L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro..

L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro..

Mancuso Raffaele

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La nostra Carta Costituzionale, come primo tra i principi fondamentali recita “ L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro..”(art.1); identifica poi il lavoro come “valore sociale”, definizione da cui nasce come dovere tra gli altri, una tutela del lavoro “..in tutte le sue forme ed applicazioni..”(art. 35), e come conseguente riconoscimento, il diritto del lavoratore “.. a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di infortunio, malattia ed invalidità..”(art. 38); viene affermato inoltre, a tutela della persona del lavoratore “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”(art.32): il diritto alla salute essendo indisponibile ed inalienabile comporta conseguentemente il diritto/dovere del lavoratore di sottoporsi alle visite periodiche obbligatorie e l’obbligo al corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale; considerato dalle nuove normative di derivazione comunitaria perno e beneficiario del sistema prevenzionale e riparatorio, al lavoratore deriva anche uno specifico dovere di partecipazione alla realizzazione del sistema “sicurezza e prevenzione” e dei meccanismi di tutela dei luoghi di lavoro, facendone così un attore “obbligato” costantemente condizionato e condizionante nella sua partecipazione dalla formazione e informazione ricevute. Ed ancora “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà, alla dignità umana”(art. 41): il principio della libera iniziativa economica incontra dunque come limiti il contrasto con l’utilità sociale da cui le norme a protezione dell’ambiente e della lesività dell’individuo, la sicurezza da cui le norme che limitano alcune lavorazioni, con la libertà da cui le norme che regolano l’orario e le condizioni di lavoro, con la dignità umana da cui le norme che disciplinano il trattamento dei dati personali e vietano le discriminazioni.

Da questo riconoscimento del primato della salute e sicurezza rispetto alle esigenze della produzione, deriva allo Stato il compito di promuovere, regolamentare, garantire e controllare le varie attività lavorative ed il compito della tutela della persona fisica e della personalità morale del lavoratore, che nello svolgimento della sua opera, viene inserito in un ambiente di lavoro inteso come organizzazione produttiva fatta di fattori naturali ed artificiali, come ritmi e tempi di lavoro, locali d’impresa, macchinari di produzione e materie di lavorazione; questo spiega lo sviluppo ed il perfezionamento della materia attraverso un sistema normativo di natura pubblicistica, anche per quel che riguarda il profilo previdenziale ed assicurativo.

Obiettivi questi, presenti fin dall’origine nel nostro ordinamento positivo, già dai decreti di fine secolo scorso, riguardanti la tutela di varie categorie di lavoratori, il più importante dei quali fu il R.D.18 giugno 1899 n.230 sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, e che rappresentano anche la prima forma di disciplina del lavoro subordinato.

La tutela della salute ha sviluppato un sistema organico d’assicurazioni sociali contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, le cui basi fondamentali si possono ritenere i testi unici 31 gennaio 1904 n.51, 17 agosto 1935 e 30 giugno 1965 n. 1124.

Grazie a questi interventi normativi, i lavoratori addetti a quelle lavorazioni potenzialmente pericolose o nocive, vedono tutelato il diritto ad essere assicurati contro gli eventi dannosi alla loro capacità psico-fisica o attitudine al lavoro anche in caso fortuito, e cioè indipendentemente dalla colpa del datore di lavoro o di loro stessi.

Si riconosce così il principio del rischio professionale in sostituzione alla colpa nell’istituto della responsabilità civile dell’imprenditore, che in disposto con l’obbligo assicurativo, spiega l’esonero del datore di lavoro dal risarcimento degli eventuali danni di infortunio o malattia professionale, incorsi al lavoratore: è infatti l’ente assicuratore chiamato all’indennizzo del danno, con risarcimenti che vanno da una indennità a copertura del periodo di sospensione dalla prestazione di lavoro ad una rendita nel caso in cui l’evento dannoso comporti per il lavoratore una inabilità permanente al lavoro.

C’è quindi nel nostro ordinamento un collegamento tra rischio ambientale e rischio professionale sotto il profilo della riparazione del danno.

Per quel che concerne la prevenzione individuiamo le norme più significative in quelle relative all’organizzazione e all’ambiente di lavoro, dal fondamentale articolo 2087 (tutela delle condizioni di lavoro) del codice civile all’ art.9 ( tutela della salute e dell’integrità fisica) L. 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto dei Lavoratori) fino al D Lgs. 19 settembre 1994 n.626 successivamente modificato e integrato dal D. Lgs. 19 marzo 1996 n. 242 emanato in attuazione della Legge delega 19 febbraio 1992 n. 142, detta anche legge comunitaria in quanto recettiva della Direttiva quadro n. 89/391 della CEE del 12 giugno 1989 sulla sicurezza del lavoro e di ben altre sette Direttive CEE ad essa collegate, riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro. In ultimo il commentato Testo Unico sicurezza sui luoghi di lavoro.

Conseguentemente a quanto detto e considerato il riconoscimento costituzionale dei beni tutelati, ne consegue un articolato impianto normativo, fatto di combinati disposti delle singole norme esistenti, a disposizione della giurisprudenza, in caso di danno per la tutela del lavoratore leso, invocabile tanto in sede civile che penale.

Difficili problematiche si aprono allora per l’interprete fin dalla valutazione dell’elemento soggettivo della fattispecie, da cui deriva in relazione ai reati di lesione (fino all’ipotesi peggiore dei casi di omicidio), la competenza del merito ed il regime di procedibilità da intraprendere in virtù della più generale questione relativa al rapporto tra dolo eventuale e colpa cosciente ed ancora del nesso causale per cui il verificarsi di una malattia o lesione obbiettivamente ed oggettivamente rilevabile, possa ritenersi conseguenza di una perdurante esposizione del lavoratore ad agenti nocivi sul luogo di lavoro, anche nel caso si tratti di condotte persecutorie e/o vessatorie come nel caso delle vittime di “mobbing”. Questo fenomeno oggi riconosciuto tra le malattie professionali ex D.P.R.30 giugno 1965 n.1124, si configura come delitto alla persona punito penalmente a titolo di dolo ex artt. c.p. 577 e 590, 594 e 595 (ingiuria e diffamazione), 323 (abuso d’ufficio) e 328 (omissione di atti d’ufficio), 610 (violenza privata) e 660 (violenza e disturbo alle persone) e dell’art. 572 (maltrattamenti) oltre le già note molestie sessuali con conseguente responsabilità in capo al datore di lavoro ( se non risulta che egli si è mosso facendo tutto quanto in Suo potere per evirarlo), preposti, dirigenti oltre al medico competente.

 

La tutela civile.

Il nostro codice civile ( R.D. 262/42) regola i rapporti tra i cittadini.

La tutela “civilistica” del lavoratore leso, può determinarsi sotto il duplice profilo risarcitorio ex artt. c.c. 2087 (che afferma la responsabilità contrattuale del datore di lavoro), 2043 (che considera invece la responsabilità extracontrattuale del datore di lavoro), 1218 (responsabilità del debitore) nonché 1175 e 1375 (principi di correttezza e buona fede), e riparatorio/ripristinatorio (riassunzione o ricostruzione della posizione aziendale del lavoratore) ex art. 18 L.300/1970 (Statuto dei lavoratori).

– L’ART. 2087 c.c.: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Da questo articolo del codice civile, deriva al datore di lavoro un obbligo di protezione della persona del lavoratore speciale ed autonomo, con una previsione molto flessibile ed ampia che impone, non solamente ed ovviamente il rispetto delle condizioni e limiti sanciti dalle leggi e dai regolamenti sulla prevenzione degli infortuni ed igiene sul lavoro D.P.R. 27 aprile 1955 n.547 (norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro- art.351: sostanze tossiche e infettanti; artt.389 e 391: responsabilità per inosservanza leggi di prevenzione), ed il D.P.R. 19 marzo 1956 n. 303 (norme generali per l’igiene del lavoro, da cui Legge 30 aprile 1962 n. 283 e suo regolamento di esecuzione D.P.R. 26 marzo 1980 n.327 –disciplina igienica della produzione e della vendita della sostanze alimentari e delle bevande), ma anche l’obbligo di introduzione e manutenzione di tutte le misure idonee, cioè specifiche per ogni realtà aziendale e per ogni fase della produzione, a prevenire situazioni di pericolo, ed eventuali infortuni che possono derivare, per il lavoratore, da fattori naturali o artificiali di nocività o molestia eventualmente presenti nell’ambiente di lavoro; quindi un obbligo di prevenzione rivolto non soltanto alla persona del lavoratore inteso come integrità psico-fisica, ma rivolto anche all’aspetto morale della personalità, ed è qui quel riconoscimento del lavoro come “valore sociale” che, seppur pensato e compreso nella sua portata già allora dal legislatore, è rimasto nei fatti e nel tempo poco considerato o comunque sostanzialmente disatteso.

Ora, gli obblighi originati dall’art. 2087 c.c., si inseriscono nel contenuto stesso del contratto di lavoro, determinando per il datore di lavoro, un vincolo ad un fare addirittura precedente, in ordine temporale, all’inizio della stessa attività fisica della prestazione, oggetto dell’adempimento contrattuale del lavoratore. Nasce così un limite al potere direttivo e decisionale dell’imprenditore nei confronti dei luoghi e dell’organizzazione del lavoro dei dipendenti, che può arrivare in caso di danno alla richiesta del suo risarcimento alla parte datoriale per inadempienza contrattuale, vista la normativa relative ai contratti con prestazioni corrispettive.

A questo proposito dobbiamo ricordare che, il principio del rispetto della persona o del patrimonio, che entrambe le parti contraenti sono tenute ad osservare nella generalità dei contratti, è implicitamente legato al rispetto del principio della buona fede art.1375 c.c. che , seppur appartenente alla categoria degli obblighi secondari o di protezione, è indiscutibilmente legato a quelli primari di prestazione; nel rapporto di lavoro a questi obblighi, in relazione anche al disposto dell’art. 1175 c.c., intitolato al comportamento secondo correttezza dei reciproci obblighi contrattuali, si connota un aggiuntivo obbligo primario autonomo, quello dell’interesse alla salute del prestatore d’opera, obbligo riconosciuto anche dalla Costituzione art.32 come diritto assoluto della persona ma anche quale bene di interesse collettivo.

Malgrado ciò, quanto disposto dall’art. 2087 c.c. è stato, come già affermato, scarsamente utilizzato nella funzione di prevenzione, per essere richiamato invece, quasi esclusivamente ex post, con una funzione risarcitoria del danno avvenuto; la spiegazione sta forse nella difficoltà di definire la posizione soggettiva sia del datore di lavoro quanto del lavoratore, perché è proprio a questa correlazione che è legata la scelta dei rimedi preventivi; infatti al lavoratore viene attribuita una funzione soggettiva individuale nei confronti delle condizioni di lavoro, fenomeno che però si sviluppa in una situazione prevalentemente collettiva.

In merito al risarcimento del danno, la Corte Costituzionale, seguita dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, ha sancito l’importanza del riconoscimento del così detto “danno biologico” o danno alla salute, affermando che, trattandosi di menomazione dell’integrità psico-fisica della persona del lavoratore (bene costituzionalmente protetto dall’art.32), la sua tutela va oltre il riconoscimento sostanzialmente patrimoniale della mera capacità lavorativa intesa come capacità a produrre reddito, riguardando invece l’insieme delle funzioni naturali della persona, viste come capacità intellettuali e di relazioni sociali. Quindi numerose sentenze stabiliscono che l’esonero della responsabilità civile del datore di lavoro (art.10 del già citato D.P.R. 30 giugno 1965 n.1124 sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e la malattie professionali) opera esclusivamente riguardo alla perdita della capacità lavorativa e non anche riguardo al danno biologico, che resta comunque a carico del datore di lavoro in ogni caso di violazione del dettato dell’ art.2087 c.c. .

La disciplina dell’art. 9 Legge 20 maggio 1970 n. 300 – Statuto dei Lavoratori- : la contrattazione collettiva a tutela del diritto alla salute.

La funzione preventiva dell’art. 2087 c.c. viene recuperata con l’emanazione dello Statuto dei Lavoratori, in quanto l’art. 9 operando in una prospettiva non limitata al rapporto individuale di lavoro, ma riferita al momento collettivo dell’organizzazione del lavoro, attribuisce ai lavoratori il diritto di esercitare , con le proprie rappresentanze, il controllo sulla corretta applicazione delle norme di prevenzione antinfortunistica e la partecipazione propositiva ed attuativa di tutte le misure di tutela della salute e della loro integrità psico-fisica, anche eventualmente modificando le preesistenti condizioni dell’ambiente di lavoro. La novità dunque non è nel riconoscimento al singolo lavoratore di una posizione soggettiva attiva a difesa della sua salute, quanto al suo esercizio, che diviene collettivo, esso deve infatti avvenire a mezzo di rappresentanze che assumono di fatto, veste sindacale.

Le vicende sindacali e i risultati contrattuali degli anni ’70, ottenuti in sede di contrattazione collettiva, sono stati in questo senso recepiti anche dalla Legge 23 dicembre 1978 n. 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. L’art.21 infatti, affida alle Unita Sanitarie Locali ( divenute Aziende ai sensi dell’art.3, D. Lgs. 30 dicembre 1992 n.502) i compiti di prevenzione, igiene e controllo sullo stato di salute dei lavoratori (precedentemente affidato agli Ispettorati del lavoro), mentre l’art.20 prevede che gli interventi di ricerca, elaborazione ed attuazione di misure di prevenzione non contemplate da specifiche norme di legge, ma individuati all’interno delle singole aziende, siano effettuati dalle rappresentanze sindacali congiuntamente alla parte datoriale, “secondo le modalità previste dai contratti o accordi collettivi applicati nell’unità collettiva”.

-Orientamenti di giurisprudenza.

Sorge quindi, a carico del datore di lavoro e dei suoi collaboratori, un “debito di sicurezza” che implica comunque una presunzione di responsabilità civile datoriale in ogni caso di danno a carico del lavoratore, salva la prova liberatoria di aver adottato tutte le misure idonee di prevenzione, comprese iniziative disciplinari e sanzionatorie nei confronti di comportamenti ed atteggiamenti di leggerezza ed incoscienza da parte del lavoratore come sancito dai tre principi generali dell’art. 2087 del c.c. oltre che dalle leggi specifiche di settore. Il lavoratore invece dovrà dimostrare solo il danno ed il nesso causale.

L’IMPRENDITORE E’ TENUTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO PER INFORTUNI SUL LAVORO ANCHE SE L’INSTALLAZIONE DEI DISPOSITIVI DI SICUREZZA SIA STATA DA LUI AFFIDATA AD ALTRA IMPRESA” – Il dipendente deve essere informato e controllato (Cassazione Sezione Lavoro n. 18603 del 5 dicembre 2003, Pres. Sciarelli, Rel. Vidiri).

Angelo B., dipendente della società Tecnolifts, ha subito un infortunio mentre stava montando l’impianto elettrico di un ascensore. Egli ha chiesto al Giudice del Lavoro di Brescia la condanna dell’azienda al risarcimento del danno biologico e morale. L’azienda si è difesa sostenendo che l’infortunio si era verificato perché il lavoratore aveva operato stando sul tetto anziché all’interno della cabina e che comunque essa non poteva essere ritenuta responsabile della mancanza dell’apparato di fermo corsa, in quanto aveva incaricato un’altra ditta di provvedere alla sua installazione. Il Tribunale di Brescia ha condannato l’azienda al risarcimento del danno, ma la sua decisione è stata integralmente riformata dalla Corte d’Appello che ha escluso la responsabilità della Tecnolifts per l’infortunio, in quanto ha ritenuto che l’installazione del “fermo corsa” fosse a carico della ditta cui tale compito era stato affidato e che il lavoratore avrebbe dovuto verificare se questo congegno fosse in opera. Angelo B. ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione impugnata per difetto di motivazione e violazione di legge..

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 18603 del 5 dicembre 2003, Pres. Sciarelli, Rel. Vidiri) ha accolto il ricorso. Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose – ha affermato la Cassazione – sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, per cui ne consegue che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia allorquando ometta di adottare le idonee misure protettive sia allorquando non accerti e vigili che di queste misura venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l’imprenditore – allorquando si sia verificato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni protettive – al concorso di colpa del lavoratore. La condotta del dipendente può, infatti, comportare l’esonero totale del datore di lavoro da responsabilità solo quando essa presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell’aticipità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell’evento.

Nel caso di specie – ha osservato la Cassazione – la Corte d’appello di Brescia, nel riformare la decisione del primo giudice e nel rigettare la domanda del lavoratore, ha considerato quest’ultimo unico responsabile dell’infortunio occorsogli; in tal modo non ha tenuto in alcun conto delle norme antinfortunistiche e, segnatamente, dell’art. 4, lettera b), e dell’art. 5, ultimo comma, del d. P.R. 27 aprile 1955 n. 547, che prescrivono rispettivamente che il datore di lavoro deve rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici cui essi sono esposti nell’espletamento della loro attività e che i macchinari ed attrezzi di sua proprietà che siano usati dal lavoratore siano muniti di dispositivi di sicurezza. La Cassazione ha anche ritenuto che la Corte d’Appello di Brescia sia incorsa in errore attribuendo rilevanza alla circostanza che l’installazione del “fermo corsa” fosse stata affidata ad un’impresa terza.

Nel contesto attuale – ha osservato la Suprema Corte – è sempre più frequente il c.d. “processo di esternalizzazione” in base al quale le imprese spesso si affidano per l’esecuzione di opere essenziali per l’esercizio della loro attività produttiva, ad imprese terze e a dette imprese affidano anche fasi e parti significative del processo produttivo, soprattutto quando questo risulti articolato, complesso ma nello stesso tempo agevolmente scindibile; le opere commissionate o, più in generale, affidate a vario titolo (ad esempio attraverso appalti o contratti d’opera) a soggetti esterni costituiscono peraltro una fase dell’intero processo produttivo dell’impresa che commissiona detti lavori. Corollario di tutto ciò – ha affermato la Corte – è che il datore di lavoro, quale responsabile dell’intero processo produttivo, deve accertare, prima di disporre la continuazione dell’attività lavorativa da parte dei propri dipendenti, se la condotta dei soggetti cui ha affidato l’esecuzione di una fase della produzione sia – in ragione di colpose inadempienze, di censurabili negligenze o anche per meri fatti oggettivi – fonte di pericolo per i lavoratori. Solo attraverso tale accertamento – di particolare rilevanza proprio allorquando le opere affidate a terzi attengano all’apprestamento di misure necessarie per la messa in sicurezza di tutte le fasi lavorative- il datore di lavoro deve assolvere all’obbligo su di esso gravante di rendere edotti i propri dipendenti “dei rischi specifici cui essi sono esposti”. L’imprenditore – ha concluso la Corte – potrà ritenersi esentato dalla responsabilità al riguardo solo ove provi di avere adempiuto al suddetto obbligo informativo e di avere anche dotato i propri dipendenti, così come voluto dall’art. 5, ultimo comma, del d.P.R. n. 547/1955, dei dispositivi di sicurezza necessari in presenza di situazioni di pericolo che, comunque, si presentino.

Anche a fronte dunque, di un comportamento disattento, imprudente negligente o d’imperizia del proprio dipendente, il datore è sempre responsabile degli incidenti sul lavoro ed inoltre, in caso di violazione di prescrizioni delle normative antinfortunistiche, non beneficerà di alcuna attenuante malgrado il concorso di colpa del lavoratore; può tuttavia aversi un esonero totale di responsabilità per la parte datoriale quando il comportamento del dipendente presenti le caratteristiche dell’abnormità e della imprevedibilità assoluta, da considerarsi e valutarsi anche rispetto all’esperienza lavorativa e all’anzianità di servizio del dipendente medesimo.

“Esclusione, in tutto o in parte, della responsabilità penale del datore di lavoro – Rischi conseguenti ad eventuali imprudenze e disattenzioni dei lavoratori – rilevanza della condotta del lavoratore – inosservanza di precise disposizioni antinfortunistiche – la colpa dell’infortunato nella produzione dell’evento –.” (Cass., 3 marzo 1980, Pedrotti; 104 dicembre 1984, D’Amico; 5 novembre 1986, Amadori). Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, Sentenza del 16 gennaio 2002 n. 1588

La prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte è orientata nel senso che “..le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione propria di evitare che si verifichino eventi lesivi della incolumità, intrinsecamente connaturati alla esecuzione di talune attività lavorative, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuali imprudenze e disattenzioni dei lavoratori, la cui incolumità deve essere sempre protetta con appropriate cautele..”. “..Solo se il lavoratore ponga in essere una condotta inopinabile, imprevedibile, esorbitante dal procedimento di lavoro ed incompatibile con il sistema di lavorazione oppure si concreta nella inosservanza, da parte sua, di precise disposizioni antinfortunistiche, solo in questa evenienza è configurabile la colpa dell’infortunato nella produzione dell’evento, con esclusione, in tutto o in parte, della responsabilità penale del datore di lavoro..”.

Questo “debito” di sicurezza “impone” al datore di lavoro la consapevolezza della particolarità del lavoro della sua impresa: conoscenze specifiche che deve avere o comunque acquisire attraverso consulenze di esperti, al fine di costruire l’azienda predisponendo luoghi, attrezzature e scegliendo i collaboratori in modo da ottimizzare sia il risultato produttivo che la tutela dei lavoratori e di tutti coloro che potrebbero avere danni dall’esercizio d’impresa.

Ancor prima dell’esperienza il datore di lavoro deve attenzione ai fatti, con specifico riferimento agli incidenti, agli infortuni ed alle malattie professionali del proprio settore di attività ed in particolare allo svolgimento delle stesse nella propria realtà aziendale.

Infortuni sul lavoro – responsabilità del datore di lavoro – sussiste anche quando l’infortunio sia derivato da imperizia, negligenza od imprudenza del lavoratore – pericolosità della macchina operatrice – l’obbligo di predisporre adeguata protezione – esonero da responsabilità dell’imprenditore.” Corte di Cassazione, del 21.05.2002 sent. n.7454

La responsabilità del datore di lavoro in casi di infortunio occorso ad un proprio dipendente addetto ad un macchinario pericoloso non è esclusa anche in caso di osservanza di specifiche prescrizioni contenute in una norma o disciplina antinfortunistica, laddove l’infortunio stesso sia derivato non per verificarsi del pericolo previsto dalla norma antinfortunistica e nei confronti del quale erano dirette le prescrizioni tecniche in essa contenute, ma per effetto della specifica pericolosità della macchina operatrice, verso cui sorge l’obbligo di predisporre adeguata protezione, ovvero della applicazione di più specifiche ed idonee misure di sicurezza. La normativa dettate riguardante la prevenzione degli infortuni sul lavoro, finalizzata ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose prevede la tutelare del lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso: ne consegue che il datore di lavoro e’ sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto liberatorio all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, per l’imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni; conseguentemente si afferma che l’imprenditore e’ esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità e esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell’atipicità e dell’ eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell’evento, interrompendo il nesso di causalità tra i fattori scatenanti l’avvenimento dannoso e il contenuto proprio dell’attività lavorativa dell’infortunato.

Il datore e i suoi collaboratori devono inoltre adottare, fin dalla progettazione d’impresa tutti gli accorgimenti possibili per garantire l’incolumità dei lavoratori e ,successivamente seguire tutte le evoluzioni tecnologiche e scientifiche del proprio settore produttivo, in un percorso continuo di sicurezza secondo i noti criteri del nostro diritto positivo di prudenza, diligenza e perizia.

La giurisprudenza ha sancito che per “aggiornamento tecnico scientifico” è da intendersi “ ..il massimo tecnicamente possibile, ormai in uso comune ed in proporzione alla tipologia ed alla gravità di rischio specifica della propria attività..”.

Sicurezza sul lavoro – responsabilità del datore di lavoro- le misura antinfortunistiche – l’obbligo di provvedere all’applicazione di armature di sostegno delle pareti nello scavo di pozzi o di trincee profonde più di metri uno e cinquanta”. (Cass., 16 novembre 1971, n. 471). Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, Sentenza del 16 gennaio 2002 n. 1588

Risponde di violazione di norma antinfortunistica, il datore di lavoro che, quando la consistenza del terreno non dia sufficiente garanzia di stabilità, soltanto dopo avere ultimato uno scavo, a mezzo di escavatrice meccanica e di profondità superiore a metri uno e cinquanta, inizi le operazioni di applicazione delle armature di sostegno; infatti l’obbligo di provvedere all’applicazione di armature di sostegno delle pareti, nello scavo di pozzi o di trincee profonde più di metri uno e cinquanta, esiste dal momento in cui lo scavo raggiunge la profondità di metri uno e cinquanta e deve essere realizzato prima di procedere oltre nell’escavazione e, simultaneamente al procedere dello scavo, si deve proseguire nel contemporaneo armamento.

Inquinamento da rumore – obbligo per il datore di lavoro di ridurre al minimo i rischi derivanti dall’esposizione al rumore mediante le misure concretamente attuabili – i mezzi di protezione dell’udito”. Cassazione civile, sez. lav., 7 aprile 1998, n. 3582

Con il decreto legislativo n. 277 del 15 agosto 1991,il Governo ha dato attuazione alle direttive C.E.E. comprese nell’elenco allegato alla Legge 29 dicembre 1990 n. 428. Premesso che il datore di lavoro deve ridurre al minimo i rischi derivanti dall’esposizione al rumore mediante l’attuazione di tutte le misure concretamente possibili, l’art. 41 di tale decreto legislativo, fissa talune prescrizioni (esposizione di una appropriata segnaletica, ecc.) relative ai luoghi di lavoro che possono comportare un’esposizione personale quotidiana superiore a 90 dBA; l’art. 42 precisa il contenuto della “informazione e formazione” che deve essere trasmesso ai lavoratori esposti ad un rumore superiore a 80 od a 85 dBA; negli artt. 43 e 44 vengono indicati i mezzi di protezione dell’udito da fornire ai lavoratori che siano effettivamente esposti ad oltre 85 decibel ed i controlli sanitari cui essi devono sottoporsi; e nell’art. 45, infine (Superamento dei valori limite di esposizione), viene stabilito che, se nonostante le misure di applicazione previste dall’art. 41, comma primo, l’esposizione al rumore risulta superiore a 90 dBA, il datore di lavoro ha l’obbligo di comunicare all’organo di vigilanza le misure tecniche ed organizzative applicate, informando i lavoratori o i loro rappresentanti. Da ciò si evince , che i così detti valori – limite di esposizione al rumore rappresentano una soglia inaccettabile, al cui superamento gravano sul datore di lavoro specifici oneri, e che tuttavia l’esposizione a rumori che pur raggiungendo soglie inferiori ma superiori, in particolare, ad 85 decibel, richiede comunque l’adozione di adeguati mezzi di protezione e la sottoposizione del lavoratore a controllo sanitario; è da ritenersi, in definitiva, che anche l’esposizione ad una rumorosità inferiore ai 90 decibel sia idonea a pregiudicare l’apparato uditivo. “..secondo quanto affermato da questa Corte in un una fattispecie sostanzialmente analoga a quella in esame (Cass. 26 agosto 1992, n. 9860), può quindi affermarsi che l’accertamento che la rumorosità lavorativa svolta non supera i valori indicati dall’art. 45 del d.l.vo n. 277 del 19919 non può costituire idonea fonte di valutazione della richiesta diretta ad ottenere la prestazione prevista per la malattia professionale denunciata, ne quindi esime il giudice dall’indagine medico – legale in ordine alla sussistenza o meno della malattia, atteso che la tabella delle malattie professionali contempla la sola esposizione al rischio della lavorazione e che, del resto, la diversa capacità di resistenza di ciascun organismo esposto al rischio non può influire sul riconoscimento della tecnopatia.”

Inquinamento acustico – esposizione dei lavoratori a rumori dannosi – l’adempimento dell’obbligo di legge da parte del datore di lavoro – natura del reato”. Cassazione penale, sez. III, 18 febbraio 1998, n. 4133

La omessa valutazione del rischio da rumore configura il reato di cui agli art. 40 e 50 d.lg. 15 agosto 1991 n. 277; questo ha natura permanente e la permanenza cessa con l’adempimento dell’obbligo di legge da parte del datore di lavoro, ovvero con la sentenza di primo grado.

La delega dei compiti antinfortunistici – esonero della responsabilità del datore di lavoro – condizioni”. Cassazione penale, Sezione IV del 4 aprile 2002, sentenza n. 12771

La delega dei compiti antinfortunistici esonera da responsabilità il datore di lavoro, a condizione che sia inequivoca, specifica e sia accettata dal delegato. Ovviamente, quest’ultimo deve essere fornito di adeguati mezzi di spesa. La Corte ha, altresì, stabilito che la prova di tali condizioni spetta al datore di lavoro.

Violazione di norme antinfortunistiche – la recidiva quale insuperabile ostacolo ai fini del riconoscimento delle attenuanti generiche – il pericolo l’incolumità dei lavoratori”. Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, Sentenza del 16 gennaio 2002 n. 1588.

Può essere anche vero che l’unico precedente in tema di violazione di norme antinfortunistiche sia risalente nel tempo, anche se all’imputato è stata contestata la recidiva infraquinquennale; ma, è pur sempre un precedente che, proprio perché attinente alla violazione delle norme che pongono in pericolo l’incolumità dei lavoratori, la Corte di Appello ha correttamente sottolineato ritenendolo, con assoluta ragionevolezza, parametro negativo e, quindi, di insuperabile ostacolo ai fini del riconoscimento delle attenuanti generiche.

L’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile – danno biologico e morale – risarcimento dei danni non patrimoniali – danno differenziale – responsabilità del datore di lavoro”. Cassazione del 16 giugno 2001 sentenza n. 8182.

L’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni occorsi al lavoratore e ne limita l’azione risarcitoria al danno differenziale nel caso di esclusione di detto esonero per la presenza di responsabilità penali ex. art. 10 DPR n. 1124/1965: in sostanza, l’assicurazione copre il danno patrimoniale legato alla riduzione della capacità lavorativa e non il danno alla salute o quello morale di cui all’art. 2059 C.C. che il lavoratore, in accordo con i principi ricavabili dalle sentenze della Corte Costituzionale n. 356 e n. 485 del 1991, può rivendicare in caso di sussistenza dei presupposti di responsabilità del datore di lavoro.

Mobbing – delitto di maltrattamento”.Cassazione Penale Sezione VI, del 12 marzo 2001, sentenza n. 10090.

Commette il delitto di maltrattamento previsto dall’art. 572 c.p. il datore di lavoro che realizzi nei confronti di lavoratori dipendenti ripetute e sistematiche vessazioni atte a produrre in essi uno stato di abituale sofferenza fisica e morale.

 

La tutela della salute ed il servizio di prevenzione e protezione dal D. Lgs. N. 81/2008: un nuovo approccio.

E’ questo il decreto che sembrerebbe nel nostro ordinamento trasforma radicalmente e costruttivamente la metodologia di approccio al problema della prevenzione, visto ora come sistema articolato e complesso che non può prescindere dal coinvolgimento di tutti i soggetti implicati nelle diverse attività produttive di tutti gli ambienti di lavoro e da una loro partecipazione attiva nella valutazione e gestione di tutto il processo “prevenzionistico”.

Il passaggio evolutivo conferma il datore di lavoro come debitore di sicurezza nei riguardi dei lavoratori, ma ora “voluti” come soggetti partecipanti attivi e consapevoli in luogo ruolo passivo attribuitogli dalla normativa precedente.

In questo senso, gli interventi finalizzati alla “costruzione” della prevenzione nella sua totalità, si integrano in un piano di sviluppo complessivo del sistema lavoro “nel” e “per” il convincimento delle parti che, il costo di tali interventi, sia finalizzato allo sviluppo anche economico di tutta l’impresa; il ricorso, sulla spinta anche di altri paesi europei, ad una logica premiante nei confronti di quegli istituti più sensibili alla qualità del lavoro, evidenzia inoltre, significativi vantaggi sui costi sociali che gravano inderogabilmente sulla comunità.

La razionalità di questa metodologia sta nel fatto che, attraverso l’analisi dei rischi presenti o presunti nell’ambiente di lavoro, si obbliga il datore di lavoro alla elaborazione di un Documento della Sicurezza, da custodirsi presso ogni singola unità produttiva, che deve contenere sì una valutazione sui rischi, ma anche le misure di prevenzione e protezione che si intende adottare ed il loro programma di attuazione. La stesura di questo documento è stata pensata quale momento di forte impatto partecipativo, di dialogo e confronto tra la parte datoriale e le rappresentanze dei lavoratori contrattualmente legati all’azienda.

Nello specifico è il dettato legislativo che sancisce l’imprescindibile partecipazione dei lavoratori per la realizzazione di un completo ed efficace sistema di prevenzione.

A completamento della valutazione collettiva dei lavoratori, emerge una consapevole coscienza dell’individualità: ogni singolo lavoratore, infatti, deve prendersi “carico” della propria sicurezza e di quella delle altre persone presenti nel proprio luogo di lavoro.

A tal fine si prevedono una serie di disposizioni sia a carattere positivo e quindi di attiva partecipazione che negativo e quindi di soggezione: adempimento insieme al datore di lavoro e i suoi preposti degli obblighi dall’autorità competente in tema di sicurezza del lavoro; rigida osservanza dei regolamenti e istruzioni a loro impartite; vincolo di sottoporsi ai controlli sanitari obbligatori; corretto utilizzo di macchinari; ricorso ed uso appropriato dei dispositivi di protezione individuale e collettiva; obbligo di sottoporsi a programmi di formazione ed addestramento per il corretto uso dei dispositivi di sicurezza e contrapposto divieto di apportarvi modifiche ed anzi dovere di segnalarne immediatamente difetti o relative condizioni di usura e di pericolo; dovere di adoperarsi direttamente, secondo loro competenze e possibilità, in caso di urgenza affinché si possa eliminare o quanto meno ridurre la situazione di pericolo sopraggiunta; obbligo di segnalazione al rappresentante per la sicurezza di tutte le situazioni e fatti non in linea con le direttive di sicurezza o ritenute di possibile pericolo.

Nella “costruzione” di un buon sistema di informazione-formazione non si può fare a meno, ovviamente, di un reale sistema relazionale di buona comunicazione, il rappresentante dei lavoratori, riveste “fisiologicamente” un ruolo centrale ad alta intensità di scambi e di contatti tra tutte le parti protagoniste nella prevenzione e sicurezza. Ciò spiega le molteplici funzioni e prerogative disegnate per questa figura nel testo di legge: è destinatario di tutte le informazioni inerenti al sistema prevenzionale; deve essere adeguatamente informato in materia; deve essere consultato dal datore di lavoro in merito alla designazione degli addetti al servizio di prevenzione e protezione, all’organizzazione della formazione di tutti i lavoratori; in merito a tutti gli aspetti relativi all’attuazione della prevenzione, individuazione e valutazione dei rischi; ha accesso a tutti i luoghi di lavoro, pur essendo obbligato al segreto aziendale sulle strategie di produzione delle quali venga a conoscenza durante l’espletamento delle sue funzioni; deve prendere iniziative promozionali riguardo proposte e formulazione di osservazioni; partecipa alle riunioni sull’argomento;comincia sui rischi aziendali con il responsabile per la sicurezza; partecipa all’elaborazione, individuazione ed attuazione delle misure prevenzionali; ricorre alle autorità competenti nel caso ritenga che le misure di prevenzione e protezione in uso nei luoghi di lavoro o i mezzi a disposizione per attuarle non siano sufficienti a garantire la salute e la sicurezza del lavoro. Ruolo delicato che, proprio affinché si producano benefici aziendali da questi obblighi di legge, dovrebbe essere messo costantemente in condizioni di esercitare al meglio le sue funzioni, proprio dalla parte datoriale, per la sua attitudine all’ascolto ed alla sensibilizzazione nei confronti della percezione dei rischi da parte degli altri lavoratori.

Il decreto in esame, ha applicazione generalizzata in quanto riferita a tutti i settori di attività pubblici e privati (ad eccezione delle Forze Armate e di Polizia e dei servizi di Protezione Civile), ma a differenza della previsione assolutamente generale riguardo agli obblighi di sicurezza contenuta nell’art. 2087 de c.c., questo decreto specifica alcune fattispecie dell’obbligo di protezione quali, da un lato la valutazione di eliminazione o quanto meno di riduzione al minimo dei rischi fatta contestualmente alla programmazione della prevenzione e dall’altro, impone un uso quanto più ridotto possibile di sostanze tossiche o nocive (chimiche, fisiche e biologiche) e soprattutto rende obbligatoria la formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori ovvero dei loro rappresentanti: obbligo questo assolutamente in linea con gli indirizzi di politica generale della Comunità Europea e che punta a rendere costante la partecipazione e consultazione dei lavoratori, rafforzando quel diritto all’informazione già sancito in modo più ampio e generale nel nostro ordinamento dall’art. 9 dello Statuto dei Lavoratori, e rivalutando l’efficacia della pretesa dei lavoratori alla sicurezza, rendendo obbligatoria l’elezione di uno o più rappresentanti per la sicurezza proporzionalmente alle dimensioni dell’impresa ed ampliando e specificando il ruolo centrale del sistema partecipativo, consultivo e propositivo nell’organizzazione della prevenzione, cardine innovativo del decreto.

Altro obbligo a carico del datore di lavoro è l’istituzione di un servizio di prevenzione e protezione e del suo responsabile, servizio che, nei casi indicati nel decreto per i quali non è indispensabile la sua istituzione interna all’impresa, può anche essere affidato a strutture specializzate esterne ad essa, scelta quest’ ultima, che non solleva il datore di lavoro dalla responsabilità in materia.

Dall’inosservanza dei doveri sanciti dal decreto, derivano conseguenze civili e penali differenti in rapporto a specifici accadimenti quali:

Situazioni di pericolo

La fattispecie può configurare:

  • una responsabilità dolosa, che si connota quando c’è la consapevolezza di compiere un atto contrario alla legge per “omissione o rimozione di cautele contro infortuni sul lavoro” (anche di impianti o segnali destinati alla prevenzione di disastri o incidenti sul lavoro);

  • una responsabilità colposa, che si connota quando si opera un comportamento che, benché contrario a norme di legge , risulti non voluto, ma accaduto per negligenza, imperizia etc. nell’“omissione o rimozione di dispositivi diretti ad evitare l’aggravarsi delle conseguenze dell’infortunio sul lavoro”;

  • una responsabilità contravvenzionale, per inosservanza delle disposizioni di legge in materia di prevenzione , con pene commisurate alla gravità delle infrazioni;

Eventi classificabili come lesivi dell’incolumità dei lavoratori, che configurano delitti di “omicidio colposo” o di “lesioni personali colpose”.

In riferimento alla tutela dei prestatori d’opera, negli ultimi provvedimenti legislativi sono comunque previste misure sanzionatorie, commisurate ai doveri inosservati, per tutti gli “operatori del settore”, comprendendo quindi anche i lavoratori ed ovviamente i loro rappresentanti.

 

La percezione del rischio.

Per quanto detto fino ad ora, risulta evidente lo “spirito” della Direttiva CE n. 89/391, così detta quadro, recepita appunto nel nostro ordinamento con il D. Lgs.81/2008, dove già nella parte introduttiva si enfatizza la necessità che “..i lavoratori siano in grado di contribuire, con una partecipazione equilibrata e conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali, all’adozione delle misure di protezione..”: nasce una nuova figura di lavoratore chiamato a svolgere un ruolo consapevole e responsabile come parte individuale attiva, nel contesto collettivo generale, per la organizzazione e salvaguardia della sua stessa salute, prevenzione e sicurezza nel lavoro, non più soggetto passivo, costantemente subordinato al rischio di esposizione ad eventi dannosi e decisioni terze.

Qualunque attività umana comporta un rischio, inteso come possibilità e quindi probabilità di subire un danno in conseguenza di un dato pericolo, a maggior ragione quelle attività legate al progresso tecnologico.

Ma la percezione del rischio è fatto assolutamente soggettivo: esso infatti può essere, dai diversi individui, percepito come trascurabile, accettabile, tollerabile o inaccettabile; fattore di ancor maggiore confondimento nell’approntare, adeguati piani di sicurezza destinati a intere collettività di lavoratori, è che generalmente, nell’immediatezza degli eventi, la decisione di accettare o rifiutare un rischio è condizionata dal confronto fra benefici e rischi, dove i primi vengono valutati, ovviamente e purtroppo, come superiori ai secondi, secondo parametri individuali.

La percezione del rischio è personale, funzione dell’età e della cultura di un individuo; la sua percezione è anche differente secondo la natura del rischio stesso, volontario od involontario, o la stimata possibilità di intervenire direttamente.

Inoltre talvolta i rischi sono reali, talora appena avvertiti o temuti per vari motivi: mancanza o insufficienti conoscenze in materia da parte degli interessati; sensibilità individuale; ma anche pigrizia mentale nell’affrontare o accettare le innovazioni; ancor peggio, effettiva mancanza di certezze scientifiche, se non addirittura distorte od errate “convinzioni scientifiche” come nel caso, ad esempio, di alcuni effetti sanitari. Ma tutto passa sempre e comunque attraverso il filtro della percezione e della valutazione personale.

Ecco spiegato il perché sia ritenuto “fondamentale” il ruolo della formazione ed informazione nel coniare nuovi modelli aziendali di sistemi prevenzionali, ora di tipo relazionale e partecipativo, improntati sulla consapevole responsabilizzazione di tutti i soggetti che ne fanno parte.

Proprio l’acquisizione di questo modus pensandi, lontano dalla storica“logica” di reciproca diffidenza più che di comunicazione tra parte datoriale e lavoratori è risultata nel tempo la vera criticità del sistema come si evince anche alla luce delle concrete fattispecie interpretate dalle sentenze della giurisprudenza di merito:

 

I possibili sviluppi.

 

Migliorare nel futuro il sistema di sicurezza e prevenzione del lavoro è ormai da tempo, per le Istituzioni, un impegno che si accompagna con il concetto di progresso e civiltà, quindi un impegno “scontato” nemmeno più da ribadire: il problema e sempre e semmai “come”. Partendo dai dati statistici e dalle evidenze comuni, si possono allora ipotizzare delle osservazioni:

  • incentivare la formazione e informazione sui temi di sicurezza e prevenzione sul lavoro, soprattutto attraverso progetti di formazione continua;

  • adoperarsi per cambiare la cultura della salute e della sicurezza nel lavoro che deve diventare uno stile di vita per tutti, semmai un obiettivo ed un investimento per le aziende piuttosto che un dovere od un costo;

  • sensibilizzare i lavoratori alla valutazione non solo e non tanto agli infortuni che rappresentano ormai “eventi statisticamente rari” quanto piuttosto al ben più grande numero degli incidenti aziendali che pur non avendo coinvolto lavoratori hanno causato solo danni materiali, ma che potenzialmente avrebbero potuto avere conseguenze gravi per le persone.

  • insegnare, fuori dal contesto aziendale, una diversa cultura con programmi di educazione alla prevenzione e alla corretta percezione dei rischi che inizino fin dalla scuola;

  • incrementare gli incentivi come sgravi fiscali e contributi per le aziende con risultati di eccellenza in tema di sicurezza e prevenzione del lavoro;

  • semplificare ed armonizzare la normativa di sicurezza con quella del mercato del lavoro.

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