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Civile

Corte di Cassazione Civile Sezioni unite 9/1/2007 n. 116; Pres. Carbone, Est. Bonomo

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 30 novembre 2001 presso la Cancelleria del Giudice di Pace di Cagliari l’Avv. S.G. per se e per la moglie P.B. si opponeva all’intimazione di pagamento di alcune sanzioni applicate dal Comando della Polizia Municipale del Comune di Quartu Sant’Elena per ripetute violazioni all’art. 157 C.d.S. (parcheggio dell’autovettura di proprietà della P., utilizzata dal S., in zona a pagamento senza l’esposizione del tagliando attestante il pagamento delle somme dovute per la sosta).

Il ricorrente chiedeva che venissero dichiarati nulli ed inefficaci tutti i verbali di accertamento e di contestazione notificatigli per manifesta nullità delle delibere della Giunta Municipale e delle ordinanze del Sindaco di Quartu adottate in materia di parcheggi a pagamento nel centro cittadino, nullità derivante dalla mancata previsione di adeguate aree destinate al libero parcheggio, come previsto dall’art. 7 C.d.S., comma 8.

Il Comune di Quartu S.E. eccepiva l’incompetenza del giudice a deliberare in materia di dichiarazione di illegittimità di atti amministrativi, quali la istituzione di aree di parcheggio e, nel merito, sosteneva che la zona di parcheggio rientrava tra quelle definite A) dal D.M. 2 aprile 1968, n. 144, art. 2, emanato dal Ministro dei Lavori Pubblici.

Con sentenza deliberata e depositata il 3 luglio 2002, il Giudice di Pace di Cagliari, in accoglimento del ricorso, dichiarava la nullità ed inefficacia di tutti i verbali di accertamento e contestazione per sosta vietata impugnati, dei quali ordinava la revoca, condannando il Comune di Quartu S.E. al rimborso delle spese processuali.

Osservava il giudice di merito, in particolare:

a) che sussisteva la giurisdizione del giudice ordinario, in quanto gli atti amministrativi erano esaminati solo incidentalmente;

b) che le delibere istitutive dei parcheggi a pagamento dovevano essere disapplicate per aver ignorato il disposto della L. 3 maggio 1967, n. 317, art. 9, non essendo stati previsti parcheggi liberi nelle immediate vicinanze dell’area interessata;

c) che erano inoltre state emanate ordinanze del Sindaco di Quartu S.E., istitutive di ulteriori parcheggi a pagamento, nel periodo dal (OMISSIS), in nessuna delle quali era stato tenuto conto del dettato dell’art. 8 C.d.S. (salvo che nell’ord. n. 110 del 6 giugno 1994 che aveva previsto l’istituzione di un parcheggio libero in una zona lontanissima);

d) che l’assunto del Comune, secondo cui le strade e le piazze interessate rientravano nella zona definibile come ai sensi del D.M. Lavori Pubblici 2 aprile 1968, n. 144, art. 2, non poteva essere condiviso, in mancanza di riscontri documentali.

Avverso tale decisione il Comune di Quartu Sant’Elena ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi.

S.G. e P.M.B. hanno resistito con controricorso ed hanno depositato una memoria, pervenuta in cancelleria per posta il 9 giugno 2006.

All’udienza del 12 giugno 2006 il Collegio della Prima Sezione civile disponeva la remissione degli atti al Primo Presidente per eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il controricorso è improcedibile, essendo stato depositato (mediante spedizione a mezzo posta effettuata il 2 7 gennaio 2003) oltre il termine di venti giorni dalla notificazione (avvenuta il 5 dicembre 2002), prescritto dall’art. 370 c.p.c..

2. Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393, art. 4, comma 1, lettera b) e succ. mod., nonchè insufficiente, omessa e contraddittoria motivazione, lamentando che la sentenza impugnata non aveva considerato come il provvedimento erroneamente ritenuto affetto da vizi avesse inteso tutelare le esigenze dei servizi di sosta a pagamento, nè che il pubblico interesse può (non) coincidere con l’interesse di uno o più soggetti senza che ciò valga ad incidere sull’aspetto pubblicistico dell’interesse tutelato con il provvedimento amministrativo.

3. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia difetto di giurisdizione, nonchè violazione e falsa applicazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 23, comma terz’ultimo, nel suo coordinamento con la L. 20 marzo 1865, nn. 22, 48, artt. 4, 5, all.

E. Si sostiene che il giudice di pace, sebbene tenuto a limitare il proprio sindacato alla legittimità del provvedimento, ai soli fini della disapplicazione, aveva esteso la sua valutazione al merito, travalicando i limiti interni della propria competenza giurisdizionale, sia criticando la scelta operata dall’Amministrazione nel prendere in considerazione l’interesse pubblico del funzionamento dei servizi sia dichiarando l’opportunità di riservare un’area per la sosta di determinati autoveicoli.

4. Con il terzo motivo si deduce la nullità della sentenza impugnata, in base alle medesime considerazioni svolte con il motivo precedente, con riferimento alla parte della motivazione che contesta la corretta individuazione delle aree del centro storico da parte del Comune di Quartu S.E..

5. La questione di giurisdizione, che va esaminata preliminarmente, non è fondata.

La controversia ha per oggetto il pagamento di sanzioni amministrative per violazione delle norme che regolano la sosta dei veicoli. La giurisdizione spetta al giudice ordinario essendo in contestazione il diritto del cittadino di non essere sottoposto al pagamento di somme al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, ferma restando la possibilità per il giudice ordinari o di sindacare incidentalmente, ai fini della disapplicazione, gli atti amministrativi posti a base della pretesa sanzionatoria.

Tanto premesso, il ricorso non merita accoglimento.

Il Giudice di pace di Cagliari ha disapplicato le de libere della Giunta comunale e le ordinanze del Sindaco istitutive dei parcheggi a pagamento riguardanti le contestate infrazioni perchè esse (delib. n. 1469 del 21 agosto 1989, delib. n. 1424 del 16 settembre 1991 e delib. n. 621 del 11 maggio 1994, nonchè una serie di ordinanze del Sindaco comprese tra il periodo 18.5.1994 – 2.3.2001) non prevedevano la istituzione di parcheggi liberi nè davano atto della preesistenza di tali parcheggi, in violazione dell’art. 8 C.d.S..

Evidentemente s i voleva fare riferimento all’art. 7 C.d.S., comma 8 secondo cui "Qualora il comune assuma l’esercizio diretto del parcheggio con custodia o lo dia in concessione ovvero disponga l’installazione dei dispositivi di controllo di durata della sosta di cui al comma 1, lett. f), su parte della stessa area o su altra parte nelle immediate vicinanze, deve riservare una adeguata area destinata a parcheggio rispettivamente senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta. Tale obbligo non sussiste per le zone definite a norma dell’art. 3 "area pedonale" e "zona a traffico limitato, nonchè per quelle definite "A" dal D.M. Lavori Pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, art. 2 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 del 16 aprile 1968, e in altre zone di particolare rilevanza urbanistica, opportunamente individuate e delimitate dalla giunta nelle quali sussistano esigenze e condizioni particolari di traffico".

Il Giudice di pace ha osservato anche che solo l’ord. n. 110 del 6 giugno 1994 aveva previsto l’istituzione di un parcheggio libero, ma questo era situato in zona lontanissima dall’area riguardante le contestate violazioni. Nè poteva ritenersi, secondo il medesimo giudice, che l’obbligo di riservare un’adeguata area destinata a parcheggio libero non sussistesse con riferimento ai casi esaminati, in quanto i parcheggi rientravano nella zona definita "A" dal D.M. Lavoro (più esattamente, dei Lavori Pubblici) 2 aprile 1968, perchè il Comune non aveva mai definito come tale l’area in questione nè aveva prodotto documentazione da cui risultasse che le strade di cui si trattava rientrassero in agglomerati urbani di particolare valore storico o di particolare pregio ambientale.

Osserva il Collegio che, in tal modo, il giudice di merito non ha esercitato un inammissibile controllo su scelte di merito rimesse all’esercizio del potere discrezionale dell’amministrazione, ma ha solo rilevato vizi di legittimità dei provvedimenti amministrativi istitutivi delle zone di parcheggio a pagamento, consistenti nella violazione dell’obbligo di prevedere anche aree di parcheggio libero.

Nel medesimo senso, con riferimento all’art. 4 C.d.S., comma 8, approvato con D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393, si sono già pronunciate queste Sezioni Unite, con la sent. n. 6348 del 4 dicembre 1984, n. 6348, secondo cui, in ipotesi di irrogazione di sanzione pecuniaria per la sosta di autoveicolo senza l’osservanza delle fasce orarie, fissate nella relativa zona da ordinanza del sindaco, il controllo del giudice ordinario nel giudizio di opposizione avverso l’ordinanzaingiunzione irrogativa della sanzione, se resta escluso con riguardo alle valutazioni di merito attinenti all’esercizio del potere discrezionale dell’amministrazione, deve ritenersi consentito con riguardo agli eventuali vizi di legittimità del provvedimento medesimo (sia pure al limitato fine della sua disapplicazione) come quello consistente nella violazione dell’obbligo di istituire zone di parcheggio gratuito e libero in prossimità di aree in cui venga vietata la sosta o previsto il parcheggio solo a pagamento.

Sul punto il ricorrente non ha formulato specifiche censure deducendo vizi di violazione di legge nè ha lamentato difetto di motivazione in relazione al possesso in concreto, da parte delle aree interessate, dei caratteri necessari per rientrare nella zona definita "A" dell’art. 2 citato.

6. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

Nulla per le spese del giudizio di cassazione in considerazione dell’esito del ricorso e dell’improcedibilità del controricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara improcedibile il controricorso, dichiara la giurisdizione del giudice ordinario e rigetta il ricorso.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 7/12/2006 n. 26226; Pres. Elefante A.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 10.6.95 M.L., S. R. e B.D. convennero davanti al Tribunale di Roma il Condominio di Via (omissis) in (omissis), in persona del l’Amministratore pro tempore, M.E., M.N., M.M.C., C.G.L., M. F., C.M.D., B.F., D.I. P. perchè fosse dichiarata l’invalidità della delibera, emessa a maggioranza, il 19.5.95 con la quale si era stabilito che la scelta del posto auto nel garage condominiale avvenisse partendo dal condomino titolare del più alto numero di millesimi, in conformità ad un parere legale richiesto unanimamente da tutti i condominii con precedente delibera del 20.1.95; e si dava mandato all’amministratore di attribuire ai singoli condominii secondo la loro scelta i posti auto.

Lamentavano gli attori, poichè i posti auto (in totale nove) non erano equivalenti in quanto i posti 7 e 9 per la loro fruibilità in entrata ed in uscita, rendevano necessaria la rimozione delle autovetture allocate nei posti 6 e 8, che dovevano, pertanto lasciare il cambio in folle per lo spostamento a mano, che la delibera 19.5.95 era illegittima, realizzando una divisione del bene comune, per violazione degli artt. 1119 e 41102 c.c..

Costituitisi i convenuti il Tribunale con sentenza 12111 del 97 dichiarava la propria incompetenza a decidere e la competenza per materia del Giudice di Pace di Roma al quale veniva rimessa la causa che veniva dallo stesso decisa con il rigetto della domanda attrice (sentenza n. 508/99). Su impugnazione degli attori il Tribunale di Roma, con sentenza 14.11.2001, accoglieva l’appello dichiarando la nullità della delibera assembleare del 19.5.95.

Afferma il Tribunale, per quanto ancora interessa: che il tenore della verbalizzazione non lascia dubbi sull’intendimento dell’assemblea di sostituire il precedente criterio di turnazione, con uno che non comportasse, anno per anno la rotazione dei posti auto, con ciò escludendosi la configurabilità di una divisione, oltretutto per difetto di forma, necessitando atto scritto ed, in caso di delibera assembleare, il consenso di tutti i condomini con la sottoscrizione del verbale, non avvenuta nella specie; che tuttavia la delibera è illegittima in quanto ha attribuito, in violazione dell’art. 1102 c.c., un uso differenziato del bene comune dal punto di vista qualitativo, atteso che per quattro auto l’utilizzabilità viene ad essere gravemente limitata, per cui l’attribuzione permanente del godimento frazionato di una parte del bene in danno di alcuni soltanto dei condomini, altera la pienezza e la parità dell’uso e, riguardando diritti individuali necessita del consenso di tutti; nè il fatto che possa in futuro tale regolamentazione essere rivista impedisce di far valere l’illegittimità della delibera in assenza di alcuna menzione di un eventuale riesame in prossima futura scadenza. Avverso tale sentenza ricorrono in Cassazione i condomini in epigrafe indicati. Resistono con controricorso e ricorso incidentale condizionato M.L., S.R., B.D. che hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Deducono i ricorrenti a motivi di impugnazione: 1) la violazione e falsa applicazione degli artt. 1117, 1118, 1102 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere il Tribunale, nell’affermare l’illegittimità del criterio, per regolare il diritti di godimento sul garage comune, stabilito con la delibera 19.5.95, perchè in violazione del limite del "pari uso" di cui all’art. 1102 c.c. (in quanto attraverso l’attribuzione permanente del godimento frazionato di una parte del bene comune, stante la non equivalenza dei posti auto in esso ricavati dal bene comune, viene compromessa in danno di alcuni soltanto dei condomini, la pienezza e parità d’uso), ERRONEAMENTE: fatto derivare l’ampiezza dei diritti dei partecipanti sulle cose comuni, dai criteri fissati dalle norme sulla comunione in generale, in particolare dell’art. 1102 c.c., il cui limite qualificativo riguarda soltanto il divieto di alterare la destinazione della cosa comune, NONOSTANTE: A) la delibera 19.5.95 non riguardi il limite qualitativo imposto dall’art. 1102 c.c., in quanto non ha alterato la destinazione d’uso del bene comune, ma ha disciplinato in maniera differenziata il godimento di un bene comune, il garage condominiale non idoneo a fornire uguali modalità di accesso e manovra a nove autovetture ma soltanto a sei autovetture;

B) il titolo costitutivo(atto di ripartizione del mutuo, frazionamento d’ipoteca, assegnazione rogito Not. *********) preveda che all’assegnatario di ciascun appartamento, venga altresì assegnata in proprietà la quota proporzionale del locale adibito a garage per uso comune, laddove quota proporzionale va intesa come quota ideale del locale garage proporzionata ai millesimi di proprietà, in perfetta sintonia cioè con il criterio di godimento stabilito nella delibera impugnata approvata da sette (su nove) condomini fra i quali anche i due condomini dei posti auto 6 e 8 le cui vetture devono essere lasciate in folle per essere spostate a mano; C) il criterio di uso, di cui alla delibera, non impedisca l’uso ad alcun condomino, ma la diversifichi per ragioni di ordine spaziale.

2) l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione su punto decisivo (artt. 1117, 1118, 1102 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5);

per avere il Tribunale, pur rilevando che la delibera è inidonea a realizzare una divisione, erroneamente affermato che essa produce l’attribunazione permanente del godimento frazionato di una parte del bene, nonostante: A) l’assemblea possa in qualunque momento modificare la delibera fissando diversi criteri di assegnazione dei posti auto; B) sia sempre possibile formare una diversa maggioranza, dal momento che dei quattro condomini pregiudicati nella scelta del posto auto, almeno due potrebbero revocare il consenso, unendosi agli attuali dissenzienti.

Deducono M.L., S.R., B.D. a motivo del ricorso INCIDENTALE condizionato: la violazione e falsa applicazione dell’art. 1119 c.c.:

– per avere il Tribunale escluso che la delibera impugnata abbia dato luogo ad una divisione del garage comune, NONOSTANTE almeno di fatto una divisione sia stata attuata, tant’è che nel verbale di assemblea del 20.5.95 si dava mandato all’amministratore di sottoporre la questione ad un legale per risolvere definitivamente l’assegnazione dei posti macchina, compilando poi un atto definitivo con l’indicazione delle scelte dei condomini, da allegare al verbale, con ciò violando l’art. 1119 c.c..

Va preliminarmente disposta, ex art. 335 c.p.c., la riunione dei ricorsi principale ed incidentale, trattandosi di impugnazioni proposte avverso la stessa sentenza.

Il ricorso principale è infondato.

Quanto al primo motivo, non merita alcuna censura l’applicazione, fatta dal Tribunale, dell’art. 1102 c.c., per valutare la legittimità o meno della delibera assembleare che, nello stabilire il criterio di uso del garage comune condominiale, ha attribuito ai condomini la scelta del posto macchina secondo il criterio del valore degli appartamenti.

E’, infatti, indubbio, come dottrina e giurisprudenza hanno sempre affermato, che le disposizioni dell’art. 1102 c.c., in materia di comunione trovino applicazione anche in materia di condominio in forza del rinvio di cui all’art. 1139 c.c..

Corretta, è, poi, la decisione del Tribunale che nel criterio di uso del garage comune deliberato, ha ravvisato la violazione della citata norma, non garantendo, anzi impedendo il criterio scelto, il "pari uso" del garage a tutti i condomini, dal momento che i posti macchina non sono equivalenti sotto il profilo della comodità di uso.

Trattandosi, invero, di garage in comunione pro indviso fra tutti i condomini, in cui il diritto di ciascuno investe l’immobile nella sua totalità, la quota di proprietà di cui all’art. 1118 c.c., quale misura del diritto di ogni condomino, rileva relativamente ai pesi ed ai vantaggi della comunione; ma non in ordine al godimento che si presume uguale per tutti, come ribadisce l’art. 1102 c.c., con il porre il limite del "pari uso".

Quindi se è evidente che, non essendo, nel caso concreto i posti macchina equivalenti per comodità d’uso, un criterio di utilizzazione debba pur essere stabilito; è, altresì, evidente che, nel disaccordo delle parti, il criterio da seguire non possa non rispettare l’art. 1102 c.c., il quale impedisce che alcuni comproprietari facciano un uso della cosa comune, dal punto di vista qualitativo, diverso rispetto agli altri; risultato diverso che, invece, il criterio prescelto dall’assemblea consegue traducendosi in una assegnazione dei posti a tempo indeterminato, dal momento che i condomini favoriti non rinuncerebbero al posto più comodo per uno meno comodo, perpetuando così nel tempo la illegittima compressione del pari uso dei condomini svantaggiati.

Il motivo di ricorso va, perciò, respinto.

Infondata è anche la censura di cui al secondo motivo di ricorso, sia sotto il profilo dell’insufficienza che della contraddittorietà della motivazione; in quanto la esclusione di una divisione a carattere reale, non è in contrasto con l’affermazione di una assegnazione a carattere non temporaneo dell’uso del posto macchina che, di fatto, verrebbe a realizzarsi, come sopra detto e che, comunque, per il tempo in cui perdurerebbe sarebbe illegittima.

Il ricorso principale va, pertanto, respinto, con assorbimento del ricorso incidentale condizionato. Sussistono giusti motivi per dichiarare interamente compensate fra le parti le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale: assorbito l’incidentale; compensa le spese.

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Corte di Cassazione Civile Sezioni unite 26/10/2006 n. 22910; Pres. Carbone V.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 5 febbraio 1996, P.G. proponeva opposizione davanti al Tribunale di Foggia avverso lo stato passivo del fallimento della Winners’s Sporting Footwear s.p.a., dal quale era stato escluso il suo credito di lavoro (L. 286.755.831, oltre accessori), insinuato in via privilegiata a titolo di indennità di mancato preavviso, t.f.r., ferie non godute, trasferte, patto di non concorrenza, retribuzione per prestazioni in giornate festive, canoni di locazione, e rimborso spese. Sosteneva a fondamento della sua pretesa che aveva svolto di fatto attività lavorativa in qualità di direttore marketing in favore della s.p.a.

Master Sport, facente parte del medesimo gruppo della Winners’s Sporting, pur essa fallita, dalla quale era stato formalmente assunto e che l’aveva periodicamente retribuito, a seguito di accordi intervenuti tra gli amministratori delle due società sicchè, configurandosi come unico il centro di imputazione giuridica del rapporto di lavoro, anche la Winners’s doveva rispondere del credito di lavoro di esso istante.

Dopo la costituzione della società convenuta che deduceva tra l’altro l’infondatezza della domanda attrice per avere il P. reso le sue prestazioni solo in favore della Master Sport, cui aveva rassegnato le dimissioni – e per non essere la sola apertura di una posizione assicurativa indice della costituzione del rapporto di lavoro con la Winners’s, e dopo che nel corso del giudizio il suddetto P. aveva ridotto la sua pretesa per avere ottenuto, a seguito di transazione, il pagamento di parte del suo credito dal fallimento della Winners’s Sporting – il Tribunale adito rigettava l’opposizione e condannava il P. al pagamento delle spese del giudizio.

A seguito di gravame del P., la Corte d’Appello di Bari con sentenza del 21 ottobre 2001 rigettava l’appello e condannava l’appellante al pagamento delle spese, del grado a favore del fallimento della Winners’s Sporting. Nel pervenire a tale conclusione la Corte Territoriale osservava che – contrariamente a quanto sostenuto dal P. – il disposto della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, occupandosi delle prestazioni di lavoro rese in violazione del divieto di intermediazione di manodopera sanciva, con il suo tenore letterale, il principio che in detta fattispecie il lavoratore deve considerarsi "a tutti gli effetti alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato" le sue prestazioni. Nel ritenere privo di qualsiasi rilievo il riferimento che, a sostegno della sua richiesta, il P. aveva fatto alla suddetta L. n. 1369 del 1960, art. 3, la Corte Territoriale precisava poi che detta norma ha un ambito applicativo differente da quello proprio dell’art. 1, in quanto quel che rileva ai fini della operatività delle due disposizioni è la natura delle prestazioni appaltate perchè nel caso in cui esse siano riconducibili a mere prestazioni di lavoro si ha "l’inserimento del prestatore nella struttura organizzativa dell’azienda appaltante (ipotesi prevista dall’art. 1 della citata Legge)", nel caso invece in cui le prestazioni appaltate riguardano altri fattori produttivi (capitali, macchine ed attrezzature) permane "l’inserimento del prestatore nella struttura organizzativa dell’azienda appaltatrice" (ipotesi che di norma implica l’obbligo solidale di appaltante ed appaltatore di assicurare i trattamenti minimi retributivi e normativi praticati ai dipendenti del primo ai sensi della L. n. 1369 del 1960, artt. 3 e 5). Nel caso in esame non risultava che la prestazione oggetto di appalto tra le due società fosse andata al di là della sola prestazione lavorativa del P. sicchè l’unica società obbligata al pagamento delle spettanze rivendicate dal lavoratore doveva ritenersi la Master Sport. Avverso la suddetta decisione P. G. propone ricorso per Cassazione, affidato ad un unico articolato motivo.

Resiste con controricorso il fallimento della società Winners’s Sporting Footwear.

Ambedue le parti hanno depositato memorie difensive ex art. 378 c.p.c..

A seguito di ordinanza del 5 dicembre 2005 della Sezione lavoro, che ha rilevato come sulla questione posta dal ricorso le decisioni di questa Corte presentino un panorama non omogeneo, la controversia è stata assegnata, alla stregua dell’art. 142 disp. att. c.p.c., alle Sezioni Unite.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il ricorso la società Winners’s Sporting deduce violazione e falsa applicazione della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Più precisamente la società ricorrente addebita alla impugnata sentenza di avere interpretato la suddetta norma sulla base del solo dato letterale senza tenere così conto che essa – nulla dicendo in ordine alla responsabilità dell’appaltatore o interposto – presenta una lacuna colmabile con una corretta opzione ermeneutica che guardando, invece, alla disposizione nel suo complesso deve condurre a ritenere l’interposto non esonerato dagli obblighi conseguenti al rapporto di lavoro. In altri termini la nullità del rapporto di intermediazione o di interposizione nelle prestazioni lavorative non comporta la liberazione dell’appaltatore o dell’interposto dagli obblighi nati dal rapporto di lavoro perchè la responsabilità di tali soggetti, che sono pur sempre i titolari del rapporto di lavoro, permane e concorre in via autonoma con quella dell’imprenditore che ha effettivamente utilizzato dette prestazioni.

1.1. Come è stato ricordato la presente controversia è stata rimessa a queste Sezioni Unite per dirimere un contrasto giurisprudenziale sorto sull’interpretazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, che ha regolato – sino alla sua abrogazione ad opera dal D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 85, comma 1, lettera c) – il divieto di intermediazione e di interposizione nelle prestazioni di lavoro, che originariamente previsto ex art. 2127 c.c., soltanto per i lavori a cottimo, è stato poi esteso dalla norma ora scrutinata ad ogni attività di lavoro subordinato.

2. Ed invero, un primo indirizzo giurisprudenziale ha ritenuto che in capo all’interposto, ed in concorso con l’interponente, permangono gli obblighi derivanti dal rapporto lavorativo o correlati allo stesso.

Si è in alcune decisioni affermato che i lavoratori, se pure sono considerati a tutti gli effetti alle dipendenze di chi ne abbia utilizzato le prestazioni, possono comunque richiedere l’adempimento di alcuni obblighi, come il versamento dei contributi previdenziali, al datore di lavoro interposto (cfr. tra le altre: Cass. 5 aprile 2004 n. 6649; Cass. 24 marzo 2004 n. 6144; Cass. 3 marzo 2001 n. 3096; Cass. 3 febbraio 1993 n. 1355), evidenziandosi nell’ambito di tale indirizzo: che si configura tra il committente ed il datore di lavoro interposto una obbligazione solidale per il pagamento delle retribuzioni (cfr. in tali sensi: Cass. 27 marzo 2004 n. 6144 cit., secondo cui dal credito retributivo azionato nei confronti del datore di lavoro interposto deve essere detratto comunque quanto percepito dall’interponente datore di lavoro); che in ogni caso il datore di lavoro interposto non può essere sottratto alla responsabilità "retributiva" dei lavoratori da lui formalmente dipendenti sicchè questi ultimi, in caso di fallimento del datore di lavoro apparente, ben possono esigere dal fondo di garanzia il pagamento del t.f.r. secondo modalità e termini di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 2 (cfr. Cass. 3 marzo 2001 n. 3096 cit.); che l’essere per legge i lavoratori considerati a tutti gli effetti alle dipendenze di chi ha utilizzato le sue prestazioni non vale a liberare l’appaltatore o l’interposto dagli obblighi (anche in materia di assicurazioni sociali) nati dal rapporto di lavoro, perchè essi rimangono sempre titolari di detto rapporto in virtù dell’apparenza del diritto e dell’affidamento dei terzi in buona fede (Cass. 3 febbraio 1993 n. 1355 cit., cui adde Cass. 30 marzo 1987 n. 3066, Cass. 23 gennaio 1987 n. 659, Cass. 18 febbraio 1982 n. 1041, che ribadiscono anche esse come la responsabilità dell’appaltatore o dell’interposto permanga e concorra in via autonoma con quella dell’imprenditore che ha utilizzato le prestazioni del lavoratore).

2.1. Un siffatto iter argomentativo ha trovato conforto, come ha ricordato puntualmente la società ricorrente, anche in ampi settori dottrina. Si è sostenuto,infatti, che dall’esame complessivo della L. n. 1369 del 1960, emergono indicazioni univoche per addossare anche all’interposto gli obblighi scaturenti dal rapporto di lavoro perchè risulterebbe privo di coerenza logica ritenere che il legislatore, mentre in sede penale punisce insieme all’interponente anche l’interposto, lasci poi quest’ultimo indenne in sede civile svincolandolo dalla obbligazioni nei confronti dei lavoratori. Sotto, altro versante si è patrocinata la tesi volta ad applicare analogicamente la responsabilità solidale dell’appaltante e dell’appaltatore di opere e di servizi da eseguire all’interno delle aziende ai sensi della L. n. 1369 del 1060, art. 3; e si è, infine, rimarcato come l’interposto risulti obbligato in base ad un meccanismo di novazione oggettiva legale, che trasforma l’obbligazione originaria del suddetto interposto in una obbligazione di garanzia in ragione dello sfavore con il quale è stata vista l’attività contrattuale volta al perseguimento di un obiettivo dannoso per il lavoratore.

3. Altro indirizzo giurisprudenziale è pervenuto all’opposta conclusione – condivisa nella impugnata sentenza – secondo cui gli obblighi retributivi per le prestazioni rese dal lavoratore fanno carico unicamente sul datore di lavoro che dette prestazioni ha utilizzato, così come dettato in maniera chiara dalla L. n. 1369 del 1960, art. 1, u.c., sicchè deve escludersi una concorrente responsabilità dell’appaltatore o dell’interposto. Nell’ambito di tale indirizzo formatosi prevalentemente con riguardo agli obblighi di natura non retributiva perchè scaturenti dalla disciplina delle assicurazioni sociali – sulla premessa della nullità del contratto del committente e appaltatore (per illegittimità dell’oggetto e della causa) e sulla base della instaurazione "ex lege" di un rapporto diretto fra lavoratori ed imprenditori che ne utilizzano le prestazioni si è messo in rilievo che la titolarità del rapporto lavorativo fa capo all’utilizzatore e che l’esclusività di tale titolarità non subisce limitazione alcuna per effetto dei principi dell’apparenza e dell’affidamento (cfr. in tali sensi: Cass. 14 giugno 1999 n. 5901 nonchè Cass. 16 febbraio 2000 n. 1733 che – in applicazione degli stessi principi – in una fattispecie relativa a prestazioni previdenziali ha escluso la necessità di estendere il contraddittorio all’appaltatore o al soggetto interposto). Ed in senso conforme, utilizzando cioè sempre la lettera della legge – e precisamente il disposto della L. n. 1369 del 1960, art. 1, dei primi tre commi (comportante la nullità del contratto tra committente ed appaltatore o intermediario), e dell’ultimo comma della stessa norma (secondo cui "I prestatori di lavoro, occupati in violazione dei divieti posti dal presente articolo, sono considerati a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni") – si è statuito che esclusivamente sull’appaltante (o interponente), e non anche sull’appaltatore (o interposto), gravano gli obblighi in materia di assicurazioni sociali nati dal rapporto di lavoro senza che possa configurarsi una concorrente responsabilità di quest’ultimo (così: Cass. 18 agosto 2004 n. 16160; Cass. 14 giugno 1999 n. 5901 cit.; ed ancora Cass. 21 gennaio 2004 n. 970, che ha però precisato come il principio enunciato non operi in relazione all’azione di rivalsa proposta dall’INAIL nei confronti dell’appaltatore del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, ex art. 11).

4. Oltre alla lettera della legge numerose ulteriori ragioni di ordine logico-sistematico, inducono a condividere questo secondo indirizzo.

A tale riguardo va in primo luogo rimarcato come tale conclusione sia confortata dal chiaro tenore della più volte ricordata disposizione di cui alla L. n. 1369 del 1960, art. 1, u.c., che mostra in maniera chiara come il legislatore abbia nella fattispecie ora scrutinata inteso seguire quella vasta corrente dottrinale e giurisprudenziale volta a svalutare la funzione del contratto individuale di lavoro e la formale conclusione, dello stesso – quale fonte regolatrice del rapporto di lavoro – devolvendo in buona misura la disciplina dello stesso a fonti extranegoziali ed alla legge sino a pervenire alla conseguenza di individuare l’effettivo datore di lavoro attraverso una sostituzione di quello indicato dalle parti – mediante la manifestazione della loro volontà contrattuale – con quello che in concreto si giova dell’opera del prestatore. In altri termini, come si è puntualmente evidenziato, al fine di evitare ai danni del lavoratore un trattamento (sia sotto il versante economico che sotto quello normativo) ingiusto perchè non corrispondente alle prestazioni rese e non parametrato sulla reale inserzione delle sue prestazioni nell’organizzazione produttiva dell’impresa, il legislatore si è attenuto al principio secondo cui il vero datore di lavoro è quello che effettivamente utilizza le prestazioni lavorative anche se i lavoratori sono stati formalmente assunti da un altro(datore apparente) e prescindendosi da ogni indagine (che tra l’altro risulterebbe particolarmente difficoltosa) sull’esistenza di accordi fraudolenti(tra interponente ed interposto).

4.1. E proprio su tali presupposti ed a seguito di analogo approccio teorico con la problematica in esame la giurisprudenza di queste Sezioni Unite ha già avuto occasione di statuire, seppure in controversie attinenti a problematiche di natura processuale, che il divieto della L. n. 1369 del 1960, ex art. 1 – volto ad evitare che la dissociazione fra l’autore dell’assunzione e l’effettivo beneficiario delle prestazioni lavorative si risolva in un ostacolo al diritto del lavoratore di pretendere il più vantaggioso trattamento che gli sarebbe spettato se assunto direttamente da tale beneficiario – opera oggettivamente prescindendo da un intento fraudolento o simulatorio delle parti e senza che l’incidenza del divieto stesso sia limitata al momento genetico del rapporto, ossia all’ipotesi in cui l’assunzione dei lavoratori da parte del datore di lavoro interposto coincida con l’inizio dell’esecuzione delle prestazioni lavorative a favore dell’effettivo beneficiario delle medesime (cfr. in tali sensi Cass., Sez. Un., 21 marzo 1997 n. 2517, che precisa altresì come il suddetto divieto operi anche in un momento successivo alla costituzione del rapporto ove il lavoratore distaccato presso altra impresa non renda più le proprie prestazioni al datore di lavoro distaccante ma si ponga al servizio esclusivo dell’imprenditore di destinazione, pur continuando ad apparire alle dipendenze del primo, che assume così la figura dell’interposto dalla L. n. 1369 del 1960, ex art. 1; ed in precedenza negli identici termini: Cass. 9 agosto 1991 n. 8706).

Al riguardo va ribadito, dando maggiore compiutezza argomentativa a quanto ora detto, che l’indirizzo volto a reputare il beneficiario delle prestazioni lavorative come l’unico tenuto ai sensi della L. n. 1369 del 1960, art. 1, non solo all’adempimento degli obblighi connessi al trattamento economico e normativo spettante al lavoratore ma anche alla corresponsione dei contributi previdenziali, si pone in continuità logico-giuridico, oltre che con la già ricordata decisione, anche con un precedente sentenza con la quale le stesse Sezioni Unite nel negare la configurabilità di un litisconsorzio necessario nel processo di accertamento dell’interposizione vietata – e di condanna del vero datore di lavoro a soddisfare i crediti del lavoratore – hanno escluso che nella fattispecie di interposizione di manodopera sia ravvisabile quell’unica "situazione giuridica complessa" richiesta ex art. 102 c.p.c.. Hanno osservato sul punto i giudici di legittimità che la "struttura del rapporto di lavoro subordinato, quale risulta dalla normativa sostanziale (art. 2094 c.c.) è bilaterale e non plurilaterale" ed hanno poi sottolineato che "il lavoratore che, agendo in giudizio, afferma l’esistenza di un rapporto con un certo datore di lavoro e ne nega uno diverso con altra persona, non deduce in giudizio alcun rapporto plurisoggettivo nè alcuna situazione di contitolarità ma tende ad una utilità (il petitum) ottenibile rivolgendosi ad una sola persona, ossia al datore vero" mentre "l’accertamento negativo del rapporto fittizio con il datore di lavoro interposto – rapporto che per lo più è frutto di accordo simulatorio con il datore di lavoro interposto – costituisce oggetto di questione pregiudiziale, conosciuta dal Giudice in via soltanto incidentale, ovvero senza vincolare il terzo attraverso la cosa giudicata, ovvero, ancora, senza alcuna lesione del suo diritto di difesa (cfr. in questi testuali termini in motivazione: Cass., Sez. Un., 22 ottobre 2002 n. 14897).

5. E’ stato osservato da più parti che, nonostante la già ricordata abrogazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, il dibattito sorto intorno alla intermediazione di manodopera – stante la presenza di valori permanenti di stampo costituzionale diretti a collegare al rapporto di lavoro subordinato e solo ad esso una serie di posizioni di vantaggio – è destinato a spostarsi in giurisprudenza anche all’interno del nuovo quadro normativo delineato dal D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, con riferimento in particolare alla "somministrazione irregolare", ipotesi prevista dall’art. 27, comma 1, di detto Decreto (secondo cui il lavoratore può "chiedere, mediante ricorso giudiziale a norma dell’art. 414 cod. proc. civ., notificato anche soltanto al soggetto che ne ha utilizzato la prestazione, la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze di quest’ultimo, con effetto dall’inizio della somministrazione").

Tale considerazione oltre a confortare le ragioni già svolte sollecita l’esternazione di ulteriori motivi, che spingono – in linea con quanto queste Sezioni Unite hanno già statuito sul versante processuale – a ribadire anche su quello sostanziale come nella interposizione di mano d’opera il beneficiario delle prestazioni lavorative sia l’unico soggetto tenuto all’adempimento di tutte le prestazioni che nel rapporto fanno carico sul datore di lavoro, incluso il versamento dei contributi previdenziali, salvo sempre la possibilità, nel caso che il prestatore subisca un deterioramento della propria posizione, di agire nei riguardi dell’interponente con una autonoma azione, che in presenza di una condotta produttiva di danni per il lavoratore, trova fondamento in una ipotesi di responsabilità extra-contrattuale ex art. 2043 c.c..

5.1. In particolare devono reputarsi non condivisibili le diverse ragioni addotte per affermare che il disposto dell’art. 1 cit., contempli una responsabilità solidale – per il pagamento delle retribuzioni del lavoratore – tra il committente ed il datore di lavoro interposto. Ed infatti, non vale parlare al riguardo di novazione oggettiva legale in obbligazione di garanzia dell’obbligazione assunta dall’interposto nei confronti dei suoi prestatori di lavoro in quanto questa opinione finisce, nell’assoluto silenzio del legislatore, per utilizzare impropriamente un istituto caratterizzantesi non solo per la diversità della nuova obbligazione (aliquid novi) ma anche per la volontà delle parti di estinguere la precedente obbligazione e sostituirla con una nuova (animus novandi);

volontà che deve risultare invece "in modo non equivoco" (art. 1230, c.c., comma 2) sì da non potere essere desunta in base alle regole dell’interpretazione oggettiva, dovendo invece risultare sicura in applicazione dei criteri di interpretazione soggettiva.

5.2. Nè sotto altro versante, anche al fine di legittimare un obbligo oltre che dell’interponente anche sull’interposto in materia di corresponsione dei contributi previdenziali, può invocarsi il principio dell’apparenza come pure in alcuni decisioni è stato sostenuto (cfr. al riguardo: Cass. 3 marzo 2001 n. 3096; Cass. 9 ottobre 1995 n. 10556; Cass. 3 febbraio 1993 n. 1355; Cass. 4 febbraio 1987 n. 1080). A tal proposito, sul piano generale va ricordato come la teoria dell’apparenza non assurga a principio capace di sovrastare le singole figure legislativamente e esaurientemente disciplinate allorquando la normativa legale è funzionalizzata alla tutela di interessi meritevoli di una efficace tutela in ragione della loro rilevanza a livello costituzionale; ed inoltre, per quanto attiene all’individuazione dell’obbligato al versamento dei contributi, il principio in esame non risulta utilizzabile nell’ambito delle obbligazioni pubbliche, intese alla soddisfazione di interessi anzitutto di rilevanza sociale e nelle quali è parte una Pubblica Amministrazione, ed anche perchè il suddetto principio per tradursi in una tutela dell’affidamento incolpevole non appare invocabile con riferimento agli enti previdenziali in quanto la necessità su di essi incombente di corrispondere in ogni caso le prestazioni ai lavoratori induce il legislatore ad attribuire ad essi mezzi speciali per la realizzazione dei propri crediti, ivi compreso l’ausilio degli ispettori del lavoro, che vigilano sull’esecuzione delle leggi in materia, rilevano l’organizzazione del lavoro nelle singole imprese e le rimunerazioni, esercitando poteri di polizia giudiziaria, (così in motivazione:

Cass. 14 giugno 1999 n. 5901 cit., secondo cui tutto ciò assicura che i rapporti tra le parti nascano, nei loro elementi oggettivi e soggettivi, secondo le previsioni normative e le corrispondenti realtà di fatto, sulle quali non possono prevalere le parvenze).

6. Per concludere sul punto non è, infine, consentito fondare la responsabilità dell’interposto sulla cessione del contratto (art. 1406 c.c.), sul presupposto di analogie in realtà non ravvisabili tra detto contratto e la fattispecie regolata dalla L. n. 1369 del 1960, art. 1, in quanto, a fronte della natura di negozio trilatero della cessione, la intermediazione prescinde dalla partecipazione del lavoratore al contratto tra interposto (o appaltatore) e interponente (o committente), al quale rimane anzi sovente del tutto estraneo sino a subire talvolta notevoli pregiudizi; nè tanto meno un ampliamento dei soggetti responsabili è praticabile attraverso un richiamo alla responsabilità solidale prevista nella L. n. 1369 del 1960, art. 3, stante la netta e radicale differenziazione tra i due istituti messi a confronto in quanto a differenza dell’ipotesi di interposizione di manodopera rientrante nel divieto di cui alla L. n. 1369 del 1960, art. 1, la disciplina posta per i contratti di appalto dall’art. 3 della Legge stessa è applicabile in relazione ad attività che l’appaltatore debba svolgere all’interno dello stabilimento o degli stabilimenti in cui ha sede l’attività produttiva dell’appaltante (cfr. ex plurimis: Cass. 27 agosto 2003 n. 12546, che sul presupposto della differenza dell’ambito applicativo delle disposizioni di cui alla L. n. 1369 del 1960, artt. 1 e 3, ha escluso che la domanda relativa all’accertamento della violazione del divieto di interposizione di manodopera possa ritenersi compresa in quella di riconoscimento della responsabilità solidale di cui all’art. 3 suddetto; ed ancora: Cass. 23 aprile 1999 n. 4046; Cass. 26 giugno 1998 n. 6347).

7. A ben vedere la dissoluzione delle combinazioni negoziali poste in essere, come si è visto, attraverso l’intermediazione vietata e la sostituzione dell’imprenditore beneficiario all’intermediario – non è che concreta espressione nella materia in oggetto della generale regola giuslavoristica secondo la quale in relazione ad identiche – anche per quanto attiene ai periodi temporali – prestazioni lavorative deve essere esclusa la configurabilità di due diversi datori di lavoro dovendosi considerarsi come parte datoriale solo colui su cui in concreto fa carico il rischio economico dell’impresa nonchè l’organizzazione produttiva nella quale è di fatto inserito con carattere di subordinazione il lavoratore, e l’interesse soddisfatto in concreto dalle prestazioni di quest’ultimo, con la conseguenza che chi utilizza dette prestazioni deve adempiere tutte le obbligazioni a qualsiasi titolo nascenti dal rapporto di lavoro.

7.1. Per andare in contrario avviso non può sostenersi neanche che l’indicato principio di carattere generale ha perduto consistenza giuridica a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 267 del 2003. Detta disciplina – in un prospettiva di rinnovata rimodulazione delle relazioni industriali e del mercato del lavoro da perseguirsi anche mediante un accrescimento delle tipologie negoziali ha invero espressamente riconosciuto con la somministrazione del lavoro (art. 20 D.Lgs. cit.) – ed in certa misura anche con il distacco (art. 30 D.Lgs. cit.) – una dissociazione fra titolare e utilizzatore del rapporto lavorativo con una consequenziale disarticolazione e regolamentazione tra i due degli obblighi correlati alla prestazione lavorativa (cfr. al riguardo tra le altre norme del cit. D.Lgs. n. 267, artt. 21 e 26). La indicata disciplina, pur presentandosi come una innovazione – seppure rilevante per le implicazioni di carattere teorico sulla sistemazione dogmatica del rapporto lavorativo – si configura anche nell’attuale assetto normativo come una eccezione, non suscettibile nè di applicazione analogica nè di interpretazione estensiva, sicchè allorquando si fuoriesca dai rigidi schemi voluti del legislatore per la suddetta disarticolazione si finisce per rientrare in forme illecite di somministrazione di lavoro come avviene in ipotesi di "somministrazione irregolare" ex art. 27 cit., o di comando disposto in violazione di tutto quanto prescritto dall’art. 30 cit.; fattispecie che, giusta quanto sostenuto in dottrina, continuano ad essere assoggettate a quei principi enunciati in giurisprudenza in tema di divieto di intermediazione di manodopera.

8. All’esito dell’esposto procedimento motivazionale può dunque fissarsi il seguente principio di diritto: "Nelle prestazioni di lavoro cui si riferiscono alla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, i primi tre commi (divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro e nuova disciplina dell’impiego della mano d’opera negli appalti di opere e di servizi) la nullità del contratto fra committente ed appaltatore (o intermediario) e la previsione dell’ultimo comma dello stesso articolo – secondo cui i lavoratori sono considerati a tutti gli effetti alle dipendenze dell’imprenditore che ne abbia utilizzato effettivamente le prestazioni – comportano che solo sull’appaltante (o interponente) gravano gli obblighi in materia di trattamento economico e normativo scaturenti dal rapporto di lavoro nonchè gli obblighi in materia di assicurazioni sociali, non potendosi configurare una (concorrente) responsabilità dell’appaltatore (o interposto) in virtù dell’apparenza del diritto e dell’apparente titolarità del rapporto di lavoro stante la specificità dei suddetto rapporto e la rilevanza sociale degli interessi ad esso sottesi". 9. Il ricorso va pertanto rigettato perchè la sentenza impugnata, per essere pervenuta ad una soluzione in linea con le statuizioni sopra enunciate e per essere sorretta da una motivazione adeguata e priva di salti logici, non merita le censure che le sono state mosse.

9. Ricorrono giusti motivi – tenuto conto della natura della controversia e delle numerose questioni trattate – per compensare tra le parti le spese del presente giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 12/10/2006 n. 21826

Redazione

La lunga durata del demansionamento può essere ritenuta sufficiente a provare l’esistenza di un danno professionale in base all’art. 2103 cod. civ. Sussiste un danno da dequalificazione professionale, stante la impossibilità per il lavoratore per lungo lasso di tempo “di esprimere e realizzare il bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche acquisite sino ad allora venendo addirittura ad essere lasciato in uno stato di quasi totale inattività”.

 

(omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Amoroso Franco, già dipendente delle Ferrovie Adriatico Appennino – *** – con la qualifica di capo ufficio, transitato a far data dall’ 1 gennaio 1986 alla ******à Panoramica, affidataria del servizio di pubblico trasporto in concessione dell’esercizio della Filovia di Chieti, con assegnazione al secondo livello, adiva il Giudice del lavoro con ricorso dell’agosto 1991, lamentando il demansionamento subito presso la nuova sede.

Invero, assumeva di aver precedentemente rivestito, presso la ***, mansioni comportanti coordinamento di attività ed uffici, con autonomia di iniziativa, gestione del personale, di cui aveva coordinato e guidato l’attività sulla base delle sole direttive del Direttore d’esercizio, e comprendenti altresì la cura dei libri paga ed i rapporti con gli enti previdenziali; mentre, presso il nuovo ente, era stato adibito a mansioni consistenti nello svolgimento di sporadici e generici compiti di impiegato esecutivo.

Chiedeva, pertanto, la reintegra nelle mansioni equivalenti al a quelle della propria qualifica oltre al risarcimento del danno alla professionalità e del danno biologico. Il Giudice di primo grado, ritenendo superfluo istruire la causa mediante le richieste prove testimoniali, pronunciava sentenza sfavorevole all’*******, rigettandone la domanda sul rilievo della pacifica inapplicabilità dell’art. 2103 c.c. al rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri ed in considerazione dell’ampio ius variandi riconosciuto dal R.D. 148/31 in tale ambito all’azienda.

Avverso tale decisione proponeva appello l’*******, con articolate argomentazioni, insistendo per l’accoglimento della domanda.

La società appellata resisteva, sostenendo, tra l’altro, la correttezza della decisione del primo Giudice, che, conformemente ad una consolidata giurisprudenza, aveva ben considerato come l’art. 3 R.D. 148/31, prevedendo la mera facoltà di passare gli agenti di ruolo da uno ad altro servizio o ramo di servizio con la stessa qualifica o con altra dello stesso grado, e non stabilendo un obbligo in tal senso, creava una disciplina del tutto autonoma rispetto a quella generale dettata per il rapporto di lavoro privatistico dall’art 2103 c.c.

Con sentenza del 9 ottobre-11 novembre 2003, l’adito Tribunale di Chieti, ritenuto che l’eccezione -sollevata dalla società – di improcedibilità del gravame, per mancato rispetto del termine concesso ai fini del rinnovo della notifica dell’appello, era da ritenersi infondata; ritenuto, inoltre, che la espletata prova testimoniale aveva dato piena dimostrazione del lamentato demansionamento e che dalla normativa di riferimento non era ricavabile la esistenza di un principio contrario a quello generale, c.d. di corrispondenza, sancito dall’art. 2103 c.c., che avrebbe consentito di privare il dipendente delle mansioni corrispondenti alla qualifica attribuita, accoglieva parzialmente il gravame. Per l’effetto ordinava alla società Panoramica di assegnare al ricorrente mansioni adeguate alla qualifica di capo ufficio, disattendeva la domanda di risarcimento del danno biologico, mancando il necessario supporto probatorio, mentre condannava la società al risarcimento del danno per dequalificazione professionale, determinato equitativamente nella misura di Euro 25.000,00.

Per la cassazione di tale pronuncia ricorre La Panoramica s.n.c. con tre motivi. Resiste ************** con controricorso.

Entrambe le parti hanno presentato memorie ex art. 378 c.p.c.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, articolato in due censure, la ricorrente società, denunciando violazione ed erronea o mancata applicazione degli artt. 132, 118 disp. att., 291, 435 e 329 c.p.c. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per violazione di legge e vizio di motivazione, ripropone, in primo luogo, in questa sede, i “rilievi di improcedibilità” sollevati dinanzi al Giudice d’appello.

Le sollevate questioni sono prive di consistenza.

La prima di esse, infatti, si fonda sulla considerazione che, concesso all’udienza di discussione del 18 gennaio 2001 termine all’appellante fino al 2 febbraio 2002 per il rinnovo della notifica dell’appello, con rinvio al 4 aprile 2001 quale udienza di discussione, tale termine non sarebbe poi stato rispettato.

Sennonché, come già evidenziato e spiegato dallo stesso Giudice d’appello, essendo all’evidenza erronea la data del 4 aprile 2001 – incompatibile con il termine fissato per la notifica al 2 febbraio 2002 -, a seguito di richiesta del procuratore dell’Amoroso depositata in data 21/3/2001, la data di fissazione dell’udienza veniva rettificata in quella del 4/4/2002, entro la quale seguiva regolare notifica. Del resto neppure può nutrirsi dubbio sulla legittimità dell’autorizzazione al rinnovo della notifica disposta all’udienza del 18/1/01, alla stregua di quella consolidata giurisprudenza che, nel processo del lavoro, individua nel deposito del ricorso il momento di instaurazione del rapporto giuridico processuale, con la conseguenza che, ove avvenuto nel termine di legge, esso vale ad impedire ogni decadenza ed inammissibilità del gravame, con possibilità, pertanto, per l’appellante di ottenere dal giudice un temine per rinnovare la notifica.

Questa Corte, infatti, ha ripetutamente affermato che, nelle controversie soggette al rito del lavoro, la proposizione dell’appello si perfeziona, ai sensi dell’art. 435 cod. proc. civ., con il deposito, nei termini previsti dalla legge, del ricorso nella cancelleria del giudice “ad quem”, che impedisce ogni decadenza dall’impugnazione, con la conseguenza che ogni eventuale vizio o inesistenza – giuridica o di fatto – della notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione non si comunica all’impugnazione (ormai perfezionatasi), ma impone al giudice che rilevi il vizio di indicarlo all’appellante ex art. 421 primo comma, cod. proc. civ. e di assegnare allo stesso, previa fissazione di un’altra udienza di discussione, un termine – necessariamente perentorio – per provvedere a notificare il ricorso e il  decreto (ex plurimis, Cass.17 luglio 2003 n. 11211).

Con una seconda censura, svolta nell’ambito del medesimo motivo, la ricorrente società sostiene che la sentenza d’appello aveva altresì mancato di prendere in esame, senza motivazione alcuna, un’ulteriore sollevata eccezione, secondo cui sarebbe passata in giudicato – stante la mancanza di ogni contestazione – l’affermazione presente nella sentenza di primo grado riguardante l’inapplicabilità al settore degli autoferrotranvieri dell’art. 2103 c.c., sia con riferimento alla promozione automatica che con riferimento al diritto allo svolgimento di mansioni corrispondenti alla qualifica rivestita.

Osserva il Collegio che dalla lettura della sentenza impugnata emerge che alla base della decisione é collocato il convincimento della inesistenza, nella disciplina speciale, di una norma che legittimi il demansionamento, specie se si consideri, con riferimento al caso di specie, l’assenza di emissione di provvedimenti attributivi di mansioni inferiore e la mancanza di allegazione di specifiche esigenze aziendali a supporto di un eventuale provvedimento giustificativo del cambiamento.

Pertanto, essendo l’iter argomentativo sviluppato tutto in relazione alla disciplina speciale, la censura in oggetto appare non pertinente alla suddetta motivazione e come tale deve essere disattesa.

Con il secondo motivo, anch’esso articolato in due censure, la ricorrente, denunciando violazione, erronea e/o mancata applicazione degli artt. 132 e 118 disp. att. c.p.c., 2103, 2112, 1362 e ss. e 36 c.c., 437 c.p.c. e delle Leggi 24 5.1952 n. 628 e 22.9.1960 n. 1054, ed ancora degli artt. 1322 e 1343 c.c., 414, 416 420 e 244 c.p.c. in relazione all’art. 360 n.3 e n.5 cp.c. per violazione di legge e vizio di motivazione, sostiene che il Giudice d’appello non avrebbe debitamente interpretato l’ “atto d’obbligo”, contenente il contratto a favore di terzi imposto dal Comune di Chieti in dipendenza dell’attribuzione della concessione dell’esercizio filoviario per la città, richiamato a fondamento delle proprie pretese dallo stessoAmoroso nell’atto introduttivo del giudizio.

Dalla lettura e dalla interpretazione del predetto “atto d’obbligo” doveva trarsi la conclusione -sempre ad avviso della ricorrente – che la società La Panoramica aveva assunto nei confronti dell’******* soltanto l’impegno di mantenere il trattamento economico goduto ed i diritti economici parimenti acquisiti, ma non aveva assunto alcun obbligo in materia di mansioni di fatto, in quanto la società assuntrice della concessione disponeva di una propria organizzazione, già esistente e funzionante.

La censura è infondata.

In realtà, il Tribunale ha preso in considerazione la normativa applicabile sostenendo che dalla lettura delle norme di riferimento non era ricavabile l’esistenza di un principio contrario a quello più generale di corrispondenza tra mansioni e qualifica.

Anzi, al contrario, di quanto affermato dalla ricorrente, il Giudice d’appello ha tenuto espressamente ad evidenziare come la problematica in questione non potesse esser affrontata se non previo esame delle norme che “nella materia di interesse” avevano “appunto attinenza con lo ius variandi e il demansionamento”. Pertanto, dopo avere rimarcato che l’art. 3 del R.D. prevedeva un’ampia facoltà di passare gli agenti da un servizio ad un altro, oltre alla possibilità di cambiamento di qualifica, peraltro secondo una certa procedura; che l’art 62 del T.U. stabiliva poi, seppure con riferimento alle aziende con meno di 26 dipendenti, il principio di temporaneità di adibizione a mansioni inferiori; che, ancora, l’art. 26 R.U., per i casi di cessione di linea et similia, fissava il criterio di normale mantenimento del personale con un trattamento non inferiore a quello precedentemente goduto, espressamente prevedendo l’assegnazione del personale a qualifiche inferiori per necessità di esoneri e con le autorizzazioni dell’autorità governativa, ha coerentemente concluso che dalla lettura e dalla ratio di tali norme, non era ricavabile assolutamente la esistenza di un principio contrario a quello generale c.d. di corrispondenza sancito dall’art. 2103 c.c., che desse ampia facoltà al datore di lavoro di applicare il lavoratore liberamente a mansioni inferiori con il solo obbligo di salvaguardia del trattamento economico, legittimando in tal modo il demansionamento; ciò, peraltro, “in difetto di emissione di alcun provvedimento attributivo di mansioni inferiori e mancando finanche l’allegazione di specifiche esigenze aziendali a supporto di un eventuale provvedimento giustificativo del cambiamento”.

In questa prospettiva risulta evidente che il Giudice a quo abbia ritenuto, in maniera implicita, ma non per questo poco chiara, che qualsiasi pattuizione concernente diritti ed obblighi delle parti dovesse essere interpretata tenendo conto dei principi ricavabili dalla richiamata normativa; sicché era da escludersi, in mancanza di qualsivoglia motivazione, la legittimità di qualsiasi forma di demansionamento.

Palesemente infondata è poi la seconda censura articolata nel mezzo d’impugnazione in esame, con cui si denuncia la mancata elencazione delle mansioni che l’******* avrebbe svolto, risultando, al contrario dette mansioni specificate nella impugnata decisione, laddove si afferma che, a differenza di quanto espletato nell’ambito della FAA – in cui svolgeva compiti di capo del personale, occupandosi, tra l’altro, dei “problemi inerenti ai turni, ferie e quant’altro …”, curando anche “i rapporti con Ministero, Regioni, Sindacati, ecc”, e fungendo, inoltre, da “braccio destro del direttore d’esercizio”-, a seguito del passaggio alla nuova azienda l’******* non si era più occupato di alcuno dei compiti che prima svolgeva, “ed anzi era stato del tutto estraniato dalle problematiche del personale e quant’altro in precedenza gli competeva, finendo con l’occuparsi esclusivamente di qualche pratica di incidente o delle divise, rimanendo sostanzialmente inattivo“.

Con il terzo motivo, la ricorrente, denunciando violazione ed erronea applicazione degli artt. 132 c.p.c, 118 disp. att. c.p.c., 2697, 1223 e 1226 c.c. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., si duole dell’avvenuto riconoscimento del danno da demansionamento nonostante la mancanza di prova e, comunque, della sua erronea quantificazione.

Anche tale motivo non può essere condiviso.

Invero, Tribunale di Chieti ha risolto il caso di specie traendo dalla accertata esistenza di un demansionamento, ritenuto del tutto immotivato e ingiusto, conseguenze coerenti con le deduzioni delle parti e le risultanze istruttorie. In particolare, il Giudice di appello ha:

– da un lato, escluso la esistenza nella fattispecie degli elementi identificativi dell’ipotesi di danno biologico e la possibilità di supplire al mancato assolvimento dei relativi oneri probatori tramite consulenza tecnica;

– dall’altro, accertato in concreto la esistenza di un danno da dequalificazione professionale, stante la impossibilità per il lavoratore per lungo lasso di tempo “di esprimere e realizzare il bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche acquisite sino ad allora venendo addirittura ad essere lasciato in uno stato di quasi totale inattività“;

– di conseguenza, ha compiuto in via equitativa la “valutazione per tale danno per dequalificazione”, dando pieno conto del proprio convincimento. A tal proposito, il Tribunale ha ritenuto opportuno evidenziare che l’entità del danno, quantificato nella misura di “Euro 25.000”, era giustificato dal lungo tempo trascorso di inattività (a partire dal gennaio 1986), ponendo del tutto correttamente, a base di tale valutazione equitativa, il dato temporale incidente in maniera determinante sulle negative conseguenze della accertata dequalificazione. In questo contesto, la proposta censura – basata, essenzialmente, sul preteso mancato assolvimento di oneri probatori – non si mostra fondata, specie se si considera che da essa non è dato ricavare elementi utili per poter eventualmente affrontare in questa sede la questione, senza entrare in una valutazione di merito non consentita al giudice di legittimità.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

La problematica affrontata induce a compensare, tra le parti, le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese di questo giudizio.

 

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 2/10/2006 n. 21287; Pres. Mercurio E.

Redazione

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Caltanissetta con sentenza n. 17 del 9 aprile 2003, per quanto qui ancora interessa, rigettava l’appello proposto dagli attuali ricorrenti avverso la sentenza 26.9.2001 del Tribunale di Gela.

I lavoratori, tutti dipendenti di imprese appaltatrici di lavori edili all’interno dello stabilimento petrolchimico di Gela, avevano chiesto che venisse dichiarata la sussistenza di un unico ed interrotto rapporto di lavoro con le imprese appaltatrici e con le società committenti (Agip Petroli, Enichem e Polimeri Europa) in quanto si era verificata una serie di cessioni di azienda; in particolare sostenevano che dopo la cessazione dell’appalto con COMI s.r.l., in data 22.4.2000, il ramo d’azienda prima affidato a quest’ultima società era passato alle società del gruppo ENI che gestivano lo stabilimento petrolchimico (cd. reinternalizzazione dei servizi) e che da queste il ramo di azienda era stato di nuovo ceduto a terzi. In definitiva, i lavoratori insistevano perchè venisse riconosciuto il rapporto di lavoro con le società del gruppo ENI ai sensi dell’art. 2112 c.c. limitatamente al periodo successivo al 22.4.2000.

Il Tribunale aveva ritenuto la sussistenza del trasferimento d’azienda tra l’impresa ********, la *********************** (ora COED s.r.l.) e la COMI s.r.l. e quindi la sussistenza di un unico rapporto di lavoro tra i ricorrenti e le predette imprese fino al 29.6.2000, data del loro licenziamento; aveva ritenuto invece non sussistente un trasferimento d’azienda tra le imprese appaltatrici e le committenti; aveva escluso altresì il diritto dei lavoratori all’indennità di mobilità previsto per il solo settore industriale dalla L. n. 223 del 1991, art. 7, perchè l’attività espletata dai lavoratori era inerente al settore edile e non a quello industriale.

La Corte di Appello in via preliminare riteneva che la domanda introduttiva fosse nulla per indeterminatezza dei soggetti legittimati in quanto il ricorso non consentiva di individuare nè la singola posizione dei ricorrenti nei confronti delle società committenti, nè la singola posizione di queste ultime in relazione al ramo d’azienda di cui si assumeva l’avvenuta riacquisizione da parte delle società committenti.

Nel merito la Corte riteneva che la domanda fosse infondata in quanto dagli atti di causa risultava che le società del gruppo ENI avevano affidato in appalto alla *********************** (ora COED s.r.l.) attività di manutenzione di tipo edilizio all’interno dello stabilimento petrolchimico e che tale appalto era stato successivamente ceduto dalla soc. **************** alla COMI s.r.l.

Riteneva pertanto la Corte che tale affidamento non integrasse nè una cessione di azienda nè una esternalizzazione di servizi, in quanto l’attività di manutenzione edilizia non era attività strumentale dell’attività produttiva svolta all’interno dello stabilimento, nè corrispondeva ad una fase dell’attività di impresa, nè costituiva un segmento dell’intero ciclo produttivo.

Osservava ancora la Corte che le imprese appaltatrici si erano sempre avvalse di propri operai, tra i quali gli attuali ricorrenti, che non sono mai stati alle dipendenze delle società committenti.

Riteneva infine la Corte di dover confermare la sentenza del primo giudice laddove aveva respinto la domanda dei lavoratori intesa ad ottenere l’indennità di mobilità L. n. 223 del 1991, ex art. 7, in quanto l’attività svolta dai lavoratori all’interno dello stabilimento non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non poteva essere considerata attività inerente al settore industriale.

Per la cassazione di tale sentenza i lavoratori in epigrafe hanno proposto ricorso sostenuto da due motivi. Resistono con controricorso, illustrato con memoria, ENI spa, POLIMERI Europa s.p.a., SYNDIAL s.p.a., Raffineria di Gela s.p.a., SNAM PROGETTI spa e INPS. Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso i lavoratori lamentano violazione dell’art. 2112 c.c. e dell’art. 414 c.p.c. nonchè vizi di motivazione e censurano la sentenza impugnata per aver affermato la nullità del ricorso introduttivo per la impossibilità di individuare i legittimati attivi e passivi e per aver negato che nell’aprile del 2000 vi era stato un trasferimento di azienda da COMI srl alle imprese committenti.

Quanto al primo profilo i ricorrenti sostengono che la domanda introduttiva non presentava alcuna incertezza in ordine ai soggetti del rapporto dedotto in causa, che erano da un lato i lavoratori della COMI s.r.l. e dall’altro le società del gruppo ENI (ENICHEM spa, AGIP Petroli s.p.a. e POLIMERI Europa s.p.a.) che avevano stipulato un contratto di appalto con la ****************, nel quale era succeduta la COMI srl. Sostengono i ricorrenti che il dedotto trasferimento di azienda da COMI srl alle società del gruppo ENI non comportava alcuna difficoltà nell’individuazione dei soggetti del rapporto in quanto deve ritenersi ammissibile un rapporto di lavoro di singoli lavoratori con una pluralità di datori di lavoro obbligati in via solidale.

Quanto al secondo profilo i ricorrenti osservano che i tre contratti di appalto intercorsi tra COMI (succeduta a Trainati Appalti) e le tre società presenti in modo stabile nel petrolchimico (Enichem, Polimeri e Agip Petroli) prevedeva non solo la manutenzione ordinaria di opere edili ma anche la posa in opera di ponteggi e la costruzione di impianti. Con detti contratti, dunque, si era realizzata una vera e propria cessione di un ramo di azienda in quanto parte del ciclo produttivo, prima gestito direttamente, era stato ceduto all’impresa ****************. Venuti meno i tre contratti di appalto le tre società committenti erano a loro volta divenute automaticamente cessionarie dello stesso segmento produttivo in passato ceduto a ****************.

Con il secondo motivo i lavoratori denunciano violazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24 e censurano la sentenza impugnata per aver negato il diritto dei ricorrenti all’indennità di mobilità perchè la COMI svolgeva una attività che non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non era inerente al settore industriale.

Sostengono i ricorrenti che le norme sopra citate, in caso di licenziamento collettivo, si applicano indipendentemente dall’appartenenza dell’impresa a un ciclo petrolchimico o a un settore industriale.

Il primo motivo di ricorso è infondato.

I ricorrenti sostengono che l’attività di manutenzione di tipo edilizio all’interno dello stabilimento Petrolchimico di Gela, prima gestito direttamente dalle società del gruppo ENI, costituisca un ramo di azienda; che tale attività sarebbe stata "esternalizzata" con l’affidamento di tale servizio ad altre imprese con contratto di appalto che costituisce in realtà una cessione di ramo di azienda; che, una volta risolto il contratto di appalto, il ramo di azienda in questione sarebbe stato riacquistato (reinternalizzato) dalle società del gruppo ENI; che conseguentemente il rapporto di lavoro dei ricorrenti sarebbe proseguito con le società committenti.

La Corte di Appello ha respinto la tesi difensiva dei lavoratori ed il dispositivo della sentenza è conforme al diritto, per quanto la motivazione vada opportunamente integrata e corretta.

E’ noto che il fenomeno cd. di "outsourcing" comprende tutte le possibili tecniche mediante le quali un’impresa dismette la gestione diretta di alcuni segmenti dell’attività produttiva e dei servizi estranei alle competenze di base (cd. corte business). Ciò può fare, tra l’altro, sia appaltando a terzi l’espletamento del servizio, sia cedendo un ramo di azienda. La scelta tra le varie alternative è rimessa all’insindacabile valutazione dell’imprenditore, a norma dell’art. 41 Cost.. Sta di fatto che l’appalto di servizi e la cessione di ramo di azienda sono contratti con caratteri giuridici nettamente distinti e non confondibili.

Per cessione di ramo di azienda, agli effetti dell’art. 2112 c.c., si intende il trasferimento di un insieme di elementi produttivi, personali e materiali, organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’attività, che si presentino prima del trasferimento come una entità dotata di autonoma ed unitaria organizzazione, idonea al perseguimento dei fini dell’impresa e che conservi nel trasferimento la propria identità (vedi Cass. n. 206 del 2004, Cass. n. 19842 del 2003, Cass. n. 17207 del 2002).

L’appalto di opere e servizi o di manutenzione ordinaria degli impianti all’interno dello stabilimento, consentita dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 3, costituisce il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari, con proprio personale e con gestione a proprio rischio, il compimento all’interno di una azienda di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro (art. 1655 c.c.).

Con la cessione di un ramo di azienda si ha dunque il trasferimento di un segmento dell’organizzazione produttiva dotato di autonoma e persistente funzionalità. L’utilizzazione da parte del cedente dei prodotti e dei servizi del segmento ceduto formerà oggetto di distinto contratto con il cessionario.

Con l’appalto di opere e di servizi, invece, il committente non dismette un segmento produttivo, ma si avvale dei prodotti e dei sevizi che gli necessitano, che gli sono forniti da altra impresa che li produce avvalendosi di una propria organizzazione imprenditoriale.

Nella specie non è contestato che le committenti hanno inteso stipulare con la soc. ******** (e successivi cessionari) un contratto di appalto per l’esecuzione di lavoro edili e per la manutenzione edilizia all’interno del Petrolchimico. I ricorrenti non deducono, neppure in ipotesi, la invalidità di tale contratto per simulazione assoluta o relativa o per frode alla legge. Nè allegano l’errata utilizzazione nella contrattazione del nomen iuris di appalto in luogo di quello effettivamente voluto di cessione.

Se la volontà delle parti contraenti è stata, dunque, di stipulare un contratto di appalto di servizi, e non vi è prova alcuna di un intento elusivo comune alle parti, non si vede come tale contratto possa trasformarsi in un contratto di cessione di ramo di azienda, che è una fattispecie del tutto diversa. Ne consegue che la risoluzione del contratto di appalto non può aver avuto come conseguenza la retrocessione alle società committenti di un ramo di azienda che non è stato mai ceduto.

Pertanto non è suscettibile di censura la sentenza impugnata che ha negato la sussistenza nella specie di un contratto di cessione di azienda con successiva retrocessione alle società committenti.

Una volta escluso che nella fattispecie in esame sia configurabile una cessione di ramo di azienda ex art. 2212 c.c., resta assorbita ogni altra censura sollevata dai ricorrenti con il motivo di ricorso in esame.

Infondato è anche il secondo motivo di ricorso.

La Corte di Appello ha respinto la domanda subordinata dei lavoratori intesa ad ottenere il riconoscimento dell’indennità di mobilità per il settore industriale prevista dalla L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24, perchè l’attività svolta dai ricorrenti all’interno dello stabilimento non era connessa al ciclo produttivo petrolchimico e non poteva essere considerata attività inerente al settore industriale, bensì edile.

Sostengono i ricorrenti che la L. n. 223 del 1991, artt. 4, 6, 7 e 24, si applicano in caso di licenziamento collettivo indipendentemente dall’appartenenza ad un settore industriale.

La Corte territoriale, una volta riconosciuta la natura edile dell’attività svolta dalla società appaltatrice, ha fatto corretta applicazione delle norme, poichè la L. n. 223 del 1991, art. 24, comma 3, stabilisce che quanto previsto dall’art. 4 e 5 si applica soltanto alle imprese di cui all’art. 16, comma 1, che espressamente esclude le imprese edili dall’indennità di mobilità. Risulta peraltro che l’INPS ha liquidato ai ricorrenti il trattamento speciale di disoccupazione previsto in favore dei lavoratori del settore dell’edilizia.

Per tutte le considerazioni sopra svolte il ricorso, dunque, deve essere respinto. Al rigetto consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione in favore dei resistenti costituiti, nella misura liquidata in dispositivo. Nulla deve disporsi invece per i resistenti che non hanno svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione in favore dei resistenti costituiti che liquida, per ciascun resistente, in Euro 200,00 per esborsi ed in Euro mille per onorari, oltre spese generali e accessori di legge. Nulla per le spese per i resistenti non costituiti.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 28/9/2006 n. 21083

Redazione

(omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Il Giudice di Pace di Palmi, con sentenza del 10 settembre 2002, rigettò l’opposizione proposta da ***** avverso il decreto emesso l’11 ottobre 2000, con il quale il Prefetto di Reggio Calabria aveva disposto la sospensione della sua patente di guida per la durata di un mese, per avere il L., in violazione dell’art. 143, 12° co., cod. strad., proceduto contromano il 3 ottobre 2000 in territorio del Comune di Palmi alla guida della propria autovettura tg. *** in corrispondenza di curva della SS 19.
Osservò il giudice, per quel che ancora interessa, che ricorreva nella specie la violazione contestata, e non quella eccepita di cui all’art. 148, 10° co. cod. strad., atteso che era ininfluente ai fini della qualificazione dell’infrazione la circostanza che la circolazione contro mano in prossimità di curva fosse avvenuta nell’esecuzione di un sorpasso.
Il L. è ricorso con un motivo per la cassazione della sentenza e l’intimato Ufficio Territoriale del Governo di Reggio Calabria ha depositato il 26 settembre 2003 “atto di costituzione”.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorrente, lamentando con l’unico motivo la falsa applicazione dell’art. 143, 1° co., e la violazione dell’art. 148, 10° co., d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, deduce che, in ragione del principio di specialità, l’avvenuta invasione dell’opposta corsia in prossimità di curva in modo repentino per l’effettuazione di una manovra di sorpasso, seguita dall’immediato rientro nella corsia di marcia, avrebbe integrato la violazione delle disposizioni regolanti il sorpasso dei veicoli e non di quelle disciplinanti la loro posizione sulla carreggiata.
Il motivo è infondato.
Il sorpasso che, in quanto necessario per evitare intralci alla circolazione e sveltire il traffico, costituisce una manovra connaturale alla circolazione dei veicoli e sempre consentita, salvo che non ricorrano le condizioni di pericolo specificamente menzionate nell’art. 148, cod. strad., non comporta necessariamente l’invasione dell’opposta corsia di marcia e da essa prescinde la disciplina per esso stabilita, limitandosi questa a stabilire la regola comune che il sorpasso deve avvenire sulla sinistra del veicolo o di altro utente della strada che procede nella stessa corsia e che se la carreggiata o semicarreggiata sono suddivise in più corsie, il sorpasso deve essere effettuato sulla corsia immediatamente alla sinistra del veicolo che si intende sorpassare.
Il divieto di sorpasso in prossimità o in corrispondenza delle curve o dei dossi e in ogni caso di scarsa visibilità, stabilito dall’art. 148, 10° co., cod. strad. ha conseguentemente l’esclusiva finalità di prevenire il non avvertibile pericolo derivante dalla possibilità che un veicolo procedente in senso inverso abbia invaso la parte della carreggiata percorsa dai veicoli procedenti in senso inverso e, in generale, che la riduzione dello spazio di manovra non consenta ai veicoli coinvolti in un sorpasso di evitare gli ostacoli alla normale circolazione non percepibili dai loro conducenti con la normale tempestività (cfr., tra le altre, in rif. art. 106 cod. abrog.: cass. pen., sez. IV, 4 febbraio 1983, n. 1566).
L’obbligo imposto ai veicoli dall’art. 143, cod. strad., di circolare sulla parte destra della carreggiata, oltre che in prossimità del margine destro della medesima, anche quando la strada è libera, e la previsione di una particolare sanzione per colui che circola contromano in corrispondenza delle curve e dei raccordi convessi o in ogni altro caso di limitata visibilità, non mira, invece, a tutelare la possibilità di reagire efficacemente ad un altrui comportamento pericoloso, ma ad impedire che la violazione del precetto venga posta in essere mediante l’invasione dell’opposta corsia di marcia in situazioni che non garantiscano che la stessa, oltre ad essere necessitata, sia anche consentita dalle condizioni del flusso veicolare opposto e che, in ogni caso, sia rilevabile dai veicoli sopraggiungenti nell’altra corsia e consenta ai loro conducenti di adeguare a detta invasione la propria condotta.
L’effettuazione di una manovra di sorpasso in prossimità di una curva con l’invasione dell’opposta corsia di marcia realizza, conseguentemente, tanto la fattispecie di un sorpasso vietato quanto quella della circolazione contro mano, non sussistendo tra le due violazioni un rapporto di specialità, bensì di concorso formale, e correttamente, dunque, la sentenza ha escluso che non potesse trovare luogo la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida, che, diversamente peraltro da quanto opinato dal ricorrente, trovava applicazione in relazione alla violazione sia dell’art. 143, 12° co., e sia dell’art. 148, 10° co., cod. strad.
Non va provveduto sulle spese del giudizio, essendosi l’intimato limitato a depositare un “atto di costituzione” e non avendo il medesimo svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deliberato in camera di consiglio, in Roma il 3 luglio 2006.
(omissis)

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Corte d’Appello Civile Perugia 7/9/2006; Pres. Matteini Chiari S.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 13 ed il 14 luglio 1999 R. C. R., cittadina albanese, agendo in proprio e quale esercente la potestà sul figlio minore ***** esponeva al Tribunale di Spoleto che il 28-12-1997, insieme al marito ***** percorreva a piedi la S.S. n. 418, congiungente Spoleto con Acquasparta (direz. *********** di Baiano); entrambi si trovavano all’estrema destra della carreggiata: l’esponente sul ciglio erboso ed il marito sul margine dell’asfalto.
Giunti nei pressi del "Bar petaso", al Km. 22, un’autovettura -una "Fiat Tipo tg. MI/5X9960 condotta da P. A. e di proprietà di *******- che transitava nella stessa direzione di marcia (Spoleto – Baiano- Acquasparta) li investiva violentemente da tergo, per poi collidere con altra vettura, che proveniva dall’opposto senso di marcia, condotta da *****************, dopo aver invaso l’opposta corsia.
Nell’occorso il R. S., spinto molti metri avanti e finito in un fossato, decedeva, mentre l’attrice riportava gravi lesioni al braccio sinistro.
Intervenuti sul posto i Carabinieri del N.O.R.M. di Spoleto avevano contestato al conducente la violazione dell’art. 141, 3° ed 8° comma, c.d.s. ed il P., tratto a giudizio avanti al Pretore di Spoleto, era stato condannato alla pena concordata (art. 444 c.p.p) di mesi 3 di reclusione per il delitto di omicidio e lesioni colpose.
L’attrice, affermando che con la morte del marito ella, disoccupata, nonché il figlio minore A. avevano perso ogni mezzo di sostentamento, chiedeva che il Giudice adito, previa concessione di provvisionale, condannasse il conducente ed il proprietario in solido con la "Compagnia di Assicurazioni Milano s.p.a." al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e morali, subiti e quantificati in £ 225.408.000 a titolo di danno patrimoniale per la moglie ed il figlio, calcolato sul triplo della pensione sociale ed in £ 660.000.000 quale danno morale calcolato sulla base della metà dell’ipotetico danno biologico totale, ovvero nella somma ritenuta di giustizia.
Si costituiva la "Compagnia di Assicurazioni Milano s.p.a.", contestando, in via preliminare, la risarcibilità del danno morale per il difetto della condizione di reciprocità ex art. 16 delle disposizioni sulla legge in generale nello Stato dell’Albania.
Nel merito, la convenuta osservava che evidente doveva ritenersi il preponderante concorso di colpa nell’occorso della coppia investita, che, violando la disposizione dell’art. 190 c.d.s., procedevano a piedi, fuori del centro abitato, nello stesso senso di marcia dei veicoli che sopraggiungevano da tergo; i coniugi R., inoltre, procedevano appaiati, anziché su un’unica fila, in una strada priva di illuminazione e dopo il tramonto, essendosi intorno alle ore 19,30 della fine di dicembre.
La compagnia assicuratrice, quindi, chiedeva al Tribunale adito che, previa reiezione della richiesta di provvisionale, respingesse altresì la domanda nel merito.
Concessa dal G.I. una provvisionale di £ 50.000.000, in sede di memoria ex art. 180 c.p.c., la convenuta eccepiva la nullità della procura alle liti, in quanto priva del requisito della legalizzazione da parte di autorità consolare, ai sensi dell’art. 15 L. 4-1-1958 n. 15.
La causa era istruita mediante acquisizione di copia del rapporto e dei rilievi redatti dai Carabinieri di Spoleto, ********************, nonché con le prove testimoniali dedotte dall’attrice ed era decisa con sentenza depositata il 18-12-2002 con la quale il Giudice monocratico, riconosciuto un concorso di colpa del pedone deceduto nella misura del 20%, condannava i convenuti a pagare all’attrice in proprio la somma di € 124.400,00 ed a *****, dalla prima rappresentato, di € 86.800,00 importi comprensivi della provvisionale e da maggiorarsi degli interessi legali dalla data della sentenza, oltre alla rifusione delle spese di lite.
Avverso la predetta decisione ha proposto tempestivo appello la C. R. R., sia in proprio che nella qualità di genitore esercente la potestà sul minore *****, con atto notificato il 30-1-2004, chiedendone la parziale riforma, con il riconoscimento dell’ulteriore somma di € 153.033,50, dei quali € 91.095,57 per sé ed € 61.937,94 per il figlio e comunque della somma ulteriore che sarebbe risultata di giustizia.
Si è costituita la "Compagnia di Assicurazioni di Milano s.p.a.", postulando la reiezione del gravame, con integrale conferma della sentenza impugnata.
La causa perviene in decisione nell’udienza del 20-4-2006, sulle conclusioni ivi rassegnate come in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Spoleto, dopo aver riconosciuto la validità della procura rilasciata dall’attrice in favore del difensore e ritenuta sussistente la condizione di reciprocità di trattamento prevista dall’art. 16 delle preleggi, ha affermato che la prevalente responsabilità nella causazione del sinistro doveva riconoscersi al P. A., nella misura dell’80%, spettando al defunto un concorso causale pari al 20%.
Quanto al danno patrimoniale derivante dalla morte di S. R., il Giudice monocratico ha liquidato a titolo di lucro cessante gli importi di € 52.500,00 in favore della moglie e di € 31.500,00 in favore del figlio, reputando che presumibilmente questi non corso degli anni si sarebbe reso indipendente.
I punti della sentenza che precedono non sono stati impugnati con l’atto di appello, all’infuori di una men che generica censura circa la distribuzione degli importi tra i congiunti del defunto, peraltro senza l’esposizione di alcuna ragione di critica alle argomentazioni del Giudice di prime cure.
La censura stessa è quindi inammissibile, così come del tutto inammissibile è la doglianza sollevata dall’appellante solo in comparsa conclusionale in ordine alla quantificazione dei danni patrimoniali operata dal Tribunale.
Quest’ultimo, poi, ha liquidato a titolo di danno non patrimoniale la somma di € 103.000,00 in favore della moglie e di € 77.000,00 in favore del figlio -sempre distinguendo le attribuzioni in relazione alla presumibile minor durata della convivenza del secondo-, disattendendo le maggiori richieste avanzate in ordine alla liquidazione del danno morale.
Il Giudice monocratico ha reputato, infatti, che, anche ai solo fini quantitativi, non fosse ammissibile il riferimento al danno biologico, essendo il danno morale per la morte del congiunto relativo alla sofferenza patita e che seguitano a patire, indipendentemente dall’ipotetico danno biologico che, ove non fosse deceduto, il S. avrebbe subito.
In definitiva, ha considerato il danno non patrimoniale quale composto non solo dal dolore patito in senso strettamente inteso (danno morale), ma anche dalle generali afflizioni sofferte in proprio dagli attori in relazione al rapporto di coniugio e di colleganza parentale con il defunto, negando la riconoscibilità di un’autonoma voce di danno, come prospettata dagli attori medesimi, foriera di un’esasperata parcellizzazione delle voci risarcibili e di duplicazioni risarcitorie.
Ha poi operato equitativamente la liquidazione nelle somme sopra indicate, valorizzando specificamente l’aspetto del venir meno per i richiedenti di "un fondamentale compagno di vita".
L’appellante, rifacendosi al dibattito dottrinale e giurisprudenziale in ordine alla riconoscibilità autonoma di un "danno esistenziale", pretende di ottenere una liquidazione di esso distinta da quella del danno morale, precisamente nella metà della somma già riconosciuta a tale titolo, aggiungendo che quest’ultima, secondo criteri diffusi in giurisprudenza (anche nel distretto della Corte d’Appello di Perugia) e recepiti anche dal legislatore in tema di "micropermanenti", dovrebbe essere liquidata con riferimento al danno biologico.
Reputa la Corte utile premettere una breve sintesi dello stato attuale del dibattito, sviluppatosi soprattutto in giurisprudenza ed attinente alla liquidazione del danno non patrimoniale -di cui si tratta nella fattispecie- con riferimento specifico al caso sub iudice, cioè al risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto.
E’ noto che il legislatore del 1942, con l’art. 2059 c.c. ha introdotto un sistema risarcitorio a carattere bipolare, riaffermato recentemente dalla sentenza n. 233/03 della Corte Costituzionale e che l’evoluzione interpretativa ha ricondotto nella previsione della norma in esame il danno non patrimoniale diverso da quello morale, a cominciare dal danno biologico; il criterio restrittivo della "previsione di legge", in precedenza letto con esclusivo riferimento all’art. 185 c.p., anche sulla scorta di Corte Cost. n. 184/86, è stato via smantellato utilizzando il "grimaldello" costituito dall’art. 32 Cost., per ricomprendervi (nel danno biologico), in un primo tempo, ogni compressione dei diritti della personalità.
Questo processo ha visto poi l’elaborazione del concetto di danno esistenziale (pregiudizio non suscettibile di valutazione economica derivante dalla lesione di vari aspetti della personalità, ancorché oggettivamente valutabile e non meramente interiore), quale tertium genus del danno non patrimoniale, accanto al danno biologico od alla salute (lesione dell’integrità psicofisica in sé e per sé considerata e comprensiva del danno estetico, del danno psichico, del danno alla vita di relazione, da riduzione della capacità lavorativa generica, ecc.) ed al danno morale soggettivo (sofferenze e patemi d’animo subiti dalla vittima a seguito dell’illecito). Detta elaborazione è culminata nelle note sentenze della Corte di Cassazione nn. 8827/03 e 8828/03, avallata dalla Consulta con la citata sentenza n. 233/03 e seguita dalla successiva giurisprudenza di legittimità e di merito.
Deve peraltro darsi atto della non sopita discussione, anche all’interno del Supremo Collegio, sulla configurabilità della categoria autonoma del danno esistenziale, da talune pronunce ricondotta, in sostanza, al pregiudizio alla vita di relazione inserita nell’ambito del danno biologico, ma la questione ha un valore assai relativo (sul piano sostanziale, maggiore su quello processuale), purché si convenga sulla risarcibilità e sui criteri di liquidazione dei danni riconducibili alla lesione dei diritti che vengono iscritti alla categoria suddetta e purché in concreto si adotti una metodica liquidatoria che eviti il rischio -ben reale- di una duplicazione risarcitoria inammissibile.
Trascurando in questa sede la disamina del danno biologico -che non viene in considerazione, non essendo stato provato e neppure vantato, come avrebbe dovuto, in quanto tale- e la problematica connessa alla sua liquidazione, osserva la Corte che gli attori avevano chiesto il risarcimento dei danni "patrimoniali e morali", quest’ultimi calcolati con riferimento ai parametri utilizzati comunemente dai "Tribunali".
In sede di comparsa conclusionale in primo grado gli attori medesimi, reputando che ciò non costituisse domanda nuova, hanno richiesto il danno da "rottura del vincolo familiare", ovverosia il ristoro del pregiudizio subito da una delle posizioni giuridiche soggettive che, per coloro che lo ammettono, costituisce appunto danno esistenziale.
Il Tribunale, pur non ponendosi esplicitamente il problema della novità della domanda, ma implicitamente ritenendola ammissibile, ha tuttavia escluso che la voce richiesta fosse autonomamente risarcibile, però operando una liquidazione del danno morale "maggiorata" proprio per la considerazione degli aspetti sottopostigli e disancorando tale liquidazione dal parametro suggerito e per lo più adottato costituito dal danno biologico.
Tale soluzione, sulla quale il contraddittorio in questo grado si è sviluppato linearmente -atteso che l’appellata, affermando che il danno vantato quale "esistenziale" è stato valutato nella liquidazione di quello morale e difende la congruità della quantificazione operata dal Giudice di prime cure- esime la Corte da compiere indagini sull’ammissibilità della domanda, dovendosi ritenere, in sostanza, come già detto, che il primo Giudice abbia compreso nella liquidazione anche il danno esistenziale vantato dalla R., cosicché dal thema decidendum in appello esula in realtà ogni questione attinente all’ an della pretesa, poiché la mancata liquidazione del danno biologico (nel quale dovrebbe altrimenti comprendersi la voce vantata, secondo una tesi sostenuta in giurisprudenza) esclude qualsiasi rischio di duplicazione risarcitoria.
Solo per completezza, deve condividersi comunque la soluzione che riconosce l’autonoma risarcibilità del c.d. "danno esistenziale", sul quale sembra a questa Corte che Cass. S.U. 24-3-2006 n. 6572, in ambito di danno esistenziale da demansionamento, abbia posto un notevole "mattone" ermeneutico.
La controversia, quindi, persiste solo sull’aspetto quantitativo della liquidazione operata e si tratta di valutare se essa, tenendo conto dei beni cui lo stesso Tribunale ha fatto riferimento, possa dirsi congrua, ovvero se debba essere aumentata, sia pure nel contenitore rappresentato dalla mera considerazione del danno morale ed operazione preliminare a tale valutazione è l’accertamento della logicità dei criteri seguiti dal giudice di primo grado.
Non sussiste nemmeno contrasto sulla sussistenza della tipologia di danno vantato, che peraltro può essere desunta anche da valutazioni prognostiche e presunzioni ed è stato anche condivisibilmente ritenuto, in tema di danno da uccisione, che, provato il fatto-base della sussistenza di un rapporto di coniugio o di filiazione, la privazione illecita di tale rapporto determina presuntivamente ripercussioni, ancorché non necessariamente permanenti, sull’assetto dei rapporti stabili ed armonici del nucleo familiare ed anche all’interno dello stesso nei confronti dei terzi, spettando alla parte sfavorita dalla presunzione di fornire elementi che la contrastino (Cass. 12-6-2006 n. 13546; Cass. 24-3-2006 n. 6572).
Nella fattispecie non esiste dubbio sui rapporti intercorrenti tra gli attori e la vittima, così come risulta -né è oggetto di contestazione- che si trattava di cittadini extracomunitari (Albanesi) e che il defunto era l’unico membro della famiglia a produrre reddito.
E’ ormai pacifico che la liquidazione in parola, che non deve essere irrisoria o simbolica, debba avvenire in via equitativa ed è fatto notorio che l’esigenza di garantire uniformità di trattamento, oltre che stimolare un notevole dibattito, ha provocato iniziative legislative (dapprima parziali con il L. n. 57/01 concernenti le tabelle nazionali per le micropermanenti e poi il Nuovo Codice delle Assicurazioni di cui al D. L.vo 7-9-2005 n. 209 prevedente la tabella nazionale delle macropermanenti) e prassi giurisprudenziali pressoché costanti in tema di liquidazione del danno biologico, facenti riferimento a tabelle a punti elaborate da diversi Uffici Giudiziari, prassi che ha trovato l’avallo della Corte di legittimità, pur nell’ambito della valutazione di condizioni soggettive personalizzanti. La stessa Corte ( v. per tutte Cass. 13-1-2006 n. 517) ha anche ritenuto corretto, negli stessi limiti, l’utilizzazione, quale criterio di liquidazione del danno morale, del riferimento ad una frazione dell’importo riconosciuto o riconoscibile a titolo di danno biologico.
Ora, come si è già accennato, il Tribunale di Spoleto, procedendo alla liquidazione con apprezzamenti equitativi e correttamente valorizzando gli aspetti di cui si è detto, ha respinto il parametro di liquidazione proposto dall’attrice, affermando, esattamente ma inutilmente, che il danno morale è diverso da quello biologico, senza tener conto che l’assimilazione era stata fornita al solo fine di quantificazione e non ha poi offerto alcun criterio alternativo (nemmeno una media delle liquidazioni precedenti) controllabile e diverso da una mera affermazione di congruità.
Reputa la Corte che, per verificare detta congruità sia maggiormente corretto rifarsi invece, per le esigenze di uniformità di trattamento sopra evidenziate, agli standards di liquidazione utilizzati normalmente dagli Uffici Giudiziari del distretto e cioè operare, intanto, la liquidazione del danno morale con un criterio tabellare, precisamente con riferimento alle tabelle elaborate dal Tribunale per la liquidazione del danno biologico, tabelle che individuano, sia pure in rapporto a parametri presuntivi, ma largamente diffusi, criteri di indennizzo quanto più possibili aderenti alla realtà della lesione come percepita dal danneggiato: età del danneggiato ed entità della lesione. Una prima fase di indicizzazione del danno fa riferimento al progressivo aumento del "valore punto" in ragione della maggiore percentuale del danno permanente ed una seconda fase tende a far decrescere l’importo ottenuto in ragione dell’incremento dell’età del leso.
La metodica usuale di liquidazione prevede che il danno morale sia liquidato da ¼ ad ½ del danno biologico ed in caso di morte ai superstiti è attribuita una quota (fino a 2/3 per il coniuge od il figlio) del danno morale che sarebbe stata attribuita al defunto se fosse sopravvissuto con un’invalidità permanente del 100%.
Operando in concreto la quantificazione, all’epoca del decesso S. R. aveva quasi 37 anni e pertanto, secondo le citate tabelle (rivalutate del 10% rispetto all’aggiornamento risalente al 2002), gli sarebbe stato riconosciuto un danno biologico di € 507.304,48 (valore del punto=6.186,64 x 100=618.664,00 x il coefficiente moltiplicatore 0,820). Operando su valori appena inferiori alla media, attesa la repentinità del decesso, può ritenersi congruo riconoscere al defunto un ipotetico danno morale pari ad € 170.000,00; a ciascuno dei superstiti spetterebbe, quindi, per lo stesso titolo, una somma massima di € 113.000,00.
Reputa la Corte che, tenendo conto delle condizioni di minorata protezione socio-familiare intrinsecamente connessa alla posizione di immigrati extracomunitari e quindi al maggior valore che la figura del marito e padre riveste per la piccola comunità familiare, anche come produttore del reddito, la liquidazione effettuata dal Giudice di prime cure possa dirsi equa, perché prossima al massimo per la madre ( € 103.000,00) ed elevata per il figlio (€ 77.000), seppur diminuita in ragione della minor durata della convivenza per quest’ultimo ipotizzabile, criterio, come si è detto, contestato solo genericamente. In questa valutazione il Tribunale ha dunque tenuto adeguato conto non solo del dolore in senso stretto, ma altresì delle componenti che valgono a qualificare il danno c.d. esistenziale, con ricorso ad equità misurato sulla situazione concreta e personale dei congiunti.
Ne consegue che la quantificazione complessiva del risarcimento corrisponde ad equità, anche tenendo in ulteriore conto le concrete aspettative economiche e di vita che la qualità del nucleo familiare colpito, secondo l’id quod plerumque accidit, poteva ragionevolmente aspettarsi.
L’appello e dunque infondato e va respinto, mentre le spese, attese le ragioni della decisione e l’oggettiva insufficienza della motivazione della sentenza impugnata, vanno equamente compensate per l’intero.

P.Q.M.

La Corte d’Appello, definitivamente pronunciando sull’impugnazione di cui in epigrafe, respinge l’appello proposto da R. C. R., in proprio e quale esercente la potestà sul figlio minore A. R., avverso la sentenza 18-12-2002 del Tribunale di Spoleto in composizione monocratica e compensa integralmente le spese.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 6/9/2006 n. 19149

Redazione

In tema di violazioni alle norme delcodice della strada, con riferimento al divietodi circolazione nelle zone dei centriabitati sottoposte al divieto di transito deiveicoli, ai sensi dell’art. 7, comma primo,lett. a), del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (codicedella strada), e con riguardo ai veicolial servizio di persone invalide, l’art. 188 delpredetto D.Lgs. prescrive che gli enti proprietaridella strada sono tenuti ad allestiree mantenere apposite strutture, nonché lasegnaletica necessaria, per consentire edagevolare la mobilità delle persone invalidecon conseguente loro legittimazione ad usufruirnesecondo le relative autorizzazionirilasciate dal sindaco del comune di residenza.
Entro tali limiti, e soltanto nelle zoneloro riservate come appositamente segnalato,pertanto, gli invalidi sono autorizzati alla utilizzazione delle strade mentre è, ancheper loro, vietato di transitare in autonelle zone totalmente vietate alla circolazionestradale perché limitate ai pedoni.

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Corte di Cassazione Civile sez. III 12/7/2006 n. 15760; Pres. Duva, Rel. Petti

Redazione

(omissis)

Svolgimento del processo
Il 4 luglio 1989 il minore A., mentre si trovava a bordo di un pedalò, nelle acque della rada di Spisone, in Taormina, era investito, scaraventato in mare e travolto da un idrogetto Yamaha condotto dal minore A.. In seguito all’urto il Lombardo decedeva all’ospedale di Messina.
Con citazione del maggio 1990 i genitori di XXX, ed il fratello convivente XXX, convenivano in giudizio il conducente del mezzo e per esso ì genitori, i proprietari del mezzo investitore (C. e V.) e l’impresa assicuratrice **** assicurazioni Spa e ne chiedevano la condanna al risarcimento dei danni morali, conseguenti alla morte del congiunto, nonché alla rifusione dei danni patrimoniali, incluse le spese di costituzione nel giudizio penale, concluso per effetto della sopravvenuta amnistia. Si costituivano tutti i convenuti, contestando l’an debeatur, e l’impresa eccepiva l’inoperatività della polizza, avendo l’idrogetto una potenza superiore ai 25 cavalli ed esigendo, per la guida, la patente nautica.
Il Tribunale di Messina, con sentenza del 22 aprile 1998, accertava che la colpa esclusiva dell’incidente era da ascriversi al conducente dell’idrogetto e che vi era responsabilità per culpa in vigilando ed in educando dei genitori, che l’assicurazione copriva il mezzo e che vi era responsabilità solidale dei proprietari del mezzo che era stato locato ai frequentatori del luogo.
Il Tribunale liquidava i danni patrimoniali ed i danni morali, contenendoli in cinquanta milioni di lire per ciascun genitore ed in 25 milioni per il fratello (ai valori del 1998).
Contro la decisione veniva proposto appello principale dagli aventi causa dal defunto in relazione alla ridotta liquidazione dei danni morali, e ciò sia in relazione alla gravità del danno, sia in relazione ai parametri tabellati dal Tribunale dì Milano, quale sede del maggior contenzioso italiano in materia di danni da circolazione.
Veniva proposto appello incidentale dai genitori del giovane conducente e dall’impresa assicuratrice in relazione all’inoperatività della garanzia.
La Corte di appello di Messina, con sentenza del 21 settembre 2001 così decideva: in accoglimento dell’appello principale aumenta la somma relativa al danno morale da corrispondere nella misura di 100 milioni in favore dei genitori e di 40 milioni in favore del fratello convivente, con rivalutazioni ed interessi decorrenti dal marzo 1990, condannando in solido gli appellati a corrispondere le maggiori somme; rigetta gli appelli incidentali e condanna gli appellati, in solido, alla rifusione delle spese del giudizio in favore degli appellanti principali, compensandole tra gli appellati.

Contro la decisione hanno proposto ricorso, in punto di liquidazione del danno morale, gli aventi causa dal defunto XXX, deducendo unico motivo di ricorso e hanno depositato memoria; hanno resistito con controricorso i genitori del conducente minore autore dell’incidente; hanno proposto ricorso incidentale ì proprietari responsabili solidali, in punto di an e quantum debeatur.
Per la SARA è stata svolta discussione orale. E’ stata depositata memoria dai ricorrenti principali.
I ricorsi sono stati previamente riuniti (articolo 335 Cpc).

Motivi della decisione
Il ricorso principale merita accoglimento, dev’essere invece rigettato il ricorso incidentale.
Secondo l’ordine logico della questioni dev’essere esaminato per primo il ricorso incidentale di V. e C., responsabili civili in quanto proprietari del mezzo investitore.

A. Esame del ricorso incidentale (32971/02).
Il ricorso si articola in due motivi: nel primo motivo si deduce l’omessa e contraddittoria motivazione della sentenza di appello sia sull’an che sul quantum debeatur. Sotto il primo profilo la tesi è che il giudice di appello ha fondato l’accertamento della responsabilità del minore utilizzando atti e testimonianze rese nel processo penale e la perizia tecnica ivi contenuta. La Corte nella sua motivazione non avrebbe adeguatamente spiegato le ragioni della utilizzazione di tali atti e non avrebbe analizzato le deposizioni testimoniali.
Sotto il secondo profilo- la tesi è che la Corte avrebbe aumentato la valutazione del danno morale, indicando gli elementi di valutazione personalizzanti, ma disapplicando la limitazione fatta dai tribunali, inclusi quelli milanesi, che lo delimitano ad un terzo circa della valutazione del danno biologico.
Nel secondo motivo si chiede la conferma della statuizione della responsabilità solidale dell’impresa, sul rilievo che la perizia tecnica sulla potenza del natante conferma che la potenza effettiva era inferiore ai 25 cavalli e che pertanto il mezzo non esigeva la guida con patente nautica.
In relazione al primo motivo si osserva che il medesimo è inammissibile per difetto di specificità e di autosufficienza, in relazione alla critica dello accertamento della responsabilità, che invece risulta ampiamente ed analiticamente motivato dai giudici del riesame (v.ff da 7 a 9 della motivazione).
La produzione della documentazione del processo penale è avvenuta sull’accordo e nel contraddittorio delle parti e dunque gli elementi di prova ben potevano essere esaminati e considerati nel contesto probatorio del processo civile.
Quanto al secondo profilo del prima motivo, la infondatezza deriva dalla sua non decisività, in relazione alla natura equitativa della valutazione del danno morale secondo criteri di gravità e di personalizzazione del danno, avendo un valore meramente orientativo le tabelle dei tribunali che collegano la valutazione del danno morale a quella del danno biologico. ma sui principi informatori e sulle regole generali per la tutela del danno morale da morte, si dirà più ampliamente nella considerazione della fondatezza del ricorso principale.
Quanto al secondo motivo si osserva che la **** non ha ulteriormente impugnato la statuizione che la vede responsabile solidale, onde sul punto si è formata re giudicata interna. I ricorrenti non possono dunque dolersi della statuizione che giova alla propria posizione di solidali.

B. Esame del ricorso principale (31147/02) degli aventi causa dal defunto XXX.
Lamentano i ricorrenti “la omessa o quanto meno insufficiente motivazione in ordine ai criteri di liquidazione del danno morale, in relazione agli articoli 2043 e 2059 Cc”. Interpretando la censura, come argomentata nella sua esposizione, essa involge non solo il vizio della motivazione, ma contestualmente l’error in iudicando per la errata applicazione dei criteri di risarcimento del danno morale come danno ingiusto, che viene richiesto iure proprio, come danno consequenziale alla morte del congiunto.
Lamentano in vero i ricorrenti la iniquità della decisione dei giudici di appello, e la contraddittorietà della motivazione che pur corregge in parte la liquidazione a livelli minimali del danno da morte. Infatti i giudici messinesi, nella sintetica ed apodittica motivazione, dopo aver sostenuto dì dover tener conto di parametri “intermedi” (quali “la età della giovane vittima, la drammaticità e la violenza dell’evento della morte in una situazione che doveva, invece essere di svago e di divertimento, il conseguente dolore dei genitori”), per la valutazione della gravità rilevante dell’evento, (tale da modificare radicalmente la qualità della vita dei genitori e del fratello convivente), provvedono ad una correzione parziale dei danni senza tener conto della natura di debito di valore e dei parametri tabellari posti in essere dai maggiori tribunali italiani, proprio per assicurare una parità od omogeneità di trattamento. Si aggiunge che la discrezionalità del giudice deve essere rivolta alla conformazione della equità valutativa alla funzione sociale di deflazione delle controversie soprattutto quando il contraddittorio si instaura nei confronti delle imprese assicuratrici che contestano la ragionevolezza della discrezionalità assoluta dei giudici.
Il motivo merita accoglimento con alcune puntualizzazioni, onde enunciare i principi di diritto cui dovranno attenersi i giudici cui la lite è rimessa per la rivalutazione del danno morale da morte.
Una prima puntualizzazione attiene alla definizione del danno ingiusto da morte, nell’ambito dell’illecito civile, che includa anche lo illecito da circolazione di natanti (cfr articolo 2 legge 990/69) come è nel caso in esame. La struttura dell’illecito, è identica a quella descritta dallo articolo 2043 Cc, come clausola generale del neminem laedere, ovvero come principio regolatore della materia della responsabilità aquiliana (cfr Cassazione Su 500/99).
Orbene ritiene questa Corte, dopo aver constatato la infondatezza del ricorso incidentale, che i parenti del defunto, vittima primaria, abbiano dato la prova del fatto storico dell’illecito civile con danno ingiusto da morte, e di avere subito, a propria volta, un danno parentale non patrimoniale, meritevole di tutela ai sensi dell’articolo 2059 Cc. Sulla legittimazione dei parenti per la tutela del proprio danno del resto non si discuteva neppure nella fase del merito, e comunque il ricorso incidentale che dubitava dell’an debeatur è stato respinto ed il dubbio concerneva genericamente la ricostruzione fattuale.
Il danno parentale è stato chiesto e liquidato come danno subito iure proprio, direttamente dai familiari stretti, per la perdita del congiunto, come danno morale derivante dal reato di omicidio colposo costituente illecito civile.
Poiché questa Corte è vincolata dal motivo del ricorso principale, che insiste nella richiesta del solo danno morale iure proprio, non possono venire in esame, se non come obiter sistematico (descrittivo dell’intera tutela oggi esperibile), il danno morale del defunto, trasmissibile iure hereditatis (cfr.Cassazione 11601/04), ovvero il danno biologico del defunto, in relazione alla morte non immediata, ormai riconosciuto da consolidata giurisprudenza, come trasmissibile iure hereditatis, sia pure con orientamenti contrastanti circa i criteri di liquidazione, ovvero ancora il danno da morte come perdita della integrità e delle speranze di vita biologica, in relazione alla lesione del diritto inviolabile della vita, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione (vedi espressamente Corte Costituzionale sentenza 132/85) ed ora anche dall’articolo II-62 della Costituzione europea, nel senso di diritto ad esistere,come chiaramente desumibile dalla lettera e dallo spirito della norma europea.
La dottrina italiana ed europea che riconoscono la tutela civile del diritto fondamentale della vita, premono per il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente come corrispettivo del danno ingiusto al momento della lesione mortale, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata. La certezza della morte, secondo le leggi, nazionali ed europee è a prova scientifica, ed attiene alla distruzione delle cellule cerebrali e viene verificata attraverso tecniche raffinate che verificano la cessazione della attività elettrica di tali cellule. La morte cerebrale non è mai immediata, con due eccezioni :la decapitazione o lo spappolamento del cervello.
In questo quadro anche il danno da morte, come danno ingiusto da illecito è trasferibile mortis causa, facendo parte del credito del defunto verso il danneggiante ed i suoi solidali.
Ma questa suggestiva problematica, che tiene conto della Costituzione europea e del principio di prevalenza della fonte costituzionale europee (articolo 16 ) che integra e completa la fonte italiana sul diritto alla vita (articolo 2 e 3 secondo comma della Costituzione tra di loro correlati, essendo la vita la condizione esistenziale della espansione della persona umana), non è interessata dal caso in esame, che riguarda invece il danno ingiusto parentale conseguente alla morte del congiunto, danno che è stato ormai stabilmente collocato dentro l’articolo 2059 Cc, dal diritto vivente.
La seconda puntualizzazione, partendo dalla delimitazione del petitum e della causa petendi, attiene alla individuazione dei principi informatori (cfr.Corte Costituzionale, sentenza 206/04) ovvero dei principi regolatori della materia (cfr Cassazione, terza, Sezione civile, sentenza 382/05), ovvero dei criteri equitativi di valutazione del danno parentale da morte (cfr.articolo 2059 Cc correlato agli articoli 2056 e 1226 Cc) che non risultano derogati o modificati dalle leggi speciali sull’ assicurazione di veicoli e natanti (e neppure dal codice ormai vigente delle assicurazioni).
Tale puntualizzazione si rende doverosa in relazione al contenuto della censura dedotta in ricorso ed in vero la iniquità o la insufficienza del risarcimento del danno morale, già evidente dalla sommaria motivazione, deriva dalla mancata consapevolezza della efficacia dei principi informatori e regolatori della materia, sottovalutando la esistenza delle condizioni soggettive rilevanti che attengono ad interessi personali costituzionalmente protetti. Da ciò deriva poi la scelta di criteri di risarcimento non satisfattivi, affidati ad una equità valutativa che rasenta l’arbitrio e che pretende una insindacabilità, pur violando il principio fondamentale (informatore, a livello costituzionale, regolatore a livello codificato) che anche il danno morale, da chiunque subito, deve essere integralmente risarcito.
1. Principio informatore di rango costituzionale (anche europeo, cfr:articolo II-62 e 63 Costituzione ratificata dall’Italia con legge 57/2005) è quello del diritto delle vittime al risarcimento totale dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti alla lesione di diritti umani fondamentali (cfr.Corte Costituzionale 132/85 e Corte Costituzionale sentenza 184/86).
Il danno da morte dei congiunti (cd danno parentale) come danno morale interessa la lesione (divenendo perdita non patrimoniale) di due beni della vita, inscindibilmente collegati: a) il bene della integrità familiare, con riferimento alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, in relazione agli articoli 2,3,29,30,31,36 della Costituzione (cfr:puntuale il riferimento in Corte Costituzionale 132/85 cit.) ; b) il bene della solidarietà familiare, sia in relazione alla vita matrimoniale che in relazione al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi, specie quando gli anziani genitori sono assistiti dai figli, e ciò in relazione agli articoli 2,3 29 e 30 della Costituzione.
L’attuale movimento per la estensione della tutela civile ai **** (patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce appunto alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune, e dunque prima o poi anche i “nuovi parenti” vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro. Nel caso di specie il danno parentale interessa una societas stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, onde i referenti costituzionali sono certi.
Questa ricostruzione, costituzionalmente orientata e testata, consente di capire il principio informatore della tutela risarcitoria integrale di questa figura di danno morale, principio che informa regole e criteri sottostanti.
2.Un secondo principio, questa volta regolatore della materia (illecito da circolazione di veicoli e natanti) si desume dall’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc, che la dottrina italiana auspicava, anche attraverso la comparazione del diritto italiano con quella europeo ed anglosassone che svincolano il danno morale come lesione della dignità o integrità morale della persona, dall’accertamento dì un fatto reato.
La svolta sistematica giurisprudenziale, come è noto, si è verificata, come incipit, con la sentenza, compositiva di un contrasto, delle Sezioni Unite civili 2515/02, che ha affermato la piena autonomia del danno morale rispetto al danno biologico (in relazione ad un disastro ambientale), ed è seguita, sempre sul piano sistematico, ma con orientamento costituzionale dalle due note sentenze nn.8827 e 8928 del 2003, confermate dalla meno nota sentenza 16176/03 che le precede nel tempo della deliberazione e contiene utili precisazioni concettuali.
Il principio regolatore della materia che si desume dall’articolo 2059 Cc costituzionalmente orientato, ed esteso, pur mantenendo la cd tipicità delle fattispecie (che esclude la inclusione della categoria generale del danno esistenziale, che solo il legislatore può fare, e non già la dottrina creativa del diritto) al danno parentale, in relazione a posizioni soggettive costituzionalmente protette di danno non patrimoniale, è dunque quella del risarcimento integrale del danno morale diretto, subito dai parenti, a prescindere dall’accertamento del reato (in sede di responsabilità civile) ed a maggior ragione in presenza di un fatto reato lesivo della persona anche a titolo di colpa (omicidio colposo,come è nella specie). Il fatto reato rileva come peso, come entità da valutare ai fini della complessa valutazione del danno parentale morale.
La consapevolezza di tale principio giova nella fase della liquidazione del danno.
La conclusione ermeneutica da trarre, considerando il principio informatore e quello regolatore, è che la lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc, ferma la tipicità della fattispecie in relazione al danno ingiusto ed alla lesione del diritto o dell’interesse della persona, include anche la qualificazione e la stima del danno morale da reato, e del danno parentale subito dalla vittima di un omicidio colposo.
3. I criteri informatori della valutazione del danno morale parentale, iure proprio, si desumono chiaramente dal combinato disposto tra gli articoli 2056,2059 e 1226 Cc, per la valutazione equitativa del danno morale, che per la sua stessa natura, non puó essere provato nel suo preciso ammontare, essendo un danno eminentemente rapportato alle qualità morali della persona ed alle sue condizioni, oggettive oltre che soggettive.
Non a caso la Costituzione europea colloca il danno morale sotto il valore universale della dignità umana (articolo II-61) dotata di inviolabilità e di garanzia giurisdizionale e risarcitoria piena (articolo II-107) e non a caso questa Corte ha collegato la tutela del danno morale alla integrità morale della persona (Cassazione Su 1338/04 e Cassazione 19057/03).
Il criterio della valutazione equitativa del danno morale, secondo le regole codificate del codice civile, non è stato toccato dalle leggi di riforma assicurative, e neppure dalle tabelle attualmente vigenti nei tribunali italiani, quando includono i criteri di valutazione di un danno morale strettamente consequenziale al danno biologico primario e per il medesimo soggetto. Il nuovo codice delle assicurazioni, vigente dal 1 gennaio 2006, giustamente non se ne occupa, ad evitare questioni di costituzionalità.
L’applicazione dei criteri dì valutazione equitativa al danno ingiusto morale da illecito della circolazione dei natanti, non appartiene pertanto all’arbitrio del giudice, ma alla sua prudente discrezionalità, che è circostanziata, e che considera le condizioni della vittima e la natura permanente del danno, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti, e della integrità della famiglia naturale o legittima, ma solidale in senso etico prima che giuridico.
Non a caso il criterio generale dell’articolo 1226 usa le parole “preciso ammontare”, per indicare la tendenza al rendere totale il ristoro satisfattivo, nella valutazione di prudente discrezionalità.
Le tre puntualizzazioni sistematiche in ordine ai principi informatori, regolatori ed ai criteri di valutazione equitativa, giovano dunque alla considerazione della fondatezza del ricorso, rendendo evidente la iniquità del risultato valutativo e dunque la violazione delle norme di diritto, segnatamente indicate nel ricorso con il solo riferimento ai principi generali ed ai criteri di valutazione.
Riproduciamo per chiarezza l’intero passo della sentenza (ff 11) che riguarda la rideterminazione del danno morale:
“Va detto a proposito che non possono prendersi in considerazione i parametri adottati dagli organi giudiziari di Milano perché essi non hanno carattere di generalità e di certezza. Tenendo conto però di altri parametri intermedi, della giovane età della vittima, la drammaticità e la violenza dell’evento della morte in una situazione, che doveva essere invece di svago e di divertimento, il conseguente intenso dolore dei congiunti, importa che il danno morale va valutato ad oggi (31 maggio 2001) in lire 100 milioni per ciascun genitore e lire 50 milioni per il fratello).
Il danno morale parentale, si è verificato, nella lettura costituzionalmente orientata, come danno diretto non patrimoniale, a partire dalla consumazione del fatto illecito, che è del 4 luglio 1989 (dodici anni prima della seconda decisione, che lo ridetermina ancora riduttivamente).
L’analisi dei due argomenti che sostengono la motivazione impugnata è colpita dalla censura dei ricorrenti: la prima affermazione è logicamente errata, dal punto di vista della valutazione equitativa, sempre per la violazione del principio informatore. Dal punto di vista del danno morale parentale, non conta che il figlio sia morto a Taormina, nella giurisdizione territoriale di Messina, od a Gallarate nella giurisdizione territoriale di Milano, od a Roma nel quartiere dei Parioli ovvero nella sua periferia. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale, che non discrimina la persona e le vittime primarie o secondarie, né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte.
Le tabelle milanesi sono quelle statisticamente testate, Per il numero elevato dei casi giudiziari e delle transazioni extragiudiziarie italiane.
Esse dunque orientano, per i parametri, in modo statisticamente più equalitario, delle tabelle del tribunale di Messina, e dunque motivi di opportunità e di logica, rendono evidente che, dal punto di vista umano dell’esperienza, esse indicano un criterio generale di valutazione, che il giudice messinese poteva adottare, almeno al fine di valutare comparativamente se la propria valutazione conduceva ad un “ammontare preciso”, minore o maggiore del danno ingiusto parentale.
La seconda affermazione, quella che pone sulla bilancia della equità, il peso della gravità del danno utilizzando i parametri intermedi, è invece claudicante.
In vero non si tratta di parametri, ma di circostanze e di condizioni, indicate alla rinfusa, posto che in parte attengono al danno diretto della vittima (la età, la violenza dello evento della morte, la morte che viene durante una vacanza) in parte attengono al danno diretto dei parenti (inteso riduttivamente come dolore transeunte, senza alcuna considerazione delle perdite permanenti della integrità e della solidarietà familiare, che pure erano intrinseche alle circostanze dedotte dai ricorrenti). Sulla bilancia della gravità il peso del danno parentale doveva essere esattamente compiuto, posto che sull’altro piatto dell’equità il giudice poneva il peso del criterio della valutazione personalizzante, che deve avvicinarsi, il più possibile al preciso ammontare del danno.
Ma la scelta di questo secondo peso, perfettamente equilibratore è totalmente mancata. Un solo verbo : importa. C’é una assoluta contraddittorietà, manca la prudente discrezionalità, manca il criterio informatore della personalizzazione.
Se anche il legislatore del codice delle assicurazioni ha mantenuto il rispetto dei principi regolamentatori della materia del danno morale come danno non patrimoniale, aderendo alla giurisprudenza della Cassazione, peraltro condivisa dalla Corte Costituzionale (sentenza 233/03) non si vede come, nella motivazione, necessariamente analitica e circostanziata, del giudice del merito, non appaia un chiaro riferimento ad un parametro equitativo che consideri la entità del danno morale, accertato in misura lieve, grave, gravissima, e la traduca in un congruo equivalente economico, paragonato a tale entità.
Il sistema della congrua offerta, introdotto nelle leggi RCA e quindi consolidato come principio dì esatto adempimento, negli articoli 148 e 149 del codice delle assicurazioni, evidenzia il principio generale che l’impresa solidale è tenuta a fare una offerta adeguata all’insieme dei danni, patrimoniali e non patrimoniali (incluso il danno biologico) pur nei limiti del massimale. Orbene il massimale prevede il ristoro del danno da morte, che si estende anche ai familiari, ed indica una cifra elevata (anche nel minimo tabellare di legge).
Il parametro di valutazione equitativa del danno morale parentale deve dunque partire dalla soglia della gravità e della permanenza degli effetti del danno ingiusto, nei termini come sopra precisati, e potrà utilizzare i parametri tabellari utilizzati attualmente dai Tribunali o dalle *****, rispettando il principio della personalizzazione ed il criterio equitativo dell’approssimazione al preciso ammontare, così come potrà utilizzare, sempre orientativamente, le tabelle nazionali di prossima approvazione proprio nell’ambito delle lesioni gravi di cui all’articolo 138 del codice delle assicurazioni.
Quello che il giudice di merito non può fare è la applicazione automatica delle tabelle, sia convenzionali che nazionali, le quali sono state concepite per la stima del danno biologico, il quale è per natura e per essenza, la lesione della integrità psicofisica, mentre il danno morale è per natura ed essenza la lesione della integrità morale, dove il termine “integrità” scelto dalla Costituzione europea per descrivere il valore universale e cristiano della dignità umana, esprime la centralità dell’uomo nell’ordine costituzionale della unione europea, di cui siamo Stato membro e fondatore.
Alla luce di queste considerazioni la censura dei ricorrenti merita accoglimento, e la sentenza di appello viene cassata con rinvio alla Corte di appello di Reggio Calabria che si atterrà ai principi di diritto come sopra formulati, per la corretta valutazione del danno parentale morale diretto, provvedendo anche in ordine alle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.
Riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale e rigetta quello incidentale, cassa in relazione e rinvia anche per le spese dì questo giudizio di cassazione alla Corte di appello di Reggio Calabria.
Così deciso in Roma il 6 aprile 2006.
Depositata in cancelleria il 12 luglio 2006.

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