inserito in Diritto&Diritti nel giugno 2004

Sentenza N. 5745/03 R.C.C. n. 726 Cron. Del 3.2.04 del Tribunale di Milano Sez. Lavoro in materia di trattenute sindacali

 

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N. 5745/03 R.C.C.

N. 726 Cron.

REPUBBLICA ITALIANA
 IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
 TRIBUNALE DI MILANO SEZIONE LAVORO

 Il Giudice di Milano, dott. Francesco I.
 Frattin, in funzione di Giudice del
 Lavoro, ha pronunziato fa seguente

 SENTENZA

 nella causa col n. di R.G.
 5745/03                              promossa da
   SAVIP - Sindacato Autonomo della Vigilanza
 Privata
 col proc. avv.   V. Caputo

 contro

 I.V.R.I.  -  ISTITUTI DI VIGILANZA RIUNITI
 D\'ITALIA S.p.A.
 col proc. avv.   C. Moro e L. Failla
 Oggetto: opposizione a decreto ex art.28 regge
 300/70.
 Svolgimento del processo

 Con ricorso depositato il giorno 6 luglio 2003
 II sindacato ricorrente proponeva opposizione
 contro il decreto ex art. 28 con il quale il
 Tribunale aveva rigettato il ricorso promosso
 dallo stesso sindacato per far dichiarare
 antisindacale il rifiuto opposto da IVRI di dar
 corso alle cessioni di credito tramite le quali
 il SAVIP ed i lavoratori ad esso iscritti
 chiedevano e chiedono di raccogliere le quote
 associative. Resisteva la convenuta, chiedendo
 il rigetto del ricorso sia per il merito, sia
 per la mancanza del requisito
 della \"nazionalità\".   La causa veniva ritenuta
 dallo scrivente documentale. Udita la
 discussione dei difensori, la causa veniva
 decisa come in dispositivo.
 Motivi della decisione

 Lo scrivente, che si è espresso più volte, in
 passato, in senso conforme al decreto qui
 opposto, deve dichiarare subito di avere, re
 melius perpensa, e alla luce del caso presente,
 mutato opinione circa la nota questione delle
 ritenute sindacati. Peraltro l\'indirizzo oggi
 ripudiato non era stato assunto senza dar conto
 delle   vistose   controindicazioni che si
 portava dietro.

 Riesaminando oggi II problema, lo scrivente
 rileva che la tesi che il lavoratore possa
 cedere i propri crediti anche futuri a chiunque -
  finanziarie, creditori vari - ma non ad un
 sindacato, porta, come é stato giustamente
 annotato allora da un critico, ad una
 restrizione del catalogo dei diritti del
 cittadino lavoratore per via interpretativa.
 Questo esito, effettivamente molto grave,
 poggia, a ben vedere, sulla estremizzazione del
 principio della necessaria revocabilità della
 decisione di adesione ad una organizzazione
 sindacale. Poiché, (dissero il sottoscritto ed
 altri), al mutamento di opinione politico-
 sindacale del lavoratore deve seguire
 immediatamente il recupero della libertà di
 disporre del proprio salario, e la cessione del
 credito è strutturalmente irrevocabile salvo il
 consenso del creditore, per ottenere il quale
 occorre comunque un certo tempo, non è
 ammissibile che la libertà sindacale (nella sua
 componente, diciamo così, strumentale-economica)
 resti compressa né per molto né per poco tempo,
 trattandosi di una questione di principio.
 Nel nostro caso le c.d. \"deleghe\" apprestate dal
 sindacato e da questo trasmesse al datore di
 lavoro portano ben chiaro il consenso anticipato
 del sindacato medesimo ad una eventuale revoca
 della cessione, stabilendo soltanto  un tempo
 davvero minimo, anzi, inesistente, per l\'effetto
 della revoca, visto che si prevede espressamente
 che la revoca della delega \"avrà effetto
 economico dal mese successivo\" e che "il Savip,
 in ipotesi di disdetta, si impegna a comunicare
 tempestivamente al datore di lavoro la rinuncia
 al beneficio della cessione del credito\". (Qui
 va rilevato che normalmente i sindacati
 confederali stipulanti tutti i contratti
 collettivi stabiliscono un tempo fisso di
 qualche mese di ultravalidità della scelta in
 atto, il che significa che una certa
 ultraattività non viene ritenuta da loro stessi
 lesiva dei diritti sindacali dei lavoratori).
 Il fatto che sia il sindacato Savip medesimo a
 portare le deleghe al datore di lavoro,
 contenenti le clausole di cui sopra, vale
 indubbiamente come accettazione tacita della
 clausola di revoca e dell'impegno conseguente.
 Siamo cioè, in realtà, in una situazione in cui
 non si ravvisa alcuna comprensione effettiva
 della libertà (della scelta) sindacale. A fronte
 di ciò perché non dovrebbe essere consentito al
 sindacato, ente portatore di valori ritenuti dal
 Costituente e dal legislatore meritevoli di
 speciale tutela, di ottenere ciò che una
 qualunque società finanziaria automaticamente
 ottiene? E perché il cittadino lavoratore
 potrebbe cedere parte del suo salario a tutti ma
 non ad una organizzazione sindacale, subendo
 così una riduzione dei suoi diritti civili senza
 ben pregnanti ragioni e anzi venendo limitato
 proprio nell\'esercizio del suo diritto di
 sostenere nel modo ritenuto più opportuno il
 sindacato di sua fiducia soltanto perché lo
 stesso non ha stipulato contratti collettivi?
 Quest\'ultima condizione discriminante,

 se può giustificare un trattamento preferenziale
 dei sindacati stipulanti sul piano dei diritti
 strettamente sindacali, in nessun modo può
 rilevare nel rapporto lavoratore-sindacato da un
 lato e nello status del cittadino lavoratore
 dall\'altro, entrambi regolati dalle norme del
 diritto civile.
 Si ritiene poi che non sia di ostacolo il fatto
 che le \"deleghe\" sindacali siano sempre state
 ritenute configuranti delegazioni di pagamento
 anziché cessioni di credito. Nel momento in cui
 le parti accettano e configurano una cessione dì
 credito revocabile ad nutum, non si ravvisano in
 un tale accordo violazioni di norme imperative
 né altre ragioni di nullità di un siffatto
 negozio.
 Quanto all\'asserito aggravio per il datore dì
 lavoro, l\'obiezione, in presenza di sistemi
 informatici e di prassi conformi per larghe
 masse di lavoratori aderenti ai sindacati
 stipulanti, appare del tutto pretestuosa.
 Infine, quanto alla legittimazione attiva del
 Savip nel presente giudizio, lo scrivente
 ritiene sufficiente il materiale probatorio
 prodotto dallo stesso. La legge, prevedendo il
 carattere della nazionalità, richiede una
 diffusione apprezzabile in aree territoriali
 diverse, tali da far escludere nel sindacato
 attore un carattere meramente regionale o
 locale. Sotto questo profilo l\'organizzazione
 sindacale ricorrente appare in regola con la
 previsione normativa. Ravvisandosi dunque, in
 accoglimento dell\'opposizione, l\'illegittimità
 del rifiuto di I.V.R.I. S.p.a. a dar corso alte
 cessioni di credito, il comportamento di
 I.V.R.I., incidendo direttamente sul rapporto
 lavoratori-sindacato e sul concreto esercizio
 della libertà e dell\'attività sindacale, deve
 essere dichiarato antisindacale e represso come
 tale. La presenza di un forte contrasto in
 giurisprudenza consiglia la compensazione delle
 spese di lite.

 P. Q. M.

 Il Giudice
 in accoglimento dell\'opposizione,
 dichiara
 antisindacale il comportamento della società
 opposta di rifiuto di operare le ritenute in
 favore del sindacato opponente; ordina alla IVRI
 S.p.a. di astenersi in futuro dal comportamento
 lamentato col ricorso. Compensa tra le partì le
 spese di lite.
 Milano
 3.2.2004

II Giudice del Lavoro
(Francesco l. Frattin)