La violenza sessuale, il femminicidio, lo stalking al maschile e al femminile: intervista alla dott.ssa Michela Capone, magistrato presso il Trib. dei minori di Cagliari

La violenza sessuale, il femminicidio, lo stalking al maschile e al femminile: intervista alla dott.ssa Michela Capone, magistrato presso il Trib. dei minori di Cagliari

Alessandra Concas Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia

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La violenza sessuale, il femminicidio, lo stalking, sono reati balzato di recente sulle prime pagine delle cronache, abbiamo pensato di parlarne per cercare di vedere come sia reale situazione dal lato normativo e sociale, e lo abbiamo fatto con la dott.ssa Michela Capone, magistrato presso il Tribunale dei Minori di Cagliari. 

Dott.ssa Capone, le rivolgerei subito questa domanda:

la violenza sulle donne ieri e oggi, che differenze si rilevano?

È una domanda abbastanza complessa prima di tutto primo bisogna capire che s’intende per ieri.

Nonostante questo fenomeno stia adesso veramente prendendo piede e che vede una donna sempre più vittima, io credo che nei periodi passati la donna si è molto rafforzata, è diventata molto più reattiva, ha acquistato socialmente delle posizioni che prima non aveva, e questo penso sia anche la base di certi fenomeni reattivi di chi le sta a fianco, in particolare amanti, fidanzati, mariti, compagni di vita.

Nei tempi andati la donna aveva un ruolo sociale marginale, era imbrigliata nel suo ruolo di madre, nel suo ruolo di moglie, non votava, non poteva accedere a certe carriere, era fondamentalmente più rassegnata, però devo dire che nei tempi andati nei confronti della donna con quelle caratteristiche c’è anche un grande rispetto.

Immaginiamo una donna dei tempi andati che tradiva il marito, il marito uccideva l’amante, era difficile che rivolgesse atti di violenza inaudita nei confronti della moglie, invece adesso si assiste al dilagare della violenza anche fisica.

In che modo è cambiata questa situazione?

La donna ha acquistato nel tempo una forza che la vede reagire in un certo modo agli atti di sopruso e farsi spazio anche nell’ambito della famiglia dal punto di vista lavorativo nell’ambito di scelte personali, come per esempio lasciare la famiglia, lasciare i figli, scegliere un altro compagno, un altro marito, e questo evidentemente scatena in chi le sta a fianco una reazione di non accettazione e di prevaricazione violenta, che sta crescendo sempre di più perché è favorita anche da una sorta di involuzione sociale.

Quando si affronta la questione della violenza sulle donne in genere la si spiega dicendo che la donna è oggetto sessuale, sentimentale, e l’uomo la manipola, quando non riesce ad avere su di lei un dominio, “o con me o senza di me”.

In realtà questo succede, è ancora così, ma non è esclusivamente così, perché il fenomeno dilagante della violenza sulle donne è un fenomeno che ha varie radici, ha radici anche in una società che presenta delle tematiche che prima non c’erano.

Adesso c’è la crisi economica, la mancanza di lavoro che determina nella famiglia una profonda crisi, immaginiamo le separazioni, quello che comporta e che concretamente porta una separazione nell’ambito familiare, c’è una difficoltà dei protagonisti di queste vicende familiari difficili, una difficoltà a gestire le vicende, e soprattutto a gestire le relazioni, viviamo in una società che è sempre più povera dal punto di vista della relazione, abbiamo la caratteristica di contrattualizzare i sentimenti, “io faccio perché tu fai”, “io ti do perché tu mi dai”.

Quando questa relazione così impostata non risponde alle nostre aspettative c’è una reazione che spesso è una reazione violenta.

Quali sono i fattori che generano una simile situazione?

L’ineguaglianza, la discriminazione, l’insofferenza, l’impazienza, sono fattori tipici del nostro tempo che quando vanno a toccare la relazione uomo donna, si possono trasformare in prevaricazione fisica e psicologica e in atti di violenza che all’eccesso portano a quello che vediamo:

omicidi, soprattutto omicidi che non sono esclusivamente omicidi maschili nei confronti delle donne, spesso le donne uccidono gli uomini, e le donne uccidono i figli, questo fenomeno va attentamente studiato nella società nella quale viviamo, studiando le questioni relazionali di comunicazione, di sofferenza, di crisi economica e sociale, che possono portare a questi abominevoli risultati.

Perché è riduttivo dire che questi sono dei diritti che dipendono esclusivamente dal fatto che la donna è ancora oggetto di “amore malato” da parte dell’uomo.

Perché in realtà si finisce per individuare correttivi sbagliati, si dice che per evitare questo la donna deve cambiare il suo modo di essere, si deve difendere cambiando aspetti di personalità femminile che possono essere in qualche modo agevolatori di una certa mentalità maschile.

Quello che secondo me deve passare, è che siamo esseri liberi, che abbiamo la libertà di essere donne anche eccentriche, anche molto donne, con le gambe fuori, con la bocca rifatta, con il seno rifatto, possiamo avere il piacere di esibirci in televisione, ma nessuno ci deve toccare, bisogna stare molto attenti perché non deve passare il messaggio che una donna si deve trasformare per essere rispettata, se siti gode se stessa come vuole e non fa del male a nessuno nessuno le deve fare del male.

Il vocabolo femminicidio è corretto ?

La parola femminicidio, viene usata emotivamente per descrivere questi fenomeni ed è una parola brutta.

Il femminicidio è di sicuro frutto di una discriminazione, di una ineguaglianza, e favorisce questo tipo di discorso.

Il femminicidio è un fenomeno che descriviamo così emotivamente.

Non deve essere sfruttato come una categoria di reato che non ha assolutamente significato.

L’omicidio aggravato esiste già, ed è grave sia quando a commetterlo è un uomo sia quando a commetterlo è una donna, dobbiamo combattere la discriminazione anche quando ci mettiamo a spiegare questo tipo di fenomeno, perché in modo diverso è come il gatto che si morde la coda, ritorniamo a quella discriminazione che vogliamo evitare e che è alla base di questo tipo di realtà.

Quindi feminicidio è improprio, come e quando èstato introdotto?

È un vocabolo che è stato coniato di recente nel vocabolario non esiste, più che improprio bisogna stare attenti a non abusarne, perché emotivamente descrive, è un termine che deve essere usato secondo me descrittivamente, con i limiti che ho detto, cercando di fare un discorso più ampio contro la violenza, che a parte le violenze di genere, in ogni caso è una cosa deplorevole, sia nei confronti degli uomini sia nei confronti delle donne, sia nei confronti degli omosessuali, nei confronti di chiunque.

Se non combattiamo contro la violenza come un meccanismo della nostra vita relazionale perdiamo qualcosa, deve essere di sicuro affrontato come un fenomeno, ma non dobbiamo ricadere nell’errore che lo genera, che è proprio la discriminazione.

In che consiste la Convenzione di Istanbul?

La Convenzione di Istanbul è stata ratificata, è un trattato internazionale, vincolante per gli Stati che l’hanno firmata e che la ratificheranno, è un documento molto completo, molto profondo, diretto agli Stati perché approntino le misure per arginare il fenomeno della violenza sulle donne, che è soprattutto violenza domestica.

E’ una Convenzione ad ampio respiro, perché parte di sicuro dal fenomeno della violenza sulle donne, però combatte la violenza sui diritti umani, ecco perché bisogna sempre superare il limite nel quale spesso incorriamo nell’affrontare questa questione.

La violenza sulle donne è frutto di discriminazione, è violazione dei diritti umani, Istanbul sembra dirci che ci dobbiamo impegnare, noi stessi, i singoli, non esclusivamente lo Stato, per trovare un altro modo di vivere, educare anche i ragazzi alla non violenza, perché Istanbul si rende conto che questo fenomeno è stato agevolato da una involuzione sociale, da una società nella quale le relazioni sono improntate alla diseguaglianza, alla discriminazione, alla prevalenza del forte sul debole dal punto di vista ideologico è fisico, è una società nella quale sono caduti dei valori fondamentali, che sono quelli dell’ascolto dell’altro, un mondo che vede canali di comunicazione non improntati alla parola ma alla prevaricazione.

Basta vedere la televisione, come comunichiamo c’è violenza, e Istanbul parte proprio dall’educazione del singolo a recuperare dei meccanismi di convivenza non violenti, perché questi favoriscono indubbiamente il fenomeno della violenza sulle donne, della violenza sui più deboli, Istanbul fa anche riferimento a questo.

Quale è la sua importanza, anche in riferimento alla ratifica da parte della Camera dei Deputati in Italia.

È un trattato di grande importanza perché impegna gli Stati a studiare questi fenomeni, a studiarli a livello statistico, a studiarli nella loro eziologia e approntare urgenti misure di prevenzione del fenomeno, di protezione della vittima e di perseguibilità effettiva dei colpevoli, laddove perseguibilità non è intesa esclusivamente nell’innalzare le pene di questi reati che sono connessi alla violenza sulle donne, violenza sessuale, stalking, dei reati che stanno attorno a questo fenomeno, perché Istanbul si rende conto che non può essere l’unico rimedio, in relazione alla risposta che si da alla vittima.

“Io apprezzo che la lesione che tu hai patito è così grande, così grande che rispondo con una pena elevata”, e le pene sono ancora molto basse per i reati di violenza sessuale, e di stalking.

In termini di perseguibilità dice che bisogna cambiare qualcosa riguardo la perseguibilità a querela, di certi reati, che danno troppo peso alla vittima nel momento nel quale si appresta denunciare, e le danno anche la possibilità di ritirare la querela.

Istanbul dice che gli Stati a volte dovrebbero emanare delle leggi che impediscano la ritrattazione, cioè la vittima non può ritirare, basta quella per poter innescare un procedimento penale.

Ma dice anche che bisogna avere molta attenzione all’autore di questi reati, dal momento nel quale manifesta l’intenzione criminale, quando non è ancora né indagato imputato, e bisogna immediatamente tenerlo d’occhio, proprio per evitare che diventi indagato o imputato di reati gravissimi come ad esempio l’omicidio.

Una volta che questi reati vengono commessi, dice Istanbul, gli Stati devono fare in modo che nel momento nel quale si sconta la pena, essa debba essere davvero rieducativa, perché se non si riducano questi soggetti che hanno commesso questi gravi reati, nel momento nel quale usciranno, andranno in conto automaticamente alla recidiva, anche quando in carcere si comportano bene, perché sono reati che poggiano sul disturbo della personalità e devono essere curati in modo adeguato.

Una cosa è comportarsi bene in carcere, una cosa è rimuovere quei disturbi che hanno portato una persona a commettere questi reati.

Non significa che ciascuna persona che commette questi reati sia malata mentale, sono reati che nascono dal nulla, nascono spesso dalla tossicodipendenza, da un disagio interiore gravissimo che deve per forza essere studiato perché altrimenti si ripete il male.

Istanbul ci dice che le persone che hanno commesso questi reati devono essere tenute d’occhio, devono essere curate, devono risolvere le difficoltà di trattenere gli impulsi, le difficoltà di accettazione della frustrazione, e vanno presi in considerazione, perché altrimenti quando escono, (ed escono, perché per esempio in Italia le pene sono basse), il rischio di recidiva è davvero alto.

Le donne sanno che prima o poi il loro aguzzino uscirà, è una consapevolezza che non sarà curato, e anche attraverso il contatto con la vittima a tempo debito, a monte non denunciano perché hanno paura delle ritorsioni.

Istanbul è stata molto, molto attenta a questa questione, che è collegata alla prevenzione, alla quale si arriva quando la donna dai primi sintomi ha il coraggio di abbandonarsi con fiducia alle Istituzioni.

In certe Nazioni, come per esempio l’Inghilterra, la donna quando inizia denunciare le molestie, ol le percosse, manifesta la sua paura attraverso questi reati che sono reati sentinella, sui quali si deve assolutamente porre l’accento quando una donna va in una caserma, non bisogna rimandare a casa la vittima tanto la situazione si sistema, bisogna tenerla presente al di là delle vicende processuali.

In Inghilterra la seguono dal primo momento, delle prime avvisaglie, così come in altri Paesi seguono l’aguzzino da subito, dai primi atti che non lo vedono subito responsabile di gravi reati come la violenza sessuale, lo stalking, l’omicidio, lo seguono subito da vicino.

In tema di cooperazione di studio tra Stati, bisogna approntare misure di questo tipo, le donne devono essere rassicurate indipendentemente dal processo che ci può essere, non ci può essere, quello dipende, ma devono avere indubbiamente la certezza che qualcuno le sta a fianco, così possono continuare ad affidarsi alle Istituzioni e denunciare sempre di più quello che succede tra le mura domestiche, con il compagno o con l’amante.

Il reato di stalking, in che consiste?

Lo stalking rappresenta una importante novità, è un reato nuovo che esiste da poco.

Nell’ambito del lavoro dell’Italia dal punto di vista legislativo, lavoro apprezzabile, perché ha fatto molte cose dal punto di vista del diritto processuale, del diritto penale, che le donne neanche sanno. Non sanno che la violenza sessuale ormai è un reato contro la persona, non sanno che anche se è perseguibile a querela hanno sei mesi di tempo e non tre, non sanno che l’aguzzino non può avere la sospensione condizionale, non può avere l’indulto, che per la violenza sessuale c’è la possibilità di emettere misure cautelari.

Ci sono molte novità che sono state introdotte nei nostri codici e le donne non lo sanno completamente, forse non sanno neanche che cosa è il reato di stalking, che è stato inserito proprio per proteggere la persona dagli atti persecutori e ossessivi di un’altra persona.

Lo stalking è un reato complesso, dove la violenza è una componente, è una forma di violenza gravissima dal punto di vista psicologico che cambia la vita in ossessione persecutoria di un soggetto nei confronti di un’altra e fa vivere la vittima in una paura costante.

Lo stalking è ancora un reato punito a querela, diventa perseguibile d’ufficio quando è già robusto, ci sono sempre sei mesi per presentarla però non è una querela irrevocabile come la violenza sessuale, bisognerebbe cambiarlo anche in questo senso, è un reato ancora punito con poco perché arriva a sei anni, è un reato gravissimo, di grave violenza, dove la violenza ha una grande componente che può tra l’altro essere un’aggravante in caso di omicidio, di violenza e di violenza sessuale.

È una grande novità sulla quale però bisognerà ancora lavorare, come per gli altri reati che sono protagonisti del fenomeno della violenza sulle donne, è il massimo che un essere umano può fare a un altro, sia un uomo nei confronti di una femmina sia una femmina nei confronti di un uomo, è una ingerenza violenta nella vita, che costringe a cambiare la propria esistenza e a vivere nell’inferno costante, a volte anche nella paura di essere ammazzati.

Che differenza c’è tra lo stalking commesso da un uomo e quello commesso da una donna?

Le pene sono uguali, le pene per i reati vengono circostanziate, e magari si valuteranno elementi del fatto di maggiore o minore gravità indipendentemente dal fatto che l’autore sia un uomo o una donna, non c’è questa differenza.

Le modalità esplicative concrete attraverso le quali si consuma lo stalking, possono essere diverse perché un uomo lo commette in un certo modo, spesso anche sfruttando la sua posizione di forza fisica che è in natura, (statisticamente sono più forti di noi), oppure sfrutta i ricatti che possono essere economici, perché c’è una fetta di popolazione femminile che è ancora economicamente più debole, il nostro codice vale per tutti, non c’è una distinzione.

Se ne parla meno ma esiste, è lo stalking al femminile, ce ne può parlare?

Bisogna vedere caso dopo caso, non dobbiamo interpretare il codice penale per stima prefissata.

La donna sa essere autrice di stalking e lo può essere sia nei confronti di un uomo sia nei confronti di un’altra donna.

La donna forse agisce più dal punto di vista psicologico, perché ha degli strumenti personali che la preparano meglio a un certo tipo di prevaricazione che forse è più psicologica che fisica, ma niente toglie all’eventualità che una donna che abbia anche una forza fisica e la possa sfruttare nei confronti di un’altra donna o anche nei confronti di un altro uomo che magari è più debole.

Noi viviamo in un mondo caratterizzato da violenza, da prevaricazione, da insofferenza, da relazioni vuote ma improntate alla prevaricazione in ogni senso.

Quale di queste tipologie di violenza si verifica più di frequente?

Non sono preparata a rispondere statisticamente, perché statistiche vere e proprie non ne sono state fatte neanche per la violenza sulle donne, adesso è un fenomeno che ci riguarda molto.

L’Italia è stata richiamata dalle Nazioni Unite, se leggiamo un giornale e contiamo gli omicidi uomo uomo, uomo donna , sono quasi allo stesso livello come numero, oggi ci fa più effetto l’omicidio dell’uomo nei confronti delle donne perché l’ Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un dato in Europa e nel mondo, secondo il quale la prima causa di morte della donna è l’omicidio da parte del proprio uomo, ma questo non toglie che ce ne siano altrettanti e altrettanto gravi di uomo nei confronti di uomo e anche di donne confronti di uomini e di donne nei confronti dei figli, fa parte di un panorama degradato della nostra società.

A livello regionale, in riferimento alla Sardegna, come è la situazione?

Penso che ormai dappertutto se ne parla molto, penso che i media abbiano una responsabilità nella agevolazione della diffusione di questi fenomeni.

Sono del parere che non se ne deve parlare in qualunque modo, ma se ne deve parlare con intelligenza.

Credo che la comunicazione, l’informazione, debba essere studiata da psicologi e sociologi che devono insegnare al giornalista televisivo e a chi scrive su un giornale a farlo in un certo modo.

Perché?

Perché oggi di questi fenomeni se ne parla quasi in modo quasi gossipato, per fare notizia, c’è l’intento di colpire la gente, questo forse non va bene perché sono dei modi di diffusione delle notizie che sono poco rispettosi nei confronti delle vittime, mettono in piazza la loro vita anche quando non ci sono più, e Istanbul richiama questo, rispetto anche nel modo nel quale si dà la notizia.

A seconda di come vengono rappresentate, in modo crudo, stimolano in qualche modo l’emulazione e scoraggiano la donna perché poi tutti i salmi finiscono in gloria, l’aguzzino se la cava con una pena ridotta e magari non viene neanche condannato, la donna non ce la fa, o muore o non ottiene giustizia.

Questo modo di fare informazione per questo tipo di fenomeno deve essere studiato, perché il dire la verità in un certo modo può danneggiare, ma può aiutare il fenomeno in qualche modo. Ammettiamo che l’uomo assista a una trasmissione o legga certi articoli e dica:

“tanto ho sempre la possibilità di cavarmela”.

La donna dice:

“io perirò sempre quindi che me ne importa”.

Noi siamo il Paese dello stupore, vogliamo suscitare stupore, perché questo ci fa vendere, ci fa ascoltare la trasmissione, siamo il Paese degli spot pubblicitari, e per combattere questo fenomeno non è assolutamente sufficiente che un personaggio dello spettacolo dica:

“donne se il vostro uomo vi picchia non vi ama”, perché la donna che arriva a sopportare questo tipo di prevaricazione fisica, sessuale, psicologica, spesso è una donna innamorata e schiava di un sentimento così forte anche se ammalato, e così prevaricatore sulla sua persona, che per liberarsene ha bisogno di tante cose, di azioni strutturate, psicoterapeuti che dovrebbero scattare immediatamente dalle prime denunce, dai primi tentativi di coraggio.

Uno spot pubblicitario che in ogni caso può avere il risultato di far vedere che della questione se ne parla non può bastare, e soprattutto non può bastare un’informazione gossipata, un’informazione che suscita orrore e condanna, ci deve essere un’informazione diretta soprattutto a fare acquistare alla donna fiducia nelle istituzioni, un’informazione che sia informazione, la donna deve sapere quali diritti ha, quali strumenti ha, come li può esercitare e che lo Stato è dalla sua parte.

Se si rappresenta uno stato che fallisce sempre, perché l’aguzzino o non viene condannato o scappa e la donna muore, le donne si ritireranno sempre di più nel loro cantuccio e saranno destinate ad essere vittime inesorabilmente.

Lei di recente ha scritto un libro, “per sempre lasciami” la storia vera di una ragazza che ha subito gli abusi del padre quando era minorenne, siamo nell’ambito della violenza domestica, ci può dire come nasce questo libro?

Il libro nasce dalla volontà della ragazza che me lo ha chiesto, e ci dobbiamo chiedere perché me lo ha chiesto, perché me lo ha chiesto una donna che oggi ha trent’anni, che ieri era una ragazza di quindici, ha avuto il coraggio di denunciare suo padre, che è stato poi condannato.

Me lo ha chiesto perché evidentemente era disperata, perché evidentemente era stata ascoltata in maniera inadeguata, perché non è stata né prima né durante né dopo il processo.

Istanbul raccomanda questo, la tutela della vittima a trecentosessanta gradi, prima , durante e dopo il processo, e non esclusivamente come vittima.

Questa ragazza è frutto di una legislazione carente sotto questo aspetto, lei è stata seguita da ragazzina, è stata allontanata dalla famiglia, è stata curata come vittima perché dicesse la verità, ma non è stata curata come persona, non è stata curata nel dolore che ha provato quando stava diventando coraggiosa, e dopo che il processo è finito non è stata aiutata a sopportare il dolore, perché le donne che denunciano soffrono, essendo legate dai sentimenti a una famiglia che merita il perdono dopo l’processo, e le donne devono essere aiutate dopo.

Questa ragazza non lo è stata, ha gridato attraverso questo libro il perché nessuno l’abbia aiutata a sopportare quello che soffriva per avere fatto condannare suo padre, per avere avuto il coraggio di denunciare.

Una volta calato il sipario sul processo si è ritrovata in strada e ancora oggi che a trent’anni, lotta per sopravvivere.

Lo Stato forse si dovrebbe assicurare che le vittime del reato dopo il processo, vengano reinserite socialmente, ci vogliono delle corsie preferenziali nel lavoro, un ristoro anche economico.

Noi abbiamo un fondo delle vittime di reati sessuali che è rimasto lettera morta, Istanbul dice che lo Stato deve risarcire queste persone, perché quando l’aguzzino non può risarcire, come nel caso di questa ragazza che il padre era povero, è un danno gravissimo, la morte dell’anima, lo Stato se ne deve fare carico, attraverso una somma risarcitoria.

Questo avrebbe aiutato la ragazza protagonista del libro a non trovarsi in strada e a non dovere urlare quello che ha passato attraverso un libro scritto da un magistrato che ha incontrato non come magistrato, ma come persona umana che le ha offerto una mano d’aiuto, lei ancora oggi trentenne, è in difficoltà nella vita quotidiana, perché avrebbe bisogno di psicoterapia per potere rielaborare il suo passato e le strutture pubbliche non glielo garantiscono.

Uno psicoterapeuta privato costa molto, e lei che fatica per mangiare non se lo può permettere. Attraverso le sue parole, si capisce che patisce una vittima anche coraggiosa, e attraverso il libro apprezziamo quello che ci dice Istanbul, protezione delle vittime di reato prima, durante e dopo il processo, indipendentemente dalla loro veste di vittima, come persone.

E’un grande richiamo questo di Istanbul, lo Stato italiano si dovrà mettere a lavorare prima che la Convenzione sia attiva, ci vuole del tempo e non dobbiamo aspettare.

Le Nazioni Unite hanno richiamato l’Italia perché adottasse misure urgenti per contenere questo fenomeno della violenza sulle donne, della violenza domestica, non ha detto “devi aspettare che Istanbul sia ratificata”, lo devi fare subito.

Il provvedimento sarà attivo con la ratifica di dieci Stati firmatari, l’Italia è il quinto, e deve assolutamente agire con misure legislative organizzative e socioculturali urgenti per arginare questo tipo di fenomeno, deve rivedere il codice, deve ristrutturare reati, deve approntare degli strumenti organizzativi che mettano in collaborazione gli enti sociali e giudiziari perché collaborino per agire subito ai primi segnali, non bisogna aspettare che il processo si instauri per la commissione di un reato grave, bisogna agire subito.

Si devono adottare anche delle misure di carattere educativo, Istanbul dice in sintesi , “educhiamo i ragazzi”, “educhiamoli non esclusivamente al rispetto della donna”, “educhiamoli alla non violenza”.

Lo Stato deve fare ancora molto, ci deve essere uno Stato sociale presente a trecentosessanta gradi, dipende anche dal fatto che le leggi finanziarie sino adesso hanno trascurato lo Stato sociale, non si può non trascurare che ci siano dei consultori familiari con pochi operatori, servizi sociali con pochi operatori, forze dell’ordine sguarnite e non preparate, assistenti sociali non preparati, giudici non preparati, bisogna assolutamente agire urgentemente prima che questa mattanza continui.

In riferimento al ricavato dalle vendite, vorrei sottolineare chei proventi andranno alla protagonista, che ci può dire a riguardo?

Il ricavato andrà alla protagonista, è un aiuto che io le ho voluto dare.

L’Italia è il paese del volontariato, che è bellissimo, ma non è ammissibile che certe questioni vengano risolte attraverso il buon cuore, c’è anche l’altra faccia della medaglia.

Quando in ambito sociale si delineano dei fenomeni di debolezza sociale, c’è da un lato il volontariato, che può anche fare danno, perché se il volontariato significa persone specializzate che aiutano, bisogna vedere come vengono scelte, che competenze hanno, e c’è l’altro fenomeno, il fenomeno del falso buon cuore, il fenomeno delle donne potrà diventare business perché siccome i centri antiviolenza sono pochi, le case rifugio sono poche, se lo Stato italiano non agisce e compensa questa carenza che è gravissima, in Europa siamo gli ultimi, succederà che accanto al volontariato del vero buon cuore ci sarà il falso buon cuore, coloro che mangeranno la foglia e che apriranno le case rifugio private, che vedranno impegnati psicoterapeuti privati, che daranno aiuto e garantiranno la salvezza esclusivamente a chi se la può permettere, sovvertendo i principi fondamentali di uno Stato democratico.

E’urgente che l’Italia segua la raccomandazione delle Nazioni Unite, non bisogna aspettare che Istanbul sia attiva, perché ci vorrà del tempo, cominciamo a leggercela e seguiamo pari pari quello che dice, perché è un trattato che delinea un quadro giuridico eccellente per fronteggiare questo fenomeno, quindi al lavoro.

Riservandoci di ritornare su questi argomenti in un’altra occasione, ringraziamo la dott.ssa Michela Capone.

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