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Civile

Corte di Cassazione – II sez. civ. – sentenza n. 24379 del 30-10-2019

Ginevra Gaspari

In primo luogo, la Corte chiarisce che l’impugnazione avverso l’ordinanza conclusiva del rito sommario di cognizione deve proporsi con atto di citazione. Si tratta, a ben vedere, di una regola ampiamente consolidata in giurisprudenza ( ) e fondata sul presupposto per cui, da un lato, il principio di ultrattività del rito seguito in primo grado può trovare applicazione soltanto in caso di esplicita previsione normativa e, dall’altro lato, all’art. 702-quater c.p.c. il legislatore non ha espressamente previsto l’adozione del rito sommario anche per la fase di gravame.
In secondo luogo, richiamando il proprio precedente n. 8757/2018, la Corte ribadisce che, nel caso di appello erroneamente introdotto con ricorso, non è ammissibile la sanatoria degli effetti dell’impugnazione attraverso lo strumento del mutamento del rito.
Tale strumento, per sua natura, può riguardare solo i casi in cui, essendo previsti più riti applicabili alla fattispecie, l’attore abbia errato nella scelta. Ed infatti, considerato che per il giudizio di primo grado è prevista una molteplicità di riti (ordinario e sommario), l’art. 702-ter comma 3 c.p.c. stabilisce che il giudice, rilevata l’incongruenza della scelta del rito sommario da parte dell’attore, disponga la modificazione del rito, fissando l’udienza ex art. 183 c.p.c.
Per converso, con riferimento al giudizio di appello avverso l’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., non è previsto dalla legge alcun rito alternativo: esiste soltanto un rito, quello ordinario, integrato dalle disposizioni di cui all’art. 702-quater c.p.c.
Ne deriva l’assoluta inconfigurabilità di un mutamento del rito in fase di gravame, con le ovvie conseguenze in punto di eventuale sanatoria degli effetti di un’impugnazione erroneamente proposta con ricorso.
In terzo luogo, venendo invece ora alle possibilità di una siffatta sanatoria, la Corte riprende il proprio saldo orientamento ( ) in forza del quale, in linea generale:

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Corte di Cassazione – I sez. civ. – ordinanza n. 26946 del 22-10-2019

Ginevra Gaspari

La sezione rimettente si interroga se analoghe considerazioni possano valere in relazione agli interessi moratori: occorre in altre parole valutare “se l’evidenziato principio di simmetria consenta o meno di escludere l’assoggettamento degli interessi di mora” alla disciplina di contrasto all’usura. Soltanto in caso di risposta negativa a tale primo quesito occorrerà stabilire “se, ai fini della verifica in ordine al carattere usurario degli interessi, sia sufficiente la comparazione con il tasso soglia determinato in base alla rilevazione del tasso effettivo globale medio di cui al comma primo dell’art. 2 cit., o se, viceversa, la mera rilevazione del relativo tasso medio, sia pure a fini dichiaratamente conoscitivi, imponga di verificarne l’avvenuto superamento nel caso concreto, e con quali modalità debba aver luogo tale riscontro, alla luce della segnalata irregolarità nella rilevazione”.

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