 L. 4-1-1958 n. 15.
La causa era istruita mediante acquisizione di copia del rapporto e dei rilievi redatti dai Carabinieri di Spoleto, ********************, nonché con le prove testimoniali dedotte dall’attrice ed era decisa con sentenza depositata il 18-12-2002 con la quale il Giudice monocratico, riconosciuto un concorso di colpa del pedone deceduto nella misura del 20%, condannava i convenuti a pagare all’attrice in proprio la somma di € 124.400,00 ed a *****, dalla prima rappresentato, di € 86.800,00 importi comprensivi della provvisionale e da maggiorarsi degli interessi legali dalla data della sentenza, oltre alla rifusione delle spese di lite.
Avverso la predetta decisione ha proposto tempestivo appello la C. R. R., sia in proprio che nella qualità di genitore esercente la potestà sul minore *****, con atto notificato il 30-1-2004, chiedendone la parziale riforma, con il riconoscimento dell’ulteriore somma di € 153.033,50, dei quali € 91.095,57 per sé ed € 61.937,94 per il figlio e comunque della somma ulteriore che sarebbe risultata di giustizia.
Si è costituita la "Compagnia di Assicurazioni di Milano s.p.a.", postulando la reiezione del gravame, con integrale conferma della sentenza impugnata.
La causa perviene in decisione nell’udienza del 20-4-2006, sulle conclusioni ivi rassegnate come in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Spoleto, dopo aver riconosciuto la validità della procura rilasciata dall’attrice in favore del difensore e ritenuta sussistente la condizione di reciprocità di trattamento prevista dall’art. 16 delle preleggi, ha affermato che la prevalente responsabilità nella causazione del sinistro doveva riconoscersi al P. A., nella misura dell’80%, spettando al defunto un concorso causale pari al 20%.
Quanto al danno patrimoniale derivante dalla morte di S. R., il Giudice monocratico ha liquidato a titolo di lucro cessante gli importi di € 52.500,00 in favore della moglie e di € 31.500,00 in favore del figlio, reputando che presumibilmente questi non corso degli anni si sarebbe reso indipendente.
I punti della sentenza che precedono non sono stati impugnati con l’atto di appello, all’infuori di una men che generica censura circa la distribuzione degli importi tra i congiunti del defunto, peraltro senza l’esposizione di alcuna ragione di critica alle argomentazioni del Giudice di prime cure.
La censura stessa è quindi inammissibile, così come del tutto inammissibile è la doglianza sollevata dall’appellante solo in comparsa conclusionale in ordine alla quantificazione dei danni patrimoniali operata dal Tribunale.
Quest’ultimo, poi, ha liquidato a titolo di danno non patrimoniale la somma di € 103.000,00 in favore della moglie e di € 77.000,00 in favore del figlio -sempre distinguendo le attribuzioni in relazione alla presumibile minor durata della convivenza del secondo-, disattendendo le maggiori richieste avanzate in ordine alla liquidazione del danno morale.
Il Giudice monocratico ha reputato, infatti, che, anche ai solo fini quantitativi, non fosse ammissibile il riferimento al danno biologico, essendo il danno morale per la morte del congiunto relativo alla sofferenza patita e che seguitano a patire, indipendentemente dall’ipotetico danno biologico che, ove non fosse deceduto, il S. avrebbe subito.
In definitiva, ha considerato il danno non patrimoniale quale composto non solo dal dolore patito in senso strettamente inteso (danno morale), ma anche dalle generali afflizioni sofferte in proprio dagli attori in relazione al rapporto di coniugio e di colleganza parentale con il defunto, negando la riconoscibilità di un’autonoma voce di danno, come prospettata dagli attori medesimi, foriera di un’esasperata parcellizzazione delle voci risarcibili e di duplicazioni risarcitorie.
Ha poi operato equitativamente la liquidazione nelle somme sopra indicate, valorizzando specificamente l’aspetto del venir meno per i richiedenti di "un fondamentale compagno di vita".
L’appellante, rifacendosi al dibattito dottrinale e giurisprudenziale in ordine alla riconoscibilità autonoma di un "danno esistenziale", pretende di ottenere una liquidazione di esso distinta da quella del danno morale, precisamente nella metà della somma già riconosciuta a tale titolo, aggiungendo che quest’ultima, secondo criteri diffusi in giurisprudenza (anche nel distretto della Corte d’Appello di Perugia) e recepiti anche dal legislatore in tema di "micropermanenti", dovrebbe essere liquidata con riferimento al danno biologico.
Reputa la Corte utile premettere una breve sintesi dello stato attuale del dibattito, sviluppatosi soprattutto in giurisprudenza ed attinente alla liquidazione del danno non patrimoniale -di cui si tratta nella fattispecie- con riferimento specifico al caso sub iudice, cioè al risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto.
E’ noto che il legislatore del 1942, con l’art. 2059 c.c. ha introdotto un sistema risarcitorio a carattere bipolare, riaffermato recentemente dalla sentenza n. 233/03 della Corte Costituzionale e che l’evoluzione interpretativa ha ricondotto nella previsione della norma in esame il danno non patrimoniale diverso da quello morale, a cominciare dal danno biologico; il criterio restrittivo della "previsione di legge", in precedenza letto con esclusivo riferimento all’art. 185 c.p., anche sulla scorta di Corte Cost. n. 184/86, è stato via smantellato utilizzando il "grimaldello" costituito dall’art. 32 Cost., per ricomprendervi (nel danno biologico), in un primo tempo, ogni compressione dei diritti della personalità.
Questo processo ha visto poi l’elaborazione del concetto di danno esistenziale (pregiudizio non suscettibile di valutazione economica derivante dalla lesione di vari aspetti della personalità, ancorché oggettivamente valutabile e non meramente interiore), quale tertium genus del danno non patrimoniale, accanto al danno biologico od alla salute (lesione dell’integrità psicofisica in sé e per sé considerata e comprensiva del danno estetico, del danno psichico, del danno alla vita di relazione, da riduzione della capacità lavorativa generica, ecc.) ed al danno morale soggettivo (sofferenze e patemi d’animo subiti dalla vittima a seguito dell’illecito). Detta elaborazione è culminata nelle note sentenze della Corte di Cassazione nn. 8827/03 e 8828/03, avallata dalla Consulta con la citata sentenza n. 233/03 e seguita dalla successiva giurisprudenza di legittimità e di merito.
Deve peraltro darsi atto della non sopita discussione, anche all’interno del Supremo Collegio, sulla configurabilità della categoria autonoma del danno esistenziale, da talune pronunce ricondotta, in sostanza, al pregiudizio alla vita di relazione inserita nell’ambito del danno biologico, ma la questione ha un valore assai relativo (sul piano sostanziale, maggiore su quello processuale), purché si convenga sulla risarcibilità e sui criteri di liquidazione dei danni riconducibili alla lesione dei diritti che vengono iscritti alla categoria suddetta e purché in concreto si adotti una metodica liquidatoria che eviti il rischio -ben reale- di una duplicazione risarcitoria inammissibile.
Trascurando in questa sede la disamina del danno biologico -che non viene in considerazione, non essendo stato provato e neppure vantato, come avrebbe dovuto, in quanto tale- e la problematica connessa alla sua liquidazione, osserva la Corte che gli attori avevano chiesto il risarcimento dei danni "patrimoniali e morali", quest’ultimi calcolati con riferimento ai parametri utilizzati comunemente dai "Tribunali".
In sede di comparsa conclusionale in primo grado gli attori medesimi, reputando che ciò non costituisse domanda nuova, hanno richiesto il danno da "rottura del vincolo familiare", ovverosia il ristoro del pregiudizio subito da una delle posizioni giuridiche soggettive che, per coloro che lo ammettono, costituisce appunto danno esistenziale.
Il Tribunale, pur non ponendosi esplicitamente il problema della novità della domanda, ma implicitamente ritenendola ammissibile, ha tuttavia escluso che la voce richiesta fosse autonomamente risarcibile, però operando una liquidazione del danno morale "maggiorata" proprio per la considerazione degli aspetti sottopostigli e disancorando tale liquidazione dal parametro suggerito e per lo più adottato costituito dal danno biologico.
Tale soluzione, sulla quale il contraddittorio in questo grado si è sviluppato linearmente -atteso che l’appellata, affermando che il danno vantato quale "esistenziale" è stato valutato nella liquidazione di quello morale e difende la congruità della quantificazione operata dal Giudice di prime cure- esime la Corte da compiere indagini sull’ammissibilità della domanda, dovendosi ritenere, in sostanza, come già detto, che il primo Giudice abbia compreso nella liquidazione anche il danno esistenziale vantato dalla R., cosicché dal thema decidendum in appello esula in realtà ogni questione attinente all’ an della pretesa, poiché la mancata liquidazione del danno biologico (nel quale dovrebbe altrimenti comprendersi la voce vantata, secondo una tesi sostenuta in giurisprudenza) esclude qualsiasi rischio di duplicazione risarcitoria.
Solo per completezza, deve condividersi comunque la soluzione che riconosce l’autonoma risarcibilità del c.d. "danno esistenziale", sul quale sembra a questa Corte che Cass. S.U. 24-3-2006 n. 6572, in ambito di danno esistenziale da demansionamento, abbia posto un notevole "mattone" ermeneutico.
La controversia, quindi, persiste solo sull’aspetto quantitativo della liquidazione operata e si tratta di valutare se essa, tenendo conto dei beni cui lo stesso Tribunale ha fatto riferimento, possa dirsi congrua, ovvero se debba essere aumentata, sia pure nel contenitore rappresentato dalla mera considerazione del danno morale ed operazione preliminare a tale valutazione è l’accertamento della logicità dei criteri seguiti dal giudice di primo grado.
Non sussiste nemmeno contrasto sulla sussistenza della tipologia di danno vantato, che peraltro può essere desunta anche da valutazioni prognostiche e presunzioni ed è stato anche condivisibilmente ritenuto, in tema di danno da uccisione, che, provato il fatto-base della sussistenza di un rapporto di coniugio o di filiazione, la privazione illecita di tale rapporto determina presuntivamente ripercussioni, ancorché non necessariamente permanenti, sull’assetto dei rapporti stabili ed armonici del nucleo familiare ed anche all’interno dello stesso nei confronti dei terzi, spettando alla parte sfavorita dalla presunzione di fornire elementi che la contrastino (Cass. 12-6-2006 n. 13546; Cass. 24-3-2006 n. 6572).
Nella fattispecie non esiste dubbio sui rapporti intercorrenti tra gli attori e la vittima, così come risulta -né è oggetto di contestazione- che si trattava di cittadini extracomunitari (Albanesi) e che il defunto era l’unico membro della famiglia a produrre reddito.
E’ ormai pacifico che la liquidazione in parola, che non deve essere irrisoria o simbolica, debba avvenire in via equitativa ed è fatto notorio che l’esigenza di garantire uniformità di trattamento, oltre che stimolare un notevole dibattito, ha provocato iniziative legislative (dapprima parziali con il L. n. 57/01 concernenti le tabelle nazionali per le micropermanenti e poi il Nuovo Codice delle Assicurazioni di cui al D. L.vo 7-9-2005 n. 209 prevedente la tabella nazionale delle macropermanenti) e prassi giurisprudenziali pressoché costanti in tema di liquidazione del danno biologico, facenti riferimento a tabelle a punti elaborate da diversi Uffici Giudiziari, prassi che ha trovato l’avallo della Corte di legittimità, pur nell’ambito della valutazione di condizioni soggettive personalizzanti. La stessa Corte ( v. per tutte Cass. 13-1-2006 n. 517) ha anche ritenuto corretto, negli stessi limiti, l’utilizzazione, quale criterio di liquidazione del danno morale, del riferimento ad una frazione dell’importo riconosciuto o riconoscibile a titolo di danno biologico.
Ora, come si è già accennato, il Tribunale di Spoleto, procedendo alla liquidazione con apprezzamenti equitativi e correttamente valorizzando gli aspetti di cui si è detto, ha respinto il parametro di liquidazione proposto dall’attrice, affermando, esattamente ma inutilmente, che il danno morale è diverso da quello biologico, senza tener conto che l’assimilazione era stata fornita al solo fine di quantificazione e non ha poi offerto alcun criterio alternativo (nemmeno una media delle liquidazioni precedenti) controllabile e diverso da una mera affermazione di congruità.
Reputa la Corte che, per verificare detta congruità sia maggiormente corretto rifarsi invece, per le esigenze di uniformità di trattamento sopra evidenziate, agli standards di liquidazione utilizzati normalmente dagli Uffici Giudiziari del distretto e cioè operare, intanto, la liquidazione del danno morale con un criterio tabellare, precisamente con riferimento alle tabelle elaborate dal Tribunale per la liquidazione del danno biologico, tabelle che individuano, sia pure in rapporto a parametri presuntivi, ma largamente diffusi, criteri di indennizzo quanto più possibili aderenti alla realtà della lesione come percepita dal danneggiato: età del danneggiato ed entità della lesione. Una prima fase di indicizzazione del danno fa riferimento al progressivo aumento del "valore punto" in ragione della maggiore percentuale del danno permanente ed una seconda fase tende a far decrescere l’importo ottenuto in ragione dell’incremento dell’età del leso.
La metodica usuale di liquidazione prevede che il danno morale sia liquidato da ¼ ad ½ del danno biologico ed in caso di morte ai superstiti è attribuita una quota (fino a 2/3 per il coniuge od il figlio) del danno morale che sarebbe stata attribuita al defunto se fosse sopravvissuto con un’invalidità permanente del 100%.
Operando in concreto la quantificazione, all’epoca del decesso S. R. aveva quasi 37 anni e pertanto, secondo le citate tabelle (rivalutate del 10% rispetto all’aggiornamento risalente al 2002), gli sarebbe stato riconosciuto un danno biologico di € 507.304,48 (valore del punto=6.186,64 x 100=618.664,00 x il coefficiente moltiplicatore 0,820). Operando su valori appena inferiori alla media, attesa la repentinità del decesso, può ritenersi congruo riconoscere al defunto un ipotetico danno morale pari ad € 170.000,00; a ciascuno dei superstiti spetterebbe, quindi, per lo stesso titolo, una somma massima di € 113.000,00.
Reputa la Corte che, tenendo conto delle condizioni di minorata protezione socio-familiare intrinsecamente connessa alla posizione di immigrati extracomunitari e quindi al maggior valore che la figura del marito e padre riveste per la piccola comunità familiare, anche come produttore del reddito, la liquidazione effettuata dal Giudice di prime cure possa dirsi equa, perché prossima al massimo per la madre ( € 103.000,00) ed elevata per il figlio (€ 77.000), seppur diminuita in ragione della minor durata della convivenza per quest’ultimo ipotizzabile, criterio, come si è detto, contestato solo genericamente. In questa valutazione il Tribunale ha dunque tenuto adeguato conto non solo del dolore in senso stretto, ma altresì delle componenti che valgono a qualificare il danno c.d. esistenziale, con ricorso ad equità misurato sulla situazione concreta e personale dei congiunti.
Ne consegue che la quantificazione complessiva del risarcimento corrisponde ad equità, anche tenendo in ulteriore conto le concrete aspettative economiche e di vita che la qualità del nucleo familiare colpito, secondo l’id quod plerumque accidit, poteva ragionevolmente aspettarsi.
L’appello e dunque infondato e va respinto, mentre le spese, attese le ragioni della decisione e l’oggettiva insufficienza della motivazione della sentenza impugnata, vanno equamente compensate per l’intero.

P.Q.M.

La Corte d’Appello, definitivamente pronunciando sull’impugnazione di cui in epigrafe, respinge l’appello proposto da R. C. R., in proprio e quale esercente la potestà sul figlio minore A. R., avverso la sentenza 18-12-2002 del Tribunale di Spoleto in composizione monocratica e compensa integralmente le spese.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 6/9/2006 n. 19149

Redazione

In tema di violazioni alle norme delcodice della strada, con riferimento al divietodi circolazione nelle zone dei centriabitati sottoposte al divieto di transito deiveicoli, ai sensi dell’art. 7, comma primo,lett. a), del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (codicedella strada), e con riguardo ai veicolial servizio di persone invalide, l’art. 188 delpredetto D.Lgs. prescrive che gli enti proprietaridella strada sono tenuti ad allestiree mantenere apposite strutture, nonché lasegnaletica necessaria, per consentire edagevolare la mobilità delle persone invalidecon conseguente loro legittimazione ad usufruirnesecondo le relative autorizzazionirilasciate dal sindaco del comune di residenza.
Entro tali limiti, e soltanto nelle zoneloro riservate come appositamente segnalato,pertanto, gli invalidi sono autorizzati alla utilizzazione delle strade mentre è, ancheper loro, vietato di transitare in autonelle zone totalmente vietate alla circolazionestradale perché limitate ai pedoni.

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Corte di Cassazione Civile sez. III 12/7/2006 n. 15760; Pres. Duva, Rel. Petti

Redazione

(omissis)

Svolgimento del processo
Il 4 luglio 1989 il minore A., mentre si trovava a bordo di un pedalò, nelle acque della rada di Spisone, in Taormina, era investito, scaraventato in mare e travolto da un idrogetto Yamaha condotto dal minore A.. In seguito all’urto il Lombardo decedeva all’ospedale di Messina.
Con citazione del maggio 1990 i genitori di XXX, ed il fratello convivente XXX, convenivano in giudizio il conducente del mezzo e per esso ì genitori, i proprietari del mezzo investitore (C. e V.) e l’impresa assicuratrice **** assicurazioni Spa e ne chiedevano la condanna al risarcimento dei danni morali, conseguenti alla morte del congiunto, nonché alla rifusione dei danni patrimoniali, incluse le spese di costituzione nel giudizio penale, concluso per effetto della sopravvenuta amnistia. Si costituivano tutti i convenuti, contestando l’an debeatur, e l’impresa eccepiva l’inoperatività della polizza, avendo l’idrogetto una potenza superiore ai 25 cavalli ed esigendo, per la guida, la patente nautica.
Il Tribunale di Messina, con sentenza del 22 aprile 1998, accertava che la colpa esclusiva dell’incidente era da ascriversi al conducente dell’idrogetto e che vi era responsabilità per culpa in vigilando ed in educando dei genitori, che l’assicurazione copriva il mezzo e che vi era responsabilità solidale dei proprietari del mezzo che era stato locato ai frequentatori del luogo.
Il Tribunale liquidava i danni patrimoniali ed i danni morali, contenendoli in cinquanta milioni di lire per ciascun genitore ed in 25 milioni per il fratello (ai valori del 1998).
Contro la decisione veniva proposto appello principale dagli aventi causa dal defunto in relazione alla ridotta liquidazione dei danni morali, e ciò sia in relazione alla gravità del danno, sia in relazione ai parametri tabellati dal Tribunale dì Milano, quale sede del maggior contenzioso italiano in materia di danni da circolazione.
Veniva proposto appello incidentale dai genitori del giovane conducente e dall’impresa assicuratrice in relazione all’inoperatività della garanzia.
La Corte di appello di Messina, con sentenza del 21 settembre 2001 così decideva: in accoglimento dell’appello principale aumenta la somma relativa al danno morale da corrispondere nella misura di 100 milioni in favore dei genitori e di 40 milioni in favore del fratello convivente, con rivalutazioni ed interessi decorrenti dal marzo 1990, condannando in solido gli appellati a corrispondere le maggiori somme; rigetta gli appelli incidentali e condanna gli appellati, in solido, alla rifusione delle spese del giudizio in favore degli appellanti principali, compensandole tra gli appellati.

Contro la decisione hanno proposto ricorso, in punto di liquidazione del danno morale, gli aventi causa dal defunto XXX, deducendo unico motivo di ricorso e hanno depositato memoria; hanno resistito con controricorso i genitori del conducente minore autore dell’incidente; hanno proposto ricorso incidentale ì proprietari responsabili solidali, in punto di an e quantum debeatur.
Per la SARA è stata svolta discussione orale. E’ stata depositata memoria dai ricorrenti principali.
I ricorsi sono stati previamente riuniti (articolo 335 Cpc).

Motivi della decisione
Il ricorso principale merita accoglimento, dev’essere invece rigettato il ricorso incidentale.
Secondo l’ordine logico della questioni dev’essere esaminato per primo il ricorso incidentale di V. e C., responsabili civili in quanto proprietari del mezzo investitore.

A. Esame del ricorso incidentale (32971/02).
Il ricorso si articola in due motivi: nel primo motivo si deduce l’omessa e contraddittoria motivazione della sentenza di appello sia sull’an che sul quantum debeatur. Sotto il primo profilo la tesi è che il giudice di appello ha fondato l’accertamento della responsabilità del minore utilizzando atti e testimonianze rese nel processo penale e la perizia tecnica ivi contenuta. La Corte nella sua motivazione non avrebbe adeguatamente spiegato le ragioni della utilizzazione di tali atti e non avrebbe analizzato le deposizioni testimoniali.
Sotto il secondo profilo- la tesi è che la Corte avrebbe aumentato la valutazione del danno morale, indicando gli elementi di valutazione personalizzanti, ma disapplicando la limitazione fatta dai tribunali, inclusi quelli milanesi, che lo delimitano ad un terzo circa della valutazione del danno biologico.
Nel secondo motivo si chiede la conferma della statuizione della responsabilità solidale dell’impresa, sul rilievo che la perizia tecnica sulla potenza del natante conferma che la potenza effettiva era inferiore ai 25 cavalli e che pertanto il mezzo non esigeva la guida con patente nautica.
In relazione al primo motivo si osserva che il medesimo è inammissibile per difetto di specificità e di autosufficienza, in relazione alla critica dello accertamento della responsabilità, che invece risulta ampiamente ed analiticamente motivato dai giudici del riesame (v.ff da 7 a 9 della motivazione).
La produzione della documentazione del processo penale è avvenuta sull’accordo e nel contraddittorio delle parti e dunque gli elementi di prova ben potevano essere esaminati e considerati nel contesto probatorio del processo civile.
Quanto al secondo profilo del prima motivo, la infondatezza deriva dalla sua non decisività, in relazione alla natura equitativa della valutazione del danno morale secondo criteri di gravità e di personalizzazione del danno, avendo un valore meramente orientativo le tabelle dei tribunali che collegano la valutazione del danno morale a quella del danno biologico. ma sui principi informatori e sulle regole generali per la tutela del danno morale da morte, si dirà più ampliamente nella considerazione della fondatezza del ricorso principale.
Quanto al secondo motivo si osserva che la **** non ha ulteriormente impugnato la statuizione che la vede responsabile solidale, onde sul punto si è formata re giudicata interna. I ricorrenti non possono dunque dolersi della statuizione che giova alla propria posizione di solidali.

B. Esame del ricorso principale (31147/02) degli aventi causa dal defunto XXX.
Lamentano i ricorrenti “la omessa o quanto meno insufficiente motivazione in ordine ai criteri di liquidazione del danno morale, in relazione agli articoli 2043 e 2059 Cc”. Interpretando la censura, come argomentata nella sua esposizione, essa involge non solo il vizio della motivazione, ma contestualmente l’error in iudicando per la errata applicazione dei criteri di risarcimento del danno morale come danno ingiusto, che viene richiesto iure proprio, come danno consequenziale alla morte del congiunto.
Lamentano in vero i ricorrenti la iniquità della decisione dei giudici di appello, e la contraddittorietà della motivazione che pur corregge in parte la liquidazione a livelli minimali del danno da morte. Infatti i giudici messinesi, nella sintetica ed apodittica motivazione, dopo aver sostenuto dì dover tener conto di parametri “intermedi” (quali “la età della giovane vittima, la drammaticità e la violenza dell’evento della morte in una situazione che doveva, invece essere di svago e di divertimento, il conseguente dolore dei genitori”), per la valutazione della gravità rilevante dell’evento, (tale da modificare radicalmente la qualità della vita dei genitori e del fratello convivente), provvedono ad una correzione parziale dei danni senza tener conto della natura di debito di valore e dei parametri tabellari posti in essere dai maggiori tribunali italiani, proprio per assicurare una parità od omogeneità di trattamento. Si aggiunge che la discrezionalità del giudice deve essere rivolta alla conformazione della equità valutativa alla funzione sociale di deflazione delle controversie soprattutto quando il contraddittorio si instaura nei confronti delle imprese assicuratrici che contestano la ragionevolezza della discrezionalità assoluta dei giudici.
Il motivo merita accoglimento con alcune puntualizzazioni, onde enunciare i principi di diritto cui dovranno attenersi i giudici cui la lite è rimessa per la rivalutazione del danno morale da morte.
Una prima puntualizzazione attiene alla definizione del danno ingiusto da morte, nell’ambito dell’illecito civile, che includa anche lo illecito da circolazione di natanti (cfr articolo 2 legge 990/69) come è nel caso in esame. La struttura dell’illecito, è identica a quella descritta dallo articolo 2043 Cc, come clausola generale del neminem laedere, ovvero come principio regolatore della materia della responsabilità aquiliana (cfr Cassazione Su 500/99).
Orbene ritiene questa Corte, dopo aver constatato la infondatezza del ricorso incidentale, che i parenti del defunto, vittima primaria, abbiano dato la prova del fatto storico dell’illecito civile con danno ingiusto da morte, e di avere subito, a propria volta, un danno parentale non patrimoniale, meritevole di tutela ai sensi dell’articolo 2059 Cc. Sulla legittimazione dei parenti per la tutela del proprio danno del resto non si discuteva neppure nella fase del merito, e comunque il ricorso incidentale che dubitava dell’an debeatur è stato respinto ed il dubbio concerneva genericamente la ricostruzione fattuale.
Il danno parentale è stato chiesto e liquidato come danno subito iure proprio, direttamente dai familiari stretti, per la perdita del congiunto, come danno morale derivante dal reato di omicidio colposo costituente illecito civile.
Poiché questa Corte è vincolata dal motivo del ricorso principale, che insiste nella richiesta del solo danno morale iure proprio, non possono venire in esame, se non come obiter sistematico (descrittivo dell’intera tutela oggi esperibile), il danno morale del defunto, trasmissibile iure hereditatis (cfr.Cassazione 11601/04), ovvero il danno biologico del defunto, in relazione alla morte non immediata, ormai riconosciuto da consolidata giurisprudenza, come trasmissibile iure hereditatis, sia pure con orientamenti contrastanti circa i criteri di liquidazione, ovvero ancora il danno da morte come perdita della integrità e delle speranze di vita biologica, in relazione alla lesione del diritto inviolabile della vita, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione (vedi espressamente Corte Costituzionale sentenza 132/85) ed ora anche dall’articolo II-62 della Costituzione europea, nel senso di diritto ad esistere,come chiaramente desumibile dalla lettera e dallo spirito della norma europea.
La dottrina italiana ed europea che riconoscono la tutela civile del diritto fondamentale della vita, premono per il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente come corrispettivo del danno ingiusto al momento della lesione mortale, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata. La certezza della morte, secondo le leggi, nazionali ed europee è a prova scientifica, ed attiene alla distruzione delle cellule cerebrali e viene verificata attraverso tecniche raffinate che verificano la cessazione della attività elettrica di tali cellule. La morte cerebrale non è mai immediata, con due eccezioni :la decapitazione o lo spappolamento del cervello.
In questo quadro anche il danno da morte, come danno ingiusto da illecito è trasferibile mortis causa, facendo parte del credito del defunto verso il danneggiante ed i suoi solidali.
Ma questa suggestiva problematica, che tiene conto della Costituzione europea e del principio di prevalenza della fonte costituzionale europee (articolo 16 ) che integra e completa la fonte italiana sul diritto alla vita (articolo 2 e 3 secondo comma della Costituzione tra di loro correlati, essendo la vita la condizione esistenziale della espansione della persona umana), non è interessata dal caso in esame, che riguarda invece il danno ingiusto parentale conseguente alla morte del congiunto, danno che è stato ormai stabilmente collocato dentro l’articolo 2059 Cc, dal diritto vivente.
La seconda puntualizzazione, partendo dalla delimitazione del petitum e della causa petendi, attiene alla individuazione dei principi informatori (cfr.Corte Costituzionale, sentenza 206/04) ovvero dei principi regolatori della materia (cfr Cassazione, terza, Sezione civile, sentenza 382/05), ovvero dei criteri equitativi di valutazione del danno parentale da morte (cfr.articolo 2059 Cc correlato agli articoli 2056 e 1226 Cc) che non risultano derogati o modificati dalle leggi speciali sull’ assicurazione di veicoli e natanti (e neppure dal codice ormai vigente delle assicurazioni).
Tale puntualizzazione si rende doverosa in relazione al contenuto della censura dedotta in ricorso ed in vero la iniquità o la insufficienza del risarcimento del danno morale, già evidente dalla sommaria motivazione, deriva dalla mancata consapevolezza della efficacia dei principi informatori e regolatori della materia, sottovalutando la esistenza delle condizioni soggettive rilevanti che attengono ad interessi personali costituzionalmente protetti. Da ciò deriva poi la scelta di criteri di risarcimento non satisfattivi, affidati ad una equità valutativa che rasenta l’arbitrio e che pretende una insindacabilità, pur violando il principio fondamentale (informatore, a livello costituzionale, regolatore a livello codificato) che anche il danno morale, da chiunque subito, deve essere integralmente risarcito.
1. Principio informatore di rango costituzionale (anche europeo, cfr:articolo II-62 e 63 Costituzione ratificata dall’Italia con legge 57/2005) è quello del diritto delle vittime al risarcimento totale dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti alla lesione di diritti umani fondamentali (cfr.Corte Costituzionale 132/85 e Corte Costituzionale sentenza 184/86).
Il danno da morte dei congiunti (cd danno parentale) come danno morale interessa la lesione (divenendo perdita non patrimoniale) di due beni della vita, inscindibilmente collegati: a) il bene della integrità familiare, con riferimento alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, in relazione agli articoli 2,3,29,30,31,36 della Costituzione (cfr:puntuale il riferimento in Corte Costituzionale 132/85 cit.) ; b) il bene della solidarietà familiare, sia in relazione alla vita matrimoniale che in relazione al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi, specie quando gli anziani genitori sono assistiti dai figli, e ciò in relazione agli articoli 2,3 29 e 30 della Costituzione.
L’attuale movimento per la estensione della tutela civile ai **** (patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce appunto alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune, e dunque prima o poi anche i “nuovi parenti” vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro. Nel caso di specie il danno parentale interessa una societas stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, onde i referenti costituzionali sono certi.
Questa ricostruzione, costituzionalmente orientata e testata, consente di capire il principio informatore della tutela risarcitoria integrale di questa figura di danno morale, principio che informa regole e criteri sottostanti.
2.Un secondo principio, questa volta regolatore della materia (illecito da circolazione di veicoli e natanti) si desume dall’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc, che la dottrina italiana auspicava, anche attraverso la comparazione del diritto italiano con quella europeo ed anglosassone che svincolano il danno morale come lesione della dignità o integrità morale della persona, dall’accertamento dì un fatto reato.
La svolta sistematica giurisprudenziale, come è noto, si è verificata, come incipit, con la sentenza, compositiva di un contrasto, delle Sezioni Unite civili 2515/02, che ha affermato la piena autonomia del danno morale rispetto al danno biologico (in relazione ad un disastro ambientale), ed è seguita, sempre sul piano sistematico, ma con orientamento costituzionale dalle due note sentenze nn.8827 e 8928 del 2003, confermate dalla meno nota sentenza 16176/03 che le precede nel tempo della deliberazione e contiene utili precisazioni concettuali.
Il principio regolatore della materia che si desume dall’articolo 2059 Cc costituzionalmente orientato, ed esteso, pur mantenendo la cd tipicità delle fattispecie (che esclude la inclusione della categoria generale del danno esistenziale, che solo il legislatore può fare, e non già la dottrina creativa del diritto) al danno parentale, in relazione a posizioni soggettive costituzionalmente protette di danno non patrimoniale, è dunque quella del risarcimento integrale del danno morale diretto, subito dai parenti, a prescindere dall’accertamento del reato (in sede di responsabilità civile) ed a maggior ragione in presenza di un fatto reato lesivo della persona anche a titolo di colpa (omicidio colposo,come è nella specie). Il fatto reato rileva come peso, come entità da valutare ai fini della complessa valutazione del danno parentale morale.
La consapevolezza di tale principio giova nella fase della liquidazione del danno.
La conclusione ermeneutica da trarre, considerando il principio informatore e quello regolatore, è che la lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc, ferma la tipicità della fattispecie in relazione al danno ingiusto ed alla lesione del diritto o dell’interesse della persona, include anche la qualificazione e la stima del danno morale da reato, e del danno parentale subito dalla vittima di un omicidio colposo.
3. I criteri informatori della valutazione del danno morale parentale, iure proprio, si desumono chiaramente dal combinato disposto tra gli articoli 2056,2059 e 1226 Cc, per la valutazione equitativa del danno morale, che per la sua stessa natura, non puó essere provato nel suo preciso ammontare, essendo un danno eminentemente rapportato alle qualità morali della persona ed alle sue condizioni, oggettive oltre che soggettive.
Non a caso la Costituzione europea colloca il danno morale sotto il valore universale della dignità umana (articolo II-61) dotata di inviolabilità e di garanzia giurisdizionale e risarcitoria piena (articolo II-107) e non a caso questa Corte ha collegato la tutela del danno morale alla integrità morale della persona (Cassazione Su 1338/04 e Cassazione 19057/03).
Il criterio della valutazione equitativa del danno morale, secondo le regole codificate del codice civile, non è stato toccato dalle leggi di riforma assicurative, e neppure dalle tabelle attualmente vigenti nei tribunali italiani, quando includono i criteri di valutazione di un danno morale strettamente consequenziale al danno biologico primario e per il medesimo soggetto. Il nuovo codice delle assicurazioni, vigente dal 1 gennaio 2006, giustamente non se ne occupa, ad evitare questioni di costituzionalità.
L’applicazione dei criteri dì valutazione equitativa al danno ingiusto morale da illecito della circolazione dei natanti, non appartiene pertanto all’arbitrio del giudice, ma alla sua prudente discrezionalità, che è circostanziata, e che considera le condizioni della vittima e la natura permanente del danno, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti, e della integrità della famiglia naturale o legittima, ma solidale in senso etico prima che giuridico.
Non a caso il criterio generale dell’articolo 1226 usa le parole “preciso ammontare”, per indicare la tendenza al rendere totale il ristoro satisfattivo, nella valutazione di prudente discrezionalità.
Le tre puntualizzazioni sistematiche in ordine ai principi informatori, regolatori ed ai criteri di valutazione equitativa, giovano dunque alla considerazione della fondatezza del ricorso, rendendo evidente la iniquità del risultato valutativo e dunque la violazione delle norme di diritto, segnatamente indicate nel ricorso con il solo riferimento ai principi generali ed ai criteri di valutazione.
Riproduciamo per chiarezza l’intero passo della sentenza (ff 11) che riguarda la rideterminazione del danno morale:
“Va detto a proposito che non possono prendersi in considerazione i parametri adottati dagli organi giudiziari di Milano perché essi non hanno carattere di generalità e di certezza. Tenendo conto però di altri parametri intermedi, della giovane età della vittima, la drammaticità e la violenza dell’evento della morte in una situazione, che doveva essere invece di svago e di divertimento, il conseguente intenso dolore dei congiunti, importa che il danno morale va valutato ad oggi (31 maggio 2001) in lire 100 milioni per ciascun genitore e lire 50 milioni per il fratello).
Il danno morale parentale, si è verificato, nella lettura costituzionalmente orientata, come danno diretto non patrimoniale, a partire dalla consumazione del fatto illecito, che è del 4 luglio 1989 (dodici anni prima della seconda decisione, che lo ridetermina ancora riduttivamente).
L’analisi dei due argomenti che sostengono la motivazione impugnata è colpita dalla censura dei ricorrenti: la prima affermazione è logicamente errata, dal punto di vista della valutazione equitativa, sempre per la violazione del principio informatore. Dal punto di vista del danno morale parentale, non conta che il figlio sia morto a Taormina, nella giurisdizione territoriale di Messina, od a Gallarate nella giurisdizione territoriale di Milano, od a Roma nel quartiere dei Parioli ovvero nella sua periferia. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale, che non discrimina la persona e le vittime primarie o secondarie, né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte.
Le tabelle milanesi sono quelle statisticamente testate, Per il numero elevato dei casi giudiziari e delle transazioni extragiudiziarie italiane.
Esse dunque orientano, per i parametri, in modo statisticamente più equalitario, delle tabelle del tribunale di Messina, e dunque motivi di opportunità e di logica, rendono evidente che, dal punto di vista umano dell’esperienza, esse indicano un criterio generale di valutazione, che il giudice messinese poteva adottare, almeno al fine di valutare comparativamente se la propria valutazione conduceva ad un “ammontare preciso”, minore o maggiore del danno ingiusto parentale.
La seconda affermazione, quella che pone sulla bilancia della equità, il peso della gravità del danno utilizzando i parametri intermedi, è invece claudicante.
In vero non si tratta di parametri, ma di circostanze e di condizioni, indicate alla rinfusa, posto che in parte attengono al danno diretto della vittima (la età, la violenza dello evento della morte, la morte che viene durante una vacanza) in parte attengono al danno diretto dei parenti (inteso riduttivamente come dolore transeunte, senza alcuna considerazione delle perdite permanenti della integrità e della solidarietà familiare, che pure erano intrinseche alle circostanze dedotte dai ricorrenti). Sulla bilancia della gravità il peso del danno parentale doveva essere esattamente compiuto, posto che sull’altro piatto dell’equità il giudice poneva il peso del criterio della valutazione personalizzante, che deve avvicinarsi, il più possibile al preciso ammontare del danno.
Ma la scelta di questo secondo peso, perfettamente equilibratore è totalmente mancata. Un solo verbo : importa. C’é una assoluta contraddittorietà, manca la prudente discrezionalità, manca il criterio informatore della personalizzazione.
Se anche il legislatore del codice delle assicurazioni ha mantenuto il rispetto dei principi regolamentatori della materia del danno morale come danno non patrimoniale, aderendo alla giurisprudenza della Cassazione, peraltro condivisa dalla Corte Costituzionale (sentenza 233/03) non si vede come, nella motivazione, necessariamente analitica e circostanziata, del giudice del merito, non appaia un chiaro riferimento ad un parametro equitativo che consideri la entità del danno morale, accertato in misura lieve, grave, gravissima, e la traduca in un congruo equivalente economico, paragonato a tale entità.
Il sistema della congrua offerta, introdotto nelle leggi RCA e quindi consolidato come principio dì esatto adempimento, negli articoli 148 e 149 del codice delle assicurazioni, evidenzia il principio generale che l’impresa solidale è tenuta a fare una offerta adeguata all’insieme dei danni, patrimoniali e non patrimoniali (incluso il danno biologico) pur nei limiti del massimale. Orbene il massimale prevede il ristoro del danno da morte, che si estende anche ai familiari, ed indica una cifra elevata (anche nel minimo tabellare di legge).
Il parametro di valutazione equitativa del danno morale parentale deve dunque partire dalla soglia della gravità e della permanenza degli effetti del danno ingiusto, nei termini come sopra precisati, e potrà utilizzare i parametri tabellari utilizzati attualmente dai Tribunali o dalle *****, rispettando il principio della personalizzazione ed il criterio equitativo dell’approssimazione al preciso ammontare, così come potrà utilizzare, sempre orientativamente, le tabelle nazionali di prossima approvazione proprio nell’ambito delle lesioni gravi di cui all’articolo 138 del codice delle assicurazioni.
Quello che il giudice di merito non può fare è la applicazione automatica delle tabelle, sia convenzionali che nazionali, le quali sono state concepite per la stima del danno biologico, il quale è per natura e per essenza, la lesione della integrità psicofisica, mentre il danno morale è per natura ed essenza la lesione della integrità morale, dove il termine “integrità” scelto dalla Costituzione europea per descrivere il valore universale e cristiano della dignità umana, esprime la centralità dell’uomo nell’ordine costituzionale della unione europea, di cui siamo Stato membro e fondatore.
Alla luce di queste considerazioni la censura dei ricorrenti merita accoglimento, e la sentenza di appello viene cassata con rinvio alla Corte di appello di Reggio Calabria che si atterrà ai principi di diritto come sopra formulati, per la corretta valutazione del danno parentale morale diretto, provvedendo anche in ordine alle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.
Riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale e rigetta quello incidentale, cassa in relazione e rinvia anche per le spese dì questo giudizio di cassazione alla Corte di appello di Reggio Calabria.
Così deciso in Roma il 6 aprile 2006.
Depositata in cancelleria il 12 luglio 2006.

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Corte di Cassazione Penale sez. I 5/7/2006 n. 23130

Redazione

FATTO 

Con sentenza 2 dicembre 2004 il Tribunale di Palermo condannava (…) alla pena di euro 300 di ammenda, oltre il risarcimento dei danni a favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separata sede, siccome dichiarato responsabile della contravvenzione prevista dall’articolo 659, comma 1 e 2, C.p. "per avere disturbato le occupazioni ed il riposo di (…) e del suo nucleo familiare mediante emissioni sonore provenienti dagli impianti di climatizzazione e dal gruppo elettrogeno installati presso l’ambulatorio di dialisi e di malattie renali Srl con sede in Palermo in piazza Europa 18".
Nella motivazione il Tribunale riteneva provata la responsabilità dell’imputato sulla base di numerose e concordi dichiarazioni testimoniali rese da soggetti residenti in diversi palazzi circostanti, dalle quali era emerso che i rumori provenienti dagli impianti di climatizzazione e dal gruppo elettrogeno installati sul tetto dell’ambulatorio erano di intensità tale da arrecare disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone. Pertanto – pur non ravvisandosi gli estremi della contravvenzione punita dal comma 2 dell’articolo 659 C.p., in quanto le emissioni sonore erano di poco inferiori al limite fissato dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997 – il Tribunale riteneva sussistente la contravvenzione prevista dal comma 1 dell’articolo citato, in quanto tali emissioni – sia per la loro intensità, sia per la loro durata fino a notte inoltrata, sia per l’ubicazione degli impianti, che provocava una amplificazione dei rumori – travalicavano i limiti di normale tollerabilità riferibile alla media sensibile delle persone che vivono nell’ambiente ove suoni e rumori vengono percepiti.
Avverso la predetta sentenza hanno proposto ricorso i difensori, i quali ne hanno chiesto l’annullamento per vizio della motivazione e per violazione dell’articolo 659 C.p. sul rilievo che, in mancanza di un abuso nella utilizzazione dei mezzi di esercizio del mestiere per sua natura rumoroso, si doveva escludere la sussistenza della contravvenzione in esame, tanto più che dall’accertamento tecnico era emerso che le emissioni sonore non superavano i limiti previsti dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997.
 
MOTIVI DELLA DECISIONE  

Il ricorso non merita accoglimento.
Infatti è consolidato orientamento di questa Corte che per la sussistenza della contravvenzione prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p. è sufficiente la dimostrazione che la condotta posta in essere dall’agente sia tale da poter disturbare il riposo e le occupazioni di un numero indeterminato di persone, anche se una sola di esse si sia in concreto lamentata. La valutazione circa la sussistenza del concreto pericolo di disturbo deve essere effettuata con criteri oggettivi riferibili alla media sensibilità delle persone che vivono nell’ambiente, ove i rumori vengono percepiti, di guisa che non vi è alcuna necessità di disporre una perizia fonometrica per accertare l’intensità dei rumori, allorché il Giudice, basandosi su altri elementi probatori acquisiti agli atti, si sia formato il convincimento che per le modalità di uso e di propagazione la fonte sonora emetta rumori fastidiosi di intensità tale da superare i limiti di normale tollerabilità, arrecando in tal modo disturbo alle occupazioni ed al riposo di un numero indeterminato di persone.
Né l’ipotesi contravvenzionale prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p. può essere esclusa per il solo fatto che nell’esercizio di una attività rumorosa l’agente non abbia superato i limiti di rumorosità previsti dall’articolo 4 Dpcm 14 novembre 1997. Infatti l’agente, il quale svolge attività di per sé rumorosa, è comunque sempre obbligato non solo a rispettare le disposizioni di legge e le prescrizioni impartite dall’Autorità, ma anche a porre in essere tutte le cautele necessarie ad evitare il disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.
Non vi è dubbio che le due ipotesi previste dall’articolo 659 C.p. possono concorrere, di guisa che, anche se non ricorre la violazione di disposizioni di legge o di prescrizioni imposte dall’Autorità, dovrà ritenersi sussistente l’ipotesi prevista dal comma 1 dell’articolo 659 C.p., qualora i rumori prodotti siano di intensità tale da superare i limiti di normale tollerabilità, generando disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone. Infatti non può ritenersi che nel caso di esercizio di mestiere o di attività rumorosa la contravvenzione prevista dall’articolo 659, comma 1, C.p. debba essere esclusa a seguito della entrata in vigore della legge 447/1995, ostando a tale interpretazione considerazioni di natura letterale e logica. In primo luogo, atteso il tenore dei termini adoperati dal legislatore, la suddetta norma va tenuta distinta da quella di cui all’articolo 10, comma 2, legge 447/1995, riguardando la prima gli effetti negativi della rumorosità, mentre la seconda prende in considerazione solo il superamento di una certa soglia di rumorosità. In secondo luogo diverso è lo scopo delle due norme, mirando la prima a tutelare la tranquillità pubblica e, quindi, i diritti costituzionalmente garantiti come le occupazioni o il riposo delle persone, mentre la seconda prescinde dall’accertamento che sia stato arrecato un effettivo disturbo alle persone, essendo diretta unicamente a stabilire i limiti della rumorosità delle sorgenti sonore, oltre i quali deve ritenersi sussistente l’inquinamento acustico. Pertanto, essendo diversi gli scopi perseguiti dalle due norme, non vi è spazio per l’applicazione del principio di specialità, dovendosi escludere che la disposizione amministrativa di cui all’articolo 10, comma 2, legge 447/1995 (legge quadro sull’inquadramento acustico) abbia assorbito la norma prevista dall’articolo 659, comma 1, C.p.
Orbene nel caso in esame il Tribunale ha ritenuto sussistente la contravvenzione di cui al comma 1 dell’articolo 659 C.p., in quanto è stato accertato in punto di fatto che i rumori provenienti dal laboratorio – sia per la loro intensità, sia per la loro durata fino a notte inoltrata, sia per la maggiore propagazione dei rumorosi dovuta alla ubicazione degli impianti, che ne provocava una amplificazione – superavano i limiti di normale tollerabilità ed erano, comunque, tali da disturbare per la loro intensità e per la loro diffusione all’esterno il riposo e le occupazioni di numerose persone, che abitavano nei palazzi circostanti. Ne consegue che correttamente il Tribunale, pur escludendo l’ipotesi contravvenzionale prevista dal comma 2 dell’articolo 659 C.p., ha ritenuto sussistenti sotto il profilo soggettivo ed oggettivo gli elementi costitutivi del reato previsto dal comma 1 dell’articolo 659 C.p., anch’esso ritualmente contestato.
È appena il caso di rilevare che il reato non può essere dichiarato estinto per prescrizione, attesa la sospensione dei termini del corso della prescrizione disposta nella precedente udienza a seguito del rinvio ad altra udienza ai sensi della legge 46/2006.
Pertanto, non ravvisandosi vizi logico-giuridici della motivazione, il ricorso deve essere rigettato con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ex articolo 616 C.p.p.
 
PQM

  La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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Corte di Cassazione Civile Sezioni unite 28/6/2006 n. 14848

Redazione

In tema di sanità pubblica, qualora la domanda di rimborso si riferisca a spese ospedaliere sostenute all’estero, senza previa autorizzazione amministrativa, per un ricovero resosi necessario in considerazione delle migliori opportunità ivi presenti di attenuare o rimuovere le conseguenze dello stato morboso attraverso la fruizione di tecniche terapeutiche non utilizzate in Italia, viene in considerazione una posizione soggettiva dell’assistito avente natura di diritto soggettivo perfetto. In questo caso difetta un potere della P.A. che sia espressione di discrezionalità amministrativa, e il cui esercizio sia suscettibile di determinare l’affievolimento della posizione facente capo all’assicurato medesimo, sussistendo, invece, soltanto un potere di apprezzamento dell’urgenza della prestazione sanitaria ottenuta all’estero, secondo criteri di discrezionalità tecnica, il cui esercizio, non essendo espressione di supremazia della P.A., è sempre inidoneo a determinare l’affievolimento del diritto soggettivo alla salute, diritto primario e fondamentale tutelato dall’articolo 32 della Carta costituzionale. Resta inoltre escluso che la predetta controversia rientri nell’ambito della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell’art. 33 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, modificato dall’articolo 7 della legge 7 luglio 2000 n. 205. la Corte costituzionale, nel dichiarare tale norma parzialmente illegittima, ha precisato che la giurisdizione del giudice amministrativo presuppone, comunque, che la P.A. sia intervenuta nell’esercizio di un potere autoritativo o abbia esercitato la facoltà di ricorrere ad atti negoziali in sostituzione di tale potere (fattispecie che le Sezioni unite della Corte hanno escluso ricorrere nel caso in esame, in cui la causa preminente del ricovero all’estero era stata l’urgenza di assicurare un trattamento sanitario idoneo a scongiurare il pericolo di vita o comunque la possibilità di aggravamenti della malattia o di non adeguata guarigione).

FATTO

D.M., D.G. e D.S., quali eredi di A.B., nel corso di un giudizio dinanzi al Tar Lazio, nei confronti della AUSL (OMISSIS), della Regione (OMISSIS), degli Istituti Fisioterapici Ospedalieri e dell’Istituto Regina Elena, per ottenere, pur in mancanza della preventiva autorizzazione, il rimborso delle spese per prestazioni sanitarie, assolutamente urgenti, presso un centro di alta specializzazione all’estero, hanno proposto ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione chiedendo alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione di dichiarare la giurisdizione del Giudice amministrativo.
Gli Istituti Fisioterapici Ospedalieri hanno contraddetto con controricorso, concludendo per la giurisdizione del giudice ordinario. Gli altri intimati non hanno svolto difese.
Il P.M., nelle conclusioni scritte rassegnate a norma dell’art. 375 c.p.c. ha chiesto la declaratoria della giurisdizione del giudice ordinario. Le ricorrenti hanno presentato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Come rilevato dalle stesse ricorrenti nella memoria, queste Sezioni Unite (30 maggio 2005, nn. 11333 e 11334), in fattispecie quale quella oggetto del presente regolamento, hanno affermato la giurisdizione del giudice ordinario.
In sintesi, le argomentazioni (condivisibili) sviluppate nelle sentenze indicate possono così riassumersi.
Quando la domanda di rimborso sia relativa a spese ospedaliere sostenute all’estero senza previa autorizzazione amministrativa per un ricovero reso necessario in considerazione delle migliori opportunità ivi presenti di attenuare o rimuovere le conseguenze dello stato morboso attraverso la fruizione di tecniche terapeutiche non utilizzate in Italia, viene in considerazione una posizione soggettiva dell’assistito avente natura di diritto soggettivo perfetto. In questo caso, infatti, difetta un potere della p.a. che sia espressione di discrezionalità amministrativa, il cui esercizio sia idoneo a determinare l’affievolimento della posizione facente capo all’assicurato. Sussiste invece soltanto un potere di apprezzamento dell’urgenza della prestazione sanitaria ottenuta all’estero, secondo criteri di discrezionalità tecnica, il cui esercizio, non essendo espressione di supremazia della p.a.,, è sempre inidoneo a determinare l’affievolimento del diritto soggettivo alla salute tutelato a livello costituzionale (art. 32 Cost.).
Le Sezioni unite nelle sentenze indicate hanno anche affermato che la giurisdizione del giudice ordinario va ribadita anche con riferimento al D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 33, come sostituito dalla L. 7 luglio 2000, n. 205, art. 7. Infatti, La Corte Costituzionale, nel dichiarare tale norma parzialmente illegittima (sentenza n. 204 del 2004) ha precisato che la giurisdizione del giudice amministrativo presuppone comunque che la pubblica amministrazione sia intervenuta nell’esercizio di un "potere autoritativo" (o abbia esercitato la facoltà di ricorrere ad atti negoziali in sostituzione di tale potere) circostanza questa che, come si è osservato, non ricorre nel caso in esame.
L’orientamento sopra riassunto va ribadito.
Deve dunque dichiararsi la giurisdizione del Giudice ordinario relativamente alle domande, quale quella di specie, di rimborso delle spese sanitarie sostenute da un cittadino italiano all’estero senza la preventiva autorizzazione della Regione, perchè, in caso di ricovero per motivi di urgenza rappresentati dal pericolo di vita o da possibilità di aggravamenti della malattia o di non adeguata guarigione, oggetto della domanda è la tutela del diritto primario e fondamentale alla salute garantito dall’art. 32 Cost., il cui necessario contemperamento con altri interessi, pure costituzionalmente garantiti, come le risorse disponibili del servizio nazionale sanitario, non vale a sottrargli la consistenza di diritto soggettivo perfetto.
In conclusione, è dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.
Sussistono giusti motivi per la compensazione tra le parti delle spese del regolamento.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, dichiara la giurisdizione del Giudice ordinario, compensa le spese del regolamento.

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