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Civile

Tribunale Civile Bologna 23/6/2008 n. 1517; Pres. Costanzo A.

Redazione

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il giorno 8.3.1996, X conveniva in giudizio la sorella Y, al fine di sentir disporre lo scioglimento della comunione ereditaria sui beni lasciati dalla madre F. M., deceduta il 27.10.1992, e dal padre F. B., deceduto il giorno 11.7.1994, con assegnazione dei beni in natura ove se ne fosse accertata la comoda divisibilità, salvo il disposto di cui all’art. 720 c.c.; chiedeva altresì la condanna della convenuta al pagamento in suo favore, previo rendiconto, della metà degli importi percepiti a titolo di canone di locazione dai conduttori delle porzioni immobiliari facenti parte del compendio ereditario al netto di quanto sostenuto nell’interesse della comunione, nonché la condanna al pagamento di un’indennità per l’illegittima occupazione di parte del bene in proprietà di essa attrice e della quota alla stessa spettante sull’appezzamento di comune proprietà, oltre al risarcimento dei danni conseguenti alla detta occupazione con i dovuti interessi dalla notifica dell’atto di citazione sino al saldo; chiedeva, infine, la condanna della convenuta al rilascio immediato dei beni di proprietà della deducente. Esponeva l’attrice che la madre, disponenendo con testamento olografo, aveva legato in suo favore un lotto di terreno in Imola (di cui la testatrice era intestataria in parte per la quota di ½ ed in parte per la quota di ¼) ed aveva nominato eredi universali le proprie due figlie — l’attrice e la convenuta — in parti tra esse uguali ed usufruttuario generale il marito F. B. sugli altri suoi beni, costituiti dalla quota di ½ sopra un fabbricato rurale in Imola e l’area ad esso adiacente e dalla quota di ¼ sopra due aree inedificabili site sempre in Imola. Il padre, dopo la sua morte, aveva disposto con testamento olografo un legato in favore di essa attrice avente ad oggetto l’altra quota, quella di spettanza del testatore, sul medesimo bene già pervenutole al medesimo titolo per successione materna; anch’egli nominava eredi universali le figlie in pari quota. Aggiungeva che la convenuta aveva occupato tutto l’appezzamento di terreno.

Si costituiva in giudizio la convenuta chiedendo in via riconvenzionale di dichiarare la reale natura donativa dell’intestazione effettuata in vita dal padre F. B. in favore dell’attrice riguardo alla quota di ‘h sull’immobile sito in Imola alla via (omissis), al fine di ricomprenderlo nell’asse ereditario relativo alla successione in morte di F. B.; assumendo, inoltre, di avere subito lesione della quota di riserva spettantele ai sensi dell’art. 542 c.c. per la successione materna ed ai sensi dell’art. 537 c.c. per la successione paterna; chiedeva la riduzione dei legati disposti dalla madre e dal padre in favore della sorella al fine di procedere alla divisione dei beni ereditari nel rispetto delle quota di riserva di sua spettanza. Aggiungeva, quanto al denaro, di averlo già corrisposto alla sorella; chiedeva, per contro, che quest’ultima fosse condannata a pagare nei suoi confronti una indennità a titolo di compenso per l’assistenza prestata alla madre e al padre.

Alla prima udienza davanti al Giudice Istruttore la parte attrice riconosceva di avere ricevuto somme a titolo di canoni di locazione e conseguentemente rinunciava alla relativa domanda.

Concessi i termini ex art. 183 V° c.p.c (vecchia formulazione), la parte attrice chiedeva accertarsi la natura donativa del contratto di acquisto con cui i genitori avevano trasferito alla convenuta e al di lei marito l’immobile di cui al rigoti ********** del 27.4.1978. La parte convenuta dichiarava quindi di non accettare il contraddittorio sulla domanda nuova di simulazione eccependone la tardività.

Il tribunale, con sentenza parziale n. 309/99, dichiarava l’ammissibilità della domanda in questione e rimetteva la causa sul ruolo per la prosecuzione. Avverso la sentenza veniva interposto appello dalla parte convenuta. La Corte territoriale, con sentenza n. 990/2000, confermava la sentenza di primo grado, che diveniva definitiva a seguito della sentenza della Suprema Corte di cassazione del 6.10.2004 n. 21895 la quale rigettava il ricorso proposto da Y.

Nel giudizio in corso venivano quindi assegnati i termini e formulate richieste istruttorie. Conseguentemente, venivano escussi i testi ammessi e il Giudice Istruttore, ritenuta la necessità che il Collegio pronunciasse sulla natura donativa del terreno di via (omissis), venduto da F. B. e F. M. a N. M. e Y nonché sulla natura donativa dell’immobile di via (omissis) in favore di X, in quanto questioni pregiudiziali rispetto alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria e di riduzione proposte dalle parti, rinviava la causa per la precisazione delle conclusioni. Espletato il detto incombente, la causa veniva trattenuta in decisione con l’assegnazione alle parti dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

Preliminarmente, e con riferimento alla domanda di accertamento della natura donativa della vendita effettuata da F. B. e F. M. in favore di Y e N. M. dell’immobile sito in Imola, via Pambera, va osservato che l’attrice non l’ha riproposta in sede di precisazione delle conclusioni e che, pertanto, anche alla luce delle considerazioni da essa svolta in sede di comparsa conclusionale, la domanda deve ritenersi oggetto di rinuncia.

Va ora esaminata la domanda volta all’accertamento della natura donativa dell’atto di acquisto della quota di ½ dell’immobile sito in Imola, via (omissis), proposta in via riconvenzionale dalla parte convenuta Y.

La domanda è fondata e merita pertanto accoglimento.

Invero, dal complesso degli elementi acquisiti agli atti in fase istruttoria, è emerso che la quota di ½ dell’immobile di via (omissis), Imola, in catasto al fg. 153 con il mappale 291 è stato oggetto di una scrittura privata sottoscritta il 2.2.1971 da M. B. (venditrice) e F. B. (acquirente, de cuius), nella quale si conveniva il prezzo di lire 6.500.000, versato dall’acquirente alla venditrice, in parte (lire 1.000.000) in quella sede, e con riserva di corrispondere il resto al momento del la stipula dell’atto pubblico, rogito notarile che avrebbe dovuto intervenire da lì ad un mese. Il 13.2.1971 X acquista i 2/6 del detto immobile da M. B., mentre il coniuge della odierna attrice, A. B., acquista la quota di 1/6 dello stesso immobile. Il prezzo convenuto sulla base dell’atto notarile ammonta a lire 2.000.000, ma dalla ricevuta rilasciata da M. B. ai coniugi acquirenti risulta versata la somma di lire 5.500.000, nello stesso giorno della stipula del rogito notarile (cfr. il doc. prodotto).

I testi indotti dalla parte attrice ed escussi in corso di causa hanno poi precisato che F. B. conservava tra i propri documenti la scrittura citata del 2.2.1971 e che era solito ripetere che l’intestazione del bene immobile in questione in favore della figlia era solo fittizia.

Pertanto, gli elementi acquisiti consentono di ritenere che si sia trattato di una donazione indiretta dell’immobile per la quota di 2/6 di pertinenza della figlia X. Invero, la circostanza che il padre avesse in precedenza (un mese prima) acquistato per sé lo stesso bene, che il prezzo convenuto in quella sede fosse effettivamente pari a lire 6.500.000, da corrispondersi, il saldo, il giorno della stipula, giacché lire 1.000.000 era già stato corrisposto da F. B. (saldo effettivamente corrisposto alla acquirente il giorno del rogito notarile), unitamente alla circostanza per cui la data del rogito avrebbe dovuto stabilirsi entro il mese successivo (ciò che avvenne effettivamente, giacché la stipula notarile risulta avvenuta proprio un mese dopo, un mese e 11 giorni dopo il primo contratto), consentono di ritenere suffragata la tesi sostenuta dalla parte convenuta.

Deve quindi ritenersi che il de cuius avesse acquistato con denaro proprio l’immobile e che intendesse beneficiare la figlia con una donazione di denaro, diretta all’acquisto della quota di ½ dell’immobile, intestandole la quota di ½ di via (omissis). Nel caso di specie, in particolare, l’avvenuto acquisto da parte della figlia della quota di 2/6 dell’immobile citato dissimula una donazione indiretta e, quindi, può ritenersi accertata la natura donativa dell’acquisto posto in essere da X della quota di 2/6 dell’immobile in questione (analogo accertamento non può operarsi invece per A. B. che non è parte di questo giudizio).

Pertanto, la quota di 2/6 dell’immobile di Imola, via (omissis), deve essere ricompresa nell’asse ereditario di F. B., e conferita dalla attrice a titolo di collazione.

L’istruttoria dovrà proseguire per la ulteriore istruzione della domanda di scioglimento della comunione e riduzione, con rimessione della causa sul ruolo istruttorio come da separata ordinanza.

Le spese di lite vanno liquidate con il merito.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, non definitivamente pronunciando sulla causa di cui in epigrafe, ogni altra istanza, eccezione e difesa disattese, così provvede:

1) Accerta e dichiara la natura donativa dell’acquisto della quota di 2/6 del terreno sito in Imola, via (omissis), in catasto edilizio urbano del Comune di Imola al fg. 153, mappali 291 sub 1, 2, 3, 4, operato con atto del 12.3.1971 notaio dott. ********** n. Rep. 10129/5155, da parte di F. B. nei confronti di X;

2) rimette la causa sul ruolo come da separata ordinanza

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Corte di Cassazione Civile 20/6/2008 n. 16809; Pres. Di Nanni L.F.

Redazione

Svolgimento del processo

Con citazione notificata l’8.6.1993 l’avv. M.R. conveniva in giudizio davanti al tribunale di Milano ***************, R.S., C.S. e L.G. per far accertare la responsabilità dei predetti per diffamazione continuata nei suoi confronti con condanna al risarcimento dei danni nella misura di L. 50 milioni.

Assumeva l’attore che, nella qualità di socio e consulente legale della s.p.a. Campeggio Lombardo di Cornate, era stato fatto oggetto dai convenuti (anche essi soci della s.p.a.), nel corso del 1989 di un’ingiustificata campagna denigratoria lesiva della sua immagine personale e professionale, particolarmente durante una riunione del Consiglio di Amministrazione e tramite un successivo esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati per l’attività svolta per la società ed i soci.

Si costituivano in giudizio i convenuti contestando di aver mai diffamato l’attore, essendosi limitati ad esercitare il diritto di critica, nell’ambito dei poteri inerenti alle loro cariche sociali, riguardo alle iniziative dell’avvocato M. in una vertenza fra soci e società.

"Con sentenza del 26.11.1998, il Tribunale di Milano rigettava la domanda.

La Corte di appello di Milano, adita dall’attore, con sentenza depositata il 19.11.2002, rigettava l’appello.

Riteneva la corte territoriale che nella fattispecie non si ravvisavano elementi diffamatori o denigratori, in quanto i convenuti, facenti parte del consiglio di amministrazione della s.p.a., si erano limitati a criticare la gestione dell’avv. M. della causa tra la società e la socia R., segnatamente riguardo all’accollo delle spese della raggiunta transazione; che egualmente non vi erano elementi diffamatori nell’esposto al Consiglio dell’ordine; che essi convenuti si erano limitati ad esprimere dubbi sulla correttezza della gestione della lite, sollecitando un parere del Consiglio dell’ordine; che l’espressione, secondo cui l’avv. M., in combutta con la R., aveva spinto questa a promuovere la causa contro – la società, andava letta nel contesto del dissenso in atto fra le parti, in ordine alla convenienza della transazione della lite, come proposta dall’avv. M..

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’attore.

I convenuti resistono con controricorso, che contiene anche ricorso incidentale.

Motivi della decisione

1. Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi.

Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2055, 1223, e 1226 c.c. nonchè degli artt. 115 e 187 c.p.c.; violazione dell’art. 112 c.p.c., il vizio logico ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia (art. 360 c.p.c., n. 3, 4 e 5 c.p.c.).

Assume il ricorrente che la decisione della corte territoriale si scontra con i fatti acquisiti al giudizio e costituenti motivi di impugnazione, donde la violazione dell’art. 112 c.p.c. e segnatamente per aver ritenuto che la controversia tra le parti era conseguenza del dissenso in merito al parere professionale dell’appellante sulla definizione transattiva della causa con la socia R., mentre tale presupposto contrasta con – la realtà dei fatti, in quanto il consiglio di amministrazione della società aveva espressamente richiesto un parere in tali termini; che tale presupposto, su cui si fonda là sentenza impugnata, costituisce stravolgimento e travisamento dei fatti.

Lamenta poi il ricorrente che erratamente la sentenza impugnata abbia ritenuto irrilevanti i rilievi critici espressi sull’operato dell’appellante nelle assemblee dell’aprile 1989, nonchè la revoca del mandato e l’esposto al consiglio dell’Ordine, i quali due ultimi atti già comportano di per sè una valutazione negativa del comportamento di un legale.

2.1. Il motivo è in parte inammissibile ed in parte è infondato.

Esso è inammissibile nella parte in cui il ricorrente lamenta lo stravolgimento ed il travisamento dei fatti.

Il travisamento del fatto non può. costituire motivo di ricorso per cassazione, poichè, risolvendosi in un’inesatta percezione da parte del giudice di circostanze presupposte come sicura base del suo ragionamento, in contrasto con quanto risulta dagli atti del processo, costituisce un errore denunciabile con il mezzo della revocazione ex art. 395,n. 4, c.p.c. (Cass. 30.1.2003, n. 1512; Cass. 27.1.2003, n. 1202; Cass. n. 1143 del 2003).

2.2. Infondata è anche la censura di violazione dell’art. 112 c.p.c..

Il principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c, implica unicamente il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ma non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti di causa – alla stregua delle risultanze istruttorie – autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti nonchè -in base all’applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante (Cass. 22/06/1994, n. 6006; Cass. 19.7.2002, n. 10542).

Nella fattispecie il giudice di appello si è pronunziato sull’impugnazione è vi è corrispondenza tra "domanda" propostagli dall’appellante e quanto pronunziato. La corte territoriale ha solo dato una diversa valutazione dei fatti di causa, rispetto a quanto prospettato dal ricorrente, escludendo che essi contenessero elementi diffamatori.

3.1. Infondata è anche la censura di violazione degli artt. 2043, 2055, 1223 c.c., nonchè di vizio motivazionale dell’impugnata sentenza.

Anzitutto va osservato che in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione, la ricostruzione – storica dei fatti, la valutazione del contenuto degli scritti, l’apprezzamento in concreto delle espressioni usate come lesive dell’altrui reputazione, l’esclusione della esimente dell’esercizio del diritto di cronaca e di critica costituiscono accertamenti in fatto, riservati al giudice di merito ed insindacabili in sede di legittimità se sorretti da argomentata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto (Cass. 18/10/2005, n. 20139; Cass. 27/10/2005, n. 20907).

Nella fattispecie il giudice di merito ha ritenuto, con motivazione immune da censure in questa sede di sindacato di legittimità, che i rilievi critici mossi all’operato dell’avvocato nel corso delle assemblee dell’aprile 1989 e, la successiva revoca del mandato e l’esposto al Consiglio dell’Ordine degli avvocati non contenessero espressioni diffamatorie.

Le doglianze espresse sul punto dal ricorrente si risolvono in una diversa lettura delle risultanze processuali, rispetto a quella del giudice di merito e, quindi, non può trovare ingresso, in questa sede.

3.2. Quanto all’unica espressione attribuita al ***** e ritenuta dal giudice di appello "effettivamente pesante", secondo cui l’avv. M. aveva spinto la R. a promuovere causa contro la società., il giudice – di merito ne ha escluso il carattere diffamatorio sul rilievo che essa andava inserita nel contesto di dissenso tra le parti in ordine alla convenienza della definizione della lite, come proposta dall’avv. M..

Avendo così ricostruito e valutato il giudice di merito la situazione fattuale, in effetti egli ha giustificato il comportamento dei convenuti nell’ambito del contesto contrattuale (prestazione d’opera professionale) che li legava all’attore. Tale ricostruzione è immune da vizi logici o giuridici.

3.2. Infatti alla parte contrattuale compete un diritto di critica o di dissenso in merito alla prestazione dell’altra parte e ciò vale anche per il contratto di prestazione d’opera professionale intellettuale.

Ovviamente tale scriminante, che trova il suo fondamento nell’art. 51 c.p. ed incide, escludendola, sull’antigiuridicità del comportamento, è sottoposta sempre all’osservanza del limite della continenza, il quale viene in considerazione non solo sotto l’aspetto della correttezza formale dell’esposizione, ma anche sotto il profilo sostanziale consistente nel non eccedere i limiti di quanto strettamente necessario per l’appagamento diritto di critica e dissenso (Cass. 15/01/2002, n. 370).

Segnatamente questa Corte ha già rilevato che in tema di responsabilità per danni derivanti dalla lesione del diritto personale all’onore, nel caso in cui sia presentato un esposto al Consiglio locale dell’Ordine forense", per escludere l’antigiuridicità del comportamento è necessario e sufficiente che le offese contenute negli scritti difensivi siano in rapporto di giuridica necessità o utilità con l’esercizio del diritto di presentare esposti (innanzi a detto Consiglio) da parte del soggetto che le ha scritte (Cass. 18/10/2005, n. 20141).

Tale valutazione, integrante il giudizio di bilanciamento degli interessi nel contesto fattuale, rientra negli esclusivi poteri del giudice di merito e nella fattispecie risulta effettuatà in modo esente da vizi logici o giuridici rilevabili in questa sede di sindacato di legittimità. 4. Il ricorso incidentale è inammissibile, per mancata esposizione dei fatti di causa, à norma del combinato disposto dell’art. 371 c.p.c., comma 3, e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Infatti il controricorso, avendo la sola funzione di resistere all’impugnazione altrui non richiede a pena di inammissibilità l’esposizione sommaria dei fatti di causa, ben potendo richiamarsi ai fatti esposti nella sentenza impugnata ovvero nel – ricorso principale (Cass. 21.2.1996,n. 1341; Cass. 9.9.1997, n. 8746).

Ove tuttavia detto controricorso contenga anche un ricorso incidentale, per l’ammissibilità di quest’ultimo, data la sua autonomia rispetto al ricorso principale, deve sussistere l’esposizione sommaria dei fatti di causa ed è pertanto inammissibile il ricorso incidentale (e non il controricorso) tutte le volte in cui si limiti ad un mero rinvio all’esposizione del fatto contenuta nel ricorso principale, potendo il requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, ritenersi sussistente, solo quando dal contesto dell’atto di impugnazione si rinvengono gli elementi indispensabili per una precisa cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle parti, senza necessità di ricorso ad altre fonti (Cass. S.U. 13.2.1998,n. 1513). Ai fini dell’inammissibilità alla mancata esposizione dei fatti di causa va equiparata l’insufficienza della stessa (Cass. 23/05/2003, n. 8154; Cass. 23.7.1994, n. 2796).

Nella fattispecie neppure dal contenuto del controricorso emergono tutti questi elementi suddetti relativi allo svolgimento dei fatti di causa.

5. In definitiva va rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibile l’incidentale.

Esistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile sez. I 19/6/2008 n. 16668; Pres. Proto V.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il signor R.S., adiva il tribunale di Palermo e, premesso di essere conduttore – ad uso abitativo – di un immobile posto in quella città, di proprietà della signora C. G., deduceva di corrispondere un canone superiore a quello previsto dalla L. n. 392 del 1978 e chiedeva la determinazione del c.d. equo canone.

A seguito dell’interruzione del processo, per la morte della convenuta, il giudizio veniva riassunto nei confronti dell’avv. D.S.L., erede della stessa.

2. Ad una successiva udienza, si costituiva in giudizio, con comparsa, la Curatela del fallimento di R.S., chiedendo che il credito vantato dal conduttore fosse riconosciuto in suo favore.

3. Il Tribunale, determinato il canone massimo per il periodo compreso da marzo 1992 ad agosto 2001, condannava il convenuto alla restituzione, in favore della Curatela, della complessiva somma di L. 63.924.850, indebitamente percetta a titolo di differenza canoni di locazione, relativamente al periodo predetto, oltre agli interessi legali maturati dalla domanda giudiziale, alle spese in favore dell’anticipatario, rigettando la domanda di rivalutazione monetaria, pure proposta.

Secondo il Tribunale, il fallito poteva stare in giudizio in ordine ai rapporti di natura strettamente personali, tra i quali rientrava quello relativo al contratto di locazione della propria abitazione, avendo interesse all’accertamento dell’esatto ammontare del canone dovuto ed alla ripetizione di quanto indebitamente corrisposto.

Tuttavia, con il suo intervento in giudizio, tempestivamente posto in essere (ex art. 419 c.p.c.), la curatela avrebbe dimostrato la volontà di sostituirsi al fallito nella domanda di tutela dello stesso diritto, entrato a far parte della massa attiva, di qui la necessità di una pronuncia in favore della procedura concorsuale.

4. In particolare, posto che il contratto di locazione, che aveva avuto inizio il 1^ marzo 1992, era assoggetto al regime di cui alla L. n. 392 del 1978, artt. 12 e ss., e che il CTU aveva individuato il costo base, essendo l’immobile costruito nel 1956, la sua vetustà doveva essere indicata nel parametro 0,775 (non in 7,35, come erroneamente indicato nella CTU), essendo decorsi 35 anni solari dalla data di costruzione dell’immobile sino all’inizio della locazione e considerandone lo stato come normale, con coefficiente 1,00 (non mediocre, come proposto dal CTU) in considerazione dei parametri costituiti dalla L. n. 392 del 1978, art. 21, e del D.M. 9 ottobre 1978 (cd. Decreto Stammati) e del fatto che gli elementi caratterizzanti l’immobile non erano affatto scadenti (pp. 8 – 9 della motivazione, ove i dettagli valutativi della normalità dell’immobile).

5. Avverso tale pronuncia proponeva appello l’avv. D.S. L., assumendo che il primo giudice avrebbe errato:

a) nel non escludere il fallito, presente personalmente in giudizio, dopo la valida costituzione della curatela, la quale aveva fatto proprie tutte le domande, difese ed eccezioni sollevate da questo;

b) che il fallito non avrebbe avuto alcun interesse alla determinazione del canone, essendo la locazione cessata in data 30 ottobre 2001, a seguito del rilascio del bene e che, pertanto, le questioni riguardavano esclusivamente un problema creditorio;

b1) ove il primo giudice avesse estromesso il fallito in proprio, l’istanza di opposizione al rinvio dell’udienza del 23 ottobre 2001, dov’era stata – invece – dichiarata la sua contumacia, sarebbe stata accolta e la decisione della causa sarebbe avvenuta assicurandogli la possibilità di difendersi pienamente.

6. La Corte d’appello, premesso che la controversia atteneva ad un rapporto di natura personale, ai sensi della *******., art. 46, che la domanda era rivolta al soddisfacimento di un interesse personale del fallito e che il credito maturato dallo stesso costituiva un rapporto di diritto patrimoniale in ordine al quale gli organi fallimentari si erano disinteressati, omettendo di agire, respingeva pure le doglianze relative all’entità del canone di locazione e del credito complessivo dovuto dal locatore, quella relativa alla determinazione del coefficiente di vetustà dell’immobile, perchè generica, e le altre censure relative a vari controcrediti (quale quello per mancato pagamento della pigione relativa al mese di ottobre 2001, dei danni cagionati allo stato dell’immobile, delle riparazioni straordinarie effettuate prima della locazione, ecc), in quanto censure e domande mai dedotte nel corso del giudizio di primo grado.

Respingeva inoltre la domanda per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. e quella relativa alla pretesa erronea dichiarazione di contumacia dell’appellante, nel corso del giudizio di primo grado, in considerazione del fatto che la richiesta di rinvio era stata fatta da persona non avente titolo, perchè non costituita in giudizio e che il rito applicabile alle locazioni non ammetteva udienze di mero rinvio.

6.1. In ordine all’appello incidentale proposto dal signor R., accoglieva il motivo tendente a far dichiarare tardiva la costituzione in giudizio della curatela, atteso che, ai sensi dell’art. 419 c.p.c., l’intervento del terzo, svolto ai sensi dell’art. 105 c.p.c., non poteva aver luogo oltre il termine stabilito per la costituzione del convenuto, con le modalità previste dagli artt. 414 e 416 c.p.c., in quanto applicabili.

Infatti, la posizione della curatela sarebbe stata quella dell’interventore principale, ossia della parte che intenda far valere un proprio diritto, in contrapposizione alle pretese fatte valere, nello stesso giudizio, da altre parti, con riferimento allo steso bene oggetto di contesa, con posizione di incompatibilità tra le medesime.

6.2. La Corte territoriale, pertanto, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava inammissibile l’intervento del fallito e condannava l’avv. D.S. al pagamento delle somme, indebitamente percette dalla propria dante causa, per il rapporto di locazione intrattenuto con il fallito, in favore di quest’ultimo, anzichè della curatela.

6.3. Le spese, tra le parti e la curatela, venivano compensate.

Quelle tra conduttore e locatore erano poste a carico del soccombente.

7. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per Cassazione l’avv. D.S.L., con ricorso affidato a quattro motivi, illustrato anche da memoria e da replica scritta alle conclusioni del PG, depositate all’esito dell’udienza pubblica. Il signor R. ha resistito, con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione *******., art. 80, e l’illogicità della motivazione) il ricorrente deduce che erroneamente la Corte d’appello, modificando l’opinione del tribunale, ha affermato che il fallito conserva la capacità relativa ai rapporti di locazione.

Tanto sarebbe escluso dalla L. Fall., art. 80, che impedirebbe al fallito di instaurare e/o continuare rapporti di locazione per abitazione personale non giustificati dalle sue possibilità economiche, con danno per i creditori.

1.2. Con il secondo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione della *******., art. 43) il ricorrente deduce che erroneamente la Corte d’appello, confermando l’opinione del tribunale, non ha estromesso il fallito dal giudizio, in applicazione della norma richiamata. Peraltro, escludendo la capacità processuale del fallito il ricorrente avrebbe avuto la possibilità di ricostituirsi in giudizio, facoltà perduta proprio a causa del fatto che all’udienza fissata in primo grado non aveva avuto la possibilità di costituirsi per impegni concomitanti presso altra autorità giudiziaria.

1.3. Con il terzo motivo di ricorso (con il quale lamenta la violazione dell’art. 345 c.p.c. e della legge sull’equo canone) il ricorrente deduce due errori compiuti dalla Corte d’appello:

a) uno relativo alla dichiarazione di inammissibilità del 4^ motivo di appello, per la pretesa mancata specificazione dei motivi di censura in primo grado, in quanto il coefficiente di vetustà dell’immobile avrebbe dovuto essere dedotto in base a dati (quale quello dell’anno di costruzione dell’immobile) presenti agli atti, mentre quello relativo alla superficie destinata a parcheggio di uso comune sarebbe stata tempestivamente proposta con le osservazioni tecniche alla CTU;

b) un altro relativo alla scoperta, dopo la conclusione del giudizio di primo grado e in occasione del rilascio dell’immobile (il 30 ottobre 2001), avvenuto dopo il deposito della decisione di primo grado, dei danni cagionati all’appartamento dal fallito, e ciò in ossequio della facoltà accordata dall’art. 345 c.p.c. (risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza) e in ordine al mancato pagamento di alcuni accessori (canone del mese di ottobre 2001, oneri condominiali, spese per il consumo dell’acqua).

2. Il ricorso, che è complessivamente infondato, deve essere respinto.

3.1. Il primo motivo d’impugnazione, con il quale il ricorrente pone il quesito di diritto relativo alla natura e alla vicenda giuridica della posizione contrattuale propria del conduttore, della casa adibita ad abitazione personale, rispetto al proprio fallimento (sia esso, o meno, dichiarato prima o dopo la stipula del contratto de quo), va disatteso in quanto, nella prospettazione del ricorrente, postula l’affermazione di un principio di diritto del tutto difforme da quelli già elaborati da questa Corte, a partire dalla storica sentenza delle Sezioni Unite civili n. 631 del 1979. 3.2. Superando un contrasto di giurisprudenza già evidenziatosi in precedenza, il richiamato arresto ha stabilito che la L. Fall., art. 80, comma 2, (nel testo vigente, ratione temporis), con la previsione che il curatore del fallimento del conduttore subentra nel rapporto di locazione, con facoltà di recesso, non interviene con riguardo al contratto di locazione che abbia ad oggetto l’immobile destinato ad abitazione del fallito e della sua famiglia, a prescindere dalla proporzionalità o meno della sua consistenza rispetto alle loro esigenze, atteso che tale rapporto, in relazione allo speciale regime vincolistico delle locazioni degli immobili urbani e, comunque, alla sua inidoneità ad incidere sugli interessi della massa, deve ritenersi di natura personale e, quindi, non compreso nella procedura concorsuale, ai sensi della *******., art. 46.

In sostanza, la posizione contrattuale del conduttore, quale che sia il momento in cui sia intervenuto il suo fallimento, conserva una natura personale, prevalente su quella di carattere patrimoniale, onde essa prosegue la sua vita, autonomamente, non risentendo direttamente degli effetti delle stesse scansioni e vicende del fallimento che abbia riguardato il suo titolare.

Una tale concezione, del resto, risponde ad una visione del fallimento tendenzialmente ispirata ai valori costituzionali, e corrisponde ad una tecnica processuale ormai funzionalizzata alla soluzione del problema concorsuale (e cioè al rispetto della par condicio creditorum) e al rispetto del principio della responsabilità patrimoniale del debitore (art. 2740 c.c.), ma pur sempre tenuta al rispetto della persona del fallito e della sua famiglia (art. 2 Cost.).

A tal riguardo, ad esempio, questa Corte a Sezioni Unite (sentenza n. 8271 del 2008) ha statuito che il curatore non può agire contro il terzo assicuratore per ottenere il valore di riscatto della relativa polizza stipulata dal fallito quand’era in bonis, non rientrando tale cespite tra i beni compresi nell’attivo fallimentare, ai sensi della *******., art. 46, comma 1, n. 5; e che (sentenza n. 20325 del 2007) il pagamento degli stipendi, pensioni, salari ed altri emolumenti di cui alla *******., art. 46, comma 1, n. 2, effettuato dal debitore direttamente al fallito, prima dell’emanazione del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, fissa i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia, è inefficace, ai sensi della *******., art. 44, comma 2, soltanto per gli importi eccedenti detti limiti, come determinati dal giudice delegato con riferimento al periodo anteriore al suo decreto.

3.3. Insomma, la locazione avente ad oggetto l’abitazione personale del fallito risponde ad una logica dei valori della persona, non a quelli del concorso.

Così, la sentenza n. 7142 del 2000 ha ribadito, in subjecta materia, che la locazione non integra un diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore secondo la previsione della *******., art. 43, bensì un rapporto di natura strettamente personale, ai sensi della *******., art. 46, in quanto rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita ed inidoneo ad incidere sugli interessi della massa, perciò indifferente per il curatore.

3.4. Non è, perciò, corretta la costruzione proposta dal ricorrente secondo la quale occorrerebbe distinguere tale rapporto a seconda del suo momento genetico (se, cioè, anteriore o posteriore alla dichiarazione di fallimento del conduttore) ovvero se relativo al solo accertamento del cd. equo canone ovvero alla richiesta di ripetizione del sovrappiù, indebitamente percepito dal locatore.

3.4.1. Infatti, con riferimento al primo profilo, relativo al momento temporale della conclusione del contratto, la questione prospettata, proprio perchè attinente ad un rapporto escluso dalla massa attiva, è del tutto indifferente alle ragioni del ceto creditorio, in quanto rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita. Ne deriva l’irrilevanza, di principio, delle sue vicende rispetto alle ragioni del ceto creditorio, peraltro sottolineate dal locatore, senza avere un interesse giuridicamente apprezzabile.

3.4.2. Ma anche il secondo profilo, quello relativo al recupero delle somme indebitamente versate in ragione della pattuizione negoziale, ed in una misura maggiorata rispetto all’assetto legale (del cd. equo canone), ha rilievo solo nell’ambito dei rapporti tra fallito e curatore, se ed in quanto il versamento di quelle somme abbiano sottratto risorse alla cd. massa attiva e nei limiti di quanto è necessario per la famiglia del fallito.

Peraltro,anche sotto tale profilo, le censure svolte dal ricorrente sono del tutto carenti di interesse, e aprono l’ingresso alla trattazione del secondo motivo di ricorso.

4. Con il detto motivo di impugnazione, infatti, il ricorrente pone la questione della mancata estromissione del fallito dal giudizio, in applicazione della *******., art. 43, nel testo tuttora vigente, cosicchè, escludendone la capacità processuale, egli avrebbe avuto la possibilità di costituirsi nel giudizio, proposto secondo il rito dell’equo canone.

4.1. Ma anche tale doglianza va disattesa. E ciò sulla base del principio ancor più generale, e logicamente preordinato a quelli sopra enunciati, secondo il quale la perdita della capacità processuale del fallito a seguito della dichiarazione di fallimento non è assoluta ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto – e per essa al curatore – è concesso eccepirla, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte ed il fallito agisce per conto proprio, la controparte non è legittimata a proporre l’eccezione nè il giudice può rilevare d’ufficio il difetto di capacità (Cassazione, sez. unite, sentenza n. 7132 del 1998).

4.2. Il locatore (e il suo dante causa) dell’immobile utilizzato ad abitazione dal fallito (e dalla sua famiglia) non ha il potere di eccepire, per conto del ceto creditorio, il difetto di legittimazione del fallito, in ordine alla ripetizione delle somme versate a titolo di canone di mercato per l’immobile dallo stesso condotto, in quanto il recupero delle stesse attiene ad una valutazione rimessa agli organi della procedura e, come tale, oggetto di controllo giudiziale.

4.3. Nella specie, peraltro, la condanna statuita in favore del fallito è conseguita dalla dichiarazione di inammissibilità dell’intervento svolto dal curatore, con un capo della sentenza che non è stata impugnata in questa sede dall’unica parte deputata a farlo, ossia il fallimento.

4.4. Nè il ricorrente può utilmente dolersi, in dipendenza della mancata estromissione del fallito dal giudizio, delle proprie inadempienze e delle conseguenti sanzioni adottate dal giudice della locazione, in conseguenza di una istanza proposta senza la sua preventiva costituzione in giudizio.

5. Il terzo ed ultimo motivo va disatteso in tutte e due le sue articolazioni.

5.1. Anzitutto in quella relativa alla doglianza espressa per la dichiarata inammissibilità dell’appello in ordine al motivo riguardante la vetustà dell’immobile locato e all’erroneo o al mancato calcolo della superficie adibita a parcheggio (censure volte a maggiorare l’importo del canone legale) in quanto le stesse non sono autosufficienti, poichè non contengono le debite precisazioni in ordine al come, dove, quando e in che termini siano state espresse nella precedente fase di merito.

5.2. In secondo luogo nell’altra, relativa ai danni cagionati dal fallito all’immobile e scoperti dopo il suo rilascio e in quella relativa al mancato pagamento di una mensilità e di alcuni accessori, atteso che, a parte la non autosufficienza delle stesse questioni (per le ragioni anzidette), la loro domanda non avrebbe potuto comunque essere svolta ai sensi dell’art. 345 c.p.c., ora invocato. Infatti, come questa Corte ha chiarito (ad esempio, con la sentenza n. 7683 del 1995), la parte che intende ottenere il riconoscimento di tali beni della vita, può proporla per la prima volta in appello, allo scopo di ottenerne il riconoscimento successivamente alla sentenza di primo grado, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., nel solo caso in cui la domanda, avente quella causa petendi, sia stata proposta in primo grado, presupponendo la deroga al divieto di domanda nuova in appello che si tratti di uno sviluppo logico di una domanda già proposta (mentre, nella specie, non risulta affatto che fossero state prospettate, in primo grado, anche sulla base di quanto faticosamente ricostruibile dal ricorso per Cassazione, domande tese alla compensazione di una parte del credito richiesto per l’eccesso dei pagamenti da parte del fallito).

6. Le spese, in favore della sola parte resistente, seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questa fase del giudizio che liquida, in favore della parte resistente, in complessive Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00, per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 16/6/2008 n. 16207; Pres. De Luca M., Est. Balletti, B.

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 25 febbraio 2003, il Tribunale di Monza, in funzione di giudice del lavoro, respingeva il ricorso di M. G. inteso ad impugnare il licenziamento per giusta causa intimatogli dalla datrice di lavoro s.p.a. Electrolux Zanussi per avere fatto uso improprio del periodo di astensione facoltativa dal lavoro, di cui alla L. n. 53 dei 2000. In particolare, il Tribunale rilevava che era rimasto provato che il M. avesse utilizzato l’astensione facoltativa per occuparsi della pizzeria con asporto appena acquistata dalla moglie, e non per accudire la propria figliola, e riteneva che tale circostanza valesse a configurare la giusta causa di recesso, sul presupposto che la legge non tutela ex se l’astensione dal lavoro, cioè a prescindere dall’uso che ne faccia il lavoratore.

Tale decisione veniva impugnata dal M., il quale contestava la valutazione delle prove operata dal Tribunale e sosteneva che, comunque, non v’era alcun divieto di svolgere attività di lavoro nel periodo di congedo; deduceva, in subordine, che la sanzione espulsiva non era proporzionata rispetto al fatto contestato.

Costituitasi la società datrice di lavoro, che resisteva al gravame, la Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 30 agosto 2004, in riforma della sentenza di primo grado annullava il licenziamento e ordinava la reintegrazione del M. nel posto di lavoro, condannando la Electrolux a corrispondere al medesimo le retribuzioni arretrate e compensando fra le parti le spese di giudizio.

I giudici d’appello osservavano che unica condizione per l’esercizio del diritto al congedo parentale è il suo collegamento con le esigenze organizzative della famiglia nei primi anni di vita del bambino, dovendosi considerare, al riguardo, la diversità della situazione in esame aspetto all’ipotesi del lavoratore assente per malattia che presti attività lavorativa in favore di terzi e, al contrario, la sua analogia con la ipotesi del lavoratore in permesso sindacale, caratterizzata semplicemente dalla connessione del permesso con l’attività sindacale. Con questi presupposti, era del tutto irrilevante accertate se il lavoratore si fosse occupato anche della cura della figlia e se l’attività da lui svolta nell’azienda intestata alla moglie fosse non continuativa, essendo comunque tale attività finalizzata a soddisfare un’esigenza della famiglia, si da integrare, per ciò solo, il legittimo esercizio del congedo; il licenziamento, pertanto, si rivelava privo di giusta causa e meritevole di annullamento.

Di questa sentenza la società Electrolux Home Products Italy s.p.a.

(già Electrolux Zanussi s.p.a.) domanda la cassazione con ricorso affidato a sei motivi, illustrati anche con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Il M. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1. Il ricorso contiene sei motivi di impugnazione.

1.1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 53 del 2000, art. 1 e ss. e del D.Lgs. n. 115 del 2003, artt. 1 ss. e 32 ss. erronea interpretazione della Legge ex art. 12 preleggi e difetto di motivazione. Si lamenta che la Corte d’appello abbia male interpretato la normativa sul congedo parentale, ritenendo erroneamente che quest’ultimo debba essere concesso in un caso non contemplato dalla legge e non giustificato da alcuna ragione, e si sostiene che, in base alla stessa direttiva europea che ha ptomosso l’intervento del legislatore nazionale (direttiva 96/34/CE) nonchè alla stregua dell’intervento della Corte costituzionale (in particolare, con la sentenza n. 104 del 2003), l’attribuzione del diritto all’astensione facoltativa anche al padre lavoratore è condizionata all’effettivo perseguimento della finalità di sviluppare in modo armonico la personalità del bambino favorendone l’inserimento nella famiglia e nella società, mentre la sentenza impugnata – a dire della ricorrente – ha individuato una ratio legis, cioè l’esigenza di aiutare l’organizzazione familiare, del tutto assente nella normativa in esame, che, al contrario, e soprattutto con riferimento alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 151 del 2001 applicabile nella controversia in esame, intende tutelare, piuttosto, la paternità assicurando al padre un sostegno economico per l’accudimento diretto della prole.

1.2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 437 e 112 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione. Si deduce che il lavoratore aveva in primo grado sostenuto esclusivamente di avere utilizzato il congedo per assistere la propria bambina e solo in appello, a seguito delle sfavorevoli acquisizioni istruttorie al riguardo, aveva dedotto di avere comunque contribuito alle esigenze familiari, così operando una inammissibile modifica della domanda, che erroneamente – secondo la ricorrente – non è stata rilevata dal giudice d’appello, in violazione del divieto di proposizione di nuove domande e del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato; il medesimo giudice, peraltro, è incorso anche nella violazione dell’art. 2697 c.c., avendo mancato di rilevare che nessuna prova il lavoratore aveva offerto in ordine alla sussistenza delle dedotte esigenze familiari, soprattutto in relazione al ruolo e alla presenza della moglie all’interno della famiglia.

1.3. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2104 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi che la Corte di merito abbia erroneamente ritenuto che la richiesta di congedo escluda di per sè ogni possibile controllo in ordine alla corrispondenza causale fra ragioni dell’assenza dal lavoro e attività da lui svolta.

1.4. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c. e vizio di motivazione, deducendosi che la illiceità del comportamento del M. ha integrato una giusta causa di licenziamento, avendo determinato il venir meno della fiducia datoriale e il pericolo di disincentivazione degli altri dipendenti.

1.5. Il quinto motivo denuncia violazione della L. n. 604 del 1966 e difetto di motivazione, per non avere i giudici di merito esaminato – anche d’ufficio – la sussistenza, almeno, di un giustificato motivo di licenziamento, sotto il profilo della gravita dell’inadempimento del contratto di lavoro.

1.6. Il sesto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c. e vizio di motivazione, lamentandosi, in subordine, che la Corte territoriale nella determinazione del risarcimento non abbia tenuto conto di compensi e retribuzioni percepiti dal M. prima e dopo del licenziamento.

2. Per ordine logico deve esaminarsi dapprima il secondo motivo, che involge la stessa ammissibilità in appello delle questioni decise dalla Corte di merito.

Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata, nell’accogliere l’appello del M., ha ritenuto che questi avesse legittimamente esercitato il diritto al congedo parentale, alla stregua di un’interpretazione della relativa disciplina normativa che riconnette tale diritto esclusivamente ad un’esigenza di organizzazione familiare. Così ritenendo, i giudici d’appello hanno conseguentemente escluso la sussistenza della giusta causa di licenziamento – identificata appunto, secondo la contestazione datoriale, nella illecita utilizzazione di tale congedo – a prescindere da ogni accertamento relativo alla durata, all’orario e alle modalità dell’attività svolta dal lavoratore, nel periodo di congedo, presso la pizzeria intestata alla moglie. Tale interpretazione è stata dunque ammissibilmente operata dal giudice d’appello nell’ambito del principio jura novit curia e, perciò, prescindendo dalla tempestività e novità della relativa allegazione della parte interessata; e, peraltro, nessuna violazione del principio dell’onere della prova risulta verificata, poichè la controversia è stata decisa solo in punto di diritto, con assorbimento delle questioni riguardanti la valutazione delle prove in ordine alla presenza del M. e della moglie presso l’azienda di quest’ultima.

3. Il primo e il terzo motivo, congiuntamente esaminati perchè intimamente connessi, sono invece fondati non potendosi condividere la predetta interpretazione fornita dalla Corte territoriale.

3.1. Una sommaria ricognizione del contesto normativo riguardante le prestazioni previdenziali e assistenziali connesse alla protezione sociale della famiglia consente di rilevare, anzitutto, che la giurisprudenza costituzionale ha affermato, fin dagli anni ottanta, l’operatività della garanzia costituzionale – precipuamente riferita all’art. 31 Cost. – anche in situazioni indipendenti dall’evento della maternità naturale, riferibili anche alla paternità, sul presupposto che la tutela assolve anche alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono collegate allo sviluppo della personalità del bambino (e che vanno soddisfatte anche nel caso dell’affidamento, garantendo una paritetica partecipazione di entrambi i coniugi alla cura ed educazione della prole, senza distinzione o separazione dei ruoli fra uomo e donna) (cfr. Corte cost. n. 1 del 1987; n. 179 del 1993).

La successiva evoluzione del quadro normativo, secondo le linee indicate da questa giurisprudenza, ha portato – in base alla delega contenuta nella L. 8 marzo 2000, n. 53 – alla introduzione del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151.

La L. n. 53 del 2000, art. 1, lett. a), prevede l’istituzione dei congedi dei genitori in relazione alla generale finalità di promuovere il sostegno della maternità e della paternità.

Il D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 32 prevede i congedi parentali e dispone che per ogni bambino, nei suoi primi otto anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro; tale diritto compete: alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. a); al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. b). Il congedo parentale spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto (comma 4); ai fini dell’esercizio del diritto il genitore è tenuto, salvi i casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo modalità e criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un periodo di preavviso non inferiore a quindici giorni (comma 3). Per i periodi di congedo parentale alle lavoratoci e ai lavoratori, è dovuta un’indennità, calcolata in misura percentuale sulla retribuzione secondo le modalità previste per il congedo di maternità (art. 34, commi 1 e 4).

Alla stregua di tale disciplina, il congedo parentale – nella specie, spettante al padre lavoratore – si configura come un diritto potestativo costituito dal comportamento con cui il titolare realizza da solo l’interesse tutelato e a cui fa riscontro, nell’altra parte, una mera soggezione alle conseguenze della dichiarazione di volontà.

Tale diritto, in particolare, viene esercitato, con il solo onere del preavviso, sia nei confronti del datore di lavoro, nell’ambito del contratto di lavoro subordinato, con la conseguente sospensione della prestazione del dipendente, sia nei confronti dell’ente previdenziale, nell’ambito del rapporto assistenziale che si costituisce ex lege per il periodo di congedo, con il conseguente obbligo del medesimo ente di corrispondere l’indennità. 3.2. Come riconoscono gli stessi giudici di appello, la configurazione di tale diritto non esclude la verifica delle modalità del suo esercizio, per mezzo di accertamenti probatori consentiti dall’ordinamento, ai fini della qualificazione del comportamento del lavoratore negli ambiti suddetti (quello del rapporto negoziale e quello del rapporto assistenziale). Tale verifica, che nella fattispecie è stata compiuta soprattutto in base alle stesse dichiarazioni del lavoratore e secondo acquisizioni la cui validità non è in contestazione fra le parti, trova giustificazione, sul piano sistematico, nella considerazione che – precipuamente nella materia in esame – anche la titolarità di un diritto potestativo non determina mera discrezionalità e arbitrio nell’esercizio di esso e non esclude la sindacabilità e il controllo degli atti – mediante i quali la prerogativa viene esercitata – da parte del giudice, il cui accertamento può condurre alla declaratoria di illegittimità dell’atto e alla responsabilità civile dell’autore, con incidenza anche sul rapporto contrattuale. La configurazione e i limiti di questo controllo giudiziale sono stati oggetto di una precisa evoluzione nella giurisprudenza di questa Corte, che, in virtù della crescente valorizzazione dei principi di correttezza e buona fede e della operatività di essi in sinergia con il valore costituzionale della solidarietà (in particolare con riferimento ai rapporti di credito e debito nascenti dal negozio:

cfr. Cass. n. 10511 del 1999 e Cass., sez. un., n. 18128 del 2005, in materia di determinazione e riduzione della clausola penale), ha anche segnato limiti e criteri dell’esercizio del diritto nell’ambito del processo, identificando forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che l’ordinamento riconosce al titolare del diritto e che costituisce la ragione dell’attribuzione al medesimo titolare della potestas agendi (cfr.

Cass., sez. un., n. 23726 del 2007, in materia di frazionamento della domanda di adempimento di un’unica pretesa creditoria).

3.3. Ma, più in generale, si deve osservare che l’individuazione, sempre più frequente nel ed. diritto applicato, di singole fattispecie riconducibili a tale sviamento, derivanti dallo sviluppo del quadro normativo e dalla complessità delle tutele riconosciute ai soggetti, anche in relazione all’attuazione di principi costituzionali e all’incidenza di norme e criteri di diritto internazionale che interagiscono con l’ordinamento interno, richiede – come la dottrina non ha mancato di rilevare – una concezione dei diritti soggettivi, e di tutte le prerogative che sono oggetto di riconoscimento normativo, fondata ormai sulla precisa identificazione delle sostanziali funzioni che la norma positiva attribuisce al diritto soggettivo e delle conseguenze, non meramente risarcitorie, che ricadono sul rapporto giuridico per effetto della deviazione da tali funzioni, secondo una costruzione ben diversa da quella tradizionalmente adottata, che colloca invece il predetto sviamento fuori dall’ambito del diritto soggettivo e finisce per qualificarlo come un normale illecito, in quanto integrante un eccesso dal diritto.

Orbene, si deve ritenere in generale che quante volte esista un diritto soggettivo si configura necessariamente una corrispondenza oggettiva fra il potere di autonomia conferito al soggetto e Fatto di esercizio di quel potere, secondo un legame che è ben evidente nella ed. autonomia funzionale i cui poteri sono positivamente esercitati in funzione della cura di interessi determinati, come avviene normalmente nell’autonomia pubblica ma come avviene anche, sempre più diffusamente, nell’autonomia privata, ove l’esercizio del diritto soggettivo non si ricollega più alla attuazione di un potere assoluto e imprescindibile ma presuppone un’autonomia, libera, comunque collegata alla cura di interessi, soprattutto ove si tratti – come nella specie – di interessi familiari tutelati nel contempo nell’ambito del rapporto privato e nell’ambito del rapporto con l’ente pubblico di previdenza, si che il non esercizio o l’esercizio secondo criteri diversi da quelli richiesti dalla natura della funzione può considerarsi abuso in ordine a quel potere pure riconosciuto dall’ordinamento. E ben s’intende come la immanenza di una siffatta funzione in ogni diritto, e massimamente in quelli che corrispondono a interessi, non meramente economici, costituzionalmente protetti, non richiede una previsione specifica, con una positiva regolamentazione: e ciò spiega perchè, in via eccezionale, tale specificità sia stata invece richiesta, con il divieto di atti emulativi previsto dall’ari. 833 del codice civile, in relazione alla ampiezza e al contenuto del diritto di proprietà e alla correlativa esigenza di riconoscere un limite funzionale a un potere tradizionalmente illimitato, imprescrittibile e comprensivo dello jus abutendi, sino alla costituzionalizzazione della sua funzione sociale (art 42 Cost.).

L’abuso del diritto, così inteso, può dunque avvenite sotto forme diverse, a seconda del rapporto cui esso inerisce, sicchè, con riferimento al caso di specie, rileva la condotta contraria alla buona fede, o comunque lesiva della buona fede altrui, nei confronti del datore di lavoro, che in presenza di un abuso del diritto di congedo si vede privato ingiustamente della prestazione lavorativa del dipendente e sopporta comunque una lesione (la cui gravita va valutata in concreto) dell’affidamento da lui riposto nel medesimo, mentre rileva l’indebita percezione dell’indennità e lo sviamento dell’intervento assistenziale nei confronti dell’ente di previdenza erogatore del trattamento economico.

3.4. In base al descritto criterio della funzione, deve ritenersi verificato un abuso del diritto potestativo di congedo parentale, di cui al D.Lgs. n. 115 del 2001, art. 32, comma 1, lett. b), allorchè il diritto venga esercitato non per la cura diretta del bambino, bensì per attendere ad altra attività di lavoro, ancorchè incidente positivamente sulla organizzazione economica e sociale della famiglia.

Anche per tale congedo, infatti, si configura una ratio del tutto analoga a quella delineata dalla Corte costituzionale nelle pronunce che, come s’è visto, hanno storicamente influenzato le scelte del legislatore nella emanazione della Legge delega del 2000 e del successivo testo unico del 2001: in particolare, con le sentenze n. 104 del 2003, n. 371 del 2003 e n. 385 del 2005 i giudici costituzionali hanno ribadito come la tutela della paternità si risolva in misure volte a garantire il rapporto del padre con la prole in modo da soddisfare i bisogni affettivi e relazionali dei bambino al fine dell’armonico e sereno sviluppo della sua personalità e del suo inserimento nella famiglia; tutte esigenze che, richiedendo evidentemente la presenza del padre accanto al bambino, sono impedite dallo svolgimento dell’attività lavorativa e impongono pertanto la sospensione di questa, affinchè il padre dedichi alla cura del figlio il tempo che avrebbe invece dovuto dedicare al lavoro. Si comprende, allora, che una siffatta conversione delle ore di lavoro, se pure non deve essere intesa alla stregua di una rigida sovrapponibilità temporale, non può però ammettere un’accudienza soltanto indiretta, per interposta persona, mediante il solo contributo ad una migliore organizzazione della vita familiare, poichè quest’ultima esigenza può essere assicurata da altri istituti (contrattuali o legali) che solo indirettamente influiscono sulla vita dei bambino e che, in ogni caso, mirano al soddisfacimento di necessità diverse da quella tutelata con il congedo parentale, il quale non attiene ad esigenze puramente fisiologiche del minore ma, specificamente, intende appagare i suoi bisogni affettivi e relazionali onde realizzare il pieno sviluppo della sua personalità sin dal momento dell’ingresso nella famiglia.

Con questi presupposti, si rivela insostenibile, nella controversia in esame, la tesi della realizzazione di tali esigenze della figlia minorenne attraverso lo svolgimento di attività lavorativa, da parte del padre in congedo, nella pizzeria della moglie. Al contrario, esclusa tale possibilità e considerato che il legittimo esercizio del congedo postula la presenza dei padre accanto alla propria bambina, sarebbe stato necessario valutare le risultanze istruttorie acquisite in giudizio onde accertare se e con quali modalità tale presenza si sia realizzata e come siano state utilizzate, in concreto, le ore della giornata rese disponibili per effetto del congedo.

3.5. Devono accogliersi, perciò, le censure della società ricorrente contenute nel primo e nei terzo motivo, mentre restano assorbite le censure di cui ai motivi quarto, quinto e sesto.

3.6. La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione ai motivi accolti e la causa va rinviata ad altro giudice d’appello, designato nella Corte d’appello di Brescia, il quale procederà a nuovo esame della controversia attenendosi al seguente principio di diritto:

"Il D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, att. 32, comma 1, lett. b), nel prevedere – in attuazione della Legge – delega 8 marzo 2000, n. 53 – che il lavoratore possa astenersi dal lavoro nei primi otto anni di vita del figlio, percependo dall’ente previdenziale un’indennità commisurata ad una parte della retribuzione, configura un diritto potestativo che il padre-lavoratore può esercitare nei confronti del datore di lavoro, nonchè dell’ente tenuto all’erogazione dell’indennità, onde garantire con la propria presenza il soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia; pertanto, ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento dalla funzione propria del diritto, idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento, non assumendo rilievo che lo svolgimento di tale attività (nella specie, presso una pizzeria di proprietà della moglie) contribuisca ad una migliore organizzazione della famiglia".

Il medesimo giudice di rinvio pronuncerà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso, rigetta il secondo e dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’appello di Brescia anche per le spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 12/6/2008 n. 15814; Pres. Settimj

Redazione

Svolgimento del processo

L’Avv. B.C.F. ha chiesto ed ottenuto dal Pretore di Roma ingiunzione di pagamento, nei confronti di B.A. e B.R., per la somma di L. 11.695.286 ciascuna, oltre accessori e spese, in forza di parcella per attività professionale svolta in favore delle stesse opinata dal Consiglio dell’Ordine Forense di Roma.

B.A. e B.R., hanno proposto opposizione, deducendo l’avvenuto pagamento degli onorari e spiegando nei confronti del professionista domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni per responsabilità derivante dall’espletamento del mandato conferitogli.

L’avv. B., costituendosi, ha contestato le avverse eccezioni e pretese.

Il Tribunale di Roma, cui la vertenza è pervenuta a seguito della riforma del giudizio di primo grado, ha respinto l’opposizione e la riconvenzionale proposte dalle ingiunte.

Queste hanno proposto appello deducendo: 1) l’insussistenza del credito nelle misure richieste e l’omessa motivazione in ordine alle specifiche censure svolte nel primo motivo d’opposizione; 2) l’insussistenza del credito professionale per avvenuto pagamento e l’errata valutazione delle risultanze istruttorie in genere e della prova testimoniale in particolare; 3) la sussistenza delle inadempienze professionali dell’appellato fatte valere in riconvenzionale e l’omessa motivazione ed errata valutazione.

L’Avv. B. ha resistito e proposto, a sua volta, appello incidentale deducendo: 1) l’insufficiente quantificazione degli onorari liquidati ai sensi dei commi 2 e 4 dell’art. 5 della tariffa forense; 2) la mancata condanna delle appellanti al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c., da liquidare in via equitativa; 3) la mancata declaratoria di nullità delle deposizioni rese in primo grado dai testi A.G., B.M. e G. per incapacità.

La corte capitolina ha parzialmente accolto l’appello principale – riducendo la somma dovuta dalle appellanti, unitariamente e non per ciascuna, a L. 1.990.000 per diritti e L. 7.160.000 per onorari, dalle quali detrarre un acconto di L. 3.000.000 – sulla considerazione: quanto al primo motivo, che, premessa la non vincolatività del parere del Consiglio dell’Ordine espresso limitatamente agli onorari, dovessero essere ridotti i compensi per diritti ed onorari relativamente alle due procedure per apposizione di sigilli e sequestro conservativo, tenuto conto d’un diverso riferimento alla pertinente fascia tabellare; quanto al secondo motivo, che dovesse essere riconosciuto un acconto di L. 3.000.000 e non uno di L. 6.000.000; quanto al terzo motivo, che non risultassero elementi sufficienti per ritenere provata una responsabilità del professionista tale da giustificare l’accoglimento della domanda risarcitoria.

La stessa corte ha respinto l’appello incidentale sulla considerazione: quanto al primo motivo, che la riconvenzionale per la liquidazione d’un maggior compenso, in quanto proposta dall’ingiungente opposto, fosse inammissibile; quanto al secondo motivo, che non sussistessero i presupposti per una condanna della controparte ai danni per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.;

quanto al terzo motivo, che ne difettasse la rilevanza essendo stati i contestati testimoni già ritenuti inattendibili dal primo giudice.

L’Avv. B.C.F. impugna tale decisione con ricorso per cassazione affidato a quattro motivi al quale ha fatto seguire memoria;

Resistono la B.A. e la B.R. con controricorso proponendo, a loro volta, ricorso incidentale affidato a due motivi.

L’Avv. B.C.F. resiste al ricorso incidentale con controricorso.

Motivi della decisione

I due ricorsi, proposti avverso la medesima sentenza e tra loro connessi, vanno riuniti ex art. 335 c.p.c., ma trattati separatamente.

1 – Ricorso Principale.

Con il primo motivo, il ricorrente – denunziando "Violazione e falsa applicazione della tariffa forense (Tabella B) Paragrafo 1^, di cui al D.M. 05 ottobre 1994, n. 584, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e n. 5, per violazione e falsa applicazione del citato D.M., nonchè per omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione" – si duole che il giudice a quo abbia erroneamente ridotto i diritti di avvocato relativi ad entrambe le attività professionali svolte e parcellate: quanto al procedimento per apposizione dei sigilli sull’eredità giacente del de cuius B.F., avendo ritenuto applicabile la fascia di valore della causa compresa fra L. 200 milioni e L. 500 milioni in luogo di quella fra L. 500 milioni e L. 1 miliardo, senza tener conto di vari beni mobili ulteriori rispetto a quelli considerati al fine della determinazione della fascia; quanto al procedimento per sequestro conservativo, riducendo a L. 990.000 la liquidazione effettuata dal primo giudice in L. 1.760.000, pur avendo riconosciuto corretto il valore tabellare, compreso fra L. 500 milioni e L. 1 miliardo posto a base della parcella. Con ciò "… la Corte di Appello di Roma incorre in una evidente violazione di legge, poichè omette di prendere in esame e di indicare tutti i punti di riferimento per addivenire al calcolo dei diritti di avvocato di cui alla tabella B, capo 1^ della tariffa forense; non fornisce altresì alcuna motivazione o elemento esplicativo del calcolo che adotta attraverso il quale perviene alla minore quantificazione".

Con il secondo motivo, il ricorrente – denunziando "Violazione e falsa applicazione della tariffa forense (tabella A), Paragrafo 10^, punti 49, 56, di cui al D.M. 05 ottobre 1994 n. 584, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e n. 5, per violazione e falsa applicazione del citato D.M., nonchè per omessa e/o insufficiente e/o con-traddittoria motivazione della sentenza impugnata, cui è incorsa la Corte di Appello di Roma nell’aver ridotto gli onorari di avvocato relativi ad entrambi i giudizi; violazione e falsa applicazione del D.M. n. 584 del 1994, art. 5 comma 4" – si duole che il giudice a quo: quanto al procedimento per apposizione dei sigilli, sia incorso per la liquidazione degli onorari nei medesimi errori già evidenziati per la liquidazione dei diritti ed, inoltre, abbia omesso di tener conto della particolare importanza dei giudizi eppertanto del dovuto raddoppio del compenso, dell’equiparabilità dei procedimenti ai giudizi contenziosi con applicazione della tabella pertinente, della possibilità dell’aumento del 20% per ciascuna parte assistita richiesto nell’impropria forma della domanda riconvenzionale; quanto al procedimento per sequestro conservativo, abbia senza giustificazione ridotto gli onorari dalle L. 11.300.000 liquidate dal primo giudice a L. 5.000.000.

I due motivi, prospettando questioni analoghe, possono essere trattati congiuntamente.

Le censure per violazioni di legge non risultano meritevoli d’accoglimento.

Devesi, infatti, in primo luogo rilevare l’inconferenza della ripetuta doglianza imperniata sul fatto che la corte territoriale sia pervenuta a conclusioni diverse da quelle alle quali era pervenuto il giudice di primo grado ed abbia disatteso le tesi sulle quali quest’ultimo aveva basato l’impugnata decisione, in quanto finalità del giudizio di secondo grado è, per l’appunto, nei limiti del devoluto, una nuova valutazione degli elementi da porre a base della decisione ed una nuova pronunzia sull’oggetto della controversia, indipendentemente dalle argomentazioni e dalla decisione del giudice di primo grado, delle quali non costituisce un riesame alla luce delle censure mosse dall’appellante; riesame che può anche aver luogo, in vista della nuova pronunzia, ma che non ne rappresenta il presupposto nè ne condiziona l’autonomia ed, infatti, nel giudizio di legittimità il vaglio della decisione di secondo grado non può avere altro oggetto se non gli eventuali vizi ad essa propri, del tutto irrilevante essendone il rapporto con quella di primo grado.

Ciò posto, va tenuto presente che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3, dev’esser dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche, come questa Corte ha ripetutamente evidenziato, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo debba ritenersi in contrasto con ciascuna delle medesime indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità e/o dalla prevalente dottrina, non qualsiasi affermazione contenuta nella sentenza gravata, ma quelle sole affermazioni, puntualmente identificate, che concernano valutazioni "in diritto", id est costituiscano l’espressione d’una qualificazione giuridica del fatto esaminato e della consequenziale applicazione ad esso d’una determinata disciplina normativa.

Ne consegue che, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso dedotto ai sensi della disposizione in esame, risulta inidoneamente formulata – come nel motivo di ricorso che ne occupa, nel quale non sono svolte argomentazioni in diritto, ma considerazioni in fatto relativamente ai beni da prendere in considerazione, al loro valore, a quali fossero le attività meritevoli di compenso e di quale entità questo dovesse essere – la critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito, nel decidere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata dal ricorrente non mediante puntuali contestazioni delle soluzioni stesse nell’ambito d’una valutazione comparativa con diverse soluzioni prospettate sul piano giuridico, bensì mediante la mera trattazione di questioni in fatto.

Ad un profilo di diritto potrebbero riportarsi alcune delle dedotte violazioni della tariffa nella liquidazione degli onorari, ma tali violazioni non sussistono.

Anzi tutto, la liquidazione degli onorari per i procedimenti speciali, quali sono quelli de quibus, è prevista ex lege in misura onnicomprensiva tra un minimo ed un massimo, onde non v’è da discutere della liquidazione o meno di singole voci laddove i limiti siano rispettati, ma la censura in esame non sarebbe esatta neppure ove si trattasse d’ordinario giudizio di cognizione.

Contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, infatti, a differenza dall’ipotesi della liquidazione globale di diritti inferiore alla richiesta, nel qual caso il giudice è notoriamente tenuto ad indicare le ragioni della mancata liquidazione delle voci ritenute non pertinenti, ove trattisi, invece, della liquidazione dei soli onorari, il giudice non è tenuto a giustificare, voce per voce, l’operata riduzione del compenso richiesto per ciascuna voce quando operi una liquidazione complessiva e questa, quale desumibile dalla sommatoria di tutte le voci, risulti rispettosa dei limiti della tariffa (Cass. 23.5.92 n. 6214, 9.2.82 n. 768, 27.2.69 n. 645);

poichè, infatti, nella liquidazione degli onorari d’avvocato, la determinazione della misura è rimessa alla libera valutazione dei giudici del merito, incensurabile in Cassazione purchè siano rispettati i minimi ed i massimi fissati dalla legge professionale, solo qualora il giudice ritenga di dover oltrepassare i detti limiti, ravvisando una manifesta sproporzione tra la prestazione dell’avvocato e l’onorario previsto dalla tabella, la decisione deve essere motivata, in tal caso essendovi luogo a verificare così l’idoneità in astratto dei motivi stessi a giustificare la pronunzia come la logicità ed adeguatezza delle argomentazioni svolte al riguardo, giacchè vizi in tal senso potrebbero essere indicativi d’un erroneo processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto, e, tuttavia, resterebbe comunque escluso l’accertamento in concreto di detti motivi, quaestio facti la cui valutazione si sottrae al sindacato medesimo.

Nella specie, il ricorrente non contesta che il giudice a quo, nella liquidazione degli onorari e tenuto conto dello scaglione ritenuto applicabile, sia sceso, nel complesso, al di sotto del limite minimo della tariffa, costituendo, invece, oggetto di censura la sola entità della liquidazione, in quanto non rispondente alle aspettative del professionista, non anche, appunto, la sua insufficienza rispetto ai limiti minimi della tariffa con riferimento ai procedimenti speciali in discussione considerati ciascuno nel complesso delle attività svolte.

Si tenga presente, al riguardo, che la questione d’illegittimità costituzionale delle normative con le quali è consentito al giudice di procedere alla riduzione degli onorari richiesti dal professionista è già stata dichiarata manifestamente infondata dal giudice delle leggi con sentenza 25.3.80 n. 36, che opera richiamo a principi già affermati con sentenza 7.7.64 n. 75.

Quanto alla questione dell’aumento degli onorari oltre i massimi consentiti in ragione della pretesa particolare complessità dell’attività svolta, vale a disattenderla la considerazione che non risulta dall’impugnata sentenza – e, per il vero, neppure dal motivo di ricorso in esame – che domanda in tal senso fosse stata formulata con l’istanza per decreto ingiuntivo, accolta nel provvedimento monitorio e confermata con la sentenza di primo grado nel giudizio d’opposizione, onde non si vede a qual titolo il secondo giudice avrebbe dovuto decidere d’una domanda nuova ed inammissibile in sede d’appello; una motivazione specifica sarebbe stata necessaria solo ove i giudici del monitorio e dell’opposizione in primo grado avessero espressamente accolto una specifica domanda nel senso considerato, ma, in difetto di ciò, non v’era spazio perchè la questione dovesse formare oggetto di trattazione.

D’altra parte, l’aumento degli onorari oltre il massimo e sino al doppio costituisce un potere e non un dovere per il giudice, e la valutazione della particolare o addirittura straordinaria importanza, complessità, difficoltà della pratica è rimessa al prudente apprezzamento dello stesso, la cui discrezionalità già si esplica nella determinazione del compenso, sulla base dei medesimi parametri, tra i minimi ed i massimi stabiliti nella tabella allegata alla tariffa stessa; pertanto, già il fatto che, nella specie, il giudice abbia attribuito modesta rilevanza al livello quantitativo e qualitativo dell’opera al predetto specifico fine, liquidando gli onorari più verso il minimo che verso il massimo, sta a significare come l’esercizio del detto potere non trovasse, nella specie, giustificazione alcuna; al qual riguardo, giova rammentare che, laddove al giudice sia attribuito un potere discrezionale, il mancato esercizio di esso non necessita di specifica motivazione, dovendosi ritenere implicita una valutazione negativa dell’opportunità d’avvalersene, onde è sottratto a qualsiasi titolo al sindacato di legittimità (vedansi, e pluribus, Cass. 2.4.01 n. 4800, 23.4.98 n. 4211, 7.3.97 n. 2052, 13.6.95 n. 6644, 11.1.91 n. 195, 13.4.87 n. 3672).

Quanto all’aumento del compenso per la difesa di più soggetti, lo stesso ricorrente ammette d’averlo richiesto non con l’istanza per decreto ingiuntivo ma solo con domanda riconvenzionale che, pertanto, doveva necessariamente essere dichiarata inammissibile.

Nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, infatti, solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, non anche l’opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con la ingiunzione (Cass. 30.7.1988 n. 4795, 2.10.1975 n. 3119, 3.12.1991 n. 12922), salvo il diritto ad agire in reconventio reconventionis ove la nuova pretesa tragga ragione dalla riconvenzionale proposta dall’ingiunto opponente rispetto alla quale l’originario intimante venga a trovarsi, a sua volta, in posizione di convenuto (Cass. 18.6.04 n. 11415).

Parimenti immeritevoli d’accoglimento le censure per vizi di motivazione.

Il motivo di ricorso per cassazione con il quale alla sentenza impugnata venga mossa censura per vizi di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, dev’essere inteso a far valere, a pena d’inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 4, in difetto di loro specifica indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, invece, essere inteso a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte ed, in particolare, non vi si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma in esame; diversamente, il motivo di ricorso per Cassazione si risolverebbe – com’è, appunto, per quelli dei quali trattasi – in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice del merito, id est di nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità.

Devesi, inoltre, considerare come, allorchè sia denunziato, con il ricorso per Cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, un vizio di motivazione della sentenza impugnata, della quale si deducano l’incongruità e/o l’insufficienza delle argomentazioni svoltevi in ordine alle prove, per asserita omessa od erronea valutazione delle risultanze processuali, sia necessario, in ottemperanza al principio dell’autosufficienza del ricorso posto al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo – necessariamente preliminare ed, in caso d’esito negativo, assorbente – anche sulla decisività degli elementi di giudizio assuntivamente non valutati od erroneamente valutati, che il ricorrente indichi puntualmente ciascuna delle risultanze istruttorie alle quali fa riferimento e ne specifichi il contenuto mediante loro sintetica ma esauriente esposizione ed, all’occorrenza, integrale trascrizione nel ricorso, non essendo idonei all’uopo il semplice richiamo agli elementi di giudizio acquisiti nella fase di merito e la prospettazione del valore probatorio di essi quale inteso soggettivamente dalla parte in contrapposizione alle valutazioni effettuate dal giudice di quella fase con la sentenza impugnata in ordine al complesso delle acquisizioni probatorie e/o a quelle di esse ritenute rilevanti ai fini dell’adottata decisione e, tanto meno, inammissibili richiami per relationem agli atti della precedente fase del giudizio.

Nella specie, il ricorrente opera generico riferimento ad una serie di beni che non sarebbero stati presi in considerazione al fine di determinare il valore complessivo del relictum mobiliare, ma non indica specificamente quale fosse il valore di ciascun d’essi, donde questo fosse con certezza desumibile, se e con quali atti processuali tali elementi di giudizio fossero stati portati a conoscenza del giudice cui s’imputa di non averli adeguatamente presi in considerazione.

Per il resto, l’esposizione si traduce in una semplice prospettazione di valutazioni delle emergenze istruttorie in senso difforme da quelle espresse dal giudice che non soddisfano ai requisiti richiesti per una valida proposizione della censura in esame.

Fermo che, come già rilevato, il motivo non è inteso a censurare la ratio decidendi ma a prospettare, in violazione dei sopra richiamati principi, una diversa interpretazione degli accertamenti in fatto, estranea alle valutazioni rimesse al giudice della legittimità ed è, per ciò stesso, inammissibile, può, comunque, anche evidenziarsi che la motivazione fornita dalla corte territoriale all’assunta decisione risulta logica ed adeguata, basata com’è su considerazioni esaurienti in ordine all’oggettivo valore probatorio attribuibile a quelli, tra i vari elementi di giudizio desumibili dagli atti, ritenuti idonei e sufficienti a giustificare la decisione e questa risultando coerente e consequenziale alla razionale valutazione di essi; un giudizio, dunque, operato nell’ambito dei poteri discrezionali del giudice del merito ed a fronte del quale, in quanto obiettivamente immune dalle censure ipotizzabili in forza dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la diversa opinione soggettiva di parte ricorrente è inidonea a determinare le conseguenze previste dalla norma stessa.

Con il terzo motivo, il ricorrente – denunziando "Violazione e falsa applicazione della tariffa forense stragiudiziale di cui all’art. 2 delle norme generali, punti 1) Prestazioni di consulenza, lett. B) a) punto 2) Prestazioni di assistenza lett. A), B), C), D), E), punto 4) Assistenza e consulenza pratiche di successione, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione – si duole che il giudice a quo abbia ritenuto non doversi aggiungere alla liquidazione degli onorari per i due procedimenti considerati quelli richiesti per prestazioni stragiudiziali attinenti ad attività investigativa intesa al rinvenimento dei conti correnti bancari del de cuius, con ciò violando le richiamate disposizioni, per le quali al professionista sono dovuti gli onorari stragiudiziali anche se poi presta la propria opera nel giudizio.

Il motivo non merita accoglimento sotto alcuno dei prospettati profili di censura.

La corte capitolina ha, in vero, operato corretta applicazione dei principi, più volte affermati da questa Corte, per cui in tema di compensi professionali degli avvocati non possono essere considerate come stragiudiziali, ed essere perciò compensate separatamente da quelle giudiziali, quelle attività professionali che, sebbene non esplicate davanti al giudice, siano tuttavia con quelle giudiziali strettamente connesse e ad esse complementari in quanto intese all’introduzione e svolgimento del procedimento giudiziale anche se svolte al di fuori di esso, così da costituirne il naturale completamento; a maggior ragione ove la natura giudiziale della prestazione, derivi dallo stesso tenore della tariffa giudiziale professionale ogni volta che la prestazione stessa sia in essa esplicitamente prevista (Cass. 12.6.07 n. 13770, 23.5.92 n. 6214).

L’applicazione di tali principi al caso di specie la stessa corte ha, poi, correttamente motivato evidenziando come faccia parte dell’impegno professionale dell’Avvocato l’attività di reperimento di documenti e beni, in quanto costitutivi della materia-base sulla quale innestare l’attività più propriamente giuridica, tanto che tale ricerca è espressamente prevista in autonoma voce dalla tariffa professionale quale attività specificamente compensata; evidenziando altresì, a completamento della motivazione, come l’istante non avesse dimostrato, documentandolo, d’aver affrontato spese, queste sì eventualmente rimborsabili, per l’espletamento delle indagini in questione.

Con il quarto ed ultimo motivo, il ricorrente – denunziando "Violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 157, 246 c.p.c., art. 159 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5" – si duole che il giudice a quo non abbia espressamente dichiarato inammissibili e quindi mille le deposizioni rese dai testi A.G. e B.M., giusta la sua specifica eccezione.

Il motivo è inammissibile per difetto d’interesse, dacchè le deposizioni in questione non sono state prese in considerazione dai giudici del merito ai fini della decisione in quanto ritenute, comunque, inattendibili e, d’altra parte, la corte capitolina ha espressamente evidenziato l’incapacità d’entrambi i testi in quanto interessati personalmente alla vicenda (cfr. pp. 14 e 16).

2 – Ricorso Incidentale.

Con il primo motivo, le ricorrenti – denunziando "Vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento all’art. 116 c.p.c., ed in ordine alla valutazione delle risultanze della prova testimoniale espletatasi – si dolgono che il giudice a quo abbia erroneamente ravvisato un contrasto tra le deposizioni dei testi B.M. ed A.G. e, di conseguenza, abbia escluso che risultasse provato un acconto di L. 6.000.000 versato alla controparte.

Il motivo è inammissibile.

La corte capitolina ha ritenuto inattendibili le deposizioni dei testi in questione per due distinte ed autonome ragioni, id est non soltanto perchè ritenute tra loro contraddittorie, ma anche perchè i testi sono stati considerati portatori ciascuno d’un interesse personale alla controversia.

Questa seconda ragione non è stata in alcun modo censurata con il motivo in esame, dacchè le ricorrenti, mentre nulla hanno obiettato quanto al teste A.G., la cui deposizione era da considerare comunque vietata ex art. 247 c.p.c., trattandosi del marito in comunione dei bei dell’una d’esse, quanto al teste B.M., figlio dell’altra, si sono limitate ad indicarlo apoditticamente come "capace a testimoniare" senza svolgere argomento alcuno a contrasto dell’incapacità dello stesso ex art. 246 c.p.c., affermata nella sentenza impugnata.

Ciò stante, va applicato il ripetuto insegnamento di questa Corte per cui, ove una sentenza od un capo di essa si fondino su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerli, è necessario non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinchè si realizzi lo scopo dell’impugnazione, la quale è intesa alla cassazione della sentenza, in loto od in un suo singolo capo, id est di tutte le ragioni che autonomamente l’una o l’altro sorreggano; onde è sufficiente che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero che sia respinta la censura relativa anche ad una sola delle dette ragioni, perchè il ricorso avverso la sentenza, oppure il motivo d’impugnazione avverso il singolo capo di essa, debbano essere respinti nella loro interezza, le censure nell’uno o nell’altro contenute avverso le ulteriori ragioni poste a base della sentenza o del capo di essa impugnati divenendo inammissibili per difetto di interesse (e pluribus, da ultimo, Cass. SS.UU. 8.8.05 n. 16602, Cass. 10.9.04 n. 18240, 23.4.02 n. 5902, 23.3.02 n. 4199, 23.10.01 n. 12976, 6.4.01 n. 5149).

Con il secondo motivo, le ricorrenti – denunziando "Vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento agli artt. 236 – 1176 – 1218 – 1223 e 1226 c.c." – si dolgono che il giudice a quo abbia disatteso la loro domanda condanna della controparte al risarcimento del danno per responsabilità professionale sulla sola considerazione della natura di mezzi e non di scopo dell’attività dell’Avvocato ed all’uopo, elencano una serie d’inadempienze della controparte stessa sostenendo che, ove non si fossero verificate, le loro difese avrebbero avuto serie possibilità di successo e risultati sostanziali più utili, mentre v’era stato il concreto pregiudizio del sequestro conservativo d’un ingente patrimonio mobiliare ed immobiliare, l’entità del cui ristoro pecuniario il giudice ben avrebbe potuto determinare in via equitativa.

Il motivo non merita accoglimento.

La corte capitolina non ha disatteso il motivo d’appello in questione sulla sola considerazione della natura dell’attività professionale, ma anche per non avere le interessate dimostrato quali danni in concreto avessero subito in conseguenza delle allegate inadempienze del professionista.

Tale considerazione è del tutto corretta e le ricorrenti neppure in questa sede hanno non solo dimostrato ma neppure argomentato la decisività delle allegate circostanze nella determinazione d’un danno identificato e quantificabile.

Il concreto esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.c., da luogo non ad un giudizio d’equità ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa, ond’è che non solo è subordinato alla condizione che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile per la parte interessata provare il danno nel suo preciso ammontare, come desumibile dalle citate norme sostanziali, ma non ricomprende anche l’accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta, anzi, al contrario, presuppone già assolto dalla parte stessa, nei cui confronti le citate disposizioni non prevedono alcuna relevatio ab onere probandi al riguardo, l’onere su di essa incombente ex art. 2697 c.c., di dimostrare sia la sussistenza sia l’entità materiale del danno, così come non la esonera dal fornire gli elementi probatori e i dati di fatto dei quali possa ragionevolmente disporre, nonostante la riconosciuta difficoltà, al fine di consentire che l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, limitato e ricondotto alla sua peculiare funzione di colmare soltanto le lacune riscontrate insuperabili nell’iter della precisa determinazione dell’equivalente pecuniario del danno stesso (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.07 n. 17492, 7.6.07 n. 13288, 22.7.04 n. 13761, conformi al precedente di Cass. 18.11.02 n. 16202, riferimenti ivi).

Inoltre, poichè il diritto al risarcimento del danno conseguente alla lesione d’un diritto soggettivo non è riconosciuto dall’ordinamento con caratteristiche e finalità punitive ma in relazione all’effettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso ed, al contempo, lo stesso ordinamento non consente l’arricchimento ove non sussista una causa giustificatrice dello spostamento patrimoniale da un soggetto ad un altro (nemo locupletati potest cum aliena iactura), anche nelle ipotesi per le quali il danno sia ritenuto in re ipsa e trovi la sua causa diretta ed immediata nella situazione illegittima posta in essere dalla controparte, la presunzione attiene alla sola possibilità della sussistenza del danno ma non alla sua effettiva sussistenza e, tanto meno, alla sua entità materiale; l’affermazione del danno in re ipsa si riferisce, dunque, esclusivamente all’an debeatur, che presuppone soltanto l’accertamento d’un fatto potenzialmente dannoso in base ad una valutazione anche di probabilità o di verosimiglianza secondo l’id quod plerumque accidit, onde permane la necessità della prova d’un concreto pregiudizio economico ai diversi fini della determinazione quantitativa e della liquidazione di esso per equivalente pecuniario, e non è precluso al giudice il negare la risarcibilità stessa del danno ove la sua effettiva sussistenza o la sua materiale entità non risultino provate (ibidem) .

Nella specie, le ricorrenti si sono limitate ad enunziare alcune cause d’ipotizzabile pregiudizio, omettendo, tuttavia, non solo di provare, ma anche semplicemente d’indicare essersene verificata l’effettività e quale ne fosse stata l’entità – anche a considerare il solo sequestro, sul quale le ricorrenti sembrano incentrare la maggiore ipotesi di danno, devesi rilevare come lo stesso non equivalga all’ablazione dei beni, nè di questa e della sua ingiustizia possa ritenersi con certezza foriera, essendo subordinata all’esito del giudizio sul merito, mentre il danno per l’indisponibilità medio tempore dei beni sequestrati deve essere adeguatamente dimostrato in funzione di spese sostitutive della disponibilità o di serie trattative di vendita rimaste senza e-sito – onde non può ritenersi fondato il rimprovero mosso ai giudici del merito per non aver questi ravvisato i presupposti dell’esercizio del potere di liquidazione equitativa del danno.

In definitiva, nessuno degli esaminati motivi meritando accoglimento, entrambi i ricorsi vanno respinti.

Stante la reciproca soccombenza, si ravvisano giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE riuniti i ricorsi, li respinge e compensa le spese.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 12/6/2008 n. 15828; Pres. Vella A.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza indicata in epigrafe è stata respinta (salvo che per l’importo della sanzione, rideterminato nel minimo edittale) l’opposizione che B.A. aveva proposto avverso due verbali, con i quali gli era stato contestato da agenti della Polizia di Stato di aver guidato un autoveicolo con carta di circolazione priva dell’annotazione del cambiamento di residenza e con patente ottenuta in assenza dei necessari requisiti. A tale decisione il Giudice di pace è pervenuto ritenendo che gli atti impugnati contenevano soltanto imprecisioni e mancanze irrilevanti, mentre la documentazione prodotta dall’autorità di pubblica sicurezza consentiva di ricostruire le ragioni degli accertamenti.

Contro tale sentenza B.A. ha proposto ricorso per cassazione, in base a due motivi. Il Ministero dell’interno non ha svolto attività difensive nel giudizio di legittimità.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con entrambi i motivi di ricorso B.A. lamenta che con la sentenza impugnata non si è provveduto, se non con una motivazione del tutto carente, sulle varie ragioni che erano state addotte a sostegno dell’opposizione.

La censura è fondata.

Limitandosi a rilevare che "mediante la produzione della documentazione da parte dell’Autorità di P.S. si è ricostruito il ragionamento secondo il quale sono stati elevati i due verbali", il Giudice di pace non ha dato alcuna concreta risposta alle articolate e puntuali critiche che a quel "ragionamento" aveva rivolto l’attore, a proposito sia della contestata mancanza di comunicazione del cambio di domicilio, sia della supposta invalidità della patente di guida esibita agli agenti e da costoro ritirata insieme con la carta di identità, sia delle spese per la custodia del veicolo, sottoposto a sequestro poi non convalidato dal Prefetto, sia dell’esistenza dei presupposti (contratto di lavoro e disponibilità di abitazione) che avevano consentito il rilascio del documento di abilitazione alla guida.

Il ricorso pertanto deve essere accolto.

Non sussistono le condizioni perchè la causa possa essere decisa nel merito in questa sede, come il ricorrente ha richiesto.

La sentenza impugnata va quindi cassata con rinvio ad altro giudice, che si designa in una diversa sezione dell’Ufficio del Giudice di pace di Roma, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata; rinvia la causa ad altra sezione dell’Ufficio del Giudice di pace di Roma, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

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Corte di Cassazione Civile sez. III 11/6/2008 n. 15476; Pres. Finocchiaro M.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nell’impugnata decisione lo svolgimento del processo è esposto come segue:

"Con citazione ritualmente notificata in data 15/12/04 la SRL MEDIAQUARANTA, con sede in (omissis), conviene in giudizio la SRL PANTHER AUTOMOTIVE, con sede in Roma, per l’udienza del 20/01/2005 ed espone di essere in credito nei suoi confronti della somma di Euro 32.904,00 portata dalle fatture n. (omissis) del 17/07/03 di Euro 5.484,00, n. (omissis) del 17/07/03 di Euro 5.484,00, n. (omissis) del 25/07/03 di Euro 5.484,00, n. (omissis) del 25/07/03 di Euro 5.484,00, n. (omissis) del 29/08/03 di Euro 5.484,00 e n. (omissis) del 29/08/03 di Euro 5.484,00. Sollecitata al pagamento del debito la convenuta non vi ha provveduto; parte attrice ne domanda quindi la condanna. Onde evitare un giudizio di valore superiore a Euro 1.032,91, che comporterebbe un maggior aggravio di spese, l’esponente intende agire per fintanto allo scopo di ottenere un adempimento parziale di Euro 1.032,91, riservando al prosieguo il recupero della restante somma di Euro 31.871,09 e degli interessi maturati. La parte convenuta rimane contumace e non si presenta a rendere l’interrogatorio formale ammesso per l’udienza del 18/04/05 quando la causa è assegnata a decisione sulla base delle sole conclusioni di parte attrice come in epigrafe riportate".

Con sentenza 18.4 – 11.5.2005 il Giudice di Pace di Mondovì decideva come segue:

"… definitivamente pronunciando, CONDANNA La SRL PANTHER AUTOMOTIVE, con sede in (omissis), AL PAGAMENTO in favore della parte attrice, SRL MEDIAQUARANTA, con sede in (omissis), in persona del legale rappresentante sig. B.P., della somma di Euro 1.032,91, oltre agli interessi legali dalla pubblicazione della sentenza al saldo. Condanna inoltre la parte convenuta a rimborsare le spese legali di questo procedimento che liquida in complessive Euro 542,00 di cui Euro 92,00 per spese e Euro 450,00 per diritti ed onorali oltre IVA e C.P.A. (2%) sulle somme imponibili".

Contro questa decisione ha proposto ricorso per cassazione la ****************** s.r.l..

La MEDIAQUARANTA s.r.l. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso la ****************** s.r.l. denuncia "Violazione ex art. 360 c.p.c., punto 2, per violazione sulle norme sulla competenza per valore" esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue. Il Giudice di Pace di Mondovì si è trovato a giudicare su di un asserito rapporto da cui scaturirebbe un credito di Euro 32.904,00, anche se, poi, la società attrice ha chiesto la condanna parziale solo nell’ambito di Euro 1.032,91. Non solo l’importo complessivo supera la competenza per valore del Giudice di Pace ma persino ciascuna fattura è di importo superiore al limite massimo di Euro 2.582,28, oltre cui detto Giudice non ha più potere decisorio. E’ indubbio che il Giudice ha comunque dovuto accertare almeno la sussistenza di un rapporto avente valore di Euro 5.484,00, ossia superiore a quello di sua competenza. Tale modus operandi cozza con la norma sulla competenza per valore. Neppure si può ritenere, nel caso di specie, che la condanna al pagamento della somma di Euro 1.032,91 non comporti un giudicato, perlomeno implicito, sulla maggiore somma recata da tutte le fatture prodotte in giudizio o almeno da una di esse. Dato che la prestazione minima fatta valere dall’attrice (l’importo di una delle fatture) va oltre la competenza del Giudice di Pace, non è applicabile la giurisprudenza che prevede la valutazione della competenza in base al valore della domanda e non del rapporto nella sua interezza.

Il primo motivo di ricorso deve ritenersi fondato nella parte preliminare ed essenziale concernente la possibilità di parcellizzazione della domanda (possibilità negata dalla ricorrente, anche se in modo parzialmente implicito); mentre le ulteriori doglianze debbono ritenersi assorbite (come deve ritenersi assorbito il secondo motivo con cui la ricorrente denuncia "Violazione ex art. 360 c.p.c., punto 5, per omessa ed insufficiente motivazione su un punto rilevante della controversia" esponendo censure in ordine alla ritenuta fondatezza nel merito della domanda; ed il terzo motivo con cui la ricorrente denuncia "Violazione ex art. 360 c.p.c., punto 4, per nullità del procedimento" osservando che essendo la società ****************** s.r.l. contumace, l’attrice avrebbe dovuto notificare alla stessa il verbale di ammissione dell’interrogatorio formale; mentre ciò non è avvenuto).

Questa Corte Suprema a S.U. ha infetti recentemente enunziato il seguente principio di diritto "Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buonafede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale" (Cass. Sez. U, Sentenza n. 23726 del 15/11/2007).

Da detta sentenza di questa Corte non emerge espressamente la sorte della domanda proposta in violazione del principio medesimo.

Tuttavia dal complesso della motivazione (ed in particolare dalla sua ratio) si evince che la domanda è improponibile; e che detta improponibilità investe ciascuna delle singole domande (in ciascuna delle relative diverse cause) in cui è stata frazionata la domanda concernente l’intera somma in questione (e cioè la domanda come avrebbe dovuto essere proposta per essere ritenuta rituale ed dunque proponibile).

Detta ratio consiste infatti nell’affermazione della necessità di assicurare i principi della buona fede e correttezza anche in campo processuale, tra l’altro non alterando il giusto equilibrio degli opposti interessi delle parti contrapposte ed evitando il rischio di peggiorare la posizione del debitore "…sia per il profilo del prolungamento del vincolo coattivo cui egli dovrebbe sottostare per liberarsi della obbligazione nella sua interezza, ove il credito sia nei suoi confronti azionato inizialmente solo pro quota con riserva di azione per il residuo come propriamente nel caso esaminato dalla citata Sez. un. n. 108/00 cit., in cui la richiesta di pagamento per frazione era finalizzata ad adire un giudice inferiore rispetto a quello che sarebbe stato competente a conoscere dell’intero credito, sia per il profilo dell’aggravio di spese e dell’onere di molteplici opposizioni (per evitare la formazione di un giudicato pregiudizievole) cui il debitore dovrebbe sottostare, a fronte della moltiplicazione di (contestuali) iniziative giudiziarie… "; ed inoltre nella necessità di evitare ai principi del giusto processo un "…Ulteriore vulnus…" che "… deriverebbe, all’evidenza, dalla formazione di giudicati (praticamente) contraddittori cui potrebbe dar luogo la pluralità di iniziative giudiziarie collegate alto stesso rapporto. Mentre l’effetto inflattivo riconducibile ad una siffatta (ove consentita) moltiplicazione di giudizi ne evoca ancora altro aspetto di non adeguatezza rispetto all’obiettivo, costituzionalizzato nello stesso art. 111 Cost., della "ragionevole durata del processo", per l’evidente antinomia che esiste tra la moltiplicazione dei processi e la possibilità di contenimento della correlativa durata…".

Va dunque enunciato il seguente principio di diritto: "Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo; tutte le domande giudiziali aventi ad oggetto una frazione di detto credito vanno dunque dichiarate improponibili".

Sulla base di quanto sopra esposto, decidendo sul ricorso, va cassata senza rinvio l’impugnata sentenza e la domanda proposta dalla s.r.l., MEDIAQUARANTA, va dichiarata improponibile.

Data la novità della giurisprudenza sopra citata e la complessità delle problematiche in questione, va disposta la compensazione delle spese del giudizio di cassazione; mentre non si deve provvedere sulle spese del giudizio di primo grado in quanto la parte convenuta era rimasta contumace.

P.Q.M.

La Corte, decidendo sul ricorso, cassa l’impugnata sentenza e dichiara improponibile la domanda proposta dalla MEDIAQUARANTA s.r.l.; compensa le spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile sez. III 6/6/2008 n. 15042

Redazione

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, notificato il 28.1.1999, B.C. ha convenuto davanti al Giudice di pace il Comune di Roma, per sentirlo condannare al risarcimento dei danni conseguenti ad una caduta occorsale il (omissis), verso le ore 20, mentre camminava lungo la via (omissis). A causa della scarsa illuminazione, non si era avveduta di una sconnessione fra le lastre in travertino di copertura del marciapiede; vi aveva inciampato ed era caduta a terra, riportando la lesione del 5^ metatarso del piede sinistro. Il danno è stato quantificato in Euro 2.582,28.

Il Comune ha resistito alla domanda, contestando ogni responsabilità e chiedendo di chiamare in causa la s.r.l. Ediltecnica, che gestiva in appalto la manutenzione della strada. L’Ediltecnica è stata effettivamente citata ed è rimasta contumace.

Con sentenza n. 950 del 2001 il Giudice di pace ha respinto la domanda attrice ed ha compensato fra le parti le spese di causa.

Proposto appello dalla B., il Comune di Roma si è costituito, proponendo appello incidentale condizionato nei confronti della Ediltecnica. Quest’ultima ha resistito alla domanda, chiedendo di essere estromessa dal giudizio ed, in subordine, di essere rimessa in termini per poter produrre documenti e chiamare in garanzia il suo assicuratore.

Con sentenza 17 – 19 maggio 2004 n. 15909 il Tribunale di Roma ha respinto l’appello principale, condannando l’appellante al pagamento delle spese del grado in favore Comune di Roma.

Con atto notificato il 17.12.2004 la B. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza, notificatale il 19.10.2004, affidandone l’accoglimento a tre motivi.

Resistono con separati controricorsi il Comune di Roma e la s.r.l.

Ediltecnica, ognuno dei quali propone ricorso incidentale condizionato.

Il Comune di Roma ha depositato memoria.

Motivi della decisione

Va preliminarmente disposta la riunione dei tre ricorsi (art. 335 c.p.c.).

1.- La Corte di appello ha escluso la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., con la motivazione che la norma non è applicabile ai beni demaniali, qualora la loro estensione territoriale sia tale da non consentire una vigilanza ed un controllo idonei ad evitare l’insorgere di situazioni di pericolo; che poteva configurarsi una responsabilità del Comune solo ai sensi dell’art. 2043 c.c., ma che nella specie non ne ricorrevano i presupposti, in quanto la sconnessione della copertura del marciapiede – trovandosi proprio davanti alla casa della danneggiata – avrebbe dovuto essere ben nota alla stessa, sì che non costituiva un’insidia.

2. – Con il primo motivo – deducendo violazione dell’art. 2051 e illogica, contraddittoria e insufficiente motivazione – la ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia escluso l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., in termini apodittici, senza accertare se ricorressero le condizioni a cui la giurisprudenza subordina il venir meno della responsabilità per custodia, in relazione ai beni demaniali: senza accertare, in particolare, se il marciapiede in oggetto, per la sua collocazione ed estensione, fosse effettivamente non suscettibile di continuo e completo controllo ad opera dell’ente proprietario, sì da prevenire incidenti quale quello verificatosi.

Assume il ricorrente che si tratta di strada situata in centro abitato, che il Comune ben poteva sorvegliare e mantenere in buone condizioni: di ciò il Comune stesso era ben consapevole, avendo affidato ad apposita impresa, cioè alla s.r.l. Ediltecnica, l’incarico della manutenzione.

3. – Con il secondo motivo – deducendo violazione dell’art. 2043 c.c., nonchè omessa motivazione su di un punto decisivo della controversia – la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che la situazione oggettiva del marciapiede non configurava un’insidia, imprevedibile e inevitabile dall’utente.

Assume che l’anomalo dislivello del piano stradale manifesta un difetto di manutenzione che di per sè costituisce colpa e che, a fronte di tali specifiche manifestazioni di incuria non occorre la dimostrazione di ulteriori negligenze al fine di addebitare la responsabilità all’ente tenuto alla manutenzione.

4. – Con il terzo motivo la ricorrente denuncia omessa, o insufficiente motivazione sulle circostanze relative ai fatti di causa, per avere la sentenza impugnata trascurato di considerare le circostanze emerse dall’istruttoria che dimostrano la responsabilità del Comune, quali quella – ammessa anche dal Tribunale, nella sentenza di primo grado – che la zona era poco illuminata, che altre persone camminavano davanti alla B., impedendole di vedere la strada, restando irrilevante il fatto che l’anomalia della superficie stradale si trovasse in corrispondenza dell’abitazione della danneggiata.

5.- I tre motivi – che possono essere congiuntamente esaminati, perchè connessi – sono fondati, nei termini che seguono.

5.1. – Appare in termini, in primo luogo, la censura del ricorrente circa l’assenza di motivazione sulle obiettive condizioni del luogo ove si è verificato l’incidente.

Il Giudice di appello ha effettivamente escluso in modo aprioristico l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., ai beni demaniali, laddove la giurisprudenza ha chiarito che occorre valutare caso per caso se – in relazione all’estensione territoriale e alle modalità d’uso del bene – sia o meno possibile un continuo ed efficace controllo, ad opera dell’ente pubblico, idoneo ad impedire l’insorgere di cause di pericolo per gli utenti. (Cfr., Cass. civ. 27 dicembre 1995 n. 13114;

Casa. civ. Sez. Un. 5 settembre 1997 n. 8588, con interpretazione avallata da Corte cost. 10 maggio 1999 n. 156; Cass. civ., Sez. 3^, 23 luglio 2003 n. 11446, in un caso simile a quello di specie, di caduta di una passante, sulla strada centrale di una città; Cass. civ., Sez. 3^, 5 agosto 2005 n. 16576; Cass. civ., Sez. 3^, 26 novembre 2007 n. 24617).

Si è specificato, altresì, che l’onere di fornire la prova delle circostanze che escludono la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., è a carico dell’amministrazione interessata, gravando sul danneggiato solo l’onere di dimostrare il nesso causale fra la situazione del bene ed il verificarsi del danno (Cass. civ., Sez. 3^, 1 ottobre 2004 n. 19653).

I suddetti principi esprimono, nella sostanza, i peculiari criteri di imputazione della responsabilità per danno da cose in custodia, che debbono essere adottati in relazione ai beni demaniali.

Ed invero, il custode di beni privati risponde oggettivamente dei danni provocati dal modo di essere e di operare del bene, sia in virtù del tradizionale principio "cuius commoda, eius incommoda" (per cui chi utilizzi la cosa nel proprio interesse è tenuto anche a sopportarne i rischi); sia anche in considerazione del fatto che il privato ha il potere di escludere i terzi dall’uso del bene, e così di circoscrivere i possibili rischi di danni provenienti dai comportamenti altrui.

Per contro, il custode del bene demaniale destinato all’uso pubblico è esposto a fattori di rischio molteplici, imprevedibili e potenzialmente indeterminati, a causa dei comportamenti più o meno civili, corretti e avveduti degli innumerevoli utilizzatori, che egli non può escludere dall’uso del bene e di cui solo entro certi limiti può sorvegliare le azioni.

La responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 c.c., pur in linea di principio innegabile – presenta pertanto un problema di delimitazione dei rischi di cui far carico all’ente gestore e "custode", la cui soluzione va ricercata in principi non sempre coincidenti con quelli che valgono per i privati.

Le peculiarità vanno individuate non solo e non tanto nell’estensione territoriale del bene e nelle concrete possibilità di vigilanza su si esso e sul comportamento degli utenti, di cui alle citate massime giurisprudenziali, quanto piuttosto nella natura e nella tipologia delle cause che abbiano provocato il danno: secondo che esse siano intrinseche alla struttura del bene, sì da costituire fattori di rischio conosciuti o conoscibili a priori dal custode (quali, in materia di strade, l’usura o il dissesto del fondo stradale, la presenza di buche, la segnaletica contraddittoria o ingannevole, ecc.), o che si tratti invece di situazioni di pericolo estemporaneamente create da terzi, non conoscibili nè eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione (perdita d’olio ad opera del veicolo di passaggio;

abbandono di vetri rotti, ferri arrugginiti, rifiuti tossici od altri agenti offensivi).

Nel primo caso è agevole individuare la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., essendo il custode sicuramente obbligato a controllare lo stato della cosa e a mantenerla in condizioni ottimali di efficienza.

Nel secondo caso l’emergere dell’agente dannoso può considerarsi fortuito, quanto meno finchè non sia trascorso il tempo ragionevolmente sufficiente perchè l’ente gestore acquisisca conoscenza del pericolo venutosi a creare e possa intervenire ad eliminarlo.

I principi giurisprudenziali enunciati in precedenza stanno ad indicare, per l’appunto, la necessità di addossare al custode solo i rischi di cui egli possa essere chiamato a rispondere – tenuto conto della natura del bene e della causa del danno – sulla base dei doveri di sorveglianza e di manutenzione razionalmente esigibili, con riferimento a criteri di corretta e diligente gestione.

Sotto il profilo sistematico la suddetta selezione dei rischi va compiuta – più che delimitando in astratto l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., in relazione al carattere demaniale del bene – tramite una più ampia ed elastica applicazione della nozione di caso fortuito.

Con riguardo ai beni demaniali, cioè, si presenterà presumibilmente più spesso l’occasione di qualificare come fortuito il fattore di pericolo creato occasionalmente da terzi, che abbia esplicato le sue potenzialità offensive prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode.

L’impostazione risulta in linea, fra l’altro, con il principio giurisprudenziale sopra richiamato, per cui l’onere di fornire la prova delle circostanze idonee ad esimere dalla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c., grava sul l’ente pubblico (Cass. civ., Sez. 3^, 1 ottobre 2004 n. 19653). Tale infatti è il principio in vigore con riguardo alla prova del caso fortuito.

Nel caso dì specie, la causa dell’incidente occorso alla B. è indubbiamente ravvisabile in un difetto strutturale della strada di proprietà del Comune di Roma – consistente nel disassamento del fondo stradale difetto integrante un vizio costruttivo, indipendente dalle altrui modalità di uso, di cui l’ente territoriale non poteva ignorare l’esistenza e che avrebbe dovuto eliminare.

In virtù dei principi enunciati, pertanto, la Corte di appello avrebbe dovuto applicare l’art. 2051 c.c., essendo incontestato in fatto che la B. sia caduta proprio per avere inciampato contro il dislivello del piano stradale.

Nè il Giudice di appello ha dedotto – a fondamento della sentenza di assoluzione – la circostanza che il difetto fosse impercettibile, o comunque lieve, o comunque tale da non giustificare il prodursi dell’evento se non in presenza di una colposa disattenzione della stessa danneggiata.

5.2. – Ogni altra censura della ricorrente è da ritenere assorbita.

6. – Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato il Comune di Roma ripropone in questa sede la sua domanda di manleva nei confronti della s.r.l. Ediltecnica.

La censura è inammissibile, trattandosi di questione non esaminata e non decisa in appello, perchè ritenuta assorbita a seguito del rigetto delle domande risarcitorie della B..

Non vi è quindi pronuncia del Giudice di appello, di cui questa Corte possa essere chiamata a valutare la legittimità.

7. – Per le stesse ragioni va dichiarato inammissibile il ricorso incidentale condizionato della Ediltecnica, che pure ripropone una questione (nullità dell’atto di chiamata in causa in primo grado della stessa Ediltecnica), su cui il Tribunale ha ritenuto superfluo pronunciare, essendo state respinte le domande proposte dalla B. contro il Comune.

Le parti interessate potranno far valere davanti al Giudice di rinvio tutte le domande ed eccezioni a suo tempo proposte in appello.

8. – In accoglimento del ricorso principale, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa al Tribunale di Roma, in diversa composizione, affinchè decida la controversia uniformandosi ai seguenti principi di diritto:

"La responsabilità per i danni provocati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., trova applicazione anche in relazione ai beni demaniali.

Essendo tuttavia, detti beni particolarmente esposti a fattori di rischio non prevedibili e non controllabili dal custode, perchè determinati dai comportamenti del pubblico indiscriminato degli utenti – che il custode non può escludere dall’uso del bene e di cui solo entro certi limiti può sorvegliare le azioni – il caso fortuito idoneo ad esimere da responsabilità il custode di beni demaniali va individuato in base a criteri più ampi ed elastici di quelli che valgono per i beni privati.

Esso va individuato, in particolare, nei casi in cui la causa che ha provocato il danno non sia strutturale e intrinseca al modo di essere del bene, ma sia derivata da comportamenti estemporanei di terzi, non immediatamente conoscibili o eliminabili dal custode, neppure con la più diligente attività di manutenzione.

Il difetto costruttivo del piano stradale, consistente in un rilevante dislivello fra le lastre di copertura, è da ritenere causa strutturale, quindi fonte di responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., ove abbia in concreto creato inciampo e provocato la caduta di un passante.

Anche nei casi in oggetto, la prova delle circostanze idonee ad esimere da responsabilità, quali caso fortuito, deve essere fornita dal custode del bene demaniale, ai sensi dell’art. 2051 c.c.".

P.Q.M.

La Corte di cassazione, riuniti i ricorsi, accoglie il principale;

dichiara inammissibili i ricorsi incidentali condizionati. Cassa e rinvia al Tribunale di Roma, in diversa composizione, che deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile sez. V 5/6/2008 n. 14847; Pres. Papa E.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La C.T.P. di Caserta accoglieva il ricorso proposto dagli eredi di T.P. avverso avviso di accertamento emesso nei confronti del predetto ai fini Irpef e Ilor per l’anno 1991.

La C.T.R. Campania rigettava l’appello proposto dall’Ufficio delle Entrate di Caserta, rilevando che la sentenza impugnata era supportata da precisi riscontri normativi e giurisprudenziali.

Rilevavano altresì i giudici d’appello che il decesso del contribuente appena iniziata la verifica (e perciò la mancanza della sua firma in calce al relativo verbale) avrebbero dovuto indurre l’Ufficio ad integrare gli accertamenti della Guardia di Finanza con elementi probatori idonei a confermare che le somme depositate presso gli istituti di credito provenivano esclusivamente dall’attività professionale del T., mentre l’Ufficio si era limitato e richiamare il verbale di accertamento, inidoneo a costituire esclusiva fonte di prova, posto che dall’esame dei conti correnti emergeva una perfetta corrispondenza tra la voce "dare" e la voce "avere", rendendo evidente che il T. aveva l’abitudine di far transitare sui suoi conti anche denaro non proprio e redditi terziari non identificati.

Secondo i giudici d’appello, occorreva considerare inoltre che, secondo gli eredi, alcune poste del conto erano riferibili all’attività politica espletata dal ******** e per la quale egli doveva rendere conto al partito, ed inoltre che, essendo egli in comunione legale dei beni col coniuge, erano imputabili al T. solo la metà delle somme rinvenute sui conti correnti, al netto delle operazioni concernenti l’interscambio di assegni a titolo gratuito e l’organizzazione del partito nel quale il defunto militava.

Concludevano i giudici d’appello rilevando che non risultava fornita la prova dei fatti costitutivi della maggiore pretesa tributaria.

Avverso questa sentenza ricorrono per cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate; resistono con controricorso M.F. e T.D., la prima in proprio e nella qualità di erede di T.P., il secondo solo nella qualità.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo, deducendo violazione dell’art. 112 c.p.c., artt. 2697 c.c., nonchè D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 22 ss., art. 41 ss., art. 51 ss., art. 81 ss., oltre che vizi di motivazione, i ricorrenti rilevano che la sentenza fonda su argomentazioni mai dedotte nel ricorso introduttivo nè successivamente deducibili.

In particolare, nel suddetto ricorso introduttivo non risulterebbe alcun accenno ad attività extraprofessionali del T., tali da far presumere che le somme sui suoi conti potessero essere riferibili a terzi, nè ad una riferibilità per metà dei conti in esame al coniuge in comunione di beni, argomento peraltro inadeguato, secondo i ricorrenti, perchè anche la moglie del T. era destinataria dell’avviso impugnato e quindi parte ricorrente in proprio, oltre che nella qualità di erede.

Secondo i ricorrenti, inoltre, la sentenza impugnata ometterebbe di pronunciarsi sul motivo d’appello relativo alla sufficienza delle risultanze bancarie ad assumere il valore di presunzione,. immotivatamente affermando che il p.v.c. non poteva costituire esclusiva fonte di prova della maggiore pretesa tributaria e che il T. poteva essere ritenuto titolare delle somme di cui ai conti correnti in esame solo per metà e solo al netto delle somme concernenti il partito e l’interscambio di assegni a titolo gratuito, senza che la parte avesse mai dimostrato quali e quante fossero tali somme, o che esse fossero di pertinenza altrui o che la stretta corrispondenza tra versamenti e prelievi fosse prova dell’alterità delle somme.

Infine, secondo i ricorrenti, i giudici d’appello avrebbero erroneamente affermato che l’amministrazione doveva provare la provenienza esclusiva delle somme sui conti dall’attività professionale del contribuente, laddove, secondo la normativa vigente, sono imponibili tutti i redditi, di qualunque natura, anche diversi da quelli di lavoro (e inclusi perfino i proventi da attività illecite). Le censure esposte sono fondate.

E’ innanzitutto da chiarire che, secondo la univoca giurisprudenza di questo giudice di legittimità, in tema di accertamento delle imposte sui redditi ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32 e 39, i dati raccolti dall’Ufficio in sede di accesso ai conti correnti bancari di un professionista consentono, in virtù della presunzione legale contenuta nella detta normativa, di imputare gli elementi da essi risultanti direttamente a ricavi dell’attività di lavoro autonomo svolta dal medesimo, salva la possibilità per il contribuente di provare che determinati accrediti non costituiscono proventi della detta attività (v. tra le altre cass. n. 4601 del 2002 cit.) e che pertanto, in relazione alla suddetta presunzione concernente gli elementi risultanti dagli accertamenti bancari, si determina una inversione dell’onere della prova, per cui, a differenza di quanto affermato nella sentenza impugnata, deve ritenersi che l’Amministrazione abbia fornito la prova dei fatti costitutivi della maggiore pretesa tributaria e spetta al contribuente fornire adeguata e specifica prova contraria.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, la suddetta prova contraria deve essere circostanziata e non può consistere nella mera affermazione che sul conto corrente confluivano anche somme di pertinenza di terzi, avendo in particolare questa Corte affermato (v. cass. n. 13819 del 2007) che, al fine di superare la presunzione posta a carico del contribuente dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, "non è sufficiente dimostrare genericamente di avere fatto affluire su un proprio conto corrente bancario, nell’esercizio della propria professione, somme affidategli da terzi in amministrazione, ma è necessario che egli fornisca la prova analitica della inerenza alla sua attività di maneggio di denaro altrui di ogni singola movimentazione del conto".

E’ peraltro da aggiungere l’assoluta irrilevanza, ai fini dell’operatività della presunzione de qua, del decesso del contribuente subito dopo l’inizio della verifica e della conseguente mancanza della sua firma in calce al relativo verbale, posto che, per giurisprudenza costante, la legittimità della utilizzazione, da parte dell’amministrazione finanziaria, dei movimenti dei conti correnti bancari non è condizionata alla previa instaurazione del contraddittorio con il contribuente sin dalla fase dell’accertamento, atteso che l’art. 32 prevede il contraddittorio come oggetto di una mera facoltà dell’amministrazione tributaria, non di un obbligo (v. cass. n. 4601 del 2002); che "l’utilizzazione da parte dell’amministrazione finanziaria dei movimenti dei conti correnti bancari in disponibilità del contribuente, a fine di accertamento, è legittima anche in assenza di preventiva convocazione dell’interessato" (v. cass. n. 10964 del 2007); infine che, in tema di accertamento delle imposte sul reddito, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, nella parte in cui prevede l’invito al contribuente a fornire dati e notizie in ordine agli accertamenti bancari, non impone all’Ufficio l’obbligo di uno specifico e previo invito, ma gli attribuisce una mera facoltà, della quale può avvalersi in piena discrezionalità, con la conseguenza che "il mancato esercizio di tale facoltà non può quindi determinare l’illegittimità della verifica operata sulla base dei medesimi accertamenti, nè comporta la trasformazione della presunzione legale posta dalla norma in esame in presunzione semplice, con possibilità per il giudice di valutarne liberamente la gravità, la precisione e la concordanza, e con il conseguente onere per il Fisco di fornire ulteriori elementi di riscontro" (v. cass. n. 14675 del 2006).

Tanto premesso, è appena il caso di aggiungere che, comunque, nel ricorso introduttivo (esaminato da questo giudice in relazione alla deduzione di error in procedendo) neppure si accennava all’attività politica del T. (che avrebbe in ipotesi giustificato il transito di somme del partito sul suo conto) o ad altra attività genericamente comportante, secondo la sentenza impugnata, "interscambio di assegni a titolo gratuito" e si evidenziava non la comunione dei beni tra il T. ed il coniuge, bensì la cointestazione del conto corrente in esame, circostanza considerata dall’Amministrazione, tanto che l’avviso impugnato risultava destinato anche a M.F., coniuge del T. e impugnante il suddetto avviso non solo quale erede del marito, ma anche in proprio. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata, deve essere cassata, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese a diversa sezione della C.T.R. Campania.

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Corte di Cassazione Civile sez. II 3/6/2008 n. 14668

Redazione

Svolgimento del processo

L’Ufficio Territoriale del Governo di Trapani ha impugnato per cassazione la sentenza 8/9/2003 con la quale il giudice di pace di Trapani, in accoglimento dell’opposizione proposta da C.F., annullava i verbali di contravvenzione redatti da agenti della Polizia di Stato per violazione degli artt. 158, 154 e 172 C.d.S.. Il giudice di pace osservava: che due agenti della Polizia di Stato, a bordo di un’autovettura civile, avevano affiancato l’autovettura condotta dalla C. alla quale avevano poi contestato alcune violazioni di norme dettate dal C.d.S.; che le dette violazioni erano state però contestate oralmente in quanto gli agenti erano sprovvisti dell’apposito modulario; che il descritto operato degli agenti era affetto da nullità radicale ed insanabile; che non era consentito limitare, in pregiudizio della opponente, la possibilità di difendersi soltanto con una querela di falso.

L’intimata C.F. non ha svolto attività difensiva in sede di legittimità.


Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso l’Ufficio Territoriale del Governo di Trapani denuncia violazione degli artt. 200 e 201 C.d.S., nonchè del D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, artt. 384 e 385, deducendo che esiste una distinzione tra i tre momenti dell’operazione dell’accertamento della violazione, ossia contestazione, verbalizzazione e consegna del verbale. La contestazione avviene di regola in forma orale il che si è verificato nel caso di specie per cui la C. ha avuto la possibilità di esprimere le proprie osservazioni nel momento di detta contestazione. La redazione materiale del verbale e la sua consegna alla C. sono state posticipate per una impossibilità oggettiva, ossia la mancanza del modulario da parte degli agenti al momento della contestazione: ciò non ha comportato alcuna violazione di legge. Nel verbale gli agenti hanno specificato il motivo della mancata redazione dello stesso al momento dell’accertamento. Tale precisazione non era neanche necessaria posto che l’art. 200 C.d.S., esige di regola la contestazione immediata e non l’immediatezza della verbalizzazione la cui redazione può essere impossibile anche nell’ipotesi in cui gli agenti non abbiano momentaneamente il modulario.

Il motivo è fondato.

Occorre premettere che, come rilevato dal ricorrente, la questione relativa alla mancata redazione del verbale di contravvenzione – e della mancata consegna immediata di detto verbale subito dopo la relativa contestazione al trasgressore – è stata già affrontata da questa Corte la quale al riguardo ha affermato che: a) l’operazione di accertamento delle violazione al C.d.S., si, sviluppa nei tre momenti della contestazione, della verbalizzazione e della consegna della copia del verbale; b) la contestazione deve essere immediata con la conseguenza che ogni qualvolta tale contestazione sia possibile, essa non può essere omessa, a pena d’illegittimità dei successivi atti del medesimo procedimento; c) tuttavia l’art. 201 C.d.S., contempla l’eventualità che l’immediata contestazione dell’infrazione non risulti in concreto possibile e stabilisce che, in tale ipotesi, il verbale debba essere notificato al trasgressore con l’indicazione della circostanza impeditiva; d) la "verbalizzazione" è operazione distinta e successiva, rispetto alla già "avvenuta" contestazione; e) a norma del terzo comma dell’art. 200 C.d.S., copia del verbale deve essere consegnata al trasgressore; f) la contestazione deve ritenersi immediatamente avvenuta, anche se la consegna del verbale (per validi motivi) non segua nello stesso contesto di tempo, allorquando il contravventore sia stato fermato ed il pubblico ufficiale gli abbia indicato la violazione commessa e lo abbia posto in grado di formulare le proprie osservazioni (nei sensi suddetti, sentenza 21/11/2002 n. 16420).

Nel caso in esame non risulta contestato che la C. è stata fermata dagli agenti della Polizia di Stato i quali le hanno di persona ed immediatamente contestato le violazioni accertate consentendole di formulare osservazione e di illustrare argomenti a propria discolpa. Nessuna violazione o limitazione al diritto di difesa della C. è derivata dalla mancata immediata redazione del verbale della già avvenuta contestazione, verbale che è stato poi notificato all’interessata con l’espressa precisazione che gli agenti accertatori non avevano potuto redigere apposito verbale al momento della contestazione delle infrazioni "per mancanza di formulario a seguito".

Si tratta di una motivazione valida e logicamente plausibile tenuto conto che – come riportato nella stessa sentenza impugnata – gli agenti accertatori facevano parte della Polizia di Stato e si trovavano a bordo di un’autovettura civile "per motivi di controllo del territorio" e, quindi, per svolgere compiti ulteriori rispetto a quelli della regolazione del traffico, della prevenzione e dell’accertamento delle violazioni in tema di circolazione stradale.

D’altra parte non risulta che la C. nei motivi di opposizione abbia specificato quale delle garanzie previste dalla legge per la difesa delle ragioni del trasgressore sarebbero state sacrificata o compressa in virtù della contestazione verbale delle infrazioni.

Deve quindi ritenersi che – al contrario di quanto affermato dal giudice di pace – alla ricorrente le infrazioni in questione siano state personalmente ed immediatamente contestate in modo corretto dagli agenti accertatori con l’indicazione delle norme violate e con la possibilità per la C. di formulare contestualmente osservazioni e di sollevare eccezioni ed obiezioni in ordine all’operato degli agenti.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 2700 c.c., e artt. 221 e 313 c.p.c., deducendo che il giudice di pace ha errato nel ritenere che le risultanze del verbale di contestazione – relative ad accertamenti di fatto senza valutazioni e apprezzamenti discrezionali – potessero essere smentite da una mera dichiarazione di parte. I verbali in questione fanno invece fede fino a querela di falso per quanto riguarda la vericità delle affermazioni ivi contenute.

Il motivo è fondato nei sensi e nei limiti di seguito precisati.

Al riguardo va rilevato che costituisce principio ormai pacifico che nel giudizio di opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione irrogativa della sanzione amministrativa, il verbale di accertamento dell’infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonchè alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale e alle dichiarazioni delle parti; non è, invece, necessario, in applicazione della disciplina di cui agli artt. 2699 e 2700 c.c., l’esperimento del rimedio predetto ove si intenda contestare la verità sostanziale di quanto dichiarato dalle parti medesime, o i giudizi valutativi espressi dal pubblico ufficiale, ovvero quelle circostanze dallo stesso menzionate relativamente ai fatti avvenuti in sua presenza, che possono risolversi in apprezzamenti personali perchè mediati attraverso l’occasionale percezione sensoriale di accadimenti che si svolgono così repentinamente da non potersi verificare e controllare secondo un metro obiettivo.

Il ricorso deve quindi essere accolto con la conseguente cassazione dell’impugnata sentenza e rinvio della causa al giudice di pace di Trapani (in persona di altro magistrato) il quale provvedere ad un nuovo esame tenendo conto dei rilievi sopra esposti e dei principi di diritto sopra enunciati nonchè ad occuparsi degli altri rilievi mossi dalla C. ai verbali di contestazione in questione e la cui valutazione è stata implicitamente ritenuta assorbita dall’accoglimento della preliminare censura relativa alla asserita nullità del verbale impugnato per contestazione orale. Al giudice del rinvio si rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia al giudice di pace di Trapani (in persona di altro magistrato) anche per le spese del giudizio di cassazione.

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