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Civile

Corte di Cassazione Civile sez. III 1/12/2004 n. 22592

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 17 agosto 1995, ****************** conveniva, davanti al pretore di Tolmezzo, il Comune di Tolmezzo, chiedendo il risarcimento del danno subito in seguito alla caduta dalla bicicletta, avvenuta alle ore 14 del 31 marzo 1995 in via Tarvisio, nel centro cittadino, occasionata dall’urto del telaio contro un paletto in ferro sporgente dal manto stradale per circa un metro, a suo dire costituente insidia, sia perché inclinato, sia perché avente colorazione simile a quella dell’asfalto.
Il Comune resisteva alla domanda.
Il Pretore rigettava la domanda sul rilievo che il paletto era posizionato su un’area della quale il Comune non aveva né la proprietà né la custodia.
Proponeva appello il **********.
Si costituiva il Comune e chiedeva il rigetto dell’appello.
Il Tribunale di Tolmezzo, con sentenza depositata il 20 novembre 2000, rigettava l’appello.
Riteneva il Tribunale che la zona in questione era oggettivamente assoggettata al pubblico transito, asfaltata per tutta la sua ampiezza;
che nella fattispecie non era invocabile la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 c.c., perché, attesa l’estensione delle strade comunali del Comune di Tolmezzo, era impossibile l’esercizio di un continuo ed efficace controllo;
che conseguentemente in astratto una responsabilità poteva ravvisarsi a carico del convenuto solo se fosse esistita un’ipotesi di insidia o trabocchetto stradale;
che tanto non sussisteva in concreto, in quanto il paletto era ben individuabile, essendo sporgente dal terreno per un metro ed essendo bene visibile alle ore 14 del 31 marzo 2004.
Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’attore.
Resiste con controricorso il Comune di Tolmezzo, che ha anche presentato ricorso incidentale condizionato e memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi a norma dell’art. 335 c.p.c.
Con il primo motivo di ricorso il ricorrente principale lamenta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., in relazione agli artt. 5 r.d. n. 2506/1923 e 14-21 del d.lgs. n. 285/1992, nonché mancata o contraddittoria motivazione in ordine alla sua applicazione al caso di specie, confondendo i concetti di responsabilità presunta o oggettiva con quella formatasi nel diritto vivente in ordine alla responsabilità per insidia stradale e collegata al regime generale di responsabilità fissato dall’art. 2043 c.c.
Lamenta il ricorrente che il tribunale, pur avendo ritenuto astrattamente applicabile nella fattispecie la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c., ha poi temperato la stessa con quella di cui all’art. 2043 c.c. in tema di insidia stradale; che erratamente il tribunale aveva escluso la responsabilità del comune ai sensi dell’art. 2051 c.c., sulla base delle dimensioni del territorio comunale.

2. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2043 c.c., in relazione all’art. 1227, comma 1, c.c., dell’art. 5 r.d. n. 2506/1923 e degli artt. 14-20-21 del d.lgs. n. 285/1992, nonché il vizio motivazionale in ordine alla natura insidiosa dei paletti conficcati nel manto stradale e della rilevanza di eventuale colpa del danneggiato.
Ritiene il ricorrente che la sentenza impugnata ha erratamente applicato i principi in tema di insidia stradale, ritenendo che il paletto fosse avvistabile da esso attore, e quindi ritenendo che sussistesse la colpa del danneggiato a norma dell’art. 1227 c.c.; che non era possibile avvistare il paletto di ferro, se non previa ispezione della sede stradale, mentre l’utente percorreva la strada, confidando nella normalità del fondo.

3.1. Ritiene questa Corte che i due motivi di ricorso, essendo strettamente connessi, vadano esaminati congiuntamente.
Essi sono infondati e vanno rigettati.
Osserva questa Corte che esistono due orientamenti giurisprudenziali in merito alla responsabilità della P.A. per i danni subiti dall’utente conseguenti ad omessa od insufficiente manutenzione di strade pubbliche.
Secondo l’orientamento predominante questa tutela è esclusivamente quella predisposta dall’art. 2043 c.c.
Si osserva, infatti, che la P.A. incontra nell’esercizio del suo potere discrezionale anche nella vigilanza e controllo dei beni di natura demaniale, limiti derivanti dalle norme di legge o di regolamento, nonché dalle norme tecniche e da quelle di comune prudenza e diligenza, ed in particolare dalla norma primaria e fondamentale del neminem laedere (art. 2043 c.c.), in applicazione della quale essa è tenuta a far sì che il bene demaniale non presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto, cioè non visibile e non prevedibile, che dia luogo al c.d. trabocchetto o insidia stradale.
Sussiste l’insidia, fondamento della responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c., della P.A. per danni riportati dall’utente stradale, allorché essa non sia visibile o almeno prevedibile (Cass. 22 aprile 1999, n. 3991; Cass. 28 luglio 1997, n. 7062; Cass. 20 agosto 1997, n. 7742; Cass. 16 giugno 1998, n. 5989 e molte altre).
3.2. Un orientamento minoritario, invece, riconduce la responsabilità della P.A., proprietaria di una strada pubblica, per danni subiti dall’utente di detta strada, alla disciplina di cui all’art. 2051 c.c., assumendo che la P.A., quale custode di detta strada, per escludere la responsabilità che su di essa fa capo a norma dell’art. 2051 c.c. deve provare che il danno si è verificato per caso fortuito, non ravvisabile come conseguenza della mancanza di prova da parte del danneggiato dell’esistenza dell’insidia, che questi, invece, non deve provare, così come non ha l’onere di provare la condotta commissiva o omissiva del custode, essendo sufficiente che provi l’evento danno ed il nesso di causalità con la cosa (Cass. 22 aprile 1998, n. 4070; Cass. 20 novembre 1998, n. 11749; Cass. 21 maggio 1996, n. 4673).

4.1. Ritiene questa Corte di dover condividere il primo orientamento.
Con riferimento all’orientamento favorevole alla riconducibilità di tale responsabilità nell’alveo dell’art. 2043 c.c. appare opportuno richiamare, sia pure per sommi capi, il percorso tracciato dalla giurisprudenza che nei primi anni del 1900 iniziò ad affermare il principio della responsabilità della P.A. conseguente alla violazione colposa delle regole di prudenza e di esperienza nell’ambito della attività amministrativa, fissando il limite oltre il quale la discrezionalità (e la correlata insindacabilità del suo comportamento da parte dell’autorità giudiziaria) doveva arrestarsi, e sostenendo la rilevanza sul piano civilistico della inosservanza delle regole di prudenza, perizia e diligenza anche con riguardo alla specifica materia della manutenzione stradale.
In tale contesto la giurisprudenza in un primo tempo elaborò la figura della insidia o trabocchetto quale elemento sintomatico della attività colposa dell’amministrazione, ricorrente allorché la strada nascondeva una insidia non evitabile dall’utente con l’ordinaria diligenza; successivamente, peraltro, tale nozione divenne un indice tassativo ed ineludibile della responsabilità della P.A., e l’onere probatorio in ordine alla sua sussistenza ricadeva a carico del danneggiato.
Tale orientamento costituisce sostanzialmente ancor oggi un elemento fondamentale per l’affermazione della responsabilità della P.A. ex art. 2043 c.c. con riferimento ai danni prodotti da omessa o insufficiente manutenzione di strade pubbliche, ricondotta infatti all’inosservanza del principio del "neminem laedere", ma sempre a condizione che venga provata l’esistenza di una situazione insidiosa caratterizzata dalla non visibilità e dalla non prevedibilità del pericolo.
4.2. La problematica in esame è stata esaminata dalla Corte costituzionale (10 maggio 1999, n. 156) a seguito di una ordinanza del Giudice di Pace di Genova che, investito della risoluzione di una controversia promossa da un privato contro il Comune di Genova per i danni subiti a causa di una caduta da un motociclo prodotta dalla presenza, astrattamente percepibile in anticipo ma non segnalata, di terriccio su una strada comunale, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2043, 2051 e 1227, primo comma, c.c. in rapporto agli artt. 3, 24 e 97 Cost.
La Corte costituzionale, nel ritenere non fondata la questione, richiamato il principio di autoresponsabilità a carico degli utenti "gravati di un onere di particolare attenzione nell’esercizio dell’uso ordinario diretto del bene demaniale per salvaguardare appunto la propria incolumità", ha tra l’altro considerato la nozione di insidia "come una sorta di figura sintomatica di colpa, elaborata dalla esperienza giurisprudenziale, mediante ben sperimentate tecniche di giudizio, in base ad una valutazione di normalità, con il preciso fine di meglio distribuire tra le parti l’onere probatorio, secondo un criterio di semplificazione analitica della fattispecie generatrice della responsabilità in esame" (sull’infondatezza della sollevata questione di incostituzionalità, vedasi anche Cass. S.U. n. 10893/2001).
4.3. Non può, invece, condividersi l’orientamento, sostenuto dal ricorrente principale, secondo cui la responsabilità della P.A., nella fattispecie, sarebbe regolata dall’art. 2051 c.c. Infatti, in conformità ad una giurisprudenza consolidata di questa Corte Suprema, deve ribadirsi che la presunzione di responsabilità per danni cagionati dalla cosa in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., non si applica agli enti pubblici, ogni qual volta il bene, sia esso demaniale o patrimoniale, per le sue caratteristiche (estensione e modalità di uso) è oggetto di una utilizzazione generale e diretta da parte di terzi che limita in concreto la possibilità di custodia e vigilanza sulla cosa (tra le tantissime, ad esempio, 15 gennaio 1996, n. 265, nonché Cass. 21 gennaio 1987 n. 526, Cass. 4 aprile 1985, n. 2319, Cass. 20 marzo 1982, n. 1817, Cass. 20 gennaio 1982, n. 943).
L’art. 2051 c.c., in tema di presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia in realtà trova applicazione nei confronti della pubblica amministrazione, con riguardo ai beni demaniali, esclusivamente qualora tali beni non siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei terzi, ma vengano utilizzati dall’amministrazione medesima in situazione tale da rendere possibile un concreto controllo ed una vigilanza idonea ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo (Cass. 30 ottobre 1984, n. 5567), ovvero, ancora, qualora trattisi di beni demaniali o patrimoniali che per la loro limitata estensione territoriale consentano una adeguata attività di vigilanza sulle stesse (Cass. 7 gennaio 1982, n. 58).
4.4. ******** essendo che nella specie l’incidente si è verificato su una strada del Comune di Tolmezzo, il giudice d’appello, con valutazione fattuale rientrante nei suoi esclusivi poteri, ha ritenuto che date le dimensioni del territorio comunale non era possibile una forma di controllo sulle strade comunali, nei termini in cui essa grava sul custode della cosa, per cui, sulla base di questa premessa fattuale, ha correttamente ritenuto che la questione andasse decisa esclusivamente sotto il profilo della disciplina di cui all’art. 2043 c.c., escludendo che potesse inquadrarsi in quella di cui all’art. 2051 c.c.
Avendo poi il giudice d’appello accertato in fatto, con motivazione né insufficiente né contraddittoria, ed in ogni caso immune da censure rilevabili in questa sede di sindacato di legittimità, che nella fattispecie non ricorrevano gli estremi dell’insidia stradale, poiché il paletto era di notevoli dimensioni in quanto uscente per circa un metro da terra, avvistabile ed evitabile, in considerazioni delle sue dimensioni, del colore di intensità diversa e non confondibile con l’asfalto, correttamente ha rigettato la domanda anche sotto il profilo dell’art. 2043 c.c.

5. Il rigetto del ricorso principale comporta che vada dichiarato assorbito il ricorso incidentale condizionato.
Esistono giusti motivi per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato.
Compensa per intero tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile sez. I 9/11/2004 n. 21360

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

………………… proponeva opposizione dinanzi al Giudice di pace di Foligno avvero l’ordinanza-ingiunzione del Prefetto di Perugia in data 5 novembre 2000 con la quale gli era stato intimato il pagamento della sanzione amministrativa di lire 1.221.600 per violazione dei limiti di velocità, come da verbale della polizia stradale di Perugia dell’1 settembre 2000, deducendo l’insussistenza del fatto contestato e l’inadeguatezza dell’apparecchio misuratore telelaser utilizzato.
Con sentenza del 15-19 giugno 2001 il Giudice di pace rigettava l’opposizione, osservando che le deduzioni del ricorrente circa l’inaffidabilità dell’apparecchio misuratore non apparivano sorrette da alcun elemento di riscontro e che il puntamento a mezzo di tale strumento della vettura da lui condotta risultava fino a querela di falso dal verbale di contestazione.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il ………. deducendo due motivi. Resiste con controricorso il Prefetto di Perugia.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 142, comma 6, del d.lgs. 285/1992 e dell’art. 345, comma 1, del d.P.R. 495/1992, si deduce che il tipo di apparecchio utilizzato, telelaser Lti 20-20, è assolutamente inadeguato a fornire la prova certa del fatto contestato, in quanto stabilisce la velocità di marcia del veicolo investito dal suo raggio, ma non è in grado di identificare, per l’assenza di rilevatori fotografici, l’autovettura della quale misura la velocità, e pertanto è da ritenere non conforme alla disposizione regolamentare richiamata, che postula che la velocità di un determinato veicolo sia fissata in modo chiaro ed accertabile. Si prospetta quindi l’illegittimità del decreto ministeriale di omologazione di tale strumento e se ne sollecita la disapplicazione.
Con il secondo motivo, denunciando omissione, insufficienza e contraddittorietà di motivazione, si deduce che la sentenza impugnata ha omesso di prendere in esame il motivo di opposizione con il quale si era dedotto che la velocità contestata non era compatibile con le capacità tecniche del mezzo condotto dal ………… ed ha fornito una motivazione del tutto carente nel disattendere le argomentazioni dirette a dimostrare l’errore commesso nel riferire quella velocità a detto veicolo.
I due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente per la loro connessione logica, sono infondati.
Questa Suprema Corte ha già avuto occasione di affermare nella recente sentenza 5873/2004 (in relazione a violazione commessa, come quella di specie, precedentemente all’entrata in vigore della l. 168/2002, di conversione del d.l. 121/2002) che ai fini dell’applicazione di sanzioni amministrative per eccesso di velocità deve ritenersi legittima la misurazione effettuata mediante apparecchio telelaser omologato, secondo il disposto dell’art. 142, comma 6, del c.d.s.
Come si è rilevato in detta decisione, la norma primaria fissa il principio che le risultanze di apparecchiature debitamente omologate costituiscono fonti di prova per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità, mentre la disposizione regolamentare di cui all’art. 345, cui la prima fa rinvio (conformemente alla norma generale di rinvio di cui all’art. 45, n. 6), richiede che le apparecchiature elettroniche di controllo della velocità, per poter essere omologate, siano tali da fissare la velocità del veicolo in un determinato momento in modo chiaro ed accertabile, siano inoltre gestite direttamente dagli organi di polizia stradale di cui all’art. 12 del c.d.s. e siano nella disponibilità di detti organi. Né l’una né l’altra di tali disposizioni richiede pertanto che esse siano munite di dispositivi che forniscano una documentazione fotografica dell’accertamento dell’infrazione, così da identificare in via automatica e senza l’intervento dell’uomo il veicolo cui l’accertamento stesso si riferisce.
Il tenore della norma regolamentare, che rapporta direttamente l’esigenza di modalità chiare ed accertabili al dato della velocità, rende invece evidente che i requisiti necessari per l’omologazione dell’apparecchiatura attengono alla sua capacità di rilevazione, in termini di certezza e verificabilità, della velocità del veicolo sottoposto a controllo, mentre resta affidato alla diretta percezione degli agenti, così come generalmente avviene nell’accertamento delle violazioni del c.d.s., il compito di riferire la velocità apparsa sul display e successivamente riprodotta nell’apposito tagliando ad un determinato mezzo.
Né potrebbe in contrario ritenersi che detto art. 345, nel prescrivere che l’accertamento avvenga tutelando la riservatezza dell’utente, postuli l’indispensabilità della documentazione fotografica: ed invero dalla prescrizione posta a garanzia della privacy, certamente riferibile alle situazioni in cui la violazione abbia un riscontro fotografico, non appare consentito desumere, nel quadro normativo di riferimento sopra delineato, che l’unica modalità di rilevazione consentita sia quella fornita dalla documentazione visiva dell’infrazione.
È infine appena il caso di ricordare che nel giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione il verbale di accertamento fa piena prova, fino a querela di falso, dei fatti attestati dal pubblico ufficiale come avvenuti in sua presenza, descritti senza margini di apprezzamento, o da lui compiuti, nonché della provenienza del verbale stesso dal pubblico ufficiale, in forza dell’efficacia probatoria privilegiata dell’atto pubblico, ai sensi dell’art. 2700 c.c., mentre sono prive di efficacia probatoria le valutazioni soggettive del verbalizzante. Ne consegue che l’accertamento della violazione delle norme relative alla velocità deve ritenersi provato sulla base della verbalizzazione dei rilievi delle apparecchiatura omologate, facendo peraltro prova il verbale sino a querela di falso dell’effettuazione dei rilievi stessi, mentre le risultanze di questi costituiscono fonti di prova suscettibile di prova contraria, che può essere fornita dall’opponente con la dimostrazione del difetto di funzionamento del dispositivo, sulla base di concrete circostanze di fatto (v. sul punto Cass., 12324/1999; 8469/1998; 7667/1997).
In applicazione di tali principi appare evidente l’infondatezza dei motivi di censura sopra sintetizzati, in quanto diretti a prospettare la radicale inidoneità dello strumento utilizzato ovvero, sotto altro profilo, a contrastare l’efficacia probatoria delle attestazioni contenute nel verbale degli agenti operanti.
Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione, nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in euro 400 per onorario, oltre le spese prenotate a debito, nonché le spese generali e gli accessori come per legge.

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Corte di Cassazione Civile sez. I 7/10/2004 n. 19995

Redazione

L’ordinanza sindacale che, emanataex art. 5 c.d.s., impartisca prescrizioni voltead evitare “turbativa alla circolazionestradale mediante fermata o arresto anchetemporaneo del veicolo”, tenuto conto dell’afflussoin alcune zone della città di conducentidi veicoli richiamati dalla presenzadi prostitute, deve essere resa nota al pubblicomediante i prescritti segnali, a nullarilevando che la reale finalità sottesa all’emissionedel provvedimento sia propriamente quella di creare difficoltà all’eserciziodel meretricio.

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Corte di Cassazione Civile sez. I 7/11/2003 n. 16713; Pres. Olla, Est. Genovese

Redazione

Nell’ennesimo giudizio di legittimità per gli accertamenti effettuati con l’autovelox, viene ribadito l’oramai consolidato indirizzo che la mancata contestazione immediata, qualora l’organo accertatore abbia dato atto a verbale dei motivi che hanno reso impossibile procedere a contestazione immediata e tali motivi configurino una delle ipotesi previste dall’articolo 384, lettera e), del regolamento di esecuzione del Codice della strada, non consente al giudice di prospettare la necessità di utilizzare apparecchi più adeguati o una diversa organizzazione del servizio, risolvendosi tali valutazioni in una inammissibile ingerenza nel modus operandi della Pubblica amministrazione.

(omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’avvocato R.F. proponeva opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione del Prefetto di Campobasso, del 15 maggio 2000, con la quale gli veniva ingiunto il pagamento della somma corrispondente alla sanzione inflittagli per la violazione dell’articolo 142, comma 8, Codice della strada, commessa il 27 agosto 1999, in località Bivio di Larino.

Con l’opposizione, il predetto si lamentava della mancata contestazione immediata della violazione, dell’esistenza di vizi procedurali e di un errore strumentale.

2. Il Giudice di Pace di Larino, con sentenza del 2 dicembre 2000, rigettava l’opposizione, negando l’esistenza dei lamentati vizi e sostenendo che le ragioni della mancata contestazione immediata della violazione erano state adeguatamente motivate.

3. Contro tale pronuncia ricorre per Cassazione l’avvocato R.F., facendo valere tre motivi di impugnazione, contro cui non ha esplicato difese la Prefettura di Larino.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorse (con il quale lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 200 e 201 Codice della strada, si sensi dell’articolo 360, n. 3, Cpc) il ricorrente deduce l’erroneità e l’illegittimità della sentenza impugnata perché non avrebbe rilevato i vizi afferenti all’ordinanza ingiunzione, sia per la mancata contestazione immediata della violazione amministrativa, sia per la sostanziale mancanza di motivazione in ordine a tale omessa contestazione (il tipo di autovelox, modello 104 C-2, permetterebbe di riscontrare, anche a distanza, mediante trasmettitore radio e ricezione su monitor, l’avvenuta violazione; mentre la prassi ormai instauratasi sarebbe quella di lasciare i misuratori senza presidio e notificare le violazioni rilevate a mezzo foto).

2. Con il secondo motivo di ricorso (con il quale lamenta omessa, insufficiente e illogica motivazione, ai sensi dell’articolo 360, n. 5, Cpc) il ricorrente deduce che il giudice di prime cure non avrebbe dato risposta alle sue richieste, poste con il secondo motivo di opposizione, relative alla domanda istruttoria di esibizione della documentazione relativa ai controlli periodici sulla funzionalità della macchina (la ditta Costruttrice raccomanda un controllo annuale a tutela del corretto funzionamento), e alle modalità di sviluppo della documentazione fotografica e alla sua documentazione.

3. Con il terzo motivo di ricorso (con il quale lamenta omessa motivazione, ai sensi dell’articolo 360, comma 1, n. 3, Cpc) il ricorrente deduce la mancata considerazione relativa all’errore strumentale commesso per la mancata presenza di un punto di riferimento fisso.

4. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

4.1. Il primo motivo di impugnazione è in parte infondato e in parte inammissibile. Con riferimento alla prima parte della doglianza, infatti, questa Corte ha ormai costantemente affermato che la mancata contestazione immediata qualora l’organo accertatore abbia dato atto a verbale dei motivi che hanno reso impossibile procedere a contestazione immediata e tali motivi configurino una delle ipotesi previste dall’articolo 384, lettera e), del regolamento di esecuzione del Codice della strada, non è consentito al giudice un apprezzamento al riguardo, o con l’indicazione della necessità di utilizzare apparecchi più adeguati o con la prospettazione di una diversa organizzazione del servizio, risolvendosi tali valutazioni in una inammissibile ingerenza nel modus operandi della Pubblica amministrazione, in linea di principio non sindacabile dal giudice ordinario (da ultima, Cassazione 4048/02).
Ora, nella specie, una motivazione era comunque contenuta nel verbale, come la sentenza impugnata ha rilevato, svolgendo al riguardo una adeguata motivazione, non specificamente censurata in questa sede.
Con la seconda parte della censura si vuole – e la doglianza è inammissibile – sindacare la motivazione del provvedimento relativo alla mancata contestazione immediata del verbale, con l’evidenziare l’esistenza di una prassi propria degli organi di polizia, caratterizzata dal rilievo delle infrazioni a mezzo dei misuratori autovelox messi in funzione e poi lasciati privi della presenza degli agenti. Ma tale deprecabile condotta (che ove esistente sarebbe sicuramente illegittima perché in contrasto con la previsione dell’articolo 345 comma 4 secondo il quale l’accertamento delle violazioni ai limiti di velocità deve essere eseguito attraverso la "gestione diretta" delle apparecchiature da parte degli organi di polizia) nulla ha a che vedere con il caso esaminato, non essendovi stata alcuna contestazione specifica al riguardo, nel giudizio di merito e non potendo la stessa essere svolta, senza la querela di falso del verbale che attesti il suo contrario, in questa sede.

4.2. Il secondo motivo di impugnazione è altrettanto infondato, in ambedue le prospettazioni in cui esso si scinde. Con riguardo alla prima, secondo la quale il giudice di prime cure non avrebbe dato risposta alle sue richieste istruttorie (e ciò impone al Collegio la lettura del fascicolo d’ufficio, trattandosi di denuncia di error in procedendo), va chiarito che la mancata adesione alla richiesta di esibizione della documentazione relativa ai controlli periodici sulla funzionalità del misuratore autovelox (secondo le prescrizioni che si assumono raccomandate dalla ditta costruttrice e delle quali non risulta essere stata fornita alcuna documentazione) non era stato sorretto da alcuna allegazione idonea a farne presumere la necessità, e del resto il verbale della violazione conteneva l’espressa attestazione della preventiva verifica – da parte degli agenti – del suo perfetto funzionamento. Infatti, anche per la richiesta di esibizione o di informazioni diretta alla Pubblica amministrazione vale il principio secondo il quale il detto mezzo d’indagine non può essere disposto al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume ed è quindi legittimamente negato dal giudice qualora il richiedente tenda con esso a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni ovvero a compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati (vedi, al riguardo della Consulenza tecnica, ex plurimis, Cassazione 2887/03). Esso mezzo costituisce uno strumento facoltativo, non obbligatorio, per il giudice che, per non essere sostitutivo dell’onere probatorio incombente sulla parte (Cassazione 3573/99), consente al giudice – che l’abbia concesso – di revocarlo, anche implicitamente, quando si riveli superfluo o inammissibile.
Con riguardo alla seconda, attinente alle modalità di sviluppo della documentazione fotografica e alla sua documentazione, la Corte ha già avuto modo di chiarire (sentenza 2952/98) che il momento decisivo dell’accertamento è costituito dal rilievo fotografico, cui deve, necessariamente, presenziare uno dei soggetti ai quali l’articolo 12 del Codice della strada demanda l’espletamento dei servizi di Polizia stradale, e che non può essere effettuato, in via esclusiva, da soggetti privati. La fonte principale di prova delle risultanze dello strumento elettronico è, pertanto, costituita dal negativo della fotografia, documento che individua con certezza il veicolo e ne consente il riferimento alle circostanze di fatto, di tempo e di luogo indicate, con la conseguenza che la successiva fase di sviluppo e stampa del negativo stesso rappresenta un’attività meramente materiale e strumentale, cui non deve necessariamente attendere né presenziare il pubblica ufficiale rilevatore dell’infrazione, ovvero uno degli altri soggetti indicati nel citato articolo 12. Anche tale motivo va dunque dichiarato infondato.

4.3. Il terzo motivo di impugnazione è del pari infondato poiché con esso, lamentando un vizio di motivazione, si assumono come necessarie, per gli agenti che elevarono il verbale, modalità operative e operazioni, che hanno il tenore della quaestio facti, la quale non può trovare ingresso in questa sede, mentre la motivazione si presenta congruamente svolta ed immune da vizi logici.

5. Il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata Prefettura di Campobasso (tale non potendo considerarsi la semplice richiesta di ammissione alla discussione orale, da parte dell’Avvocatura dello Stato) esonera questa Corte dal provvedimento sulle spese.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 16/5/2003 n. 7704; Pres. Mattone, E., Est. D’Agostino,

Redazione

A seguito della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, l’esercizio del potere disciplinare da parte della pubblica amministrazione datrice di lavoroè governato dal diritto privato, non più dalle norme previste in tema di pubblico impiego, né dalle regole che presidiano il procedimento amministrativo.Dal complesso delle disposizioni di legge in materia di ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (ora raccolte nel testo unico approvato con d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, modificato con legge 15 luglio 2002, n. 145 ) è dato ritenere che le norme della legge 7 febbraio 1990, n. 19, in quanto emanate in relazione al procedimento disciplinare previsto dal testo unico sul pubblico impiego approvato con d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, non sono più applicabili al procedimento disciplinare promosso nel quadro di un rapporto di pubblico impiego privatizzato per effetto del disposto dell’art. 72, comma 1, del d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, che ha statuito “l’inapplicabilità delle norme generali e speciali del pubblico impiego a seguito della stipulazione dei contratti collettivi in relazione ai soggetti ed alle materie in essi contemplati”, nonché del disposto del comma 3 del medesimo articolo, che “abroga a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari per i pubblici impiegati incompatibili con le disposizioni del presente decreto”.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 14 novembre 2000 al Tribunale dì Napoli in funzione di giudice del lavoro, A. F., dipendente del Comune di Napoli, esponeva: che con decreto n.161 del 4.4.2000 del Dirigente del Servizio di Disciplina, in esito a procedimento disciplinare, era stato licenziato senza preavviso a seguito del passaggio in giudicato di sentenza penale di condanna per reati commessi in servizio; che avverso tale provvedimento aveva proposto ricorso ex art. 412 quater c.p.c. al Collegio arbitrale di disciplina deducendo la nullità del licenziamento; che,in particolare, aveva dedotto la nullità del licenziamento sia per violazione dell’art.9 c. 2 della legge 7 febbraio 1990 n.19,in quanto il relativo provvedimento era stato emesso oltre il termine perentorio di giorni 90 dall’ avvio del procedimento disciplinare;sia perché al procedimento disciplinare aveva partecipato il Dirigente del Servizio disciplina che aveva poi reso il decreto di destituzione; sia per carenza, illogicità e incongruità della motivazione del provvedimento della destituzione; che il Collegio predetto, con lodo n. 10 del 3.7.2000, aveva rigettato il ricorso e che con provvedimento n.279 del 12.7.2000 il Dirigente del dipartimento risorse umane si era conformato a detta decisione. Ciò premesso il dipendente conveniva in giudizio il Comune di Napoli chiedendo al Tribunale adito di dichiarare la nullità del lodo arbitrale perché viziato ai sensi degli artt. 1428 e1429 c. c., di disapplicare il decreto dirigenziale di conformazione e di ordinare la sua riassunzione in servizio, con tutte le conseguenze di carattere economico.
Il Comune si costituiva e si opponeva alla domanda eccependo in via preliminare la improcedibilità della domanda e la carenza di interesse ad agire del ricorrente che,dovendo scontare la pena ed essendo interdetto dai pubblici uffici per cinque anni, non poteva essere riammesso in servizio.
Il Tribunale, con sentenza resa il 6 giugno 2001, rigettava la domanda.
In motivazione il Tribunale, per la parte che qui interessa, osservava che a seguito della privatizzazione del pubblico impiego le disposizioni di cui all’art. 9 c. 2 della l.n.19 del 1990 erano applicabili al procedimento disciplinare solo se espressamente richiamate; rilevava che dall’art.59 del d.lgs.n.29 del 1993 (ora art. 55 del T.U. n. 165 del 2001),secondo cui “la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi”, discenderebbe la sottrazione al datare di lavoro pubblico del potere disciplinare, con la conseguenza che la materia sarebbe ora riservata alla contrattazione collettiva che dovrebbe fissarne anche le regole procedurali, sicchè il termine entro il quale andava concluso il procedimento disciplinare era quello di 120 giorni previsto dal contratto collettivo e non quello di 90 fissato dall’art. 2della l.n.19/1990,legge quest’ultima da ritenersi non più applicabile al rapporto di pubblico impiego privatizzato; considerava irrilevante la partecipazione al procedimento disciplinare del Dirigente del servizio disciplina che aveva poi adottato il provvedimento di licenziamento; sosteneva che gli atti emessi dall’amministrazione in materia di rapporto di lavoro non avevano natura provvedimentale e non erano valutabili alla stregua della l.n.241 del 1990,per cui per il provvedimento di destituzione non vi era obbligo di motivazione; osservava altresì che il decreto di conformazione n. 279 del 2000 costituiva atto dovuto per il quale l’art. 59 c.7 della l.n.29 del 1993 non prevedeva alcun obbligo di motivazione; rilevava che, nel caso di sentenza penale di condanna passata in giudicato, il Collegio arbitrate, a norma dell’art. 651 c.p.p., non poteva escludere la sussistenza del fatto addebitato all’imputato, ma doveva limitarsi a valutarne la rilevanza ai fini della lesione del vincolo fiduciario.Per la cassazione di tale sentenza il lavoratore ha proposto ricorso con sei motivi. Il Comune di Napoli ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 7 della legge 20.5.1970 n. 30, dell’art. 9 c.2 della l.n.19 del 1990, dell’art.55 del d.lgs.n.29 del 1993 come modificato dl d.lgs.n.80 del 1998 e n. 387 del 1998, del CCNL di cui al provvedimento PCM 6.4.1995, nonché omessa insufficiente ed erronea motivazione. Sostiene il ricorrente che l’art. 59 d.lgs.n.29 del 1993 prevede che i contratti collettivi possano definire la tipologia delle infrazioni e delle sanzioni disciplinari ma nulla dispone per le regole del procedimento disciplinare, che resta regolato dalla legge; lamenta che il Tribunale non abbia adeguatamente motivato la contraria affermazione secondo cui sarebbe riservata alla contrattazione collettiva anche la disciplina del procedimento.Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’ art. 9 c. 2 della l.n.19 del 1990 e dell’art. 55 d.lgs.n.29 del 1993, ed insufficiente motivazione,e si sostiene che la circostanza che il legislatore abbia riservato alla contrattazione collettiva la definizione della tipologia delle infrazioni non può essere estesa sino a riconoscere ai contratti il potere di regolare anche le modalità di valutazione dei fatti accertati in sede penale.
Con il terzo motivo si denuncia violazione dell’art. 59 del d.lgs.n.29 del 1993, dell’art. 7 l.n.300 del 1970,dell’art. 24 del CCNL 6.4.1995, nonché difetto di motivazione,e si censura la sentenza impugnata nella parte in cui non ha rilevato la situazione di incompatibilità in cui era venuto a trovarsi il Dirigente del servizio disciplina, che prima aveva partecipato alle fasi Istruttorie del procedimento disciplinare e successivamente aveva adottato il provvedimento di licenziamento,cumulando le funzioni di istruttore e di decidente.
Con il quarto motivo si denuncia violazione della legge 7.8.1990 n. 241 nonché difetto di motivazione e si addebita al Tribunale di non aver motivato l’affermazione secondo cui gli atti emessi dall’ amministrazione in tema di rapporto di lavoro non possono qualificarsi provvedimenti amministrativi.
Con i l quinto motivo si denuncia violazione dell’ art.59 c.2 del d.lgs.n.29 del 1993 e si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha osservato che il ricorrente non ha né dedotto né provato l’avvenuta implicita abrogazione della norma sopra indicata, che non prevede alcun obbligo di motivazione del provvedimento disciplinare, e si deduce che un siffatto onere non compete alla parte privata. Con il sesto motivo si denuncia violazione dell’art. 651 c.p.p. e difetto di motivazione e si sostiene che il giudicato penale di condanna ha efficacia solo nel giudizio civile diretto alla restituzione ed al risarcimento del danno, mentre nel procedimento disciplinare il fatto costituente reato deve essere autonomamente valutato al fine di determinarne l’incidenza sul rapporto d1 pubblico impiego.
Il ricorso nel suo complesso non è meritevole di accoglimento per le seguenti ragioni. Il primo e il secondo motivo di ricorso, che per la loro connessione é opportuno esaminare congiuntamente, sono infondati.
La legge 7 febbraio 1990 n.19 – dando attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale n. 971 del 1988 che aveva dichiarato l’illegittimità Costituzionale dell’art.85 del d.p.r. n.3 del 1957 – ha integrato le norme sul procedimento disciplinare contenute negli artt.100/123 del T.U. sul pubblico impiego sopra citato ed ha stabilito che la destituzione del pubblico impiegato può essere inflitta a seguito di procedimento disciplinare promosso entro 180 giorni dalla data in cui l’amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna e concluso entro 90 giorni.
Successivamente la legge 23 ottobre 1992 n.421 ha ridisegnato la disciplina del pubblico impiego riconducendola sotto la disciplina del diritto civile comune.
­Il d.lgs. 3 febbraio 1993 n. 29, dando attuazione alla predetta legge,all’art.59 (modificato dall’ art.45 del d.lgs. 31 marzo 1998 n. 80) ha stabilito che nei confronti dei pubblici dipendenti con rapporto di lavoro privatizzato si applicano l’art. 2106 c.c. e l’art. 7 cc. 1,5 e 8, della legge 20 maggio 1970 n.300; che “la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi”; e che “l’Amministrazione, salvo il caso di rimprovero verbale non può adottare alcun provvedimento disciplinare previa contestazione scritta senza dell’addebito”. Al successivo art. 74 (sostituito dall’art. 38 del d.lgs. 23 dicembre 1993 n. 546) ha disposto che “a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo, ai pubblici dipendenti privatizzati non sì applicano gli articoli da 100 a 123 del d.p.r. 10 gennaio 1957 n.3 e le disposizioni ad esso collegate” e che dalla stessa data “sono abrogate tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari…. incompatibili con le disposizioni del decreto n. 29 del 1993″.
In particolare l’art. 24 del CCNL 6 luglio 1995 per il personale dipendente da enti locali, applicabile alla fattispecie, si è adeguato a tale prescrizione, disponendo che “l’amministrazione, salvo il caso del rimprovero verbale, non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del dipendente,senza previa contestazione scritta dell’addebito,da effettuarsi tempestivamente e comunque non oltre 20 giorni da quando il soggetto competente, che secondo l’ordinamento dell’amministrazione è tenuto alla contestazione è venuto a conoscenza del fatto” e che il procedimento deve essere definito entro 120 giorni.
Dal complesso delle disposizioni di legge sopra richiamate (ora raccolte in testo unico approvato con d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165, modificato con legge 15 luglio 2002 n.145)è dato ritenere che le norme della legge 7 febbraio 1990 n. 19, in quanto emanate in relazione al procedimento disciplinare previsto dal T.U. sul pubblico impiego n. n.3 del 1957, non sono più applicabili al procedimento disciplinare romosso nel quadro di un rapporto di pubblico impiego privatizzato, per effetto del disposto dell’art. 72 c.1 del d.lgs.n.29 del 1993, che ha statuito “l’inapplicabilità delle norme generali e speciali del pubblico impiego a seguito della stipulazione dei contratti collettivi in relazione ai soggetti e dalle materie in essi contemplati”, nonché del disposto del c.3 del medesimo articolo,che “abroga a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari per i pubblici impiegati incompatibili con le disposizioni del presente decreto”.
Una conferma della inapplicabilità della legge n. 19/1990 ai Rapporti privatizzati si ricava dalla successiva legge 27 marzo 2001 n.97, non applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, dedicata specificamente a dettare norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare e sugli effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche; detta legge ha espressamente riproposto per i pubblici dipendenti privatizzati norme simili a quelle di cui all’art.9 della l.n.19 del 1990, disponendo all’ art. 5 c.4 che nel caso sia pronunciata sentenza penale irrevocabile di condanna, ancorché a pena condizionalmente sospesa,l’estinzione del rapporto di lavoro può essere pronunciata solo a seguito di procedimento disciplinare iniziato entro 90 giorni dalla comunicazione della sentenza e concluso entro 180 giorni dall’inizio del procedimento. In definitiva, nel caso di specie, il termine per la definizione del procedimento disciplinare non è quello di 90 giorni stabilito dalla legge n. 19/1990 come sostiene il ricorrente, bensì quello di 120 giorni previsto dal contratto collettivo sopra richiamato e del tutto 1egittimo in forza della previsione contenuta nel primo comma dell’ art. 7 della legge n.300 del 1970. Allo stesso modo è perfettamente conforme alla normativa sopra richiamata la possibilità per la contrattazione collettiva di ricollegare la sanzione espulsiva a fatti-reato di particolare gravità accertati con sentenza passata in giudicato, poiché il c.3 dell’ art. 59 del d.lgs.n.29/1993 demanda alla contrattazione collettiva la determinazione sia della tipologia delle infrazioni che delle relative sanzioni.
Infondato è anche il terzo motivo di ricorso.
La partecipazione al procedimento disciplinare del dirigente del Servizio Disciplina, chiamato ad emettere il provvedimento di destituzione, non è previsto come motivo di incompatibilità né dall’ art.7 della l.n.300/1970, né dall’art. 59 del d.lgs.n.29/1993, né dall’art.24 del CCNL 6.4.1995 applicabile nella specie. Del tutto generico e non decisivo è poi il richiamo fatto dal ricorrente a “principi pacifici in materia” di cui non espone né il contenuto né la fonte normativa.
Il ricorrente,in particolare, non deduce violazione del c.4 dell’art. 59 d.lgs. n.29/1993, nella ­parte in cui dispone che “ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento,individua l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari” “che contesta l’addebito” e “istruisce il procedimento disciplinare”, sicché deve ritenersi che la partecipazione del Dirigente del Servizio Disciplina sia prevista dall’ordinamento interno dell’ente.
Infondato è anche il quarto motivo.
Le norme della legge 7 agosto 1990 n. 241 sui procedimenti amministrati vi sono dirette a regolare in via generale procedimenti finalizzati alla emanazione da parte della P .A. di provvedimenti autoritativi,destinati ad incidere sulle situazioni soggettive dei destinatari; detti procedimenti sono caratterizzati altresì dalla posizione di preminenza dell’organo deputato all’esercizio del potere o della funzione nei confronti dei soggetti interessati. Le norme sopraindicate, pertanto, non possono trovare applicazione nei rapporti di pubblico impiego caratterizzati, dopo la loro privatizzazione, da una sostanziale parità tra le parti.
Nell’ ambito del rapporto di pubblico impiego regolato dalle norme di diritto privato l’atto datoriale che viene ad incidere sulle modalità di svolgimento della prestazione è pur sempre un atto paritetico, ancorchè espressione del potere di supremazia gerarchica, privo della efficacia autoritativa propria del provvedimento amministrativo. Di conseguenza ai predetti atti non sono applicabili le disposizioni sulla motivazione dei provvedimenti amministrativi contenute nella legge n. 241 del 1990.
Per la validità dell’atto di destituzione è quindi sufficiente il richiamo alla sentenza penale di condanna per delitto commesso in servizio, non avendo il datare di lavoro altro obbligo che quello di indicare l’illecito disciplinare che ha cagionato la irrimediabile lesione del rapporto fiduciario, mentre l’atto di conformazione al lodo arbitrale di cui al c.7 dell’art.59 d.lgs.n.29/1993 costituisce per l’amministrazione un atto dovuto per il quale non è necessaria alcuna motivazione.
Con il quinto motivo il ricorrente censura una argomentazione del Tribunale -che non presenta alcun carattere di decisività- posta a sostegno della tesi della non sussistenza di un obbligo di motivazione dell’atto di conformazione; tesi che trova il suo fondamento nelle diverse considerazioni sopra esposte, e che è confermata dal fatto che la norma di cui al c.7 dell’art. 59 d.lgs.n.29/1993 non è stata affatto abrogata, ma risulta riprodotta nell’art. 55 c.7 del d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165.Infondato, infine, è anche il sesto motivo di ricorso.
Nella fattispecie in esame non trova certo applicazione l’art.653 c.1 bis c.p.p.,introdotto dall’ art. 1 della legge 27 marzo 2001 n. 97, secondo cui la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità ed alla responsabilità dell’imputato in quanto norma entrata in vigore successivamente alla vicenda in esame. La pretesa del ricorrente di un autonomo e nuovo accertamento del fatto e della responsabilità dell’ imputato da parte del giudice del lavoro è comunque priva di fondamento, pur nella vigenza del di verso principio allora applicabile (art. 651 c.p.p.) della efficacia del giudicato penale nel solo giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno.
Non va dimenticato, infatti, che la contrattazione collettiva, cui il c.3 dell’art. 59 d.lgs.n.29/1993 demandava il compito di fissare la tipologia delle infrazioni e le relative sanzioni, ed in particolare l’art. 25 del CCNL 6 luglio 1995, ha indicato quale causa di licenziamento senza preavviso la condanna del pubblico impiegato con sentenza passata in giudicato per il delitto di cui all’art. 317 c.p. (concussione) .
Le parti collettive hanno ravvisato nella “condanna penale irrevocabile” ad uno dei delitti di cui all’art. 15 c.1 lettere a) b) c) d) ed f) della legge n.55 del 1990, come modificata dall’ art.1 della legge n.16 del 1992, l’illecito disciplinare cui ricollegare la sanzione espulsiva. In presenza di tale determinazione della contrattazione collettiva, al giudice del lavoro, investito del ricorso per illegittimità della destituzione, non restava altro compito che quello di verificare la corrispondenza della condanna penale a quelle prevista dal contratto collettivo come causa di recesso nonché di valutare la gravità del fatto in relazione all’asserita incidenza negativa sul rapporto di fiducia. Tali compiti il giudice di merito risulta aver assolto con sufficiente diligenza,al di là della non condivisibile affermazione della efficacia del giudicato penale nel giudizio civile, giustamente criticata dal ricorrente con censura che comunque non può travolgere la sentenza impugnata per quanto sopra esposto.
In definitiva il Tribunale di Napoli ha sostanzialmente fatto corretta applicazione dei principi sopra enunciati ed ha dato ragione della propria decisione con motivazione congrua ed immune da contraddizioni e vizi logici. La sentenza impugnata resiste dunque validamente a tutte le censure del ricorrente.
Il ricorso pertanto deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore del Comune di Napoli, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in € 15,00 oltre ad euro duemilacinquecento per onorari.
Casi deciso in Roma il 10 marzo 2003.

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Corte di Cassazione Civile Sezioni unite 1/8/2002 n. 11489

Redazione

La disciplina in materia di distanze di cui all’art. 9 D.M. n. 1444/1968, non è immediatamente precettiva nei rapporti tra privati, poiché si rivolge solo ai comuni; pertanto, nell’ipotesi che lo strumento urbanistico, pur approvato, non provveda in tema di distanze, resterà operante il precetto dettato dalla norma suppletiva di cui all’art. 17 della L. n. 765/1967.

 

(omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

I coniugi . C ed E. A., con atto di citazione notificato l’11 maggio 1985, convennero innanzi al Tribunale di Palmi i coniugi S. T. e M. S., chiedendo che ad essi attori fosse attribuita la comunione del muro del fabbricato dei convenuti, previo pagamento del valore della metà dello stesso e del suolo da occupare con la nuova fabbrica, con condanna dei convenuti a risarcire loro i danni subiti a causa del ritardo nella costruzione del nuovo edificio, determinato dal loro rifiuto ingiustificato a rendere comune il muro del proprio immobile ed a consentire di costruire in aderenza ad esso, come loro richiesto, ai sensi dell’art. 875 cod. civ., con apposito atto stragiudiziale.
Gli attori, premesso che, in virtù si sentenza dello stesso tribunale, passata in giudicato era stato determinato il confine tra i rispettivi fondi, stabilendosi che l’immobile dei coniugi T.- S. era posto a distanza di m.t. 1,50dal confine accertato, addussero che tale distanza era inferiore a quella prevista dalla legge 25 novembre 1962 ovvero dall’art. 9 D.M. 2 aprile 1968.
I convenuti, costituendosi in giudizio, resistettero alla domanda, opponendo che la distanza di m.t. 1,50 dal confine, alla quale risultava edificato il loro immobile, era rispettosa della norma posta, dall’art.873 cod. civ., l’unica da osservarsi al tempo dell’edificazione, poiché all’epoca ne il regolamento edilizio; ne lo strumento urbanistico del Comune di Cittanova, dove i fondi erano ubicati, contenevano prescrizioni in tema di distanza dal confine.
Invece, a loro avviso, gli attori erano tenuti a rispettare la distanza di dieci metri dal loro fabbricato, la cui parete, che si intendeva rendere comune, era finestrata.
Il giudice adito rigettò la domanda e la sua decisione, impugnata, con appello principale, dai coniugi C.- A. e, con appello incidentale, dai coniugi T.- S., è stata confermata dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria con sentenza resa in data 18 giugno 1997.
Ha osservato il giudice di appello che, poiché al tempo del rinnovo della licenza di costruzione a favore dei coniugi T.- S. (30 giugno 1976) il Comune di Cittanova era sprovveduto di strumento urbanistico, in quanto i diversi ordinamenti edilizi adottati non avevano ottenuto la prescritta approvazione, trovava applicazione la disciplina sulle distanze prevista dall’art. 41-quinqies legge 17 agosto 1942, n. 1150, introdotto dall’art. 17 legge 6 agosto 1967, n. 765, che, sebbene prescriva distanze tra fabbricati, va interpretato nel senso che imponga distacchi dai confini, in caso contrario dandosi luogo a disparità di trattamento tra il primo costruttore ed il secondo, poiché si consentirebbe al primo di sfruttare al massimo l’edificazione del proprio terreno, con ingiustificato sacrificio per il confinante, il quale, dovendo osservare una distanza maggiore della metà di quella prescritta, potrebbe vedere limitata o addirittura compromessa la sua successiva attività di costruzione.
Conseguentemente, l’edificio dei coniugi T.- S., essendo posto alla distanza di m.t. 1,50 dal confine col fondo dei coniugi C.- A., non rispettava la prescritta distanza.
A tale conclusione, ad avviso della Corte d’Appello, doveva pervenirsi anche con riferimento al programma di fabbricazione adottato il 20 luglio 1979 ed approvato l’11 marzo 1982, poiché tale strumento urbanistico non conteneva alcuna prescrizione relativa alle distanze tra fabbricati o rispetto al confine per la zona residenziale (B1) in cui i due fondi sono ubicati, sicchè ugualmente doveva essere applicato l’art. 17 legge n. 765 del 1967 e, quindi, l’art. 9 D.M. 2 aprile 1969, che prescrive la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, da intendersi con riferimento al confine.
Quest’ultimo rilievo ì, secondo la corte territoriale, ancor più risulta corretto con riferimento al caso in esame, se si consideri che il programma, di fabbricazione non prevede la facoltà di costruire in aderenza.
E proprio tale circostanza, unitamente al rilievo del valore assoluto ed inderogabile della norma posta dall’art. 9 citato D.M., non consentiva l’accoglimento della domanda dei coniugi C.- A-, volta a costruire il proprio fabbricato in aderenza al fabbricato dei coniugi T.- S..
Ne, ha soggiunto la corte distrettuale, rilevava la circostanza che l’edificio dei coniugi T.- S fosse stato costruito in violazione della concessione edilizia, poiché, come anche ritenuto dalla Corte Costituzionale con sentenza 18 aprile 1996, n. 120, il secondo frontista è, comunque, tenuto a rispettare la distanza legale tra edifici.
Pur ribadendo che detta costruzione trovasi a distanza dal confine inferiore a quella legale, la Corte d’Appello ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni derivanti da tale violazione, sul rilievo che la domanda risarcitoria originariamente, proposta non comprendeva tali danni.
Ha dichiarato, inoltre, inammissibile, perché proposta per la prima volata in appello, la domanda di risarcimento dei danni correlati all’incidenza dell’illecito commesso dai coniugi T.- S. sulla edificabilità del terreno confinante.
Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso A. e C. C., figlie ed eredi dei coniugi C.-A., affidandosi a cinque motivi.
Resiste con controricorso S.T., in proprio e quale erede di M. S., il quale, a sua volta, propone ricorso incidentale fondato su due motivi.
I ricorsi, assegnati alla 2° Sezione Civile, previa riunione sono stati rimessi a queste Sezioni unite a seguito di ordinanza che evidenzia un contrasto giurisprudenziale sulla questione della compatibilità del principio di prevenzione con la disciplina detta dall’art. 17 legge n. 765 del 1967 nonché sulla questione del diritto del frontista prevenuto di chiedere l’arretramento dell’edificio del preveniente sino alla distanza di legge dal confine, nel caso che il prevenuto non intenda avvalersi della facoltà di avanzare la propria costruzione fino a quella posta nel fondo confinante a distanza illegale.
Vi è memoria difensiva per il ricorrente incidentale, depositata tardivamente.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’ordine logico consiglia di premettere l’esame del secondo e del terzo motivo del ricorso principale, che pongono, sotto diverso profilo il tema del diritto dei ricorrenti, in quanto prevenuti, ad acquisire, ex art. 875 cod. civ., la comunione del muro dei coniugi T.- S., che costruirono per primi, al fine di costruire in aderenza ad esso, sicchè il loro eventuale accoglimento assorbirebbe il primo motivo dello stesso ricorso principale, implicando la soluzione in senso positivo del problema della compatibilità del criterio della prevenzione con la disciplina dettata dall’art. 17, comma 1°, lett. c), legge n. 765 del 1967, nonché i motivi quarto e quinto, che attengono, rispettivamente, alla domanda risarcitoria ed al regolamento delle spese di lite.
Col secondo motivo le ricorrenti principali denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 875, 877, 901, 902, 904, 2909 cod. civ., in relazione all’art. 9 D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 ed all’art. 41- quinquies legge n. 1150 del 1942, nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su di un piano decisivo della controversia, adducendo che erroneamente la Corte d’Appello, pur riconoscendo che l’art. 20 del vigente programma di Fabbricazione non pone alcuna prescrizione in tema di distanza tra fabbricati o rispetto al confine ne prevede la facoltà di costruire in aderenza, perviene alla conclusione che, il pervenuto non abbia alternativa all’obbligo di osservare il distacco di metri dieci tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prescritto dall’art. 9 D.M. citato.
Tale conclusione, ad avviso dei ricorrenti, è viziata da illogicità e contraddittorietà, perché, mentre esclude l’applicabilità del regolamento edilizio e dell’annesso Programma di Fabbricazione, in quanto non vigenti alla data del rilascio della licenza edilizia relativa al fabbricato T.- S., si riferisce ad esso quando assume la mancata previsione in esso della facoltà di costruire in aderenza come premessa per affermare l’obbligatorietà del distacco della costruzione dal confine.
Inoltre, la sentenza impugnata omette l’esame e la valutazione dei seguenti punti decisivi della controversia, prospettati da essi ricorrenti e risultanti dalle prove documentali prodotte in giudizio: i coniugi T.- S. avevano esercitato il diritto di prevenzione presentando un progetto che prevedeva la costruzione sul confine, con l’effetto che i prevenuti avevano la facoltà di costruire in aderenza; la licenza di costruzione prevedeva proprio la costruzione sul confine.
Sostengono, inoltre, le ricorrenti, che contrariamente a quanto ritenuto dal giudice d’appello, l’art. 9 D.M. n. 1444 del 168 è norma integrativa dell’art. 873 cod. civ. e non impedisce di costruire in aderenza ai sensi del combinato disposto degli artt. 873 e 875 cod. civ.
L’esercizio di tale facoltà, peraltro, non è impedito dall’esistenza di luci nel fabbricato confinante (posizionato in violazione delle norme sulle distanze legali), ai sensi dell’art. 904 cod civ.
Rimarcarono, all’uopo, le ricorrenti che, com’era stato eccepito in fase di merito, con la sentenza n. 410 del 1994 del Tribunale di Palmi, passata in giudicato, era stata accertata la natura di luci delle aperture praticate nel muro della costruzione T.- S. che essi vogliono rendere comune, ma la corte di merito ha omesso di prendere in esame il giudicato e qualificare dette aperture.
Col terzo motivo le ricorrenti principali censurano la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 875 cod. civ., osservando che erroneamente il giudice d’appello ritiene che, una volta che il primo fabbricato sia stato realizzato in violazione della concessione edilizia, il frontista che costruisca successivamente è tenuto a rispettare la prescritta distanza tra gli edifici, arretrando il proprio edificio sino all’intera distanza prevista dalla legge.
Al riguardo, le ricorrenti, pur condividendo la tesi che il secondo costruttore non può ignorare il fatto che il primo edificio, ancorchè abusivamente costruito, esiste, sostengono che, tuttavia, egli ha diritto di chiedere ed ottenere o attraverso l’estensione di essa fino al confine o attraverso l’esercizio del diritto di acquistare il suolo per costruire in aderenza.
Le censure che possono essere esaminate congiuntamente, perché intimamente collegate, sono fondate per le ragioni che seguono.
Va premesso che, contrariamente a quanto sostengono le ricorrenti, non v’è contraddizione tra l’affermata inapplicabilità dell’attualmente vigente strumento urbanistico, in considerazione della sua approvazione in data successiva al rilascio della licenza edilizia, e la ritenuta esclusione del diritto di costruire in aderenza, a motivo della mancata previsione, in detto strumento urbanistico, della relativa facoltà, essendo evidente che la prima affermazione si riferisce, invece, alla pretesa dei coniugi C.- A. di esercitare la facoltà prevista dall’art. 875 cod. civ. e, quindi, di costruire in aderenza al fabbricato realizzato dai prevenienti T.- S.
E, poiché la fondatezza di tale pretesa deve essere necessariamente vagliata in relazione allo strumento urbanistico vigente al tempo della realizzazione della costruzione, senza cadere in contraddizione la Corte di merito ha rilevato che nel Programma di Fabbricazione attualmente vigente non è prevista la facoltà di costruire in aderenza.
Ma errate sono le conclusioni che da tale rilievo la sentenza impugnata fa derivare, ritenendo, in primo luogo, che i coniugi C.-A., nel realizzare la loro costruzione, debbano osservare la prescrizione dettata dall’art. 9, punto 2, D.M. n. 144 del 1968, secondo cui tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti deve essere osservata in tutti i casi la distanza minima assoluta di metri 10.
Poiché, come è pacifico tra le parti e la sentenza impugnata riconosce, l’art.20 del Programma di Fabbricazione allegato al P.R.G. del Comune di Cittanova, approvato l’11 marzo 1982, oltre a non disciplinare in alcun modo la facoltà di costruire in aderenza, non contiene alcuna prescrizione in tema di distanze tra fabbricati e dei fabbricati dai confini, per la zona residenziale edificata di tipo B/1, in cui sono ubicati i fondi delle parti, come ritenuto da queste Sezioni Unite con sentenza n. 9871del 22 novembre 1984, nel caso in esame deve trovare applicazione, non la norma di cui all’art. 17, comma 1°, lett. c), della legge 6 agosto 1967, n. 765 (cd. legge ponte), che, modificando la legge 17 agosto 1942, n. 1150 con l’aggiunta dell’art. 41- quinques, stabilisce che nei comuni sprovvisti di piano regolatore generale o di programma di fabbricazione, la edificazione è soggetta alle seguenti limitazioni: l’altezza di ogni edificio non può essere superiore alla larghezza degli spazi pubblici o privati su cui prospetta e la distanza degli edifici vicini non può essere inferiore all’altezza di ciascun fronte dell’edificio da costruire.
Per vero, la citata sentenza afferma che in tema di distanze legali, al fine di escludere l’applicabilità delle limitazioni, previste dall’art. 17 della c.d. legge ponte del 6 agosto 1967, n. 765, è necessario che il regolamento edilizio provveda direttamente sulle distanze, in quanto solo in tal caso viene meno l’esigenza dell’indicata norma suppletiva, la cui finalità è di impedire che, in mancanza di norme urbanistiche, l’attività costruttiva si svolga senza rispetto del decoro edilizio, dell’igiene e della salubrità indispensabile per l’ordinato sviluppo del territorio.
Pertanto, qualora il regolamento edilizio sia privo di disposizioni sulle distanze legali, devono applicarsi quelle previste dall’art. 17 legge citata, non già la disciplina dell’art. 873 c.c.
Tale condiviso insegnamento vale ad escludere, altresì, l’applicabilità della norma di cui all’art. 9 D.M. n. 1444 del 1968, che, peraltro, non è immediatamente precettiva nei rapporti tra privati, poiché nell’imporre determinati limiti edilizi nella formazione o revisione degli strumenti urbanistici, si rivolge solo ai comuni /cfr. Cass., SS.UU. 1 luglio 1997, n. 5889), sicchè, nell’ipotesi che lo strumento urbanistico, pur approvato, non provveda in tema di distanze, ipotesi sostanzialmente equipollente a quella della mancanza dello strumento urbanistico, resisterà operante il precetto dettato dalla norma suppletiva di cui all’art. 17 della legge ponte.
È, dunque, con riferimento alla norma dettata dall’art. 17 legge n. 765 del 1967 non già con riferimento alla norma posta dall’art. 9 D.M. n. 1444 del 1968 che va risolta il problema, posto dai motivi in esame, dell’applicabilità della disciplina codicistica dettata dall’art. 875 cod. civ. in tema di comunione forzosa del muro che no è sul confine e, quindi, di possibilità, per il vicino, di costruire contro il muro stesso, problema, la cui soluzione è strettamente connessa alla soluzione del problema dell’applicabilità del principio, anch’esso desumibile dalla disciplina codicistica in tema di distanze tra fabbricati, del c.d. diritto di prevenzione, cioè del diritto di colui che tra i confinanti costruisce per primo, di costruire sul confine o a distanza inferiore alla metà della distanza di legge tra costruzioni finitime ovvero a distanza pari alla metà, si da costringere il vicino, che nella prima e nella seconda delle suddette ipotesi non intenda esercitare le facoltà concessegli dagli artt. 875 e 877 cod. civ., a costruire a distanza tale dalla costruzione del preveniente da assicurare comunque il rispetto della distanza di tre metri prescritta dall’art. 873 cod. civ. o dell’altra, maggiore, mento urbanistico locale.
Sul punto in dottrina ed in giurisprudenza si registrano due orientamenti: un primo orientamento, che, in termini sostanzialmente unitari, da risposta positiva, all’interrogativo della compatibilità tra disciplina codicistica e disciplina di cui alla norma speciale posta dall’art. 17, comma 1°, lett. c), legge n. 765/ 1967, ritenedo che la disciplina codicistica della prevenzione debba comunque trovare sempre espressione quando nella norma speciale, non sia dato rinvenire alcun indice, esplicito o implicito, di incompatibilità (cfr. Casss., n. 2657/1988; Cass., n. 5472/1991; Cass., n. 6101/1993; Cass., n. 3257/ 1995; Cass., n. 1201/ 1996; Cass., n- 784/1998); un secondo orientamento, che all’interrogativo da risposta negativa, secondo cui l’indice di specialità che rende incompatibile il principio della prevenzione con l’art. 17, comma 1°, lett. c), della legge ponte è rinvenibile nel criterio con cui l’art. 17 fissa la distanza in assoluto tra gli edifici (la proporzione fra le altezze degli edifici), criterio che è del tutto estraneo all’art. 873 cod. civ. (che si fonda, invece, sul nudo criterio della distanza fra i fabbricati), oppure nell’implicita prescrizione di una tassativa distanza di confine, pari alla metà di quella complessiva da osservarsi fra i fabbricati (cfr. Cass., n. 1973/ 1988; Cass., n. 8440/1990; Cass., n. 9041/1992; Cass., 6360/1993; Cass., n. 8573/1994; Cass., n. 716/1998).
Queste Sezioni Unite ritengono che la disciplina positiva dettata dalla norma speciale di cui all’art, 17, comma 1°, lett. c), legge ponte e la necessità di ricordarla con la disciplina codicistica in tema di distanze tra fabbricati impongano di preferire il primo orientamento.
Poiché la tesi dell’incompatibilità tra le due discipline passa necessariamente per l’individuazione nella norma speciale di elementi che, a differenza dall’art. 873 cod. civ., inducano a ritenere che la distanza minima tra i fabbricati vicini sia assoluta ed inderogabili o che, comunque, tale distanza sia stata, sia pure implicitamente, fissata con riferimento anche al confine, in modo che ciascuno dei due frontisti sia tenuto ad osservare una distanza dal confine pari ad almeno la metà del distacco di legge tra i due edifici, è necessario esaminare il testo della orma speciale, che è composto da due precetti il primo, riferentesi all’altezza degli edifici, il quale stabilisce l’altezza in relazione solo allo spazio pubblico o privato, sul quale gli edifici prospettano, prescrivendo che l’altezza di ogni edificio non può essere superiore alla larghezza di detto spazio; il secondo, relativo direttamente alla distanza tra edifici vicini, che tale distanza regola con riferimento all’altezza dell’edificio costruito successivamente, stabilendo che la distanza dagli edifici vicini non può essere inferiore all’altezza di ciascun fronte dell’edificio da costruire.
I due precetti, pur coordinati tra loro e considerati, ciascuno, come parte di un unico composito precetto, volto a fissare contemporaneamente limiti relativi all’altezza degli edifici ed alla distanza tra gli edifici vicini, quest’ultima stabilita in funzione dell’altezza, non fanno alcun riferimento, neppure implicito, al confine.
Per vero, così come il primo precetto, nel disciplinare l’altezza degli edifici, assume come termine di riferimento esclusivo la larghezza degli spazi, pubblici o privati, su cui gli edifici prospettano, in tal modo escludendo qualsiasi rilievo del confine, il secondo regola la distanza tra fabbricati vicini avendo riguardo esclusivamente all’altezza di ciascun fronte dell’edificio da costruire.
E, com’è stato correttamente rimarcato in dottrina, quel che più rileva è che la distanza tra gli edifici non è prevista dalla norma come fissa, essendo, invece, mobile e variabile con riferimento all’altezza dell’edificio successivo; il che, da un canto, conferma che il confine tra i due fondi non assume alcun rilievo nella struttura della norma, dall’altro evidenzia, come dato imprescindibile, che la norma, così com’è strutturata, presuppone la preesistenza o di un fabbricato, solo rispetto al quale, non già rispetto al confine (o anche rispetto al confine), viene prescritta la distanza minima, da determinarsi in relazione all’altezza del nuovo edificio.
Ciò, in sostanza, significa che la norma presuppone l’applicabilità del principio di prevenzione, dal momento che, come si diceva, che costruisce per primo non deve rispettare altro limite che non sia quello dell’altezza, commisurata alla larghezza dello spazio, pubblico o privato, eventualmente antistante al suo edificio, potendo, quindi, scegliere di costruire anche sul confine.
Se, dunque, la norma speciale non differisce dalla norma dettata dall’art. 873 cod. civ. se non nel dato, irrilevante rispetto al problema in esame, della misura del distacco, poiché, al pari della norma codicistica, fissa la misura minima del distacco solo con riferimento ai fabbricati che si fronteggiano, senza alcun riguardo, neppure implicito, al confine, ed, anzi, la sua strutturazione consente di ritenere che il primo fabbricato possa essere realizzato persino sul confine, non v’è alcuna ragione per non trarre da tale rilievo tutte le conseguenze che la consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte trae in sede di applicazione dei regolamenti locali che non prescrivono distanze dei fabbricati dai confini, limitandosi a stabilire distacchi tra fabbricati.
Tale giurisprudenza, che si condivide, ritiene correttamente che solo in presenza di una norma regolamentare che prescriva una distanza tra fabbricati con riguardo al confine si ponga l’esigenza di una equa ripartizione tra proprietari confinanti dell’onere di salvaguardare una zona di distacco tra le costruzioni, con la conseguenza che, in assenza di una siffatta prescrizione, deve trovare applicazione il principio della prevenzione, con la conseguente possibilità, per il prevenuto, di costruire in aderenza alla fabbrica costruita per prima, se questa sia stata posta sul confine o a distanza inferiore alla metà del prescritto distacco tra fabbricati (cfr. ex Multis, Cass. n. 5364/ 1997; Cass., n. 10600/ 1999; Cass., n. 13963/ 2000).
La soluzione che qui si accoglie trova conforto nel rilievo della insostenibilità della tesi, pure seguita da una parte della dottrina, che ritiene di rinvenire la ragione dell’incompatibilità del principio della prevenzione con la disciplina dettata dalla legge ponte ed, in genere, con la disciplina, extracodicistica delle distanze nella natura pubblicistica di tale disciplina, essendo evidente la componente pubblicistica, accanto a quella privatistica, di tutta la disciplina, anche codicistica, sulle distanze, volta, com’è noto, ad armonizzare la disciplina dei rapporti intersoggettivi di vicinato con l’interesse pubblico ad un ordinato assetto urbanistico.
Tanto meno possono indurre ad accogliere la tesi opposta pretesi obiettivi di natura, più generalmente, estetico- urbanistica in senso lato, trattandosi di prospettiva priva di qualsiasi fondamento positivo nell’art. 17 della legge ponte.
Per esigenza di completezza è opportuno aggiungere che, contrariamente a quanto sembra ritenere la Corte d’Appello, la tesi che risolve in senso positivo il problema qui esaminato non è contraddetto dalla sentenza n. 120/1996 della Corte Costituzionale, poiché, al contrario, tale pronuncia riconosce esplicitamente in motivazione la possibilità del positivo dispiegarsi del principio della prevenzione e, se per effetto di tale principio, afferma che il prevenuto è tenuto ad osservare per intero la prescritta distanza tra gli edifici, lo si deve al fatto che nel caso che aveva dato origine al giudizio, di costituzionalità il prevenuto non si era avvalso della facoltà di costruire in aderenza al fabbricato del preveniente, avendo erroneamente ritenuto che l’abusività di tale costruzione lo legittimasse a non rispettare la distanza prescritta dall’art. 17, comma 1°, lett. c), della legge ponte.
Ma, è evidente che se, come nel caso in esame, il prevenuto intenda esercitare la facoltà concessagli dall’art. 875 cod. civ., dalla ritenuta applicabilità del principio della prevenzione deriva correntemente la legittimità della pretesa del prevenuto.
In definitiva, deve ritenersi che nessuna ragione osti all’applicabilità del principio codicistico della prevenzione nei casi in cui, come quello in esame, i rapporti tra vicini siano disciplinati dall’art. 17, comma 1°, lett. c), legge n. 675/1967 e che, conseguentemente, il prevenuto abbia, ai sensi dell’art. 875 cod. civ., la facoltà di chiedere la comunione forzosa del muro del preveniente che si trovi a distanza dal confine inferiore alla metà della distanza tra fabbricati prescritta dalla citata norma speciale.
Va precisato, peraltro, che all’esercizio di tale facoltà non osta la circostanza che sulla parete del fabbricato che fronteggia la costruzione dei prevenuti siano state eventualmente aperte, iure proprietatis, delle vedute, poichè, come ritenuto dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte (cfr. sent. n. 4384/1982; sent. n. 5269/ 1985; sent. n. 3859/ 1988), l’obbligo di osservare la distanza dalle vedute prescritta dall’art. 907 cod. civ. presuppone che colui che ha costruito per primo abbia acquistato, ad es. per usucapione o per convenzione, il diritto ad avere vedute verso il fondo vicino.
Conclusivamente, i motivi secondo e terzo del ricorso principale vanno accolti, restando assorbiti, come si è premesso, i motivi primo, quarto e quinto.
Il ricorso incidentale va, invece, dichiarato inammissibile, sia perché proposto dalla parte risultata totalmente vittoriosa in grado d’appello, sia perché nel giudizio di cassazione non è applicabile la norma posta per il giudizio d’appello dall’art. 346 cod. proc. civ., con la conseguenza che il controricorrente conserva la facoltà di riproporre in sede di rinvio le questioni che non siano assorbite o superate dalla sentenza di cassazione.
Giova osservare che il collegio non deve occuparsi anche della questione relativa alla possibilità, per il prevenuto, di chiedere l’arretramento della costruzione del preveniente sino alla distanza di legge dal confine, questione sulla quale, al pari di quella esaminata, la sezione di provenienza ha rilevato un contrasto di giurisprudenza, dal momento che le ricorrenti principali non chiedono il riconoscimento di tale diritto.
In conseguenza dell’accoglimento dei motivi secondo, e terzo del ricorso principale, la sentenza impugnata va cassata e la causa va rinviata, anche per il regolamento delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Messina, all’uopo designata, che giudicherà, attenendosi ai seguenti principi di diritto: perché possa escludersi l’applicabilità della disciplina dettata in tema di distanze tra edifici dall’art. 17, comma 1°, lett. c), legge n. 765/1967, è necessario che lo strumento edilizio locale provveda direttamente sulle distanze; il principio codicistico della prevenzione in tema di distanze tra edifici non è incompatibile con la disciplina sulle distanze tra fabbricati vicini dettata dall’art. 17, comma 1°, lett. c) legge n. 765/1967, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 875 cod. proc. civ., il prevenuto, che non voglia arretrare la propria costruzione sino alla prescritta distanza dal fabbricato del preveniente posto a distanza dal confine inferiore alla metà di detta distanza, ha la facoltà di chiedere la comunione forzosa del muro del preveniente al fine di costruirvi contro; all’esercizio di tale facoltà non osta la circostanza che sul muro che si vuole rendere comune risultino aperte vedute iure proprietatis.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, accoglie i motivi secondo e terzo del ricorso principale, dichiarando assorbiti gli altri motivi dello stesso ricorso; dichiara inammissibile il ricorso incidentale; cassa, in relazione ai motivi accolti, la sentenza impugnata e rinvia la causa, alla Corte d’Appello di Messina.

 

 

 

 

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Corte di Cassazione Civile 20/6/2002 n. 10638; Pres. Giuliani, Est. Malzone

Redazione

Sussiste la responsabilità del comune in solido con la locale Asl per il risarcimento dei danni riportati da un cittadino che è stato aggredito nel territorio del comune medesimo, da una torma di cani randagi, con lesioni personali e danni agli indumenti, essendo risultato che la situazione di pericolo pubblico dovuta alla presenza degli animali era in atto da tempo, destando allarme nella popolazione e facendo notizia sulla stampa locale

(omissis).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione 27 luglio 1998 *************** conveniva in giudizio avanti il giudice di pace di l’Aquila la Asl 4 di L’Aquila e il .Comune di L’Aquila, per sentirli condannare al risarcimento dei danni materiali e personali riportati in data 16 luglio 1998 verso le ore 2.45, allorché, camminando per il corso Vittorio Emanuele di L’Aquila, veniva aggredito da una torma di cani selvatici, riportando lesioni al polpaccio sinistro e la rottura dei pantaloni: limitava la richiesta alla somma di lire 2.000.000.

I convenuti, regolarmente costituitisi, contestavano l’avversa pretesa.

L’adito giudice con sentenza 63/1999, in accoglimento della domanda attrice condannava i convenuti in solido a pagare all’attore la somma di lire 1.000.000 e le spese di lire 2.000.0000.

Per la cassazione della decisione ricorre il comune di L’Aquila, in persona del sindaco pro tempore, esponendo cinque motivi.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso si denuncia il difetto di motivazione della sentenza del punto in cui si è ritenuta la responsabilità del comune convenuto, in considerazione del fatto che lo stesso, pur avendo il controllo della città, non aveva dimostrato di essersi attivato e comunque, per non aver adottato provvedimenti per l’incolumità dei cittadini e si sostiene, invece, che la motivazione è solo apparente, in quanto non poteva essere affermata la responsabilità per fatti omissivi in assenza di un obbligo imposto per legge al comune, mentre nel caso di specie tale obbligo faceva capo all’Usl in forza dell’articolo 10 legge regionale Abruzzo 15/1995.

Con il secondo motivo si denuncia il difetto di motivazione sul collegamento tra la presenza in zona di cani randagi segnalata dalla stampa e il cane che avrebbe morsicato il ******** e si sostiene, invece, che mancherebbe del tutto la prova che il ******** sia stato assalito da cani randagi.

Con il terzo motivo si denunzia la violazione dell’articolo 2052 Cc sul presupposto che la sentenza impugnata avrebbe ritenuto che i cani circolanti senza guinzaglio sarebbero res nullius, mentre tratterebbesi di cani abbandonati, e questi risponde dei danni che i medesimi possono arrecare in ragione del loro abbandono.

Con il quarto motivo di ricorso si denuncia il difetto di legittimazione passiva del comune ricorrente sul rilievo che incombeva all’Asl territorialmente competente provvedere alla cattura dei cani randagi e che, qualora il sindaco avesse agito quale ufficiale di Governo, la legittimazione passiva sarebbe appartenuta al Ministro dell’interno.

Con il quarto motivo di ricorso di denunzia violazione del decreto ministeriale 585/94 sulla determinazione degli onorari, diritti e indennità spettanti agli avvocati nella parte in cui la sentenza impugnata ha liquidato a favore dell’attore la somma di lire 1.760.000 per diritti ed onorari e si sostiene che, poiché la liquidazione degli onorari va fatta, secondo l’articolo 6 del citato decreto, avendo riguardo alla somma liquidata, poiché la somma dovuta a titolo risarcitorio è di lire 1.000.000, quella dovuta per onorari non poteva eccedere le lire 300.000, mentre quella per i diritti, in base agli atti espletati doveva aggirarsi sulle lire 400.000.

I primi quattro motivi possono essere trattati congiuntamente, perché il primo e il quarto attengono alla responsabilità del comune ricorrente, ma la risposta ai medesimi presuppone l’accertamento del fatto in sé cui si riferiscono il terzo e il quarto motivo.

Orbene, il fatto, così come dedotto dall’attore, risulta accertato a chiare lettere attraverso la testimonianza di quattro persone che hanno assistito all’episodio: *************** di notte, nelle prime ore del 16 luglio 1998, mentre camminava per il corso Vittorio Emanuele di L’Aquila, fu aggredito da una torma di cani randagi, uno dei quali lo morsicò al polpaccio sinistro, provocandogli lesioni personali e lo strappo dei pantaloni.

Non si trattò di un episodio isolato, bensì il ripetersi di una situazione di pericolo pubblico che aveva messo in allarme la comunità tanto da essere riportata più volte dalla stampa locale.

Tenuto al controllo del randagismo, ai fini della tutela della salute pubblica e dell’ambiente, era all’epoca il servizio veterinario delle Ulss, oggi attuali Asl.

La distribuzione dei compiti in materia di assistenza sanitaria fra enti centrali e locali, determinatasi attraverso l’evoluzione legislativa, se ha trasformato l’originario ruolo delle Usl da articolazioni periferiche del servizio sanitario nazionale, poste alle dipendenze del governo locale, in quello di vere e proprie persone giuridiche pubbliche, dotate di autonomia amministrativa con legittimazione sostanziale e processuale, inserite nell’organizzazione sanitaria regionale, tuttavia non ha completamente reciso il legame con l’ente territoriale locale nel cui ambito esse operano, residuando in capo al comune, la definizione delle linee di indirizzo, nell’ambito della programmazione regionale e la verifica dell’andamento generale dell’attività delle Usl, attraverso l’attività di vigilanza del sindaco, il quale opera quale rappresentante dello stesso ente territoriale e non quale ufficiale di governo (articolo 3, comma 14, del decreto legge 502/92).

Bene a ragione risulta, quindi, affermata la responsabilità del Comune di L’Aquila accanto a quella della Asl.

Anche il quinto motivo è infondato. Ed infatti, in linea di principio l’inderogabilità della tariffa per le prestazioni degli avvocati è stabilita solo nei minimi fissati per gli oneri e i diritti, prevedendo il decreto ministeriale 585/94 la possibilità di raddoppiare i massimi stabiliti dalle tabelle per la liquidazione degli onorari e i diritti a carico del soccombente in ragione delle questioni trattate e delle difficoltà delle medesime.

D’altro canto, nemmeno è stata specificata in ricorso l’elenco delle voci trattate e i diritti previsti nel minimo e nel massimo.

Ne consegue il rigetto del ricorso, mentre la mancata costituzione degli intimati esime dall’obbligo di statuizione sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso: nulla per le spese del giudizio di cassazione.

 

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Corte di Cassazione Civile sez. I 26/3/2002 n. 4286

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con processo verbale del 26 maggio 1995 i vigili urbani di Cesena accertavano nei confronti del minore A.G., nato il giorno 8 settembre 1981, la violazione dell’art. 193, commi 1 e 2 del codice della strada, perché circolava alla guida di un ciclomotore privo di copertura assicurativa.
Il verbale di accertamento, in conseguenza della minore età dell’A., veniva notificato alla madre, M.C..
I genitori del minore, M. C. e A. P., proponevano ricorso al Prefetto di Forlì, il quale lo respingeva ed emanava ordinanza-ingiunzione di pagamento della sanzione pecuniaria di £ 1.080.000.
M. C. e A.P. hanno proposto opposizione avverso tale ordinanza e il Pretore di Forlì, sezione distaccata di Cesena, con sentenza 25 settembre 1998, accoglieva l’opposizione.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso a questa Corte il Prefetto di Forlì-Cesena, con atto notificato il 20 ottobre 1999, formulando due motivi di gravame.
Le parti intimate non hanno controdedotto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il ricorso si premette che l’opposizione è stata accolta per irregolarità delle modalità di accertamento dell’infrazione e si adducono, anche se non fondamentalmente distinti, due motivi di censura.
Con il primo motivo si deduce che la contestazione era stata esattamente effettuata al conducente del veicolo, ancorché minore degli anni diciotto, che aveva dichiarato anche di esserne proprietario e successivamente a un genitore, mediante la notifica del verbale redatto nei confronti del minore.
Erroneamente, pertanto, la sentenza avrebbe ritenuto illegittima la contestazione dell’infrazione.
Con il secondo motivo si deduce che erroneamente il Pretore avrebbe liquidato spese per competenza e onorari professionali in favore delle parti vittoriose, avendo esse proposto l’opposizione senza l’assistenza di un difensore.
Il ricorso è infondato quanto al primo motivo, con cui si deduce la regolarità del procedimento irrogativo della sanzione per essere stato il verbale di contestazione della violazione, redatto nei confronti del minore, notificato anche ad un genitore esercente la potestà genitoriale, così assolvendosi agli obblighi di contestazione nei confronti dei soggetti tenuti alla sorveglianza.
L’art. 2 della legge n. 689 del 1981, applicabile anche in tema di violazioni al codice della strada ex art. 194 di detto codice, dispone, infatti, che non può essere assoggettato a sanzione amministrativa chi, al momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto gli anni diciotto.
In tale caso della violazione risponde chi era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto.
L’art. 14 dispone che la violazione deve essere contestata immediatamente al trasgressore ove possibile, mente se non avvenuta la contestazione immediata gli estremi della violazione debbono essere notificati agli interessati entro novanta giorni, che in materia di infrazione al codice della strada diventano centocinquanta a norma dell’art. 201 di tale codice.
Tale normativa comporta che, nel caso in cui la violazione amministrativa sia avvenuta ad opera di un minore degli anni diciotto, questi non può essere assoggettato a sanzione amministrativa, mentre debbono esserlo i soggetti tenuti alla sorveglianza su di lui, i quali rispondono a titolo personale e diretto per la trasgressione della norma violata, avendo omesso la sorveglianza alla quale erano tenuti.
Pertanto, ancorché riguardo alla violazione commessa dal minore debba essere redatto immediatamente verbale sui fatti accertati, la contestazione della violazione deve avvenire nei confronti dei soggetti tenuti alla sorveglianza del minore, con la redazione di apposito verbale di contestazione nei loro confronti, nel quale deve essere enunciato il rapporto intercorrente con il minore che ne imponeva la sorveglianza al momento del fatto e la specifica attribuzione ad essi della responsabilità per l’illecito amministrativo.
Il Pretore, con giudizio di merito insindacabile in questa sede, ha sostanzialmente escluso che tale verbale sia stato redatto, ne la parte ricorrente indica specificatamente l’esistenza in atti di un verbale di contestazione non esaminato nei confronti degli obbligati ex art. 2 della legge n. 689 del 1981.
Ne deriva la infondatezza del ricorso per la parte in esame, non potendosi ritenere idoneo atto di contestazione nei confronti dei soggetti su detti, ove non accompagnata da elementi specifici di contestazione nei loro confronti, la semplice notificazione anche ad essi della copia di un verbale di contestazione del fatto al minore.
Il ricorso va invece accolto con riferimento alla condanna dell’Amministrazione al pagamento delle spese causa, liquidate nella misura di £ 100.000 per competenze e 200.000 per onorari, non dovuti in quanto gli opponenti si erano difesi di persona, senza avere la qualifica di avvocati o procuratori.
In tale caso potevano essere liquidate solo le spese vive, ma sulla mancata liquidazione di esse si è formato il giudicato.
La sentenza va pertanto cassata sul punto e provvedendosi al riguardo ex art. 384, comma 2, c.p.c., gli onorari e le competenze attribuite vanno dichiarate non dovute.
Si ravvisano giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il primo motivo del ricorso.
Accoglie il secondo.
Cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e decidendo nel merito dichiara non
dovuti i diritti e gli onorari del giudizio di opposizione.
Compensa le spese del giudizio di cassazione.

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Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 13/12/2000 n. 15688; Pres. Ianniruberto, G., Est. Mazzarella, G.

Redazione

Ai fini della responsabilità ex art. 2087 cod. civ. il datore di lavoro, che abbia acquisito conoscenza della malattia del lavoratore, suscettibile, con valutazione prognostica, di probabile od anche solo possibile aggravamento e perciò tendente all’inidoneità alle mansioni affidategli, è legittimato al licenziamento solo previo accertamento di fatto, insindacabile in sede di giudizio di legittimità, ove congruamente e logicamente motivato, della sopraggiunta incompatibilità del dipendente alle mansioni e quindi dell’impossibilità di mantenimento del posto di lavoro in relazione al pregiudizio, da valutarsi in termini di certezza o anche di rilevante probabilità di aggravamento delle sue condizioni di salute per effetto dell’attività lavorativa in concreto svolta.

(omissis)

FATTO

Con sentenza n.00457/96 resa il 7 giugno 1996 il Pretore di Bergamo, in accoglimento della domanda proposta da E. S. contro la (omissis), di cui era dipendente in qualità di autista ovvero di secondo uomo secondo un turno 5+2 per trasporto valori a bordo di automezzi, riconosceva il diritto dello S. al risarcimento del danno biologico o morale per aggravamento delle condizioni di salute del dipendente, già affetto da spondilopatia lombosacrale, scoliosi, iperlordosi e spondilolispesi, cervico artrosi con discopatia, che liquidava in lire 36.000.000, tenuto conto del concorso di colpa di esso dipendente.

Il Tribunale di Bergamo rigettava l’appello proposto dallo S. in punto riconoscimento del concorso di colpa, e, in accoglimento dell’appello incidentale proposto dalla (omissis), rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta dallo S.; spese del doppio grado a carico dello S. stesso.

Osservava il Tribunale in sintesi che: un precedente giudizio promosso dallo S. per il mutamento di mansioni (da autista a mansioni di piantonamento) si era concluso con sentenza di cessazione della materia del contendere, essendosi dato atto tra le parti che l’intervenuta modifica del posto di guida dell’automezzo condotto dallo S. (dotazione di un sedile ortopedico) aveva interrotto dal maggio 1992 l’aggravamento delle condizioni di salute del dipendente; pertanto lo S. non aveva diritto ad ottenere il ristoro per un danno che non si era verificato; quanto al denunziato peggioramento delle condizioni di salute per il periodo pregresso, andava premesso che lo S. aveva rappresentato alla società le proprie difficoltà solo nel 1988, richiedendo nel successivo marzo 1989 di essere adibito a mansioni meno usuranti; che il servizio di medicina del lavoro degli OO.RR. di Bergamo aveva comunicato nel giugno 1989 al medico curante del dipendente l’opportunità di mansioni che evitassero protratti stazionamenti in postura statiche o lunghe permanenze in automezzi, che nell’ottobre 1990 lo stesso servizio aveva consigliato per lo S. mansioni comportanti alternanze di posture e di evitare permanenza dello stesso su automezzi, che una relazione sempre di quel servizio del luglio 1991 aveva attestato la idoneità del lavoratore all’attività di autista, pur rappresentando che il sovrappeso corporeo e posture incongrue costituivano fattori aggravanti dello stato di salute; che nell’ottobre 1991 la Commissione Sanitaria della Regione aveva riconosciuto allo S. una invalidità del 50% elevata al 60% per le patologie riscontrate; che nel dicembre 1991 la società aveva comunicato l’adibizione dello S. a trasporto documenti con autovettura descrivendo nello specifico la mansione; che la società aveva offerto allo S. il servizio di piantonamento fisso, accettato nel corso del 1991 dallo S. tramite il legale, ma in concreto mai adottato; che, infine, nel giudizio definito con sentenza di cessazione della materia del contendere era stato adottato, in accordo tra le parti, la predisposizione del sedile ortopedico; in sostanza, il mutamento di mansioni non era stato effettuato prima solo per la opposizione dello S. al mutamento del turno (6+2, in luogo di quello 5+2), perché a soggetto con delle patologie era sconsigliato il turno di lavoro in postura prolungata eretta e con giubbotto antiproiettile, così come era sconsigliato il turno di piantonamento in guardiola di prolungata posizione a sedere; da tali circostanze non era emerso alcun inadempimento della società né prima né dopo il 1992 neppure sotto il profilo della predisposizione delle cautele necessarie ed opportune ai sensi dell’invocato art.2087 c.c..

Ricorre per cassazione S. E. affidando ad unico motivo di censura il richiesto annullamento della sentenza.

La (omissis) si è costituita con controricorso.

S. E. ha depositato memoria illustrativa.

DIRITTO

Con l’unico motivo di ricorso S. E. denunzia violazione dell’art.2087 c.c. e contraddittoria e omessa motivazione su un punto decisivo della controversia: pacifici i dati di fatti come accertati dal giudice di appello, ne erano errate tuttavia conclusione e lettura; la tesi del Tribunale secondo la quale il datore di lavoro poteva adibire il lavoratore, con suo danno e aggravamento fisico, a mansioni per le quali fosse divenuto fisicamente incompatibile, stravolgeva letteralmente il contenuto e la portata dell’art.2087 c.c.; in realtà, in tale ipotesi il datore di lavoro era legittimato al licenziamento proprio perché non poteva continuare ad arrecare danno al lavoratore in violazione all’art.2087 c.c.; contraddittoria con la tesi sopra indicata era poi l’affermazione secondo cui la società andava esente da colpa, avendo usato la diligenza e gli accorgimenti necessari per evitare il danno; sta di fatto che la società poteva ritenersi esente da colpa solo se fosse stata inconsapevole delle precarie condizioni fisiche del dipendente, non potendosi sostenere che il datore di lavoro aveva fatto il possibile per evitare il danno e contemporaneamente permettere il perpertrarsi della conosciuta situazione dannosa per il lavoratore; peraltro, la società ben avrebbe potuto, esercitando correttamente il diritto di cui all’art.2103 c.c., modificare le mansioni dello S. senza il preventivo accordo del lavoratore; conlusivamente, era in contrasto con l’art.2087 c.c., e non esonerativo della relativa responsabilità, continuare a mantenere il dipendente nella medesima conosciuta situazione lesiva.

Il ricorso è infondato.

Una corretta lettura dell’art. 2087 c.c. ("L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro"), con una precisa individuazione dei limiti interni della responsabilità, certamente non di natura oggettiva, facente capo all’imprenditore, esclude, nell’applicazione della norma al caso in esame, che possa condividersi la tesi sostenuta dall’odierno ricorrente. Secondo quest’ultima sussisterebbe l’obbligo di licenziamento, per effetto della comunicazione circa la precarietà delle condizioni di salute del dipendente ogniqualvolta, in concreto, non sia possibile definirsi nell’ambito aziendale uno spazio lavorativo di sicura ininfluenza sulla malattia (nella ipotesi, spondilopatia lombosacrale, scoliosi, iperlordosi e spondilolispesi, cervico artrosi con discopatia).

Il Tribunale è pervenuto al rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, biologici e patrimoniali anche per il periodo anteriore al 1992 – per il periodo successivo, intervenuta l’adozione di un sedile ortopedico, per ammissione dello stesso S. non si sarebbero avuti aggravamenti di sorta – accertando, in sintesi, che la (omissis) aveva avuto un comportamento coerente con il disposto dell’art.2087 c.c.: la società, avuto conoscenza delle condizioni fisiche del dipendente, ed acquisite dalle strutture sanitarie le possibili incidenze dell’attività lavorativa, cui esso era adibito, sull’evoluzione della malattia, si era preoccupata, pur non avendo nella propria disponibilità mansioni comunque in qualche modo non influenti su di essa, di adibire lo S. ad attività meno usurante (trasporto di documenti a bordo di autovetture in luogo di trasporto valori), ovvero di offrirgli mansioni di piantonamento – queste ultime comunque anche esse sconsigliate dalle strutture sanitarie e, peraltro, rifiutate dal lavoratore per ragioni economiche e di comodità – ovvero, infine, di concordare con il dipendente l’adozione di un sedile ortopedico, risultato, poi, risolutivo del problema.

A tale accertamento, pacificamente in fatto, e come tale insindacabile e, in concreto, neanche sindacato, in questa sede (nello specifico non risulta censurato l’accertamento del rifiuto del dipendente alle offerte di mansioni di piantonamento), lo S. contrappone, come si è detto, un vero e proprio obbligo della società di provvedere al licenziamento del dipendente. Tale obbligo, quale estrema ratio per la tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del prestatore di lavoro di cui alla norma codicistica, deriverebbe dalle concorrenti argomentazioni della pacifica sussistenza dell’aggravamento riconosciuto allo S. (invalidità dal 50 al 60%) nel periodo dal 1988 (data di comunicazione delle proprie condizioni di salute) al 1992 (data dell’adozione del sedile ortopedico), e della verificata insussistenza di una ricollocazione del dipendente nell’ambito aziendale su posizioni lavorative di sicura ininfluenza sulla malattia.

Dette argomentazioni non appaiono concludenti.

Quanto alla prima, e premesso che "il carattere contrattuale dell’illecito e l’operatività della presunzione di colpa stabilita dall’art.1218 cod.civ. non escludono che la responsabilità ai sensi dell’art.2087 cod.civ. (che non configura un caso di responsabilità oggettiva) in tanto possa essere affermata in quanto sussista una lesione del bene tutelato che derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento, imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche", sicché "la verificazione del sinistro non è di per sé sola sufficiente per far scattare a carico dell’imprenditore l’onere probatorio di aver adottato ogni sorta di misura idonea ad evitare l’evento, la prova liberatoria dell’imprenditore presupponendo la dimostrazione, da parte del lavoratore, sia del danno subito che del rapporto di causalità tra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza (specifiche o generiche) e il danno predetto" (tra le tante, Cass. 07/08/1998, n.07792), nel caso di specie il rapporto di causalità risulta solo presupposto, apoditticamente dedotto e ipotizzato nelle argomentazioni sviluppate in ricorso, e tuttavia mai, neanche in minima parte, provato o comunque fondato su circostanze concordanti e inequivoche, e ciò tanto più in quanto la sentenza impugnata, nell’accertare l’assenza di un qualsiasi inadempimento ascrivibile alla società "neppure sotto il profilo della predisposizione di tutte le cautele necessarie ed opportune ai sensi dell’art.2087 c.c." esclude, implicitamente, ma essenzialmente, proprio la riconducibilità dell’aggravamento della malattia alla nocività delle modalità di espletamento della prestazione, come predisposte e richieste dalla società nella gestione ed organizzazione aziendale, considerata anche la preesistenza, non certo irrilevante, della medesima patologia alla stessa assunzione al lavoro dello S. Il ricorso in questa sede, cioè, avrebbe dovuto coinvolgere preliminarmente la statuizione sulla insussistenza del nesso di causalità tra aggravamento della malattia e prestazione lavorativa nei termini richiesti dalla società perché potesse poi essere censurata la medesima decisione sulla esclusione della responsabilità per colpa della società ai sensi dell’art.2087 c.c..

Quanto al secondo profilo di censura, non vi è dubbio che esso, così come riportato, è certamente insufficiente.

È facile rilevare, infatti, che una tesi così radicale ed estrema porterebbe il datore di lavoro alla, per molti versi ineluttabile, responsabilità per danni tra illegittimità del licenziamento (insussistenza del giustificato motivo) o aggravamento delle condizioni di salute del dipendente. Ogni ipotesi di malattia, anche la più banale, portata a conoscenza del datore di lavoro, porrebbe il dilemma di cui sopra, quasi un imperativo, quanto meno, di sospensione della prestazione lavorativa in attesa della evoluzione della malattia o degli accertamenti (liberatori) da parte delle strutture sanitarie all’uopo previste; e tanto non è nella ratio e nello spirito dell’art.2087 c.c.. Questa Corte ha già avuto modo più volte di osservare che l’art.2087 c.c. è norma di specifica regolamentazione del rapporto di lavoro nelle sue espressioni più diverse, che vanno dalle reciproche obbligazioni legali e contrattuali, assunte dalle parti, a quelle, a queste ultime, derivanti per effetto della tutela di rango costituzionale dei vari interessi individuali e collettivi, quali quelli della solidarietà economica e sociale (art.2), del lavoro, e della promozione di quanto necessario a tutelarne l’effettivo diritto (art.4), della salute del lavoratore non soltanto come singolo cittadino ma anche come componente di una collettività organizzata ad essa conseguentemente interessata (art.32), della esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia (art.36), della libera iniziativa economica, purché nei limiti dell’utilità sociale e nel rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana (art.41).

Dunque la interpretazione della citata disposizione codicistica non può prescindere dal necessario contemperamento dei singoli interessi sopra indicati, sicché ogni lettura, che si ponga in un’unica ed esclusiva direzione, finisce con il costituire un inaccettabile strumento di indirizzo parziale, e quindi di iniquità e di ingiustizia.

Ed è qui che la tesi del ricorrente, nell’applicazione al caso concreto, trova il suo punto di maggiore debolezza, allorché pretende, in via di principio inderogabile ed esclusivo, che il diritto alla salute del lavoratore debba essere selezionato nell’indifferenza generale di ogni altro interesse pur di rango e livello costituzionali.

Ed allora, non vi è dubbio che, a fronte di una malattia – peraltro, nel caso di specie, di sicura ed irreversibile ingravescenza – non debba potersi valutare, ai fini dell’adozione di un provvedimento quanto mai pregiudizievole, come quello del licenziamento – e tra gli altri – ad esempio, l’interesse del lavoratore al mantenimento del posto di lavoro nella sua variegata incidenza sui diritti alla esistenza libera e dignitosa di sé stesso e della sua famiglia, alla propria dignità morale, a proporsi quale momento attivo della convivenza sociale. In tal senso va integrato il principio di questa Corte (Cass.20 marzo 1992, n.03517), che, per quanto compatibile in relazione alle diverse ipotesi esaminate, trova decisa conferma nelle osservazioni di cui sopra, circa la responsabilità risarcitoria del datore di lavoro che omette il licenziamento del dipendente divenuto inidoneo alle mansioni di assegnazione prima del superamento del periodo di comporto per assenze determinate dall’aggravamento dello stato di salute a causa della continuazione dell’attività lavorativa. La scelta datoriale di esercitare legittimamente il potere di licenziamento ai sensi dell’art.1464 c.c. è pur sempre limitata al rispetto dei principi di cui agli artt.1 e 3 della legge n.604 del 1966 [2], sicché (in tal senso, la dottrina) il ricorso ad ipotesi di estinzione del rapporto di lavoro aldilà dei limiti generali previsti dal sistema vincolistico svuoterebbe il sistema stesso del principio informatore di esso.

In conclusione, ai fini della responsabilità ex art.2087 c.c., il datore di lavoro, che ha acquisito conoscenza di malattia del lavoratore alle proprie dipendenze, suscettibile, con valutazione prognostica, di possibile o anche probabile ingravescenza oltre i limiti della naturale evoluzione negativa di essa, e, per ciò, tendente alla inidoneità (c.d. in pectore) alle mansioni affidategli, per effetto delle modalità di espletamento della propria attività, è legittimato al licenziamento solo previo accertamento di fatto, insindacabile in questa sede ove congruamente e logicamente motivato, della sopraggiunta incompatibilità dell’esigenza del dipendente al mantenimento del posto di lavoro in relazione al pregiudizio, da valutarsi quest’ultimo in termini di certezza o anche di rilevante probabilità di aggravamento delle sue condizioni di salute per effetto dell’attività lavorativa in concreto svolta.

Il ricorso, pertanto, va rigettato; sussistono i giusti motivi per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La CORTE rigetta il ricorso; dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

 

 

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Corte di Cassazione Civile sez. III 3/3/2000 n. 2367; Pres. Duva V.

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il 15 aprile 1990 il quotidiano "Alto Adige" pubblicò un articolo, dal titolo "L’Ospedale a rischio senza filo per sutura", il quale riferiva riguardo all’esposto presentato alla Procura della Repubblica di Trento da C. D., infermiere dell’ospedale.

Con atto di citazione notificato il 4 settembre successivo la società Bieffe Medital convenne dinanzi al Tribunale di Trento il D., E. S. e la società Editrice Atesina (S.e.t.a.) – gli ultimi due, rispettivamente, quali direttore ed editore del predetto giornale – e ne chiese la condanna solidale al risarcimento dei danni asseritamente prodotti da tale pubblicazione, ritenuta diffamatoria.

Resistendo i convenuti, con sentenza del 2 novembre 1995 l’adito Tribunale respinse la domanda sul rilievo che il quotidiano si era limitato a riportare la notizia dell’esposto del D., che doveva pertanto tenersi conto della verità della notizia piuttosto che della verità del fatto oggetto della stessa, e che lo stesso quotidiano aveva esercitato il diritto di cronaca riportando una notizia acquisita in buona fede dal cronista da una fonte attendibile quale l’infermiere D..

In accoglimento dell’impugnazione proposta avverso tale decisione dalla società attrice, con la sentenza, ora gravata, la Corte di appello ha condannato i convenuti in solido a pagare all’appellante la somma di lire 80.000.000, oltre gli interessi legali dalla data della decisione al saldo ed oltre la metà delle spese del doppio grado di giudizio, con la compensazione della residua metà e la pubblicazione della sentenza, per estratto, sui giornali "L’Adige" e "L’Alto Adige".

La Corte ha ritenuto che "con il narrare fatti non veri, vengono lesi non solo diritti fondamentali della persona, ma lo stesso diritto della collettività ad informazione rispondente al vero; ed il giornalista è tenuto, quale suo obbligo inderogabile (art. 2 legge 3.2.1963 n. 69), a rispettare la verità dei fatti nell’esercizio del suo diritto di cronaca, data dalla corrispondenza tra l’oggettivamente narrato e lo storicamente accaduto".

Affermato conseguentemente che, nel contemperamento degli opposti interessi, l’esercizio del diritto di cronaca richiede la verità oggettiva della notizia, od almeno la verità putativa purché la buona fede del giornalista sia stata dallo stesso dimostrata attraverso l’indicazione della diligenza prestata per accertare il fondamento di quanto oggetto di divulgazione, ha osservato che nella specie nessun minimo accertamento risultava essere stato eseguito dal giornale in ordine ai fatti oggetto dell’esposto del D., esposto che poteva essere stato dettato da motivi non necessariamente ispirati dalla verità dei fatti e, pertanto, di non sicura affidabilità, ed in effetti di natura diffamatoria e lesivo della credibilità del prodotto dell’appellante: donde la sussistenza dell’illecito di cui all’art. 2043 c.c.

La Corte territoriale ha quindi liquidato il danno morale, in via equitativa, in lire 80 milioni alla data della decisione, ha affermato che esso era risarcibile anche a favore di persone giuridiche, ed ha aggiunto che il fatto diffamatorio non aveva "inciso più di tanto sull’andamento degli affari di una società solidamente strutturata", quale sembrava essere l’appellante, ed aveva inoltre avuto una risonanza soltanto locale: la somma liquidata era comprensiva – ha precisato – di interessi e riparazione pecuniaria.

Per la cassazione di tale decisione la S.e.t.a. ed il S. hanno congiuntamente proposto ricorso, affidato a quattro motivi, cui la Bieffe Medital resiste con controricorso, contenente altresì un unico motivo di ricorso incidentale. Nessuna attività difensiva è stata invece svolta dal D.. I ricorrenti principali hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I due ricorsi, iscritti con numeri di ruolo diversi, devono essere riuniti (art. 335 c.p.c.) perché investono la medesima sentenza.

2. Con il primo motivo del ricorso principale si deduce la violazione dell’art. 2043 c.c. e si afferma che, essendosi il giornalista limitato a riferire la denuncia del D., senza esprimere alcuna opinione, sussistevano i requisiti per escludere l’antigiuridicità del fatto e cioè la verità oggettiva della notizia, la verità putativa per l’affidamento ingenerato dalla qualifica professionale del D., l’interesse pubblico all’informazione e l’esposizione civile dell’articolo.

Il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

La sentenza impugnata ha qualificato diffamatorio l’esposto del D., osservando che esso indicava fatti sicuramente lesivi della credibilità del prodotto della Bieffe, che nulla era stato acquisito in causa in ordine alla verità di tali fatti – smentiti, al contrario, da un primario ospedaliero -, e che del resto non era risultato che in sede penale fosse stato dato alcun seguito all’esposto.

Su tale punto della decisione si è formato il giudicato, non avendo il D. proposto ricorso, e non essendo esso investito dalle censure dei ricorrenti principali, le quali sono limitate alla diversa questione della connessa responsabilità del giornalista e del direttore.

Nell’affermare la responsabilità anche di costoro, la sentenza impugnata ha adesivamente richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale, per il quale la divulgazione a mezzo stampa di notizie lesive dell’altrui onore in tanto può considerarsi lecito esercizio del diritto di cronaca, in quanto ricorrano le condizioni della verità oggettiva della notizia pubblicata, dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto (c.d. pertinenza) e della correttezza formale dell’esposizione (c.d. continenza); in particolare, la condizione della verità della notizia comporta l’obbligo del giornalista non solo di controllare l’attendibilità della fonte (non sussistendo fonti informative privilegiate), ma anche di accertare e rispettare la verità sostanziale dei fatti oggetto della notizia, con la conseguenza che, solo se tale obbligo sia stato scrupolosamente osservato, potrà essere utilmente invocata l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca (da ultimo, in tal senso, Cass. 4.7.1997 n. 6041 e 2.7.1997 n. 5947).

La Corte territoriale, premesso che nella specie era in discussione la sola condizione della verità della notizia (inammissibili sono, pertanto, le censure che investono le diverse condizioni della pertinenza e della continenza), ha affermato che l’anonimo articolista si era limitato a riportare l’esposto del D. senza effettuare un minimo accertamento perlomeno sulle eventuali voci che circolavano nell’ambiente ospedaliero.

Orbene, tale accertamento involge una questione di fatto, la quale non forma oggetto di specifiche censure ex art. 360 n. 5 c.p.c. (il motivo in esame è infatti limitato ad una pretesa violazione dell’art. 2043 c.c.), mentre il dedotto affidamento sulla qualifica professionale del D. è irrilevante, stante il richiamato obbligo, da parte del giornalista, di controllare l’attendibilità della fonte, obbligo che, come i giudici del merito hanno esattamente osservato, attiene al necessario contemperamento tra l’interesse pubblico all’informazione ed il dovuto rispetto del diritto alla reputazione ed all’onore della persona.

3. Con il secondo motivo del ricorso principale si allega omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa la sussistenza del nesso di causalità tra pubblicazione della notizia ed evento di danno sotto il profilo che non è stata fornita la prova che le asserite difficoltà commerciali della società Bieffe fossero da mettere in relazione alla pubblicazione dell’articolo, e, con il quarto, che in realtà non si comprende se sia stato liquidato il solo danno morale od anche un qualche danno patrimoniale, del quale però mancava la prova.

A sua volta la ricorrente incidentale, con l’unico motivo del proprio ricorso, denuncia la violazione dell’art. 1226 c.c. nonché contraddittoria motivazione nel punto concernente l’omessa liquidazione del danno patrimoniale.

I tre motivi, strettamente connessi, possono essere esaminati congiuntamente.

Il secondo e quarto motivo del ricorso principale sono inammissibili perché investono una voce di danno – quello, appunto, patrimoniale – che non è stata liquidata.

E’ infondato, invece, il ricorso incidentale: accertare, invero, se da una determinata condotta sia derivato un danno, e, in caso affermativo, quantificarne l’ammontare, è questione di fatto, come tale rimessa al giudice del merito e non censurabile in sede di legittimità se il relativo convincimento sia motivato ed immune da vizi logici e giuridici: come nella specie deve riconoscersi, diversamente da quanto invece pretende la ricorrente società.

La sentenza impugnata, infatti, pur avendo preso in considerazione le risultanze processuali favorevoli all’attrice appellante, ha altresì dato atto di un dato contrastante (lettera U.s.l. 18.5.1993), ha conclusivamente ritenuto che il fatto diffamatorio non poteva "aver inciso più di tanto sull’andamento degli affari di una società solidamente strutturata" quale la Bieffe Medital, ed ha poi aggiunto che la somma di tre miliardi di lire, da questa pretesa, era comunque spropositata e priva di significativi elementi di ragguaglio.

Duplice è, dunque, la ratio decidendi, la quale investe sia l’an che il quantum: e poiché la prima, basata sulla insufficienza degli elementi probatori acquisiti, è immune da vizi motivazionali e di per sé sufficiente a sorreggere la decisione, la stessa è insindacabile in questa sede di legittimità.

4. Con il terzo motivo del ricorso principale si deduce la violazione dell’art. 2059 c.c. e si afferma che l’esclusione della responsabilità penale comportava l’irrisarcibilità del danno non patrimoniale, il quale comunque non poteva essere preteso dalla Bieffe Medital trattandosi di società commerciale di capitale.

Il motivo è infondato.

Come questa C.S. ha affermato (sent. 10.7.1991 n. 7642 e 5.12.1992 n. 12951) danno non patrimoniale e danno morale sono nozioni non coincidenti: il primo comprende infatti qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento, sibbene di riparazione, mentre il secondo consiste nella c.d. pecunia doloris.

Ancorché, nella specie, i giudici del merito abbiano qualificato il danno liquidato come morale, essi, per le motivazioni che sorreggono la decisione, hanno tuttavia inteso far riferimento a quello non patrimoniale: come, del resto, i ricorrenti principali, i quali così lo qualificano, mostrano di ritenere.

Tanto premesso e precisato, la prima censura non ha fondamento, atteso che la sentenza impugnata ha qualificato – incidenter tantum ed in parte esplicitamente ed in parte implicitamente – come penalmente rilevante la condotta sia del D. che del S.: ciò, legittimamente, giacché ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale l’inesistenza di una pronuncia del giudice penale non costituisce impedimento all’accertamento, da parte del giudice civile, della sussistenza degli elementi costitutivi del reato (Cass. 22.7.1996 n. 6527; Cass. 10.11.1997 n. 11038 precisa a sua volta che la risarcibilità del danno predetto non richiede che l’illecito integri in concreto un reato, essendo sufficiente che sia astrattamente preveduto come tale, come si desume dall’art. 198 c.p., secondo cui l’estinzione del reato o della pena non importa l’estinzione delle obbligazioni civili derivanti dal reato medesimo).

Orbene, la sentenza impugnata ha addebitato al D. la natura diffamatoria dell’esposto – aggiungendo che il relativo dolo generico è costituito dalla sola consapevolezza di pronunciare o scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, e facendo così implicito riferimento all’art. 595 c.p. -, ed ha ascritto al S. l’omesso controllo sulla verità dell’esposto, con riferimento, del pari implicito, all’art. 57 c.p.

L’obbligazione risarcitoria del responsabile civile ha la stessa estensione di quella dell’autore del fatto reato e, pertanto, comprende anche la responsabilità per il danno non patrimoniale, che ha natura intrinseca di sanzione civile, come tale suscettibile di essere azionata verso ogni soggetto, che dell’evento è tenuto a rispondere (Cass. 20.11.1998 n. 11741): null’altro, pertanto, doveva aggiungere la sentenza impugnata nei riguardi dell’editore.

Dalla distinzione tra danno non patrimoniale e danno morale la giurisprudenza ha tratto che, comprendendo il primo anche gli effetti lesivi che prescindono dalla personalità psicologica del danneggiato, esso è riferibile anche ad entità giuridiche prive di fisicità (sent. nn. 7642/91 e 12951/92, citate; peraltro Cass. 15.4.1998 n. 3807 ha riconosciuto la legittimazione dell’ente esponenziale territoriale ad esigere il risarcimento anche del danno morale da reato).

Irrilevante è la circostanza che, come i ricorrenti sottolineano, la danneggiata sia una società commerciale di capitali.

Quanto, infatti, alla sussistenza del danno non patrimoniale conseguenza di un fatto reato, devesi indagare se il soggetto, che lamenta il danno stesso, sia o non effettivo titolare del diritto pregiudicato dal fatto reato.

La soluzione, implicitamente affermativa, cui nella specie è pervenuta la sentenza impugnata, non forma oggetto di censure di sorta (che investono le sole conseguenze tratte dalla Corte territoriale da tale implicita premessa), e, del resto, non è seriamente contestabile che anche una siffatta società, lesa nella propria reputazione commerciale da un articolo denigratorio, possa, in sede penale, proporre querela (art. 120 c.p.) e costituirsi parte civile (art. 74 c.p.p.), ovvero agire in sede civile.

5. Il rigetto di entrambi i ricorsi comporta la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte riuniti i ricorsi, li rigetta e compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

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