Civile Archivi - Pagina 220 di 233

Civile

Corte di Cassazione Civile sez. III 27/6/2008 n. 14846; Pres. Preden R.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 12 novembre 1994 i coniugi Z.C. e B.D. convenivano dinanzi al tribunale di Parma, nella veste di danneggiati, (nel corso di un incidente stradale verificatosi presso il casello autostradale di (omissis) il (omissis)), il conducente antagonista P.F. (alla guida dell’autocarro tamponante), la proprietaria del mezzo assicurato ditta Amari e la assicuratrice Toro e ne chiedeva la condanna al risarcimenti di tutti i danni derivati loro dall’incidente, nel corso del quale avevano riportato lesioni e la morte del cavallo.

Deducevano gli attori che l’incidente era stato provocato dal tamponamento, da parte dell’autotreno articolato, dell’autovettura Golf Wosfaghen e del trailer ad essa agganciato, dove si trovava un cavallo di razza ed il suo accompagnatore architetto Z.. Si costituivano i convenuti e contestavano il fondamento della domanda.

Il tribunale di Parma con sentenza del 17 febbraio 1999 accertava il concorso di colpa dello Z., che si trovava sul trailer mentre doveva viaggiare a bordo dell’auto, nella misura del 20% e condannava i convenuti in solido ai vari danni, per un importo complessivo di oltre 169 milioni (v. amplius in dispositivo).

La decisione era appellata dalla Toro in punto di accertamento del concorso di colpa; resistevano le parti danneggiate chiedendo il rigetto del gravame.

La Corte di appello di Bologna, con sentenza del 15 aprile 2003, in parziale accoglimento dell’appello aumentava il concorso di colpa dello Z. alla misura del 33% riducendo il danno e condannando i coniugi Z. alla restituzione delle maggiori somme ricevute ed alla rifusione delle spese processuali.

Contro la decisione hanno proposto ricorso principale Z. C., affidato a sette motivi, ricorso incidentale B. D., affidato a due motivi, ad entrambi i ricorsi resiste la Toro con controricorsi. Le parti costituite hanno prodotto memorie. I ricorsi sono stati previamente riuniti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso principale merita accoglimento limitatamente al secondo e terzo motivo, rigettati il primo, il quarto ed il quinto, assorbiti gli altri; merita accoglimento per quanto di ragione il ricorso incidentale, per le seguenti considerazioni.

A. Esame del ricorso principale.

Secondo l’ordine logico precede l’esame dei motivi infondati.

NEL PRIMO MOTIVO si deduce l’omessa pronuncia e l’error in iudicando per la mancata liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante derivante dalla lunga durata della inabilità temporanea. Il danno è stato liquidato sulla base di tabelle giornaliere, per un importo inferiore al danno reale, data la perdita di affari da parte dello architetto.

Il motivo difetta di specificità e di autosufficienza, posto che l’onere della prova era a carico del professionista.

NEL QUARTO MOTIVO si deduce l’error in iudicando per la esclusione del danno esistenziale in relazione alla perdita dell’amato cavallo (omissis), cui i coniugi erano particolarmente affezionati.

In senso contrario si osserva che, pur ammettendo questa Corte (V. Cass. SS unite 14 marzo 2006 n. 6572 e Cass. 15 giugno 2005 n. 15022) la tutela di situazioni soggettive costituzionalmente protette o legislativamente protette come figure tipiche di danno non patrimoniale, rientranti sotto l’ambito dell’art. 2059 c.c., costituzionalmente orientato, la perdita del cavallo in questione, come animale da affezione, non sembra riconducibile sotto una fattispecie di un danno esistenziale consequenziale alla lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente protetta. La parte che domanda la tutela di tale danno, ha l’onere della prova sia per l’an che per il quantum debatur, e non appare sufficiente la deduzione di un danno in re ipsa, con il generico riferimento alla perdita delle qualità della vita. Inoltre la specifica deduzione del danno esistenziale impedisce di considerare la perdita, sotto un profilo diverso del danno patrimoniale (già risarcito) o del danno morale soggettivo e transeunte.

NEL QUINTO MOTIVO si deduce l’error in iudicando per la elevazione del concorso di colpa nella misura del 33% ed il vizio della motivazione sul punto. Il motivo è infondato in quanto censura un apprezzamento il fatto, compiuto dai giudici del merito, attraverso un esame complessivo delle prove, e si sottrae al sindacato di legittimità in quanto contiene un prudente apprezzamento congruamente motivato (ff. 10 a 12 della sentenza).

MERITANO INVECE ACCOGLIMENTO IL SECONDO ED IL TERZO MOTIVO, ASSORBITI GLI ALTRI (SESTO E SETTIMO).

NEL SECONDO MOTIVO si deduce "violazione e falsa applicazione di norme di diritto e vizio di ultrapetizione in ordine alla liquidazione del danno biologico da invalidità permanente, ed il vizio di omessa o insufficiente motivazione". Viene poi riprodotta, ai fini della autosufficienza, la parte della motivazione della Corte bolognese che (ff. 9 della motivazione) riduce il punto base di invalidità da 4 milioni a punto nella diversa misura di 2 milioni, considerando poi l’età della vittima e la percentuale invalidante del 25%. Sfugge totalmente in tale motivazione la ragione del dimezzamento delle tavole attuariali. Sussiste dunque un vizio di motivazione, apodittica ed oscura, ed anche la violazione del principio, costituzionalmente garantito, del risarcimento integrale della lesione della salute da fatto illecito (cfr: Corte Cost. 14 luglio 1986 n. 184 come incipit sistematico) a carattere satisfattivo pieno. Quanto ai criteri di valutazione tabellare, che questa Corte ammette come criteri di liquidazione equitativa di un debito di valore, che si accresce nel tempo, se il debitore solidale non adempie tempestivamente, occorre che i giudici del merito diano le ragioni della scelta delle tabelle da applicare, tenendo conto del di dell’evento come dies a quo della produzione del danno ingiusto, onde la liquidazione deve essere fatta sempre all’attualità, includendo gli interessi ed compensativi e la rivalutazione.

Il ragionamento riduttivo della Corte Bolognese è dunque per omissione ed impedisce di comprendere l’iter logico della riduzione del danno.

CONSEGUENTEMENTE deve accogliersi il secondo motivo sulla ridotta valutazione del danno morale, commisurato al 50% del danno biologico.

Questa Corte ha più volte sottolineato, anche a sezioni unite, la autonomia ontologica del danno morale rispetto al danno biologico, in relazione alla diversità del bene protetto, che dipende dalla natura del reato (ove sussista, come è nel caso di lesioni gravi colpose) ovvero dalla natura dell’interesse personale leso (ad esempio nella sfera della dignità della persona) ed inoltre appare arbitrario, in materia di diritti inviolabili della persona, anteporre il valore mercantile della menomazione della salute, al valore proprio della persona e della sua dignità, sicchè anche la valutazione del danno morale verificatosi in occasione della perdita della salute, occorre tener conto del superiore principio di integralità del risarcimento, senza ricorrere a meccanismi semplificativi in automatico. (cfr.

Cass. 23 maggio 2003 n. 8169, Cass 12 dicembre 2003 n. 19057 tra le tante).

Il Giudice del rinvio, nella valutazione del danno morale, terrà dunque conto delle condizioni soggettive del soggetto che lo ha ricevuto, e della gravità del fatto come circostanziato, procedendo ad una valutazione equitativa autonoma e personalizzata.

Restano assorbiti il sesto motivo, che attiene alla misura del credito risarcitorio, che deve essere riesaminato, ed il settimo motivo che contesta la liquidazione delle spese, che dovrà essere riconsiderata dal giudice del merito.

B. ESAME DEL RICORSO INCIDENTALE DEL CONIUGE B.D..

Nel primo motivo si deduce l’error in iudicando (per violazione degli artt. 2 e 29 Cost. e art. 2059 c.c.) sul rilievo del mancato riconoscimento, al tempo della decisione, del danno morale ed esistenziale, considerati sotto il diverso profilo della crisi di coppia a causa dello incidente, e delle sofferenze patite per l’assistenza al coniuge invalido.

Il motivo del danno esistenziale risulta sollevato per la prima volta il questa sede, peraltro in modo generico, ed è inammissibile; il motivo del danno morale risulta aver trovato una liquidazione in sede di appello sotto il profilo della assistenza, onde il ricorso non spiega le ragioni di una eventuale sottovalutazione.

Merita invece accoglimento il secondo motivo, posto che la B. appare in credito verso la Toro (v. sentenza a ff. 22) e non poteva essere condannata per somme ricevute dal marito iure proprio.

L’accoglimento dei ricorsi nei limiti delle ragioni esposte conduce ad un rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna, che si atterrà ai principi di diritto espressi nella parte motiva e provvederà anche alla liquidazione delle spese di questa fase del giudizio di cassazione, rispettando le regole della soccombenza.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi, accoglie il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale, rigettato il primo, il quarto ed il quinto ed assorbiti gli altri; accoglie per quanto di ragione il ricorso incidentale; cassa in relazione e rinvia anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale Civile Bologna sez. III 26/6/2008 n. 1543

Redazione

Svolgimento del processo

Con atto notificato il 2 dicembre 2004, X ed Y hanno citato a giudizio davanti a questo tribunale il Consorzio Almaweb e il Comune di Bologna per sentirli condannare al risarcimento dei danni al loro immobile di via Santa Liberata n. 2/6 causati dalla caduta, avvenuta nella notte del 24 aprile 2004, di un albero della confinante Villa Guastavillani, di proprietà del Comune e in uso al Consorzio; nonché ad adottare ogni accorgimento utile a ridurre la pericolosità di altre piante situate a confine fra le rispettive proprietà.

Si sono costituiti in giudizio entrambi i convenuti.

Il Consorzio Almaweb ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, dichiarandosi non custode dell’albero abbattutosi a norma dell’art. 2051 cod. civ.

Il Comune ha dedotto, gradatamente, l’assenza di ogni profilo di colpa, trattandosi di alberatura sottoposta con cadenza semestrale a controlli che mai avevano rivelato elementi o motivi di pericolosità; l’eccezionalità dell’evento atmosferico verificatosi nel corso di quella notte, che aveva portato velocissime raffiche di vento; la custodia dell’alberatura da parte del Consorzio Almaweb; l’eccessività dei danni reclamati.

La causa è stata istruita con la produzione di documenti.

Una consulenza agronomica è stata disposta al fine di stabilire la causa della caduta dell’albero.

All’udienza dell’11 dicembre 2007, sulla base delle conclusioni di cui in epigrafe, è stata assunta in decisione.

Motivi della decisione

Il danno-evento si è verificato la notte del 24 aprile 2004. Il consulente tecnico d’ufficio ha compiuto il sopralluogo nel maggio del 2006, constatando la mancanza di ogni traccia della pianta (Cupressus Arizonica) caduta. Dall’esame delle fotografie prodotte dagli attori ha dedotto in modo evidente la sua vetustà, un accentuato sviluppo della chioma verso sud, da dove riceveva più luce, e lo scarso sviluppo del suo apparato radicale, tipico della specie. Ha osservato che questo tipo di piante è indicato di solito per la composizione di siepi contenute con potatura annuale di mantenimento, al fine di conservare forma e dimensioni molto ridotte rispetto al naturale sviluppo e proporzionate all’apparato radicale. L’accostamento di più soggetti per la formazione della siepe aiuta infatti la stabilità biomeccaniche di ciascuna unità.

Ciò premesso, ha, in prima approssimazione, concluso affermando che il fattore che ha determinato la caduta dell’albero contro la proprietà degli attori è stato l’eccezionale fenomeno eolico registrato la notte del 24 aprile 2004; ha ritenuto tuttavia fattori concausali l’anomalo sviluppo della chioma verso sud, non riequilibrata da adeguati interventi di potatura, con conseguente sbilanciamento delle tensioni di carico; e la natura dell’apparato radicale, insufficiente per mantenere la stabilità della pianta oltre certe dimensioni.

Riguardo al resto dell’alberatura, ha rilevato una situazione di pericolo non imminente sulla Cedrus Atlantica Glauca indicata al numero d’inventario 13356, che presenta anch’essa uno squilibrato sviluppo della chioma verso sud e quindi verso la proprietà X-Y, che ha già prodotto alla base del tronco un callo da compressione. Per questa pianta ha consigliato di intervenire sulle branche evidenziate nella fotografia allegata al n. 8 e di asportare quelle secche della parte sommitale con una potatura di risanamento.

Ha infine consigliato, come buona pratica di gestione del verde, per tutte le piante, un monitoraggio periodico dello stato fitosanitario e delle condizioni biomeccaniche in relazione allo sviluppo vegetativo.

Le osservazioni che i consulenti di parte hanno fatto a queste prime conclusioni del c.t.u., poi definitivamente confermate, non sono valse a inficiarne l’immediata e facile persuasività.

Che si trattasse di un soggetto vetusto risultava non solo dalle fotografie prodotte dagli attori, ma anche dal suo diametro di 45 cm, quale annotato dall’inventario del verde pubblico del Comune di Bologna. Che le ramificazioni fossero sviluppate verso sud e verso la direzione di caduta contro l’abitazione degli attori risulta chiaramente dalle fotografie 1 e 2, nonché 4, 5 e 12, del doc. 11 dagli stessi prodotto; fotografie specificamente non contestate.

E nelle comuni conoscenze, ed è stato ribadito dal c.t.u., che mirati e sapienti interventi di potatura non solo non danneggiano le piante, ma valgono a conferire all’albero un assetto armonico e, se serve, anche una maggiore stabilità statica. Questo vale vieppiù per quei soggetti che non sviluppano un apparato radicale adeguato alle dimensioni che possono assumere.

Dall’altra parte, che l’evento atmosferico del 24 aprile 2004 sia stato "determinante" è "in re ipsa": altrimenti – ha replicato il c.t.u. al consulente degli attori – l’albero sarebbe dovuto cadere da sé solo. Che si sia trattato di evento eccezionale è anche documentato dai documenti ARPA prodotti da Comune, che registrano al 24 aprile 2004 venti a circa 16 metri al secondo e raffiche di 34 nodi.

Ciò posto, si tratta ora di stabilire, sulla base della norma di cui all’art. 2051 cod. civ., se l’evento dannoso sia riferibile al "custode" dell’albero abbattutosi contro l’immobile degli attori.

La materia, com’è ormai ius receptuin, è quella della responsabilità oggettiva, dove conta il rapporto di causalità fra la condotta (in questo caso omissiva: è stato il c.t.u. a elencare quello che si sarebbe dovuto fare e non fu fatto) del custode e l’evento-danno, al cospetto di un fatto, per questi climi "eccezionale", come la "bufera" della notte del 24 aprile 2004. Più precisamente, "la responsabilità prevista dall’art. 2051 cod. civ. per i danni cagionati da cose in custodia ha carattere oggettivo e, ai fini della sua configurabilità, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità attuale o potenziale della cosa stessa (e, perciò, anche per le cose inerti) e senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza. La responsabilità del custode, in base alla suddetta norma, è esclusa in tutti i casi in cui l’evento sia imputabile ad un caso fortuito riconducibile al profilo causale dell’evento e, perciò, quando si sia in presenza di un fattore esterno che, interferendo nella situazione in atto, abbia di per sé prodotto l’evento, assumendo il carattere del c.d. fortuito autonomo, ovvero quando si versi nei casi in cui la cosa sia stata resa fattore eziologico dell’evento dannoso da un elemento o fatto estraneo del tutto eccezionale (c.d. fortuito incidentale), e per ciò stesso imprevedibile, ancorché dipendente dalla condotta colpevole di un terzo o della stessa vittima" (cass., 2563 del 06/02/2007; cass., 4279 del 19/02/2008).

Alla luce di questi principi, il dibattito apertosi sulla manutenzione, da parte del Comune convenuto, della pianta abbattutasi, non rileva tanto sotto il profilo della diligenza in capo al custode, quanto sotto il profilo della ricostruzione della situazione di fatto (e in particolare sulla consistenza della chioma dell’albero in rapporto al suo apparato radicale) che può costituire circostanza giuridicamente irrilevante oppure concausa dell’evento-danno, a seconda che alla "bufera" del 24 aprile 2004 si attribuisca o no natura di fattore causale autonomo, tale da costituire causa esclusiva e assorbente dell’evento-danno.

Il c.t.u. non ha avuto dubbi: se la chioma dell’albero fosse stata trattata in aderenza alle tecniche consigliate dalla scienza agronomica, l’evento-danno, prodotto dall’effetto vela e dallo sbilanciamento, non si sarebbe verificato; d’altra parte, fenomeni atmosferici come quelli registrati la sera del 24 aprile sono rari, ma non imprevedibili: se si guarda ai documenti allegati dagli attori alla memoria istruttoria del 30 ottobre 2006, burrasche paragonabili a quella della sera del 24 aprile si erano verificate prima e si sarebbero verificate dopo (15 gennaio, con raffiche in aeroporto fino a 42 nodi; 28 febbraio, con raffiche fino a 41 nodi; 21 aprile 2005, con raffiche fino a 54 nodi).

Se ne deve concludere che il danno-evento denunciato dagli attori fu determinato sì dalla burrasca della notte del 24 aprile 2004; ma che detta burrasca in tanto produsse quell’evento, in quanto la cosa in custodia (l’albero abbattutosi) aveva una sua intrinseca e specifica pericolosità, tale da fungere quale conditio sine qua non nella produzione dell’evento dannoso.

Resta da stabilire ora chi, fra i due convenuti, sia il custode responsabile dell’evento a norma dell’art. 2051 cod. civ. Anche su questo tema è ormai ius receptum che "la nozione di custodia nel caso rilevante non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodire analogo a quello previsto per il depositario, e funzione della norma è, d’altro canto, quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, dovendo pertanto considerarsi custode chi di fatto ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta" (cass., 4279 del 19/02/2008).

Che nel caso di specie ad occuparsi della manutenzione dell’albero fosse il Comune deriva da tutta la sua linea di difesa nel merito, a partire da quanto affermato in comparsa di risposta in ordine al regolare controllo dello stato fitosanitario e statico delle piante del suo patrimonio a finire con le istanze istruttorie formulate nel corso del giudizio e ribadite in sede di precisazione delle conclusioni.

Il consorzio Almaweb, del resto, in base al contratto di costituzione del diritto di superficie allegato alla consulenza tecnica d’ufficio, non ha diritto reale sulla porzione dell’immobile sul quale sorgeva l’albero caduto: determinante anche su questo punto l’operato del consulente, che ha individuato in loco le particelle interessate dall’atto 16 maggio 2003 not. ***** di Bologna (130 del f. 265), esclusa la particella 177. A nulla rileva che di fatto detta particella sia stata adibita dal Consorzio a proprio parcheggio, potendo essere ciò avvenuto per mera tolleranza da parte dell’ente proprietario.

Riguardo al quantum debeatur, la controversia si attesta su valori tutto sommato esigui. L’importo reclamato dagli attori, pari a € 6.600,00, è in gran parte su documenti fiscali non specificamente contestati ed è comunque congruo rispetto ai danni subiti e fotografati, come da doc. 11. In misura corrispondente può essere quindi equitativamente liquidato.

Le spese seguono la soccombenza riguardo alla lite fra gli attori e il Comune, e sono liquidate come da dispositivo tenuto conto del valore effettivo della causa compreso fra 5.200,00 e 25.900,00 euro.

Vanno invece compensate quelle che riguardano la lite fra gli stessi attori e il Consorzio, apparendo prima facie questo corresponsabile del danni lamentati e denunciati ed essendo perciò giustificabile l’errore compiuto dagli attori, nonché quelle del procedimento incidentale, conclusosi sfavorevolmente per gli attori ma giustificato dalla preoccupazione indotta dal precedente accaduto.

P.Q.M.

Ogni diversa domanda o eccezione disattesa, condanna il Comune di Bologna a risarcire, a X ed Y, i danni di cui alla citazione notificata il 2 dicembre 2004, che equitativamente liquida nella somma rivalutata di € 7.160,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla data intermedia fra il giorno dell’evento e quello dell’effettivo pagamento; condanna lo stesso ad eseguire, altresì, gli interventi di potatura indicati dal c.t.u. dott. agr. ************* a pag. 24 della consulenza, da intendersi qui riportata; nonché a rifondere agli stessi le spese del presente giudizio, che liquida in € 2.000,00 per diritti, € 1.500,00 per onorari ed € 1.667,00 per spese vive, oltre alle spese generali, i.v.a. e contributi nella misura prevista dalla legge.

Compensa interamente fra le parti le altre spese di giudizio.

Bologna, 3 maggio 2008

Il giudice
*************

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile sez. I 25/6/2008 n. 17341; Pres. Losavio G.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con atto di citazione notificato il 22 dicembre 1999, B. M.G., C.L., C.A., N. F., **** e P.M. convennero davanti al Tribunale di Milano la BNP SIM S.p.a., esponendo di avere sottoscritto in data 25 marzo 1998 con la convenuta due contratti di intermediazione mobiliare – uno per titoli tradizionale, l’altro per derivati – collegati al conto corrente n. 1230 appositamente acceso presso la BNP, sul quale gli attori ebbero a versare, in più riprese, provvista per complessive L. 3.897.381,500 (prima L. 1.800.000.000 e poi L. 2.097.381.500).

Allegando carenza nella rendicontazione, negligenza nell’esecuzione degli ordini, nonchè l’improvviso rifiuto della SIM a continuare operazioni su derivati esteri, e l’illegittima compensazione effettuata dalla convenuta con un debito personale di O., gli attori, che nel dicembre 1998 avevano chiuso il rapporto con la SIM con un accredito finale di L. 1.742.144.484, lamentarono la nullità del contratto non redatto in forma scritta per quanto concerne i derivati esteri, la violazione dell’art. 28, comma 3, del regolamento CONSOB 1 luglio 1998, n. 11522 (per la mancata comunicazione della perdita pari o superiore alla metà del capitale di rischio), l’inesatta esecuzione di alcuni ordini (l’operazione 23 luglio 1998 sul future DAX, l’acquisto 8 settembre 1998 di futures, l’acquisto di altri contratti sul future Standard & Poor’s) e numerose altre irregolarità.

Gli attori conclusero pertanto chiedendo l’accertamento dell’illegittimità dei comportamenti della SIM e la sua condanna alla restituzione dell’indebito e al risarcimento del danno, in misura non inferiore a L. 1.944.900.849 (pari cioè alla differenza tra capitale investito e residuo attivo finale), oltre rivalutazione monetaria ed interessi; con la memoria in data 30 ottobre 2000 le domande vennero precisate nel senso della richiesta di dichiarazione della nullità del contratto per mancanza di forma scritta in relazione all’intermediazione di derivati esteri, con restituzione a titolo di indebito della somma di L. 934.400.000, e risarcimento dei danni in misura non inferiore a L. 1.944.900.849.

Si costituì in giudizio la convenuta BNP SIM s.p.a., ammettendo il proprio debito per interessi pari a L. 4.734.974 e chiedendo per il resto il rigetto dell’avversa domanda.

2. – Con sentenza depositata il 14 dicembre 2002, il Tribunale adito, nella sua composizione monocratica, disattesa la domanda di nullità del contratto per carente forma scritta (e ciò stante l’ampia dizione del contratto scritto concluso fra le parti), ritenne la prova della negligente esecuzione dell’operazione in data 23 luglio 1998 sul future DAX e dell’acquisto in data 8 settembre 1998 di 17 futures, e liquidò per tali titoli il danno nella misura, rispettivamente, di Euro 38.723,64 e di Euro 24.531,70, ed accertò la debenza di interessi nella misura di Euro 2.445,41, così complessivamente condannando la convenuta a pagare la somma di Euro 65.700,75, oltre interessi legali dalla domanda, ritenendo per gli altri addebiti la carenza di prova del nesso eziologico e del danno.

3. – La Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 15 ottobre 2004, in parziale accoglimento dell’impugnazione proposta da B.M.G. e dagli altri litisconsorti indicati in epigrafe, ha condannato l’appellata BNP Paribas Services s.r.l. (già BNP SIM s.p.a.) a pagare agli appellanti la somma complessiva di Euro 104.424,39, oltre interessi legali dalla domanda, regolando le spese del doppio grado.

3.1. – Preliminarmente, la Corte territoriale ha dichiarato, d’ufficio ex art. 345 cod. proc. civ., l’inammissibilità delle istanze istruttorie dedotte dagli appellanti (cioè la richiesta di esibizione di 10 categorie di documenti, già avanzata in Tribunale con la memoria in data 30 ottobre 2000 ma non richiamata in sede di precisazione delle conclusioni in primo grado). Si tratta – precisa la sentenza – di istanze implicitamente rinunciate dalla parte, che non solo non le ha richiamate all’udienza di precisazione delle conclusioni, ma neppure ha fondato su di esse le successive difese conclusive (non accennandovi nè la comparsa conclusionale di primo grado, nè la memoria postconclusionale di primo grado), così evidenziando che l’abbandono delle istanze istruttorie era stata una ponderata e consapevole scelta difensiva.

3.2. – La Corte ambrosiana non condivide la tesi degli appellanti, secondo cui non sarebbe necessaria la prova del nesso di causalità tra la condotta colposa dell’intermediario e il danno lamentato dai clienti. Per i giudici del gravame, la presunzione di cui al D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, comma 6, e la conseguente inversione dell’onere della prova riguardano solo l’elemento soggettivo, ossia la sussistenza della colpa dell’intermediario, sicchè rimangono sottoposti alle normali regole processuali relative all’onus probandi gli ulteriori elementi costitutivi dell’illecito civile (sia contrattuale che extracontrattuale), ossia il nesso eziologico – tra la condotta presunta colposa e il pregiudizio lamentato – e la sussistenza e consistenza di un danno risarcibile.

Secondo i giudici del gravame, non è condivisibile l’affermazione secondo cui il danno risarcibile coinciderebbe con l’effetto economico negativo subito dai clienti. Essa non terrebbe conto nè del fatto che si discute dell’adempimento di contratti di investimento e non di gestione, nè dell’alcatorietà insita in siffatte operazioni finanziarie. Nessuna garanzia di un risultato positivo è stata assunta dalla SIM, cui può solo chiedersi la diligente esecuzione degli ordini passati dai clienti, che si sono assunti in proprio i rischi connessi. Sui clienti, che nella specie sono investitori abituali, grava quindi l’onere di provare, per un verso, che le perdite subite sono conseguenza della condotta colposa dell’intermediario, e non dell’andamento sfavorevole del mercato, e, per l’altro, l’esatta consistenza dei pregiudizi eziologicamente collegati a tale condotta presunta colposa.

3.3. – In ordine alla questione della nullità del contratto di negoziazione di strumenti finanziari derivati esteri per carenza di forma scritta, la Corte d’appello rileva che il contratto n. 933 ha per oggetto la "negoziazione di contratti uniformi a termine su strumenti collegati a valori mobiliari quotati nei mercati regolamentati, tassi di interesse e valute, ivi compresi quelli aventi ad oggetto indici su tali valori mobiliari". Secondo la Corte, tale oggetto non può ritenersi genericamente indicato, nè il plurale utilizzato ("quotati nei mercati regolamentari") può ragionevolmente escludere i mercati esteri, tanto più in presenza della condotta in concreto posta in essere, e rilevante ex art. 1362 cod. civ., comma 2, dagli investitori, che hanno fin da subito (e, per un primo periodo. con buoni risultati) passato ordini relativi a derivati esteri.

3.4. – Circa la questione della mancata comunicazione agli investitori del superamento della soglia del 50% di perdita del capitale investito (obbligo incombente ex art. 28, comma 3, della Delib. n. 11522 del 1988 della CONSOB), i giudici del gravame rilevano che il rendiconto giornaliero prodotto dalla SIM sembra escludere che si sia mai raggiunta una perdita superiore a detta soglia: "i documenti allegati dagli attori (in particolare doc. 15) non sono di chiara lettura, e non permettono di evidenziare il superamento del margine del 50%; i dati della chiusura del rapporto – investimento L. 3.897.381.500, somma finale dovuta agli investitori L. 2.214.037.572 (L. 1.956.929.902, effettivamente percepite, più L. 257.107.670 compensate per un debito di O.) – escludono una perdita superiore alla metà del capitale investito". 3.5. – Nel confermare la statuizione del Tribunale in ordine alla colpevole inesecuzione da parte della SIM dell’ordine di vendita 23 luglio 1998 per 5 derivati DAX, la Corte territoriale rileva, con riguardo all’entità del danno conseguente, che, poichè la mancata vendita era stata comunicata agli investitori il giorno dopo, ciò di cui la SIM deve rispondere è appunto la perdita di valore dei 5 derivati DAX in quel primo giorno, essendo chiaro che, da lì in poi era nella piena disponibilità degli investitori disporre dei suddetti valori secondo le loro discrezionali valutazioni circa l’andamento del mercato. Essendo pacifico tra le parti che già il giorno successivo si era registrata una perdita del 20%, la Corte d’appello ha affermato che la SIM deve rispondere in detta misura ed ha liquidato tale danno in Euro 77.447,28, escludendo, in riforma dell’impugnata sentenza, la sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 1227 cod. civ., comma 2. 3.6. – In ordine al mancato acquisto di 8 contratti sullo Standard & Poor’s in data 9 ottobre 1998, la Corte ambrosiana ritiene che la giustificazione addotta dalla SIM – il sopraggiungere di una necessità riorganizzativa della procedura operativa con i brokers – non appaia, al contrario di quanto ritenuto dal primo giudice (che aveva considerato tale allegazione sufficiente per escludere la responsabilità dell’intermediario), convincente, e, in ogni caso, non tale da superare la presunzione di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 23, comma 6. Difatti, quand’anche fosse provato che, nel giorno suddetto, la SIM ebbe a bloccare tutti gli ordini in derivati esteri per rivedere le procedure seguite nei rapporti con i brokers, resterebbe pur sempre la responsabilità dell’intermediario per non avere preavvertito i propri clienti nè provveduto ad organizzare una strumentazione pur provvisoria per evitare vuoti esecutivi.

Ciò premesso, la Corte d’appello ritiene comunque non assolto l’onere di provare il nesso di causalità e l’entità del pregiudizio subito. Essendo il blocco durato un solo giorno, o comunque un periodo limitato, il danno eziologicamente legato a tale colpevole blocco è solo la perdita di valore legata all’andamento del mercato tra il momento d’inizio del blocco e quello di ripresa delle negoziazioni da parte della SIM, o, più e-sattamente, della presa di cognizione di tale ripresa da parte degli investitori. Tali dati – precisa la Corte di merito – "erano di agevole dimostrazione, e la loro mancata allegazione non può che ricadere su chi lamenta il danno; in assenza, non può neppure ritenersi presunta la sussistenza di una perdita di valore per tale periodo". 3.7. – Infine, sulla compensazione effettuata dalla SIM con il debito personale di ****, la Corte d’appello conferma la valutazione di correttezza operata dal primo giudice. Premesso che la facoltà di compensazione è concessa alla SIM dalla clausola 13 del contratto 933, la Corte rileva la sussistenza di un vincolo di solidarietà tra gli appellanti, espressamente affermato dalla clausola 15 del contratto 932 ed implicitamente anche dal contratto 933, là dove (clausole 21 e 22) si legittima uno solo dei cointestatari ad agire per tutti. Il che comporta, ex art. 1302 cod. civ., la piena legittimità dell’opposta compensazione del debito di O., non eccedente la porzione di credito spettante a quest’ultimo.

4. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello B. M.G., C.L., C.A., N. F., **** e P.M. hanno proposto ricorso, con atto notificato il 31 marzo 2005, sulla base di sette motivi, illustrati con memoria depositata in prossimità dell’udienza.

Ha resistito, con controricorso, anch’esso seguito da memoria, la BNP Paribas Services s.r.l..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116 e 345 cod. proc. civ., artt. 2712 cod. civ. e del sistema che disciplina l’acquisizione delle prove nell’ambito del processo civile in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., numeri 3 e 5, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia), i ricorrenti si dolgono che la Corte d’appello abbia, d’ufficio, erroneamente ritenuto inammissibili le istanze istruttorie formulate in sede di appello.

Contrariamente a quanto ritenuto nella sentenza impugnata, dagli atti processuali di primo grado non sarebbe dato evincere in alcun modo la rinuncia, da parte degli attuali ricorrenti, alle istanze istruttorie formulate dinanzi al Tribunale e riproposte in sede di gravame.

In ogni caso, le istanze istruttorie formulate, riproposte pedissequamente nell’atto di appello, sarebbero tutte relative a prove precostituite, in quanto attinenti alla richiesta, ai sensi dell’art. 210 cod. proc. civ., di esibizione e deposito della documentazione e delle registrazioni telefoniche delle operazioni finanziarie effettuate durante il rapporto. E – ricordano i ricorrenti – il divieto di produzione di nuovi mezzi di prova in appello andrebbe riferito alle sole prove costituende e non anche a quelle precostituite.

1.1. – Il motivo è infondato.

La Corte d’appello ha accertato che già in primo grado la parte attrice aveva formulato l’istanza di esibizione di documenti e che tale richiesta, cui il giudice istruttore non aveva dato seguito, non solo non era stata ribadita all’udienza di precisazione delle conclusioni, ma neppure aveva formato oggetto delle successive difese conclusive.

Da tanto la Corte territoriale ha correttamente tratto la convinzione di un implicito abbandono, giacchè, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 2^ 18 marzo 2000, n. 3241), è presumibile la rinuncia della parte alle istanze istruttorie sulle quali il giudice non si è espresso, nè esplicitamente, nè implicitamente, e non riformulate all’udienza di precisazione delle conclusioni.

Ora, i ricorrenti contestano che dagli atti processuali di primo grado sia dato evincere la rinuncia alle istanze istruttorie colà formulate: ma si tratta di contestazione generica, che si limita a contrapporre alla ponderata valutazione dei giudici del gravame un diverso punto di vista, e soprattutto priva della specifica trascrizione – necessaria in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione – delle richieste al riguardo avanzate in sede di precisazione delle conclusioni dinanzi al Tribunale.

Ciò premesso, sfugge alle censure dei ricorrenti la statuizione di inammissibilità dell’istanza di esibizione riproposta in appello, posto che, secondo la costante giurisprudenza (Cass., Sez. 1^, 6 settembre 1996, n. 8127; Cass., Sez. 2^, 19 agosto 2002, n. 12241;

Cass., Sez. 3^, 18 settembre 2003, n. 13785), non è consentito in appello l’ingresso della prova già articolata e rinunciata in primo grado, non vertendosi in un’ipotesi di prova nuova ex art. 345 cod. proc. civ..

2. – Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 21, artt. 1175, 1176, 118 e 2043 c.c., in riferimento all’art. 360 cod. proc. civ., numeri 3 e 5, nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Premesso che nei rapporti di intermediazione mobiliare si è di fronte ad un rapporto giuridico complesso in cui le fonti di regolamentazione non sono solo il contratto con il cliente, ma anche norme legislative e regolamentari, e che le obbligazioni che il professionista assume verso il cliente per effetto dell’incarico conferitogli hanno per contenuto lo svolgimento dell’attività professionale necessaria ed utile al caso concreto, nel rispetto anche della normativa regolamentare fissata nella delibera CONSOB 1 luglio 1998, n. 11522, i ricorrenti rilevano che nel corso del giudizio de quo è emerso che la BNP ha violato tutte le prescrizioni discendenti dagli artt. 26, 28, 32, 33, 60, 61, 62 e 63 della citata delibera, perchè: (a) ha illecitamente e illegittimamente operato e raccolto ordini su derivati esteri, non avendo fatto sottoscrivere ai clienti alcun contratto per tali operazioni (creando con ciò un danno di L. 934,400.000, pari ad Euro 482.577,33); (b) non ha informato prontamente e per iscritto i ricorrenti appena le operazioni in strumenti derivati da loro disposte per finalità diverse da quelle di copertura avevano generato una perdita, effettiva o potenziale, pari o superiore al 50 per cento del valore dei mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia per l’esecuzione delle operazioni; (c) non ha eseguito o ha male eseguito l’ordine di vendita relativo a 6 futures DAX (creando un danno di L. 749.794.300, pari ad Euro 387.236,44); (d) non ha eseguito o ha male eseguito, riconoscendo la sua responsabilità, l’ordine di acquisto di 17 futures in data 8 settembre 1998 (provocando un danno di L. 47.500.000 pari ad Euro 24.531,70); (e) non ha eseguito o male eseguito l’ordine di acquisto relativo a 8 contratti sullo Standard & Poor’s (facendo insorgere un danno di L. 846.678.000, pari ad Euro 437.272,69); (f) non ha mai registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente gli ordini impartiti dai ricorrenti nè i dati specifici relativi alle singole operazioni; (g) non si è attenuta, per molte operazioni, alle istruzioni impartite dai ricorrenti; (h) non ha eseguito gli ordini alle migliori condizioni possibili con riferimento al momento, alle dimensioni e alla natura delle operazioni stesse; (i) non ha trasmesso tempestivamente gli ordini dei ricorrenti agli intermediari; (l) non ha comunicato tempestivamente il rifiuto di trasmettere un ordine; (m) non ha mai, per nessuna operazione, inviato ai ricorrenti nei termini le note nè i rendiconti; (n) i pochi ed insufficienti rendiconti inviati con estremo ritardo dalla BNP presentavano tutti macroscopici errori e indicazioni di operazioni finanziarie non riconducibi-li ai ricorrenti; (o) non ha mai, nemmeno in giudizio, messo a disposizione dei ricorrenti i documenti e le registrazioni a loro riferite; (p) non ha mai fornito ai ricorrenti informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza era necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento; (q) non ha mai quindi mantenuto, nel corso del rapporto, un comportamento diligente, corretto e trasparente; (r) ha effettuato illecitamente e illegittimamente una compensazione a suo favore tra somme dovute ai ricorrenti e somme che si asseriscono dovute dal solo O.; (s) non ha mai versato gli acconti come dovuti ai ricorrenti solo dopo specifica contestazione degli stessi, trattenendoli peraltro indebitamente.

Ad avviso dei ricorrenti, la negligenza sarebbe integrata non solo dalla mancata o erronea esecuzione di determinate attività, ma anche dalla inosservanza di obbligazioni nascenti dal contratto e di norme giuridiche legislative e regolamentari che nel caso di specie avrebbero prodotto danni che si sono concretizzati nella diminuzione del patrimonio per un importo pari a L. 1.944.900.819, corrispondenti ad Euro 1.004.457. 2.1. – Il motivo è inammissibile.

Esso, infatti, si limita a richiamare, apoditticamente, le norme che l’intermediario non avrebbe osservato nella prestazione dei servizi di investimento e ad indicare, riassuntivamente, le inadempienze di cui l’intermediario si sarebbe reso responsabile, ma non specifica in alcun modo quali sono le argomentazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che si porrebbero in contrasto con tali disposizioni di legge o con l’interpretazione fornitane dalla giurisprudenza di legittimità o dalla dottrina: specificazione, invece, indispensabile, posto che l’elencazione delle norme che la BHP avrebbe asseritamente violato nel rapporto con gli investitori non si traduce automaticamente e necessariamente in una violazione e falsa applicazione delle stesse da parte del giudice di merito.

Anche il vizio di motivazione è prospettato senza la necessaria indicazione delle risultanze processuali decisive che sarebbero state insufficientemente o erroneamente valutate.

3. – Il terzo motivo prospetta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, artt. 23, comma 1, artt. 1362, 1364 e 2033 cod. civ., in. relazione all’art. 360 cod. proc. civ., numeri 3 e 5, nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Premesso che, ai sensi del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, comma 1, i contratti relativi ai servizi di investimento e accessori sono redatti in forma scritta, e ricordato il contenuto delle disposizioni regolamentari recate dagli artt. 28, 30 e 60 della delibera CONSOB n. 11522, i ricorrenti deducono che nessuno dei due contratti da essi sottoscritti prevede la possibilità di effettuare operazioni su derivati esteri nè disciplina le modalità di costituzione e ricostituzione della provvista o garanzia sulle operazioni disposte.

Non sarebbe condivisibile la motivazione della sentenza della Corte d’appello che, in ordine a tale aspetto della vicenda, ritiene la negoziazione di derivati sul mercato estero ricompresa nella generica formulazione dell’oggetto del contratto n. 933 sottoscritto dai ricorrenti, che, all’art. 2, prevede, invece, espressamente: "Il presente contratto ha per oggetto l’esecuzione di ordini di negoziare in borsa per conto del cliente i contratti FIB30, MB030 e ISoalfa".

Erroneo sarebbe il richiamo al secondo comma dell’art. 1362 cod. civ. La Corte d’appello avrebbe dovuto fare applicazione dell’art. 1364 cod. civ..

La mancata indicazione specifica e inderogabile della natura e delle modalità dei servizi offerti e la oggettiva mancata indicazione della possibilità di operare sui derivati esteri nonchè i principi generali in materia di interpretazione del contratto, importerebbero la nullità del rapporto in relazione alle operazioni sui derivati esteri, con conseguente restituzione, a titolo di indebito, della somma derivante dal saldo negativo delle operazioni stesse.

3.1. – Il motivo – che concerne la delimitazione oggettiva del contratto quadro – è, nei limiti di seguito precisati, fondato.

La Corte d’appello, muovendo dalla premessa che il contratto n. 933 si riferisce, in base alla sua intitolazione, alla "negoziazione di contratti uniformi a termine su strumenti finanziari collegati a valori mobiliari quotati nei mercati regolamentati, tassi di interessi e valute, ivi compresi quelli aventi ad oggetto indici su tali valori mobiliari", ha ritenuto che l’espresso riferimento ai valori mobiliari "quotati nei mercati regolamentati" consentisse di comprendere le operazioni su derivati esteri.

Sennonchè, nell’interpretare la portata del contratto quadro e dei servizi con esso forniti, la Corte territoriale si è basata esclusivamente sul titolo della intervenuta pattuizione, pretermettendo del tutto le clausole negoziali, le quali – nel precisare che il "contratto ha per oggetto l’esecuzione di ordini di negoziare in borsa per conto del cliente i contratti FIB30, MIB030 e ISOalfa" – limitano il servizio di negoziazione a prodotti derivati italiani (posto che il FIB30 concerne il contratto future sull’indice di borsa MIB30, il MIB30 il contratto di opzione sul MIB30 e ISOalfa i contratti di opzione put o call relativamente ai singoli titoli azionari della borsa italiana), senza menzionare in alcun modo il servizio di raccolta ordini anche su prodotti derivati quotati esclusivamente in mercati esteri.

Di qui un primo errore della Corte d’appello, posto che, ai fini dell’accertamento dell’ambito oggettivo del contratto quadro relativo alla prestazione di servizi di investimento, il giudice del merito non può fermarsi alla intitolazione enunciativa del contratto medesimo, nella specie genericamente riferita alla quotazione "nei mercati regolamentati" dei valori mobiliari e degli indici assunti a parametro, ma deve esaminare l’intero contenuto delle pattuizioni contrattuali, senza tralasciare la clausola specificamente dedicata all’individuazione dell’oggetto del contratto, riferita ad ordini di negoziazione in borsa esclusivamente afferenti al mercato italiano dei capitali.

Per pervenire ad una interpretazione ampia dell’oggetto del contratto quadro, la sentenza impugnata ha dato concorrente rilievo al comportamento successivo degli investitori, in particolare al fatto che essi, fin dal periodo immediatamente successivo alla stipulazione, hanno passato ordini relativi anche a derivati esteri.

L’argomentazione della Corte territoriale è, nella sua assolutezza, non condivisibile.

Occorre al riguardo premettere che, ai sensi del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, approvato con il D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, i contratti quadro o normativi relativi alla prestazione dei servizi di investimento – tra cui rientrano quelli aventi ad oggetto la negoziazione di strumenti finanziari derivati – devono essere redatti per iscritto, a pena di nullità che può essere fatta valere soltanto dal cliente.

Ora, in riferimento ai criteri di ermeneutica dei negozi giuridici, nei contratti per i quali è prevista la forma scritta ad substantiam, la ricerca della comune intenzione delle parti, deve essere fatta, con riferimento agli elementi essenziali del contratto (tra i quali rientra l’oggetto), soltanto attingendo alle manifestazioni di volontà contenute nel testo scritto, mentre non è consentito valutare il comportamento complessivo delle parti, anche successivo alla stipulazione del contratto, in quanto non può spiegare rilevanza la formazione del consenso ove non sia incorporata nel documento scritto (cfr. Cass., Sez. 2^, 5 febbraio 2004, n. 2216;

Cass., Sez. 2^, 13 settembre 2004, n. 18361; Cass., Sez. 2^, 22 giugno 2006, n. 14444; Cass., Sez. 1^, 11 maggio 2007, n. 10868).

Applicando detto principio al caso di specie, deve ritenersi che, poichè per il contratto quadro con l’investitore è richiesta la forma scritta ad substantiam, è dal testo del medesimo che devono risultare i servizi forniti dall’intermediario, non potendo farsi ricorso a successivi ordini di borsa, ove questi non siano stati conferiti per iscritto ma siano stati impartiti verbalmente, per ritenere che l’oggetto negoziale abbia portata più ampia di quella evincibile dal documento e comprenda un servizio di investimento in esso non contemplato.

Risulta viceversa inammissibile l’ulteriore parte del motivo articolata dai ricorrenti, concernente la pretesa nullità del contratto per mancata previsione e disciplina delle modalità di costituzione e ricostituzione della provvista o garanzia per le operazioni aventi ad oggetto gli strumenti finanziari derivati, perchè con tale censura – che non investe direttamente una statuizione della sentenza impugnata – si fa valere una ragione di nullità che non consta sia stata fatta valere dinanzi al giudice del gravame.

4. – Per effetto dell’accoglimento, nei termini appena precisati, del terzo motivo, risulta assorbito l’esame del quarto, del quinto e del sesto motivo di ricorso.

Con tali motivi – denunciando violazione o falsa applicazione di legge e vizio di motivazione – ci si duole, rispettivamente, che la Corte d’appello: (a) non abbia riconosciuto sussistente la responsabilità della SIM per non avere comunicato agli investitori la perdita del 50% del capitale predisposto per l’operatività in derivati: (b) abbia insufficientemente liquidato l’importo dovuto a titolo di risarcimento del danno per l’inesatta esecuzione dell’ordine di vendita di futures DAX; (e) abbia ritenuto non provato il danno lamentato dagli investitori per il mancato acquisto di derivati sullo Standard & Poor’s 500.

Tutte le censure così articolate attengono ad un profilo – la responsabilità contrattuale della SIM nella vendita o nell’acquisto di derivati esteri o nell’omessa comunicazione della perdita, superiore ad una certa soglia, del valore dei mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia per l’esecuzione delle operazioni in strumenti derivati – succedaneo rispetto all’accertamento, che la Corte del rinvio dovrà nuovamente effettuare, in ordine all’ambito oggettivo del contratto di negoziazione in strumenti finanziari derivati, se comprendente o meno anche quelli quotati nei mercati esteri.

5. – L’ultimo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1302, 1341, 1342 e 1469 bis cod. civ., in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., numeri 3 e 5, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Con esso i ricorrenti premettono che la indubbia predisposizione unilaterale dei contratti di intermediazione finanziaria determina l’applicabilità della disciplina codicistica relativa alla efficacia delle clausole vessatorie, ossia degli artt. 1341 e 1342 cod. civ., sotto il profilo della doppia sottoscrizione, e degli artt. 1469 bis e ss. cod. civ. sotto il profilo sostanziale della validità di determinate clausole.

Nel caso di specie la BNP avrebbe illegittimamente compensato somme che asseriva dovute dal solo O., senza alcuna previa comunicazione (che anzi è avvenuta successivamente e a seguito della contestazione dei ricorrenti), senza alcuna motivazione in ragione di fattispecie tipizzate e in virtù di posizioni regolate su conti diversi e in ragione di rapporti tra loro diversi.

Prive di pregio sarebbero pertanto le argomentazioni utilizzate dalla Corte milanese, attraverso il richiamo all’art. 1302 cod. civ., per legittimare la compensazione della somma di L. 257.107.670 che non poteva, invece, essere decurtata dall’importo dovuto ai ricorrenti.

5.1. – Il motivo è infondato.

Non viene qui in gioco la disciplina delle condizioni generali di contratto o delle clausole vessatorie. Difatti, la Corte d’appello – rilevata la pacifica sussistenza di un vincolo di solidarietà attiva tra gli investitori e di una posta debitoria di uno di essi (l’O.) nei confronti della SIM – ha fatto diretta applicazione dell’art. 1302 cod. civ., comma 2, che, in caso di solidarietà attiva, consente al debitore di opporre in compensazione a uno dei creditori in solido ciò che gli è dovuto da un altro dei creditori, fino a concorrenza della quota interna di credito solidale di questo.

6. – Per effetto dell’accoglimento, in parte qua, del terzo motivo di ricorso, la sentenza impugnata è cassata e la causa rinviata alla Corte d’appello di Milano, che, in diversa composizione, la deciderà facendo applicazione del principio di diritto enunciato sub 3.1.

A tal fine, nel procedere alla interpretazione del contratto normativo, la Corte territoriale non si limiterà ad esaminare il titolo dello esso, ma prenderà in considerazione anche le singole clausole della intervenuta pattuizione; e ometterà di dare rilievo, ai sensi dell’art. 1362, secondo comma, cod. civ., al comportamento successivo, ove sostanziatosi nel conferimento di ordini di borsa che, privi del necessario fondamento causale nel contratto quadro per avere ecceduto dai limiti oggettivi dello stesso, non risultino a loro volta impartiti nella forma scritta di cui all’art. 23, comma 1, del testo unico (forma non necessaria allorchè detti ordini siano funzionali all’esecuzione di un contratto quadro nel cui documento sia già compreso quel de terminato servizio: cfr. Cass., Sez. 1^, 19 maggio 2005, n. 10598; Cass., Sez. 1^, 7 settembre 2001, n. 11495).

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso, dichiara inammissibile il secondo, accoglie per guanto di ragione il terzo, rigetta il settimo e dichiara assorbiti il quarto, il quinto ed il sesto; cassa, in relazione alla censura accolta, la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile sez. I 25/6/2008 n. 17340; Pres. Losavio G.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – S.A. e A.L. convennero in giudizio dinanzi al Tribunale di Avezzano la s.p.a. Banca del Fucino, esponendo: che nel maggio 1998 si erano recati presso la succursale di Avezzano della Banca per effettuare un’operazione "pronti contro termine" con scadenza 20 settembre 1998, avendo già in precedenza preferito operazioni di quel tipo a rendita sicura piuttosto che forme di investimento speculativo; che, su suggerimento dei dipendenti della Banca D.G.F. e C. G., i quali avevano garantito un rendimento pari all’8,75% netto senza alcun rischio per il capitale, e rassicurati anche dal direttore, avevano sottoscritto il diverso investimento loro proposto senza ricevere alcuna specifica informazione; che i dipendenti della Banca dei Fucino, lasciando intendere che l’investimento effettuato era in linea con le direttive impartite dagli attori, avevano acquistato titoli emessi da Stati sudamericani senza consegnare agli attori il relativo contratto; che il 21 settembre 1998, essendo tornati in banca per il riaccredito delle somme investire, avevamo saputo di avere subito una perdita di oltre L. cento milioni, in linea capitale; che – poichè ad essi attori non era stato fatto sottoscrivere prima dell’investimento il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari (che la Banca aveva inviato loro solo un mese dopo pretendendone la sottoscrizione senza prima dare spiegazioni) e l’operazione suggerita e portata a compimento doveva essere definita non adeguata – chiesero la condanna della Banca al risarcimento dei danni conseguenti all’operazione stessa.

Si costituì la Banca del Fucino, resistendo alla domanda attrice.

Precisò di avere rispettato pienamente i doveri di diligenza e correttezza di cui al Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, approvato con il D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, informando gli attori sulla reale natura dell’investimento e dei rischi che esso presentava e sconsigliandoli dal compiere l’operazione.

Con sentenza in data 28 dicembre 2000, l’adito Tribunale di Avezzano rigettò la domanda di risarcimento dei danni, ponendo a carico degli attori soccombenti le spese del giudizio.

2. – Tale pronuncia è stata confermata dalla Corte d’appello di L’Aquila con sentenza in data 31 ottobre 2003. 2.1. – Così come il primo Giudice, la Corte territoriale ha dato rilievo alla circostanza che, contrariamente agli assunti della citazione, il S. e l’A., già prima di acquistare, nel maggio 1998, le obbligazioni Mexico 10% per un controvalore di L. 260 milioni, (operazione cui si imputa la perdita per cui è processo), avevano acquistato altri titoli a rischio (le obbligazioni Telecom Argentina, con ordine dell’8 aprile 1998).

Di qui il motivato, condivisibile convincimento del primo Giudice circa la propensione degli attori a forme di investimento finanziario, non già di sicura conservazione del capitale investito (come, appunto, le operazioni di pronti contro termine e su titoli di Stato, ove il rischio di perdita del capitale è inesistente a fronte della modestia della remunerazione), ma di fatto speculativi, perchè finalizzati a elevata remunerazione, epperò a rischio.

Secondo i Giudici del gravame, correttamente il Tribunale ha disatteso la deposizione testimoniale del funzionario bancario Di.

G., sia perchè in contrasto con le risultanze documentali (avendo costui riferito soltanto di operazioni su titoli di Stato e di pronti contro termine), sia perchè in posizione di conflitto con la Banca convenuta, contro la quale – dopo le dimissioni – pendeva giudizio di risarcimento danni.

La Corte d’appello ha inoltre sottolineato che, al di là della sottoscrizione formale della scheda rischi (prima del disinvestimento), gli appellanti erano stati specificamente informati, nella specie, del rischio dell’operazione finanziaria non solo all’atto dell’investimento, ma anche al momento del disinvestimento, avvenuto non per autonoma scelta della Banca, ma in virtù di espresso ordine del cliente, nell’ambito di un contratto di deposito a custodia con amministrazione dei titoli, senza conferimento di poteri di gestione del patrimonio, per cui la Banca risultava vincolata alle istruzioni del cliente.

Secondo la Corte territoriale, nella specie non è configurabile alcuna responsabilità della Banca, nè ai sensi dell’art. 1710 c.c., nè sotto il profilo della violazione degli obblighi di diligenza e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., come richiamati dal cit. T.U. art. 21, avendo la Banca adempiuto, nella sostanza, a tali obblighi mediante adeguata informazione ai clienti e, nondimeno, volontariamente disattesa.

3. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello il S. e l’A. hanno proposto ricorso, con atto notificato il 10 maggio 2004, sulla base di due motivi.

Ha resistito, con controricorso, la Banca del Fucino.

In prossimità dell’udienza la Banca ha depositato una memoria illustrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 21, e succ. modif., e dell’art. 29, del regolamento CONSOB n. 11522), i ricorrenti precisano che, con la proposta azione risarcitoria, essi, che avevano sempre diretto i propri investimenti verso forme assolutamente non propense al rischio capitale, hanno lamentato la mancata informazione da parte della Banca al momento in cui erano stati indotti ad acquistare titoli su mercati finanziari sudamericani che, se da un lato offrivano la possibilità di potere effettuare consistenti guadagni, dall’altro comportavano il rischio – poi verificatosi -di veder ridotto in modo considerevole il capitale investito a causa della eccessiva instabilità dei mercati.

Le operazioni suggerite dovevano ritenersi, a norma dell’art. 29, del regolamento CONSOB n. 11522, assolutamente non adeguate alla tipologia dei clienti, avuto riguardo alla loro propensione al risparmio e alla loro conoscenza degli strumenti finanziari.

Tale disposizione regolamentare – si osserva – non ammette deroghe e non potrebbe essere superata, come invece ha riconosciuto la Corte di merito, da una prova testimoniale (peraltro resa da soggetti a credibilità "ridotta" per essere dipendenti della Banca) che semplicemente riferisca sul fatto che vi è stata la dovuta informazione.

Al contrario, tale circostanza deve risultare da elementi obiettivi previsti dalla normativa regolamentare CONSOB: in particolare, dalla consegna del documento informativo predisposto dalla banca (la c.d. scheda rischi).

2. – Il secondo mezzo denuncia insufficienza e contraddittorietà della motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., numero 5.

Con esso i ricorrenti si dolgono che la Corte di merito abbia ritenuto che le informazioni rese dai dipendenti si erano rivelate sufficienti a fornire tutti i chiarimenti necessari per compiere operazioni finanziarie.

Se esiste un obbligo (quello della consegna della scheda rischi), esso non può essere ignorato nè sostituito da una informazione orale che, per quanto corretta, non consente di superare il ragionevole dubbio in ordine alla sua recepibilità da parte del cliente.

La Corte si sarebbe "limitata a recepire le considerazioni già espresse dal primo Giudice in merito alla credibilità dei testi assunti, dimenticando di approfondire un passaggio importante, quale quello legato alla data delle dimissioni del teste Di.Gi., che rendevano la sua testimonianza non contrastante con la documentazione prodotta e, comunque, di dare un’adeguata motivazione sul ragionamento logico – giuridico seguito per accreditare i testi dipendenti della Banca anche se in contrasto con la disciplina dettata dal testo unico".

La sentenza impugnata sarebbe inoltre contraddittoria. La Corte d’appello, infatti, dopo avere confermato che anche il disinvestimento deve essere preceduto da una corretta informazione del cliente in ordine ai rischi connessi con l’operazione stessa, ha ritenuto che sconsigliare l’operazione poteva essere sufficiente ad integrare la corretta informazione richiesta dalla norma. I Giudici del gravame, senza soffermarsi sulla personalità dei clienti e sul loro grado culturale, avrebbero erroneamente considerato che il semplice consiglio di non compiere l’operazione potesse sostituire tutto il materiale informativo che la banca avrebbe dovuto consegnare.

3. – I due motivi – i quali, stante la loro stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente -sono fondati, nei termini di seguito precisati.

3.1. – Ai sensi del Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria approvato con il D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 21, (che riproduce l’identica disposizione già prevista dal D.Lgs. 23 luglio 1996, n. 415, art. 17, recante il recepimento, tra l’altro, della la direttiva 93/22/CEE del 10 maggio 1993), nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento i soggetti abilitati devono "acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati" (comma 1, lett. b).

Questa regola – nell’assoggettare la prestazione dei servizi di investimento ad una disciplina diversa e più intensa rispetto a quella discendente dall’applicazione delle regole di correttezza previste dal c.c., impone all’operatore il dovere sia di farsi parte attiva nella richiesta all’investitore di notizie circa la sua esperienza e la sua situazione finanziaria, gli obiettivi di investimento e la propensione al rischio, sia di informare adeguatamente il cliente, al fine di porre il risparmiatore nella condizione di effettuare consapevoli e ragionate scelte di investimento o disinvestimento.

Il duplice riferimento alle informazioni adeguate e necessaria e la direzione dell’obbligo nei confronti del cliente inducono a ritenere che le informazioni debbano essere modellate alla luce della particolarità del rapporto con l’investitore, in modo da soddisfare le specifiche esigenze proprie di quel singolo rapporto.

L’obbligo di informazione nella prestazione dei servizi di investimento ha ricevuto una specificazione di dettaglio nella disciplina regolamentare introdotta dalla CONSOB: prima con la Delib.

30 settembre 1997, n. 10943, applicabile ratione temporis al momento dell’acquisto (maggio 1998) dei titoli Mexico 10% da cui è sorta la presente controversia – poi con la Delib. 1 luglio 1998, n. 11522.

La disciplina regolamentare prevede tra l’altro:

– che l’intermediario autorizzato non può effettuare operazioni se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o di disinvestimento (Delib.

CONSOB n. 10943, art. 5, comma 2; Delib. CONSOB n. 11522, art. 28, comma 2);

– che l’intermediario, quando riceve da un investitore disposizioni relative ad un’operazione non adeguata, lo informa di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione; e che qualora l’investitore intenda comunque dare corso all’operazione, l’intermediario può eseguire l’operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto (ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico), in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute (Delib. n. 10943, art. 6, comma 3; Delib. n. 11522, art. 29, comma 3).

3.2. – Nella specie la Corte d’appello ha escluso qualsiasi negligenza in capo alla Banca, rilevando che il funzionario addetto aveva informato il cliente del rischio dell’operazione finanziaria de qua (acquisto e successivo disinvestimento delle obbligazioni Mexico 10%).

La motivazione contenuta nella sentenza impugnata è, al riguardo, insufficiente.

Al di là dell’aspetto relativo alla consegna o meno del documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari (adempimento che non era nella specie, ratione temporis, necessario prima dell’investimento, dato che, quanto ai rapporti in corso, la Delib. CONSOB 25 febbraio 1993, n. 11254, ha differito al 30 giugno 1998 l’obbligo di consegna di detto documento), l’argomentazione dei Giudici del gravame, nella sua genericità, non da conto di quali concrete avvertenze e specifiche indicazioni sul tipo di rischio sotteso all’operazione siano state date agli investitori e nulla dice circa l’adeguatezza dell’informazione fornita dall’intermediario, se cioè essa sia stata tale da soddisfare le esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria dei clienti; e, soprattutto, non indica se, a fronte di un’operazione ritenuta dalla stessa Banca non adeguata, questa abbia osservato la norma che consente di darvi corso soltanto a seguito di un ordine impartito per iscritto in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute.

La decisione della Corte territoriale è altresì erronea in diritto.

Invero – diversamente da quanto lascia implicitamente intendere la sentenza impugnata (nella quale si sottolinea che l’operazione è avvenuta "non per autonoma scelta della banca, ma in virtù di espresso ordine del cliente, nell’ambito di un contratto di deposito a custodia con amministrazione dei titoli, senza conferimento di poteri di gestione del patrimonio") – l’ambito oggettivo delle disposizioni concernenti le informazioni e le operazioni non adeguate è destinato a trovare applicazione anche là dove il servizio prestato dall’intermediario consista nell’esecuzione degli ordini dell’investitore.

Il Collegio ritiene infatti che la regola in base alla quale in presenza di un’operazione non adeguata l’intermediario deve astenersi dal dare esecuzione all’operazione se prima non abbia avvertito l’investitore e ottenuto dal medesimo l’espressa autorizzazione ad agire ugualmente sulla base di un ordine contenente l’esplicito riferimento alle informazioni ricevute, trova applicazione con riferimento a tutti i servizi di investimento prestati nei confronti di qual-siasi investitore che non sia un operatore qualificatore sia con riguardo ai servizi di investimento nei quali sia ravvisabile una discrezionalità dell’intermediario, come ad esempio nel caso di contratti di gestione di portafogli di investimento, sia là dove l’operazione avvenga su istruzione del cliente, come, appunto, quando venga prestato il servizio di negoziazione o di ricezione e di trasmissione di ordini.

Tale interpretazione pare preferibile sia in ragione della natura e delle finalità sottostanti ai doveri di informazione imposti agli intermediari nei servizi di investimento (servizi nel cui ambito rientra, accanto alla gestione di portafogli, l’esecuzione di ordini per conto dei clienti: del cit. Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, art. 1, comma 5, sulla scia di quanto già previsto dal D.Lgs. n. 415 del 1996, art. 1, comma 3), sia in considerazione del tenore letterale della, già ricordata, normativa regolamentare proveniente dalla CONSOB, la quale, per un verso, richiede che siano fornite informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione non solo prima di consigliare operazioni o di prestare il servizio di gestione, ma anche di effettuare operazioni con o per conto dell’investitore, e, per l’altro verso, fa esplicito riferimento al caso in cui l’intermediario abbia ricevuto dall’investitore una disposizione per effettuare una operazione non adeguata.

Nè, a questo riguardo, rileva la circostanza che, in epoca immediatamente precedente all’effettuazione in questione (appena un mese prima), il cliente avesse acquistato altri titoli a rischio (obbligazioni Telecom Argentina): giacchè il dovere di fornire informazioni appropriate e l’obbligo di astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, se non sulla base di un ordine impartito dall’investitore per iscritto contenente l’esplicito riferimento alle avvertenze ricevute, sussiste in tutti i rapporti con operatori non qualificati, e tale è anche chi – non rientrante in una delle speciali categorie di investitori menzionate nei regolamenti CONSOB (Delib. n. 10943, art. 8, comma 2; Delib. n. 11522, art. 31, comma 2), abbia in precedenza occasionalmente investito in titoli a rischio.

4.- Il ricorso è accolto per quanto di ragione.

La sentenza impugnata è cassata e la causa è rinviata alla Corte d’appello di L’Aquila.

Il Giudice del rinvio – che provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione – si adeguerà al seguente principio di diritto:

"In tema di servizi di investimento, la banca intermediaria, prima di effettuare operazioni, ha l’obbligo di fornire all’investitore una informazione adeguata in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente;

e, a fronte di un’operazione non adeguata (nella specie, avente ad oggetto obbligazioni Mexico 10%), può darvi corso soltanto a seguito di un ordine impartito per iscritto dall’investitore in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. All’operatività di detta regola – applicabile anche quando il servizio fornito dall’intermediario consista nella esecuzione di ordini – non è di ostacolo il fatto che il cliente abbia in precedenza acquistato un altro titolo a rischio (nel caso: obbligazioni Telecom Argentina), perchè ciò non basta a renderlo operatore qualificato ai sensi della normativa regolamentare dettata dalla CONSOB".

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di L’Aquila, in diversa composizione.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile sez. II 24/6/2008 n. 17181; Pres. Pontorieri F.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Su ricorso del geometra B.M., corredato da parere del competente ordine professionale, il Presidente del Tribunale di Spoleto emise decreto ingiuntivo in data 10.3.99 a carico di M. G., per il pagamento della somma di L. 32.552.712, oltre accessoria titolo di compenso per prestazioni professionali che l’istante assumeva avere espletato, su incarico dell’intimato, per la progettazione di fabbricati ad uso abitativo e diverso da erigere su un terreno di proprietà del medesimo.

Si oppose il M., deducendo di nulla dovere al professionista, a termini della convenzione con il medesimo stipulata in data 17.9.94, tra l’altro prevedente una permuta in forza della quale egli avrebbe dovuto cedere al geometra il complesso immobiliare, ricevendo quale corrispettivo un appartamento, oltre alle prestazioni professionali e che queste, comunque, non sarebbero state retribuite se il progetto di lottizzazione non fosse stato approvato entro la data del 30.9.95, per motivi non imputabili al proprietario; poichè tale autorizzazione non era intervenuta e, peraltro, anche un successivo tentativo di ottenere una concessione per la realizzazione di un fabbricato non aveva avuto esito, tanto che la relativa pratica era stata archiviata il l’11.6.97, la pretesa del B. sarebbe stata infondata ed addirittura temeraria, anche agli effetti dell’art. 96 c.p.c..

Si costituiva e resisteva l’opposto, replicando che la convenzione indicata dall’opponente e non pervenuta a buon e sito, esclusivamente finalizzata alla lottizzazione, era rimasta superata da un successivo incarico professionale, conferitogli dopo un anno dalla scadenza del termine in quella indicato; tale incarico prevedeva la costruzione, da parte del M. in proprio, di fabbricati ad uso sia abitativo, sia diverso; a tale secondo incarico, che sosteneva aver assunto ed espletato, senza alcuna condizione collegata all’esito della pratica, ascriveva la propria richiesta proposta in via monitoria.

Con sentenza n. 39/04 l’adito Tribunale accoglieva integralmente l’opposizione, revocando il decreto ingiuntivo e condannando l’opposto alle spese del giudizio, sugli essenziali rilievi che, in assenza di alcuna prova in ordine al conferimento di un secondo incarico ed in mancanza di alcuna dichiarazione ex art. 1456 c.c., anteriore alla causa, della parte interessata di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa, i rapporti tra le parti fossero ancora regolati dalla convenzione del 17.9.94, a termini della quale anche le attività professionali svolte successivamente al 30.9.95 erano da considerarsi assoggettate alla clausola anzidetta, sicchè avendo il M. manifestato, con la domanda giudiziale, di volersene avvalere, non essendo stata rilasciata l’autorizzazione alla lottizzazione, nessun compenso sarebbe stato dovuto al B..

Su appello di quest’ultimo, resistito dall’appellatola Corte di Perugia, con sentenza del 6/4-4/7/06, in parziale riforma di quella impugnata, condannava il M. al pagamento in favore del B. della somma di Euro 16.894, 93, con gli interessi legali, così ridotte le spettanze di cui al decreto ingiuntivo, oltre al rimborso dei due terzi delle spese del giudizio, per il resto compensate.

A tale conclusione i giudici di appello pervenivano, per quanto ancora rileva in questa sede, considerando che le argomentazioni esposte dal Tribunale non fossero conferenti nella concreta fattispecie negoziale, nella quale non era configurabile una clausola risolutiva espressa, "preordinata ad operare a fronte di un comportamento di una delle parti costituente inadempimento in senso tecnico …, essendo stata invece pattuita l’inefficacia o caducazione dell’accordo in conseguenza dello spirare di un termine, senza che fosse stata rilasciata per qualsivoglia motivo, purchè non imputabile al M., la … concessione di lottizzazione ".

Peraltro, anche a voler ritenere protratta la vigenza della convenzione, la stessa non avrebbe potuto essere considerata fonte del secondo" incarico professionale, attesa la diversità dei rispettivi oggetti, il primo costituito unicamente da un progetto di lottizzazione, il secondo da un progetto di edificazione di fabbricati ad uso di abitazione e di ufficio, in tali termini concretamente espletato, come dimostrato dal B., anche se la specifica del medesimo andava ridimensionata.

Per la cassazione di tale sentenza il M. ha proposto ricorso affidato ad un unico motivo, deducente vari profili di violazione di norme di diritto e connessi vizi di motivazione, e proponente ex art. 366 bis c.p.c una serie di quesiti a questa Corte.

Resiste il B., con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di ricorso viene dedotta "violazione degli artt. 1456, 1457, 1353, 1362, 1366, 1367, 1346, 1325 n. 3, 1418 c.c., della L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 28 come mod. dalla L. n. 725 del 1967, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5". La decisione impugnata viene, anzitutto, censurata per aver erroneamente ravvisato un termine essenziale, anzichè una clausola risolutiva espressa, nella pattuizione secondo la quale nessun compenso sarebbe stato dovuto al B. "ove le competenti autorità comunali per qualsivoglia motivo, purchè non imputabile al M., non dovessero rilasciare la concessione ovvero la stessa venisse rilasciata oltre il 30/9/95". Si sostiene, al riguardo, che in mancanza di alcun elemento dal quale poter desumere la natura essenziale del termine convenuto, nel senso di mancanza di utilità oggettiva o soggettiva dell’adempimento oltre la suddetta scadenza temporale, la clausola, essendo correlata all’inadempimento, da parte del B., di una precisa obbligazione, ed accordandoci riguardosi M. la facoltà di sciogliersi dal contratto, senza nulla dovere alla controparte, avrebbe dovuto essere considerata, come correttamente aveva ritenuto il giudice di primo grado, una clausola risolutiva espressa.

In subordine si deduce, con richiamo a giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 5575/83, 419/06) che "si sarebbe potuto e dovuto parlare, se del caso, di condizione risolutiva (art. 1353 c.c.), perchè l’evento del rilascio della concessione da parte del Comune, ancorchè assistito da un termine, costituiva l’elemento futuro ed incerto, integrante la figura, appunto, della condizione risolutiva".

Conseguentemente, m osservanza all’art. 366 bis c.p.c., vengono posti a questa Corte, tre quesiti, nei seguenti testuali termini:

a) "se la previsione del mancato adempimento di una determinata obbligazione connessa anche ad un evento incerto e futuro (nel caso di specie il rilascio di un atto abilitativo urbanistico) integri l’ipotesi della clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.)o, viceversa, l’ipotesi del termine essenziale (art. 1457 c.c.) o, ancora, escluse in ipotesi, sia l’una che l’altra, quella della condizione risolutiva (art. 1353 c.c.); b) se e quali siano, secondo il diritto comune, gli elementi o i principi, sulla base dei quali procedere alla qualificazione giuridica di una clausola, quale clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.), quale termine essenziale (art. 1457 c.c.), quale condizione risolutiva (art. 1353 c.c.)"; c) "se gli elementi rilevati dalla Corte di Appello siano idonei a far ritenere la clausola de qua come riconducibile all’ipotesi del termine essenziale, anzichè a quella della clausola risolutiva espressa o ancora ali ‘ipotesi della condizione risolutiva".

Ai tre quesiti palesemente pertinenti alla fatti specie, in relazione alle censure che ne costituiscono la premessa, può fornirsi risposta unitaria, attesa l’evidente stretta connessione tra gli stessi.

Al riguardo va, anzitutto, osservato che caratteri comuni degli istituti previsti dagli artt. 1456 clausola risolutiva espressa) e art. 1457 c.c. (termine essenziale per una delle parti), entrambi collocati nell’ambito della sezione 1^, capo 14 del libro 4^, disciplinante le varie ipotesi di risoluzione per inadempimento del contratto, possono individuarsi nella sussistenza di un’ipotesi d’inadempienza contrattuale imputabile ad una delle parti e nell’attribuzione all’altra, in via di autotutela, di un diritto potestativo, comportante la facoltà di sciogliersi unilateralmente dal contratto. Tale scioglimento, nel caso della clausola risolutiva espressa, richiede una manifestazione di volontà a tal fine, da parte del contraente non inadempiente, mentre in quella del termine essenziale l’effetto risolutivo, collegato ad una scadenza temporale, oltre la quale la prestazione è stata dai contraenti ritenuta priva di utilità per una delle partasi verifica di diritto, se entro i tre giorni successivi alla data prevista tale parte non dichiari di voler comunque esigere la prestazione, fino a quel momento inadempiuta.

Dall’esposizione dei suesposti elementi, comuni e differenziali, dei due istituti così come più volte evidenziati dalla giurisprudenza di questa Corte (v., tra le altre, Cass. n. 8881/00, 102/94), risulta palese come nell’uno e nell’altro caso la risoluzione, pur diversamente disciplinata nelle due ipotesi, debba essere comunque ricollegabile all’inadempimento di una prestazione imputabile ad una delle parti, elemento che nella concreta fattispecie negoziale, così come riportata nella sentenza impugnata e concordemente riferita dalle parti, non si riscontra, atteso che l’effetto risolutorio non risultava espressamente collegato al comportamento inadempiente dell’uno o dell’altro dei contraenti, ma, essenzialmente, al mancato conseguimento, entro vaia, determinata scadenza, "per qualsivoglia motivo, purchè non imputabile al M. …" del provvedimento amministrativo, indispensabile ai fini dello scambio di prestazioni contrattualmente previsto;vale a dire che, esclusa l’ipotesi ("patologica") di mancato conseguimento dell’autorizzazione alla lottizzazione per difetto di collaborazione da parte dell’istante M., l’esito negativo, per qualsiasi altra ragione, della pratica, avrebbe comportato lo scioglimento dei contraenti dal rapporto, con assoluzione, in particolare, del suddetto da ogni obbligazione correlata alla prestazione professionale del B..

Tanto premesso, considerato che la verificazione del fatto condizionante l’efficacia del contratto, in quanto integrante l’emanazione di un provvedimento essenzialmente rimesso all’esercizio di una facoltà discrezionale della P.A.(fatto del terzo, non dipendente dalla volontà delle parti), vale a dire un evento futuro ed incerto (cfr. Cass. n. 1900/00, per una fattispecie, in parte analoga, di condizione sospensiva), al cui mancato accadimento, ancorchè ancorato ad una scadenza temporale, veniva annesso l’effetto risolutorio, deve concludersi che nel caso di specie la riportata clausola contrattuale abbia integrato gli estremi di una condizione risolutiva negativa, ex art. 1353 c.c. comportante l’automatica caducazione degli effetti del negozio alla data prevista. Tale soluzione risulta in linea anche con la giurisprudenza al riguardo citata dal ricorrente (Cass. n. 419/06), nella quale è stato evidenziato come l’evento, incerto nell’an e nel quando, sebbene ancorato ad un limite temporale, allo scopo di evitare che le parti rimangano indefinitamente nell’incertezza sull’efficacia del contratto, debba qualificarsi, pur se la clausola sia prevista nel preminente interesse di una delle parti, quale condizione risolutiva, ferma restante la facoltà di rinuncia alla stessa, anche con comportamenti concludenti. Ma a tal ultimo proposito, la deduzione, da parte ricorrente, di siffatta rinunciaci limita alla proposizione una tesi meramente assertiva, non meglio specificatale comunque richiederebbe accertamenti di circostanze di fatto non dedotte nei precedenti gradi di merito, con conseguente inammissibilità del relativo profilo di censura.

Conclusivamente, in risposta ai quesiti come in precedenza formulati, questa Corte può enunciare il principio nei seguenti, riassuntivi, termini formulato:

"Premesso che, nei contratti a prestazioni corrispettive, il presupposto comune della clausola risolutiva espressa e del termine essenziale per una delle parti, rispettivamente previsti dagli artt. 1456 e 1457 c.c., è costituito dall’inadempimento imputabile ad una delle parti, e che tale elemento non si riscontra nel caso in cui, al mancato ottenimento entro una determinata scadenza temporale di un provvedimento amministrativo per qualsivoglia motivo, purchè non ascrivibile ad uno dei contraenti, sia stato annesso l’effetto risolutivo, siffatta clausola, in quanto condizionante tale effetto alla mancata verificazione di un evento futuro ed incerto, non esclusivamente dipendente dal comportamento dei contraenti, deve qualificarsi condizione risolutiva negativa ai sensi dell’art. 1353 c.c..

Resta pertanto confermata, sia pur con motivazione diversa, emendativa ex art. 384 c.p.c., u.c., di quella adottata dal giudice a quo (ravvisante nella clausola controversa un termine essenziale), la decisione impugnata, nella quale è stato ritenuto risolto l’originario contratto alla data del 30.9.95, individuandosi in una successiva fonte negoziale la diversa genesi dell’obbligazione azionata dal B.. Tale fonte, esclusa l’ormai caducata convenzione del 17.9.94, in mancanza di prove e rituale deduzione di elementi comportanti un rinnovo della stessa, in tutto o in parte, secondo gli originari complessi termini che l’avevano connotata (tra cui, segnatamente, quello della previsione di una scadenza temporale), non avrebbe potuto che individuarsi, come dalla Corte di merito lo è stata con motivazione esente da vizi logici, nei fatti concludenti, intervenuti a distanza di un anno dalla precedente scadenza, desunti dalla redazione di un nuovo progetto da parte del B. e dalla sottoscrizione, da parte del M. e sulla base di questo, di una nuova istanza diretta alla realizzazione di un fabbricato, con conseguente instaurazione di un contratto d’opera ex art. 2222 c.c., comportante, ai sensi dell’art. 2225 c.c., il diritto del prestatore al corrispettivo, indipendentemente dal buon esito della pratica amministrativa. Restano conseguentemente assorbiti i successivi profili di censura ed i connessi quesiti di diritto, formulati a pag. 23 del ricorso, sub d (relativo alla possibilità di proroga tacita di un contratto sottoposto a termine essenziale, la cui configurabilità è stata esclusa), sub e (relativo alla corretta interpretazione del contratto originario, la cui caducazione ne comporta l’irrilevanza ai fini della decisione sulla domanda di pagamento del compenso professionale), sub f (relativo alla possibilità di ottenere una concessione edilizia, senza aver prima conseguito l’autorizzazione alla lottizzazione del terreno edificabile).

Per quanto attiene, in particolare, a quest’ultima questione difetta anche di concreto interesse e rilevanza, tenuto conto che i giudici di appello hanno già fornito risposta al riguardo, nel senso sostenuto da parte dell’odierno ricorrente, laddove (v. pag. 8 u.p. della sentenza impugnata) danno atto che, sia pur "per linee teoriche", la lottizzazione costituisce "attività propedeutica a quella di realizzazione del fabbricato" e, pertanto, della necessità di produzione, a corredo della domanda di concessione edilizia, del "progetto di lottizzazione ed urbanizzazione di lotto di terreno edificabile", in precedenza redatto dal professionista a seguito dell’originaria convenzione del 17.9.94, tuttavia depennando dalla pretesa del B. le voci relative al compenso per tale specifica parte della prestazione , "non potendo farsi rientrare dalla finestra quanto già uscito dalla porta per un titolo poziore".

Il ricorso va, in definitiva, respinto.

Sussistono tuttavia giusti motivi per la totale compensazione delle spese del giudizio di legittimità, considerate la complessità della vicenda, l’obiettiva controvertibilità delle questioni dibattute e la disposta correzione della motivazione, in conformità ad una tesi proposta, sia pur subordinatamente e senza positivo esito, dalla parte ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara interamente compensate tra le parti le spese del presente giudizio.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tribunale Civile Bologna 23/6/2008 n. 1517; Pres. Costanzo A.

Redazione

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il giorno 8.3.1996, X conveniva in giudizio la sorella Y, al fine di sentir disporre lo scioglimento della comunione ereditaria sui beni lasciati dalla madre F. M., deceduta il 27.10.1992, e dal padre F. B., deceduto il giorno 11.7.1994, con assegnazione dei beni in natura ove se ne fosse accertata la comoda divisibilità, salvo il disposto di cui all’art. 720 c.c.; chiedeva altresì la condanna della convenuta al pagamento in suo favore, previo rendiconto, della metà degli importi percepiti a titolo di canone di locazione dai conduttori delle porzioni immobiliari facenti parte del compendio ereditario al netto di quanto sostenuto nell’interesse della comunione, nonché la condanna al pagamento di un’indennità per l’illegittima occupazione di parte del bene in proprietà di essa attrice e della quota alla stessa spettante sull’appezzamento di comune proprietà, oltre al risarcimento dei danni conseguenti alla detta occupazione con i dovuti interessi dalla notifica dell’atto di citazione sino al saldo; chiedeva, infine, la condanna della convenuta al rilascio immediato dei beni di proprietà della deducente. Esponeva l’attrice che la madre, disponenendo con testamento olografo, aveva legato in suo favore un lotto di terreno in Imola (di cui la testatrice era intestataria in parte per la quota di ½ ed in parte per la quota di ¼) ed aveva nominato eredi universali le proprie due figlie — l’attrice e la convenuta — in parti tra esse uguali ed usufruttuario generale il marito F. B. sugli altri suoi beni, costituiti dalla quota di ½ sopra un fabbricato rurale in Imola e l’area ad esso adiacente e dalla quota di ¼ sopra due aree inedificabili site sempre in Imola. Il padre, dopo la sua morte, aveva disposto con testamento olografo un legato in favore di essa attrice avente ad oggetto l’altra quota, quella di spettanza del testatore, sul medesimo bene già pervenutole al medesimo titolo per successione materna; anch’egli nominava eredi universali le figlie in pari quota. Aggiungeva che la convenuta aveva occupato tutto l’appezzamento di terreno.

Si costituiva in giudizio la convenuta chiedendo in via riconvenzionale di dichiarare la reale natura donativa dell’intestazione effettuata in vita dal padre F. B. in favore dell’attrice riguardo alla quota di ‘h sull’immobile sito in Imola alla via (omissis), al fine di ricomprenderlo nell’asse ereditario relativo alla successione in morte di F. B.; assumendo, inoltre, di avere subito lesione della quota di riserva spettantele ai sensi dell’art. 542 c.c. per la successione materna ed ai sensi dell’art. 537 c.c. per la successione paterna; chiedeva la riduzione dei legati disposti dalla madre e dal padre in favore della sorella al fine di procedere alla divisione dei beni ereditari nel rispetto delle quota di riserva di sua spettanza. Aggiungeva, quanto al denaro, di averlo già corrisposto alla sorella; chiedeva, per contro, che quest’ultima fosse condannata a pagare nei suoi confronti una indennità a titolo di compenso per l’assistenza prestata alla madre e al padre.

Alla prima udienza davanti al Giudice Istruttore la parte attrice riconosceva di avere ricevuto somme a titolo di canoni di locazione e conseguentemente rinunciava alla relativa domanda.

Concessi i termini ex art. 183 V° c.p.c (vecchia formulazione), la parte attrice chiedeva accertarsi la natura donativa del contratto di acquisto con cui i genitori avevano trasferito alla convenuta e al di lei marito l’immobile di cui al rigoti ********** del 27.4.1978. La parte convenuta dichiarava quindi di non accettare il contraddittorio sulla domanda nuova di simulazione eccependone la tardività.

Il tribunale, con sentenza parziale n. 309/99, dichiarava l’ammissibilità della domanda in questione e rimetteva la causa sul ruolo per la prosecuzione. Avverso la sentenza veniva interposto appello dalla parte convenuta. La Corte territoriale, con sentenza n. 990/2000, confermava la sentenza di primo grado, che diveniva definitiva a seguito della sentenza della Suprema Corte di cassazione del 6.10.2004 n. 21895 la quale rigettava il ricorso proposto da Y.

Nel giudizio in corso venivano quindi assegnati i termini e formulate richieste istruttorie. Conseguentemente, venivano escussi i testi ammessi e il Giudice Istruttore, ritenuta la necessità che il Collegio pronunciasse sulla natura donativa del terreno di via (omissis), venduto da F. B. e F. M. a N. M. e Y nonché sulla natura donativa dell’immobile di via (omissis) in favore di X, in quanto questioni pregiudiziali rispetto alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria e di riduzione proposte dalle parti, rinviava la causa per la precisazione delle conclusioni. Espletato il detto incombente, la causa veniva trattenuta in decisione con l’assegnazione alle parti dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

Preliminarmente, e con riferimento alla domanda di accertamento della natura donativa della vendita effettuata da F. B. e F. M. in favore di Y e N. M. dell’immobile sito in Imola, via Pambera, va osservato che l’attrice non l’ha riproposta in sede di precisazione delle conclusioni e che, pertanto, anche alla luce delle considerazioni da essa svolta in sede di comparsa conclusionale, la domanda deve ritenersi oggetto di rinuncia.

Va ora esaminata la domanda volta all’accertamento della natura donativa dell’atto di acquisto della quota di ½ dell’immobile sito in Imola, via (omissis), proposta in via riconvenzionale dalla parte convenuta Y.

La domanda è fondata e merita pertanto accoglimento.

Invero, dal complesso degli elementi acquisiti agli atti in fase istruttoria, è emerso che la quota di ½ dell’immobile di via (omissis), Imola, in catasto al fg. 153 con il mappale 291 è stato oggetto di una scrittura privata sottoscritta il 2.2.1971 da M. B. (venditrice) e F. B. (acquirente, de cuius), nella quale si conveniva il prezzo di lire 6.500.000, versato dall’acquirente alla venditrice, in parte (lire 1.000.000) in quella sede, e con riserva di corrispondere il resto al momento del la stipula dell’atto pubblico, rogito notarile che avrebbe dovuto intervenire da lì ad un mese. Il 13.2.1971 X acquista i 2/6 del detto immobile da M. B., mentre il coniuge della odierna attrice, A. B., acquista la quota di 1/6 dello stesso immobile. Il prezzo convenuto sulla base dell’atto notarile ammonta a lire 2.000.000, ma dalla ricevuta rilasciata da M. B. ai coniugi acquirenti risulta versata la somma di lire 5.500.000, nello stesso giorno della stipula del rogito notarile (cfr. il doc. prodotto).

I testi indotti dalla parte attrice ed escussi in corso di causa hanno poi precisato che F. B. conservava tra i propri documenti la scrittura citata del 2.2.1971 e che era solito ripetere che l’intestazione del bene immobile in questione in favore della figlia era solo fittizia.

Pertanto, gli elementi acquisiti consentono di ritenere che si sia trattato di una donazione indiretta dell’immobile per la quota di 2/6 di pertinenza della figlia X. Invero, la circostanza che il padre avesse in precedenza (un mese prima) acquistato per sé lo stesso bene, che il prezzo convenuto in quella sede fosse effettivamente pari a lire 6.500.000, da corrispondersi, il saldo, il giorno della stipula, giacché lire 1.000.000 era già stato corrisposto da F. B. (saldo effettivamente corrisposto alla acquirente il giorno del rogito notarile), unitamente alla circostanza per cui la data del rogito avrebbe dovuto stabilirsi entro il mese successivo (ciò che avvenne effettivamente, giacché la stipula notarile risulta avvenuta proprio un mese dopo, un mese e 11 giorni dopo il primo contratto), consentono di ritenere suffragata la tesi sostenuta dalla parte convenuta.

Deve quindi ritenersi che il de cuius avesse acquistato con denaro proprio l’immobile e che intendesse beneficiare la figlia con una donazione di denaro, diretta all’acquisto della quota di ½ dell’immobile, intestandole la quota di ½ di via (omissis). Nel caso di specie, in particolare, l’avvenuto acquisto da parte della figlia della quota di 2/6 dell’immobile citato dissimula una donazione indiretta e, quindi, può ritenersi accertata la natura donativa dell’acquisto posto in essere da X della quota di 2/6 dell’immobile in questione (analogo accertamento non può operarsi invece per A. B. che non è parte di questo giudizio).

Pertanto, la quota di 2/6 dell’immobile di Imola, via (omissis), deve essere ricompresa nell’asse ereditario di F. B., e conferita dalla attrice a titolo di collazione.

L’istruttoria dovrà proseguire per la ulteriore istruzione della domanda di scioglimento della comunione e riduzione, con rimessione della causa sul ruolo istruttorio come da separata ordinanza.

Le spese di lite vanno liquidate con il merito.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, non definitivamente pronunciando sulla causa di cui in epigrafe, ogni altra istanza, eccezione e difesa disattese, così provvede:

1) Accerta e dichiara la natura donativa dell’acquisto della quota di 2/6 del terreno sito in Imola, via (omissis), in catasto edilizio urbano del Comune di Imola al fg. 153, mappali 291 sub 1, 2, 3, 4, operato con atto del 12.3.1971 notaio dott. ********** n. Rep. 10129/5155, da parte di F. B. nei confronti di X;

2) rimette la causa sul ruolo come da separata ordinanza

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile 20/6/2008 n. 16809; Pres. Di Nanni L.F.

Redazione

Svolgimento del processo

Con citazione notificata l’8.6.1993 l’avv. M.R. conveniva in giudizio davanti al tribunale di Milano ***************, R.S., C.S. e L.G. per far accertare la responsabilità dei predetti per diffamazione continuata nei suoi confronti con condanna al risarcimento dei danni nella misura di L. 50 milioni.

Assumeva l’attore che, nella qualità di socio e consulente legale della s.p.a. Campeggio Lombardo di Cornate, era stato fatto oggetto dai convenuti (anche essi soci della s.p.a.), nel corso del 1989 di un’ingiustificata campagna denigratoria lesiva della sua immagine personale e professionale, particolarmente durante una riunione del Consiglio di Amministrazione e tramite un successivo esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati per l’attività svolta per la società ed i soci.

Si costituivano in giudizio i convenuti contestando di aver mai diffamato l’attore, essendosi limitati ad esercitare il diritto di critica, nell’ambito dei poteri inerenti alle loro cariche sociali, riguardo alle iniziative dell’avvocato M. in una vertenza fra soci e società.

"Con sentenza del 26.11.1998, il Tribunale di Milano rigettava la domanda.

La Corte di appello di Milano, adita dall’attore, con sentenza depositata il 19.11.2002, rigettava l’appello.

Riteneva la corte territoriale che nella fattispecie non si ravvisavano elementi diffamatori o denigratori, in quanto i convenuti, facenti parte del consiglio di amministrazione della s.p.a., si erano limitati a criticare la gestione dell’avv. M. della causa tra la società e la socia R., segnatamente riguardo all’accollo delle spese della raggiunta transazione; che egualmente non vi erano elementi diffamatori nell’esposto al Consiglio dell’ordine; che essi convenuti si erano limitati ad esprimere dubbi sulla correttezza della gestione della lite, sollecitando un parere del Consiglio dell’ordine; che l’espressione, secondo cui l’avv. M., in combutta con la R., aveva spinto questa a promuovere la causa contro – la società, andava letta nel contesto del dissenso in atto fra le parti, in ordine alla convenienza della transazione della lite, come proposta dall’avv. M..

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’attore.

I convenuti resistono con controricorso, che contiene anche ricorso incidentale.

Motivi della decisione

1. Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi.

Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2055, 1223, e 1226 c.c. nonchè degli artt. 115 e 187 c.p.c.; violazione dell’art. 112 c.p.c., il vizio logico ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3, 4 e 5 c.p.c.).

Assume il ricorrente che la decisione della corte territoriale si scontra con i fatti acquisiti al giudizio e costituenti motivi di impugnazione, donde la violazione dell’art. 112 c.p.c. e segnatamente per aver ritenuto che la controversia tra le parti era conseguenza del dissenso in merito al parere professionale dell’appellante sulla definizione transattiva della causa con la socia R., mentre tale presupposto contrasta con – la realtà dei fatti, in quanto il consiglio di amministrazione della società aveva espressamente richiesto un parere in tali termini; che tale presupposto, su cui si fonda là sentenza impugnata, costituisce stravolgimento e travisamento dei fatti.

Lamenta poi il ricorrente che erratamente la sentenza impugnata abbia ritenuto irrilevanti i rilievi critici espressi sull’operato dell’appellante nelle assemblee dell’aprile 1989, nonchè la revoca del mandato e l’esposto al consiglio dell’Ordine, i quali due ultimi atti già comportano di per sè una valutazione negativa del comportamento di un legale.

2.1. Il motivo è in parte inammissibile ed in parte è infondato.

Esso è inammissibile nella parte in cui il ricorrente lamenta lo stravolgimento ed il travisamento dei fatti.

Il travisamento del fatto non può. costituire motivo di ricorso per cassazione, poichè, risolvendosi in un’inesatta percezione da parte del giudice di circostanze presupposte come sicura base del suo ragionamento, in contrasto con quanto risulta dagli atti del processo, costituisce un errore denunciabile con il mezzo della revocazione ex art. 395,n. 4, c.p.c. (Cass. 30.1.2003, n. 1512; Cass. 27.1.2003, n. 1202; Cass. n. 1143 del 2003).

2.2. Infondata è anche la censura di violazione dell’art. 112 c.p.c..

Il principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c, implica unicamente il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ma non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti di causa – alla stregua delle risultanze istruttorie – autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti nonchè -in base all’applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante (Cass. 22/06/1994, n. 6006; Cass. 19.7.2002, n. 10542).

Nella fattispecie il giudice di appello si è pronunziato sull’impugnazione è vi è corrispondenza tra "domanda" propostagli dall’appellante e quanto pronunziato. La corte territoriale ha solo dato una diversa valutazione dei fatti di causa, rispetto a quanto prospettato dal ricorrente, escludendo che essi contenessero elementi diffamatori.

3.1. Infondata è anche la censura di violazione degli artt. 2043, 2055, 1223 c.c., nonchè di vizio motivazionale dell’impugnata sentenza.

Anzitutto va osservato che in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione, la ricostruzione – storica dei fatti, la valutazione del contenuto degli scritti, l’apprezzamento in concreto delle espressioni usate come lesive dell’altrui reputazione, l’esclusione della esimente dell’esercizio del diritto di cronaca e di critica costituiscono accertamenti in fatto, riservati al giudice di merito ed insindacabili in sede di legittimità se sorretti da argomentata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto (Cass. 18/10/2005, n. 20139; Cass. 27/10/2005, n. 20907).

Nella fattispecie il giudice di merito ha ritenuto, con motivazione immune da censure in questa sede di sindacato di legittimità, che i rilievi critici mossi all’operato dell’avvocato nel corso delle assemblee dell’aprile 1989 e, la successiva revoca del mandato e l’esposto al Consiglio dell’Ordine degli avvocati non contenessero espressioni diffamatorie.

Le doglianze espresse sul punto dal ricorrente si risolvono in una diversa lettura delle risultanze processuali, rispetto a quella del giudice di merito e, quindi, non può trovare ingresso, in questa sede.

3.2. Quanto all’unica espressione attribuita al ***** e ritenuta dal giudice di appello "effettivamente pesante", secondo cui l’avv. M. aveva spinto la R. a promuovere causa contro la società., il giudice – di merito ne ha escluso il carattere diffamatorio sul rilievo che essa andava inserita nel contesto di dissenso tra le parti in ordine alla convenienza della definizione della lite, come proposta dall’avv. M..

Avendo così ricostruito e valutato il giudice di merito la situazione fattuale, in effetti egli ha giustificato il comportamento dei convenuti nell’ambito del contesto contrattuale (prestazione d’opera professionale) che li legava all’attore. Tale ricostruzione è immune da vizi logici o giuridici.

3.2. Infatti alla parte contrattuale compete un diritto di critica o di dissenso in merito alla prestazione dell’altra parte e ciò vale anche per il contratto di prestazione d’opera professionale intellettuale.

Ovviamente tale scriminante, che trova il suo fondamento nell’art. 51 c.p. ed incide, escludendola, sull’antigiuridicità del comportamento, è sottoposta sempre all’osservanza del limite della continenza, il quale viene in considerazione non solo sotto l’aspetto della correttezza formale dell’esposizione, ma anche sotto il profilo sostanziale consistente nel non eccedere i limiti di quanto strettamente necessario per l’appagamento diritto di critica e dissenso (Cass. 15/01/2002, n. 370).

Segnatamente questa Corte ha già rilevato che in tema di responsabilità per danni derivanti dalla lesione del diritto personale all’onore, nel caso in cui sia presentato un esposto al Consiglio locale dell’Ordine forense", per escludere l’antigiuridicità del comportamento è necessario e sufficiente che le offese contenute negli scritti difensivi siano in rapporto di giuridica necessità o utilità con l’esercizio del diritto di presentare esposti (innanzi a detto Consiglio) da parte del soggetto che le ha scritte (Cass. 18/10/2005, n. 20141).

Tale valutazione, integrante il giudizio di bilanciamento degli interessi nel contesto fattuale, rientra negli esclusivi poteri del giudice di merito e nella fattispecie risulta effettuatà in modo esente da vizi logici o giuridici rilevabili in questa sede di sindacato di legittimità. 4. Il ricorso incidentale è inammissibile, per mancata esposizione dei fatti di causa, à norma del combinato disposto dell’art. 371 c.p.c., comma 3, e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Infatti il controricorso, avendo la sola funzione di resistere all’impugnazione altrui non richiede a pena di inammissibilità l’esposizione sommaria dei fatti di causa, ben potendo richiamarsi ai fatti esposti nella sentenza impugnata ovvero nel – ricorso principale (Cass. 21.2.1996,n. 1341; Cass. 9.9.1997, n. 8746).

Ove tuttavia detto controricorso contenga anche un ricorso incidentale, per l’ammissibilità di quest’ultimo, data la sua autonomia rispetto al ricorso principale, deve sussistere l’esposizione sommaria dei fatti di causa ed è pertanto inammissibile il ricorso incidentale (e non il controricorso) tutte le volte in cui si limiti ad un mero rinvio all’esposizione del fatto contenuta nel ricorso principale, potendo il requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, ritenersi sussistente, solo quando dal contesto dell’atto di impugnazione si rinvengono gli elementi indispensabili per una precisa cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle parti, senza necessità di ricorso ad altre fonti (Cass. S.U. 13.2.1998,n. 1513). Ai fini dell’inammissibilità alla mancata esposizione dei fatti di causa va equiparata l’insufficienza della stessa (Cass. 23/05/2003, n. 8154; Cass. 23.7.1994, n. 2796).

Nella fattispecie neppure dal contenuto del controricorso emergono tutti questi elementi suddetti relativi allo svolgimento dei fatti di causa.

5. In definitiva va rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibile l’incidentale.

Esistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile sez. I 19/6/2008 n. 16668; Pres. Proto V.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il signor R.S., adiva il tribunale di Palermo e, premesso di essere conduttore – ad uso abitativo – di un immobile posto in quella città, di proprietà della signora C. G., deduceva di corrispondere un canone superiore a quello previsto dalla L. n. 392 del 1978 e chiedeva la determinazione del c.d. equo canone.

A seguito dell’interruzione del processo, per la morte della convenuta, il giudizio veniva riassunto nei confronti dell’avv. D.S.L., erede della stessa.

2. Ad una successiva udienza, si costituiva in giudizio, con comparsa, la Curatela del fallimento di R.S., chiedendo che il credito vantato dal conduttore fosse riconosciuto in suo favore.

3. Il Tribunale, determinato il canone massimo per il periodo compreso da marzo 1992 ad agosto 2001, condannava il convenuto alla restituzione, in favore della Curatela, della complessiva somma di L. 63.924.850, indebitamente percetta a titolo di differenza canoni di locazione, relativamente al periodo predetto, oltre agli interessi legali maturati dalla domanda giudiziale, alle spese in favore dell’anticipatario, rigettando la domanda di rivalutazione monetaria, pure proposta.

Secondo il Tribunale, il fallito poteva stare in giudizio in ordine ai rapporti di natura strettamente personali, tra i quali rientrava quello relativo al contratto di locazione della propria abitazione, avendo interesse all’accertamento dell’esatto ammontare del canone dovuto ed alla ripetizione di quanto indebitamente corrisposto.

Tuttavia, con il suo intervento in giudizio, tempestivamente posto in essere (ex art. 419 c.p.c.), la curatela avrebbe dimostrato la volontà di sostituirsi al fallito nella domanda di tutela dello stesso diritto, entrato a far parte della massa attiva, di qui la necessità di una pronuncia in favore della procedura concorsuale.

4. In particolare, posto che il contratto di locazione, che aveva avuto inizio il 1^ marzo 1992, era assoggetto al regime di cui alla L. n. 392 del 1978, artt. 12 e ss., e che il CTU aveva individuato il costo base, essendo l’immobile costruito nel 1956, la sua vetustà doveva essere indicata nel parametro 0,775 (non in 7,35, come erroneamente indicato nella CTU), essendo decorsi 35 anni solari dalla data di costruzione dell’immobile sino all’inizio della locazione e considerandone lo stato come normale, con coefficiente 1,00 (non mediocre, come proposto dal CTU) in considerazione dei parametri costituiti dalla L. n. 392 del 1978, art. 21, e del D.M. 9 ottobre 1978 (cd. Decreto Stammati) e del fatto che gli elementi caratterizzanti l’immobile non erano affatto scadenti (pp. 8 – 9 della motivazione, ove i dettagli valutativi della normalità dell’immobile).

5. Avverso tale pronuncia proponeva appello l’avv. D.S. L., assumendo che il primo giudice avrebbe errato:

a) nel non escludere il fallito, presente personalmente in giudizio, dopo la valida costituzione della curatela, la quale aveva fatto proprie tutte le domande, difese ed eccezioni sollevate da questo;

b) che il fallito non avrebbe avuto alcun interesse alla determinazione del canone, essendo la locazione cessata in data 30 ottobre 2001, a seguito del rilascio del bene e che, pertanto, le questioni riguardavano esclusivamente un problema creditorio;

b1) ove il primo giudice avesse estromesso il fallito in proprio, l’istanza di opposizione al rinvio dell’udienza del 23 ottobre 2001, dov’era stata – invece – dichiarata la sua contumacia, sarebbe stata accolta e la decisione della causa sarebbe avvenuta assicurandogli la possibilità di difendersi pienamente.

6. La Corte d’appello, premesso che la controversia atteneva ad un rapporto di natura personale, ai sensi della *******., art. 46, che la domanda era rivolta al soddisfacimento di un interesse personale del fallito e che il credito maturato dallo stesso costituiva un rapporto di diritto patrimoniale in ordine al quale gli organi fallimentari si erano disinteressati, omettendo di agire, respingeva pure le doglianze relative all’entità del canone di locazione e del credito complessivo dovuto dal locatore, quella relativa alla determinazione del coefficiente di vetustà dell’immobile, perchè generica, e le altre censure relative a vari controcrediti (quale quello per mancato pagamento della pigione relativa al mese di ottobre 2001, dei danni cagionati allo stato dell’immobile, delle riparazioni straordinarie effettuate prima della locazione, ecc), in quanto censure e domande mai dedotte nel corso del giudizio di primo grado.

Respingeva inoltre la domanda per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. e quella relativa alla pretesa erronea dichiarazione di contumacia dell’appellante, nel corso del giudizio di primo grado, in considerazione del fatto che la richiesta di rinvio era stata fatta da persona non avente titolo, perchè non costituita in giudizio e che il rito applicabile alle locazioni non ammetteva udienze di mero rinvio.

6.1. In ordine all’appello incidentale proposto dal signor R., accoglieva il motivo tendente a far dichiarare tardiva la costituzione in giudizio della curatela, atteso che, ai sensi dell’art. 419 c.p.c., l’intervento del terzo, svolto ai sensi dell’art. 105 c.p.c., non poteva aver luogo oltre il termine stabilito per la costituzione del convenuto, con le modalità previste dagli artt. 414 e 416 c.p.c., in quanto applicabili.

Infatti, la posizione della curatela sarebbe stata quella dell’interventore principale, ossia della parte che intenda far valere un proprio diritto, in contrapposizione alle pretese fatte valere, nello stesso giudizio, da altre parti, con riferimento allo steso bene oggetto di contesa, con posizione di incompatibilità tra le medesime.

6.2. La Corte territoriale, pertanto, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava inammissibile l’intervento del fallito e condannava l’avv. D.S. al pagamento delle somme, indebitamente percette dalla propria dante causa, per il rapporto di locazione intrattenuto con il fallito, in favore di quest’ultimo, anzichè della curatela.

6.3. Le spese, tra le parti e la curatela, venivano compensate.

Quelle tra conduttore e locatore erano poste a carico del soccombente.

7. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per Cassazione l’avv. D.S.L., con ricorso affidato a quattro motivi, illustrato anche da memoria e da replica scritta alle conclusioni del PG, depositate all’esito dell’udienza pubblica. Il signor R. ha resistito, con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione *******., art. 80, e l’illogicità della motivazione) il ricorrente deduce che erroneamente la Corte d’appello, modificando l’opinione del tribunale, ha affermato che il fallito conserva la capacità relativa ai rapporti di locazione.

Tanto sarebbe escluso dalla L. Fall., art. 80, che impedirebbe al fallito di instaurare e/o continuare rapporti di locazione per abitazione personale non giustificati dalle sue possibilità economiche, con danno per i creditori.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione della *******., art. 43) il ricorrente deduce che erroneamente la Corte d’appello, confermando l’opinione del tribunale, non ha estromesso il fallito dal giudizio, in applicazione della norma richiamata. Peraltro, escludendo la capacità processuale del fallito il ricorrente avrebbe avuto la possibilità di ricostituirsi in giudizio, facoltà perduta proprio a causa del fatto che all’udienza fissata in primo grado non aveva avuto la possibilità di costituirsi per impegni concomitanti presso altra autorità giudiziaria.

1.3. Con il terzo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione dell’art. 345 c.p.c. e della legge sull’equo canone) il ricorrente deduce due errori compiuti dalla Corte d’appello:

a) uno relativo alla dichiarazione di inammissibilità del 4^ motivo di appello, per la pretesa mancata specificazione dei motivi di censura in primo grado, in quanto il coefficiente di vetustà dell’immobile avrebbe dovuto essere dedotto in base a dati (quale quello dell’anno di costruzione dell’immobile) presenti agli atti, mentre quello relativo alla superficie destinata a parcheggio di uso comune sarebbe stata tempestivamente proposta con le osservazioni tecniche alla CTU;

b) un altro relativo alla scoperta, dopo la conclusione del giudizio di primo grado e in occasione del rilascio dell’immobile (il 30 ottobre 2001), avvenuto dopo il deposito della decisione di primo grado, dei danni cagionati all’appartamento dal fallito, e ciò in ossequio della facoltà accordata dall’art. 345 c.p.c. (risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza) e in ordine al mancato pagamento di alcuni accessori (canone del mese di ottobre 2001, oneri condominiali, spese per il consumo dell’acqua).

2. Il ricorso, che è complessivamente infondato, deve essere respinto.

3.1. Il primo motivo d’impugnazione, con il quale il ricorrente pone il quesito di diritto relativo alla natura e alla vicenda giuridica della posizione contrattuale propria del conduttore, della casa adibita ad abitazione personale, rispetto al proprio fallimento (sia esso, o meno, dichiarato prima o dopo la stipula del contratto de quo), va disatteso in quanto, nella prospettazione del ricorrente, postula l’affermazione di un principio di diritto del tutto difforme da quelli già elaborati da questa Corte, a partire dalla storica sentenza delle Sezioni Unite civili n. 631 del 1979. 3.2. Superando un contrasto di giurisprudenza già evidenziatosi in precedenza, il richiamato arresto ha stabilito che la L. Fall., art. 80, comma 2, (nel testo vigente, ratione temporis), con la previsione che il curatore del fallimento del conduttore subentra nel rapporto di locazione, con facoltà di recesso, non interviene con riguardo al contratto di locazione che abbia ad oggetto l’immobile destinato ad abitazione del fallito e della sua famiglia, a prescindere dalla proporzionalità o meno della sua consistenza rispetto alle loro esigenze, atteso che tale rapporto, in relazione allo speciale regime vincolistico delle locazioni degli immobili urbani e, comunque, alla sua inidoneità ad incidere sugli interessi della massa, deve ritenersi di natura personale e, quindi, non compreso nella procedura concorsuale, ai sensi della *******., art. 46.

In sostanza, la posizione contrattuale del conduttore, quale che sia il momento in cui sia intervenuto il suo fallimento, conserva una natura personale, prevalente su quella di carattere patrimoniale, onde essa prosegue la sua vita, autonomamente, non risentendo direttamente degli effetti delle stesse scansioni e vicende del fallimento che abbia riguardato il suo titolare.

Una tale concezione, del resto, risponde ad una visione del fallimento tendenzialmente ispirata ai valori costituzionali, e corrisponde ad una tecnica processuale ormai funzionalizzata alla soluzione del problema concorsuale (e cioè al rispetto della par condicio creditorum) e al rispetto del principio della responsabilità patrimoniale del debitore (art. 2740 c.c.), ma pur sempre tenuta al rispetto della persona del fallito e della sua famiglia (art. 2 Cost.).

A tal riguardo, ad esempio, questa Corte a Sezioni Unite (sentenza n. 8271 del 2008) ha statuito che il curatore non può agire contro il terzo assicuratore per ottenere il valore di riscatto della relativa polizza stipulata dal fallito quand’era in bonis, non rientrando tale cespite tra i beni compresi nell’attivo fallimentare, ai sensi della *******., art. 46, comma 1, n. 5; e che (sentenza n. 20325 del 2007) il pagamento degli stipendi, pensioni, salari ed altri emolumenti di cui alla *******., art. 46, comma 1, n. 2, effettuato dal debitore direttamente al fallito, prima dell’emanazione del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, fissa i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia, è inefficace, ai sensi della *******., art. 44, comma 2, soltanto per gli importi eccedenti detti limiti, come determinati dal giudice delegato con riferimento al periodo anteriore al suo decreto.

3.3. Insomma, la locazione avente ad oggetto l’abitazione personale del fallito risponde ad una logica dei valori della persona, non a quelli del concorso.

Così, la sentenza n. 7142 del 2000 ha ribadito, in subjecta materia, che la locazione non integra un diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore secondo la previsione della *******., art. 43, bensì un rapporto di natura strettamente personale, ai sensi della *******., art. 46, in quanto rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita ed inidoneo ad incidere sugli interessi della massa, perciò indifferente per il curatore.

3.4. Non è, perciò, corretta la costruzione proposta dal ricorrente secondo la quale occorrerebbe distinguere tale rapporto a seconda del suo momento genetico (se, cioè, anteriore o posteriore alla dichiarazione di fallimento del conduttore) ovvero se relativo al solo accertamento del cd. equo canone ovvero alla richiesta di ripetizione del sovrappiù, indebitamente percepito dal locatore.

3.4.1. Infatti, con riferimento al primo profilo, relativo al momento temporale della conclusione del contratto, la questione prospettata, proprio perchè attinente ad un rapporto escluso dalla massa attiva, è del tutto indifferente alle ragioni del ceto creditorio, in quanto rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita. Ne deriva l’irrilevanza, di principio, delle sue vicende rispetto alle ragioni del ceto creditorio, peraltro sottolineate dal locatore, senza avere un interesse giuridicamente apprezzabile.

3.4.2. Ma anche il secondo profilo, quello relativo al recupero delle somme indebitamente versate in ragione della pattuizione negoziale, ed in una misura maggiorata rispetto all’assetto legale (del cd. equo canone), ha rilievo solo nell’ambito dei rapporti tra fallito e curatore, se ed in quanto il versamento di quelle somme abbiano sottratto risorse alla cd. massa attiva e nei limiti di quanto è necessario per la famiglia del fallito.

Peraltro,anche sotto tale profilo, le censure svolte dal ricorrente sono del tutto carenti di interesse, e aprono l’ingresso alla trattazione del secondo motivo di ricorso.

4. Con il detto motivo di impugnazione, infatti, il ricorrente pone la questione della mancata estromissione del fallito dal giudizio, in applicazione della *******., art. 43, nel testo tuttora vigente, cosicchè, escludendone la capacità processuale, egli avrebbe avuto la possibilità di costituirsi nel giudizio, proposto secondo il rito dell’equo canone.

4.1. Ma anche tale doglianza va disattesa. E ciò sulla base del principio ancor più generale, e logicamente preordinato a quelli sopra enunciati, secondo il quale la perdita della capacità processuale del fallito a seguito della dichiarazione di fallimento non è assoluta ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto – e per essa al curatore – è concesso eccepirla, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte ed il fallito agisce per conto proprio, la controparte non è legittimata a proporre l’eccezione nè il giudice può rilevare d’ufficio il difetto di capacità (Cassazione, sez. unite, sentenza n. 7132 del 1998).

4.2. Il locatore (e il suo dante causa) dell’immobile utilizzato ad abitazione dal fallito (e dalla sua famiglia) non ha il potere di eccepire, per conto del ceto creditorio, il difetto di legittimazione del fallito, in ordine alla ripetizione delle somme versate a titolo di canone di mercato per l’immobile dallo stesso condotto, in quanto il recupero delle stesse attiene ad una valutazione rimessa agli organi della procedura e, come tale, oggetto di controllo giudiziale.

4.3. Nella specie, peraltro, la condanna statuita in favore del fallito è conseguita dalla dichiarazione di inammissibilità dell’intervento svolto dal curatore, con un capo della sentenza che non è stata impugnata in questa sede dall’unica parte deputata a farlo, ossia il fallimento.

4.4. Nè il ricorrente può utilmente dolersi, in dipendenza della mancata estromissione del fallito dal giudizio, delle proprie inadempienze e delle conseguenti sanzioni adottate dal giudice della locazione, in conseguenza di una istanza proposta senza la sua preventiva costituzione in giudizio.

5. Il terzo ed ultimo motivo va disatteso in tutte e due le sue articolazioni.

5.1. Anzitutto in quella relativa alla doglianza espressa per la dichiarata inammissibilità dell’appello in ordine al motivo riguardante la vetustà dell’immobile locato e all’erroneo o al mancato calcolo della superficie adibita a parcheggio (censure volte a maggiorare l’importo del canone legale) in quanto le stesse non sono autosufficienti, poichè non contengono le debite precisazioni in ordine al come, dove, quando e in che termini siano state espresse nella precedente fase di merito.

5.2. In secondo luogo nell’altra, relativa ai danni cagionati dal fallito all’immobile e scoperti dopo il suo rilascio e in quella relativa al mancato pagamento di una mensilità e di alcuni accessori, atteso che, a parte la non autosufficienza delle stesse questioni (per le ragioni anzidette), la loro domanda non avrebbe potuto comunque essere svolta ai sensi dell’art. 345 c.p.c., ora invocato. Infatti, come questa Corte ha chiarito (ad esempio, con la sentenza n. 7683 del 1995), la parte che intende ottenere il riconoscimento di tali beni della vita, può proporla per la prima volta in appello, allo scopo di ottenerne il riconoscimento successivamente alla sentenza di primo grado, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., nel solo caso in cui la domanda, avente quella causa petendi, sia stata proposta in primo grado, presupponendo la deroga al divieto di domanda nuova in appello che si tratti di uno sviluppo logico di una domanda già proposta (mentre, nella specie, non risulta affatto che fossero state prospettate, in primo grado, anche sulla base di quanto faticosamente ricostruibile dal ricorso per Cassazione, domande tese alla compensazione di una parte del credito richiesto per l’eccesso dei pagamenti da parte del fallito).

6. Le spese, in favore della sola parte resistente, seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questa fase del giudizio che liquida, in favore della parte resistente, in complessive Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00, per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 16/6/2008 n. 16207; Pres. De Luca M., Est. Balletti, B.

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 25 febbraio 2003, il Tribunale di Monza, in funzione di giudice del lavoro, respingeva il ricorso di M. G. inteso ad impugnare il licenziamento per giusta causa intimatogli dalla datrice di lavoro s.p.a. Electrolux Zanussi per avere fatto uso improprio del periodo di astensione facoltativa dal lavoro, di cui alla L. n. 53 dei 2000. In particolare, il Tribunale rilevava che era rimasto provato che il M. avesse utilizzato l’astensione facoltativa per occuparsi della pizzeria con asporto appena acquistata dalla moglie, e non per accudire la propria figliola, e riteneva che tale circostanza valesse a configurare la giusta causa di recesso, sul presupposto che la legge non tutela ex se l’astensione dal lavoro, cioè a prescindere dall’uso che ne faccia il lavoratore.

Tale decisione veniva impugnata dal M., il quale contestava la valutazione delle prove operata dal Tribunale e sosteneva che, comunque, non v’era alcun divieto di svolgere attività di lavoro nel periodo di congedo; deduceva, in subordine, che la sanzione espulsiva non era proporzionata rispetto al fatto contestato.

Costituitasi la società datrice di lavoro, che resisteva al gravame, la Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 30 agosto 2004, in riforma della sentenza di primo grado annullava il licenziamento e ordinava la reintegrazione del M. nel posto di lavoro, condannando la Electrolux a corrispondere al medesimo le retribuzioni arretrate e compensando fra le parti le spese di giudizio.

I giudici d’appello osservavano che unica condizione per l’esercizio del diritto al congedo parentale è il suo collegamento con le esigenze organizzative della famiglia nei primi anni di vita del bambino, dovendosi considerare, al riguardo, la diversità della situazione in esame aspetto all’ipotesi del lavoratore assente per malattia che presti attività lavorativa in favore di terzi e, al contrario, la sua analogia con la ipotesi del lavoratore in permesso sindacale, caratterizzata semplicemente dalla connessione del permesso con l’attività sindacale. Con questi presupposti, era del tutto irrilevante accertate se il lavoratore si fosse occupato anche della cura della figlia e se l’attività da lui svolta nell’azienda intestata alla moglie fosse non continuativa, essendo comunque tale attività finalizzata a soddisfare un’esigenza della famiglia, si da integrare, per ciò solo, il legittimo esercizio del congedo; il licenziamento, pertanto, si rivelava privo di giusta causa e meritevole di annullamento.

Di questa sentenza la società Electrolux Home Products Italy s.p.a.

(già Electrolux Zanussi s.p.a.) domanda la cassazione con ricorso affidato a sei motivi, illustrati anche con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Il M. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1. Il ricorso contiene sei motivi di impugnazione.

1.1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 53 del 2000, art. 1 e ss. e del D.Lgs. n. 115 del 2003, artt. 1 ss. e 32 ss. erronea interpretazione della Legge ex art. 12 preleggi e difetto di motivazione. Si lamenta che la Corte d’appello abbia male interpretato la normativa sul congedo parentale, ritenendo erroneamente che quest’ultimo debba essere concesso in un caso non contemplato dalla legge e non giustificato da alcuna ragione, e si sostiene che, in base alla stessa direttiva europea che ha ptomosso l’intervento del legislatore nazionale (direttiva 96/34/CE) nonchè alla stregua dell’intervento della Corte costituzionale (in particolare, con la sentenza n. 104 del 2003), l’attribuzione del diritto all’astensione facoltativa anche al padre lavoratore è condizionata all’effettivo perseguimento della finalità di sviluppare in modo armonico la personalità del bambino favorendone l’inserimento nella famiglia e nella società, mentre la sentenza impugnata – a dire della ricorrente – ha individuato una ratio legis, cioè l’esigenza di aiutare l’organizzazione familiare, del tutto assente nella normativa in esame, che, al contrario, e soprattutto con riferimento alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 151 del 2001 applicabile nella controversia in esame, intende tutelare, piuttosto, la paternità assicurando al padre un sostegno economico per l’accudimento diretto della prole.

1.2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 437 e 112 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione. Si deduce che il lavoratore aveva in primo grado sostenuto esclusivamente di avere utilizzato il congedo per assistere la propria bambina e solo in appello, a seguito delle sfavorevoli acquisizioni istruttorie al riguardo, aveva dedotto di avere comunque contribuito alle esigenze familiari, così operando una inammissibile modifica della domanda, che erroneamente – secondo la ricorrente – non è stata rilevata dal giudice d’appello, in violazione del divieto di proposizione di nuove domande e del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato; il medesimo giudice, peraltro, è incorso anche nella violazione dell’art. 2697 c.c., avendo mancato di rilevare che nessuna prova il lavoratore aveva offerto in ordine alla sussistenza delle dedotte esigenze familiari, soprattutto in relazione al ruolo e alla presenza della moglie all’interno della famiglia.

1.3. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2104 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi che la Corte di merito abbia erroneamente ritenuto che la richiesta di congedo escluda di per sè ogni possibile controllo in ordine alla corrispondenza causale fra ragioni dell’assenza dal lavoro e attività da lui svolta.

1.4. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c. e vizio di motivazione, deducendosi che la illiceità del comportamento del M. ha integrato una giusta causa di licenziamento, avendo determinato il venir meno della fiducia datoriale e il pericolo di disincentivazione degli altri dipendenti.

1.5. Il quinto motivo denuncia violazione della L. n. 604 del 1966 e difetto di motivazione, per non avere i giudici di merito esaminato – anche d’ufficio – la sussistenza, almeno, di un giustificato motivo di licenziamento, sotto il profilo della gravita dell’inadempimento del contratto di lavoro.

1.6. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi, in subordine, che la Corte territoriale nella determinazione del risarcimento non abbia tenuto conto di compensi e retribuzioni percepiti dal M. prima e dopo del licenziamento.

2. Per ordine logico deve esaminarsi dapprima il secondo motivo, che involge la stessa ammissibilità in appello delle questioni decise dalla Corte di merito.

Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata, nell’accogliere l’appello del M., ha ritenuto che questi avesse legittimamente esercitato il diritto al congedo parentale, alla stregua di un’interpretazione della relativa disciplina normativa che riconnette tale diritto esclusivamente ad un’esigenza di organizzazione familiare. Così ritenendo, i giudici d’appello hanno conseguentemente escluso la sussistenza della giusta causa di licenziamento – identificata appunto, secondo la contestazione datoriale, nella illecita utilizzazione di tale congedo – a prescindere da ogni accertamento relativo alla durata, all’orario e alle modalità dell’attività svolta dal lavoratore, nel periodo di congedo, presso la pizzeria intestata alla moglie. Tale interpretazione è stata dunque ammissibilmente operata dal giudice d’appello nell’ambito del principio jura novit curia e, perciò, prescindendo dalla tempestività e novità della relativa allegazione della parte interessata; e, peraltro, nessuna violazione del principio dell’onere della prova risulta verificata, poichè la controversia è stata decisa solo in punto di diritto, con assorbimento delle questioni riguardanti la valutazione delle prove in ordine alla presenza del M. e della moglie presso l’azienda di quest’ultima.

3. Il primo e il terzo motivo, congiuntamente esaminati perchè intimamente connessi, sono invece fondati non potendosi condividere la predetta interpretazione fornita dalla Corte territoriale.

3.1. Una sommaria ricognizione del contesto normativo riguardante le prestazioni previdenziali e assistenziali connesse alla protezione sociale della famiglia consente di rilevare, anzitutto, che la giurisprudenza costituzionale ha affermato, fin dagli anni ottanta, l’operatività della garanzia costituzionale – precipuamente riferita all’art. 31 Cost. – anche in situazioni indipendenti dall’evento della maternità naturale, riferibili anche alla paternità, sul presupposto che la tutela assolve anche alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono collegate allo sviluppo della personalità del bambino (e che vanno soddisfatte anche nel caso dell’affidamento, garantendo una paritetica partecipazione di entrambi i coniugi alla cura ed educazione della prole, senza distinzione o separazione dei ruoli fra uomo e donna) (cfr. Corte cost. n. 1 del 1987; n. 179 del 1993).

La successiva evoluzione del quadro normativo, secondo le linee indicate da questa giurisprudenza, ha portato – in base alla delega contenuta nella L. 8 marzo 2000, n. 53 – alla introduzione del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151.

La L. n. 53 del 2000, art. 1, lett. a), prevede l’istituzione dei congedi dei genitori in relazione alla generale finalità di promuovere il sostegno della maternità e della paternità.

Il D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 32 prevede i congedi parentali e dispone che per ogni bambino, nei suoi primi otto anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro; tale diritto compete: alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. a); al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. b). Il congedo parentale spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto (comma 4); ai fini dell’esercizio del diritto il genitore è tenuto, salvi i casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo modalità e criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un periodo di preavviso non inferiore a quindici giorni (comma 3). Per i periodi di congedo parentale alle lavoratoci e ai lavoratori, è dovuta un’indennità, calcolata in misura percentuale sulla retribuzione secondo le modalità previste per il congedo di maternità (art. 34, commi 1 e 4).

Alla stregua di tale disciplina, il congedo parentale – nella specie, spettante al padre lavoratore – si configura come un diritto potestativo costituito dal comportamento con cui il titolare realizza da solo l’interesse tutelato e a cui fa riscontro, nell’altra parte, una mera soggezione alle conseguenze della dichiarazione di volontà.

Tale diritto, in particolare, viene esercitato, con il solo onere del preavviso, sia nei confronti del datore di lavoro, nell’ambito del contratto di lavoro subordinato, con la conseguente sospensione della prestazione del dipendente, sia nei confronti dell’ente previdenziale, nell’ambito del rapporto assistenziale che si costituisce ex lege per il periodo di congedo, con il conseguente obbligo del medesimo ente di corrispondere l’indennità. 3.2. Come riconoscono gli stessi giudici di appello, la configurazione di tale diritto non esclude la verifica delle modalità del suo esercizio, per mezzo di accertamenti probatori consentiti dall’ordinamento, ai fini della qualificazione del comportamento del lavoratore negli ambiti suddetti (quello del rapporto negoziale e quello del rapporto assistenziale). Tale verifica, che nella fattispecie è stata compiuta soprattutto in base alle stesse dichiarazioni del lavoratore e secondo acquisizioni la cui validità non è in contestazione fra le parti, trova giustificazione, sul piano sistematico, nella considerazione che – precipuamente nella materia in esame – anche la titolarità di un diritto potestativo non determina mera discrezionalità e arbitrio nell’esercizio di esso e non esclude la sindacabilità e il controllo degli atti – mediante i quali la prerogativa viene esercitata – da parte del giudice, il cui accertamento può condurre alla declaratoria di illegittimità dell’atto e alla responsabilità civile dell’autore, con incidenza anche sul rapporto contrattuale. La configurazione e i limiti di questo controllo giudiziale sono stati oggetto di una precisa evoluzione nella giurisprudenza di questa Corte, che, in virtù della crescente valorizzazione dei principi di correttezza e buona fede e della operatività di essi in sinergia con il valore costituzionale della solidarietà (in particolare con riferimento ai rapporti di credito e debito nascenti dal negozio:

cfr. Cass. n. 10511 del 1999 e Cass., sez. un., n. 18128 del 2005, in materia di determinazione e riduzione della clausola penale), ha anche segnato limiti e criteri dell’esercizio del diritto nell’ambito del processo, identificando forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che l’ordinamento riconosce al titolare del diritto e che costituisce la ragione dell’attribuzione al medesimo titolare della potestas agendi (cfr.

Cass., sez. un., n. 23726 del 2007, in materia di frazionamento della domanda di adempimento di un’unica pretesa creditoria).

3.3. Ma, più in generale, si deve osservare che l’individuazione, sempre più frequente nel ed. diritto applicato, di singole fattispecie riconducibili a tale sviamento, derivanti dallo sviluppo del quadro normativo e dalla complessità delle tutele riconosciute ai soggetti, anche in relazione all’attuazione di principi costituzionali e all’incidenza di norme e criteri di diritto internazionale che interagiscono con l’ordinamento interno, richiede – come la dottrina non ha mancato di rilevare – una concezione dei diritti soggettivi, e di tutte le prerogative che sono oggetto di riconoscimento normativo, fondata ormai sulla precisa identificazione delle sostanziali funzioni che la norma positiva attribuisce al diritto soggettivo e delle conseguenze, non meramente risarcitorie, che ricadono sul rapporto giuridico per effetto della deviazione da tali funzioni, secondo una costruzione ben diversa da quella tradizionalmente adottata, che colloca invece il predetto sviamento fuori dall’ambito del diritto soggettivo e finisce per qualificarlo come un normale illecito, in quanto integrante un eccesso dal diritto.

Orbene, si deve ritenere in generale che quante volte esista un diritto soggettivo si configura necessariamente una corrispondenza oggettiva fra il potere di autonomia conferito al soggetto e Fatto di esercizio di quel potere, secondo un legame che è ben evidente nella ed. autonomia funzionale i cui poteri sono positivamente esercitati in funzione della cura di interessi determinati, come avviene normalmente nell’autonomia pubblica ma come avviene anche, sempre più diffusamente, nell’autonomia privata, ove l’esercizio del diritto soggettivo non si ricollega più alla attuazione di un potere assoluto e imprescindibile ma presuppone un’autonomia, libera, comunque collegata alla cura di interessi, soprattutto ove si tratti – come nella specie – di interessi familiari tutelati nel contempo nell’ambito del rapporto privato e nell’ambito del rapporto con l’ente pubblico di previdenza, si che il non esercizio o l’esercizio secondo criteri diversi da quelli richiesti dalla natura della funzione può considerarsi abuso in ordine a quel potere pure riconosciuto dall’ordinamento. E ben s’intende come la immanenza di una siffatta funzione in ogni diritto, e massimamente in quelli che corrispondono a interessi, non meramente economici, costituzionalmente protetti, non richiede una previsione specifica, con una positiva regolamentazione: e ciò spiega perchè, in via eccezionale, tale specificità sia stata invece richiesta, con il divieto di atti emulativi previsto dall’ari. 833 del codice civile, in relazione alla ampiezza e al contenuto del diritto di proprietà e alla correlativa esigenza di riconoscere un limite funzionale a un potere tradizionalmente illimitato, imprescrittibile e comprensivo dello jus abutendi, sino alla costituzionalizzazione della sua funzione sociale (art 42 Cost.).

L’abuso del diritto, così inteso, può dunque avvenite sotto forme diverse, a seconda del rapporto cui esso inerisce, sicchè, con riferimento al caso di specie, rileva la condotta contraria alla buona fede, o comunque lesiva della buona fede altrui, nei confronti del datore di lavoro, che in presenza di un abuso del diritto di congedo si vede privato ingiustamente della prestazione lavorativa del dipendente e sopporta comunque una lesione (la cui gravita va valutata in concreto) dell’affidamento da lui riposto nel medesimo, mentre rileva l’indebita percezione dell’indennità e lo sviamento dell’intervento assistenziale nei confronti dell’ente di previdenza erogatore del trattamento economico.

3.4. In base al descritto criterio della funzione, deve ritenersi verificato un abuso del diritto potestativo di congedo parentale, di cui al D.Lgs. n. 115 del 2001, art. 32, comma 1, lett. b), allorchè il diritto venga esercitato non per la cura diretta del bambino, bensì per attendere ad altra attività di lavoro, ancorchè incidente positivamente sulla organizzazione economica e sociale della famiglia.

Anche per tale congedo, infatti, si configura una ratio del tutto analoga a quella delineata dalla Corte costituzionale nelle pronunce che, come s’è visto, hanno storicamente influenzato le scelte del legislatore nella emanazione della Legge delega del 2000 e del successivo testo unico del 2001: in particolare, con le sentenze n. 104 del 2003, n. 371 del 2003 e n. 385 del 2005 i giudici costituzionali hanno ribadito come la tutela della paternità si risolva in misure volte a garantire il rapporto del padre con la prole in modo da soddisfare i bisogni affettivi e relazionali dei bambino al fine dell’armonico e sereno sviluppo della sua personalità e del suo inserimento nella famiglia; tutte esigenze che, richiedendo evidentemente la presenza del padre accanto al bambino, sono impedite dallo svolgimento dell’attività lavorativa e impongono pertanto la sospensione di questa, affinchè il padre dedichi alla cura del figlio il tempo che avrebbe invece dovuto dedicare al lavoro. Si comprende, allora, che una siffatta conversione delle ore di lavoro, se pure non deve essere intesa alla stregua di una rigida sovrapponibilità temporale, non può però ammettere un’accudienza soltanto indiretta, per interposta persona, mediante il solo contributo ad una migliore organizzazione della vita familiare, poichè quest’ultima esigenza può essere assicurata da altri istituti (contrattuali o legali) che solo indirettamente influiscono sulla vita dei bambino e che, in ogni caso, mirano al soddisfacimento di necessità diverse da quella tutelata con il congedo parentale, il quale non attiene ad esigenze puramente fisiologiche del minore ma, specificamente, intende appagare i suoi bisogni affettivi e relazionali onde realizzare il pieno sviluppo della sua personalità sin dal momento dell’ingresso nella famiglia.

Con questi presupposti, si rivela insostenibile, nella controversia in esame, la tesi della realizzazione di tali esigenze della figlia minorenne attraverso lo svolgimento di attività lavorativa, da parte del padre in congedo, nella pizzeria della moglie. Al contrario, esclusa tale possibilità e considerato che il legittimo esercizio del congedo postula la presenza dei padre accanto alla propria bambina, sarebbe stato necessario valutare le risultanze istruttorie acquisite in giudizio onde accertare se e con quali modalità tale presenza si sia realizzata e come siano state utilizzate, in concreto, le ore della giornata rese disponibili per effetto del congedo.

3.5. Devono accogliersi, perciò, le censure della società ricorrente contenute nel primo e nei terzo motivo, mentre restano assorbite le censure di cui ai motivi quarto, quinto e sesto.

3.6. La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione ai motivi accolti e la causa va rinviata ad altro giudice d’appello, designato nella Corte d’appello di Brescia, il quale procederà a nuovo esame della controversia attenendosi al seguente principio di diritto:

"Il D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, att. 32, comma 1, lett. b), nel prevedere – in attuazione della Legge – delega 8 marzo 2000, n. 53 – che il lavoratore possa astenersi dal lavoro nei primi otto anni di vita del figlio, percependo dall’ente previdenziale un’indennità commisurata ad una parte della retribuzione, configura un diritto potestativo che il padre-lavoratore può esercitare nei confronti del datore di lavoro, nonchè dell’ente tenuto all’erogazione dell’indennità, onde garantire con la propria presenza il soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia; pertanto, ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento dalla funzione propria del diritto, idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento, non assumendo rilievo che lo svolgimento di tale attività (nella specie, presso una pizzeria di proprietà della moglie) contribuisca ad una migliore organizzazione della famiglia".

Il medesimo giudice di rinvio pronuncerà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso, rigetta il secondo e dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’appello di Brescia anche per le spese del giudizio di cassazione.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corte di Cassazione Civile sez. II 12/6/2008 n. 15828; Pres. Vella A.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza indicata in epigrafe è stata respinta (salvo che per l’importo della sanzione, rideterminato nel minimo edittale) l’opposizione che B.A. aveva proposto avverso due verbali, con i quali gli era stato contestato da agenti della Polizia di Stato di aver guidato un autoveicolo con carta di circolazione priva dell’annotazione del cambiamento di residenza e con patente ottenuta in assenza dei necessari requisiti. A tale decisione il Giudice di pace è pervenuto ritenendo che gli atti impugnati contenevano soltanto imprecisioni e mancanze irrilevanti, mentre la documentazione prodotta dall’autorità di pubblica sicurezza consentiva di ricostruire le ragioni degli accertamenti.

Contro tale sentenza B.A. ha proposto ricorso per cassazione, in base a due motivi. Il Ministero dell’interno non ha svolto attività difensive nel giudizio di legittimità.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con entrambi i motivi di ricorso B.A. lamenta che con la sentenza impugnata non si è provveduto, se non con una motivazione del tutto carente, sulle varie ragioni che erano state addotte a sostegno dell’opposizione.

La censura è fondata.

Limitandosi a rilevare che "mediante la produzione della documentazione da parte dell’Autorità di P.S. si è ricostruito il ragionamento secondo il quale sono stati elevati i due verbali", il Giudice di pace non ha dato alcuna concreta risposta alle articolate e puntuali critiche che a quel "ragionamento" aveva rivolto l’attore, a proposito sia della contestata mancanza di comunicazione del cambio di domicilio, sia della supposta invalidità della patente di guida esibita agli agenti e da costoro ritirata insieme con la carta di identità, sia delle spese per la custodia del veicolo, sottoposto a sequestro poi non convalidato dal Prefetto, sia dell’esistenza dei presupposti (contratto di lavoro e disponibilità di abitazione) che avevano consentito il rilascio del documento di abilitazione alla guida.

Il ricorso pertanto deve essere accolto.

Non sussistono le condizioni perchè la causa possa essere decisa nel merito in questa sede, come il ricorrente ha richiesto.

La sentenza impugnata va quindi cassata con rinvio ad altro giudice, che si designa in una diversa sezione dell’Ufficio del Giudice di pace di Roma, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata; rinvia la causa ad altra sezione dell’Ufficio del Giudice di pace di Roma, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 218 219 220 221 222 233


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!