inserito in Diritto&Diritti nel giugno 2002

La configurabilità della responsabilità penale delle persone giuridiche tra politica criminale e dogmatica: l'attuale sistema normativo in Italia.

Di Francesco Marcellino

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La “societas” può o non può delinquere?

Quale brocardo: “Societas delinquere non potest” oppure “Societas delinquere potest”?[1]

Dietro questo interrogativo si nascondono importanti problemi. Problemi di politica-criminale, problemi di dogmatica, di diritto comunitario, ma anche problemi di giustizia sociale. Scegliere il brocardo giusto, può significare, in talune situazioni, rispondere al quesito, posto anni fa da un Giudice della Corte Federale degli USA, se è meglio condannare un innocente o assolvere un colpevole[2].

Ma procediamo con ordine ed evidenziamo ciò che rileva.

Su molti testi giuridici si legge che solo l’uomo è capace di progettare, di agire, di realizzare. Quando l’uomo intende perseguire fini che “uti singuli” non riuscirebbe a compiere, costituisce con altri uomini dei gruppi variamente organizzati. Si dice che nasce una “persona ficta”, una “finzione” definita persona giuridica.

Sebbene “persona ficta”, la persona giuridica ha cittadinanza in tutti gli ordinamenti giuridici, ha diritti e doveri e sono stati emanati, per il suo funzionamento, un gran numero di atti normativi in materia civile, penale, amministrativa, tributaria… etc.. etc..

Una “strana finzione”, dunque.

Strana perché la persona giuridica è capace di perseguire fini produttivi e sociali impossibili per l’uomo, perché capace di divenire un centro economico-sociale di importanza notevolissima (si pensi alla forza economica che taluni gruppi sociali hanno nelle borse valori, ma anche all’importanza sociale dal punto di vista occupazionale), perché capace di compiere condotte illecite, impossibili da realizzare per un uomo da solo, di altissimo disvalore sociale.

Un dato di fatto oggi inopinabile: la “persona ficta” giuridica, se permette capacità produttive impensabili per il singolo uomo, nel contempo è diventata la protagonista, spesso fondamentale, di una certa forma di criminalità. Il ragguardevole aumento dei reati dei “colletti bianchi” e di forme a questa assimilabili, è conseguenza del sopravanzamento della illegalità di impresa sulle illegalità individuali[3]. Oggi, comportamenti illeciti quali le frodi, il riciclaggio, la corruzione e soprattutto la lesione di nuovi beni giuridici super-individuali (si pensi all’ambiente) sono compiuti da persone giuridiche.

Non vi è dubbio: “Societas saepe delinquit”.

Ed allora, quale senso ha ancora oggi il brocardo “Societas delinquere non potest”?

A questo quesito, in diversi momenti, hanno tentato di rispondere diversi ordinamenti.

Gli Stati Uniti d’America, conoscono bene il fenomeno[4]. Già il Model Penal Code tenta di dare una risposta a questi problemi. Ma, anche in America, nell’ultimo ventennio molto è cambiato: il Criminal Fine Enforcement Act del 1984, non solo ha reso più aspre le sanzioni irrogabili agli enti, ma ha anche previsto un sistema capace di plasmare la struttura interna delle società potendone condizionare persino lo statuto[5]. L’ordinamento americano, in cui hanno trovato origine la teoria economica del diritto ma, soprattutto, una vera e propria “visione economica del diritto”, ha già da tempo affrontato, sfruttando non poco l’ausilio di studiosi come Posner e Coffee, il problema della sanzione più idonea a colpire le condotte criminose delle persone giuridiche.

Bisogna, però,  dare risalto al comportamento positivo di molti enti americani che si è registrato dopo gli scandali giudiziari degli anni ’60 (gli “electrical cases”), degli anni ’70 (il gran numero di violazioni alla normativa antitrust) e degli anni ’80 (la corruzione diffusa e l’insider trading). Molte società, infatti, al fine di opporre una barriera ulteriore, oltre a quella delle leggi dello stato, alla possibile commissione di reati da parte dell’impresa, decidono di dotarsi autonomamente di “Codici Etici”. Essi sono forme di autoregolamentazione e di autodisciplina delle persone giuridiche. Risvolti positivi: encomiabile il solo fatto di promuovere “dall’interno” il rispetto della legge e di contribuire ad impedire la realizzazione di condotte criminose d’azienda. Risvolti negativi: punctum dolens  dei codici etici è la mancata previsione di un apparato sanzionatorio adeguato[6].

Soluzione? Le Guidelines del 1991 introducono i “Compliance Programs”.  Si tratta di “programmi di collaborazione” elaborati all’interno della persona giuridica ma imposti con precisi limiti e requisiti dalla legge federale. Requisito indispensabile: l’esplicita previsione di forme sanzionatorie. Critiche: taluni hanno parlato di una “parziale privatizzazione della amministrazione della giustizia”[7]. Ma il sistema funziona e come vedremo sarà utilizzato anche da altri ordinamenti giuridici.

In Europa.

Da anni ormai assistiamo ad uno sgretolamento del brocardo “Societas delinquere non potest”. Già prima del 1995 la configurabilità della responsabilità penale delle persone giuridiche aveva trovato espressa disciplina in Norvegia, Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Scozia e Francia (con il nuovo codice del 1994).

Nel 1995 il Codice Spagnolo ha previsto una serie di misure sanzionatorie applicabili anche alle “personas Jurìdicas”.

In Germania, sebbene sia prevalsa la tesi secondo cui gli enti collettivi sono capaci di azione solo per mezzo dei loro organi e non sono assoggettabili a pena perché incapaci di avvertire la disapprovazione etico-sociale della sanzione, sono previsti dal codice penale taluni interventi sanzionatori come l’acquisizione pubblica, la confisca e talune conseguenze accessorie. Successo di questo ordinamento: lo strumento sanzionatorio dei “tassi giornalieri”.

A cosa è dovuto, quindi, lo sgretolamento del principio “Societas delinquere non potest”? Non solo ai motivi di politica-criminale sopra evidenziati, ma anche all’azione compiuta negli ultimi anni dalla Comunità Europea. Già la raccomandazione 88/18 del Consiglio dei Ministri Europeo evidenzia l’importanza di una punizione diretta delle persone giuridiche. Il regolamento 2988 del 1995 all’art. 7 prevede esplicitamente la responsabilità delle persone giuridiche che abbiano compiuto talune condotte criminose. Ed ancora la Convenzione OCSE del 1997 (volta alla repressione della corruzione dei Pubblici Ufficiali stranieri) e il secondo protocollo PIF.

Queste “indicazioni” (taluni, veri obblighi comunitari) non potevano rimanere disattesi per troppo tempo.

D’altra parte, oltre evidenti ragioni di omogeneità tra gli ordinamenti comunitari, diveniva, in taluni ordinamenti, inutilmente adottata la disciplina della responsabilità penale delle persone giuridiche perché facilmente elusa con il c.d. “forum shopping”.

Ed in Italia?

Il problema della configurabilità di una responsabilità penale in capo alle persone giuridiche non è nuovo nemmeno al nostro ordinamento giuridico. Già nei lontani anni ’20, sebbene per motivi politici di immediata intuizione, taluno aveva avanzato l’idea di introdurre una responsabilità diretta delle persone giuridiche. Ma il problema, non è nuovo nemmeno per la nostra dottrina. Fu oggetto di studio già negli anni ’70. Non può, nel nostro ordinamento, una compiuta analisi del problema prescindere da testi come quelli di Bricola[8], Stella[9], De Maglie[10], Pecorella[11], fino a giungere alla recente relazione della commissione ministeriale, presieduta dal Prof. Grosso, in cui si propendeva per l’introduzione della responsabilità penale delle persone giuridiche in un riformato codice penale.

D’altra parte, in Italia, erano già conosciuti da tempo i problemi dell’istituto della delega delle funzioni[12]. Nell’ambito delle persone giuridiche, soprattutto di grandi dimensioni, è prassi (necessaria) delegare l’adempimento di un gran numero di obblighi, di cui è formalmente titolare l’imprenditore impedito di fatto ad adempierli, ai dipendenti dell’azienda. Tale prassi aziendale, per molto tempo, non ha costituito assunzione di responsabilità da parte del nuovo preposto determinando, così, un gran numero di sentenze di condanna di innocenti imprenditori (deleganti): di veri e propri “capri espiatori”. La cassazione, per porre un freno e una regolamentazione dell’istituto, dato il gran numero di deleghe e l’informalità, per ragioni di economicità e speditezza della produzione, con cui esse vengono conferite, ammette che la delega esoneri da responsabilità penale il delegante solo quando possiede ben otto requisiti[13]. Non solo sono poche le deleghe rispettose dei requisiti richiesti, ma spesso, poi, il delegante è ritenuto comunque responsabile per la violazione del generale dovere di vigilanza. Ecco che ritorna il quesito: meglio condannare un innocente o assolvere un colpevole?

Il dibattito, dunque, come i problemi, è ampio.

Anche in Italia rilevano evidenti esigenze di politica criminale. Studi di sociologia, ma basterebbe in talune realtà aziendali anche l’occhio attento di uno sprovveduto di conoscenze e strumenti propri della sociologia, hanno evidenziato che il comportamento dell’individuo inserito in un’organizzazione complessa come un’impresa, subisce dei condizionamenti. Tali condizionamenti sono direttamente proporzionali all’impatto motivazionale trasmesso dai vertici e ai modelli comportamentali adottati dai colleghi aventi eguali funzioni. Assume un significato unico e fondamentale l’agire “per l’impresa” e a “beneficio dell’impresa”. Al fine di ottenere dai dipendenti una maggiore produttività (intendendo con essi anche le figure apicali di amministrazione), si trasmette loro il principio: “migliore è la posizione economica dell’azienda nel mercato, migliore sarà il beneficio economico e di funzione che tu dipendente ne trarrai. Ed inoltre, potrai sempre fregiarti di lavorare per un importante colosso economico-sociale”.

Questi condizionamenti, questi meccanismi enormemente incentivanti, ma allo stesso momento punitivi (soprattutto la punizione morale e la sensazione di sudditanza che taluni accusano nel momento in cui non raggiungo gli “obiettivi” posti dai vertici aziendali), creano il c.d. “Spirito di Gruppo”. Spirito di gruppo che può portare persino alla disponibilità al sacrificio personale occultando o utilizzando anche strumenti illeciti per il raggiungimento degli obiettivi imposti dalla stessa (persona giuridica) azienda. Si giunge al colmo che persone fisiche, che non avrebbero mai compiuto reati, li compiono in nome e ad esclusivo vantaggio dell’ente per cui lavorano.

Esigenze politiche criminali più che sufficienti per mettere in discussione, anche in Italia, il brocardo “societas delinquere non potest”.

Ma se le ragioni di politica criminale propendono per l’eliminazione del noto brocardo, ragioni di dogmatica rendono notevolmente difficile l’introduzione nel nostro sistema giuridico del brocardo “societas delinquere potest”.

Ostacoli: tutto il codice penale del 1930 è costruito intorno alla persona fisica (e non occorre particolare attenzione per scoprire che quando intende riferirsi alla “persona giuridica” la richiama esplicitamente (es. art. 197); l’affermazione “La responsabilità penale è personale”  ex art. 27 della carta costituzionale; il tradizionale modo di intendere la persona giuridica come “incapace di azione”, “incapace di colpevolezza” e “insensibile alla pena”.

La carne sul fuoco è tanta, ma anche l’intervento del legislatore non è stato sufficiente a salvare qualche fetta dal rogo.

Si dice che, perché un fatto sia punibile, deve essere non solo tipico e antigiuridico ma anche colpevole. La colpevolezza diviene argomento fondamentale per poter configurare o meno, nel nostro ordinamento giuridico, una responsabilità penale delle persone giuridiche.

Contro una responsabilità penale colpevole si muovono i tradizionali discorsi circa l’incapacità degli enti a porre in essere autonomamente azioni (e quindi condotte con dolo o con colpa), la mancanza di caratteri psicofisici (propri ed esclusivi dell’uomo), nonché l’inidoneità della eventuale pena a svolgere il finalismo rieducativo voluto dalla costituzione.

Molte, soprattutto in dottrina, le argomentazioni sulla colpevolezza. Essa è intesa dal significato minimo di “divieto di responsabilità per fatto altrui”, ma anche nel senso, più pregnante, di “responsabilità per fatto proprio colpevole”.

Sebbene sia possibile spiegare in diversi modi la colpevolezza (non si dimentichi la teoria organicistica la quale, tentando di conferire un substrato di realtà dell’ente, afferma che anch’esso è capace di manifestare volontà collettiva, per mezzo delle delibere e degli atti compiuti dagli amministratori, attraverso un rapporto di “rappresentanza organica” tra l’ente stesso e la persona che ne determina la volontà e l’azione)[14], il legislatore ha poi imboccato una strada “sui generis” come quella, definita dalla relazione al decreto legislativo 231/01, “illecito amministrativo a natura complessa”. Non si tratta di un illecito penale vero e proprio, né di un illecito amministrativo tradizionale. Si tratta di un sistema punitivo che “coniuga (o tende!) i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, non eludibili, della massima garanzia” [15].

In poche parole? Una vera e propria “frode delle etichette”. Il legislatore, resosi conto del tradizionale ostacolo posto dall’art. 27 della costituzione, definisce “responsabilità amministrativa” quanto poi trova applicazione attraverso un controllo giurisdizionale compiuto dal giudice penale e con le forme a questo proprie.

Il decreto non si esime dal manifestare, in taluni punti, la sua “doppia anima”. Lo si vede, ad esempio, negli articoli 2 e 3, i quali replicano le definizioni di principio di legalità e successioni di leggi nel tempo definite dagli articoli del codice penale e della legge 689/81. Lo si vede ancora negli articoli 5 e 6: il primo manifesta la responsabilità sul piano oggettivo proponendo la teoria della “immedesimazione organica”; l’art. 6, invece, di stampo puramente penalistico ed evocante la disciplina americana, rappresenta il cuore della disciplina strutturando l’imputazione soggettiva e la necessaria predisposizione dei “modelli di organizzazione”[16].

Ma procediamo di nuovo con ordine.

Quali sono i soggetti destinatari della disciplina? L’art. 11 della delega invocava la responsabilità amministrativa per le persone giuridiche, le società e le associazioni od enti privi di personalità giuridica “che non svolgono funzioni di rilievo costituzionale” ed eccettuati lo Stato e gli altri enti pubblici “che esercitano pubblici poteri”. Quest’ultima definizione della delega, che non brilla certo sia per esposizione sia per chiarezza, ha permesso al Governo di restringere ancora l’ambito dei soggetti: ad esempio, sindacati e partiti politici. Ma è di difficile comprensione il destino di enti come quelli pubblici economici o quelli pubblici che erogano un pubblico servizio[17].

Applicazione della legge nello spazio: si è adottato il principio di universalità (il quale, oggi, prende sempre più consistenza), al fine di evitare fenomeni di elusione della normativa. La persona giuridica, avente direzione in Italia, se compie reati all’estero, salvo che il paese straniero l’abbia già sottoposta a procedimento, sarà sottoposta ad un procedimento giurisdizionale italiano.

Criteri di imputazione della responsabilità. Il decreto, attraverso il suo articolo 5, ha scelto il modello della teoria organica: “l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio”, l’ente non risponde se, invece, le persone (…) “hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi”. Considerazioni: importante la menzione del fenomeno delle “funzioni di fatto”. Le realtà sociali, imprenditoriali e non, di oggi, spesso, sono invase da soggetti non titolari delle funzioni ma esercitanti di fatto. L’esclusione di questa categoria avrebbe portato all’elusione e al depotenziamento concreto di parte del decreto, quindi una affievolita risposta alle esigenze di politica-criminale.

Gli articoli 6 e 7 disciplinano la colpevolezza e la colpa di organizzazione[18]. Essi rappresentano il fulcro della disciplina. Gli articoli 6 e 7 danno vita in Italia all’esperienza americana positiva del Compliance Programs. L’ente deve adottare ed efficacemente attuare, prima della commissione del reato, i modelli di organizzazione al fine di ottenere l’esclusione della responsabilità.

Gli articoli 6 e 7 disciplinano, ancora, l’ipotesi che il reato venga commesso dai vertici o che venga commessa da un sottoposto. Nella prima ipotesi si prevede un’inversione dell’onere probatorio: la relazione che accompagna il decreto spiega che si parte dal presupposto che il reato commesso dal dirigente, fisiologicamente espressione della politica d’impresa, venga integrato dalla colpevolezza dell’ente: per provare l’estraneità dell’ente questo dovrà dimostrare l’adozione e l’efficacia dei modelli, l’istituzione di un apposito organo di controllo, l’elusione fraudolenta dei modelli di organizzazione, le assenze di omissioni o negligenze nell’operato dell’organismo di controllo. In tal modo, si è cercato di calibrare efficacemente la riforma anche contro realtà aziendali complesse organizzate non solo verticalmente ma anche con una struttura manageriale orizzontale. L’art. 7, invece, disciplinante l’ipotesi che possiamo definire “colpa di organizzazione”, prevede, nel caso di reato commesso dai sottoposti, l’esclusione della responsabilità della persona giuridica quando l’ente “prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi”. Si richiede una concreta efficacia dei modelli, da intendersi come efficienza e funzionalità tali da garantire una ragionevole capacità di disinnescare le potenzialità criminali.

Dubbi. Ma da chi è nominato e formato l’organismo di controllo?

Ed ancora: i modelli di organizzazione vanno adeguati alla realtà della singola persona giuridica. Per poter “efficacemente” prevenire i reati devono mettere allo scoperto i punti deboli della società, magari individuare i reati in passato compiuti ma non emersi, ma anche evidenziare i meccanismi di funzionamento e di direzione che possono essere con più probabilità “macchiati da condotte criminose”. I compliance programs, ma soprattutto l’attività di documentazione, di ricerca e di stesura, può divenire persino una sorta di “confessione” (magari ex post) di talune condotte “poco” lecite. Forse, sarebbe opportuno, come riconoscenza dello Stato verso l’azienda per l’adozione dei modelli di organizzazione che promuovono “dall’interno” il rispetto della legge, la previsione del segreto durante tutta la fase di preparazione del codice etico dell’azienda[19]. Vi è anche da dire che, analizzando nel concreto i reati contro cui tale decreto si orienta, inevitabilmente si snatura la funzione e l’importanza dei modelli di organizzazione, inducendo oggi le aziende verso modelli esemplificati al massimo e aventi così ad oggetto la prevenzione dei soli reati previsti.

Ma fermiamoci un attimo. La prima sensazione che si ha analizzando il D. Lgs. disciplinante la “Responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, è che ci troviamo innanzi ad un importante (e in talune parti imponente) intervento del legislatore. Quando la struttura di un atto normativo ci trasmette questa sensazione viene naturale chiedersi: ma quali reati intende reprimere?

Sorpresa. Il decreto legislativo prevede la responsabilità (amministrativa) dell’ente esclusivamente per i reati di concussione, corruzione e frode. Non era così nella legge delega. Essa prevedeva una vasta gamma di reati, quali la tutela dell’ambiente, del territorio e della sicurezza nei luoghi di lavoro, magari non esaustiva delle potenzialità criminali degli enti, ma certamente più idonea a dare risposte concrete alle esigenze di politica-criminale sopra evidenziate. Spiegato il perché dell’imponente struttura normativa del decreto, si auspica che il novero di reati, già poco dopo ampliato in materia di falsificazioni connesse all’entrata in vigore dell’euro, verrà ulteriormente ampliato con l’emanazione della riforma del diritto penale societario.

Sanzioni. I problemi dogmatici, come abbiamo visto, non erano pochi. La persona giuridica è insensibile alla pena, inidonea a taluni strumenti coercitivi ed altri li rende ingiusti nei confronti dei terzi creditori o dei soci innocenti.

Il sistema sanzionatorio previsto dal decreto legislativo è parecchio corposo: sanzioni finanziarie, strutturali e stigmatizzanti.

Art. 9: “Le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono: la sanzione pecuniaria; la sanzione interdittiva; la confisca; la pubblicazione della sentenza…”.

Il sistema è sostanzialmente binario e coniuga la tradizionale pena pecuniaria (vicina al diritto amministrativo), con numerose sanzioni interdittive incapacitanti che evocano il sistema punitivo penale.

Due notazioni.

Il sistema, già così corposo nel decreto legislativo, prevedeva nella delega anche la chiusura temporanea dello stabilimento o della sede commerciale. Sanzione scomparsa, giustamente, a causa della mancata previsione, fra i reati ascrivibili all’ente, della tutela dell’ambiente.

Sistema commisurativo. Elogi al Governo. La delega del parlamento propendeva per il tradizionale sistema “a somma complessiva”. Tale sistema avrebbe portato nella pratica non pochi problemi. Nel contesto della disciplina sanzionatoria degli enti è di fondamentale importanza l’adeguamento della sanzione alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente. Per garantire questo, con il sistema voluto dalla delega, il giudice avrebbe dovuto fare ricorso all’art. 133bis del codice penale. L’articolo, imponendo al giudice di tener conto delle condizioni economiche del reo, prevede un aumento della pena pecuniaria sino al triplo o una diminuzione fino ad un terzo. Traslando tale previsione sulla forbice edittale contenuta nella delega, si conviene che le pene edittali diventano troppo ravvicinate tra loro ed inidoneo a garantire le funzioni proprie delle pene. Né è possibile sforare verso l’alto o verso il basso i limiti edittali imposti dalla delega[20].

Soluzione? Il modello commisurativo per quote adottato dal Governo (ricalcante il sopra menzionato sistema di tassi giornalieri tedesco).

Prima il giudice determina, in base ai tradizionali indici di gravità dell’illecito, l’ammontare del numero delle quote; poi, tenendo conto delle condizioni economiche della persona giuridica, determina il valore monetario della singola quota.

Con questo sistema, rigorosamente attuativo dei limiti edittali previsti dalla delega, la sanzione (da vedere nel suo complesso con le previsioni interdittive) esplica le funzioni ad essa proprie di prevenzione generale e speciale.

Simile, ma non uguale al sistema di tassi giornalieri tedesco. Il sistema di tassi si caratterizza per essere una pena di “durata”. Il sistema per quote, assolutamente innovativo per il nostro ordinamento e auspicabile di maggiore diffusione, invece non lo è.

Casi di riduzione della sanzione. Non nuova, per il nostro ordinamento giuridico, è la previsione che talune condotte o taluni fatti rilevino sulla commisurazione della pena da irrogare.

L’art. 12 prevede determinate ipotesi: quando l’autore ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio e l’ente non ne ha ricavato vantaggio; quando il danno è di particolare tenuità; se l’ente ha risarcito integralmente il danno o eliminato le conseguenze; ed ancora se è stato adottato un modello organizzativo idoneo a prevenire i reati della specie di quello verificatosi.

Nel caso di mancato vantaggio per l’ente la particolare tenuità ha ad oggetto non il reato, che anzi potrebbe essere non del tutto lieve, ma il grado di coinvolgimento dell’ente nell’illecito. L’ipotesi di danno di particolare tenuità, già presente nell’art. 62 c.p. e che ha trovato uso, più da recente, nel diritto penale dei minori e nella disciplina del giudice di pace penale, risponde ad evidenti ragioni di concretezza e giustizia sociale. Ragioni ancor di più condivisibili e auspicabili nel caso in cui l’ente si sia attivato nel compiere condotte riparatorie.

Analizzato il sistema sanzionatorio previsto, è corretto il nomen juris di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche?

Il sistema costruito dal decreto legislativo nella sua struttura è palesemente di stampo penalistico. Hanno carattere penale il principio di legalità e la disciplina delle successioni di leggi nel tempo. Ha carattere penale il sistema di imputazione. Ha carattere penale la validità spaziale delle norme. Ha carattere penale le sanzioni in esso previste. Ed ancora, soprattutto, ha carattere penale il giudizio adottato per irrogare la punizione.

La ricerca della natura della responsabilità prevista in questo decreto legislativo è sicuramente di primaria importanza per coloro i quali sono legati al brocardo societas delinquere non potest e per coloro i quali “usano” ma non “applicano” il diritto.

Se l’errato nomen juris  o l’impossibilità nel determinarlo può comunque reprimere condotte criminose angosciose per una società civile, che ben venga! Può solo essere un’altra, delle tante, incoerenza del sistema normativo.

Dott. Francesco Marcellino

fmarcellino@videobank.it

 

Note:

[1] Il principio societas delinquere non potest risale al diritto romano. Il diritto germanico, invece, configurava una responsabilità penale degli enti collettivi. Come anche il diritto canonico e in genere il diritto medievale.

[2] Affermazione del Giudice Brenner ed opportunamente richiamata da Stella – Criminalità di impresa: nuovi modelli di intervento in Riv. Italiana di Diritto e Procedura Penale, 1995.

[3] Come opportunamente riferito dalla relazione al Decreto Legislativo 231/01.

[4] Per una esaustiva analisi vd De Maglie – Sanzioni pecuniarie e tecniche di controllo dell’impresa in Rivista Ital. Dir. Proc. Pen. 1995.

[5] De Maglie, op. cit. pag. 94 e ss.

[6] Vd ancora l’ottima analisi compiuta da De Maglie in op. cit.

[7] Baysinger, Organization Theory and Criminal Liability of Organizations, in B. V. L. Rev. 1991.

[8] Bricola - Il costo del principio “societas delinquere non potest” nell’attuale dimensione del fenomeno societario”, in Riv. It., 1970.

[9] Stella, op.cit.

[10] De Maglie, op. cit.

[11] Pecorella – Societas delinquere potest in Riv. Giur. Lav., 1977, IV, 365

[12] In argomento vd Fiandaca-Musco, Diritto Penale parte generale, Zanichelli Terza Ed. p.142 e ss.

[13] Cass. 28 gennaio 1986, in giur. It., 1986, II, 417; Cass., 18 ottobre 1984, in Riv. Pen., 1986, 338. Ma anche con altri interventi recenti (vd Cass. N° 15570/96) la Suprema Corte ha indicato le condizioni essenziali perché la delega di poteri possa comportare anche la delega della responsabilità: 1) La forma scritta della delega; 2) la sua natura strutturale e non occasionale; 3) la sua specificità; la sua pubblicità; 4) la sua effettività; 5) le dimensioni dell’impresa; 6) la capacità e l’idoneità tecnica del soggetto delegato; 7) l’insussistenza di una richiesta di intervento da parte del delegato, o di un’ingerenza da parte del delegante; 8) la mancata conoscenza, da parte del delegante, della negligenza o sopravvenuto inidoneità del delegato (conseguenza della non ingerenza); 9) la necessità di una prova rigorosa dell’osservanza di tutte le condizione sopra indicate.

[14] Rimane però, anche alla luce della teoria organicistica, il problema della compatibilità della responsabilità penale delle persone giuridiche con il principio di colpevolezza inteso come responsabilità per fatto proprio colpevole.

[15] Affermazione posta nel progetto Grosso e riproposta nella relazione al Decreto Legislativo

[16] Vd il pregevole commento di De Maglie in Diritto Penale e Processo N°11/2001.

[17] Le università? La Croce Rossa?

[18] Per una compiuta analisi vd ancora De Maglie Dir. Pen. e Processo N°11/01.

[19] Il suggerimento circa la segretezza durante la fase di preparazione è ancora di De Maglie in Dir. Pen. e Processo N° 11/01.

[20] Vd Relazione al Decreto Legislativo in commento.