L’assegno di mantenimento quando l’ex coniuge guadagna di più

L’assegno di mantenimento quando l’ex coniuge guadagna di più

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia

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Quando il giudice ha riconosciuto al coniuge con il reddito più basso il diritto di percepire l’assegno di mantenimento e quantificato il suo ammontare, lo stesso può essere oggetto di revisione.

Si può aumentare o diminuire, oppure può essere soppresso dal tribunale.

Succede se dopo la sentenza di divorzio si verificano circostanze che determinano delle modifiche nel reddito dei due ex coniugi.

Le circostanze più comuni che fanno richiedere a uno dei coniugi una revisione sono il cambiamento, in meglio o in peggio, delle capacità economiche, la costituzione di un altro nucleo familiare oppure altre esigenze.

Lo stesso per il mantenimento diretto ai figli.

Spesso ci si chiede se l’assegno di mantenimento aumenta se l’ex guadagna di più.

La Suprema Corte di Cassazione di recente ha preso i considerazione l’argomento (Cass. sent. n. 25134/2018).

Al fine di comprenderne il significato bisogna fare prima spiegare come viene calcolato il mantenimento dovuto all’ex coniuge e ai figli.

A quanto ammonta il mantenimento all’ex coniuge

Si parla di assegno di mantenimento in relazione alla somma che viene quantificata dal giudice al momento della separazione.

L’importo dovrebbe riequilibrare le condizioni economiche dei due ex coniugi in modo che non ci siano disparità.

Il coniuge più “abbiente”versa una parte del suo stipendio a quello meno “abbiente”per fare in modo che i due abbiano lo stesso tenore di vita che avevano durante il matrimonio.

Si parla di assegno di divorzio in relazione alla somma che viene quantificata all’atto del divorzio, e le regole sono diverse.

Non c’è più l’esigenza di garantire lo stesso tenore di vita, equiparando i due redditi, ma di consentire al coniuge economicamente più “debole” di mantenersi in modo autonomo, garantendogli il sostentamento.

L’assegno di divorzio dovrà tenere conto del sacrificio fatto dal coniuge durante il matrimonio.

Se ha volontariamente rinunciato alla carriera per badare alla casa e ai figli, consentendo all’ex di concentrarsi sulla sua carriera.

In simili circostanze si verifica una sorta di rendita per le “casalinghe” con più di 50 anni che non hanno più possibilità di reimpiego.

Sempre secondo la Cassazione, l’assegno divorzile non spetta ogni volta che l’assenza di indipendenza economica da parte del richiedente deriva da colpa dello stsso per non essersi impegnato a cercare un lavoro.

Ad esempio, una giovane donna, con una formazione, che non partecipa a concorsi e non si iscrive al centro per l’impiego.

L’assegno di divorzio viene calcolato tenendo conto soprattutto delle capacità economiche di chi lo deve versare, della durata del matrimonio, della titolarità di redditi o altre fonti di ricchezza da parte del coniuge richiedente, compresa la disponibilità della casa coniugale, delle sue esigenze.

Quando la situazione patrimoniale dell’ex coniuge peggiora

In relazione all’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge, la Cassazione ha detto che il peggioramento della situazione patrimoniale del coniuge beneficiario può determinare una modifica dell’assegno.

Questo scatta in presenza di una diminuzione del reddito del coniuge avente diritto all’assegno dovuta alla decisione di andare in pensione (Cass. 3 agosto 2007 n. 1704) o di una situazione economica più precaria rispetto a quella dell’ex marito sopravvenuta alla sentenza di divorzio.

Quando la situazione patrimoniale dell’ex coniuge obbligato migliora

Se il reddito del coniuge obbligato aumenta è possibile un corrispondente aumento dell’assegno, a condizione che si tratti di un incremento legato alle aspettative maturate durante il matrimonio (Cass. 28 gennaio 2000 n. 958).

Significa che se l’innalzamento dello stipendio dipende da attività, e sacrifici, compiuti durante il matrimonio, che hanno manifestato gli effetti in un momento successivo, ed è possibile chiedere una revisione al rialzo dell’assegno.

Esempio

Tizio ha lavorato una vita come commesso in un negozio.

A dieci anni dal divorzio con Caia, la sua ex moglie, dopo una lunga gavetta, il titolare del centro commerciale decide di promuoverlo a responsabile vendite e gli raddoppia lo stipendio.

L’aumento dello stipendio di Tizio determinerà anche un aumento dell’assegno di mantenimento a favore della sua ex moglie Caia.

Al contrario, se il miglioramento della situazione patrimoniale del coniuge obbligato dipende da fatti accaduti dopo il divorzio non si avrà nessun aumento dell’assegno di mantenimento.

Esempio

Una tizio dopo una vita come cassiere, decide di dimettersi dal lavoro.

Quando decide di avviare la sua attività si è separato da tre anni.

A distanza di altri cinque anni, gli affari iniziano vanno molto bene e l’ex moglie chiede un aumento dell’assegno di mantenimento.

La sua richiesta viene rigettata dal tribunale perché il miglioramento della condizione economica di Rocco non dipende da un’aspettativa maturata durante il matrimonio, ma da un’iniziativa successiva.

Eredità all’ex coniuge obbligato

Un tipico esempio di miglioramento delle condizioni economiche dell’ex coniuge obbligato a versare il mantenimento può essere una sopravvenuta eredità che ne abbia aumentato il patrimonio. In simili casi, il giudice aumenta l’assegno alla moglie, sprovvista di fonti adeguate ritenendo che i beni (anche se pervenuti dopo la separazione) devono essere presi in considerazione per valutare della capacità economica del coniuge onerato (Cass. 17 gennaio 2014 n. 932).

Quando il mantenimento aumenta in favore dei figli

Le regole scritte sopra possono essere applicate anche all’assegno di mantenimento in favore dei figli.

Con una differenza importante, la quantificazione di questo importo è rivolta a garantire ai figli lo stesso tenore di vita del quale godevano quando i genitori stavano ancora insieme.

Questo assegno va versato sino a che i giovani non raggiungono l’indipendenza economica.

Di recente, la Suprema Corte di Cassazione  ha detto che il giudice non può aumentare l’assegno di mantenimento in favore del figlio basandosi esclusivamente sulla notevole disponibilità economica del padre, senza guardare alle sue reali esigenze.

La via corretta da seguire, oltre all’indagine sui bisogni del minore, era anche la comparazione dei redditi di ognuno dei genitori e delle loro risorse.

Al fine dell’assegno il giudice deve tenere in considerazione gli elementi che vanno dalle esigenze del figlio, al tenore di vita da lui goduto durante la convivenza con i genitori.

Nel giudizio si tiene conto anche dei tempi di permanenza presso ognuno di loro e la valenza economica dei compiti domestici e di attenzione posti in essere.

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Concas Alessandra

Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere, alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.


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